TRASFERTISTI E IMMIGRATI A MONFALCONE
LA PICCOLA CITTA’ ITALIANA COME LABORATORIO PER INTEGRARE LA CITTA’ DEI TRASFERTISTI E DEGLI IMMIGRATI E LA CITTA’ DEGLI AUTOCTONI
ANNO XI – N. 4 SETTEMBRE 2002
ISIG ·Trimestrale di Sociologia Internazionale · Web Magazine · http://www.isig.it

Di Giulio Tarlao
Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG)

MONFALCONE: L’EMERGENZA CASA

Uno degli aspetti più problematici del fenomeno del trasfertismo a Monfalcone è quello riguardante la casa ed il mercato immobiliare. E infatti sorprendente quanto sia avvertita in città e nei dintorni l’emergenza casa, dovuta alla sproporzione tra domanda ed offerta di alloggi. La quantità di trasfertisti, immigrati e familiari riversatisi a Monfalcone in pochi anni è stata tale da saturare la già magra offerta di abitazioni, costringendo autorità e parti coinvolte a ricercare strumenti per il ristabilimento di un mercato immobiliare non drogato. Ma quali sono le cause che hanno concorso ad innescare questo processo? La causa principale va senza dubbio ricercata nella decisione, assunta alla fine degli anni Ottanta dalla dirigenza della Fincantieri, di compiere una svolta nella propria politica industriale, passando ad un regime di commesse in subappalto. Che il cantiere ne determini il paesaggio urbanistico è vero per Monfalcone da cent’anni, da quando, cioè, nel 1907, la famiglia di armatori lussiniani Cosulich vi aprì lo stabilimento navale: questo portò infatti alla nascita del quartiere operaio di Panzano e di numerose altre strutture nella cintura intorno ai cantieri. La decisione di subappaltare le commesse ha certo posto fine al periodo di crisi che il cantiere ha attraversato negli anni Ottanta, ne ha rilanciato il ruolo strategico nella costruzione delle navi da crociera per il mercato americano, rimettendo in moto l’economia della città. Comunque, ciò che a noi maggiormente interessa sono i semplici numeri: si stimano oggi attive a Monfalcone fino a 350 ditte sub-appaltatrici di Fincantieri, che impiegano oltre 2.000 operai, a fronte dei circa 200 alle dipendenze dell’azienda IRI che riceve la commessa ed ufficialmente costruisce le navi per la “Carnival Cruise” e per la “Pacific & Orient”. Questo regime porta a stimare, nel complesso, fino a 6.000 il numero di trasfertisti, famiglie comprese, che gravitano ora sulla città, e quindi sul suo mercato immobiliare. Oltre a questa, due sono le ulteriori concause cui imputare l’attuale surriscaldamento della domanda di alloggi. La prima potrebbe essere definita una causa “storica”, facendo con ciò riferimento all’epocale mutamento nel costume che ha portato ad una drastica riduzione della struttura e dell’ampiezza dei nuclei familiari. Coppie che si separano, fenomeno dei single, nonché invecchiamento della popolazione, fanno sì che, a Monfalcone come altrove, non di rado gli appartamenti siano abitati da un unico inquilino. Ciò che invece è più tipicamente monfalconese, – e qui veniamo alla seconda concausa, più “culturale” – è la tradizionale riluttanza, da parte dei proprietari a locare appartamenti sfitti. Va comunque sottolineato che la drammatica situazione della casa a Monfalcone non è dovuta soltanto a questi fattori, ma anche alle coordinate spazio-temporali sulle quali essi hanno insistito: dal punto di vista dello spazio, Monfalcone, stretta tra il mare ed il Carso, non è un’area che possa offrire molti terreni edificabili; dal punto di vista temporale, si può certo parlare di un infelice timing, che ha fatto convergere una massiccia immigrazione proprio in una fase di forte atomizzazione delle strutture di convivenza, con in più l’aggravante di una certa chiusura culturale. Consideriamo ora più nel dettaglio ciascun attore di questo fenomeno.

a. Trasfertisti
Innanzitutto una chiarificazione terminologica: il concetto di “trasfertista” porta con sé una connotazione temporanea. Mentre l’emigrato o l’immigrato può non fare più ritorno alla propria città d’origine, il trasfertista viene mandato a tempo determinato dalla propria impresa a lavorare altrove, quindi il ritorno alla base è fattore caratterizzante il fenomeno. Per questo, il termine “trasfertismo” sembra non rappresentare fedelmente lo scenario monfalconese. Comunque, dal punto di vista delle domande di alloggio, si possono distinguere due fondamentali tipologie: l’operaio con la propria squadra, e l’operaio con la propria famiglia. Mentre la seconda opzione, essendo più ortodossa, può dar adito a “regolarizzazione” previa richiesta di alloggio sia all’ATER, sia rivolgendosi al mercato sia delle compravendite e/o degli affitti, la prima può alimentare quella specie di buco nero che a Monfalcone ha addirittura prodotto il fenomeno del “posto letto”, per cui si può giungere ad avere, nel medesimo stabile, e della medesima metratura, due appartamenti, ma l’uno abitato da un unico monfalconese più o meno “nativo”, l’altro popolato da sei o sette, o dieci operai meridionali od extracomunitari. Considerando la magrezza dello stipendio percepito, l’esosità della sistemazione in posto letto e lo sradicamento dalla propria comunità d’origine, ci si può fare un’idea, ed un primo identikit, del “trasfertista” monfalconese.

