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Il Piccolo, 25 settembre 2009
SONO 47 I MESI DI TEMPO PREVISTI PER OTTENERE L’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE
Centrale, ”A2a” frena la riconversione a gas
Avviato un ripensamento del progetto da 400milioni di euro ereditato dalla precedente proprietà
di LAURA BLASICH
La riconversione a metano dei due gruppi a olio combustibile della centrale termoelettrica di Monfalcone frena. La nuova proprietà dell’impianto, la lombarda ”a2a”, ha deciso di effettuare una revisione generale del progetto, già autorizzato dal ministero dell’Ambiente, per quel che riguarda gli aspetti finanziari ed esecutivi, ma non solo. La società conferma di aver avviato un ripensamento anche sul tracciato del gasdotto di collegamento di 17 chilometri tra la rete Snam a Villesse e la centrale termoelettrica, che aveva ottenuto tutti i via libera necessari in campo ambientale. Il nuovo percorso del metanodotto, secondo le intenzioni di ”a2a, sarà migliore sotto il profilo degli impatti rispetto al precedente, che avrebbe dovuto transitare in zona carsica tra Ronchi dei Legionari e Monfalcone, ma ogni variante al progetto originario dovrà però essere autorizzata. La società lombarda ha pure chiarito di aver previsto la realizzazione del nuovo ciclo combinato da 815 megawatt entro il 2013, cioè entro il tempo massimo concesso dal ministero dell’Ambiente nell’Autorizzazione integrata ambientale dell’impianto energetico di Monfalcone rilasciata a fine marzo alla precedente proprietà, E.On.
Una modifica sostanziale del progetto potrebbe però riaprire questo termine e allungare ancora la realizzazione di un intervento atteso da anni a Monfalcone e dal territorio circostante, mentre in tasca l’Aia, la società avrebbe potuto ottenere il decreto autorizzativo del ministero dello Sviluppo economico alla costruzione dei ciclo combinato nell’arco di qualche mese per poi dare il via ai lavori in breve tempo.
Un passaggio questo che la società, stando a indiscrezioni, avrebbe per il momento stoppato proprio a fronte dell’intenzione di verificare l’operazione, da 400 milioni di euro, nel suo complesso. «Non c’è alcun blocco del progetto – chiarisce in ogni caso il direttore della centrale termoelettrica di Monfalcone, ingegner Luigi Manzo -, ma c’è un rallentamento dovuto al cambio di proprietà. ”A2a” vuole definire appalti e aspetto finanziario, insomma effettuare una revisione generale del progetto. C’è un ripensamento in atto sul tracciato definitivo del gasdotto, perché si stanno studiando soluzioni meno impattanti del progetto che ha già completato il suo percorso autorizzativo». Tutte le varianti, come conferma il capocentrale, dovranno però essere riautorizzate. La società fa comunque i conti con l’Aia che è di 47 mesi per i gruppi 3 e 4 a olio combustibile, che non saranno quindi più autorizzati a operare, salvo proproghe, scaduto questo termine, concesso in attesa della realizzazione del ciclo combinato. La proprietà dell’impianto termoelettrico ha di fatto preso tempo anche con i rappresentanti sindacali di categoria, con cui c’è stato un primo incontro proprio in questi giorni. Il confronto è stato riaggiornato a ottobre-novembre, quando «la società dovrebbe essere in grado di meglio precisare il proprio piano industriale», come riferisce il segretario regionale della Filcem-Cgil, Gianfranco Comparone. Proprio sul piano industriale e sulle relative ricadute occupazionali i sindacati avrebbero voluto comunque già aprire la discussione con la nuova proprietà. L’amministrazione comunale dal canto suo al momento rimane ferma al progetto autorizzato dal ministero dell’Ambiente. «Non abbiamo indicazioni diverse – afferma l’assessore comunale all’Urbanistica Massimo Schiavo -. Anzi c’è stato un confronto con ”a2a sull’assetto della rotatoria tra via Terza Armata, via Timavo e la strada di accesso all’impianto attraverso che dovrà consentire il transito dei componenti, di grandi dimensioni, della nuova sezione a gas».
Con l’uso del metano smog ridotto del 30%
Cinque anni fa il protocollo d’intesa per la trasformazione
L’abbandono dell’olio combustibile a favore del metano nella centrale termoelettrica di Monfalcone, così da ridurre le emissioni inquinanti del 30%, è un obiettivo che Monfalcone insegue da anni.
Tramontata nel 1996 l’ipotesi Snam, che assieme al rigassificatore avrebbe portato anche una trasformazione a ciclo combinato dell’impianto allora di proprietà Enel, un punto fermo sulla riconversione è stato posto poi solo otto anni dopo, nel 2004. Sono quindi trascorsi già oltre 5 anni dalla sigla del protocollo d’intesa tra Regione, Provincia, Comune ed Endesa Italia, subentrata a Enel nel 2001 e che alle pressioni del territorio si è piegata dopo aver comunque tentato la strada del “tutto carbone”. A fronte della ferma posizione di contrarietà assunta anche dalla Regione e non solo dal Comune, Endesa alla fine accettò di sottoscrivere un patto con il territorio che includeva non solo la creazione del ciclo combinato, ma anche la realizzazione dei nuovi desolforatori delle due sezioni a carbone. Un’operazione questa da 70 milioni di euro e che si è¨ conclusa del tutto nel corso di quest’anno, con l’entrata a regime dei due “desox”, dai quali è attesa una riduzione delle emissioni di biossido di zolfo da 1.700 a 650 microgrammi per metro cubo.
Endesa avviò subito anche il percorso autorizzativo della riconversione a metano, incappando però in un primo stop del ministero dell’Ambiente nell’ottobre del 2005. Il ministero non accolse infatti la richiesta di esclusione dalla Via avanzata da Endesa, ritenendo il progetto di riconversione troppo ”importante” per poter essere esentato, a differenza di quello per l’ambientalizzazione dei due gruppi a carbone, che si è appunto conclusa. L’iter autorizzativo è stato poi preso in carico da E.On per il periodo di transizione tra Endesa e A2a, che ha ottenuto l’impianto dopo l’acquisizione della società spagnola da parte di Enel. Proprio E.On ha ottenuto l’Autorizzazione integrata ambientale da parte del ministero dell’Ambiente che comprende anche la riconversione a metano. In questi anni il rione circostante l’impianto ha intanto continuato a convivere con ricadute e inquinamento acustico. (la. bl.)
Il Piccolo, 26 settembre 2009
Il rione vuole lo stop dei due gruppi a olio
Giorgio Brandolin interroga sul rischio nucleare in città
Il consigliere regionale del Pd Giorgio Brandolin torna alla carica sull’ipotesi di una centrale nucleare a Monfalcone. «Ho presentato una nuova interrogazione – afferma Brandolin – perché dopo le elusive risposte del febbraio scorso alla prima interrogazione su questa scellerata ipotesi, recentemente sono apparse nuove dichiarazioni del ministro Scajola su tempi e modalità di realizzazione delle nuove centrali che, anticipa, saranno centrali di terza generazione da progettare entro il 2013 e avviare entro il 2020. In un articolo del più importante quotidiano economico italiano – continua Brandolin – il ministro prefigura tempi rapidi per fissare i criteri per la localizzazione delle nuove centrali e nella mappa dei siti possibili a corredo dell’articolo compare anche Monfalcone». La preoccupazione nasce anche da altri fattori, continua Brandolin: «Apprendiamo poi che A2a blocca la metanizzazione della centrale di Monfalcone, necessaria per sostituire gli inquinanti gruppi ad olio, rinviando la realizzazione del gasdotto per portare il metano all’impianto.
