CHE MONFALCONE VOGLIAMO?

La vicenda degli arresti ai danni degli animatori delle associazioni che operano nello stabile comunale di via Natisone ha riempito in queste settimane le cronache dei giornali e prodotto finalmente un ampio dibattito pubblico tra i cittadini.
In qualche maniera ha segnato un punto di svolta dal quale non è più possibile tornare indietro.
Il servizio messo a disposizione dal Centro a bassa soglia e dalle altre associazioni di Officina Sociale hanno rappresentato forse l’unico tentativo a Monfalcone di intervento nell’area diffusa e variegata del precariato evidenziando la necessità di nuovi diritti e nuove tutele per quella parte sempre più larga di cittadini che sono i primi ad essere colpiti dagli effetti della crisi globale in atto.
Parallelamente abbiamo visto dispiegarsi un intervento politico sempre più senza colore che ha spianato la strada ad un dispositivo di repressione e controllo che, oltre a colpire i più deboli e a garantire grosse speculazioni ai soliti noti, trasforma chi cerca di fare qualcosa in “criminali” da incarcerare preventivamente, al di la del fatto se siano stati commessi reati o meno.
L’eco della grossa partecipazione numerica ed emotiva alle iniziative per la liberazione degli arrestati non è evidentemente arrivata nelle teste di chi amministra questa città tanto che una parte della giunta fa trapelare segnali di intenzione di chiudere proprio il bassa soglia e proseguire in un’opera tutta telecamere, delirio sicuritario e con il rischio di carcerazione per chi reclama dignità e una più equa distribuzione di risorse e reddito in questa città.
Non si propone la difesa ad oltranza di un progetto che semmai può essere rivisto o potenziato grazie al grosso carico di esperienza accumulato.
Lo stesso intero spazio sociale di via Natisone non è detto che debba continuare ad essere quello che è stato finora.
Ma sicuramente si tratta di un “bene comune” per tutta la città che deve essere valorizzato proprio come punto di riferimento per le dinamiche di nuova società quale è diventato.
E’ proprio l’approfondimento pubblico di questo dibattito che viene rifiutato dalla quasi totalità della classe politica attuale, sempre più inadeguata a gestire le gravi problematiche che insistono sulla città con l’inasprirsi della crisi economica.
Quale Monfalcone vogliamo?
E’ la domanda fondamentale che è necessario porsi oggi pubblicamente, da parte di tutti.
E se la politica vuole sottrarsi a questo dibattito rinchiudendosi nei palazzi e nelle città carcere non può esistere altra strada che il darsi un nuovo spazio politico pubblico e libero dove affrontare questi problemi e costruire risposte in maniera partecipata.
Domanda che rappresenta l’esatto senso della presenza di questa sera fuori dal municipio mentre dentro si discute di un bilancio e di interessi sempre più avulsi dalle necessità della cittadinanza. Vecchia o nuova che sia.

Monfalcone, 19 marzo 2009

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