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Il Piccolo, 12 novembre 2009
ROTTURA SULLA GESTIONE DEI PROVVEDIMENTI
Flop-sicurezza, Luise se ne va dalla giunta
L’assessore si sente scavalcato: «Troppi ritardi e incertezze, misure del tutto inutili»
di FABIO MALACREA
Michele Luise sbatte la porta e se ne va. L’assessore comunale alla Sicurezza, che regge anche i referati dello Sport e del Personale, è in rotta di collisione con il sindaco e i colleghi di giunta ed è stufo di essere il bersaglio per il sostanziale fallimento del pacchetto-sicurezza messo a punto dal Comune per dare un po’ di decoro alla città. Del malumore di Luise, responsabile diretto dell’applicazione delle misure anti-sputo, anti-accattoni e contro ”bici selvaggia”, girava voce da qualche tempo. C’è chi parla (Giorgio Pacor dell’Udc) di Luise «bloccato dal sindaco» nel far rispettare le ordinanze, la cui gestione sarebbe di fatto nelle mani dello stesso Pizzolitto e dei vigili urbani. E condizionato da una maggioranza troppo sbilanciata, a sinistra, verso una linea morbida che, di fatto, trasformerebbe i provvedimenti in pure enunciazioni.
Gli esempi non mancano: dalla complicata e sofferta gestazione del pacchetto-sicurezza, ai rinvii continui, alle interpretazioni date nell’applicazione delle sanzioni, sfociate anche in alcuni episodi grotteschi, come quello della bicicletta parcheggiata davanti al Comune che nessuno si prendeva la briga di spostare «perchè non intralciava», o del mendicante straiato sul marciapiede lasciato in pace «perchè non importunava». Tutto ciò mentre il malumore in città sfociava nelle 1500 raccolte in poche ore dalla Lega Nord con un banchetto in piazza contro la moschea e le tensioni sociali in città.
Insomma, Luise ha deciso di gettare la spugna. L’annuncio ufficiale arriverà a giorni. Ma la decisione è presa, e non ci saranno ripensamenti. Ciò che è ancora da chiarire è se l’abbandono riguarderà solo la delega alla Sicurezza o anche quelle del Personale e dello Sport. L’impressione è che Luise non abbia più nessuna intenzione di avere a che fare con la giunta.
Comunque vada a finire, l’assessore Luise rifiuta un ruolo di corresponsabilità sulla questione-ordinanze ma soprattutto ritiene che ci sia stata una mancata trasparenza sul suo ruolo di assessore alla Sicurezza.
«Quella delega – dice Luise – mi è arrivata per esclusione. A chi poteva andare? Non certo a qualcuno del Pd o di Rifondazione. Era l’unica scelta ”politicamente corretta” possibile». Ma alla fine sarebbero prevalse le resistenze, «con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti».
Luise contesta tutto l’iter che ha portato al ”parto” delle ordinanze-sicurezza: «Ci sono stati troppi stop-and-go: prima la necessità di consultare le scuole e le comunità straniere, poi una prima retromarcia sulla questione dello sputo, poi ulteriori ripensamenti. Insomma, ci sono voluti mesi. Si sarebbe fatto prima a fare un figlio».
Che tra questa maggioranza e Luise le cose non andassero per il meglio era già emerso mesi fa quando l’assessore (ex Margherita e lista civica) non aveva voluto la tessera del Pd. L’ingresso in giunta di Luise era avvenuto nell’ambito del rimpasto dell’aprile di tre anni con ben altre funzioni: all’inizio fu titolare tra l’altro delle Finanze, poi passate al super-assessore del Pd Gianluca Trivigno. Un ruolo quindi sempre più marginale, sfociato nell’affidamento del referato alla Sicurezza, il più scomodo, ma senza avere poi, come si è rivelato, gli strumenti necessari per gestirlo. Un’esperienza in giunta che lo ha fatto sentire progressivamente un ”corpo estraneo”. Fino a dire: mollo tutto e me ne vado.
Una gestazione lunga 9 mesi per le 3 ordinanze del Comune
L’elaborazione delle ordinanze sulla vivibilità e il decoro urbani è stata una lunga gestazione. «Un parto durato nove mesi», l’ha definita l’assessore alla Sicurezza, Michele Luise. Frutto di studio e attente valutazioni, avvalendosi del supporto della Polizia municipale. Provvedimenti dati per imminenti più volte. Il piano che l’amministrazione comunale presentò in Regione, nell’ottobre 2008, era un progetto da 800mila euro.