b. Ditte subappaltatrici
Queste ditte, sovente di dimensioni ridotte, in quanto costituite per la gran parte da operai che dopo l’esperienza in cantiere si sono messi in proprio, svolgono un ruolo cruciale nel fenomeno che stiamo considerando. Infatti, l’elemento che maggiormente determina la contrattazione sul mercato immobiliare è che le controparti non sono proprietari ed inquilini, ma molto spesso proprietari ed aziende appaltatrici che operano attraverso la mediazione di una agenzia immobiliare. Le ditte appaltatrici trattengono direttamente dalla busta paga dei dipendenti (inquilini) una parte dello stipendio in conto affitto. Se dunque il trasfertista con famiglia tende a rivolgersi al mercato privato degli alloggi e/o all’Ater, è sovente la ditta sub-appaltatrice a fornire direttamente l’alloggio ai trasfertisti in squadra. Si può comprendere, allora, come nasce il fenomeno del “posto letto”, e anche come un proprietario possa ricavare per un alloggio affittato cifre che si aggirano attorno ad un paio di milioni di vecchie lire, al di là di quanto, ufficialmente, risulti dal contratto.

c. Proprietari
Il ruolo giocato dai proprietari è determinato fondamentalmente da una circostanza: la natura ancora “libera” del mercato immobiliare monfalconese, che non rientra nella normativa n. 431 del 1998. Tale Legge attribuisce lo status di centro ad alta densità abitativa, e dunque prevede misure finalizzate proprio ad evitare quell’inquinamento del mercato che si verifica a Monfalcone. Queste misure sono un tetto massimo imposto all’importo degli affitti, contratti agevolati, detrazioni fiscali, e la possibilità di chiedere la proroga degli sfratti. Inoltre, attraverso la commisurazione sulla stipula dei contratti, la L. 431 riduce gli oneri a carico di proprietari, spingendoli quindi a stipulare contratti regolari. Al contrario, in un mercato ancora libero come quello odierno, la redditività del locare immobili è tale da aver alimentato una vera e propria nuova forma di imprenditoria locale. A fianco, infatti, di quei monfalconesi che già da tempo locavano appartamenti, si sono aggiunti coloro che di recente hanno acquistato alloggi solo con il fine di affittarli, dopo aver intuita l’opportunità di una vantaggiosa speculazione. Ricordiamo, infine, che, tra una ditta in subappalto ed una giovane coppia “locale” in cerca di nuova sistemazione non c’è gara: l’altissimo guadagno derivante dalla prima opzione con il posto letto spingerà il proprietario dell’immobile a sacrificare anche i suoi più cari e sinceri pregiudizi circa il prendersi dei forestieri in casa.

d. Fincantieri
Che una decisione aziendale di Fincantieri (già Italcantieri) sia stata all’origine dell’attuale condizione monfalconese è già stato detto. Va piuttosto considerata ora una questione più generale, di responsabilità: alcuni degli altri attori coinvolti, a cominciare dal Comune, denunciano la sproporzione tra il ruolo dominante che Fincantieri esercita nell’economia cittadina e quello invece molto defilato giocato dalla sua dirigenza nella gestione delle ricadute sociali che la politica dell’azienda ha provocato sul tessuto cittadino. Non si può infatti negare che il regime di lavoro in subappalto abbia significato un triplice abbassamento nel livello dei controlli: quello sul semplice svolgimento dei lavori (si sono contate catene fino a 12 passaggi di subappalto di un’opera da una micro-ditta all’altra); il controllo sulle condizioni di sicurezza del lavoro; ed infine il controllo sui rischi di infiltrazioni criminose sul luogo di lavoro. Va inoltre sottolineata un’ultima importante questione: l’azienda sta attraversando un momento di transizione cruciale, essendo ormai vicino il momento della sua privatizzazione. Pertanto la domanda da porsi è se sia realistico pensare che una nuova dirigenza privata sappia domani non solo meglio dialogare con l’amministrazione comunale (che oggi lamenta difficoltà nei rapporti), ma soprattutto preoccuparsi anche di ciò che avviene al di fuori dei propri cancelli.

