Il Piccolo, 12 aprile 2010
 
PARLA L’EX SINDACO ADRIANO PERSI
«La piazza? Brutta, non sarà mai luogo d’incontro» 
«Usati materiali scadenti. Illuminazione inefficiente. Continuerà a essere fonte di problemi»
Mi sarebbe piaciuto vedere Pizzolitto più vicino alla gente. Il primo cittadino deve essere disposto ad affrontare molti sacrifici 
Per quanto riguarda la sicurezza non basta partecipare agli incontri col questore, servono continui scambi d’informazioni

di TIZIANA CARPINELLI

La piazza? Un buco nell’acqua. Il confronto coi cittadini? Questione di sensibilità (mancata) del sindaco. Il nuclare? Non ne parliamo. Adriano Persi, ex primo cittadino di Monfalcone, ha le idee ben chiare su ciò che va e ciò che non va in città. Del resto, se gli chiedi quando ha iniziato a fare politica, ti risponde dopo neanche mezzo secondo che lui, la gavetta, l’ha cominciata presto, anzi prestissimo, precisamente da ”putel”. Dunque, di esperienza, ne ha macinata parecchia. «Andavo a cior i ciclostilati e li distribuivo in giro: iera el 1972, mi iero un putel e gavevo appena ciapà la tessera del Pci». Ma Persi non è mai stato uomo di partito. La vicinanza alla città, gli umori dei residenti, le esigenze del territorio, per lui sono sempre venute prima di ogni logica di potere. E così oggi, se lo interroghi sulle caratteristiche che dovrebbe avere il prossimo candidato sindaco del centrosinistra, la prima cosa che gli viene in mente è questa: «Intanto auspicherei che conosca bene la città, il suo contesto economico e sociale. Soprattutto che la ami. Perché ci deve mettere il cuore».
Persi, da dieci anni non è sindaco, come è cambiata Monfalcone?
La città ha continuato a seguire le opportunità economiche che si sono consolidate nella realtà industriale: per quanto si sia cercato di diversificarne lo sviluppo è rimasta ancorata alla cantieristica. E chi l’avrebbe mai pensato, dopo la terribile crisi dell’89, post Micoperi, che proprio la Fincantieri avrebbe infine rappresentato il futuro della città? Alle luce di questa riflessione, oggi si nota il riemergere di dinamiche vecchie, legate ai flussi della manodopera, con tutte le problematiche conseguenti. Attenzione, però: l’arrivo di nuove persone non significa degrado urbano, poiché queste vengono qui per lavorare e si guadagnano da vivere onestamente. Non va mai scordato.
E la fisionomia del territorio?
Ho riscontrato il completamento di una serie di opere importanti, in prevalenza poli culturali, che hanno effettivamente riqualificato Monfalcone: la biblioteca, il Centro anziani, il Centro giovani… La galleria d’arte contemporanea no, è stata una forzatura rispetto all’iniziale indirizzo di sala polifunzionale. Rilevante pure l’intervento sulla rete fognaria, spesso dato come poca cosa, ma in realtà essenziale per la vita dei cittadini. La viabilità, invece, mi sa che non troverà soluzione nelle opere prospettate.
Lei che era favorevole alla Snam, come vede l’ipotesi del nucleare a Monfalcone?
Naturalmente sono contrario. Ritengo invece si debba guardare con maggiore interesse alla ricerca scientifica e in particolare alle fonti rinnovabili o alternative, come l’energia solare: il nucleare è del tutto superato, ci vogliono 15 anni solo per impiantare una centrale e, una volta realizzata, serve un secolo per cancellarne gli effetti prodotti sul territorio. Dunque conviene? Il governo nazionale spinge su questo pedale, ma troverà ferma opposizione nei Comuni, com’è logico che sia.
Super-porto e authority unica, si o no?
Innanzitutto c’è da capire quanto il progetto sia finanziabile, quanto sia finanziato e se nasca da esperti del settore. Ovvero: dietro Unicredit c’è un gruppo di imprenditori in grado di far compiere il salto di qualità alla zona? Relativamente all’authority, il problema sta a mio avviso nella volontà reale di coinvolgere il territorio nella partita.
Cioè?
Per come è nato, questo progetto, mi lascia dubbioso: perchè i proponenti, che pure si sono recati al cospetto di ministri e governanti regionali, non sono venuti a presentarlo a Monfalcone? La correttezza della Snam, all’epoca, fu proprio quella di venire prima in Comune e di andare poi da tutti gli altri. Questo ragionamento vale per ogni significativa ipotesi di trasformazione, come per esempio il Corridoio 5.
Ma lo approva?
Il progetto del super-porto di per sè può essere valido e la sfida di un’infrastruttura in simbiosi con Trieste si può anche accettare, ma ritengo che in questo frangente sia prioritario valutare la capacità di avviare un tale traffico di container a Monfalcone. Boniciolli (presidente dell’Autorità portuale di Trieste, ndr), che qualcosa ne sa, mi sembra perplesso.
In città si è molto parlato di sicurezza reale e sicurezza percepita…
Monfalcone non è degradata né invivibile. Certo la partita della sicurezza oggi riguarda tutti e in particolare le scuole, gli oratori e quelle strutture ove le relazioni si intersecano per creare reale integrazione. Sul tema va riposta massima attenzione: non basta la partecipazione alle riunioni dei comitati per la sicurezza o agli incontri col questore. Quando sono stato sindaco io, c’era un rapporto costante e diretto tra l’amministrazione comunale e gli organi preposti al controllo, con scambi continui di informazioni, di conoscenza delle presenze, dell’identità dei residenti, anche attraverso il vaglio dei contratti d’affitto, per evitare speculazioni e rimuovere ogni possibile nicchia di malaffare. È inevitabile, a fronte di considerevoli flussi migratori, il crearsi di fenomeni d’illegalità, da contrastare appunto con una presenza decisa. Analogamente risulta fondamentale agire anche sul versante degli appalti della cantieristica, per la verifica della regolarità dei contratti di assunzione e dell’operato delle ditte.