Un progetto ambizioso, per il quale tuttavia Monfalcone si era trovata a ”rivisitare” gli obiettivi in virtù di un’erogazione regionale ridotta circa un terzo. Ordinanze sofferte. Che registrarono l’altolà da parte del sindaco Gianfranco Pizzolitto, quando volle prendere ancora tempo per le dovute riflessioni. Un lavoro lungo e complesso, che aveva coinvolto anche le scuole in un’opera di confronto e di compartecipazione. Nè erano stati trascurati gli aspetti informativi e di corretta comunicazione nei confronti della comunità di immigrati. Anche in questo caso, incontri e dibattiti chiarificatori non sono mancati.
Fino ad approdare ai tre provvedimenti messi in campo questa estate, le ordinanze relative all’accattonaggio molesto, alla tutela della qualità urbana, comprensiva, assieme al divieto di imbrattare edifici e monumenti pubblici, anche quello di non sputare e di utilizzare impropriamente le panchine.
Quindi, il terzo provvedimento, legato alle biciclette, in relazione al decoro urbano, contro gli abbandoni di rottami e le soste selvagge. La prima ad entrare in vigore, il 19 agosto, è stata quella sull’accattonaggio, prevedendo l’avvio delle altre due il primo settembre. Giorno in cui era diventata operativa l’ordinanza anti-sputo, rimandando ulteriormente quella sulle dueruote dovendo prevedere l’installazione di nuove rastrelliere.
Il Piccolo, 06 novembre 2009
BOTTA E RISPOSTA SU INTERNET
”Senza bangla”? Meglio piazza ”pulita nei cervelli”
Su internet si scatena la guerra della «piazza dei bangla». Dopo la polemica nata dal gruppo Facebook «Monfalcone pulita, piazza vecchia… e senza bangla», ecco che immediata è scattata la reazione con la fondazione del gruppo di discussione «Monfalcone pulita… nei cervelli», che sostiene la posizione esattamente contraria.
MONFALCONE SENZA BANGLA. Il gruppo fondato qualche settimana ha già raggiunto 800 iscritti, quasi tutti ragazzini delle superiori. Oltre ai commenti sulla piazza, ad attirare l’attenzione era stato quel «senza bangla» riferito alla piazza. E, dopo l’uscita sulla stampa, mercoledì il fondatore del gruppo specificava, testuale: «Ho preso visione dell’articolo sul Piccolo, voglio precisare che il mio fan club ha dei (sic!) scopi ben precisi, il primo è che ero molto affezionato alla piazza vecchia, (e secondo me era anche più pratica) il secondo è che non cè (sic!)) una panchina libera, non cè pulizia e non cè ordine…. non è un incitazione al razzismo, ma credo che ogni ospite si debba integrare alle abitudini del posto e alla civiltà delle persone per bene».
MONFALCONE PULITA. Mentre Monfalcone senza bangla raggiungeva quasi gli ottocento iscritti, il gruppo «Monfalcone pulita nei cervelli» in un solo pomeriggio ne contava oltre cento, con la presenza di molti amministratori locali di Monfalcone e non solo. La motivazione del nuovo gruppo è chiara: «Si è scatenata una campagna di insostenibile denigrazione della nostra città, dei bangla accusati ormai di ogni colpa, si invoca un impossibile ritorno ad un opaco passato. E tutto usando la pancia per ragionare dimenticandosi di quell’altro organo che abbiamo a disposizione e che forse sarebbe il caso di consultare ed usare , almeno ogni tanto. Avanti così.
I COMMENTI. C’è chi racconta che «una sera, quest’estate, mi sono mangiato un buon gelato in piazza seduto su una panchina, circondato dai bangla. Ho visto gente pacifica giocare a scacchi e genitori condividere il panino incartato nella pellicola d’alluminio coi figli che nel frattempo giocavano come facevamo noi trent’anni fa». E ancora: «Si sono impossessati della piazza?? Non è forse che siamo noi monfalconesi ad essercene andati molto tempo prima che arrivassero loro?». E c’è anche chi sottolinea che per ”mandar via i bangla” si dovrebbero chiudere i cantieri. Eliana G. ribadisce «Via tutti……», e Giulia S. ribadisce «Concordo in piena…ormai a monfalcon de monfalconesi ghe ne xe assai pochi….ormai me par che semo in minoranza a casa nostra….mha…».
