Il Piccolo, 18 gennaio 2009 
 
IL CONSOLE DELLA COMPAGNIA PORTUALE ROMANO: «ERA PRUDENTE E METICOLOSO»  
Operaio stritolato alla Burgo di Duino  
Mauro Burg, 49 anni, era di Terzo di Aquileia. È finito nella sega circolare che taglia i tronchi
  
 
di CORRADO BARBACINI

È finito nella sega circolare utilizzata per tagliare i tronchi degli alberi. È morto così, fatto a pezzi dalle lame, un operaio di 49 anni.
Si chiamava Mauro Burg, abitava a Terzo di Aquileia. Lascia la moglie e due figli. L’infortunio è avvenuto ieri pomeriggio all’interno dell’area della Cartiera Burgo di Duino.
Mauro Burg non era un dipendente della Burgo, ma della Compagnia portuale di Monfalcone. Lavorava in pratica da «esterno». Il taglio dei tronchi utilizzati per produrre la carta è una fase della produzione che qualche anno fa, in una delle tante ristrutturazioni attuate nell’industria di Duino, era stata esternalizzata anche nell’ottica del contenimento dei costi.
L’impianto era stato ceduto dalla Burgo alla Compagnia che appunto si era impegnata a fornire il prodotto pronto per essere lavorato: era nata insomma una piccola fabbrica nella grande fabbrica, una sorta di service, situato però ben lontano dai capannoni in cui si trovano le vasche e i rulli dove viene arrotolata la carta.
Ieri pomeriggio Mauro Burg aveva il suo turno di lavoro. «Era prudente e meticoloso», ricorda con la voce rotta dall’emozione Franco Romano, console della Compagnia portuale di Monfalcone. «Da anni svolgeva con impegno il suo compito».
L’impianto in cui è avvenuta la disgrazia è una struttura metallica arrugginita, dall’aspetto vecchio e poco rassicurante. Alta una decina di metri, è collegata con un nastro trasportatore che a sua volta parte dai binari ferroviari. Per arrivarci non ci sono strade asfaltate, ma avallamenti nel fango.
Su quel nastro passano i tronchetti di legno che arrivano alla Cartiera sui vagoni ferroviari che a loro volta giungono dal porto di Monfalcone. I pezzi di legno vengono separati a mano secondo la lunghezza: quelli che superano il metro finiscono nella sega circolare. Questo perché gli impianti interni della Cartiera accettano solo tronchi di un metro.
Ieri alle 15.30 Mauro Burg era lì su una piccola piattaforma: sotto di lui le lame della sega giravano a tutto ritmo. Poi l’uomo è caduto in avanti ed è stato trascinato dalle lame. Il fragore dell’impianto ha coperto le sue urla. Nessuno si è accorto di quanto stava succedendo. Pochi istanti dopo quello che rimaneva del suo corpo è finito nel cassone di un camion. Assieme ai pezzi di legno. Una fine orribile, incredibile, assurda.
Solo dopo qualche minuto i colleghi di lavoro (la squadra è composta da sei persone tutte dipendenti della Compagnia portuale) si sono accorti che Burg non era più al suo posto. Hanno guardato con attenzione, lo hanno chiamato. E hanno scoperto la tragica fine del loro collega.
Come è possibile che sia accaduta una disgrazia simile? Ieri se lo chiedevano tutti, carabinieri, polizia, tecnici del servizio antinfortunistica dell’Azienda sanitaria e vigili del fuoco. Fino a sera hanno controllato il mostro di metallo che a guardarlo fa pensare a un rudere preindustriale, una specie di struttura abbandonata in mezzo al fango e ai detriti, non certo a un impianto degno di una fabbrica moderna.
La zona è stata illuminata dalle fotoelettriche. Gli investigatori hanno esaminato il funzionamento delle lame della sega. Le lame avrebbero dovuto fermarsi in circostanze come questa. Il sistema di sicurezza si sarebbe dovuto attivare. Ma non è successo: le lame hanno continuato a girare agganciando il corpo di Mauro Burg.
Racconta ancora sconvolto il console Franco Romano: «Eppure quell’impianto era stato controllato la mattina stessa e funzionava regolarmente. Si sarebbe dovuto fermare…» Non aggiunge altro. Con lui ci sono i colleghi di Mauro Burg. Si dividevano i compiti: uno stava sul camion, gli altri quattro impegnati a controllare strutture vicine.
Il pm Giuseppe Lombardi è salito sulle scale di metallo arrugginito fino alla piattaforma dove lavorava Mauro Burg. Si è trattenuto a lungo. Ha parlato con tutti i presenti. «Ho sequestrato l’impianto», ha detto in seguito uscendo dalla fabbrica. Ha aggiunto: «Bisognerà fare altre verifiche, bisognerà capire perché le lame non si sono fermate».
Interrogati, i colleghi di lavoro di Mauro Burg hanno spiegato esattamente ai carabinieri e ai tecnici dell’Azienda sanitaria le modalità operative. Ma gli investigatori stanno anche cercando di ricostruire gli ultimi istanti di vita della vittima. Da 15 anni, quando cioè era stato assunto, il suo era un lavoro frenetico che seguiva il ritmo veloce e incessante della macchina. 
 