I ”ripensamenti” di A2a hanno colto di sorpresa il rione Enel, in prima linea da anni per ottenere l’abbattimento dell’inquinamento e del rumore prodotti dall’impianto. Dura quindi la reazione del quartiere che vive a ridosso della centrale che, per bocca del suo presidente Adriano Bernardel, chiede «il rispetto degli impegni presi solo tre mesi fa dai vertici della società». Bernardel chiede ulteriori garanzie al Comune, affinchè pretenda dalla società che il piano elaborato da Endesa e ormai pronto a partire venga attuato quanto meno per tutelare l’incolumità dei cittadini. E alla stessa A2a affinchè, qualora per ragioni economiche intenda soprassedere alla riconversione, interrompa almeno il funzionamento dei due gruppi alimentati a olio combustibile, i più inquinanti dell’impianto.
Il rione è preoccupato per la piega che sta prendendo la situazione dopo il passaggio di proprietà in centrale. «Non si può non notare – afferma Bernardel – come la soglia del rumore in quest’ultimo periodo sia aumentata e come, dopo cinque anni, sia ripresa in centrale una pessima abitudine che eravano riusciti a interrompere: l’uso dell’altoparlante per le comunicazioni interne. Senza contare la presenza dei nuovi desolforatori che, se da un lato abbattono i livelli d’inquinamento, dall’altro tolgono con la loro mole almeno quattro ore di sole alle abitazioni del rione».
Il Piccolo, 03 ottobre 2009
ALLO STUDIO DUE OPZIONI PER IL TRACCIATO DEL METANODOTTO. DOMANI AZIENDA APERTA PER VISITE GUIDATE
Centrale, zero inquinamento entro il 2015
”A2a” intende abbandonare l’alimentazione a olio combustibile e puntare su gas e ”carbone pulito”
di LAURA BLASICH
Un impianto termoelettrico a prova d’ambiente. E’ questo l’obiettivo di ”a2a”, che ribadisce da un lato di voler abbandonare l’olio combustibile a favore del gas, dall’altro di puntare al cosiddetto “carbone pulito” entro il 2015. Gli investimenti per ambientalizzare le due sezioni a carbone, da 170 megawatt l’una, non si fermeranno quindi dopo la realizzazione dei due desolforatori, avviata da Endesa Italia e ormai ultimata. ”A2a” conferma di aver avviato una rivisitazione complessiva del progetto di sostituzione delle due sezioni a olio combustibile da 320 megawatt l’una con un ciclo combinato da 815 megawatt, sottolineando però di essere già al lavoro con Snam su un nuovo tracciato del gasdotto necessario per alimentare l’impianto. «La tematica delle coerenze ci sta molto a cuore – afferma Paolo Rossetti, direttore generale Area tecnico-operativa del gruppo ”a2a” – e i patti si rispettano. L’autorizzazione Aia sulla riambientalizzazione della centrale e l’ottimizzazione dei processi produttivi ci hanno condotto a presentare la proposta di abbandonare l’olio pesante e sostituirlo con un turbogas ad alta efficienza e a intervenire ulteriormente sul carbone». La nuova sezione dovrà essere alimentata da un adeguato trasporto di gas e ”a2a”, come sottolinea Rossetti, sta già lavorando su un fronte che coinvolge le competenze di Snam e degli enti territoriali. «Con Snam stiamo ragionando su due opzioni – aggiunge il direttore generale dell’Area tecnico-operativa del gruppo – in modo determinato e intenso. Il tracciato è quindi in via di definizione e andrà valutato con il ministero dell’Ambiente, Regione, Provincia e i proprietari dei terreni». La società in ogni caso è intenzionata ad abbandonare il percorso del progetto Endesa, già autorizzato, ma non ancora giunto alla fase degli accordi bonari con i privati, che avrebbero in qualche modo vincolato la nuova proprietà. Il tracciato concordato da Endesa Italia con gli enti locali era lungo 17 chilometri, attraversava il Carso e sarebbe costato poco meno di 20 milioni di euro, ma era stato preferito alla fine al collegamento meridionale decisamente più corto, ma che avrebbe raggiunto la centrale via mare. Il cosiddetto ”tracciato Isonzo” avrebbe comportato il dragaggio di 674 mila metri cubi di materiale dal bacino di Panzano per consentire il passaggio del tubo a mare, mentre il ”tracciato Carso con variante”, che sarebbe corso a nord dell’autostrada A4, parallelo al percorso del metanodotto regionale Snam, avrebbe comportato l’apertura di una pista di 12 metri a fianco di quella di 15 già esistente, senza incrociare zone di protezione ambientale. ”A2a assicura il proprio impegno comunque anche sul costante miglioramento della qualità ambientale dei gruppi funzionanti a carbone. «I desolforatori, costati oltre 60 milioni di euro, sono entrati in funzione – afferma Rossetti – e hanno già fornito una certa risposta. L’obiettivo è però quello di arrivare al “carbone pulito” entro il 2015. Gli interventi sono in ogni caso continui e interessano anche i sistemi di movimentazione del carbone in banchina e trasporto del materiale alle sezioni». Sul fronte del nucleare il gruppo è “interessato alla tematica, ma è guidato dalle decisioni sui siti che saranno assunte il prossimo anno dal ministero dello Sviluppo economico». «Monfalcone non pare sia interessata, in ogni caso», aggiunge il direttore generale dell’Area tecnico-operativa del gruppo. Intanto ”A2a” ha aderito all’iniziativa promossa da Assoelettrica per festeggiare la quinta giornata dell’energia elettrica, aprendo domani il proprio impianto alla comunità. L’inizio delle visite, che avranno luogo ogni 30 minuti, è fissato per le 9.30, mentre l’ultimo giro partirà alle 17.30. I cittadini che aderiranno all’iniziativa saranno guidati alla scoperta della centrale termoelettrica a bordo di un trenino. Per informazioni: segreteria.mf@a2a.eu, oppure contattando telefonicamente lo 0481/749217.
Il Piccolo 25 settembre 2009
SALTA LA DEMOLIZIONE DELLE CASETTE E LA COSTRUZIONE DI TRE NUOVE PALAZZINE
La Regione boccia il piano-Pater di Ronchi
Il Comune aveva chiesto un finanziamento per la riqualificazione urbana del quartiere
di LUCA PERRINO
RONCHI La Regione dice no al programma di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile per una parte del quartiere “Pater”, redatto dall’amministrazione comunale di Ronchi e dall’Ater di Gorizia. Il progetto è stato inserito tra quelli degni di essere valutati, ma ha dovuto accontentarsi di un terzo posto alle spalle di Palmanova e di San Daniele del Friuli. Ciò vuol dire che i finanziamenti, almeno per il momento, non ci saranno. «Sono comunque soddisfatta di come sono andate le cose – commenta l’assessore all’Urbanistica, Sara Bragato – anche se avrei preferito che avessimo potuto accedere al contributo. Ma resta il fatto che oggi come oggi la Regione ha potuto prendere coscienza di un problema che deve essere risolto. Ecco perché continuiamo a battere questa come altre strade possibili alla ricerca di una soluzione che ci permetta di realizzare un quartiere moderno ed a misura d’uomo. Importante sarà il recepimento da parte dell’Ater dell’accordo di programma proposto dal Comune già molti mesi orsono».
Vale la pena ricordare che con delibera del 4 marzo scorso la giunta comunale aveva deliberato di richiedere un finanziamento alla Regione per il progetto dal titolo “Programma innovativo denominato di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile per una parte del quartiere Case Pater“. Nello stesso mese di marzo il consiglio comunale aveva ratificato tale decisione con la proposta di una possibile alienazione di parte della proprietà pubblica dell’area.
Dall’opposizione ora piovono nuove critiche. «La qualità del progetto lasciava molto a desiderare. Ci si proponeva – sono le parole del capogruppo di Rifondazione comunista, Luigi Bon – di demolire una serie di casette lungo via Matteotti e di sostituirle con tre palazzine residenziali, simili a casermoni di cemento, diminuendo il verde a disposizione e adottando una tipologia edilizia di qualità abitativa peggiore». Nel rione, in questo momento oltre al piano particolareggiato del 1995/1996 attualmente in vigore, rimane ancora in piedi il progetto del 2007 di 10 alloggi di edilizia popolare nell’area del terreno che un tempo era utilizzato per l’allevamento dei fagiani e ciò per assolvere la funzione di ospitalità temporanea e a rotazione, per tutti gli inquilini interessati dal recupero urbanistico delle case. «Secondo noi – aggiunge Bon – ci sarebbe invece bisogno di nuove idee e di un nuovo semplice progetto. Un progetto trasparente che rispetti il bene comune di tutti quelli che qui vivono da tanto tempo, un progetto chiaro che preveda la partecipazione di chi nelle casette ci abita. Nel rione delle Casette non si dovrebbe abbandonare le case, murarle e farle crollare ma invece si dovrebbe quando sono vuote metterle a posto, fare la manutenzione e riassegnarle a chi ne ha davvero bisogno».
