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Il Piccolo, 04 agosto 2009
La Cgil chiede ai giudici del Tar di bloccare i controlli regionali anti-alcol sui lavoratori
Il sindacato accusa: «Si violano la libertà e i diritti del singolo con misure troppo invasive»
Kosic: «Resto senza parole» Rosolen: «Doveroso vigilare non solo nelle fabbriche»
di MARTINA MILIA
TRIESTE La Regione applica la tolleranza zero nei confronti di chi si presenta al lavoro dopo aver bevuto alcol, ma la Cgil protesta. E presenta ricorso al Tar contro le «Linee guida per la prevenzione dei problemi di sicurezza sul lavoro legati all’assunzione di alcolici». Sotto tiro le modalità previste per la «sorveglianza sanitaria»: modalità che il ricorso del sindacato, curato da Vittorio Angiolini (già avvocato nel caso Englaro), giudica «pesantemente invasive della libertà e dei diritti del lavoratore, con effetti sulla stessa continuità del rapporto e sullo svolgimento della prestazione lavorativa». In questa battaglia per i diritti dei lavoratori il sindacato rischia di passare per paladino di chi ha il vizio della bottiglia, ma la Cgil non teme affatto l’equivoco: «Il nostro è un ricorso che ha solide basi giuridiche. Se la legge nazionale del 2001 e la conferenza Stato Regione del 2006 hanno sancito dei paletti giuridici – replica Giuliana Pigozzo – ci sarà una ragione?».
LA DELIBERA Il testo approvato dalla Regione si articola su vari punti: informazione e formazione, valutazione dei rischi, definizione di una rete di referenti istituzionali, sorveglianza sanitaria dei lavoratori. E proprio su questo punto si concentra l’attenzione del ricorso. L’attività di sorveglianza, infatti, si divide in quella mirata «al controllo sanitario preventivo e periodico per i lavoratori addetti alle mansioni a rischio» e quella finalizzata «ad affrontare specifiche situazioni di bere a rischio/problematico e alcol dipendenza del singolo lavoratore», ampliando di fatto la categoria di quanti possono essere sottoposti a controlli. Le linee guida danno poi ampi poteri ai medici che possono, in caso di mancato consenso del lavoratore, sollecitare il datore ad avviare una verifica dell’idoneità del dipendente. Verifica che può portare fino all’allontanamento temporaneo dal luogo di lavoro.
LE MOTIVAZIONI La Cgil ritiene che la delibera, oltre a non rispettare quanto stabilito nell’intesa regionale sulla salute e sicurezza sul lavoro (sottoscritta lo scorso 22 ottobre con l’assessore Alessia Rosolen), vada ben oltre le competenze della Regione. In primis perchè estende i controlli sanitari a tutti i lavoratori, indipendentemente dall’occupazione. Contrariamente all’articolo 15 della legge 125 del 2001, sempre secondo il ricorso, la Regione darebbe inoltre troppi poteri al datore di lavoro «dilatando oltre il consentito la “sorveglianza sanitaria” sul lavoratore e soprattutto disciplinando, in maniera difforme da quanto fanno le citate previsioni legislative, le conseguenze di tali accertamenti rispetto al rapporto di lavoro». Quello che non convince la Cgil è il fatto che «si prefigura la possibilità di procedere ai controlli solo sulla base della segnalazione del datore di lavoro o dei suoi delegati, di variare le mansioni del lavoratore o addirittura l’allontanamento dal posto di lavoro sulla base del semplice “sospetto” del medico competente» che, di fronte al rifiuto del dipendente di sottoporsi a verifiche, può sollecitare l’avvio del percorso per controllare l’idoneità lavorativa (articolo 5 legge 300).
BOTTA E RISPOSTA «Giudichiamo di estrema gravità l’azione amministrativa promossa dalla Regione – commenta Giuliana Pigozzo – che, tra l’altro, viola uno specifico accordo precedentemente fatto con le tutte le parti sociali ed opera un’ingiusta commistione tra le esigenze di tutela della sicurezza sul lavoro e gli obiettivi di prevenzione della salute e di controllo sociale che, a differenza di quanto è stato fatto, deve svolgersi ricorrendo a strumenti coerenti con la legislazione vigente». Incredula la Regione. «Di fronte a certe posizioni resto disarmato – commenta l’assessore alla Salute, Vladimir Kosic -. Bisogna chiedersi se l’alcol è un problema oppure no». Per l’assessore al lavoro, Alessia Rosolen, «la vigilanza è doverosa, prima di tutto per il lavoratore stesso e poi per gli altri. Anche chi si fa una canna e lavora dietro una scrivania ha il dovere di essere pienamente vigile sul posto di lavoro. L’assunzione di alcol e sostanze psicotrope non va visto solo come un problema di chi lavora in catena di montaggio».