Elena Orsi
Il Piccolo, 07 novembre 2009
Lettere
Questo è razzismo
Gli immigrati in generale, e la comunità del Bangladesh in particolare, sono stati messi sotto tiro parecchie volte, a Monfalcone, negli ultimi giorni. Intanto c’è la Lega Nord che raccoglie le firme contro l’eventualità che ci sia una moschea in città. Ora, non c’è nessuno, tra i musulmani presenti in loco, che abbia i soldi per pagarsela, la moschea; e l’amministrazione Pizzolitto non vuole (né dovrebbe mai) pagare la costruzione di nessuna moschea; ciò nonostante, i leghisti chiameranno ugualmente a raccolta il popolo – un popolo scientificamente spaventato e disinformato da quelle televisioni berlusconiane che ormai da anni spacciano paura – e chiederanno di esprimersi contro una moschea che non è alle viste. Quindi sul niente. Se la cantano e se la suonano tra loro? Certamente. Sono cinici e spregiudicati? Eccome. Il problema (un problema non da poco, per la convivenza civile in questa città) è che c’è in giro gente dispostissima a farsi prendere per i fondelli da questi crociati da strapaese: per fare solo un esempio, coloro che su Facebook ci hanno fatto sapere che vorrebbero vedere Piazza della Repubblica ripulita dagli immigrati del Bangladesh. Sottinteso: si limitino a lavorare in Cantiere, quelli, e poi vadano a tapparsi in qualche buco, vedano loro dove. Che cosa ci vengono a fare, nella nostra piazza? Suona un po’ sinistro, “bisogna ripulire la piazza”, vero? Eppure c’è un bel po’ di gente che la sostiene, ’sta infamia. Ecco, la Lega vorrebbe contarla, questa gente. Poi c’è il consigliere comunale Antonaci che interroga il sindaco per sapere qualcosa su quello che fanno i musulmani presenti in città, anche se è evidentissimo che non gli interessa sapere proprio niente, ma solo tirar su qualche voto. I musulmani ce l’hanno già una moschea, caro sindaco? Quanti soldi diamo loro? Sottinteso: è una vergogna! Diamo soldi ai foresti, capite? A gente, tra l’altro, che giammai si convertirà alla vera fede. E non basta, perché Antonaci – “facendosi interprete delle preoccupazioni diffuse nelle cittadinanza monfalconese per la situazione relativa alla presenza nell’ambito della numerosa comunità musulmana di possibili presenze integraliste” che potrebbero incitare “alla prevaricazione e al conflitto” – chiede maggior sorveglianza, maggior controllo. I musulmani “potrebbero”, capite? Ci sono stati problemi, con la comunità degli immigrati bengalesi, fino ad ora? No. Certo, sono tanti, forse troppi; si ritrovano in piazza e si siedono pure sulle panchine; si dice che sputino per terra; quando cucinano, i loro vicini di casa sentono degli odoracci. A parte questo, niente di niente. Gente mite. Ma sono islamici, proprio come lo sceicco Osama Bin Laden: quindi sono il babau. E “potrebbero”. In questo bel clima il Partito Democratico ha il dovere di dire alcune parole chiare. Intanto qualificare quelli dei leghisti, di Antonaci e dei loro amici, per quello che sono: pregiudizi. Ovvero, roba che può fare molto male a Monfalcone e che potrebbe trascinarci in una condizione di paura e scontro permanente. Poi dovrebbe aprire un dialogo serio con le comunità degli immigrati, favorendone l’integrazione (perché non basta una fila davanti a un gazebo) a partire dalla costituzione di una consulta degli immigrati, che c’è in tutte le realtà che vivono situazioni simili alla nostra e chissà perché qui non è stata fatta. Infine, crediamo, l’amministrazione comunale dovrebbe coinvolgere di più e meglio la Fincantieri nella gestione di un fenomeno migratorio che in una piccola realtà come la nostra porta ad inevitabili problemi di integrazione. Quanto ai cosiddetti “moderati” che stanno in consiglio comunale, e forse anche in giunta, il Pd non dovrebbe preoccuparsene più di tanto. Il nostro compito, più che parlare con gli Antonaci e i Pacor dovrebbe essere parlare ai monfalconesi, per affrontare e possibilmente risolvere le sfide che la città avrà davanti. Del resto, se oltre ottocento persone aderiscono a un gruppo razzista su Facebook, forse è anche un po’ colpa nostra, perché siamo troppo impegnati a inseguire un voto in consiglio comunale e molto meno ad ascoltare le inquietudini della nostra gente.