AVEVA DA POCO RISTRUTTURATO LA SUA CASA NATALE  
Paese sotto choc: «Un uomo d’oro»  
Lascia la moglie e due figli, un ragazzo di 16 anni e una bambina di 8 
L’operaio era stimato da tutti per la sua serietà e umanità
 
 
Un intero paese straziato. A Terzo di Aquileia la notizia della morte di Mauro Burg, 49 anni, rimasto vittima ieri pomeriggio di un drammatico infortunio sul lavoro, alla Cartiera Burgo di Duino-Aurisina, è piombata con tutto il suo crudele peso, suscitando profondo dolore e incredulità. A pochi mesi da un’altra profonda ferita, un infortunio sul lavoro, nel maggio scorso a Castions di Strada, nel quale aveva perso la vita un altro cittadino di Terzo, il 40enne Enzo Barone. E ieri una nuova sofferenza indicibile ha attraversato il piccolo centro della Bassa friulana, scuotendo la comunità e la frazione di San Martino, dove il giovane uomo era stimato e apprezzato non solo per le sue capacità e serietà professionali, ma anche e soprattutto per la sua umanità, per la sua grande bontà d’animo.
Mauro Burg era estremamente legato alla propria famiglia. La sua vita era la famiglia, per la quale aveva profuso con tanto amore e orgoglio tutte le energie, dedicandole ogni momento disponibile. Una famiglia unita, la moglie Biancarosa Antonelli, di 43 anni, e i suoi figli, un ragazzo di 16 anni, studente, e una bambina di 8 anni, che frequenta le elementari. Nella stessa classe, peraltro, della figlia del sindaco, Fulvio Tomasin, che ieri, appresa la tragedia, s’è stretto attorno ai congiunti, raggiungendo nel tardo pomeriggio l’abitazione di via Giuseppe Verdi 12, per testimoniare personalmente il dolore e l’affetto della comunità.
In paese, ma anche a Monfalcone, tra i colleghi e i dirigenti di lavoro, il ricordo è univoco: Mauro era un uomo d’oro, sempre disponibile, dal carattere estremamente buono. Una persona di sani principi e di grande forza interiore. Le parole non bastano per poterlo ricordare come meritava la sua estrema dignità. Parlavano invece gli sguardi, ieri, in paese, e il doloroso riserbo per far capire che non solo la famiglia, ma l’intera comunità aveva perso una preziosa risorsa umana.
Con grande forza e coraggio aveva affrontato le non poche difficoltà che avevano messo a dura prova la famiglia. Con estrema dedizione, delicatezza e tanto amore aveva dedicato tutta l’attenzione possibile per fronteggiare i seri problemi di salute che avevano colpito la moglie. Solo da poco tempo era tornata la serenità, grazie alle migliorate condizioni della congiunta.
Mauro Burgo era anche un grande e capace lavoratore. Con l’aiuto di Biancarosa, aveva da poco ristrutturato completamente l’abitazione di San Martino, laddove peraltro era nato.
Alla Compagnia portuale di Monfalcone vi lavorava da circa 30 anni. Tra i colleghi e i dirigenti l’affiatamento, lo spirito di collaborazione e l’affetto era quello di una famiglia.
Ieri nel tardo pomeriggio l’abitazione di via Verdi era invasa dai parenti. Dolore e silenzio imponevano il rispetto di fronte a quell’immensa tragedia.
L’amico Sandro, lo strazio nel cuore, non si dava pace: «L’ho visto proprio questa mattina alle 11 – ha raccontato – quando Mauro è venuto a casa mia per portarmi sua figlia, prima di andare a lavorare. Assieme alla mia bambina, che sono in classe assieme, le dovevo portare a catechismo. Gli ho chiesto come andava, mi aveva risposto che tutto procedeva bene. Quella risposta non poteva che farmi piacere, se lo meritava davvero, dopo tante tribolazioni. La situazione s’era rasserenata. Avevano appena ultimato i lavori della casa. E ora questo destino atroce. Mauro era una persona meravigliosa, come la sua famiglia. Non è giusto, non può essere vero». 