E per quanto riguarda l’integrazione con le comunità straniere?
Avviene principalmente nelle scuole, dove dirigenti e insegnanti risultano obiettivamente investiti da una sfida grande e difficile. Lo si è visto anche di recente col caso della benedizione alla elementare Battisti, dove nonostante i nobili intenti degli insegnanti si è rischiato di arrecare un danno. La cerimonia, infatti, avrebbe dovuto tenere conto anche del credo della persona commemorata.
Opere pubbliche e appalti, abbiamo visto che non sempre la ciambella è venuta col buco.
Il problema è la legislazione che regola la materia e gli orientamenti al massimo ribasso. Anch’io sul finire dell’ultimo mandato mi sono trovato con due interventi non riusciti: la galleria del mercato e la casa dei lungodegenti. Si dovrebbe intervenire con politiche adeguate in campo normativo per evitare che le ditte serie vengano messe in difficoltà e poi smettere di inseguire il massimo ribasso, che non è mai indice di qualità.
La piazza è venuta bene?
Non mi piace. Monfalcone non ha mai avuto una piazza da identificare quale punto di incontro, non appartiene alla sua storia. E il progetto, pur frutto di un concorso di idee, avrebbe dovuto tenere conto di una tale circostanza. La sfortuna del cosiddetto salotto buono è stata la scelta dei materiali scadenti e l’impiego di una ditta che evidentemente non ha operato con la dovuta cura. Inoltre alcuni difetti che si sono successivamente resi evidenti sono stati lasciati lì.
Per esempio?
L’illuminazione, dimostratasi inefficiente. Quella piazza sarà fonte di problemi, anche in futuro. Un’opera, per essere fatta bene, necessita di una determinata tempistica: se rifaccio le fognature, non possono pensare di chiudere il cantiere entro sei mesi, poiché vi possono essere cedimenti successivi se la strada non viene consolidata a dovere. I cittadini, dal canto loro, devono abituarsi al disagio, che l’ente locale è tenuto a contenere al massimo. Soprattutto ci deve essere concertazione.
Si riferisce a qualcosa in particolare?
Se il Comune svolge degli interventi è giusto che coinvolga i residenti. Penso alla riqualificazione di via Grado, dove questa sensibilità è mancata: da due anni e mezzo gli operatori del posto chiedono un confronto sui lavori pubblici, segnalando che l’apposizione di un’aiuola spartitraffico provocherà inevitabile disagio alle attività, ma niente da fare. A tal proposito mi chiedo: i soldi erogati dalla Regione per la viabilità monfalconese rappresentano la posa di una pietra tombale sulla liberalizzazione dell’A4 nel tratto Redipuglia-Villesse? Così come concepiti, peraltro, gli assetti viari rischiano di riportare i mezzi pesanti, all’uscita dal Lisert, sulle arterie monfalconesi. Ecco, non vorrei che questi finanziamenti fossero serviti a tacitare le legittime richieste dei cittadini, poichè si tratta di un problema molto sentito.
Cosa ne pensa della fusione dei Comuni?
Un’occasione persa. Tutto il lavoro fatto negli anni ’90 per creare le basi di un’aggregazione di Comuni è finito nel dimenticatoio e il progetto di Città mandamento è morto. La filosofia che sottendeva l’indirizzo era quella di creare uffici unici, reciproca integrazione della pianta organica e una sola polizia municipale, ma s’è fatto poco. Non credo che arriverà mai una legge in merito, l’Italia è un paese dove tutto risulta difficile: se ne parla tanto, ma si è mai visto sciogliere una Provincia? D’altro canto non credo si debba aspettare sempre una legge, per agire in maniera intelligente.
La preoccupa la riforma sanitaria?
C’è grande paura sulla sanità isontina. Scoprire poi che ogni tanto riemerge l’antica rivalità tra Monfalcone e Gorizia non è rinfrancante. Con l’ospedale unico in provincia si era ben delineato chi doveva fare cosa. Ora non sembra più così. Io ritengo che la sanità debba essere vicina al territorio e corrispondente alle sue esigenze. Non si può sgravare Monfalcone di servizi essenziali, tanto più se si considera la presenza sul territorio di realtà industriali importanti e dei flussi turistici diretti a Grado. Il Punto nascita, la Chirurgia, la Terapia intensiva, l’Unità coronarica devono restare qui. Quando si è chiesto di chiudere Grado e Cormons, l’Isontino, a dispetto di quanto è avvenuto a Cividale e Gemona, ha fatto la sua parte. Ora non possiamo perdere altri pezzi.
Cosa boccia dell’esecutivo Pizzolitto?
Non dò voti: è una cosa antipatica. Ognuno vive l’amministrazione secondo le proprie sensibilità. Dunque non entro nel merito del suo operato, dico solo che mi sarebbe piaciuto vedere un sindaco più vicino al cittadino. Questa città, in fondo, ha la dimensione di un grande paese ed è importante che non vi siano filtri. Quando mi insediai, la prima cosa che feci fu rimuovere la vetrata che isolava il mio ufficio. Il risultato fu che mi ritrovai ben presto con la fila di gente fuori dalla porta, ma questo fa parte del mestiere: essere sindaco è un lavoro che impone anche molti sacrifici. Di tempo e di rapporti familiari.
Ma Persi torna in campo?
No, su questo non dico niente!
Sicuro?
Beh, non si sa mai. Comunque è troppo presto per parlarne. È stata fatta un’uscita sul giornale e posso solo dire che sono stato molto gratificato dalla reazione della gente: non intendo gli amici che mi conoscono, ma tutti gli altri. Io non sono in un partito, però mi riconosco nel centrosinistra. Credo che tocchi prima ai partiti capire cosa vogliono. Poi si vedrà…
E Adriano Persi, nel frattempo, resta un battitore libero.

