Il Piccolo, 07 giugno 2009 
 
L’INCHIESTA SUI METODI DI INDAGINE  
Carabinieri, si va all’incidente probatorio  
Il collaboratore Bruno Esposito sarà controinterrogato dai legali dei militari coinvolti
 
 
Incidente probaborio per ascoltare, e controinterrogare, Bruno Esposito, il giovane operaio di 20 anni, dipendente di una ditta d’appalto di Fincantieri, che, con le sue ”rivelazioni”, ha portato all’arresto, attraverso la misura dei domiciliari, del maresciallo del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, Domenico Monagheddu. Il giovane, utilizzato come collaboratore dai militari nell’ambito di operazioni antidroga, si era rivolto al Comando provinciale dell’Arma per rappresentare la sua denuncia in riferimento ai metodi di indagine assunti dai carabinieri cittadini. Nell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Gorizia, Marco Panzeri, erano stati coinvolti anche altri quattro militari, tra cui il vice comandante della Compagnia monfalconese, il tenente Antonio Di Paolo. Tutti indagati a piede libero.
E ora si profila dunque l’incidente probatorio per l’operaio, procedendo all’esame delle sue dichiarazioni, ma anche al controinterrogatorio da parte dei legali difensori degli imputati. Il Pubblico ministero Panzeri, infatti, ha presentato la relativa istanza al Giudice per le indagini preliminari.
L’incidente probatorio, che rappresenta un’anticipazione del dibattimento processuale, consentirà alle parti di valutare direttamente le dichiarazioni del teste, procedendo pertanto anche al controinterrogatorio, davanti alla stessa pubblica accusa e al Gip.
Si attende quindi il pronunciamento del giudice per le indagini preliminari, nel valutare altresì eventuali opposizioni da parte dei legali. L’inchiesta era culminata a fine aprile, sfociando negli arresti domiciliari del maresciallo 39enne del Norm cittadino. (l.bo.)
 

Il Piccolo, 09 maggio 2009 
 
Inchiesta sull’Arma, via agli interrogatori  
Il maresciallo Monagheddu resta agli arresti in attesa della pronuncia del Riesame
 
 
Sono iniziati gli interrogatori davanti al Pubblico ministero, Marco Panzeri, nei confronti dei carabinieri della Compagnia di Monfalcone, indagati dalla Procura della Repubblica di Gorizia, nell’ambito dell’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari il maresciallo del Nucleo operativo radiomobile, Domenico Monagheddu. Davanti al magistrato, dunque, vengono chiamati, oltrechè il sottufficiale, anche gli altri militari coinvolti nella delicata vicenda, tra questi il vicecomandante della Compagnia dell’Arma cittadina, il tenente Antonio Di Paolo.
Il maresciallo del Norm permane agli arresti domiciliari, in attesa del pronunciamento della magistratura in ordine all’istanza di rimessione in libertà presentata dal difensore, l’avvocato Massimo Bruno. Il legale ha infatti richiesto la revoca della misura per il proprio assistito sia in occasione dell’interrogatorio di garanzia avvenuto davanti al Giudice per le indagini preliminari, ma anche presentando specifica istanza al Tribunale della libertà di Trieste. Si attendono pertanto sviluppi in relazione alla posizione del sottufficiale, che potrebbero avvenire la prossima settimana. L’indagine ha preso avvio in seguito alle dichiarazioni di un ”collaboratore” che, rivoltosi al Comando provinciale dell’Arma, aveva fatto riferimento ai metodi di indagine in relazione ad una serie di episodi legati a sostanze stupefacenti.
Intanto proseguono con costanza ed efficacia operativa le attività della Compagnia dell’Arma cittadina, coordinate dal comandante, il capitano Sante Picchi, che ha già messo in campo numerosi interventi di controllo proprio a tutela della tranquillità e della sicurezza dei cittadini. (la.bo.)  

