Il Piccolo, 28 ottobre 2008 
 
I PRECEDENTI  
IL SINDACALISTA  
La città dei cantieri teme l’immigrazione selvaggia e non si sente più sicura  
Pesanti mutamenti sociali impongono nuove strategie per rendere concreta una difficile integrazione 
Moreno Luxich: «Non è questione di provenienza: Fincantieri deve garantire controlli su chi lavora in fabbrica» 
La fine della tranquillità coincide con la rapina a Ezio Vanone, ferito da una gang fatta venire apposta dalla Campania
  
 
Dall’inviato FURIO BALDASSI
MONFALCONE Sfilano veloci, i vestiti sgargianti, lo sguardo basso ma il sorriso sempre aperto, con l’immancabile «bindi», piccolo punto ornamentale, al centro della fronte. Si portano dietro una frotta di bambini, scuri e vivaci. Bengalesi. Nel loro giro di shopping o semplicemente di socializzazione con altri connazionali, passano davanti a un bar, ed è come se due mondi venissero a collisione. Quello è infatti il feudo di un gruppo di «guaglioncelli», napoletani veraci che a 14-15 anni esibiscono già la smorfia arrogante di chi sa, o crede di sapere, che dovrà andare avanti a muso duro per tutta la vita. Benvenuti a Monfalcone, anno di grazia 2008.
Un paesone cresciuto troppo e troppo in fretta, che negli ultimi tempi ha riscoperto la paura. Un’inquietudine sottile e per certi versi non motivata che però sta cambiando le abitudini dei 28mila residenti. Travolti da un esercito di 6000 trasfertisti meridionali (e ne sono attesi altri 700), 2000 bengalesi, un nugolo di serbi, bosniaci, albanesi e romeni, tutti impegnati nel cantiere navale. Messi assieme, una comunità nella comunità. Inseriti nella quotidianità, un’emergenza sociale. Rapportati a una realtà tranquilla dove tutti, come racconta Fabio, cantierino da 30 anni, «erano abituati a lasciare la porta di casa aperta», un’entità che incute soggezione e fa parlare ai monfalconesi doc di città «stravolta».
Sarà un caso, ma persino la giunta di centrosinistra, guidata da Gianfranco Pizzolitto, una delle prime in Italia a inserire anni fa un immigrato senegalese tra gli assessori, Bou Konate, si è adeguata al trend leghista di «una telecamera su ogni casa» per venire incontro alle esigenze degli sbalestrati cittadini, e riceverà apposito contributo dalla Regione. «Meglio tardi che mai», chiosa Federico Razzini, consigliere regionale della Lega Nord, attivo da anni nella lotta contro i «nuovi» monfalconesi, al punto di far coniare ai suoi avversari politici un neologismo, il «razzinismo». «Poche balle – glissa il leghista – finalmente il sindaco ha capito che le norme per la sicurezza vanno adottate. È un problema di qualità della vita, in città sono confluiti troppi pluripregiudicati». Nella sua denuncia, Razzini non è solo. Persino Raffaele Tito, sostituto procuratore della Repubblica a Trieste, in un’intervista televisiva aveva detto tempo fa che «la metà dei dipendenti delle ditte che operano in appalto e subappalto nello stabilimento Fincantieri di Panzano avrebbe precedenti penali e la metà di questi sarebbe legata a reati associativi».
Ma è lecito semplificare e arrivare all’equazione trasfertista uguale camorrista? Assolutamente no, perché negli ultimi tempi le cose sono cambiate. Intanto è stato siglato un protocollo di legalità con il Comune, che impegna la Fincantieri a un controllo più accurato delle ditte a cui affida gli appalti. L’intrusione camorristica in città ha infatti sfruttato quell’autentico torrente carsico di contraenti e subcontraenti in base al quale in cantiere poteva arrivare praticamente chiunque, con ricadute preoccupanti sotto il profilo malavitoso. Un piccolo mondo impermeabile ai controlli e con regole, per così dire, spesso estranee a quelle dei contratti nazionali.
«Qui non c’è un problema di meridionali o non meridionali – tuona Moreno Luxich, sindacalista della Fiom Cgil – perché è la Fincantieri che deve garantire il controllo. Semmai ci sono delle anomalie contrattuali che andrebbero denunciate. Non mi sembra un caso il successo che sta riscuotendo, anche e soprattutto tra trasfertisti e immigrati, lo sportello informativo della Fiom». Di «caporalato» parla senza mezzi termini ancora Razzini e anche «di buste paga che dai 2000 euro versati si alleggeriscono fino a 800». Di sicuro c’è che gli immigrati godono di ben poche garanzie. Quando non c’è il lavoro, per dire, vengono lasciati a casa e punto.
La fine dell’innocenza, da queste parti, viene generalmente fatta coincidere con la sanguinosa rapina in cui è stato «gambizzato» Ezio Vanone a fine anni ’90 e poi col delitto di Paolo Grubissa, un pr di discoteca, ucciso e fatto sparire in un bidone pieno di cemento dal siciliano Salvatore Allia. Per la comunità, uno choc, un vero pugno allo stomaco. Anche perché l’inchiesta contribuì a scoperchiare un sottobosco malavitoso di cui si aveva forse un vago sentore, ma non in quelle proporzioni e soprattutto in quelle manifestazioni truculente. A stretto giro sono arrivati l’operazione antidroga «Torre Annunziata», che ha fatto finire nella rete una trentina di persone, e, nel giugno 2002 l’arresto da parte della Dda di Trieste di altri cinque affiliati alla camorra ritenuti responsabili dell’importazione da Napoli di un chilo di cocaina al mese che poi veniva spacciato all’interno del cantiere navale.
Fenomeni ben localizzati, insomma, e in linea di massima quasi stroncati. Ma la violenza nell’aria, per non dire il terrore, le notti monfalconesi a rischio da dove arrivano? Probabilmente da una considerazione antropologica, di costume, prima ancora che statistica: la difficoltà da parte della maggioranza della popolazione di accettare un’educazione, dei comportamenti, degli stili di vita totalmente dissimili dai loro. Anche il fatto, per banalizzare assieme alla barista Ornella, «che in giro non si sente neanche più parlare in dialetto». Se la prefettura di Gorizia, come precisa il dottor Scarabino, ha deciso di fornire dati annuali e non più semestrali sulla delinquenza, «comunque in calo», se lo stesso assessore alla Sicurezza Michele Luise sembra divertirsi molto quando annota che «il crimine statisticamente più rilevante a Monfalcone è quello del furto di biciclette», una qualche verità di fondo ci sarà. «Vuol sapere il perché di questa inquietudine», aggiunge ancora il vocione di Luxich. «Bene, semplicemente la gente ha paura della paura, non è abituata a conviverci. E dimentica che tutti sono in grado di delinquere». 
 