Ex comunista, oggi senza tessera nel Cda di Carifriuli e dell’Ente Fiere

«L’altro elemento che non dovrà mancare al candidato del centrosinistra per il post-Pizzolitto è l’ascolto: un sindaco deve rappresentare la città tutta, prestando grande attenzione anche alle piccole cose, per cogliere le reali priorità della collettività. È facile realizzare una piazza, ma forse è più importante, in questo momento, costruire nuove case di riposo. Altro aspetto non secondario è quello di riuscire a costruire una squadra in grado di raccogliere consenso in città. Essere solidali, nel rapporto con dirigenti e funzionari, risulta essenziale». Questa la ”ricetta” di Adriano Persi, ex sindaco di Monfalcone, al giro di boa dei sessant’anni (li compirà il prossimo 31 agosto). Sposato con la signora Dionisia e padre di Lorenzo, ha retto l’amministrazione comunale per un decennio (dal 1991 al 2001). Da due giorni siede nel Consiglio di amministrazione della Cassa di risparmio del Friuli Venezia Giulia, incarico che così commenta: «Quest’ultima nomina mi motiva molto: sicuramente costituirà una bella esperienza essere all’interno di un istituto bancario in un momento così delicato e cruciale, dettato dalla crisi economica in atto. Sicuramente garantirò il massimo impegno». Non si tratta, tuttavia, dell’unico compito cui è chiamato: è nel cda dell’Ente Fiere ed è alla guida della Banda civica di Monfalcone. Ora in pensione, Persi è stato dipendente di AcegasAps, dove ha concluso il percorso professionale ricoprendo la carica di responsabile dell’Acquedotto di Trieste. «L’impresa più memorabile in Comune? L’organizzazione dei concerti – conclude – riuscimmo a portare a Monfalcone Gianna Nannini, Pfm e Banco del mutuo soccorso. Chiusi il viale San Marco dalle 14 alle 24 e feci esibire lì la Pfm. Fu incredibile». (t.c.)