e. Comune
Un dato molto recente può dare l’idea della situazione in cui oggi si trova Monfalcone. Nel fronteggiare l’emergenza abitativa, l’Amministrazione comunale attendeva e faceva molto assegnamento sugli esiti del Censimento generale del 2001, come strumento che fornisse finalmente una fotografia ed una topografia chiara degli immobili in città. Ebbene, pare di poter dire che neppure un’iniziativa capillare come il censimento nazionale sia riuscita a gettare piena luce sul fenomeno, tanto confusa ed oscura è la disciplina in cui versano numerosi alloggi monfalconesi sfitti, locati, locati in nero, locati a pendolari, ecc. Una prima risposta che le diverse amministrazioni succedutesi hanno dato alla fame abitativa causata dal fenomeno in esame, si manifesta a chiunque solo faccia una passeggiata per alcuni rioni della città: scoprirà facilmente quanto si è edificato a Monfalcone negli ultimi anni, e specie in quartieri quali Largo Isonzo, od Aris. Questo allargamento, che il Comune non sempre è riuscito a guidare secondo un piano, è ormai prossimo alla saturazione. Prova ne è il fatto che oggi il più consistente blocco di nuovi alloggi Ater in fase di assegnazione è situato in via Bagni, il che testimonia come la direttrice verso il mare sia rimasta l’unica disponibile: ma neanche questa opzione “marina” è scevra da problemi, vista la sua coincidenza con l’area che il Piano regolatore ha da tempo assegnato allo sviluppo industriale. Questa sovrapposizione e confusione di funzioni è ulteriormente e perfettamente testimoniata dal caso Marina Julia, una zona ad ovvia vocazione turistica riconvertita alla svelta, causa forza maggiore, in quartiere dormitorio, con le scontate ricadute non solo “logistiche” (mancanza di riscaldamento in monolocali ad uso balneare), ma anche di emarginazione dai servizi. Tornando alle misure che il Comune ha intrapreso per reagire al problema casa, si può citare l’utilizzo di una Legge Regionale del 1975 per la concessione di contributi per gli affitti troppo alti: nel corso degli ultimi due anni sono stati erogati circa un miliardo e duecento milioni di vecchie lire. È di questi giorni inoltre la pubblicazione del bando di concorso per l’ottenimento di contributi ai sensi della nuova Legge Regionale del 26 gennaio 200l, sempre in materia di affitti onerosi. Infine, l’Amministrazione comunale si è attivata con l’Ater per la predisposizione di nuovi alloggi: oltre agli 82 già citati, nei prossimi 3-4 anni si conta di poterne offrire un totale di 250, tra l’area di Panzano ed altri siti. Tuttavia, se si guardano anche altre cifre, si vede che domanda popolare ed offerta pubblica faticano ad incontrarsi: per gli 82 alloggi di via Bagni sono state ricevute 390 domande. E questo non vale solo per il comune di Monfalcone: infatti, la stessa Regione Friuli-Venezia Giulia riesce ad esaudire solo il 30% delle richieste di mutuo per la casa. In questo scritto si è cercato di delineare la situazione degli alloggi a Monfalcone, attraverso l’analisi delle posizioni dei principali attori coinvolti. Va però fatto riferimento anche a quei soggetti che non sono stati affrontati nel dettaglio: essi sono fondamentalmente tre, e precisamente Ater, agenzie immobiliari, e sindacato degli inquilini Sunia. Per quanto riguarda l’Ater si rimanda all’intervista effettuata con il direttore dell’Ente; sulle agenzie immobiliari non è il caso di pronunciarsi perché proprio il meccanismo evidenziato di contrattazione diretta tra proprietari e ditte in sub-appalto le pone al riparo da ogni rischio di contatto con l’utenza vera e propria degli alloggi. Questa de-responsabilizzazione perfetta degli intermediari sembra essere appunto una delle caratteristiche salienti del mercato immobiliare drogato di Monfalcone. Infine, in merito al Sunia, non si è approfondito il suo ruolo in quanto sia le denunce di cui si fa portatore, sia le vie d’uscita che esso propone sono state espresse da altri attori considerati. Pertanto, la specificità dell’apporto del Sunia monfalconese alla risoluzione dell’emergenza casa va piuttosto ravvisata nell’accento che esso pone sulla necessità di ricominciare a trattare il problema partendo da un puntuale censimento degli alloggi sfitti. Non essendo ovviamente auspicabile un crollo delle commesse a Fincantieri, magari a vantaggio dei concorrenti coreani, né anche solo pensabile un blocco dei confini visto che stiamo parlando per la maggior parte di cittadini italiani, lo scenario per il quale lavorare non potrà che essere quello di una più curata gestione del fenomeno dell’emergenza casa, piuttosto che quello di una sua evaporazione per cessata immigrazione, opzione certo affascinante per larghi strati cittadini. Lo slogan “una più curata gestione del fenomeno” non vuole rimanere qui formula astratta, ma, al contrario, essere uno specifico riferimento alla già citata Legge 431/98, che concederebbe a Monfalcone lo status di centro ad alta tensione abitativa, con tutti i vantaggi che abbiamo analizzato. Finalmente, in questo modo, il mercato immobiliare non sarebbe più “libero”, ossia, in sostanza, “nero”. Per una volta, pare proprio che meno libertà sia meglio che più libertà.