Le leggi di Gomorra
di Alessandro Metz e Andrea Olivieri

Legare indizi, voci, tracce e collocarli su mappe ben conosciute. Chi non ha la possibilità di chiedere a decine di investigatori di indagare e trovare prove, di posizionare telecamere e microfoni, di fare intercettazioni telefoniche e consultare archivi, ha solo questa possibilità per ristabilire se non la verità perlomeno un minimo di decenza nella realtà. Pasolini affermava che magari non era possibile avere le prove per stabilire i colpevoli delle trame golpiste e della corruzione, ma era possibile sapere chi fossero quei colpevoli se si cercava di “seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace, coordinando fatti anche lontani, rimettendo insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

Quanto sta accadendo a Monfalcone in questi giorni lascia storditi. In un territorio dove da anni l’intero tessuto economico è pesantemente condizionato da infiltrazioni mafiose, tre attivisti tra i più conosciuti e impegnati nelle battaglie socio-ambientali sono stati arrestati sull’ipotesi di essere addirittura al centro dell’intero mercato dell’hashish nella zona. Assieme ad altre tre persone, ora sono detenuti in carcere “in via cautelare” sulla base di indizi inconsistenti: il sequestro di poco più di un grammo di “fumo” a uno di essi, di ben 30 mozziconi di sigaretta (sic) nello spazio sociale di cui sono animatori, e le “voci” di qualche ragazzino terrorizzato perchè sorpreso con qualche canna in tasca. L’accusa è quella di consumo e cessione di stupefacenti.
Crollerà un attimo dopo essere approdata in un’aula di tribunale, forse molto prima, ma nel frattempo sei persone saranno rimaste in carcere per chissà quante settimane e un’intera realtà sociale e politica sarà stata criminalizzata ad arte.
Ma non basta. L’episodio, se non dovesse rivelarsi tale, segna un precedente pericolosissimo e una strategia repressiva per molti versi inedita nei confronti dei movimenti sociali. Ciò che i magistrati di Gorizia stanno tentando di far passare è l’ipotesi di un reato associativo che mira a colpire uno spazio sociale e i suoi attivisti a partire dal consumo personale di cannabis, ipotizzando, attraverso “Sommarie Informazioni Testimoniali” – ovvero dichiarazioni di soggetti altamente ricattabili a causa della loro situazione personale e giudiziaria – che gli arrestati siano il fulcro attorno al quale ruoterebbe un intero mercato di sostanze stupefacenti.
Emblematico del clima che si respira in città un titolo a tutta pagina del Messaggero Veneto che recita “Smantellato il mercato dell’hascisc: è il risultato del blitz di Polizia e Cc che ha portato all’arresto di sei persone”. Inoltre i giornali locali parlano di indagini “lunghe e pazienti”; e non c’è dubbio che lo siano state dal momento che, oltre a decine di intercettazioni ambientali sia video che audio, si è giunti persino a montare una microtelecamera addosso a un informatore affinchè riprendesse una festa – pubblica – che si teneva presso “Officina Sociale”, unico spazio di socialità trasversale e libero in una città dove l’unica attività è ammazzarsi di lavoro – a volte nel senso letterale della parola – in qualche ditta che lavora per Fincantieri.

Per capire la gravità della situazione è necessario dare uno sguardo al contesto territoriale del monfalconese e a quello specifico dello spazio autogestito “Officina Sociale” in cui la vicenda si sta sviluppando. Va anche tenuto presente il periodo, ovvero il fatto che si è a ridosso dell’imminente Conferenza nazionale sulle droghe convocata a Trieste dal ministro Giovanardi con l’intento di una ulteriore stretta in senso proibizionista, appuntamento sul quale proprio i tre arrestati si stavano muovendo per l’organizzazione di una mobilitazione che tentasse di far emergere le molte voci discordanti ma spesso silenziose o passive su questo tema.