Il Piccolo, 05 ottobre 2009
DOPO IL NO DELLA REGIONE
I residenti: giusto bocciare il Progetto Pater
RONCHI Una reazione che certamente non meraviglia. E che è solo uno dei tanti capitoli del braccio di ferro che dura ormai da parecchi anni. I cittadini delle “Casette” accolgono con favore e sollievo la bocciatura del progetto relativo al mutamento urbanistico di una porzione delle case Pater voluto e presentato in Regione, per il finanziamento, dal Comune di Ronchi. «Se il finanziamento fosse stato concesso – sottolinea il portavoce del comitato dei residenti – sarebbe stata una sciagura. Ci sarebbe stata la costruzione di un complesso edilizio, a nostro avvio orribile, sia dal punto di vista dell’impatto visivo, sia della vivibilità di chi avrebbe dovuto insidiarsi, verosimilmente parte degli attuali residenti dell’area».
Fortemente portato avanti dall’amministrazione comunale in accordo con l’Ater, senza nessun reale coinvolgimento dei residenti, rappresentati dal comitato stesso, sarebbe stato, secondo quanto esprimono i cittadini, l’ennesimo tentativo di scempio di un’area storica di Ronchi, tra l’altro uno dei pochi polmoni verdi cittadini in un paese sempre più soffocato dal cemento in cui si è costruito già fin troppo e male nei decenni passati. «Nonostante alcuni abboccamenti e una parvenza di volontà di procedere in accordo coinvolgendo i residenti – continua – tutto è stato portato avanti in questi mesi tenendoci il più possibile all’oscuro di quanto veniva elaborato e inoltre ignorandoci completamente. Significativo è stato l’atteggiamento del sindaco Roberto Fontanot, al quale abbiamo chiesto più volte un incontro, mai ottenuto. All’ennesima nostra lettera di richiesta incontro, il primo cittadino ci ha degnato di una risposta, liquidandoci con un “non ci sono novità da riferire”, chiudendo di fatto ogni possibilità di poter parlare con lui».
E invece secondo i residenti le novità c’erano eccome, rappresentate da un futuro di cubi di cemento pazzesco, ma nulla di quello per cui si è lottato per tutti questi anni, ossia case basse semplici, economicamente fattibili, che rispettassero la tipologia esistente, il patrimonio di verde ineguagliabile, tipico degli insediamenti urbani del Nord Europa, dalla quale, come evidenzia il comitato, siamo evidentemente sempre più lontani.
Luca Perrino
Messaggero Veneto, 07 ottobre 2009
Polemiche sulla riqualificazione del quartiere Pater
MONFALCONE. La Regione ha ritenuto degno di valutazione il programma di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile per una parte del quartiere “Pater”, le cosiddette “Casette”, redatto dall’amministrazione comunale di Ronchi dei Legionari e dall’Ater di Gorizia, ma per ora non saranno concessi dei finanziamenti.
L’esito della richiesta di finanziamento del progetto “Programma innovativo denominato di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile per una parte del quartiere Case Pater” blocca i programmi dell’amministrazione comunale, anche so, come dice l’assessore all’urbanistica Sara Bragato «sarebbe stato meglio ottenere il finanziamento, ma è importante il fatto che la Regione abbia potuto prendere coscienza di un problema che deve essere risolto. Ecco perché continuiamo a percorrere questa, come altre strade possibili, alla ricerca di una soluzione che ci permetta di realizzare un quartiere moderno e a misura d’uomo. Importante sarà il recepimento da parte dell’Ater dell’accordo di programma proposto dal Comune già molti mesi fa».
Critico il consigliere di Rc, Luigi Bon. «La qualità del progetto lasciava molto a desiderare. Ci si proponeva – dice – di demolire una serie di casette lungo via Matteotti e di sostituirle con tre palazzine residenziali, simili a casermoni di cemento, diminuendo il verde a disposizione e adottando una tipologia edilizia di qualità abitativa peggiore. Ci sarebbe bisogno invece di nuove idee e di un progetto semplice, che rispetti il bene di chi nelle Casette abita da tempo e che prevede appunto la partecipazione dei residenti. Nel rione delle Casette non si dovrebbero murare e abbandonare le case che restano vuote, ma mantenerle e riassegnarle a chi ne ha davvero bisogno».
Soddisfatti invece per il mancato finanziamento i cittadini delle Casette che hanno accolto “con favore e sollievo” la bocciatura del progetto relativo al mutamento urbanistico di una porzione delle Case Pater. «Se il finanziamento fosse stato concesso, sarebbe stata una sciagura che avrebbe visto la costruzione di un complesso edilizio, a nostro avviso, orribile, sia dal punto di vista dell’impatto visivo che della vivibilità di chi avrebbe dovuto insiedarvisi, verosimilmente parte degli attuali residenti dell’area» affermano i rappresentanti del Comitato Case Pater, che evidenziano come il progetto sia stato fortemente e forzatamente portato avanti dall’Amministrazione comunale in accordo con l’Ater, senza nessun reale coinvolgimento dei residenti.
«Sarebbe stato l’ennesimo tentativo di scempio di un’area storica di Ronchi, tra l’altro uno dei pochi polmoni verdi cittadini in un paese sempre più soffocato dal cemento in cui si è costruito già fin troppo e male nei decenni passati. Nonostante una parvenza di volontà di procedere in accordo e coinvolgendo i residenti delle “Casette” nelle scelte progettuali, tutto è stato portato avanti tenendoci il più possibile all’oscuro di quanto veniva elaborato e ignorandoci. Significativo è stato l’atteggiamento del Sindaco, al quale abbiamo chiesto più e più volte un incontro, mai ottenuto». E a una lettera inviata per richiedere ancora una volta un incontro, il primo cittadino avrebbe risposto «Non ci sono novità da riferire», chiudendo di fatto ogni possibilità di poter parlare. «Invece – concludono – le novità c’erano eccome: cubi di cemento pazzesco, nulla di quello per cui abbiamo lottato per tutti questi anni, ossia case basse semplici, economicamente fattibili, che rispettassero la tipologia esistente». (c.v.)
