Il Piccolo, 14 dicembre 2008 
 
IL PROCURATORE  
Cantiere di Monfalcone, quindici dirigenti sotto accusa per 42 decessi  
Deidda: «Per anni le persone sono morte senza sapere il perché» 
«Abbiamo ascoltato un’umanità provata scavando nelle viscere della Fincantieri come mai era stato fatto»
 
 
di CORRADO BARBACINI

RIESTE Quindici dirigenti, che si sono avvicendati dal ’65 all’85 al cantiere di Monfalcone, sono formalmente sotto accusa: omicidio colposo plurimo: sono ritenuti responsabili di 42 morti per amianto. È la prima volta che accade in Friuli Venezia Giulia.
Per vent’anni, dal 1965 all’85 – secondo la procura generale di Trieste – non hanno fatto nulla per evitare che la strage provocata dall’amianto si compiesse nei cantieri di Monfalcone. Come dirigenti e manager hanno, di volta in volta, davanti alle vedove o ai figli orfani, di fronte alla morte di centinaia di operai, parlato di inevitabile fatalità e si sono riparati dietro a leggi e consuetudini, avvicinando sempre di più l’impunità verso la prescrizione.
Ma lo Stato non si è arreso davanti alle morti bianche: Beniamino Deidda, il procuratore generale che appena quattro mesi fa aveva avocato a sè le inchieste sulla strage dell’amianto ferme per anni al Tribunale di Gorizia, ce l’ha fatta. È riuscito a chiudere le indagini grazie all’aiuto di un pool di tecnici dell’Azienda sanitaria di Trieste che ha definito «formidabili». Con lui ha lavorato il sostituto procuratore di Pordenone, Fedrico Facchin, distaccato in questo periodo a Trieste.
L’avviso di chiusura delle indagini è stato depositato in cancelleria e in questi giorni gli ufficiali giudiziari lo stanno notificando ai dirigenti, ormai anziani, ma anche alle famiglie dei 42 operai uccisi dall’asbesto che forse mai avrebbero sperato. La norma vuole che entro una ventina di giorni i difensori potranno presentare istanze o memorie alla procura. Poi, scattato questo termine, la parola passerà al Gip con la richiesta di rinvio a giudizio.
«Abbiamo fatto un’indagine approfondita», spiega il procuratore generale Deidda. Poi aggiunge: «Abbiamo ascoltato un’umanità provata che aveva bisogno di giustizia. Si è scavato nelle viscere della Fincantieri come mai era accaduto prima e ora si è fatto capire a questa gente che non è sola». Dice ancora: «Per anni le persone sono morte senza sapere il perché. Si sono incontrati ai funerali degli amici uccisi tutti dalla stessa malattia».
In questi quattro mesi sono stati convocati negli uffici della procura generale di Trieste dirigenti e manager del cantiere di Monfalcone. E intanto sono stati acquisiti nella sede dalla Fincantieri una copiosa serie di documenti. In dettaglio, gli ordini di acquisto dove potrebbe nascondersi l’acquisizione dell’amianto con date e quantità precise. E poi i fascicoli personali di operai che hanno lavorato tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta all’allora Italcantieri. L’amianto, secondo le testimonianze raccolte, è stato usato sulle unità militari più a lungo che su quelle civili: c’è chi parla anche degli inizi degli Anni Novanta. Perchè la legge che pone il divieto assoluto dell’impiego di amianto è del 1992. Tutti i dati sono stati incrociati e sono emerse le vicende drammatiche di tante e tante inspiegabili morti bianche.
L’indagine, che ha subìto una grande accelerazione grazie all’interessamento del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ha coinvolto almeno settecento persone: duecento sono già state uccise dal mesotelioma pleurico e dal carcinoma al polmone, altre 500 si stanno curando. Ma a Trieste sono concentrati alcune decine di fascicoli ritenuti i più a rischio, appunto 42 casi, mentre gli altri sono rimasti in gestione alla Procura di Gorizia, competente per territorio su Monfalcone. Questa Procura da fine settembre è stata affidata a Caterina Ajello: ha preso il posto dell’ex procuratore Carmine Laudisio che aveva lasciato l’incarico in base alle nuove norme che hanno dichiarato decaduti i capi degli uffici rimasti in carica per più di otto anni.
Il 24 gennaio all’inaugurazione dell’Anno giudiziario il presidente della Corte d’Appello Carlo Dapelo aveva lanciato l’allarme. «Sono stato a Gorizia assieme al procuratore generale Beniamino Deidda e abbiano verificato la situazione. Novecento procedimenti penali collegati al fenomeno delle morti per amianto sono in attesa di una definizione. Solo limitati casi sono stati esauriti. L’organico è del tutto insufficiente. Ma Roma non ha risposto alle sollecitazioni anche perché il Friuli Venezia Giulia non gode di un trattamento privilegiato all’interno del Ministero. Non si capisce cosa deve accadere perché l’organico del Tribunale di Gorizia sia adeguato alle necessità create dall’emergenza amianto». Poi l’inchiesta era stata avocata dalla procura generale. «Abbiamo fatto in quattro mesi quello che non si è fatto in tanti anni», ha detto il procuratore Deidda. 
 