Il Piccolo, 16 maggio 2010
 
«Dateci il centro specializzato sulle malattie dell’amianto» 
A fronte della mortalità le istituzioni pubbliche reclamano la struttura
Greco (Pd) afferma che l’assessore Kosic non ha fatto nulla per favorire la nascita di un polo regionale

«Un centro delle malattie asbesto correlate a Monfalcone è la logica richiesta del territorio». Ad affermarlo è il sindaco di Monfalcone Gianfranco Pizzolitto che si fa interprete di quelle che sono le istanze avanzate dalla popolazione, la quale a fronte dei dati relativi alle patologie contratte e ai decessi accertati a seguito dell’esposizione all’amianto sollecita l’istituzione di una struttura specializzata.
Già a marzo, del resto, il segretario provinciale del Pd Omar Greco aveva rimproverato l’assessore regionale alla Salute Vladimir Kosic di non aver fatto finora nulla per promuovere la nascita del centro di ricerca regionale sulle malattie asbesto-correlate a Monfalcone, estendendo la critica anche ai programmi di collaborazione transfrontaliera a Gorizia. Ora il primo cittadino torna alla carica: «Accetteremmo volentieri – dice – una vocazione transfrontaliera della sanità gorizia, davanti a un progetto serio e concreto, se per conseguente logica venisse però realizzata a Monfalcone la sede delle malattie asbesto correlate».
Tumori e patologie dell’apparato respiratorio appaiono peraltro in aumento in città. Per quel che riguarda i carcinomi l’incidenza nei maschi è superiore alla media regionale e lo scostamento riguarda appunto il mesotelioma, legato all’esposizione all’amianto, e bronchi-polomoni oltre, tra gli altri, a prostata e rene.
Ad aggravare il quadro, e nello stesso tempo ad accreditare la proposta di realizzare un centro specializzato a Monfalcone, il fatto che la provincia di Gorizia detenga il primato in Italia della mortalità per esposizione all’amianto. (t.c.)

LA SANITÀ MONFALCONESE VA ALLO SCONTRO CON LA REGIONE
Pizzolitto: «Terapia intensiva non si tocca» 
Il sindaco non ci sta a vedere trasformato il San Polo in un ospedale di rete