Il Piccolo, 10 ottobre 2009
L’ASSESSORE MASARÀ: ANCORA NESSUNA RISPOSTA SULLA CONSISTENZA E LO STATO DELLE CASE
Il Comune di Ronchi: «Mistero sul numero degli alloggi Ater»
RONCHI L’amministrazione comunale di Ronchi dei Legionari bussa alle porte dell’Ater. Anzi, torna a bussare nella speranza che, almeno stavolta, qualcuno venga ad aprire. L’assessore alle Politiche sociali, Enrico Masarà, chiede infatti all’Ater di sapere quali e quanti siano gli alloggi di edilizia economico-popolare attualmente liberi sul territorio cittadino. Perché si allunga la fila di quanti si recano in municipio per chiedere una casa o di quanti non ce la fanno più a sostenere il costo di un affitto sul mercato immobiliare “normale”. «Fino ad oggi – sono le parole dell’assessore – le nostre richieste sono rimaste inevase, ovvero l’Ater non ci ha mai messo nelle condizioni di conoscere quella che è la realtà attuale dell’edilizia popolare a Ronchi. Vogliamo avere una fotografia di ciò ci sta attorno per prendere provvedimenti adeguati e, ciò che più conta, per dare risposte alla gente». La municipalità ronchese chiede di sapere quali siano gli alloggi immediatamente disponibili, in quanto liberi, e quali siano i tempi per la loro consegna sulla base della gratuatoria in vigore e quali, invece, abbiano la necessità di interventi di manutnezione. Ma si chiede anche quale sia la portata degli stessi e quali siano i tempi che si ipotizza siano necessari per un riatto funzionale. «Ormai l’emergenza scoppia – aggiunge Masarà – e l’amministrazione comunale ha ben pochi strumenti per venire incontro alle esigenze dei cittadini. I nostri alloggi di emergenza sono limitati a poche unità e già oggi tutti occupati». Nel 2008, quando fu messa in cantiere la nuova graduatoria, furono presentate 124 domande, 106 delle quali accolte. Ma allora gli alloggi disponibili erano soltanto sei. In città, su un totale di 302 alloggi di edilizia residenziale pubblica, da un’ingagine condotta dal Comune 21 risultano sfitti: 13 collocati nel quartiere delle “Casette Pater”, gli altri 8 in altre zone della città. Troppo pochi per soddisfare le tante richieste. E non si sa davvero quando sarà aperto, in via Matteotti, il cantiere per la costruzione di 10 alloggi che, comumque, saranno messi a disposizione dei residenti el rione delle case “Pater” una volta che saranno avviati i lavori di ristrutturazione urbanistica del quartiere. E cresce, a Ronchi dei Legionari, anche il numero delle domande presentate dai cittadini per l’assegnazione dei contributi tagliaffitti. Un escalation, rispetto allo scorso anno, che mette in luce quella che è la situazione economica che coinvolge le famiglie italiane, quelle ronchesi comprese.
Domande che non coinvolgono solo e unicamente i nuovi cittadini, ovvero gli immigrati, ma anzi, viste le nuove normative in vigore, tra le quali l’essere residenti in Italia da almeno cinque anni, sono sintomatiche del fatto che perdita di posti di lavoro, cassa integrazione e incertezza economica è propria di chi nella penisola, ed a Ronchi dei Legionari in questo caso, ci vive da sempre. Sono state dunque 115 le domande giunte all’ufficio assistenza, contro le 94 dello scorso anno, delle quali 109 ammesse a contributo contro le 89 del 2008.
Luca Perrino
Il Piccolo, 06 gennaio 2010
RONCHI. EDILIZIA
Prc: no alla vendita delle casette Pater
Critiche alla decisione di stabilire il valore di mercato degli immobili
RONCHI Non va giù al circolo di Ronchi dei Legionari e Fogliano Redipuglia di Rifondazione comunista la decisione assunta dall’Amministrazione comunale di Ronchi dei Legionari che ha provveduto ad affidare all’Agenzia del territorio ufficio provinciale di Gorizia (l’ex Catasto) la stima immobiliare ai fini di determinare il reale valore di mercato dei beni interessati dall’accordo di programma per il recupero delle case Pater con un impegno di spesa complessivo di 14mila euro. «Non entrando in merito sulla scelta della consulenza tecnica, visto che l’Agenzia del territorio è un ente pubblico soggetto terzo rispetto al Comune e all’Ater di Gorizia – sono le parole dell’esponente del Prc Luigi Bon – rimangono però da sottolineare gli obiettivi e le linee sostanziali d’indirizzo politico della deicsione di affidamento che emergono nelle premesse dell’atto». Nella stessa, infatti, si parla perfezionare ulteriormente l’operazione e che risulta quindi necessario provvedere a una valutazione economico-finanziaria delle poste che ricadono all’interno dell’ambito interessato dall’intervento al fine di poter valutare, in termini economici e finanziari, gli impegni di ciascuna parte, il patrimonio in cessione e la convenienza dell’operazione. «In sintesi, interpretiamo noi – aggiunge – si vuole calcolare il valore di mercato del quartiere per vedere se c’è qualche interlocutore, magari privato, che possa intervenire per acquistare l’area per valorizzare tale rendita immobiliare. L’aspetto sociale del quartiere, i concetti di progetti partecipativi di chi nelle casette abita, la necessità di rendere pubblici e trasparenti i percorsi d’intervento dell’amministrazione perlomeno nei confronti dei residenti del quartiere e del loro comitato passano in secondo piano di fronte all’obiettivo non tanto celato di fare semplicemente cassa». Rifondazione comunista esprime naturalmente forte dissenso sull’operazione che intende portare avanti la giunta Fontanot e buona parte del consiglio comunale. Quantificare il valore di mercato del quartiere, che ricordano, è un quartiere di edilizia popolare, significa porre le basi amministrative per mettere di fatto sul mercato immobiliare l’area delle Casette.
«Siccome siamo ancora all’inizio di un percorso – agiunge Bon – invitiamo i residenti del quartiere a vigilare e se necessario a iniziare a mobilitarsi contro questa prospettiva. Infine ricordiamo che oltre a questa determina di fine 2009, rimane sempre in questo momento in vigore il Piano di recupero del 1995/1996 che secondo noi andrebbe azzerato». (lu.pe.)
Il Piccolo, 13 luglio 2010
”Casette”, Ronchi chiede un incontro ai nuovi vertici Ater
All’indomani della nomina dei nuovi componenti del cda dell’Ater, l’amministrazione di Ronchi lancia l’invito per un incontro al fine di illustrare l’annosa problematica delle case Pater e portare a compimento il percorso per la stipula dell’accordo di programma, redatto in sinergia con il precedente cda che non aveva mai concretizzato l’approvazione e il mandato alla sottoscrizione da parte del presidente, limitandosi nel corso dell’ultima seduta consiliare a prendere atto della relazione di stima del compendio immobiliare denominato “Case Pater” elaborata dall’agenzia del territorio.
Ritenendo poi doveroso un interessamento della Regione su questa lunga vicenda, l’assessore all’Urbanistica, Sara Bragato, ha anche risposto alla lettera che l’assessore De Anna ha recentemente inviato ai Comuni per valutarne la disponibilità alla partecipazione al ”Piano nazionale di edilizia abitativa: programmi coordinati e beni immobili inutilizzati”.
«Nella mia risposta – ha detto Sara Bragato – ho voluto ricordare innanzitutto che il Comune di Ronchi, nel 2008, si è fatto promotore di un progetto denominato “Programma di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile”, che si è classificato terzo in graduatoria non trovando però a oggi finanziamento a causa della esiguità delle risorse disponibili. Già il rifinanziamento di quel bando permetterebbe di procedere con la riqualificazione dell’area, peraltro iniziata coi lavori di costruzione di dieci alloggi di edilizia residenziale pubblica in via Matteotti».
Se poi con la stipula dell’accordo di programma tra Comune ed Ater si dirimesse una volta per tutte la complessa situazione della proprietà del suolo e del diritto di superficie, si comincerebbe finalmente ad intravedere una concreta possibilità di riqualificazione urbana dell’intero rione e si potrebbe andare incontro alle esigenze abitative di un gran numero di famiglie che, pur possedendo i requisiti necessari, non riescono a ottenere l’assegnazione di un alloggio.
Luca Perrino
Il Piccolo, 24 agosto 2010
RONCHI. LA TENSIONE ABITATIVA AL CENTRO DI UN INCONTRO
Fame di case, intesa tra Comune e Ater
Sul tavolo anche la questione relativa alla riqualificazione del rione Pater
RONCHI Si riparla del rione Pater a Ronchi dei Legionari. A seguito di richiesta da parte del Comune rivolta ai nuovi amministratori dell’Ater per un incontro utile a illustrare la problematica del quaetiere, l’Ater di Gorizia ha provveduto a indire una riunione, con il Comune di Ronchi dei Legionari rappresentato dal sindaco Roberto Fontanot e dall’assessore all’Urbanistica, Sara Bragato. Nel corso dell’incontro è stata esaminata in generale la situazione legata alla tensione abitativa nel territorio comunale ronchese e le modalità di risposta di Ater correlate al fabbisogno di alloggi. Successivamente l’attenzione si è spostata sul tema della riqualificazione delle “case Pater”. Si sono ripercorse le più recenti iniziative congiunte, quali adesione al bando “Programma di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile” e la modulazione dell’ accordo di programma tra Comune e Ater per definire la complessa situazione della proprietà del suolo e del diritto di superfice che purtroppo, a oggi, non hanno ancora trovato lo sbocco auspicato.