Sia chiaro: non leggiamo negli arresti una risposta politica da livelli così alti come quelli della conferenza ministeriale. Semmai è proprio la casualità e il concatenarsi dei diversi fattori a farci ritenere che su questa situazione va posta un’attenzione quanto più ampia possibile e che, se da un lato essa deve essere garanzia nei confronti di persone che stanno rischiando molto – troppo – sul piano personale e politico, dall’altro deve chiarire e ampliare i margini di consapevolezza sul significato di quanto sta accadendo in Italia in termini di controllo sociale.
Da anni è noto che l’economia monfalconese, che ruota attorno alle commesse miliardarie per le navi da crociera della P&O Cruises, di proprietà di un magnate israeliano, è in larga parte, se non del tutto, infiltrata da interessi camorristici. Analogamente si sa che le centinaia di ditte subappaltatrici di Fincantieri servono il circuito del riciclggio di denaro sporco, che nelle foibe della zona si riversano rifiuti tossici di ogni genere, che in cantiere vige un sistema di caporalato con condizioni di lavoro pesantissime grazie alle quali il numero di incidenti, a volte mortali, è elevatissimo. Per non parlare della condizione di invisibilità a cui sono costretti migliaia di lavoratori stranieri, continuamente sottoposti a ricatto sul lavoro e anche fuori, se può esistere un “fuori” in una realtà dove anche il mercato immobiliare – che raggiunge prezzi da fare invidia a quello di una metropoli – è controllato dagli stessi “caporioni” che curano gli interessi delle ditte subappaltatrici. E in tutto ciò non va dimenticato che siamo anche nella città con una delle percentuali di diffusione dell’eroina più alte del nordest, anche se nelle cronache non risultano sequestri eclatanti di tale sostanza che sembra finire nelle vene di migliaia di giovani come per miracolo.
Infine, ma è forse il fatto più emblematico, qui ci sono voluti più di vent’anni per mettere finalmente sotto accusa, nel dicembre scorso, 15 ex dirigenti di Fincantieri per 42 morti tra le decine di migliaia di operai e loro familiari esposti all’amianto dagli anni Sessanta in poi. Quest’ultima inchiesta è davvero la cartina di tornasole anche per quanto sta accadendo oggi. I magistrati triestini che l’hanno portata avanti hanno infatti sottolineato il fatto di avere svolto in appena quattro mesi un’indagine che agonizzava da decenni presso il tribunale di Gorizia, lo stesso – teniamolo ben presente – che ha ordinato le “laboriose e pazienti indagini” che hanno portato agli arresti di martedì scorso. I giudici triestini, che si sono occupati solo di una piccola parte dei casi pendenti, non volendo avallare il sospetto di una qualche connivenza tra la magistratura goriziana e Fincantieri, avevano motivato la cosa con le croniche carenze di organico del tribunale di Gorizia. A queste va evidentemente attribuito anche il fatto che le uniche inchieste sulla presenza camorristica nel monfalconese sono partite anch’esse da Trieste, salvo poi arenarsi o concludersi senza aver fatto emergere i collegamenti con le attività della malavita organizzata.
Restano però diversi fatti significativi: ad esempio che, nel 2002, qui vennero arrestati 25 camorristi in un’operazione chiamata “Torre Annunziata” e che tra i reati associativi compariva anche il voto di scambio. Che nel novembre 2003 Paolo Grubissa, noto in città non solo per la sua attività di p.r., ma anche per precedenti penali legati al traffico di sostanze stupefacenti, veniva trovato ucciso con un colpo di pistola alla testa e “cementificato” in un bidone di materiale per costruzioni. Per questo omicidio il PM Tito, della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, faceva arrestare un imprenditore catanese, Salvatore Allia e lo imputava per traffico di armi e di droga nonché per riciclaggio di denaro sporco. Allia veniva poi condannato a vent’anni per omicidio “passionale” legato a uno “sgarro” di Grubissa a causa della moglie dello stesso imputato, non riconoscendo nel reato altra motivazione criminale. E va anche segnalato che in seguito veniva arrestato, in un albergo centralissimo di Monfalcone, un latitante della Sacra Corona Unita.