L’AUTOPSIA DOVRÀ SGOMBRARE IL CAMPO DA OGNI DUBBIO  
Servola, il pm chiede anche l’analisi tossicologica
 
 
di CLAUDIO ERNÈ

Medici legali ed esperti di sicurezza aziendale.
E’ affidata alle conoscenze di queste due categorie di professionisti l’inchiesta sulla morte di Dusan Poldini, l’operaio di 37 anni straziato sette giorni fa da una gru in movimento sulla banchina della ferriera di Servola. Altrettanto accadrà nelle prossime ore nell’indagine che il pm Giovanni Lombardi ha aperto sul decesso di Mauro Burg, 49 anni, l’operaio fatto a pezzi dalle lame di un macchinario della cartiera Burgo di Duino.
I consulenti, i periti, gli esperti, una volta concluse le loro analisi riferiranno al magistrato inquirente, ai difensori degli indagati e a quelli delle famiglie degli uccisi. Le inchieste coinvolgono anche alcuni aspetti personali: in sintesi le malattie pregresse degli operai uccisi. Il pm ha infatti chiesto al medico legale Fulvio Costandinides di determinare l’eventuale influenza sull’incidente di lunedì scorso di una eventuale sofferenza cardiaca, di una crisi ipoglicemica. Questo pur in presenza di dati estremamente chiari sulla dinamica della morte di Dusan Poldini.
Lo scopo dell’iniziativa è chiaro. La Procura vuole sgombrare il campo da illazioni sempre possibili, da dubbi, da incertezze. E’ già accaduto in passato che alcune aziende si siano difese nei processi assieme ai loro dirigenti, facendo affermare ai loro avvocati che «l’operaio morto non doveva essere in quel punto dello stabilimento, che non aveva indossato il casco e forse aveva bevuto».
Le analisi tossicologiche e l’autopsia dovranno chiarire questi aspetti per consegnare poi al magistrato un quadro completo della situazione. Gli esperti di sicurezza aziendale stanno invece esaminando dati molto diversi. Come è stato organizzato il lavoro nello stabilimento? Perché Dusan Poldini e chi gestiva sulla banchina l’attività delle gru, non erano collegati via radio? Chi ha ordinato a Poldini di lubrificare il meccanismo su cui si muove il contrappeso della gru nel momento in cui la benna solleva dalla nave il carbone? Su questo meccanismo si deposita del polverino, spinto dal vento e giocoforza, per poter continuare a operare, la gru ha bisogno di lubrificazione.
In altri termini va compreso perché nelle procedure aziendali queste operazioni possano essere effettuate mentre la gru è operativa e non prima della sua entrata giornaliera in servizio. I tecnici della sicurezza chiamano questi rischi «interferenziali», nati cioè da azioni combinate: in questo caso dallo scarico del carbone e dalla necessità di lubrificazione della gru. In sintesi l i consulenti tecnici dovranno capire se la ferriera ha addestrato adeguatamente il suo personale, l’ha formato rispettando le norme del Testo unico dell’aprile 2008, l’ha informato dei rischi. «Non basta affiggere un volantino alla bacheca, serve molto di più» hanno detto i tecnici. Sia per la ferriera, sia per la cartiera. Vi è poi un altro aspetto di rischio. Di fronte alla crisi economica ormai evidente potrebbe accadere che molte aziende in difficoltà investano poco o nulla più in sicurezza, si affidino a lavoratori interinali, addestrati male e poco informati. Ed esiste anche la possibilità che alcune società esternalizzino tutto ciò che è possibile esterenalizzare allo scopo di abbattere i costi. Anche questa è crisi ed è chiaro chi la sta pagando con la vita. 