Il Piccolo, 05 agosto 2009
BELCI CONTRO L’ASSESSORE ALLA SALUTE
«La Cgil non difende gli alcolisti, ma Kosic esagera»
TRIESTE La premessa è che la Cgil «non intende tutelare gli alcolisti». Ma, chiarito questo, il segretario regionale Franco Belci ritorna alla carica sui controlli regionali anti-alcol sui lavoratori: «L’assessore Vladimir Kosic rimane senza parole di fronte al nostro ricorso al Tar? Già sul tema del 118 di Trieste abbiamo minacciato di adire le vie legali. Stavolta, siccome l’assessore è recidivo, lo abbiamo fatto sul serio». Il segretario regionale della Cgil, a proposito delle linee guida regionali per la prevenzione dei problemi di sicurezza sul lavoro legati all’assunzione di alcolici, parla di delibera «illegittima e inefficace» e attacca la giunta: «Non si vede perché debba andare oltre la normativa nazionale e prevedere modalità di intervento invasive della libertà individuale dei lavoratori». La buonafede? «Non ne vedo. La Regione ha scelto il terreno più facile, che è cosa diversa». Secondo Belci, prima di occuparsi di rafforzare i controlli sull’alcolismo, la giunta Tondo avrebbe dovuto affrontare le cause principali degli incidenti «che sono i ritmi di lavoro, lo spezzettamento del ciclo produttivo con la logica degli appalti, la mancanza di formazione, la precarietà del rapporto di lavoro, il lavoro nero. Non a caso gli infortuni che riguardano i lavoratori migranti sono il doppio rispetto a quelli dei lavoratori italiani».
Citando i dati Inail, il segretario della Cgil precisa quindi che, «in un Friuli Venezia Giulia secondo in Italia per infortuni, sono aumentati del 10,1% gli infortuni sul lavoro di lavoratori atipici, temporanei e parasubordinati». I soliti «no» della Cgil? «Al contrario, siamo il partito del “si”. Il problema dell’alcolismo esiste, riguarda i lavori più usuranti e degradati, va combattuto fino in fondo ma va affrontato all’interno di un confronto serio, a tutto campo, che l’assessore ha finora evitato. Anche questa delibera nasce in maniera burocratica, unilaterale. Succede spesso con Kosic. Non è preparato al confronto col sindacato e preferisce agire in questo modo. I risultati invece si ottengono con il confronto, il coinvolgimento delle rappresentanze sindacali, con la loro capacità di responsabilizzare i lavoratori». E ora che succede? «Se Kosic ripristina corrette relazioni sindacali, apre un confronto tra Regione, Ass, associazioni datoriali e sindacato e ritira la delibera, noi ritiriamo il ricorso al Tar». C’è anche una proposta: «Nell’ultimo Comitato regionale per la sicurezza mancavano sia Kosic sia gli altri due assessori le cui deleghe incrociano i problemi della materia. Propongo dunque che le sedute del Comitato si svolgano in Consiglio regionale e siano aperte al pubblico – conclude Belci -. I lavoratori potranno assistere a una discussione che riguarda la loro vita e verificare presenze e assenze». (m.b.)
Monfalcone, 6 maggio 2009
Comunicato stampa
War on drugs ai cantieri di Monfalcone
La questione della sicurezza sul lavoro è un tema che tutti sentono come importante. Una società che si definisce civile non può tollerare la quantità di morti sul lavoro che si registrano in Italia.
Crediamo purtroppo, per quanto riguarda la sicurezza, che il decreto che stabilisce i controlli sui lavoratori sia nuovamente un intervento di facciata e un ennesimo elemento di controllo sociale e ricatto verso chi parte da posizioni svantaggiate.
E’ assurdo che tutta la questione della sicurezza sul lavoro sia inserita in un imbuto dove le cause vengono cercate esclusivamente nei comportamenti individuali delle persone e mai cercate dentro l’organizzazione e le condizioni del lavoro medesimo.
Gli operatori del Bassa soglia di Monfalcone, attraverso il lavoro di strada, hanno monitorato anche la realtà del cantiere navale rilevando il dato per cui dilagano molto le droghe “da prestazione”. Come si può pensare che la via per la sicurezza sia il non uso di droghe senza minimamente mettere in discussione le condizioni dentro le quali si lavora con i subappalti. E’ possibile accettare turni di 10-12 ore di lavoro??
