Il Piccolo, 20 gennaio 2009
Silenzi colpevoli nella tragedia amianto
Un libro dalla tesi di laurea di Enrico Bullian. Prefazione di Casson e Pizzinato
L’amianto è stato messo al bando nel 1992 in Italia, ma la sua pericolosità era nota da decenni e, soprattutto, il minerale killer non è ancora scomparso del tutto, nonostante le numerose bonifiche, tanto vasto fu il suo impiego. Non è scomparso all’interno delle persone che lo respirarono essendovi esposti per motivi di lavoro e la cui salute continua a essere a rischio. Di questa tragedia che investe il territorio monfalconese, ma anche altre zone d’Italia, il monfalconese Enrico Bullian, 25 anni, ha analizzato a fondo le cause, le statistiche, le origini e gli effetti, costruendo una tesi di laurea da cui è scaturito il libro «Il male che non scompare», edito da «Il Ramo d’Oro» e introdotto dagli interventi dei senatori Felice Casson e Antonio Pizzinato. «In Italia, solo dall’inizio degli anni ’90 si comincia a diffondere una presa di coscienza pubblica sull’emergenza amianto – sottolinea Bullian, laureato in Storia contemporanea all’Università di Trieste e al suo secondo mandato di consigliere comunale a San Canzian con delega speciale all’amianto -, sulle malattie gravissime che causa, sui lutti che provoca. Questa percezione del rischio asbesto arriva con troppi anni di ritardo rispetto alle ricerche scientifiche internazionali che evidenziavano il problema e prevedevano la futura esplosione epidemiologica delle patologie asbesto correlate nelle aree in cui si faceva un uso più intenso del materiale». Solo il consistente numero di decessi sensibilizzò il legislatore e parte dell’opinione pubblica, sottolinea Bullian nelle conclusioni del suo libro, che ricorda il silenzio che circondò l’uso e gli effetti devastanti dell’impiego dell’amianto. «Già negli anni ’60 alcuni ricercatori lanciarono l’allarme – sottolinea Bullian -, restando inascoltati, sulla pericolosità per l’uomo dell’esposizione alle fibre, sulla loro natura cancerogena e sui lunghi periodi di latenza. Anche ai giorni nostri la conoscenza del problema è relativa e si concentra solo in alcune aree, che corrispondono grossomodo alle zone interessate dai grandi stabilimenti industriali, nonostante il minerale sia presente in quantità considerevole su tutto il territorio nazionale».
La responsabilità della prolungata inazione va addebitata alla politica, agli organi ispettivi, ma anche alle «incertezze dei sindacati che troppo spesso hanno barattato posti di lavoro a scapito della salute futura degli stessi operai. Infine, i lavoratori, che sebbene fossero ignari dei rischi, avrebbero potuto informarsi adeguatamente sulle sostanze che manipolavano – afferma Bullian – perlomeno dalla seconda metà degli anni ’70, per preservare il diritto universale e inalienabile alla salute, sancito nelle carte costituzionali di numerosi Paesi, avviando mobilitazioni mirate a ottenere ciò che invece verrà raggiunto solamente nel 1992. Ciò non toglie che le responsabilità dei vertici della società siano infinitamente superiori a quelle del singolo operaio che non si è sufficientemente documentato sul materiale che manipolava». L’emergenza, in ogni caso, secondo Bullian, che collabora da tempo con l’Aea, appare tutt’altro che risolta, perché ci sono ancora molte fonti di esposizione indiretta e le bonifiche dei siti ove l’asbesto è presente in varie applicazioni non sempre hanno raggiunto risultati di sicurezza ambientale e i picchi di mortalità per le patologie sono previsti in Italia e in Europa intorno al 2020. (la. bl.)





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