LE VITTIME  
Cantierini e marittimi, migliaia gli «esposti»  
L’azienda sanitaria è andata a fondo ma il censimento è tutt’altro che definitivo 
La malattia ha colpito solo la truppa. I dirigenti infatti stavano in ufficio
 
 
di GABRIELLA ZIANI

TRIESTE Li hanno cercati, li hanno ascoltati: operai, dirigenti, impiegati, familiari. Hanno scavato in archivi locali e di tutt’Italia. Hanno studiato organici e organigrammi, documenti, carteggi, carriere e destini. Hanno potuto fare infine un lavoro scientifico. Lo hanno concluso velocemente, col cuore gonfio di ammirazione, rabbia e pietà. Sono i medici della Prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro, una struttura del Dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria di Trieste, cui il procuratore generale Deidda ha conferito l’incarico tecnico delle indagini sui morti per amianto alla Fincantieri.
Alcuni di loro hanno il titolo di ufficiale di polizia giudiziaria, quello che consente di piombare nei cantieri e stilare una denuncia se li trovano fuori norma e pericolosi. Stavolta, per il semplice effetto del trasferimento dell’azione giudiziaria da Gorizia a Trieste, è toccato a loro spostare l’asse d’attenzione sull’Isontino, reincaricando a propria volta i colleghi di quell’Azienda sanitaria, finiti esautorati. Ma il giro di competenze stavolta ha portato risultati concreti, eclatanti.
Una settantina le testimonianze raccolte. Chi lavorava alle grandi navi, e dove, e come. Chi portava le cose, e quando. Chi dava gli ordini. Chi era presente. Con chi, perché. Qualcuno ha risposto afflitto da problemi di salute, col fiato corto e il respiro rubato. «Una memoria di ferro – rammenta Valentino Patussi riferendo solo del lato umano di un’inchiesta coperta dal segreto istruttorio -, gli operai delle navi ricordano tutto e portano con sè un tale senso di appartenenza al loro cantiere, alla enorme nave che hanno contribuito a costruire che questo sentimento è in loro indelebile, ne sono posseduti senza ripensamento».
La Fincantieri era tutto, per Monfalcone e per questa gente ormai decimata, che quando parla dei colleghi ricorda più funerali che feste di compleanno. La stessa angoscia che attanaglia i triestini e le loro associazioni di «esposti» fatte di portuali, di lavoratori dell’Aquila, di altri cantieri navali, e di cui i marittimi – viaggiatori su petroliere e carghi per una vita, in tutti i porti del mondo – non hanno ancora ottenuto nemmeno i «benefici di legge» per la pensione anticipata o aumentata. Sono costretti a cause giudiziarie personali, spesso rigettate, a bussare all’Inail, che rimanda all’Inps, che rimanda all’Ipsema, che rimanda al governo, che rimanda e basta. Desolati.
E quelli che costruivano i giganti del mare, di cui la città nell’anno dell’anniversario del cantiere nessuno ha celebrato il sacrificio, sono i primi ad aver messo in moto un meccanismo di potente rimozione. Ricordano l’immensità della costruzione, o l’importanza del dettaglio, i 26 mila dipendenti, o la caratura dei dirigenti, e anche la polverina bianca, certamente, quella che poi per legge sarebbe stata definita maledetta, ma viene per ultima. Qualcuno definisce la loro esperienza così introiettata «epicità del costruire navi» e oggi suggerisce alla società civile di restituire una totale assistenza a coloro che lentamente muoiono, traditi da un amore indistruttibile. «Il Comune paghi le badanti, porti a casa la Tac con le brutte notizie, promuova la pratica Inail… e invece niente, questa gente è tremendamente sola».
Anche perché in tanti casi sono morte, a Monfalcone come a Trieste, anche le donne in retrovia, quelle che lavavano tute e indumenti intrisi di amianto. Morti se ne contano più che altro nella truppa. Oppure nei ceti intermedi della filiera di fabbrica. I dirigenti no: stavano in ufficio. Perciò gli «inviati» dell’Azienda sanitaria hanno scritto sui taccuini anche risposte utili a un’indagine psicologica che ancora non c’è: «Sì, conoscevo quell’operaio, però è morto 4 anni fa», e anche quell’altro, e il terzo, e il quarto. Di che cosa? «Tumore pleurico». «Sì, avevo tanti colleghi, però di vivi non me ne viene in mente nessuno».
La rabbia non si fa strada e la paura nemmeno. Un dato di fatto, elencano questi uomini, spesso con un senso antico di destino, che non è mai astratto, ma si lega alla natura delle cose: per loro natura e sopravvivenza era la nave, la fortuna di una volta. Al dunque, fanno fatica a vederla al contrario, il loro problema si definisce in funzione subordinata, e inoltre vivono in bilico tra la paura di essere il prossimo malato e la voglia di non saperlo mai, tra la certezza del rischio che hanno corso e l’istinto che porta a sminuirlo.
Gente in scacco, insomma. Forse per questo, e specialmente a Monfalcone e Trieste (perché i piemontesi che avevano avuto la Eternit in casa sono stati molto più consapevoli e determinati) è stato facile camminare sopra i morti per tanti anni, ascoltando, passando infinite carte e poi lasciando perdere.  
 