A differenza dell’alcoltest, i narcotest non certificano uno stato psicofisico alterato al momento della prestazione di lavoro, ma scavano nella vita privata del lavoratore, risalgono (nel caso dei cannabinoidi) a 2 mesi indietro. Questo rischia di essere molto invadente, di fare partire centinaia e centinaia di ricorsi, rischia di fatto di “drogare” più di quanto lo sia già il mercato del lavoro.
Il decreto parla di mansioni a rischio e di spostamento dei lavoratori che risultano positivi ai test. Nel caso il cambio di mansione non è possibile per motivi logistici, cosa succede?? Si parla non di provvedimenti punitivi verso chi risulta positivo ai test; riteniamo che nei fatti questa affermazione può essere seriamente messa in dubbio. Ci sono serie possibilità che questo strumento diventi l’ennesimo ricatto verso i più deboli. Con la fame di lavoro che c’è nel territorio nessuno si permette di fare rivendicazioni sulle proprie condizioni di lavoro. Questo provvedimento va ulteriormente ad incidere in modo negativo su questo aspetto.
Inoltre riteniamo che molto probabilmente la gestione da parte dei ser.t di questi nuovi utenti incrementerà ulteriormente il carico di lavoro a fronte dei striminziti finanziamenti e carenza di personale che tali servizi vivono.
Non sarebbe più utile e meno criminalizzante investire sulla promozione della salute in senso generico? Nessun lavoratore crediamo voglia volontariamente infortunarsi o lasciare la vita sul luogo di lavoro, così come nessun utilizzatore di droghe abbia volontariamente in mente l’intenzione di produrre autolesionismo. La punizione è dimostrato che non garantisce l’astinenza da droghe. Nonostante le leggi repressive in atto, i consumi risultano in costante aumento.
Anche questo provvedimento da apparentemente il senso della tolleranza zero verso il mercato delle droghe, mentre nei fatti la tolleranza zero è praticata solamente verso gli assuntori.
Mauro Bussani, presidente dei Verdi della provincia di Gorizia
Il Piccolo, 08 maggio 2009
«STRUMENTO DI RICATTO»
Narcotest in fabbrica bocciato dai Verdi
Il Sert: «I controlli vanno preceduti da informazione»
Per aumentare la sicurezza dei luoghi di lavoro non ci si può limitare ad applicare nelle fabbriche di Monfalcone i test anti-alcol e anti-droga previsti dal Testo unico del 2008. I test, che anche il sindacato ritiene uno strumento utile per aumentare i livelli di prevenzione degli infortuni, rischiano di avere poco senso se non saranno preceduti da un’adeguata informazione, formazione e prevenzione.
SERT. «I controlli dovrebbero essere l’ultimo anello di questo percorso – spiega il responsabile del Sert del Basso Isontino, Andrea Fiore -, perché in caso contrario si rischia di incidere poco sul fenomeno». A monte ci si dovrebbe chiedere perché dei lavoratori abusino di sostanze stupefacenti, che potrebbero essere ”utili” a reggere la stanchezza, o se ci sia solo un fattore culturale alla base di un consumo eccessivo di alcol. Il responsabile del Sert ribadisce quindi l’esigenza di allacciare un rapporto soprattutto con Fincantieri, nel cui stabilimento di Panzano i test potrebbero partire in giugno-luglio. «Credo che ci debba essere un confronto su questo tema – aggiunge Fiore – e anche la possibilità di andare a incontri con i lavoratori nello stabilimento». Secondo il responsabile del Sert i test non possono diventare un alibi per liberarsi dei lavoratori risultati positivi, per i quali la stessa normativa include precise garanzie per quel che riguarda la salvaguardia del posto di lavoro.
I VERDI. Preoccupati sono anche i Verdi provinciali che denunciano la possibilità che quanto previsto dal Testo unico rappresenti un «nuovo intervento di facciata e un ennesimo elemento di controllo sociale e ricatto verso chi parte da condizioni svantaggiate». In sostanza, sottolinea il presidente provinciale Mauro Bussani, si rischia di far ricadere tutte le responsabilità degli incidenti sui singoli, senza ricercarne invece le cause nell’organizzazione e nelle condizioni di lavoro. «Gli operatori del centro a Bassa soglia di Monfalcone, attraverso il lavoro di strada – aggiunge Bussani -, hanno monitorato anche la realtà del cantiere navale, rilevando il dato per cui dilagano molto le droghe ”da prestazione”. Come si può pensare che la via per la sicurezza sia il non uso di droghe, senza minimamente mettere in discussione le condizioni di lavoro nell’ambito del subappalto? È possibile accettare turni di 10-12 ore di lavoro?». Stando a Bussani, il narcotest rileva, a differenza dell’alcoltest, l’utilizzo di cannabinoidi fino a due mesi prima del controllo. E anche se non sono previsti appunto dalla normativa provvedimenti punitivi nei confronti del lavoratore, ci sono serie possibilità, secondo Bussani, che i controlli si trasformino in uno strumento di ricatto nei confronti dei lavoratori più deboli. I Verdi ritengono quindi sarebbe forse meglio investire sulla promozione della salute, anche nelle fabbriche. (la.bl.)