Se per il finanziamento legato al bando bisognerà attendere che il ministero competente liberi le risorse adeguate, per quanto riguarda l’accordo di programma le parti hanno convenuto sulla necessità di trovare un percorso condiviso per la riqualificazione dell’area “case Pater” ponendo proprio come condizione iniziale la firma dell’accordo su proprietà e diritto di superficie.
Chiarite quindi le reciproche posizioni i presenti hanno convenuto di ritrovarsi nel corso del prossimo mese di settembre riservandosi così la facoltà di un ulteriore approfondimento atto a rivalutare la situazione nel complesso e tale da permettere, successivamente, di condurre a definizione la vicenda nel tentativo, non certamente semplice, ma la determinazione è massima, di dare finalmente concretezza e operatività al progetto di cui si parla già da tanti anni.
Detta riqualificazione si presenta complessa, articolata e non indenne da criticità che andranno dipanate, ma alla fiducia che il Comune ripone nel nuovo consiglio di amministrazione dell’Ater si contrappone altrettanta fiducia verso l’amministrazione comunale da parte di Ater stessa motivo per cui l’ottimismo è d’obbligo soprattutto se Stato e Regione faranno anch’essi la loro parte.
Luca Perrino
Il Piccolo, 19 ottobre 2010
Piano Pater, il Comune attende il sì dell’Ater
Un terzo dell’area concesso all’Azienda per la costruzione di case
RONCHI «L’obiettivo è quello di assegnare progressivamente ad Ater la proprietà di una porzione di superficie il cui valore equivalga a un terzo del totale, per consentirgli la costruzione di alloggi di edilizia pubblica, e dare così risposta agli attuali inquilini e, almeno in parte, alle numerose famiglie in attesa dell’assegnazione di un’abitazione». Sono queste le parole dell’assessore all’Urbanistica, Sara Bragato, che a Ronchi rilancia con forza la questione del recupero edilizio del rione delle case “Pater”. Un risultato, sottolinea la Bragato, che potrà essere raggiunto in un arco temporale pluriennale. Ma è fondamentale per far decollare il progetto.
Solo allora il Comune potrà disporre dei rimanenti due terzi delle aree e avrà l’opportunità di sviluppare quei progetti di riqualificazione urbana e viaria che costituiscono oggi gli obiettivi principali del piano del traffico appena approvato e del piano regolatore in fase di completamento. «Ancora una volta – aggiunge – voglio porre la massima fiducia nella volontà dell’attuale consiglio di amministrazione dell’Ater di dare concretezza e operatività al progetto di riqualificazione». Lo stesso assessore comunale all’Urbanistica ha segnalato alla competente direzione regionale la necessità di inserire l’area delle case “Pater” nella proposta di accordo di programma che la Regione avanzerà al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, ribadendo in particolare la richiesta di ulteriore finanziamento per il progetto classificatosi terzo nel contesto del bando per il programma di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile.
«Ritengo comunque che il testo dell’accordo di programma – afferma la Bragato – tenga conto, con il dovuto equilibrio, di tutte le esigenze coinvolte”. (lu. pe.)
Il Piccolo, 24 settembre 2009
VENDITA DEL RAMO ENERGIA
No di Rifondazione allo spezzatino di Iris
Rifondazione comunista chiede che i criteri della vendita del ramo energia di Iris siano modificati. Il partito, che è parte integrante della maggioranza di centrosinistra al governo di Monfalcone, lo fa quasi alla vigilia delle sedute del Consiglio comunale cittadino, in programma per lunedì e martedì, alle 20.30, in cui sarà portata la delibera relativa all’operazione. Ineccepibile dal punto di vista della forma, non dei contenuti, almeno per Rc, che ritiene la vendita una privatizzazione di fatto dei servizi coinvolti, con inevitabili conseguenze su occupazione e qualità del servizio. I vertici provinciali di Rc ieri hanno quindi annunciato che i loro consiglieri, in tutti i Consigli comunali dell’Isontino, dopo aver illustrato il proprio dissenso, usciranno dalle aule senza esprimere alcun voto. La posizione a Monfalcone potrebbe essere condivisa anche da parte della minoranza e dai due consiglieri dell’Unione di centro Murgia e Antonaci. La maggioranza che sostiene la giunta Pizzolitto, già ridotta a 13 voti certi che scendono a 11 senza Rifondazione, potrebbe quindi trovarsi in difficoltà a garantire il numero legale e quindi l’approvazione della delibera. «Abbiamo fatto un ragionamento complessivo e una valutazione del punto in cui siamo arrivati per fornire una linea unitaria all’azione dei nostri consiglieri – ha spiegato ieri il segretario provinciale di Rc, Alessandro Saullo nel corso di un incontro nella sede monfalconese del partito -. Crediamo che quanto ci viene proposto sia propriamente un atto di privatizzazione di un servizio pubblico. E’ stato detto che la vendita avrebbe rafforzato il settore ambiente grazie all´arrivo dei 90 milioni di euro, ipotetici, portati dalla vendita. In realtà il denaro non confluirebbe in Iris Ambiente, ma sarebbe ripartito tra i Comuni soci, che avrebbero una sorta di tesoretto per abbellire il corso o magari mettere una nuova fontana». Interventi pure utili, ma che, secondo Rc, non servirebbero di certo a rafforzare il settore ambiente.
Saullo ha sottolineato ieri che Iris è una società pubblica, di cui sono responsabili i sindaci. Rifondazione è invece d’accordo sulla decisione di prorogare di un anno del servizio di distribuzione del gas, punto pure ricompreso nella delibera che andrà in aula nei prossimi giorni. Il partito chiede quindi di scorporarlo dal documento, scindendo in due la delibera.
Messaggero Veneto, 24 settembre 2009
Rc: no alla vendita di Iris energia
MONFALCONE. Non è messa in dubbio la forma della delibera, che sicuramente è stata studiata con attenzione, ma il contenuto della stessa, ovvero il principio secondo cui si procederà alla vendita di un servizio pubblico, che sarà quindi privatizzato, con inevitabili conseguenze sui posti di lavoro e sul tipo di servizio.
È questa l’obiezione principale che Rifondazione Comunista pone alla vendita del ramo energia di Iris – Isontina Reti integrate e servizi Spa. Obiezione che porterà i rappresentanti del partito, presenti nei consiglio comunali della provincia di Gorizia, chiamati a votare la delibera di cessione, ad illustrare la propria posizione di dissenso e poi a uscire dalla aule consiliari, senza esprimere alcun voto. «Abbiamo fatto un ragionamento complessivo e una valutazione di dove siamo arrivati per dare una linea unitaria di azione ai nostri consiglieri – spiega il segretario provinciale di Rc, Alessandro Saullo nel corso di un incontro nella sede monfalconese –. Crediamo sia propriamente un atto di privatizzazione di un servizio pubblico. È stato detto che la vendita avrebbe rafforzato il settore ambiente grazie all’arrivo dei 90 milioni di euro, ipotetici, portati dalla vendita. In realtà il denaro non confluirebbe in Iris Ambiente, ma sarà ripartito tra i comuni soci, avrebbero una sorta di tesoretto per abbellire il corso o magari mettere una nuova fontana. Certo cose anche utili, ma non servirebbe a rafforzare il settore ambiente, posto poi trovarci tra due anni nelle stesse condizioni di oggi e costretti a vendere anche il settore ambiente».