POCHI ORDINATIVI  
Alla Linea 1 cassa integrazione prolungata al 25
 
 
Gli operai della Linea 1 non torneranno a lavorare nemmeno domani. La Cassa integrazione ordinaria, determinata dall’assenza di ordinativi sulla carta, proseguirà infatti fino al 25 gennaio. Lo ha riferito la direzione alle Rsu: «Qualche ordine – ha spiegato Valle (Ugl) – è pervenuto ma è stato dirottato su Villorba e sulla Linea 2. La preoccupazione resta: martedì incontreremo il sindaco».

PARLANO I COLLEGHI DI LAVORO STRAZIATI DALLA TRAGEDIA  
«La macchina doveva fermarsi»  
Indette 10 ore di sciopero immediato, una giornata di lavoro devoluta alla vedova
 
 
di TIZIANA CARPINELLI

«Non si può entrare in fabbrica e non uscirne mai più». Lo ripetono, come un disco rotto, i sindacalisti della Cartiera Burgo. Eppure ieri, nella nostra regione, per la terza volta in soli sei giorni, un uomo ha timbrato il cartellino senza fare ritorno alla sua casa. Il capo squadra della Compagnia portuale di Monfalcone Mauro Burg, 49 anni, padre di due figli, è morto nella zona brulla del Parco legna della Cartiera Burgo. La sua vita si è spezzata alle 15 di un sabato qualunque, tranciata dalle lame, schiacciata dai tronchi.
Sotto choc lo stabilimento di San Giovanni in Tuba, colpito prima dalla tragica scomparsa di Dusan Poldini – il giovane deceduto lunedì alla Ferriera di Servola che in passato aveva eseguito manutezioni al carroponti dell’impianto duinese – e poi tramortito dall’incidente di ieri. Ma immediata la risposta delle maestranze: dieci ore di sciopero fino alle 6 di stamattina, quando la produzione verrà riavviata. Ciò in attesa di ricevere chiarimenti sulla dinamica dell’episodio e per testimoniare la solidarietà alla famiglia della vittima, che risiedeva in una frazione di Terzo di Aquileia, a San Martino.
«Non si può entrare in fabbrica, timbrare il cartellino, e non uscirne mai più – esordisce Adriano Valle, rappresentante dell’Ugl nelle Rsu della Burgo -: tutti assieme, lavoratori e sindacati, ci stringiamo attorno alla famiglia di Mauro e ai suoi colleghi. Dopo la prima astensione dal lavoro, proclameremo una giornata di sciopero bianco da devolvere alla vedova». «Siamo travolti da questa tragedia, che ci investe tutti – conclude -: si esce la mattina dall’abitazione e non si sa se si farà rientro: è lo stress costante con cui gli operai sono costretti a convivere. Il 2009 è iniziato malissimo: tre morti in meno di una settimana: a ricordarci che il pericolo è sempre lì, dietro l’angolo». L’ultima disgrazia appena tre giorni fa: un operaio è morto travolto dalla segatura mentre scaricava un silos in Friuli.
«Qualcosa non ha funzionato – afferma Flavio Dambrosi, segretario Cisl-Fistel -, ma prima di fare supposizioni bisogna capire cosa è avvenuto. Questo compito spetta alla magistratura, non a noi che attendiamo risposte. Queste morti, indipendentemente dalle modalità con cui si sono verificate, sono fatti gravissimi. Il monito è a continuare, sempre e non solo dopo le tragedie, a parlare di sicurezza, a investire sulla formazione». «Abbiamo chiesto subito un tavolo con l’azienda per conoscere i livelli di sicurezza del Parco legna – annuncia Luca Mian, Rsu Uil -, ma non solo. Il nuovo decreto sulla sicurezza prevede infatti che anche l’ente appaltante sia presente nei luoghi dell’attività. Siamo sconvolti: la perdita di una vita umana fa passare in secondo piano la crisi globale che ha investito il settore». «La macchina su cui lavorava è dotata dei dispositivi di sicurezza – conclude Maurizio Goat, Rsu Cgil -. La sega doveva fermarsi, ma sul perchè non si sia fermata non è possibile dire nulla, poichè il fatto è in via di accertamento. Noi abbiamo richiesto un tavolo per verificare la sicurezza nelle aree in cui lavorano gli operai delle ditte in appalto, più a rischio rispetto 