Messaggero Veneto, 08 maggio 2009
Fincantieri, test per droga e alcol: insorgono i Verdi
MONFALCONE. Individuato il laboratorio accreditato, Fincantieri potrebbe partire già a giugno con il sottoporre i suoi lavoratori a test antidroga e antialcool. L’azienda sarà tra le prime ad applicare quanto previsto dal Testo unico in materia di sicurezza, che introduce controlli obbligatori in particolare per quei lavoratori che conducono mezzi di trasporto, ma anche di sollevamento o che manovrano carrelli elevatori.
Il percorso per i lavoratori trovati positivi ai controlli è definito dalla normativa. Il lavoratore è sospeso ed eventualmente ricollocato in altra mansione che non preveda l’uso di certi mezzi. Se si tratta di droga, scatta la segnalazione al Sert, che prende in carico il lavoratore definendone il percorso riabilitativo e certificando la conclusione favorevole. Il lavoratore per cui è accertato un uso saltuario di droga è monitorato per sei mesi prima di essere nuovamente adibito alla sua mansione. In caso di accertata dipendenza, ha l’obbligo di sottoporsi a un percorso riabilitativo con conservazione del posto di lavoro.
Ma i test, provocano la reazione del presidente provinciale dei Verdi, Mauro Bussani, che pur riconoscendo come la sicurezza sul lavoro sia un tema che tutti sentono come importante e come sia intollerabile la quantità di morti sul lavoro che si registrano in Italia, indica però quello dei test come “un intervento di facciata e un ennesimo elemento di controllo sociale e ricatto verso chi parte da posizioni svantaggiate. E’ assurdo che tutta la questione della sicurezza sul lavoro sia inserita in un imbuto dove le cause sono cercate esclusivamente nei comportamenti individuali delle persone e mai dentro l’organizzazione e le condizioni del lavoro medesimo”. Spiega che gli operatori del Bassa soglia di Monfalcone, attraverso il lavoro di strada, hanno monitorato anche la realtà del cantiere navale rilevando come nello stabilimento dilaghino «le droghe da prestazione. Come si può pensare che la via per la sicurezza sia il non uso di droghe senza minimamente mettere in discussione le condizioni dentro le quali si lavora con i subappalti. E’ possibile accettare turni di 10-12 ore di lavoro? A differenza dell’alcoltest – dice -, i narcotest non certificano uno stato psicofisico alterato al momento della prestazione di lavoro, ma scavano nella vita privata del lavoratore, risalgono (nel caso dei cannabinoidi) a 2 mesi indietro. Questo rischia di essere molto invadente, di fare partire centinaia e centinaia di ricorsi”.
Si chiede anche cosa potrebbe succedere se, visto che si prevede un cambio di mansione per i lavoratori che risultassero positivi, questo cambio non fosse possibile. Mette in dubbio che chi sarà trovato positivo non sarà punito, crede invece che i test saranno un ennesimo strumento di ricatto verso i più deboli.
Il Piccolo, 06 maggio 2009
L’AZIENDA PARTIRÀ QUEST’ESTATE CON I CONTROLLI PER LA SICUREZZA
Test anti-alcol e anti-droga per i cantierini
Trasfertisti esclusi all’inizio dall’operazione. Sospensione e cambio di mansione per chi risulterà positivo
di LAURA BLASICH
Test anti-alcol e anti-droga? Non solo per chi guida ma anche in fabbrica. E sospensione per chi sarà trovato positivo, con la probabilità di dover cambiare mansione. Fincantieri, la più grande realtà industriale della provincia e una delle principali della regione, si appresta a utilizzarli forse già da quest’estate.
I CONTROLLI. L’azienda sarà tra le prime ad applicare quanto previsto dal Testo unico in materia di sicurezza, che introduce controlli obbligatori quanto meno per quei lavoratori che conducono mezzi di trasporto, ma anche di sollevamento o manovrano carrelli elevatori. Quelli, quindi, una cui disattenzione o imprudenza rischia di provocare conseguenze molto gravi anche ai colleghi che operano a terra. Nello stabilimento di Panzano non si movimentano solo blocchi che pesano centinaia di tonnellate nell’area di bacino, in fase di assemblaggio delle passeggeri, ma anche lamiere o parti di sezioni nelle officine di preffabricazione. Fincantieri, che aveva preannunciato l’introduzione dei test nella riunione annuale per la sicurezza con i rappresentanti dei lavoratori, si sta quindi attrezzando per svolgere quello che è, come sottolinea la società, un obbligo di legge. In sostanza, Fincantieri sta procedendo all’individuazione di un laboratorio accreditato a effettuare le analisi sui campioni prelevati sul posto di lavoro. «Se verrà trovata la struttura, i test potranno partire già a giugno-luglio», afferma quindi la società.
