Il Piccolo, 04 ottobre 2008 
 
«La moschea ci serve per sentirci uniti»  
SONO 2000 IN CITTÀ 
Parla Yasin, arrivato nel ’99: «Verso di noi ancora tanta diffidenza» 
MUSULMANI  
Ci rendiamo conto dei problemi che questa forte immigrazione ha creato tra la gente 
Chi sono gli asiatici monfalconesi
 
 
«È difficile adattarsi a vivere a Monfalcone, soprattutto non conoscendo nessuno e passando la giornata tra casa e lavoro. E poi la diffidenza della gente non aiuta». A parlare così è Yasin, 30 anni, proveniente da Sylhet nel Bangladesh. È uno dei duemila musulmani che vive in città.
È arrivato in Italia nel 1999, poi nel 2003 ha affittato un appartamento in centro a Monfalcone, che condivide con un’altra coppia di connazionali. Circa 70 metri quadrati, due stanze da letto, una a famiglia, e un bagno e una cucina in comune, dove si ritrovano per consumare i pasti.
Le due famiglie si sono conosciute a Monfalcone e hanno iniziato la convivenza per ridurre le spese dell’affitto. Nel 2006 Yasin è stato raggiunto dalla moglie Scilp, ventiduenne. Un anno e mezzo fa è nata Priti, una bimba a cui i genitori parlano un po’ nella loro lingua e un po’ in italiano per aiutarla a integrarsi nel luogo dove vive.
Dal 1999 al 2003 Yasin ha lavorato saltuariamente. Poi, una volta a Monfalcone, ha iniziato a lavorare come muratore in vari paesi del mandamento. Riesce a guadagnare 1.200 euro al mese, cui ne sottrae 300 per pagare la sua quota d’affitto.
«È dura arrivare a fine mese con le varie spese e nei supermercati cerco le offerte per risparmiare un po’», spiega Yasin. «Vedo che in città non ci accettano troppo benevolmente, eppure io mi comporto bene. Credo che per avere un’integrazione con la gente del luogo bisognerà attendere la prossima generazione, perché con il passare degli anni diminuiranno la diffidenza e il timore e aumenterà la confidenza», aggiunge Yasin, che risponde anche a una curiosità: come mai lui e tanti suoi connazionali affollano sempre il centro città. «È una nostra abitudine ritrovarci nella piazza. Nella zona centrale dei nostri villaggi c’è il mercato fino a notte fonda e per noi è abitudine, finito il lavoro, ritrovarci lì con gli amici e trascorrere qualche ora».
A questo proposito Mohammad Hossain Mukter, presidente della consulta degli immigrati del Comune di Monfalcone e della Bimas, la prima associazione regionale dei Bengalesi, spiega che la conoscenza della città parte dal centro, che diventa quindi il punto di partenza per ambientarsi in un posto nuovo, con cui si ha scarsa confidenza. Il centro, inoltre, è facile da raggiungere anche per chi non ha mezzi di trasporto. Sul tema moschea, tanto discusso in questi giorni, il capofamiglia espone l’importanza di avere un luogo di culto dedicato alla pratica della fede musulmana, che sarebbe frequentato dalle numerose persone islamiche presenti in città.
«Non praticando si dimenticano i riti, inoltre una moschea è utile per avvicinare i nostri figli alla religione», afferma. Ed è della stessa opinione Scila, che occupa la seconda camera da letto insieme al marito Sciam Raz. «C’è bisogno di una moschea in città. Noi abbiamo l’obbligo di pregare 5 volte al giorno, ma se non c’è un luogo adatto dove lo facciamo? Inoltre due volte all’anno la nostra comunità musulmana vive due feste rilevanti, perciò sarebbe importante celebrarle in uno stesso luogo. È necessaria la stabilità e la regolarità di poter celebrare i nostri riti religiosi», dice Scila.
Lei ha ventidue anni ed è in Italia da un anno, invece il marito, trentaduenne, è arrivato qui nel 2005. Lavora in una fabbrica che produce materiale plastico ad Aquileia. La speranza è quella di non rimanere per sempre in Italia, ma di fare ritorno nel Paese d’origine. Sciam Raz guadagna 1.100 euro al mese e come Yasin paga 300 euro di affitto. «Non riusciamo a mettere via nemmeno un soldo, ci servono tutti per vivere qui», racconta Scila.
La diffidenza di molti monfalconesi nei loro confronti non è passata inosservata, ma Scila comprende in parte questo atteggiamento: «Siamo troppi stranieri in città. Monfalcone ha esaurito la sua capacità ricettiva e capisco questo clima di malcontento. La gente non ha avuto il tempo di adattarsi lentamente alla nostra presenza, perché siamo arrivati tutti insieme».
Mohammad Hossain Mukter sostiene che è normale avere timore quando arriva un’ondata di immigrazione nella propria città, perché va a cambiare i ritmi, l’aspetto e il tessuto sociale, tuttavia bisogna essere aperti e considerare le persone appena arrivate come delle risorse. «Nessuno viene qui per rubare il lavoro. L’integrazione è difficile per voi, ma pensate cosa significa ciò per noi che lasciamo il nostro Paese, dall’altro capo del mondo, senza sapere a cosa andiamo incontro esattamente», spiega.
Mohammad Hossain Mukter parla anche delle difficoltà che la comunità bengalese ha incontrato stabilendosi in città. «Inizialmente nessuno voleva affittare gli appartamenti a noi stranieri, poi si sono ricreduti. Le persone locali hanno accolto con malumore la nostra presenza, c’è poca tolleranza e curiosità di avvicinarsi ad una cultura diversa. In fin dei conti la cultura indiana ha una tradizione antichissima e saremmo lieti di farla conoscere anche ai monfalconesi», afferma Mohammad Hossain Mukter.
Rossella de Candia