IL VICEPRESIDENTE: «È IL MOMENTO DEL CORDOGLIO»  
LA VITTIMA  
La Compagnia portuale gestisce da 14 anni il reparto segheria 
Una professionalità costruita in 30 anni
 
 
di LAURA BORSANI

È Mario Burg lavorava alle dipendenze della Compagnia portuale di Monfalcone da circa 30 anni. Era capace, esperto. Operava nell’ambito del «parco legno» della Cartiera Burgo. La Compagnia portuale da diversi anni aveva in dotazione la gestione del reparto segheria, il comparto specializzato nella sgrezzatura della materia prima destinata poi alla lavorazione nello stabilimento per la produzione della carta. Di fatto rappresenta la prima fase produttiva del trattamento del legno che in quest’area giunge in tronchi lunghi uno-due metri. Qui il materiale viene tagliato, per poi essere inviato alle vasche e quindi approdare all’impianto per la successiva lavorazione. La collaborazione tra la Compagnia portuale e la Cartiera s’è consolidata nell’arco di 14 anni di attività, improntata alla bontà e all’efficenza dei rapporti. Il 49enne di Terzo di Aquileia ieri era assegnato al suo turno pomeridiano, operatore addetto al taglio dei tronchetti, alla guida dell’imponente impianto di segatura automatica. Un impianto, è stato spiegato, dotato degli opportuni sistemi di sicurezza, provvisto pertanto di dispositivi necessari a bloccare l’intero cliclo di lavorazione di fronte all’insorgere di qualsiasi anomalia. Saranno le indagini, affidate ai carabinieri, a chiarire le esatte circostanze del tragico infortunio e a spiegare cosa possa essere accaduto. Ieri il sindaco di Duino-Aurisina, Giorgio Ret, lo ha voluto sottolineare: «Quanto è successo è un evento drammatico, che nessuno avrebbe mai pensato potesse accadere. Il reparto segheria è sempre stato considerato un luogo sicuro». Il primo cittadino ha altresì osservato: «Auspico che l’incontro di martedì in Comune con il direttivo della Cartiera e le organizzazioni sindacali, convocato pera affrontare il problema della cassa integrazione, non venga cancellato». Intanto, dalla Cartiera Burgo la direzione ha fatto sapere di non voler rilasciare alcuna dichiarazione. Riserbo alla Compagnia portuale, dove tra i compagni di lavoro, ma anche tra i dirigenti, il presidente Franco Romano e il vice presidente Riccardo Scaramelli, lo choc e il dolore richiedevano il dovuto rispetto. C’è un momento per le spiegazioni di carattere tecnico, ha osservato il vice presidente, che non verrà negato, affidandosi comunque ai dovuti accertamenti inquirenti. Ma ora è il momento del silenzio e del cordoglio: «Una tragedia di queste proporzioni rappresenta un lutto cittadino – ha spiegato Scaramelli -. Il rispetto e il dolore umano per la perdita di un lavoratore non possono che avere la priorità. Questo è il momento per esprimere il cordoglio e l’affetto nei confronti dei famigliari di Mauro Burg. È il momento di essere vicini ai congiunti e ai colleghi tutti. È giusto e opportuno che, in questa drammatica circostanza, ognuno si mantenga nella condizione di poter dire ”no comment”».
 