Saullo ricorda che Iris è una società pubblica, di cui sono responsabili i sindaci e quindi se le condizioni non sono buone è responsabilità anche di chi l’ha gestita in questi 10 anni. «È stato detto no ad un percorso di aggregazione con altre realtà pubbliche: crediamo invece che il pubblico possa gestire i servizi al meglio, con il controllo del territorio e vicino ai cittadini. È evidente però che questa aggregazione non avrebbe consentito di fare cassa, come invece la cessione» spiega ancora, sottolineando come la delibera che sarà posta in votazione sia composta da due punti essenziali, la vendita del ramo energia e la proroga di un anno (fino al dicembre 2010) a Iris del servizio di concessione di distribuzione gas.
«Su questo punto siamo invece d’accordo e quindi chiederemo lo scorporamento della delibera in due parti. Parteciperemo al dibattito, esprimeremo il dissenso e poi sapendo che non possiamo fermare la delibera, che è blindata – conclude –, usciremo dall’aula. Lasceremo che la votino Pd e Pdl, che evidentemente hanno raggiunto un accordo». (cris.vis.)
Il Piccolo, 30 settembre 2009
Sì alla vendita del ramo-energia di Iris
Dubbi sul numero dei consiglieri presenti. Minaccia di un ricorso
Il Consiglio di Monfalcone avvalla la vendita del ramo-energia di Iris per fare cassa e rilanciare il settore ambiente. O forse no. In effetti, il via libera all’operazione è avvenuto all’una di notte con numeri ridotti all’osso, dopo la dissociazione del Pdl cittadino dalla linea del partito a livello goriziano, l’uscita di scena della Lega Nord, contraria, e quella dell’intero gruppo misto, (Antonaci, Calzolari, Murgia, Giorgio Pacor e Lionella Zanolla), con motivazione, però, squisitamente politica («Questa maggioranza si regge sulla presenza di Rc – ha detto il capogruppo Antonaci -: Se la maggioranza c’è, continuate pure a gestire i problemi come volete»). In aula attorno a mezzanotte è quindi rimasto poco più della metà del Consiglio, cioè gli esponenti di Pd e Sdi, fedeli alla linea del sindaco Pizzolitto, e Maurizio Volpato di Città Comune. Oltre ai due consiglieri di Rc, che alla vigilia della seduta avevano preannunciato di essere disposti a votare la proroga per un altro anno della concessione a Isogas, ma non l’operazione di vendita del ramo energia. L’impegno era di non votare, abbandonando l’aula. Rc ha tenuto fede alla prima parte, meno alla seconda: i due consiglieri non hanno estratto la scheda elettronica dalla loro postazione, risultando quindi presenti in aula e garantendo il numero legale. Questa l’interpretazione dei funzionari comunali, che hanno spulciato più volte il regolamento del Consiglio. Di fatto la delibera ha raccolto 9 voti favorevoli (Pd e Sdi) più quello del presidente del Consiglio Marco Ghinelli (Pd), che l’ha fatto mettere a verbale, perchè ”si era scordato di votare”. Contro si è schierato Volpato, secondo cui l’operazione rappresenta una scommessa troppo alta, soprattutto in mancanza di un ragionamento di portata regionale sull’ambiente. Il sindaco non ha inoltre incassato il voto di Gianpaolo Andrian, eletto con i Ds e mai transitato al Pd. L’amministrazione ritiene quindi la delibera ”passata” (anche se senza immediata esecutività), ma Antonaci ha preannunciato ieri di voler impugnare il documento. Rifondazione, dal canto suo, ritiene di avere agito nel modo corretto, perchè l’obiettivo, ha spiegato il segretario Emiliano Zotti, rimane quello di mantenere alta l’attenzione sulla vendita del ramo energia di Iris e «dimostrare che ci si poteva anche non piegare all’operazione imbastita in modo trasversale dai sindaci di Gorizia e Monfalcone. Il Pdl se n’è andato perchè la giunta, dopo aver portato una delibera in commissione, ne ha presentate due in aula, accontendando Rc. «Se il sindaco non fosse ostaggio di Rc, saremmo rimasti in aula a discutere», ha detto il consigliere Giuseppe Nicoli, che di fatto, però, ha contravvenuto agli ordini di scuderia, suscitando non pochi fastidi nel partito a livello provinciale.
Laura Blasich
Messaggero Veneto, 30 settembre 2009
Monfalcone. Approvata tra le polemiche la delibera con soli 9 voti favorevoli e si profila una possibile impugnazione per mancanza del numero legale
Iris, caos in consiglio comunale sulla cessione del ramo energia
MONFALCONE. Se la delibera relativa alla proroga di un anno (fino al dicembre 2010) a Iris del servizio di concessione gas è stata approvata con unanimità, è stata invece approvata a fatica dal consiglio la delibera che prevede la cessione del ramo energia di Iris. Un consiglio peraltro decimato, visto che i consiglieri di opposizione (Lega, Pdl/Fi e Pdl/An), tranne Volpato che ha però votato contro, assieme ai colleghi del gruppo misto hanno lasciato l’aula, senza partecipare al voto, che i consiglieri di Rc avevano già annunciato il non voto e che il consigliere del Pd, Andrian, ha deciso di astenersi. In sostanza la delibera è stata approvata con nove voti favorevoli, un astenuto, un voto contrario e un non voto, determinato però da una disattenzione del presidente del consiglio, Marco Ghinelli, che ha fatto mettere a verbale la sua volontà di votare a favore della delibera. In totale 12 voti totali, che non corrisponderebbero però al numero legale dell’assemblea necessario per rendere valida la votazione. Una situazione particolare: secondo la dirigente facente funzioni di segretario comunale la votazione delle delibera è stata giudicata valida visto che i voti sarebbero stati solo 12, ma i presenti in aula sarebbero stati 14 e quindi in numero legale, ma che secondo i consiglieri del gruppo misto/Udc sarà sicuramente impugnata perché appunto priva dei numeri necessari.
Ciò che è certo è che il consiglio è stato irto di ostacoli per il sindaco Gianfranco Pizzolitto che assieme al collega di Gorizia Romoli si era auspicato un voto positivo trasversale alla cessione. Anzi ha visto anche i consiglieri di Pdl/Fi, Riccardo Grassilli e Giuseppe Nicoli, contravvenire agli “ordini di scuderia” e decidere di abbandonare l’aula. La Lega tramite il capogruppo Sergio Pacor ha ricordato la sempre netta opposizione a una azienda considerata «un carrozzone, che pesa sulle tasche dei cittadini. Ora chi l’ha voluta si assuma la responsabilità di decidere», mentre Giuliano Antonaci per il gruppo misto/Udc ha stigmatizzato il fatto che la maggioranza dipenda da Rifondazione. «Se avete la maggioranza, votatevi la delibera. Noi usciamo». Rc, d’altra parte, aveva già annunciato nei giorni scorsi la netta contrarietà alla privatizzazione di un servizio pubblico, oltretutto nell’ottica non di migliorare un servizio, ma di ottenere il massimo profitto, che «non sarà investito nel settore ambiente, ma distribuito tra i Comuni soci». Maurizio Volpato di CittàComune ha parlato di azienda sovraddimensionata, nata per volontà dei sindaci, «palla al piede per il territorio. Ora si vende il settore energia che ha tenuto in piedi tutto: come si può pensare di gestire il servizio ambiente con quello che rimarrà? Oltretutto la classe politica non ha fatto niente per ragionare a livello regionale». A sorpresa poi Andrian, pur non volendo mettersi contro il sindaco, ha detto di «sentirsi preoccupato per questa operazione e non mi stupirei che fra un anno si arrivasse a vendere anche il settore ambiente. Mi astengo perché non credo che questo modello economico sia quello corretto». A margine della seduta, Emiliano Zotti di Rc ha definito strumentale e infantile l’atteggiamento della destra e della Lega, «aggrappate a un cavillo per non esprimere la propria posizione. Diverso l’atteggiamento dell’Udc. Il suo è stato uno scontro politico con l’obiettivo di dimostrare l’inaffidabilità di Rc e proporsi come stampella per l’amministrazione». (c.v.)