CONSEGUENZE. Il percorso per i lavoratori che venissero trovati positivi ai controlli è ampiamente definito dalla normativa. Il lavoratore viene sospeso ed eventualmente ricollocato in altra mansione che non preveda l’utilizzo del carrello elevatore o del mezzo di sollevamento, che si tratti di gru o carroponte. Se si tratta di sostanze stupefacenti, scatta in ogni caso la segnalazione d’ufficio al Sert, che prende in carico il lavoratore, ne definisce e segue il percorso riabilitativo e ne certifica la conclusione favorevole. Il lavoratore viene appunto inviato al Sert e, se risulta accertato un uso saltuario di droga, viene monitorato per sei mesi prima di essere nuovamente adibito alla propria mansione. Al contrario in caso di accertata dipendenza, ha l’obbligo di sottoporsi a un percorso riabilitativo con conservazione del posto di lavoro. «Si tratta di tutelare il lavoratore e quanti lavorano con lui», sottolinea Fincantieri, che su questo fronte trova dalla sua tutte le organizzazioni sindacali, senza fratture. Fincantieri rimane comunque responsabile dei lavoratori di cui è datrice di lavoro diretta e quindi non di quelli delle imprese in appalto, oltre 2500, frammentati in circa 300 ditte, tenute comunque ad applicare quanto previsto dal Testo unico.
IL RECUPERO. Il Sert del Basso Isontino si attende quindi un vera e propria impennata del numero di utenti a causa dell’applicazione delle leggi contro l’uso di droghe e alcol nei posti di lavoro. «Potremmo avere cento persone in più da seguire», ha spiegato il responsabile del servizio Andrea Fiore. Il futuro per il Sert quindi sta non a caso nella sinergia con enti non socio-sanitari, come Fincantieri, dove saranno applicati i test anti-droga e anti-alcol per aumentare la sicurezza sul lavoro, che per quel che riguarda i dipendenti pare migliorare, anche se il 2008 è stato funestato da due infortuni mortali. Lo scorso anno, stando a quanto emerso nell’incontro annuale sulla sicurezza tra direzione e sindacati, i dipendenti diretti hanno però denunciato 362 infortuni contro i 388 dell’anno precedente, mentre solo nel 2004 ne erano stati dichiarati 568. Nonostante il numero degli addetti sia superiore, anche se fluttuante a seconda delle fasi di lavorazione delle navi (si arriva a picchi di 2500 unità contro 1800 diretti), l’indotto ha collezionato in totale 324 infortuni contro i 329 del 2007. Per la maggior parte si tratta di contusioni alla mano, al tronco, alle ginocchia e di distorsioni alle caviglie. Il dato negativo secondo il sindacato è senz’altro rappresentato dal fatto che l’indice di gravità non è diminuito.
IL SINDACATO CHIEDE GARANZIE
«Ma non diventi un modo per licenziare»
L’avvio dei controlli anti-alcol e anti-droga all’interno del cantiere navale di Monfalcone vede d’accordo i sindacati, che però invitano a darsi regole precise di attuazione. «Su questo tema siamo assolutamente aperti al confronto con la società – afferma Moreno Luxich, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu di stabilimento -, anche perché l’avevamo sollevato da tempo. Non possiamo che essere favorevoli, noi che siamo impegnati da sempre su questo fronte, a strumenti in grado di tutelare la sicurezza dei lavoratori, ma poi l’applicazione della normativa va spiegata ai lavoratori e pianificata con attenzione: basta che sia trasparente e argomentata».
Intanto, i controlli si rivolgono in modo prioritario a quei lavoratori che manovrano carichi sospesi o movimentano mezzi. «Si tratta quindi quasi esclusivamente di dipendenti diretti – aggiunge Luxich – di cui si farà carico Fincantieri, mentre la competenza per i lavoratori esterni va al loro datore di lavoro». I controlli per accertare eventuali dipendenze da alcol o droga devono però, secondo i rappresentanti dei lavoratori, rimanere, come previsto dalla normativa, uno strumento non solo per tutelare i colleghi, ma anche il lavoratore che fosse trovato positivo all’accertamento.