Il Piccolo, 05 maggio 2009 
 
RESTA AGLI ARRESTI MONAGHEDDU  
I primi interrogatori previsti per domani  
Suzana Kulier del Pdl e Giorgio Pacor dell’Udc: solidarietà ai carabinieri
 
 
Resta al momento agli arresti domiciliari il maresciallo del Norm, Domenico Monagheddu, in attesa del pronunciamento dei giudici di fronte alle istanze di rimessione in libertà presentate dal difensore, l’avvocato Massimo Bruno. E si profilano gli interrogatori dei militari coinvolti nell’inchiesta condotta dalla Procura goriziana, che potrebbero iniziare domani. Intanto continuano le prese di posizione attorno alla delicata vicenda e le attestazioni di fiducia e di stima nei confronti dell’Arma. Il consigliere di An per il Pdl, Suzana Kulier Pusateri, invita a tenere in considerazione il lavoro che ogni giorno i carabinieri e tutte le altre forze dell’ordine svolgono a tutela della sicurezza dei cittadini.
L’esponente del Pdl lo fa a fronte della sua esperienza personale di alcuni anni fa, di interprete proprio per il nucleo investigativo del comando dell’Arma di Monfalcone. «Ho avuto modo di collaborare con persone professionali e sempre corrette – afferma -. Persone che operano nell’ombra, ma con la massima dedizione al loro incarico, senza preoccuparsi molto spesso di orario di lavoro o giornate festive. Ecco perché mi sento di esprimere la massima stima verso tutta l’arma dei carabinieri».
Rispetto la vicenda emersa in questi giorni a Monfalcone, Suzana Kulier sottolinea inoltre come «errare è sicuramente umano e sarà in ogni caso la magistratura a fare chiarezza su quanto accaduto e a individuare eventuali responsabilità». Il consigliere si augura solo che «la giusitizia faccia il suo corso in tempi rapidi, così da consentire un recupero di serenità all’Arma e all’intera comunità». L’attestazione di fiducia è giunta anche dal consigliere comunale dell’Udc, Giorgio Pacor: «Esprimerò ufficialmente – annuncia -, nel prossimo Consiglio comunale, a nome dell’Udc, la massima fiducia nell’Arma per quanto svolge e ha svolto per garantire la sicurezza dei cittadini e l’ordine pubblico a Monfalcone».
Francesco Di Fiore, ex carabiniere e consigliere dei Ds, dal canto suo esprime «sostegno al lavoro della magistratura affinchè si faccia luce al più presto sulla vicenda, al fine di garantire il massimo della sicurezza a Monfalcone. Esprimo altresì solidarietà ai colleghi carabinieri che svolgono con onestà il proprio lavoro». Di Fiore puntualizza poi su quella che ritiene una «disparità di trattamento, nell’ambito del trasferimento di un ufficiale rispetto a quelli disposti per gli altri militari coinvolti». E ancora: «Mi chiedo – osserva -, considerati gli esiti dell’indagine, se non sia mancato il coordinamento tra forze inquirenti e magistratura e per quali eventuali motivi». Ricorda infine il rispetto dei diritti «di chi ”collabora” con le forze dell’ordine», ma parla altresì dei diritti degli stessi carabinieri, per i quali «si rende necessaria una vera e propria organizzazione sindacale».

Il Piccolo, 04 maggio 2009

CARABINIERI SOTTO INCHIESTA. PARLA L’EX SINDACALISTA ANTI-MAFIA A PALERMO 
PREVISIONI 
Basile: «C’è crisi della legalità in città, l’Arma deve avere la fiducia della gente»
«La crisi economica incalzante rischia di accentuare tensioni sociali ed emarginazione»