Alla Giacich un ragazzo su 3 viene dal Sud o è straniero  
Nell’istituto comprensivo è al primo posto il problema dell’accoglienza
 
 
MONFALCONE Poche scuole risultano emblematiche di una popolazione come l’istituto comprensivo Giacich. Un vero compendio della Monfalcone attuale, con un 10-15% di studenti provenienti dal Sud Italia, e la bellezza di 150 stranieri sugli 826 iscritti, pari dunque al 20 per cento del totale. Il preside precedente, recentemente sostituito dalla professoressa Russo, aveva chiesto lo status di istituto «a rischio» ma questo non significa necessariamente che la sua vivibilità o il metodo d’insegnamento risultino precari, né che alle porte, come in certe scuole Usa, ci siano i metal detector.
Semplicemente, come osserva la triestinissima vicepreside Marina Parladori, si trattava di un escamotage per poter accedere a fondi che, in una realtà composita come questa, sono preziosi come l’acqua. «La nostra è una scuola difficile, particolare – racconta – che dovendo accogliere degli studenti così diversi deve per forza differenziare e implementare le attività. Pensiamo a quanti stranieri arrivano qui completamente digiuni della lingua. Servono dunque supporti che agevolino il loro ingresso in aula, fondi per alfabetizzarli, laboratori d’informatica, attività da fargli fare quando, anche per motivi linguistici, perdono ovviamente la concentrazione. E devo dire che la stragrande maggioranza si integra, mentre altri seguono percorsi scolastici frammentari o difficili». (f.b.)  
 
Marina Julia è diventata la «Posillipo d’o Nord»  
«Siamo in più di seimila in città, se c’è qualche mariuolo tra noi che cosa ci possiamo fare?»
 