La “lunga e paziente” inchiesta che ha provocato gli arresti di martedì mattina nasce invece, come detto, proprio dall’iniziativa di un PM di Gorizia e prende piede da una perquisizione, in cui non venne sequestrato nulla, effettuata nel maggio scorso presso “Officina Sociale”. Questo spazio di proprietà del Comune aveva un nome storico – da cui con sprezzo del ridicolo prende il nome l’inchiesta di questi giorni -, CentroBlu, e tra le sue mura avevano via via mosso i primi passi decine di iniziative culturali e sociali che hanno tentato di animare un territorio che a metà anni Novanta sembrava destinato a vedere cancellata per sempre la sua identità di vivace centro navalmeccanico, protagonista fin dai primi anni della Resistenza di poderose lotte operaie. Negli stessi anni in cui si realizzava il salvataggio del cantiere attraverso l’escamotage della crocieristica, “il Blu” assumeva la sua identità di spazio sociale autogestito, ma chi lo ha animato negli ultimi anni – e gli arrestati di questi giorni per primi – è stato capace di non rinchiudersi in una logica da luogo residuale e assediato.
E’ così che al suo interno sono nati svariati progetti come un CAF di base e uno sportello di consulenza legale affollati di immigrati impiegati ai cantieri, oltre, tra gli altri, al progetto del Centro a Bassa Soglia, un servizio di cura, sostegno e integrazione rivolto ai molti “senza fissa dimora” – spesso con problemi di dipendenza da sostanze legali e illegali – prodotti dal macello precarizzante del cantiere. Il successo di questi servizi risiede, oltre che nella gratuità, nella loro informalità, nella capacità di “sporcarsi le mani” in quel modo che permette di stabilire una “vera” relazione con chi vive ai margini, cioè senza ricorrere a paternalismi falsi e umilianti. E’ un modo di operare necessario ed efficace, come dimostrano da decenni operatori di frontiera come don Andrea Gallo, ma molto rischioso: ti espone a critiche di ogni genere ma soprattutto alla possibilità che qualcuno un giorno possa voler vendicarsi per chissà quale cazzata – una parola storta, un favore non concesso -, magari decidendo di inventarsi una bella storia da raccontare a qualche magistrato o poliziotto in cerca di “informazioni”.
In questo contesto non è un caso che in diverse occasioni i partner istituzionali del Centro a Bassa Soglia – Ser.T. e Comune – abbiano tentato di sfilarsi dalla cosa e di negare i già scarsissimi fondi con cui il progetto va avanti, salvo poi portarlo all’occhiello in convegni e tavole rotonde. Cosa accadrà ora che alcuni attivisti di questa realtà vengono trattati come incalliti spacciatori sulla base di dichiarazioni di persone ricattabili e di prove inesistenti? Sarà l’occasione buona per un ulteriore taglio al bilancio dei servizi sociali e l’ennesima resa ai fautori della “tolleranza zero” o, una buona volta, si dimostrerà che amministrare un territorio è innanzitutto avere il coraggio di difendere la sua ricchezza umana?
Un primo segnale incoraggiante viene in queste ore dall’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin che, oltre a ricordare la straordinaria importanza di Officina Sociale su tutto il territorio dell’Isontino, lascia anche intendere che la vicenda ricorda l’episodio del Centro di aggregazione giovanile nel cui giardino furono gettate appositamente due siringhe per screditare la struttura. Non cita un altro episodio, avvenuto nell’autunno scorso, che coinvolse direttamente la giunta di cui fa parte, ovvero l’arresto per detenzione di venti grammi di marjuana dell’assessore ai servizi tecnici, Andrea Montagnani, poi dimissionario. In quel contesto la criminalizzazione a mezzo stampa dell’uso personale di cannabis e la stigmatizzazione di un comportamento che investiva chiaramente solo la sfera privata, raggiunse livelli inauditi e impensabili solo qualche anno fa, a indicare che il quadro complessivo della legislazione sulle droghe, e le sue conseguenze sociali, sta degradando verso una china pericolosa di controllo sociale totale, di criminalizzazione di fette sempre più ampie di popolazione, mirando a reprimere i comportamenti sociali e a normalizzarli, comprimendo straordinariamene le libertà individuali e puntando a scardinare l’insieme dei diritti acquisiti.