di FABIO MALACREA

«Monfalcone rischia di trovarsi sguarnito sul fronte della sicurezza proprio nel momento delle sue massime tensioni sociali. Sarebbe un pericolo ma soprattutto un grave errore. In questa fare molto delicata della vita cittadina la fiducia della gente nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine dovrebbe essere massima». Ad affermarlo è Gioacchino Basile, già consulente per la sicurezza del sindaco Pizzolitto e simbolo, come sindacalista, della lotta alla criminalità organizzata nei cantieri navali di Palermo, sulla cui vicenda è stato anche realizzato una fiction sulle reti Rai. Ormai è un monfalconese d’adozione. Alta è la sua preoccupazione sulle conseguenze dell’inchiesta sui metodi di indagine di alcuni militari della Compagnia di via Sant’Anna che ha portato all’arresto (ai domiciliari) del maresciallo Domenico Monagheddu, e vede indagati un collaboratore dell’Arma, Bruno Esposito, dipendente di una ditta in appalto alla Fincantieri, che si è rivolto al Comando provinciale per denunciare le pressioni che avrebbe sopportato dal Monagheddu, altri quattro carabinieri della Compagnia di Monfalcone, tra cui il vicecomandante Antonio Di Paolo (tutti trasferiti) e due ”civili” per favoreggiamento.
«Forse qualcuno nella Compagnia dell’Arma di Monfalcone – dice – può avere sbagliato. Forse ci sono state delle forzature nelle indagini e sono stati commessi degli errori nella gestione di un collaboratore. Ma la crisi della legalità a Monfalcone è un fatto reale che richiede metodi d’indagine complessi e magari più spregiudicati. La criminalità organizzata ha cercato in passato di farsi spazio approfittando dell’indotto dei cantieri e il fatto che ora non se parli più non significa che tutto sia stato risolto, indipendentemente dal Patto di legalità che è stato sottoscritto. Se errori da parte dei carabinieri ci sono stati, si tratta di errori marginali che non devono mettere a rischio la capacità operativa dell’Arma». Basile ritiene quindi che la proprio la massima operatività delle forze dell’ordine vada ristabilita al più presto a Monfalcone. «L’ordine pubblico in città rischia di prendere una bruttissima piega nel Monfalconese e nella Bassa a fronte della crisi economica. Mi chiedo cosa faranno centinaia di lavoratori venuti dal Sud per lavorare in cantiere quando ci saranno i primi scarichi di lavoro, previsti peraltro già alla fine dell’anno se non dovessero arrivare altre commesse. Come faranno a pagarsi l’affitto di casa. Si tratta di centinaia di giovani che rischiano di restare senza alternative. Ma la classe politica si sta chiedendo quali conseguenze potrebbero esserci sul piano della sicurezza e della giustizia sociale? Li vede i cittadini del Bangladesh, migliaia ormai, che vagano per la città a tutte le ore con le mani in mano? Il fenomeno immigrazione è stato vissuto da Monfalcone finora in una chiave diversa rispetto ad altre zone d’Italia. Qui esiste il trasfertismo, i bengalesi vengono per lavorare. Il rischio è che nel giro di pochi mesi la situazione si evolva in senso molto negativo. Che si creino sacche di emarginazione e di disperazione, incontrollabili se non si trovano subito rimedi. La droga è già un fenomeno preoccupante, rischia di diventarlo ancora di più. Servono quindi forze dell’ordine efficienti, al massimo della loro operatività. Ma, soprattutto, che abbiano la fiducia dei cittadini».

Messaggero Veneto, 04 maggio 2009
 
LA SITUAZIONE 
Indagati, via agli interrogatori 
Il maresciallo Monagheddu potrebbe essere rimesso in libertà

Si è in attesa degli interrogatori per i militari coinvolti nell’indagine della Procura della Repubblica, che ha portato all’arresto del maresciallo Domenico Monagheddu, coinvolgendo anche altri quattro militari, tra i quali il vicecomandante della Compagnia dell’Arma, il tenente Antonio Di Paolo. I confronti con il Gip e il Pubblico ministero, Marco Panzeri, potrebbero tenersi questa settimana.
Per quanto riguarda il maresciallo Monagheddu, il suo difensore, l’avvocato Massimo Bruno, ha già provveduto a presentare istanza di remissione in libertà, sia nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia davanti al Giudice per le indagini preliminari, che al Tribunale del Riesame di Trieste.
L’indagine, tuttora in corso, è scaturita in seguito alle dichiarazioni di un giovane ”collaboratore”, Bruno Esposito, operaio dipendente di una ditta in appalto a Fincantieri. Il ventenne, secondo quanto si è appreso, si era rivolto al Comando provinciale dell’Arma dove avrebbe riferito dei comportamenti che sarebbero stati a suo dire assunti dai militari monfalconesi nei suoi confronti, nell’ambito di una serie di attività di indagine.

