Il Piccolo, 24 luglio 2009
LE REAZIONI LOCALI AL RINVIO A GIUDIZIO DEI VERTICI DELL’ETERNIT
Amianto, tutta la città deve essere risarcita
L’avvocato Genovese: il processo di Torino indica la strada per chiedere un indennizzo collettivo
«Anche qui deve farsi avanti un concetto di giustizia più ampio che tenga conto della globalità dei danni»
Per Bevilacqua è una vittoria la citazione a giudizio della Fincantieri da parte del Tribunale di Gorizia
di LAURA BORSANI
La multinazionale dell’Eternit a processo a Torino per le morti da amianto, il prossimo dicembre, dopo il rinvio a giudizio degli ultimi responsabili, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis De Cartier De Marchienne, per disastro doloso e rimozione volontaria di cautele. La Procura torinese ha accertato 2191 vittime dell’amianto tra il 1952 e il 2008 nelle varie sedi della multinazionale, delle quali quella di Casale Monferrato rappresenta la fabbrica che ha provocato più morti. Una «pagina storica», l’ha definita il procuratore che si occupa del procedimento, Raffele Guariniello. In dibattimento saranno ben 5700 le parti lese, tra familiari delle vittime e malati. Un risultato al quale da Monfalcone si guarda con particolare attenzione. Ritenuto un esempio da perseguire sotto il profilo del principio di giustizia considerato nell’accezione più ampia del danno provocato. Lo spiega l’avvocato Luigi Genovese che rappresenta la Fiom-Cgil costituitasi parte civile in uno dei processi intentati nei confronti di Fincantieri e di altre ditte in appalto. «Il processo di prossima apertura a Torino nei confronti della Eternit – esordisce il legale – rappresenta il secondo procedimento aperto a Casale Monferrato. Il primo si concluse con una transazione che l’azienda produttrice di amianto aveva concordato con le parti civili. Se a Casale Monferrato l’amianto si produceva, qui si utilizzava, con danno ai lavoratori, ma anche a quanti, come le mogli dei dipendenti, venivano a contatto con la fibra. Il procedimento torinese è improntato sulla generalità dei danni provocati dall’amianto, mentre i nostri processi riguardano i casi specifici, legati ai decessi accertati, per i quali saranno appurate le eventuali responsabilità». Il caso di Casale Monferrato, dunque, per il legale, è importante proprio perchè viene affrontata la questione-amianto partendo da un principio di giustizia e di tutela ”collettivo”, tenendo conto anche del danno ambientale. «Premesso che vi sono danni irrimediabili – continua il legale -, c’è un principio di fondo che va rispettato e che chiama in causa molteplici aspetti, dalla prevenzione e la sicurezza sul lavoro e per quanti vivevano accanto alle vittime, allo stesso danno ambientale che gravava attorno al cantiere. Certo ora – tiene conto l’avvocato Genovese – nei nostri processi si fanno avanti le parti civili anche istituzionali, e questo è un ulteriore passo avanti nel riconoscimento più complessivo della problematica. Il caso di Casale dunque insegna a perseguire proprio un principio di giustizia più ampio».
L’avvocato Paolo Bevilacqua, che peraltro ha citato in giudizio la Fincantieri Spa quale responsabile civile in relazione alle morti da amianto nell’ambito di uno dei processi dove partecipa in veste di rappresentante di parte civile, ritiene da parte sua che la giustizia nel nostro territorio ha comunque «aperto una porta principale, nella quale stanno confluendo molte indagini e investigazioni. La magistratura – ha continuato Bevilacqua – è tuttavia sempre stata sensibile soprattutto nei confronti del fenomeno-amianto. Sta perseguendo questioni che sembravano limitate alla semplice prevenzione di carattere generale». Secondo l’avvocato, «c’è un ritorno preventivo alla salute che servirà anche da monito per il futuro».
«Verso una cultura della prevenzione»
L’Associazione esposti vicina moralmente al Comitato di Casale
Da Monfalcone rimbalza fino in Piemonte l’eco in una sorta di ”solidarietà morale” che, sul fronte della sicurezza sul lavoro, e in particolare sulle morti da amianto, ha macinato la sua lunga e travagliata storia. Con il Comitato di Casale, peraltro, non mancano i contatti, attraverso l’Associazione esposti amianto cittadina. Si guarda così al processo di Torino come a un forte segnale di attenzione e di ”presa di coscienza” sul fenomeno-amianto. Un arricchimento anche sotto il profilo della crescita e del consolidamento di una vera e propria cultura della prevenzione e della sicurezza sui posti di lavoro. Lo osserva Davide Bottegaro, dell’Aea, che, peraltro, evidenzia un altro aspetto, guardando alla nostra realtà, in relazione ai procedimenti civili. «I procedimenti civili, per quanto concerne il nostro territorio – spiega -, sono lontani da una sentenza vera e propria. La prima causa civile intentata come associazione risale al 2005. La sentenza giungerà, forse, nel 2010. L’Aea, tuttavia, invita da tempo quanti intentano processi penali a procedere anche in termini civili». Il rappresentante dell’associazione monfalconese evidenzia ancora: «Nei procedimenti penali, attualmente il Tribunale richiede l’anticipo delle spese peritali diviso a metà tra l’azienda chiamata in causa e i familiari delle vittime, quando prima invece venivano anticipate solo dalla parte più forte».
Bottegaro quindi lo sottolinea: «La magistratura sta prendendo atto del tragico fenomeno legato all’esposizione da amianto e sta lavorando. Questo grazie anche all’attenzione posta dal Presidente della Repubblica. Il caso di Torino ci rende oltrechè solidali, moralmente più forti. Abbiamo peraltro da tempo un rapporto di vicinanza con il Comitato di Casale, ospite anche alla conferenza nazionale sull’amianto tenutasi a Monfalcone». Bottegaro aggiunge: «Si sta facendo largo una sensibilità diversa sulla sicurezza del lavoro, come deve essere in un Paese civile. Il costo sociale, peraltro, dato dagli effetti dell’amianto è altissimo. La prevenzione e la sicurezza sul lavoro rappresentano un enorme risparmio per la collettività e per le stesse aziende».
Il presidente onorario dell’Aea, Duilio Castelli, offre la sua personale riflessione: «Il procuratore Guariniello è un magistrato investigativo nella ricerca della verità dei fatti. Come l’ex procuratore di Trieste, Beniamino Deidda, che, grazie ad un pool tecnico e investigativo, in pochi mesi ha istruito il procedimento in ordine ai fascicoli che ha avocato a sè. Deidda è stato assegnato ad altra Procura. Mi auguro che non possano intervenire nuovi rallentamenti».





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