Stefano Piredda e Stefano Pizzin
Partito democratico di Monfalcone
Lettere
Il disprezzo su Facebo
Che tristezza leggere sul Piccolo del 4 novembre us sulla cronaca di Monfalcone che un numero cospicuo di studenti del Liceo cittadino hanno espresso su Facebook la loro rabbia verso gli extracomunitari del Bangladesh. Viviamo in epoca multirazziale dove si intrecciano diverse culture e Monfalcone ha conosciuto questo fenomeno già nei lontani anni ’50, con lo sviluppo del cantiere navale, una moltitudine di persone provenienti da diverse parti, croati, sloveni, meridionali, istriani, tutte persone che bene o male si sono integrate qui in città. Ora vedere che questi ragazzi che sono il nostro futuro abbiano ad esprimersi così brutalmente e con disprezzo verso questi immigrati, fa veramente pensare al ciarpame culturale pregnante nelle menti di questi studenti. Credo che non si possa accusare queste persone di essere dei delinquenti o delle brutte persone da espellere dal nostro paese,solo perché hanno una altro colore della pelle. Se delinquono saranno le forze dell’ordine a provvedere e non sicuramente le tanto decantate ronde della Lega. Voi studenti forse non conoscete la storia del Cantiere e dei suoi dipendenti che hanno contribuito ad elevare culturalmente la nostra città. A Monfalcone in quegli anni si sono formati, all’interno del Cantiere, importanti quadri sindacali, amministratori, parlamentari che poi hanno gestito la cosa pubblica. Queste persone ci hanno insegnato soprattutto che l’integrazione fra i popoli, la coesistenza fra culture diverse è una cosa necessaria in un mondo che si evolve e loro, a quell’epoca, hanno lavorato proprio in questo senso unificando le diverse culture e nazionalità. Ecco perché stride sentire dei giovani studenti che si lasciano strumentalizzare da certe forze politiche,in una misera polemica contro una comunità che stenta ad integrarsi ma che ha voglia di farlo nel miglior modo possibile. A questo punto mi sento di appellarmi a questi giovani affinché si sforzino di comprendere la realtà in cui stanno vivendo al fine di considerare la situazione nel suo complesso e magari poi in seguito,esprimere anche un giudizio che, mi auguro, sarà diverso da quello espresso in questi giorni.
Sergio Di Bert
Monfalcone
Il Piccolo, 28 ottobre 2009
DOPO TRE ANNI DI UDIENZE CONCLUSO IL PROCESSO PER FATTI ACCADUTI NEL 2006
Assalto alla Massarelli, cinque condanne
La pena più alta di 9 mesi inflitta al no global Olivieri. Sei le assoluzioni decise dal giudice
di FRANCO FEMIA
Cinque condanne per complessivi due anni e mezzo di reclusione e sei assoluzioni per l’assalto alla caserma ”Massarelli” da parte dei no global : è questa la sentenza emessa dal giudice monocratico Emanuela Bigattin al termine di due ore di camera di consiglio.
La pena più alta è stata inflitta al no global triestino Andrea Olivieri, che si è visto comminare 9 mesi di reclusione con i benefici, una multa oltre al risarcimento di 900 euro alle parti civili rappresentate dai 5 agenti di polizia feriti negli scontri. Dovrà anche pagare le spese di costituzione di parte civile quantificate dal giudice in 2 mila euro.
Il ronchese Stefano Micheluz è stato condannato a 8 mesi, Massimo Cristian di Fiumicello a 5 mesi e al risarcimento di 300 euro alla parte civile, la goriziana Ambra Bobiz a 4 mesi e mezzo e Carlo Visintin a 3 mesi. Tutti hanno potuto beneficiare dei benifici, mentre a Visintin il giudice ha dichiarato la pena estinta per indulto.