«La realizzazione di test di questo genere rientra in quanto previsto da un testo di legge – sottolinea Luca Furlan, coordinatore della Uilm nella Rsu del cantiere navale – e l’azienda ha tutto il potere di esercitare questa competenza. Basta, però, che una normativa che serve per tutelare le persone sul luogo di lavoro non si trasformi in arma di ritorsione, cioé in un altro meccanismo per licenziare la gente». La preoccupazione, precisa Furlan, non riguarda tanto un’azienda come Fincantieri, quanto imprese di dimensioni inferiori o meno sindacalizzate.
«Come sindacato chiederemo in ogni caso di capire il contesto in cui viene applicata la norma e a quali categorie – aggiunge – Ritengo si tratti di effettuare un ragionamento su come si intenda applicarla, dandosi delle regole interne, non per superare la legge, ma per migliorarla».
Il coordinatore della Uilm sottolinea come si tratti chi lavora attorno alla persona che fa uso di alcol o sostanze stupefacenti, ma anche chi ha una dipendenza, aiutandolo a rimanere nel ciclo di lavoro. Alcune ditte in appalto, stando a Furlan, si sarebbero comunque già mosse. «Va tutto bene, ma ci vorrebbe forse lo stesso rigore anche nel fine settimana, sulle strade, e non solo dal lunedì mattina al venerdì pomeriggio», conclude il coordinatore della Uilm. (la.bl.)
Tempi strani, questi. Anche per Monfalcone
Sembra proprio che tutti i problemi e le contraddizioni che attraversano il pianeta si siano dati appuntamento qui.
Editoriale del numero 01, gennaio 2009.
Il problema dei migranti? noi ce l’abbiamo.
Quello della domanda e dell’offerta di lavoro che non si incontrano e quindi sempre più manodopera da fuori? Noi ce l’abbiamo.
Nuove forme di organizzazione produttiva che privilegia appalti e subappalti e quindi precarietà? Noi ce l’abbiamo.
Infortuni e morti sul lavoro? Noi ce li abbiamo.
Un implacabile serial killer come l’amianto? Noi ce l’abbiamo.
Inquinamento ambientale tra centrale elettrica, colibatteri dall’Isonzo, terreni inquinati? Noi ce l’abbiamo.
Intasamento ed inadeguatezza del sistema di mobilità e di trasporto? Noi ce l’abbiamo.
Diffi coltà di sbocchi professionali per lavori qualifi cati? Noi ce l’abbiamo.
Emergenza abitativa? Noi ce l’abbiamo.
Una classe politica – maggioranza ed opposizione – spesso inadeguata? Noi ce l’abbiamo.
Il disagio sociale, la crescita della povertà? Noi ce l’abbiamo.
Sacche malavitose? Ce le abbiamo.
Bene. E allora?
Allora è inutile mettersi a piangere in memoria di un passato che ci sembra invidiabile solo oggi che siamo nel suo futuro, ma che a ben pensarci non è mai stato troppo tranquillo.
L’industrializzazione improvvisa dell’inizio ‘900, la prima guerra mondiale, il fascismo e le persecuzioni che questo territorio ha subito, la prima ondata migratoria che ha fatto lievitare la città, la seconda guerra, gli anni duri della ricostruzione, la strage dell’amianto che ancora continua.
Eppure Monfalcone è riuscita sempre, con cocciutaggine, a guardare i problemi in faccia e ad affrontarli e a ripartire con un dinamismo magari confuso ma sconosciuto in altre aree della Regione.
Non saranno le posizioni conservatrici espresse con la testa rivolta all’indietro dagli esponenti politici dell’opposizione più retrograda di tutto il nord est, non sarà l’afasia dei partiti di maggioranza, non sarà un’ amministrazione comunale, quand’anche diligente, a disegnare la Monfalcone che verrà.
Dobbiamo assumerci noi tutti cittadini il compito di costruirla approfittando anche delle opportunità che le trasformazioni della città ci offrono.
Bisogna tornare ad essere protagonisti del destino di questa città, ad affrontare con intelligenza e fatica la comprensione e la soluzione dei problemi. Ragionando sui problemi veri e non su questioni pompate ad arte per interessi politici o di mercato dei giornali come la questione rifi uti e quell’altra sulla sicurezza.
Dove sta scritto che non saremo capaci di ripartire ancora una volta?
Una nuova Monfalcone è davanti a noi e non sarà mai più quella di prima.
Possiamo lavorare per renderla un posto dove ci piaccia ancora vivere o la vogliamo livida, timorosa, morta?
Questo giornale nasce per parlare, discutere e far discutere sui problemi reali della nostra città e di tutto il suo territorio mandamentale verso il quale abbiamo grandi responsabilità.