LA TESTIMONIANZA  
La guerra di Rita: «È un omicidio»  
Dopo la morte del marito la monfalconese è in prima linea nell’associazione 
«Abbiamo vissuto un calvario di 4 anni» 
«Il procuratore Deidda sta lavorando bene. Quello che è stato commesso è un vero crimine e non può passare in cavalleria»
 
 
di PAOLO RUMIZ

TRIESTE Rita Nardi, 63 anni, friulana, vedova di Gualtiero, operaio dei cantieri di Monfalcone ucciso dal mesotelioma da amianto, guida appassionatamente l’associazione degli esposti all’amianto della città. Una testimonianza dura, per la quale non servono commenti.
Quando è morto suo marito, signora?
«Alla vigilia di natale di dieci anni fa, dopo un’agonia tremenda».
E quando si è accorto di essere ammalato?
«Il 14 ottobre del ’94, cinque giorni dopo essere andato in pensione, con trentacinque anni di lavoro. Aveva 52 anni. Aveva cominciato da ragazzo. Una volta in cantiere si entrava giovanissimi».
Era attaccato al suo lavoro?
«Tantissimo. Tutte le grandi navi degli anni Ottanta erano passate per le sue mani».
Chi vi ha dato la diagnosi?
«Per un po’ abbiamo brancolato nel buio. Nessuno ci diceva la cosa giusta. Poi siamo stati all’ospedale di Udine, gli hanno dato un’occhiata e subito gli hanno chiesto: ‘ma lei dove lavorava?’ Io mi sono sentita gelare. Ho capito che la malattia veniva dal cantiere, e dunque era una cosa grave».
Poi è arrivata la conferma?
«Sì. Gli hanno fatto una biopsia e il mesotelioma è venuto fuori subito. Per noi sono cominciati quattro anni infernali».
Lui sapeva del pericolo?
«Sapeva? Era terrorizzato… Aveva visto morire tanti compagni. Sapeva di essere esposto alla stessa malattia, ma si sa, uno crede sempre di essere risparmiato. Ma la vita non risparmia nessuno. Con l’amianto non c’è speranza».
Anni terribili.
«Chi ha assistito a quel tipo di morte, chi vede quanta fatica, quanto dolore bisogna pagare per andarsene in pace, vive il resto della vita in un altro modo. Morire così, per un toco de pan… Non c’è consolazione. Creda».
Chi vi ha aiutato?
«Ho incontrato tanta bella gente solidale, ma le istituzioni erano assenti, eravamo soli e senza aiuti. Non sapevamo dove sbattere la testa».
Quando ha pensato di battersi contro questa piaga?
«Durante la malattia di Gualtiero. Leggevo, cercavo di capire. Mi rifiutavo di pensare che tutto questo fosse dovuto a incuria. Lo guardavo soffrire e pensavo: quando non ci sarai più, mi batterò per te, per la dignità della tua memoria».
Poi lui è morto.
«Sì, e allora sono andata aall’ospedale San Polo di Monfalcone e ho scoperto che c’era una stanzetta con su scritto: associazione esposti all’amianto. Sono entrata e ho detto: come è possibile, qua si muore e non succede niente…»
Che risposta ha avuto?