di TIZIANA CARPINELLI

Si puntellano le prime barricate in difesa della sanità monfalconese. Sindaco e assessori compatti nel sostenere quello che è ormai a tutti gli effetti un diktat: «Guai a chi tocca il Punto nascita». Scontro a tutto campo tra amministrazione comunale e Regione a fronte degli indirizzi trasmessi dal Piano sociosanitario. Il primo cittadino Gianfranco Pizzolitto lo dice a chiare lettere: «Se ci togliete la Terapia intensiva e la Terapia intensiva cardiologica allora il San Polo diventa la succursale di Trieste e noi, signori, a questo punto non ci stiamo».
Anche l’ipotesi di mantenere entrambi i Punti nascita (e nella città dei cantieri e a Gorizia) con un solo primario è potenzialmente foriera di battaglie: il dirigente, infatti, avrà sede fissa a Monfalcone, dove i numeri legittimano abbondantemente la struttura, oppure al Nuovo San Giovanni di Dio, che invece si attesta al di sotto dei 500 parti all’anno? A tale proposito interviene l’assessore comunale alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, che rivendica il «diritto alla sanità e alla sicurezza dei cittadini monfalconesi» e senza ricorrere a panegirici afferma: «Se il primario dovesse risiedere in capo alle strutture goriziane allora significherebbe che tutte le analisi svolte in seno alle commissioni non sono servite a nulla, poichè in realtà i giochi si fanno ad altri tavoli, a noi preclusi: quelli della politica».
Ma il più determinato a ”vendere cara la pelle” è il sindaco Pizzolitto, che non se ne sta certo al palo, anzi fin d’ora assicura il massimo impegno a contrastare l’ipotesi di «vedere ridimensionato a mero ospedale di rete il San Polo».
Di qui in avanti, insomma, strenua opposizione: «Sono estremamente preoccupato per la fragilità che storicamente il territorio accusa nel suo farsi valere dinanzi alla Regione – esordisce -. Purtroppo viviamo in una provincia piccola, che ha già pagato uno scotto enorme in termini di ridimensionamento. Io temo che se stavolta non battiamo i pugni sul tavolo e non puntiamo i piedi ci troveremo ancora una volta a essere l’anello debole della catena e dunque pagheremo più di altri i nuovi indirizzi. Non è, si badi bene, una preoccupazione infondata, poiché dalla documentazione elaborata dalle commissioni politica e tecnica emergono rischi di ridimensionamento sanitario tali da trasformare il presidio monfalconese nella succursale dell’ospedale triestino».
«Se dovessero effettivamente toglierci la Terapia intensiva e la Terapia intensiva cardiologica – sottolinea ancora Pizzolitto – il San Polo diventerebbe di fatto un ospedale di rete. Abbiamo già subito abbastanza. Penso al balletto dei direttori: ne sono succeduti tre in poco tempo. Per nostra fortuna si è trattato sempre di bravi professionisti, l’ultimo dei quali è Cortiula, ma a Udine, Pordenone o Trieste avrebbero accettato che avvenisse ciò senza una consultazione del territorio come invece è accaduto qui?».
Per questo il sindaco ha proposto un documento politico in cui «si rilevano le difficoltà e le perplessità di una tale operazione». «Siamo ben allertati e non subiremo scelte calate dall’alto: è questa la sintesi dell’atto – chiosa -. A renderci forti l’evidenza della nostra realtà: una realtà virtuosa, che vede il bilancio in pareggio e si colloca sempre di più quale punto di eccellenza. Area vasta, a mio modo di vedere le cose, non equivale a concentrare i servizi in un solo posto. Accetteremmo volentieri la vocazione transfrontaliera della sanità goriziana, davanti a un progetto serio e concreto, se per conseguente logica venisse però realizzata a Monfalcone la sede delle malattie asbesto-correlate».

Il Piccolo, 16 maggio 2010
 
«Dateci il centro specializzato sulle malattie dell’amianto» 
A fronte della mortalità le istituzioni pubbliche reclamano la struttura
Greco (Pd) afferma che l’assessore Kosic non ha fatto nulla per favorire la nascita di un polo regionale

«Un centro delle malattie asbesto correlate a Monfalcone è la logica richiesta del territorio». Ad affermarlo è il sindaco di Monfalcone Gianfranco Pizzolitto che si fa interprete di quelle che sono le istanze avanzate dalla popolazione, la quale a fronte dei dati relativi alle patologie contratte e ai decessi accertati a seguito dell’esposizione all’amianto sollecita l’istituzione di una struttura specializzata.
Già a marzo, del resto, il segretario provinciale del Pd Omar Greco aveva rimproverato l’assessore regionale alla Salute Vladimir Kosic di non aver fatto finora nulla per promuovere la nascita del centro di ricerca regionale sulle malattie asbesto-correlate a Monfalcone, estendendo la critica anche ai programmi di collaborazione transfrontaliera a Gorizia. Ora il primo cittadino torna alla carica: «Accetteremmo volentieri – dice – una vocazione transfrontaliera della sanità gorizia, davanti a un progetto serio e concreto, se per conseguente logica venisse però realizzata a Monfalcone la sede delle malattie asbesto correlate».
Tumori e patologie dell’apparato respiratorio appaiono peraltro in aumento in città. Per quel che riguarda i carcinomi l’incidenza nei maschi è superiore alla media regionale e lo scostamento riguarda appunto il mesotelioma, legato all’esposizione all’amianto, e bronchi-polomoni oltre, tra gli altri, a prostata e rene.
Ad aggravare il quadro, e nello stesso tempo ad accreditare la proposta di realizzare un centro specializzato a Monfalcone, il fatto che la provincia di Gorizia detenga il primato in Italia della mortalità per esposizione all’amianto. (t.c.)