In questo senso va letta la concomitanza di quanto sta accadendo a Monfalcone con la prossima Conferenza nazionale sulle droghe voluta a Trieste da Giovanardi a metà marzo. A partire da casi come questi è necessario che in quel contesto si sia capaci di trovare le forme e i luoghi per riuscire a “dire altro”, contrastando l’impronta proibizionista, giustizialista e securitaria di questo governo. Il nodo risiede nelle molteplici funzioni svolte implicitamente da legislazioni come quella sulle droghe e, tantopiù, sull’immigrazione: da un lato vi è una funzione biopolitica di compressione dei diritti individuali e di controllo dei comportamenti collettivi, in particolare quelli che basandosi su pratiche di solidarietà finiscono per mutare in pratiche di resistenza; in secondo luogo si alimenta e contemporaneamente si risponde alla cosiddetta “emergenza sicurezza” con provvedimenti la cui efficacia pratica è del tutto ininfluente, mentre straordinario è l’effetto simbolico.
Infine, e soprattutto, si evita di scalfire anche minimamente l’intreccio di interessi economici e finanziari di alto livello, e le conseguenti dinamiche di corruzione, che proprio sul proibizionismo e la clandestinità si fondano: con buona pace dei paladini della legalità Gomorra ha un’anima profondamente repressiva, e razzista, e una naturale vocazione a utilizzare le leggi per i suoi scopi: lo dimostra con chiarezza, ad esempio, l’intelligentissimo uso dell’attuale legislazione sul lavoro in ambiti come quello dei cantieri di Monfalcone.

Si avrebbe voglia di dimenticare di avere un cervello in grado di mettere assieme i pensieri, ingoiare una pillola blu e immergersi nel torpore catodico generale. Quelle arrestate l’altra mattina sono alcune tra le persone più generose che si possa incontrare nella “città dei cantieri”, giovani che da diversi anni a questa parte hanno messo tutto di sé nelle lotte per gli spazi sociali e il diritto alla casa, contro il proibizionismo e la precarietà, per i diritti dei migranti. Se non ci sognamo di dire che si tratta di arresti preventivi in vista della Conferenza governativa sulle droghe, siamo invece certi che si tratta di provvedimenti con i quali si consuma la vendetta delle varie procure e questure isontine per le continue e incessanti mobilitazioni contro il CPT di Gradisca e le deportazioni di cittadini stranieri, di cui i tre attivisti sono stati il fulcro negli ultimi anni.
Chiariamoci: la generosità è una virtù multiforme che può essere cieca come quei gesti di carità che si realizzano con un sms a due euro più iva, o anche coltivata indiscriminatamente seguendo un principio morale che crediamo universale. Spesso in questi casi, seppur nobilissima, essa si rivela inoffensiva.
In altri casi invece la generosità si realizza a partire da ciò che siamo e in cui siamo cresciuti, dalla voglia di cambiare ciò che ci sta attorno proprio perchè lo amiamo e proviamo un sentimento di appartenenza, perchè non sopportiamo che esso venga depredato dalla corruzione e dall’avidità, che venga espropriato da chi coltiva solo il mito del profitto: in fondo è una generosità “egoista”, molto concreta e priva di demagogia. Il fatto che essa sia una colpa da punire severamente è assolutamente logico: una generosità siffatta, soprattutto, è sovversiva, fa male al potere e svela l’inganno delle sue leggi.

Mercoledì 25 febbraio 2009

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