«Poveracci, erano quattro gatti e nessuno dava loro una mano. Non avevano santi in paradiso, figurarsi se avevano soldi per buoni avvocati».
E allora?
«Allora ho cominciato a muovermi da sola. Conoscevo un solo politico, Antonaz, che è delle nostre parti. Gli ho scritto, e mi ha dato i primi consigli».
Come si è formato il gruppo?
«I morti e i malati erano sicuramente tantissimi, ma non potevamo avere in nomi per via dei vincoli della privacy. Così ci siamo mossi per conto nostro, andando casa per casa, talvolta affrontando bruschi rifiuti».
E ce l’avete fatta.
«Se volemo podemo… Ho imparato che bisogna credere e battersi. La fine di mio marito mi dava una forza incredibile, e di fronte a quella memoria non c’era ostacolo che tenesse».
Qualcuno si è messo di mezzo?
«Non importava, non andavamo avanti lo stesso. Stando attenti alle notizie, ai necrologi, ai racconti. Così è nata la nostra forza».
Come avete sbloccato la sordità del potere?
«Incontri, comunicati, dichiarazioni, interviste, denunce per omicidio colposo, e alla fine vistosi sit-in. Lentamente la gente ha smesso di rimuovere. Si sa, quando si tratta di malattie, nessuno ci pensa volentieri».
Ora le cose si sono messe in moto sul serio.
«Importante è stato l’intervento del presidente Napolitano. Quando è venuto in regione abbiamo chiesto un incontro e lui ce l’ha dato. Gli abbiamo detto che la giustizia tardava troppo e lui deve avere dato qualche lavata di capo alla persona giusta».
E la Procura regionale?
«Ah questo Deidda è un grand’uomo. Ci ha ascoltato con pazienza, e soprattutto con rispetto. In pochi mesi il suo gruppo d’indagine ha fatto un lavoro incredibile. Non si sono fermati di fronte a niente».
E i politici?
«Sono andati a rimorchio. Invece dovevano essere loro a tirare fuori questa cosa, a non lasciarci soli di fronte a questa tragedia. Qui la gente è morta per vent’anni senza sapere perché. E’ solo dall’inizio degli anni Novanta che qualcuno ci ha messo in allarme».
E la Fincantieri?
«Ho letto sul Piccolo che l’amministratore delegato parla del mesotelioma come malattia sociale. Questo è davvero un Paese dei campanelli. C’è una responsabilità tremenda; questa non è roba che possa passare in cavalleria».
Omicidio?
«Cos’altro vuole che sia! Altro che malattia sociale! I li ga copai tuti come conigli per quattro lire».
E a Trieste?
«Anche a Trieste, che tragedia. Col porto… con tutti i sacchi di amianto in polvere che quei disgraziati hanno portato sulle spalle… Sacchi di carta che si spaccavano sempre».
E nel resto d’Italia?
«La gente non sa nulla… Pensi che mi hanno dovuto invitare me, che quasi non ho studiato, per parlare agli operai della Breda in Lombardia… Ero tesissima. Dio che crimine, che cosa disumana lasciare sola sta gente».
Ha speranza?
«Sì. Questa inchiesta cambierà tutto anche nel resto d’Italia».