Carta, 30 aprile 2009

 Monfalcone vogliono tutta la verità  

di Elena Placitelli

Continuano a far discutere le indagini sui carabinieri di Monfalcone, in Provincia di Gorizia, che hanno portato agli arresti domiciliari il maresciallo del Nucleo operativo radiomobile, con altri cinque militari indagati a piede libero. All’indomani dell’indagine che ha travolto l’arma, la preoccupazione diffusa è che tutto venga insabbiato. E che, trovato un capro espiatorio, tutto torni come prima. 
Secondo le ipotesi d’accusa, in vari episodi legati a sostanze stupefacenti i militari avrebbero fatto uso di calunnie, minacce per commettere un reato e abuso d’ufficio. I carabinieri sono gli stessi che, per almeno due anni, hanno investigato su sei ragazzi, di cui tre attivisti di «Officina Sociale», lo spazio autogestito di Monfalcone, e due proprietari di un bar. Arrestati lo scorso 17 febbraio con l’accusa di cessione di hashish e di tollerarne l’uso all’interno dello spazio sociale. Anche se, tra perquisizioni, intercettazioni (audio e video) e sommarie informazioni testimoniali, agli atti risulta sequestrata una quantità minima di hashish.
Insieme agli arresti, in città scatta la mobilitazione per la libertà. Conferenze stampa, volantinaggi, iniziative pubbliche. E visite di solidarietà in carcere, da parte del consigliere regionale di Rifondazione Roberto Antonaz e di Don Gallo, della comunità di San Benedetto al Porto di Genova, che parla di «misure anticostituzionali e di un’espansione di controllo sociale attraverso il diritto penale». Poi il corteo del 28 febbraio. Dopo venti giorni di carcere, i sei vengono liberati dal Tribunale del riesame di Trieste.
«Lo abbiamo ribadito più volte – parla Alessandro Metz, presidente regionale dei Verdi ed ex consigliere in Friuli Venezia Giulia – che si trattava di una montatura per incriminare gli unici spazi di socialità di Monfalcone: Officina sociale, con i suoi attivisti più esposti, e un bar del centro città frequentato dalla componente giovanile. La mobilitazione ha messo in discussione metodi di indagine che da tempo colpiscono le fasce sociali più deboli, creando una situazione di delazione continua che si trasforma in controllo sociale e repressione». Ma alla luce dell’indagine sui carabinieri, il pensiero è che «tolta la mela marcia, tutto ritorni come prima, a scapito del buon vivere sociale. «Il Pm Marco Panzeri – continua Metz – che ora ha aperto le indagini sui carabinieri, è lo stesso che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei sei ragazzi. Ma ad aprire questa seconda indagine è stato indotto dall’esposto presentato dagli attivisti. Siamo davvero sicuri che non ci siano responsabilità più ampie e che ora andranno fino in fondo?». Metz si riferisce all’esposto che gli attivisti, una volta liberi, hanno presentato proprio alla Procura della Repubblica di Gorizia, contestando il metodo di indagine condotto e sottolineando la valenza indiziaria del procedimento che «aveva portato al sequestro di poco più di un grammo di hashish».
Sul caso è perplesso anche Lucamaria Ferrucci, uno degli avvocati difensori degli attivisti. «Considerando che di solito si va con i piedi di piombo prima di denunciare persone che appartengono alle forze dell’ordine – spiega Ferrucci – è preoccupante che alcuni comportamenti evidenziati dalla denuncia ai carabinieri appaiano come prassi consolidata. Nel corso di un’indagine, l’investigatore dovrebbe seguire degli ordini e comportarsi secondo un codice deontologico. Se invece usa certe metodologie per acquisire determinate informazioni, il risultato che appare davanti al giudice e al pm non può che essere una forzatura. È drammatico, anche per le ripercussioni sulle persone che vengono sottoposte all’indagine».
«Su tutta questa vicenda –chiude don Gallo, riferendosi ai sei ragazzi che con il carcere hanno visto interrotte le loro vite, il loro lavoro, l’impegno sociale e gli affetti –. Prima o poi qualcuno dovrà chiedere scusa». 