Questo giornale nasce per parlare della nuova Monfalcone e anche dei suoi nuovi abitanti, di cosa sa esprimere questa città, anche delle cose belle che vi succedono.
Vogliamo essere un giornale aperto per una città aperta, rinnovata, ottimista nonostante tutto.
Venerdì 23 gennaio 2009 ore 18:
PRESENTAZIONE DI MT MONFALCONE TERRITORIO
Alla libreria Rinascita di Monfalcone, viale San Marco.
Sabato 24 gennaio 2009 dalle ore 18′30:
BICCHIERATA INAUGURALE
Al bar Galleria a Monfalcone, via Duca d’Aosta.
Il blog di Monfalcone Territorio è raggiungibile al link http://monfalconeterritorio.org

Messaggero Veneto, 23 gennaio 2009
Città e territorio, nuova rivista
MONFALCONE
MONFALCONE. Uscirà oggi in edicola il primo numero della nuova rivista “Mt – Monfalcone territorio”, giornale promosso dall’associazione “Libertà di parola” e dedicato, come dice il nome, a Monfalcone, ma anche al suo territorio, all’area che storicamente è sempre stata associata, per destino ed evoluzione, alla città dei cantieri. “Mt vuole essere uno strumento per leggere Monfalcone non solo nell’ottica del lamento e richiamo dei bei tempi passati – spiega uno dei promotori, Arturo Bertoli, che fa parte del Comitato di redazione -, ma prendendo atto di una situazione di cambiamento, cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno. Questa trasformazione ha creato e crea problemi, ma anche tante opportunità. Cosìnoi vogliamo creare un pensiero su Monfalcone che sia utile per definire il percorso che la città farà nei prossimi anni”.
Secondo Bertoli e Tiziano Pizzamiglio, che pure rientra tra i promotori e nel Comitato di Redazione, il giornale non vuole essere schierato nè ideologicamente, nè politicamente, “anche se forse vira a sinistra”. Tanto che ne risulta essere direttore Gabriele Polo, già direttore di Manifesto. Sarà mensile o bimensile, si troverà in edicola a due euro di costo: il primo numero è stato autofinanziato dall’associazione, gli altri numeri vivranno sulle vendite dei numeri precedenti. Il numero 1 di Mt ha un’ampia parte dedicata all’amianto “perchè è la questione più rilevante, socialmente, con cui Monfalcone ha a che fare” e in ogni numero ci sarà uno spazio dedicato a questo tema.
“Non tratteremo solo cose di Monfalcone, ma anche del suo territorio, perchè nessun processo che accade in città è disgiunto dal suo territorio. Vogliamo – dice Pizzamiglio – creare una palestra in cui esercitare il senso civico e con cui tenere d’occhio chi governa”. Mt sarà presentato oggi alle 18 alla libreria Rinascita.
Il Piccolo, 23 gennaio 2009
NUOVA RIVISTA
Polo direttore di Mt
Una nuova rivista si affaccia sulla scena e lo fa con la direzione di Gabriele Polo, che guida «Il manifesto», e ritorna ora a occuparsi della sua città. Lo fa assieme a un gruppo di appartenenti a un’area di sinistra che sconfina però in quelle dei movimenti e dell’ambientalismo e pesca pure in una zona del Pd, quella in cui si riconosce almeno una parte degli ex Ds, che non ha ben digerito la posizione assunta dall’amministrazione in materia di sicurezza e il suo spostamento al centro. Nella redazione di «Monfalcone Territorio» si ritrovano quindi Arturo Bertoli, fondatore della civica Cittadini per Monfalcone, Mauro Bussani, candidato alle ultime comunali, ma anche l’ex assessore alla Cultura Stefano Piredda e Tiziano Pizzamiglio, già presidente del Consorzio culturale. Non mancheranno, nel primo numero, frecciate non tanto nei confronti del centrodestra, quanto dell’amministrazione di centrosinistra. Promossa dall’associazione Libertà di parola, MT potrebbe rivelarsi una spina nel fianco del centrodestra, oltre che della giunta Pizzolitto, da qui alle comunali del 2011, alle quali, poi, non può essere escluso che Libertà di parola si presenti trasformata in lista civica.