Sono stati assolti con varie formule l’ex consigliere regionale dei Verdi Alessandro Metz, il triestino Marco Zorzenon, il leader della comunità bengalese di Monfalcone Hoassin Mukter. Francesco Foschian, Francesco Francioso e Mauro Bussai.
Il giudice ha accolto sostanzialmente le richieste della pubblico ministero Mary Mete, sebbene quest’ultima avesse chiesto la condanna anche di Zorzenon, che invece è stato assolto. I difensori degli 11 imputati avevano tutti chiesto l’assoluzione e solo, in subordine, il minino della pena.
Finisce così, dopo una serie di rinvii e di udienze un processo iniziato tre anni. I fatti, rievocati in tribunale, risalgono all’11 agosto di sei anni fa. In seguito all’espulsione, decretata dal questore, di due giovani bengalesi da tempo residenti a Monfalcone dove lavoravano alla Fincantieri, una quarantina di loro connazionali, provenienti da tutta la provincia e guidati da Hossain Mukter, leader della comunità bengalese. diede vita a una manifestazione davanti alla caserma ”Massarelli”, sede anche degli uffici amministrativi e della Squadra volante della polizia.
La manifestazione degenerò con l’arrivo dei giovani esponenti dello Sportello degli invisibili che giunsero dinanzi alla Massarelli proveniendo da Trieste, Monfalcone e da altri centri dell’Isontino e della Bassa friulana. L’assedio durò diverse ore. Ci fu una sassaiola, i vetri di tre finestre andarono in frantumi e ci fu anche un lancio di uova. Vennero tra l’altro danneggiati il portone della caserma e tre giovani si distesero a terra nel tentativo di impedire a una Volante di uscire.
Si arrivò addirittura allo scontro fisico con i poliziotti. Cinque di essi rimasero contusi e, dopo essersi fatti medicare all’ospedale, si costituirono in giudizio.
Messaggero Veneto, 28 ottobre 2009
Assalto alla caserma, 5 condanne
Pene varianti dai 3 ai 9 mesi per l’assalto alla “Massarelli” del 2003
IL PROCESSO
Degli undici imputati accusati di lesioni, minacce, resistenza e danneggiamento, sei sono stati assolti dal giudice monocratico
Cinque condanne a pene varianti dai 9 ai 3 mesi di reclusione e 6 assoluzioni: questa la sentenza (cinque pagine di dispositivo) con cui, ieri, il giudice monocratico Emanuela Bigattin ha posto fine al processo per l’“assalto” alla Caserma Massarelli dell’11 agosto 2003. Degli undici imputati accusati, a vario titolo, di lesioni, minacce, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e manifestazione non autorizzata, cinque, dunque, quelli ritenuti responsabili degli incidenti accaduti sei anni fa alla Casa rossa.
Si tratta di Andrea Olivieri, esponente del Movimento no-global triestino cui il giudice ha inflitto 9 mesi di reclusione, Stefano Micheluz di Ronchi dei Legionari 8 mesi, Cristian Massimo di Fiumicello 5 mesi e 65 euro di ammenda, Ambra Bobiz, goriziana, 4 mesi e mezzo e Carlo Visintin 3 mesi, pena condonata, mentre per tutti gli altri sospensione condizionale e non menzione. Cristian Massimo e Andrea Olivieri sono stati, altresì, condannati a risarcire i danni ad alcuni poliziotti rimasti feriti nei tafferugli e costituitisi parte civile con l’avvocato Daniele Compagnone. Il primo dovrà pagare in tutto, tra risarcimento e spese, 2900 euro; l’altro 2.300 euro.
Sono stati, invece, assolti con formule varie, l’ex consigliere regionale Verde Alessandro Metz, il leader della Comunità bengalese in Italia Mohammad Hossain Mukter, Marco Zorzenon, Francesco Francioso, Francesco Foschian e Mauro Bussai.
Il pubblico ministero, Mery Mete, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto sei condanne e cinque assoluzioni. Per il proscioglimento si erano battuti i difensori, avvocati Calligaris, Alborghetti, Iacono e Ferrucci.