LA SANITÀ MONFALCONESE VA ALLO SCONTRO CON LA REGIONE
Pizzolitto: «Terapia intensiva non si tocca» 
Il sindaco non ci sta a vedere trasformato il San Polo in un ospedale di rete

di TIZIANA CARPINELLI

Si puntellano le prime barricate in difesa della sanità monfalconese. Sindaco e assessori compatti nel sostenere quello che è ormai a tutti gli effetti un diktat: «Guai a chi tocca il Punto nascita». Scontro a tutto campo tra amministrazione comunale e Regione a fronte degli indirizzi trasmessi dal Piano sociosanitario. Il primo cittadino Gianfranco Pizzolitto lo dice a chiare lettere: «Se ci togliete la Terapia intensiva e la Terapia intensiva cardiologica allora il San Polo diventa la succursale di Trieste e noi, signori, a questo punto non ci stiamo».
Anche l’ipotesi di mantenere entrambi i Punti nascita (e nella città dei cantieri e a Gorizia) con un solo primario è potenzialmente foriera di battaglie: il dirigente, infatti, avrà sede fissa a Monfalcone, dove i numeri legittimano abbondantemente la struttura, oppure al Nuovo San Giovanni di Dio, che invece si attesta al di sotto dei 500 parti all’anno? A tale proposito interviene l’assessore comunale alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, che rivendica il «diritto alla sanità e alla sicurezza dei cittadini monfalconesi» e senza ricorrere a panegirici afferma: «Se il primario dovesse risiedere in capo alle strutture goriziane allora significherebbe che tutte le analisi svolte in seno alle commissioni non sono servite a nulla, poichè in realtà i giochi si fanno ad altri tavoli, a noi preclusi: quelli della politica».
Ma il più determinato a ”vendere cara la pelle” è il sindaco Pizzolitto, che non se ne sta certo al palo, anzi fin d’ora assicura il massimo impegno a contrastare l’ipotesi di «vedere ridimensionato a mero ospedale di rete il San Polo».
Di qui in avanti, insomma, strenua opposizione: «Sono estremamente preoccupato per la fragilità che storicamente il territorio accusa nel suo farsi valere dinanzi alla Regione – esordisce -. Purtroppo viviamo in una provincia piccola, che ha già pagato uno scotto enorme in termini di ridimensionamento. Io temo che se stavolta non battiamo i pugni sul tavolo e non puntiamo i piedi ci troveremo ancora una volta a essere l’anello debole della catena e dunque pagheremo più di altri i nuovi indirizzi. Non è, si badi bene, una preoccupazione infondata, poiché dalla documentazione elaborata dalle commissioni politica e tecnica emergono rischi di ridimensionamento sanitario tali da trasformare il presidio monfalconese nella succursale dell’ospedale triestino».
«Se dovessero effettivamente toglierci la Terapia intensiva e la Terapia intensiva cardiologica – sottolinea ancora Pizzolitto – il San Polo diventerebbe di fatto un ospedale di rete. Abbiamo già subito abbastanza. Penso al balletto dei direttori: ne sono succeduti tre in poco tempo. Per nostra fortuna si è trattato sempre di bravi professionisti, l’ultimo dei quali è Cortiula, ma a Udine, Pordenone o Trieste avrebbero accettato che avvenisse ciò senza una consultazione del territorio come invece è accaduto qui?».
Per questo il sindaco ha proposto un documento politico in cui «si rilevano le difficoltà e le perplessità di una tale operazione». «Siamo ben allertati e non subiremo scelte calate dall’alto: è questa la sintesi dell’atto – chiosa -. A renderci forti l’evidenza della nostra realtà: una realtà virtuosa, che vede il bilancio in pareggio e si colloca sempre di più quale punto di eccellenza. Area vasta, a mio modo di vedere le cose, non equivale a concentrare i servizi in un solo posto. Accetteremmo volentieri la vocazione transfrontaliera della sanità goriziana, davanti a un progetto serio e concreto, se per conseguente logica venisse però realizzata a Monfalcone la sede delle malattie asbesto-correlate».