Il Piccolo, 16 settembre 2008
L’eroina a basso costo sbarca anche in città: una mini-dose a 10 euro
IL MERCATO
L’allarme lanciato dal Centro di via Natisone e la prima ”canna” ormai si fuma già a 13 anni
DROGA
Dieci euro. Basta una banconota da 10 euro in portafoglio e il supermarket della droga procura subito uno «schizzo» di ero. Cifra che è alla portata di tutti, facile da chiedere e altrettanto facile da sfilare dalle tasche di mamma e papà. E così per i giovanissimi, sempre più desiderosi di provare nuovi sballi, sniffare o fumare meno di un grammo di polvere bianca diventa un gioco da ragazzi. La nuova frontiera della droga in città, alla stessa stregua di quanto si riscontra nel panorama nazionale, è rappresentata da eroina e cocaina, diffuse pure tra gli adolescenti: i prezzi crollano e il mercato del narcotraffico ha tutto l’interesse a farle circolare poiché creano dipendenza pressoché immediata, blindando di fatto la propria clientela. E poco importa se la soglia di iniziazione alla prima sostanza stupefacente (solitamente la “canna”) si abbassa vertiginosamente, spalancando il baratro dei 13-14 anni. È l’allarme lanciato ieri mattina dagli operatori del Centro a Bassa soglia, la struttura anti-marginalità di via Natisone che collabora col Sert per il contrasto alle tossicodipendenze. In questi mesi, infatti, i responsabili di Nuova entrata libera, l’associazione che ha in carico il servizio, si è occupata di studiare da vicino il fenomeno delle droghe, incrociando tutta una serie di dati reperiti in via anonima nei luoghi frequentati dai giovani monfalconesi. E il quadro che è emerso è a dir poco preoccupante. I sociologi la chiamano minidose, in gergo locale si chiama «schizzo». E un grammo di cocaina? «Dipende dalla purezza, ma te la puoi cavare con 20 euro – spiega l’operatore del Bassa soglia Luciano Capaldo –. Niente se pensiamo che fino a un paio d’anni fa la polvere bianca costava 100mila lire al grammo. In proporzione all’intensità dell’effetto, per l’hashish e la marijuana sborsi molto di più, dal momento che per un grammo arrivi a pagare 10, ma anche 12 o 13 euro, a seconda della tipologia di sostanza».
Come mai il listino delle sostanze oppiacee è crollato? «Semplice – replica – la legge ha formalmente equiparato i cannabinoidi alle droghe pesanti, ovvero alla cocaina, eroina ed ecstasy, col risultato che lo spacciatore corre in entrambi i casi i medesimi rischi. E allora cosa accade? A parità di pena il narcotrafficante preferisce smerciare la sostanza che gli conviene di più, vale a dire quella che crea maggiore dipendenza. Perché così il consumatore sarà portato ad assumerne di più, incrementando i suoi guadagni illeciti. Questa è una tendenza nazionale, che si riscontra, almeno secondo quelle che sono le nostre percezioni del fenomeno, pure sul nostro territorio. A ciò si deve aggiungere il fatto che la cocaina, fino a qualche anno fa, veniva considerata la droga dei ricchi, mentre oggi attrae tutte le fasce sociali in quanto sostanza “da prestazione”, impiegata non solo dai manager per superare lo stress professionale ma anche dagli operai per reggere i turni massacranti».
«Come operatori del Bassa soglia – aggiunge Capaldo – quest’estate ci siamo recati nei luoghi di aggregazione giovanile, a Sistiana e al Lido di Staranzano durante gli eventi allestiti da Dobialab, e abbiamo distribuito un centinaio di questionari, da cui è emerso che la gran parte dei sottoscrittori fa uso di sostanze stupefacenti. La fascia coinvolta è stata quella che va dai 16 ai 40 anni, con maggior concentrazione tra i 20 e i 30. Ci rendiamo conto che l’analisi non può essere valida a fini statistici, tuttavia fornisce un’indicazione ben precisa». La droga risulterebbe molto diffusa pure tra giovani e giovanissimi: «Il clima proibizionistico impiegato negli anni dal governo non ha aiutato – afferma – anzi stiamo assistendo a un aumento del fenomeno. I segnali esistono, ma sono in pochi quelli che sembrano volerli leggere». Pure le modalità di assunzione sono cambiate: «Oggi si parla di policonsumo – chiarisce l’operatore – si esce al sabato, si parte con l’alcol, si fa un tiro di coca per essere “su”, se capita ci si fuma uno spinello e, per smorzare l’effetto, prima di tornare a casa ci si fa l’ero. Magari, durante la settimana, si fa una vita modello». Quali le soluzioni? «La prevenzione e soprattutto discutere il problema – conclude –. È dimostrato che nei Paesi del Nordeuropa, dove le leggi sono più liberali nei confronti delle droghe leggere, il problema è meno radicato: l’Olanda ha il minor numero di eroinomani. Inoltre dobbiamo distinguere tra droghe leggere e pensati e affrontare anche il problema dell’alcolismo».
Tiziana Carpinelli