Messaggero Veneto, 03 ottobre 2009
Monfalcone. Approvato l’odg proposto da Omar Greco (Pd). Messo in discussione il numero legale durante la votazione della delibera sulla cessione
Dal consiglio comunale gli indirizzi per il futuro di Iris
MONFALCONE. Una volta espletata la cessione di Gas Newco, Elettricità Newco e Isogas, massima parte dei proventi ottenuti, così come quelli derivati dalla vendita del ramo residuo, dovranno essere destinati dai comuni-soci ad Ambiente Newco, che così, in parallelo con la definizione del nuovo quadro regionale, potrà disporre di una sufficiente capacità di autofinanziamento per rafforzare e ottimizzare, in prospettiva, la gestione del settore ambiente e consentire soprattutto una diminuzione futura della tariffa a carico dei cittadini, sia per l’azzeramento della quota oneri sull’indebitamento, sia per la maggiore efficienza degli impianti grazie al completamento su base locale della filiera di trattamento del ciclo integrato dei rifiuti.
È questo il punto essenziale dell’ordine del giorno proposto dal consigliere del Pd, Omar Greco, approvato dal consiglio comunale di Monfalcone con 10 voti favorevoli (un no e 3 astenuti) e che contiene gli indirizzi in merito alla procedura di liquidazione delle controllata Iris Spa, alla costituenda Newco Ambiente al piano di riparto. L’odg evidenzia come la documentazione relativa alla cessione di Iris energia lascia ancora elementi di incertezza su questioni politico-amministrative essenziali e soprattutto come non ci siano «vincoli inderogabili per la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali, contrattuali e retributivi».
Chiede quindi l’uso delle risorse per migliorare il settore ambiente e che si avviino urgentemente da parte del consiglio di amministrazione, una volta liquidata Iris, «ricerche di partner per eventuali forme di aggregazione su bacini territorialmente contigui. L’obiettivo relativo alla governance deve però restare quello di controllo pubblico, a livello di bacino provinciale, su gestione della Ambiente Newco e impianti posseduti direttamente e o indirettamente». Non manca poi il punto relativo alla salvaguardia degli attuali livelli occupazionali, contrattuali, retributivi, quale condizione vincolante e inderogabile per la cessione del ramo energia.
Intanto a Monfalcone Giuliano Antonaci, capogruppo del Misto, e Riccardo Grassilli, capogruppo di Fi/Pdl, annunciano di voler segnalare a Comitato regionale di controllo, Procura di Gorizia e Procura regionale della Corte dei conti l’esito della votazione delle delibera relativa alla cessione di Iris. L’impugnazione dell’atto era stata annunciata già nella stessa sera del consiglio che l’aveva approvato (lunedì), perché i votanti, 12, così come riportati sulla stampa dell’esito della votazione, non sarebbero stati tali da garantire il numero legale. Obiezione non condivisa dal dirigente comunale presente al consiglio, secondo il quale i votanti sarebbero stati 12, ma i presenti 14, quindi in numero legale.
Il Piccolo, 17 ottobre 2009
«Cessione di Iris-gas, delibera illegittima»
Partiti i ricorsi di Antonaci a Procura e Corte dei conti
Impugnata in Procura e in sede di Corte dei conti la delibera del Consiglio comunale con la quale è stata approvata la cessione del ramo energia di Iris. A presentare opposizione all’atto (n. 71 del 28 settembre) è stato il consigliere Giuliano Antonaci. Sostiene che la deliberazione «è palesemente viziata per illegittimità, quindi, si tratta di un atto in condizione di potenziale invalidità, emanato in modo non conforme alle prescrizioni normative». Antonaci ha richiesto, pertanto, l’annullamento della delibera. Elencandone i motivi: «Il vizio di legittimità e il possibile dolo – osserva – si manifestano per la mancanza del numero legale necessario in aula e per la contraddizione della formulazione dell’atto deliberativo rispetto alle risultanze e al contenuto del verbale della riunione. Ciò potrebbe ipotizzare un travisamento intenzionale dei fatti se il funzionario verbalizzante si fosse lasciato guidare da interessi diversi, per condivisione politica della decisione assunta, con un eccesso di potere consistente nell’uso di un tipo legalmente scorretto di valutazione nella formulazione degli atti».
Antonaci aggiunge: «Il Consiglio di Monfalcone ha adottato il sistema di votazione mediante il voto elettronico, che rende trasparente e certificato il conteggio e le procedure. Questo sistema viene codificato attraverso la consegna dell’apposita scheda a ciascun consigliere. L’attivazione della scheda certifica la partecipazione alla discussione degli atti deliberativi, la loro votazione e l’espressione del voto. La non attivazione della scheda certifica l’assenza dalla discussione della deliberazione (fase preparatoria) e dalla fase di votazione». Antonaci continua: «Alla votazione della delibera sono stati certificati 12 presenti e 11 partecipanti al voto, considerato che il presidente del Consiglio ha dichiarato che, pur attivando la propria scheda ai fini della certificazione della presenza, non avrebbe espresso alcun voto. Il risultato è stato di 11 voti su 12 presenti, ma in assenza del numero legale previsto (13 consiglieri: non è stato rispettato il regolamento del Consiglio)». Il consigliere aggiunge: «In sede di formulazione del verbale che riporta correttamente i 12 nomi dei consiglieri presenti e certificati alla votazione, il funzionario ha aggiunto a penna in fondo ”+2 consiglieri”, commettendo un abuso. Nella stesura dell’atto sono stati aggiunti tra i partecipanti al voto ulteriori 2 nominativi rispetto a quelli indicati nel verbale, compiendo un falso». I rappresentanti di Rc, Alessandro Saullo ed Emiliano Zotti, aggiunti nel verbale, avevano annunciato la volontà di non partecipare al voto. La loro presenza in aula, non certa in quanto entravano e uscivano, non può essere conteggiata non avendo attivato la scheda di partecipazione. Di fronte al dato elettronico, il loro conteggio per avere efficacia avrebbe richiesto in ogni caso la verifica nominativa del numero legale, con il pronunciamento degli stessi dell’espressa partecipazione alla seduta e, dopo la verifica del numero legale – se positiva – si sarebbe dovuto procedere alla votazione elettronica. La seduta in questione è pubblica e la presenza in sala di un consigliere non significa la sua partecipazione ai lavori se non viene accertata con le forme dovute». (l.bo.)
Il Piccolo, 23 settembre 2009
SEDUTA IN PROGRAMMA LUNEDÌ
In aula si parlerà di rischio nucleare
Interrogazione di Greco sull’ipotesi che la città sia tra i siti di una centrale
L’ipotesi – o meglio il timore – che Monfalcone possa essere inserita dal governo tra i siti in cui realizzare una centrale nucleare sarà affrontata nel Consiglio comunale convocato per lunedì alle 20.30, con eventuale prosecuzione la sera successiva. A innescare il dibattito è l’interrogazione del consigliere del Pd, Omar Greco, che ha chiesto al sindaco «cosa intende fare per tutelare i cittadini di Monfalcone, qualora le indiscrezioni dovessero rivelarsi fondate. La nostra città – ha aggiunto Greco – vista la sua vocazione industriale, ospita già un numero importante di attività produttive, anche inquinanti, tra cui la centrale termoelettrica più grande della regione». Tra gli argomenti in discussione, anche alcune mozioni del consigliere dell’Udc Giorgio Pacor, e una del consigliere Fabio Del Bello sulla salubrità delle acque dell’Isonzo e del litorale.
Il Piccolo, 27 settembre 2009
AMBIENTE
«Sì al nucleare ma non in città»
L’Udc: «Monfalcone pretende chiarezza dal ministro Scajola»
Le rassicurazioni del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola non bastano. Nessuno a Monfalcone sembra disposto a prendere sottogamba l’ipotesi che la città possa diventare sito per una centrale nucleare, nemmeno chi è in linea con la scelta nucleare del governo. Dopo il consigliere regionale del Pd Giorgio Brandolin e il segretario provinciale Omar Greco, alla carica vanno anche i consiglieri comunali dell’Udc Giorgio Pacor e Cesare Calzolari. «È evidente – dicono Pacor e Calzolari, a fronte della lista sui possibili siti pubblicata di recente sul ”Sole 24 Ore” e delle dichiarazioni del ministro Scajola («Nessuna ipotesi è stata sinora formulata») – che negli ambienti economici e confindustriali il nostro territorio è considerato come idoneo a questo insediamento, come Chioggia per la quale si era pronunciato in senso favorevole il presidente della regione Galan. È evidente che anche l’Italia è chiamata a misurarsi con il problema di una diversificazione di fonti di produzione energica per ridurre la dipendenza dall’impiego del petrolio e del carbone, fonti di inquinamento».