 
MONFALCONE «Gennaroooo», «Ciroooo» , «Giovanniii». Le voci rimbombano nell’aria, una cacofonia di suoni come si può sentire solo al Sud, in tutti i Sud del mondo. Solo che non siamo al Sud, ma a Marina Julia, velleitaria spiaggia turistica a circa 5 km da Monfalcone, eletta da qualche anno a buen retiro dei trasfertisti meridionali, che da questi parti sono noti come «quei là» o col classicissimo «’taliani». Che, per chi conosce l’ironia dei giuliani, non è spregiativo ma solo emblematico di come da queste parti i 90 anni dal ritorno dell’Italia non siano stati ancora del tutto metabolizzati. O, magari, di come questa «invasione» di massa abbia riproposto l’eterno conflitto tra le due Italie.
Qui, in questa Posillipo «d’o Nord» si vivono forse in maniera maggiore le contraddizioni ma anche i luoghi comuni legati a questo autentico fenomeno sociale. «Sono bravissime persone, nella stragrande maggioranza dei casi – vuol subito precisare un esercente locale, Nico – ma diciamo che i nostri ritmi non sono proprio gli stessi, i comportamenti neanche. Vedo in certi loro giovani, ad esempio, un’aggressività di base che i nostri si sognano… È chiaro che prima o poi da parola nasce parola e il clima si scalda, ma da questo a parlare di paura ce ne corre. Diciamo problemi di comunicazione, una difficoltà a relazionarsi che, per uno come me che vive di contatto col pubblico, talvolta è quasi imbarazzante».
Poco più in là un avventore, apparentemente intento, alle 10 del mattino, a vedere se il bicchiere del suo Averna abbia qualche buco, in realtà non si è perso neanche una battuta. «Questa gente è cattiva», sibila. Ma poi Nunzio, «lasciamo perdere il cognome che non è aria» si apre. E si sfoga. «Siamo più di 6000 a Monfalcone, lo sappiamo che nel gruppo c’è di più di qualche mariuolo, ma che ci possiamo fare? I danneggiati siamo noi. Noi che siamo scappati, lo scriva bene s-c-a-p-p-a-t-i. Sono arrivato qui da solo, poi mi sono fatto raggiungere da moglie e due figli perché a Napoli, letteralmente, non solo non si lavora ma non si vive più. Adesso ci scaricano addosso tutte le colpe del mondo ma, me lo spieghi lei, quella signora che l’altro giorno dicono abbia fatto uccidere il marito, qua, a due passi, era forse napoletana?».
Da Marina Julia al centro di Monfalcone, per altre storie di ordinaria disperazione. Se qualcuno non si fosse già appropriato del dominio del nome «invisibili» sarebbe sicuramente la definizione che meglio calza alla comunità bengalese. Registrati all’anagrafe in 1300, anche se sembra che il numero reale sfiori i 2000, risultano impalpabili, inesistenti nella vita sociale, non fosse per quelle signora, velate o meno, che per un «liston» dimenticano i 10mila chilometri di distanza dal natio Bangla Desh e le profonde, quasi insormontabili differenze con quello che le ha adottate. Di loro non si sa niente. In tanti anni di permanenza è trapelata dalla cortina di omertà etnica solo la notizia di una violenza domestica. Il resto se lo risolvono tra loro. «Siamo qui da tanto – ammette il loro rappresentante in seno alla consulta degli immigrati, Mohammed Hossain, detto Mark – ma la comunità resta isolata a gestire i suoi problemi. Tra i quali la spregiudicatezza di certi imprenditori che quando il lavoro non c’è, ti lasciano direttamente a casa». (f.b.) 
 
PIÙ RIGORE CON LE DITTE IN SUBAPPALTO  
Pizzolitto smorza: «Situazione sotto controllo»  
Per il sindaco è necessario insistere sul protocollo di legalità assieme a Fincantieri
 
 
MONFALCONE Ha resistito finché ha potuto. Ma poi ha dovuto ammettere, prima di tutto con se stesso, che la gente «vive con sofferenza questo periodo», e si è mosso di conseguenza. Via libera a nuove telecamere, con tante grazie alla Regione, alla quale per cose «di paura» i soldi non mancano mai, e immediata verifica sul quel protocollo di legalità che gli ha dato risposte rassicuranti. Gianfranco Pizzolitto è sindaco di Monfalcone, alla guida di una coalizione di centrosinistra, dal 2001. Ha vissuto, dunque, in prima persona la sua crescita anagrafica disordinata , pompata dal fenomeno del trasfertismo. E anche la conseguente psicosi dei monfalconesi, alle prese con fenomeni malavitosi di cui ignoravano le proporzioni. Ciononostante non sembra tipo da abbattersi. Dice: «Si sta lavorando con molta serietà e ritengo che la situazione in città sia mutata e sotto controllo. Bisognerà verificare con ancora più attenzione il protocollo di trasparenza con la Fincantieri, quello che impone controlli rigorosi sulle ditte che operano nel cantiere, anche se i risultati si sono già visti».
Secondo il primo cittadino, insomma, la sicurezza strutturale della cittadina non sarebbe in discussione, semmai sarebbe quella percepita a creare incertezza nei cittadini. «La situazione non ci è affatto sfuggita di mano – e personalmente ritengo che dietro a certe manifestazioni di disagio ci sia anche la difficoltà di chi non ce la fa a vivere con 1000-1200 euro al mese o con la pensione minima….».
Un esempio potrebbe essere quello di Gilberto Mattei, rimasto l’unico occupante, nel vero senso della parola, della fin troppo chiacchierata Casa Mazzoli, per un lungo periodo sorta di enclave della disperazione. Uno che ha visto vari casigliani, napoletani in massima parte, prelevati dalla polizia per reati vari, e resiste nel «suo» appartamento con la luce attaccata abusivamente e senz’acqua. Per una questione di «etica», dice lui, che mette sotto accusa il Comune per la scarsa assistenza.
Ma di quanti fondi può disporre una piccola amministrazione come Monfalcone, dove oltre a tutto le spese straordinarie per i nuovi residenti vanno avanti in maniera esponenziale? «Pochi, visto anche l’impatto importante che le nuove comunità hanno avuto sul territorio», ammette Cristina Morsolin, assessore all’Assistenza e ai Servizi sociali. Una che in questi anni, per gli stranieri, ha dovuto introdurre la figura del mediatore linguistico. E che per gli italiani del Sud ha pensato al mediatore sociale. L’esuberanza delle loro famiglie, fa capire, ha agito infatti in certi condomini come un vero e proprio «effetto destabilizzante». (f.b.)