UNA LUNGA LISTA DI INFORTUNI NELLA STORIA DELLO STABILIMENTO DUINESE  
Nel 1980 morirono in tre soffocati dai gas tossici
 
 
di ELISA COLONI

Due agosto 1980. La Cartiera del Timavo è teatro di uno dei più spaventosi incidenti che la nostra Provincia ricordi. Tre operai, Oscar Clemente, Fabio Conte e Alessandro Agostinello, perdono la vita mentre stanno pulendo un enorme tino del reparto pasta-legno. I tre dipendenti della cooperativa facchini San Giacomo vengono uccisi dai vapori tossici sprigionati dai residui fangosi depositati sul fondo della vasca, di 600 metri cubi. Altri quattro colleghi riportano lesioni gravissime, ma riescono a sopravvivere.
È uno shock. Non solo per le famiglie delle vittime, per il direttivo dello stabilimento, per i vertici e i sindacati. Ma per un’intera comunità. Per quel drammatico infortunio sul lavoro vengono condannati, a due anni e sei mesi ciascuno, due dirigenti della Cartiera del Timavo, accusati di omicidio colposo plurimo.
Quello fu l’incidente più grave che accadde all’interno dello stabilimento duinese. Ma, purtroppo, gambe maciullate, mani schiacciate, rovinose cadute, sono numerose nella biografia della Cartiera Burgo. Un evento gravissimo accadde, ad esempio, nel 1987, quando una dipendente monfalconese di 37 anni, Maria Paola Lazzari, rimase con la mano intrappolata in una macchina situata in un locale della Cartiera poi smantellato. La donna subì l’amputazione quasi totale dell’arto mentre stava lavorando su un’impaccatrice di risme di carta. Una risma si era infatti disposta irregolarmente sul rullo. La donna aveva allora tentato di risistemarla, ma il rullo si era improvvisamente rimesso in moto, agganciando i vestiti dell’operaia e intrappolando la sua mano.
Nel 1994 un altro grave infortunio. Un giovane operaio ronchese, il ventunenne Dino De Pace, riportò lo spappolamento della gamba. Il ragazzo rimase per due ore con la gamba ridotta a brandelli imprigionata dentro il rullo di una macchina avvolgitrice.
Nello stesso anno un altro operaio riportò uno schiacciamento del piede destro. E ancora, due anni dopo, nel ’96, un ennesimo gravissimo infortunio: un altro giovane, Pierpaolo Barcese, 22 anni, di Turriaco, dipendente di una ditta di serramenti, si schiantò al suolo da un’altezza di 5 metri. L’uomo stava sistemando alcuni infissi, arrampicato su una scala mobile, quando perse l’equilibrio, schiantandosi al suolo e riportando ferite gravissime.