L’Udc, favorevole alla costruzione di centrali nucleari il Italia, afferma però «la sua più netta contrarietà a ogni previsione di collocare nella nostra città impianti nucleari» e ritiene che su questo punto debba esserci la più ampia mobilitazione per evitare una prospettiva del genere. Pacor e Calzolari spiegano la ragione di questa opposizione, «legata al sovraccarico di insediamenti industriali e di produzione di sostanze inquinanti e al rischio già presente nel territorio per la crescita disordinata del dopoguerra e perché essa minerebbe ogni altra prospettiva di sviluppo». Secondo i due consiglieri dell’Udc, da un lato sarebbero a rischio i livelli minimi di garanzia della qualità della vita in una realtà dove il carico antropico è già rilevante, dall’altro ne verrebbero condizionate e compromesse prospettive come quelle legate al porto, alla logistica, alla nautica e all’innovazione, le quali ultime potranno trovare impulso dal Distretto navalmeccanico e dagli altre attività previste in Europalace.
«Già fin d’ora – concludono Pacor e Calzolari – è indispensabile che siano fatti tutti i passi affinché la Regione faccia sentire la sua voce in modo tale che nella scelta dei criteri si tenga conto dell’impossibilità di collocare siti di questa natura, così pesantemente impattanti, all’interno di comprensori fortemente urbanizzati e industrializzati. Questo insediamento, per le sue esigenze di spazio, acqua di raffreddamento, movimentazione avrebbe un effetto devastante sulla città».
Il Piccolo, 30 settembre 2009
Il sindaco: «Una follia costruire una centrale nucleare a Monfalcone»
Monfalcone non è disponibile ad accogliere un impianto nucleare sul proprio territorio. Lo ha chiarito il sindaco Gianfranco Pizzolitto nella seduta di lunedì sera del Consiglio comunale, rispondendo all’interrogazione presentata dal consigliere dei Ds-Pd Omar Greco. Il sindaco ha definito anzi ”una follia” un’ipotesi del genere per una città che «ha già dato tanto, troppo, dall’amianto alla densità dei suoi insediamenti industriali». «Non siamo un cassonetto», ha aggiunto Pizzolitto, rilevando come sarebbe inoltre del tutto improbabile che una città che ha respinto il rigassificatore Snam dica sì al nucleare. «Auspico che in città si crei una consapevolezza trasversale su questo tema – ha proseguito il sindaco -. Si tratta di dire no a un ulteriore, intollerabile impatto sul territorio, anche rispetto lo sviluppo del residuale nautico e turistico. In ogni caso non mi risulta che la proprietà della centrale sia stata interpellata o in qualche modo coinvolta nei progetti di rilancio del nucleare in Italia. Non c’è quindi alcun rallentamento della riconversione a metano dei due gruppi a olio combustibile della centrale termoelettrica».
Messaggero Veneto, 30 settembre 2009
Centrale nucleare a Monfalcone, il «no» del sindaco: «Una follia, siamo già la città martire per l’amianto»
MONFALCONE. Non si è espresso in merito all’uso dell’energia nucleare e ha voluto solo parlare in merito alla eventuale scelta di Monfalcone come sito di centrale, cosa che ha definito “una follia”.
Il sindaco di Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto, interrogato dal consigliere comunale Omar Greco in merito alla possibile scelta di Monfalcone come, appunto, sito di centrale nucleare, ha parlato con chiarezza. «Monfalcone ha già dato. Siamo la città martire dell’amianto, abbiamo insediamenti industriali a densità elevata. Non c’è più spazio. Sembra che noi dobbiamo essere il sito dove mettere quello che altri non vogliono, ma dobbiamo essere noi a decidere: non siamo un cassonetto e qui, nella città che ha detto no al terminale di rigassificazione, il sito nucleare non deve essere inserito», ha detto Pizzolitto, auspicando che si crei una trasversalità di forze politiche e sociali per dire che la città non consente nuovi grandi impatti.
«Oltretutto – ha aggiunto – ciò sarebbe in contrasto con il residuale turistico».
In merito al possibile utilizzo della centrale termoelettrica quale centrale nucleare, ha detto di non avere assolutamente notizia in tal senso, rassicurando anche sul prosieguo del processo di metanizzazione della centrale ex Endesa, ora A2A.
In merito all’ipotesi di Monfalcone nuclearea Greco ha ricordato come il disegno di legge 1195 prevede che entro sei mesi il governo fissi i paletti per l’avvio di un piano finalizzato a costruire un certo numero di centrali nucleari nel nostro paese e le prime indiscrezioni, pur mancando l’ufficialità, dicono che uno dei siti prescelti potrebbe essere proprio la città dei cantieri, che, sulla base dei decreti legislativi di riassetto normativo «recanti la disciplina della localizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare», cioè norme che definiranno i criteri di scelta dei siti sui quali nasceranno le nuove centrali, disporrebbe di tutte le caratteristiche per ospitare una centrale.
«La nostra città, vista la sua vocazione industriale, ospita già un numero importante di attività produttive, anche inquinanti, tra cui la centrale termoelettrica più grande della Regione», dice Greco, parlando anche di «cortina fumogena che circonda questa vicenda, a causa della poca trasparenza del governo, che in assenza di una reale politica energetica improvvisa scelte senza tener conto dei rischi che il nucleare comporta e dei tanti problemi ancora irrisolti sul suo utilizzo, come per esempio lo smaltimento delle scorie».
Cristina Visintini
Il Piccolo, 01 ottobre 2009
CONSIGLIO PROVINCIALE
Gherghetta: no a una centrale nucleare in città
«Farò il massimo per evitare che si realizzi una centrale termonucleare a Monfalcone». Il presidente della Provincia Enrico Gherghetta lo ha affermato nel corso della seduta del Consiglio provinciale dell’altra sera. Rispondendo alle interrogazioni dei consiglieri Ennio Pironi, Fabio Del Bello e Alessandro Perrone, preoccupati per quanto scritto la scorsa settimana sul quotidiano economico ”Il Sole 24 ore”, Gherghetta ha ribadito la posizione antinucleare che aveva già sostenuto a luglio. Ieri il capo dell’esecutivo provinciale è tornato sull’argomento è ha ampliato il pensiero. «Mi opporrò alla realizzazione di una centrale atomica non solo a Monfalcone, ma anche nell’Isontino e nel resto d’Italia», sono state le sue parole. Citando il presidente onorario di Legambiente Ermete Realacci, il premio nobel goriziano Carlo Rubbia e l’economista ambientalista Jeremy Rifkin, Gherghetta ha invitato a guardare più in là, alle energie pulite. «L’Italia potrebbe creare energia da fonti rinnovabili meglio di qualunque altro paese al mondo: abbiamo il vento, i fiumi, il sole bisogna solo imparare a sfruttare meglio questi elementi. Quella atmica è una tecnologia ormai vecchia e costosa, oltre che pericolosa. Non può essere realizzata. Bisogna quindi lasciare spazio alla produzione locale di energia. Questo eliminerebbe gli sprechi».
«Sono uno dei sostenitori della micro-generazione – ha aggiunto il presidente della Provincia -. Un esempio: alcuni giorni fa mi ha chiamato il titolare della Sbe e mi ha informato che l’azienda va verso l’autoproduzione totale dell’energia elettrica. Stiamo parlando di una realtà con 200 dipendenti: se si può fare in questo settore, allora credo che si possa fare ovunque».
Stefano Bizzi