I fatti risalgono, come si è detto, all’11 agosto di sei anni fa. In seguito all’espulsione, decretata dalla Questura di Gorizia, di due giovani bengalesi, da tempo residenti a Monfalcone dove lavoravano alle dipendenze di una ditta che operava alla Fincantieri, una quarantina di loro connazionali, provenienti da tutta la provincia e guidati da Hossain Mukter, diede vita a una manifestazione davanti alla caserma Massarelli.
Manifestazione che degenerò con l’arrivo dei giovani esponenti dello Sportello degli invisibili in trasferta dall’Isontino e da Trieste. E si giunse, addirittura, allo scontro fisico con i poliziotti, cinque dei quali rimasero contusi tanto che dovettero ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso.
Nel corso degli scontri con la Polizia, andarono in frantumi tre finestre mentre alcuni giovani si sdraiarono a terra per impedire alle Volanti di uscire dalla caserma. Al massimo della tensione, contro la Massarelli volarono non solo slogan ma anche pomodori, lattine di birra, uova e alcuni sassi. Alla fine, come accennato più sopra, si arrivò a un vero e proprio scontro fisico con spintoni contro gli agenti.
Il processo si è iniziato nel gennaio 2006 e si è protratto per oltre tre anni con una serie di udienze dedicate all’esame e controesame di una lunga lista di testi, per lo più appartenenti alle forze dell’ordine.
Nino Volpe
Il Piccolo, 20 ottobre 2009
LA PROPOSTA È GIÀ SUL TAVOLO DEL MINISTRO ALFANO
Navi-carcere, Fincantieri ha i progetti pronti
Lo stabilimento di Panzano tra quelli del gruppo in cui potrebbero essere realizzate
Carceri galleggianti anti-crisi: è questa l’idea proposta da Fincantieri al Governo. Un progetto già pronto e arrivato sul tavolo del ministro della Giustizia Angelino Alfano che, tra lodi e riforme, ora dovrà occuparsi anche di questo piano, che ha una duplice finalità: risolvere almeno in parte il problema del sovraffollamento nelle carceri e, allo stesso tempo, risollevare il settore della cantieristica navale, in profonda crisi, attraverso questa nuova tipologia di commessa pubblica.
Se il progetto dovesse andare in porto, Monfalcone potrebbe anche essere una delle destinazioni da prendere in considerazione per queste maxi-chiatte galleggianti. L’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono sulla questione chiarisce: «I penitenziari non verrebbero posizionati in mare aperto, ma nelle aree portuali, attaccati a una banchina».
Il concetto è semplice: le prigioni italiane sono quasi dappertutto al collasso, prive dello spazio necessario per ospitare tutti i detenuti. Ecco quindi che urge la costruzione di nuove strutture.
L’idea di ospitare i detenuti in penitenziari galleggianti era già emersa alcuni giorni fa a Roma, durante l’incontro inaugurale del Tavolo permanente sulla cantieristica, che raccoglie le aziende della cantieristica italiane, i sindacati e il Governo attorno al delicato problema della crisi economica e occupazionale. Ma ora si è passati dalle proposte ai fatti: Fincantieri ha elaborato un progetto preciso, attualmente al vaglio del ministro della Giustizia.
Come potrebbe quindi essere fatto questo carcere in mare? «In base alle nostre intenzioni si tratterebbe di una struttura leggera e modulare, che potrebbe ospitare sino a 420 persone – spiega ancora Giuseppe Bono». Tempi e costi della costruzione dell’opera? «Se dovessimo ricevere un ordine credo che potremmo portare a termine il progetto nel giro di 24 mesi – afferma ancora l’ad della società -. I costi, invece, non li conosciamo ancora». I penitenziari galleggianti non sono una novità. Si tratta di opere già realizzate in altri Paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Il progetto di fattibilità di Fincantieri per il momento rimane sui tavoli romani, in attesa di un responso del ministro Alfano. Se il documento resta ancora una proposta, delle buone basi di partenza però ci sono tutte. I carceri galleggianti andrebbero infatti nella direzione di risolvere un problema annoso come quello del sovraffollamento delle prigioni italiane e darebbe ossigeno alla cantieristica, che sta vivendo un momento nero, con commesse bloccate e centinaia di posti di lavoro a rischio in molti cantieri italiani. (el.col.)