Il Piccolo, 21 ottobre 2009
 
DELITTO GRUBISSA. RINVIO AL 6 MARZO 2010  
Occultamento di cadavere, il processo non decolla
 
 
L’ennesimo rinvio. Stenta a decollare il processo per l’occultamento del cadavere del monfalconese Paolo Grubissa, ucciso nel novembre di sei anni fa dal suo datore di lavoro, il siciliano Salvatore Allia, già condannato a vent’anni di carcere. Ieri il Tribunale di Gorizia ha infatti disposto il rinvio del dibattimento. Si ripartirà il 6 marzo prossimo, giorno in cui è stata fissata la prossima udienza, per la quale si renderà necessario sentire un centinaio di testimoni. Il processo, dunque, va avanti, anche se si profilano tempi sempre più lunghi.
Ieri sarebbe dovuta essere la giornata della perizia linguistica. Il Tribunale di Gorizia avrebbe dovuto sentire la deposizione di un perito che ha tradotto da un dialetto calabrese particolarmente stretto i contenuti di alcune intercettazioni telefoniche e di una ambientale, facenti parte delle prove di accusa che il pubblico ministero ha prodotto al giudice. Una perizia sulla quale Massimo Bruno, uno dei legali della difesa, aveva sollevato alcune questioni di carattere formale, legate alla scelta del perito e alla validità della ”traduzione” dal calabrese all’italiano.
Obiezioni, quelle sollevate dall’avvocato Bruno, non accolte però dal Tribunale, che ieri ha respinto la richiesta di nullità della perizia. Nonostante questo, il documento non è stato comunque sentito dai giudici, per l’assenza del diretto interessato, il perito, che non è comparso in aula.

Messaggero Veneto, 21 ottobre 2009 
 
Delitto Grubissa, nuovo rinvio 
 
MONFALCONE. Stenta a decollare uno dei processi “collaterali” legati all’omicidio di Paolo Grubissa, il 44enne di Monfalcone ucciso con un colpo di pistola nel 2003, e il cui corpo era stato occultato in un bidone nascosto sotto terra in un cantiere a Sagrado, delitto per il quale è stato condannato Salvatore Allia.
Il procedimento in questione, dinanzi al giudice monocratico di Gorizia, è a carico del calabrese Antonino Foti, di Massimo Peressin di Staranzano e di Marco Lugli di Ronchi dei Legionari accusati di favoreggiamento o soppressione di cadavere.
Nel corso dell’udienza di ieri il giudice Emanuela Bigattin ha rigettato un’eccezione presentata da uno dei difensori, l’avvocato Massimo Bruno, riguardante l’incarico conferito al perito per la trascrizione delle intercettazioni telefoniche.
Proprio ieri era in programma anche la comparizione dello stesso perito – il quale ha l’incarico di tradurre dal dialetto calabrese all’italiano le intercettazioni – che ha dato però comunicazione di essere impossibilitato a comparire e quindi il giudice Bigattin ha dovuto rinviare il processo al prossimo 16 marzo 2010.
Nel processo figurano anche – seppure in una posizione del tutto marginale – altre due persone, Claudio Loredan, monfalconese, e Susanna Nuvoloni, di Grado, difesi rispettivamente dagli avvocati Bevilacqua, Corubolo e Ceresi, e che sono accusati di emissione di fatture concernenti operazioni inesistenti in favore della ditta di sabbiature industriali di Salvatore Allia, la Satar.

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