Il Piccolo, 30 OTTOBRE 2009
IL GRUPPO DI BONO RECUPERA LA STORICA STRUTTURA NEL SETTORE DELLE RIPARAZIONI
Fincantieri rilancia l’Arsenale Triestino San Marco
Circa 800 i lavoratori impegnati per le manutenzioni, 50 di Fincantieri e il resto dell’indotto
di GIULIO GARAU
TRIESTE Fincantieri rafforza il settore riparazioni navali e refitting e riavvia operativamente l’Arsenale Triestino San Marco con i bacini 3 e 4 facendo ridecollare la storica struttura chiusa nel ’97 con le attività ridotte a gestione dei bacini.
Un avvio iniziato in realtà nel 2008 con la ripresa delle attività di riparazione e trasformazione navale, coincisa con i lavori di ristrutturazione del bacino 3 da parte dell’autorità portuale conclusi la scorsa estate (che hanno rallentato il riavvio), e che ora è a pieno regime. Diversi i lavori svolti tra 2008 e 2009, in particolare due trasformazioni, ed ora la nuova unità dell’Arsenale, tornata operativa accanto a Palermo sotto la Direzione riparazioni e trasformazioni navali, si appresta a chiudere l’anno con un fatturato pari al 10% di quanto sviluppa Fincantieri in questo settore (diverse decine di milioni). Proprio in questi giorni la presenza, nel bacino 4, della nave da crociera Msc per manutenzione con 800 lavoratori su tre turni, una cinquantina di Fincantieri (alcuni da Monfalcone) e il resto delle ditte dell’indotto.
«Fincantieri all’Arsenale Triestino San Marco non fa più solo la gestione dei bacini di carenaggio affittandoli a ditte esterne – spiega il responsabile della business unit, Giorgio Rizzo – ma fa il prime contractor riprendendosi la gestione delle commesse, dell’organizzazione e dell’esecuzione tecnica delle attività di riparazione e trasformazione».
Una scelta strategica quella di riaprire l’Arsenale, soprattutto in un momento di crisi che sta influendo negativamente su tutto il settore cantieristico, che, come spiega spesso l’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, si inserisce in quel necessario percorso di diversificazione (costruzioni, sistemistica e componentistica navale, mega yacht e riparazioni e trasformazioni) che permette all’azienda di cavalcare in maniera stabile il mercato.
Dall’avvio del 2008 oltre a lavori di carenaggio e manutenzione, sono stati portate a termine due importanti trasformazioni: una sulla petroliera Leonis diventata un deposito galleggiante di greggio e l’altro sulla Princess Albert II, nave da crociera extralusso nella flotta della società armatrice monegasca Silversea.
«Quest’anno abbiamo fatto un profondo intervento di manutenzione su una nave Costa – spiega Rizzo – con l’unità ferma 2-3 settimane, ed è stata riconsegnata con rispetto assoluto dei tempi e soddisfazione dell’armatore. In questi giorni c’è una nave Msc e per il 2010 sono state confermate le prenotazioni per altre due navi Msc e per un’altra Costa. Abbiamo centrato l’obiettivo del rientro sul mercato puntando sul service, manutenzioni, riparazioni e trasformazioni. L’esperienza, come costruttori, ci ha permesso di fare una politica di business indovinata in cui Fincantieri non fa errori».
Una scelta strategica anche per il fatto che i due bacini sono tra i più grandi dell’Adriatico e che, ricorda Rizzo «si trovano a 4 ore di navigazione da un home port per le crociere come Venezia». Un business che non riguarda solo Fincantieri ma che «Oltre a far lavorare Fincantieri dà lavoro all’indotto» insiste Rizzo che chiede alle realtà dell’indotto di «fare più sistema, diventare un polo». E che sia un business importante per l’indotto lo confermano i numeri dei lavoratori impegnati sulla Msc in questi giorni: 800 su due turni, solo 50 di Fincantieri e il resto dell’indotto.
«Potendo contare di nuovo sul bacino 3 – spiega il responsabile dell’Arsenale, Gianni Salvagno – dovremmo poter aumentare il ritmo di lavoro tornando a circa 40 riparazioni navali l’anno. Essendo poi una struttura più piccola rispetto al bacino 4, possiamo ricominciare a guardare a un segmento di mercato diverso, quello cioè delle navi di piccole-medie dimensioni e al mercato locale».