Il Piccolo, 03 maggio 2009 
 
ACCELERA L’INCHIESTA SULL’ARMA  
Arma senza vertici, comando a un maresciallo  
Gianni Dissegna reggente della Compagnia in attesa del rientro del capitano Sante Picchi 
MARTEDÌ IN PROCURA DELLA REPUBBLICA A GORIZIA GLI INTERROGATORI DEI MILITARI E DEGLI ALTRI INDAGATI
 
 
di LAURA BORSANI

La Compagnia dei carabinieri di Monfalcone si affida a un maresciallo per superare la burrasca dell’inchiesta avviata dal pm Marco Panzeri che ne ha quasi decapitato i vertici e con il comandante tutt’ora in ferie. A reggere la caserma di via Sant’Anna è stato chiamato Gianni Dissegna, finora comandante della stazione monfalconese, da anni in servizio a Monfalcone, profondo conoscitore del territorio, definito negli ambienti un professionista serio e rigoroso. Un incarico pro tempore, in attesa della nomina di un nuovo vice e del rientro del capitano Sante Picchi, affidato per ragioni di grado ma anche per la fiducia di cui Dissegna gode tra i colleghi e i superiori. È innegabile che l’indagine avviata dalla magistratura sui metodi di lavoro di alcuni militari della Compagnia monfalconese, del resto, stia condizionando l’attività d’indagine e di controllo in una zona, come quella monfalconese, al centro di problemi complessi, primi fra tutti quelli della sicurezza sociale e della droga. Una situazione di stallo che preoccupa la città e in prima persona il sindaco Gianfranco Pizzolitto, che lo ha ammesso in Consiglio. E che lo stesso comandante provinciale dell’Arma, Roberto Zuliani, ritiene di poter gestire, almeno per ora, con le forze rimastegli sul campo.
Se da un lato è probabile che la sostituzione del vicecomandante Antonio Di Paolo, uno dei 5 militari indagati e trasferito alla Compagnia di Mestre, non sia immediata, l’inchiesta è destinata invece a subire un’accelerazione già martedì quando i militari indagati saranno interrogati in Procura dal Gip, assieme al Pm Marco Panzeri. Massimo Bruno, difensore del maresciallo Domenico Monagheddu – unico militare in stato di arresto ai domiciliari – ha presentato istanza di remissione in libertà per il proprio assistito, sia in sede di interrogatorio di garanzia davanti al Gip, sia al Tribunale del riesame. Con loro, davanti al Gip, sfileranno anche gli indagati civili coinvolti nell’inchiesta.
Intanto, in assenza del comandante Sante Picchi che resta in ferie, la Compagnia è affidata a Dissegna al quale è dato il compito, pur di fronte a un’indagine ancora in corso e ai trasferimenti di 5 effettivi, di non ridurre la sua capacità operativa assicurando la copertura sul territorio. Un positivo effetto in tal senso hanno avuto le parole del comandante provinciale, Roberto Zuliani, per il quale restano innegabili le attestazioni di professionalità vantate nel tempo, dovendosi misurare con un territorio che, in virtù delle caratteristiche economico-produttive, è caratterizzato da tensioni e reati strettamente connessi con la presenza dei cantieri navali e di migliaia di immigrati e trasfertisti. Riconoscimenti dovuti, dunque, per l’Arma cittadina e per lo stesso Corpo, uno degli organi dello Stato al quale, come indicano i sondaggi, la popolazione accredita più fiducia. Anche perchè, osserva Riccardo Cattarini, difensore di un indagato, va pure tenuto conto di un altro aspetto: «I carabinieri di Monfalcone sono sottoposti a indagine per aver fatto il loro lavoro. Quindi l’indagine è volta alla verifica di come sia stato svolto, nel solco cioè dei limiti che la legge impone».

Il Piccolo, 01 maggio 2009
 
INTERROGAZIONE 
La vicenda approdata in Consiglio comunale 
Pizzolitto preoccupato «ma ho fiducia nei carabinieri»

L’indagine che sta coinvolgendo alcuni carabinieri della Compagnia dell’Arma di Monfalcone è finita all’attenzione del Consiglio. A esprimere preoccupazione sull’inchiesta è stato il consigliere dei Ds, Gianpaolo Andrian che ha affiancato quanto emerso ai fatti legati al Centro Blu di via Natisone. «La preoccupazione è elevata, se quanto è emerso verrà confermato – ha detto Andrian -, perché non possono esistere metodi d’indagine di questo tipo e non possono esistere sponde in Fincantieri. Che il sindaco possa quindi quanto prima rassicurarci su quanto sta accadendo». Andrian ha sottolineato la sua massima fiducia nei confronti delle forze dell’ordine, chiedendo però chiarezza. Il sindaco Gianfranco Pizzolitto ha risposto di condividere la preoccupazione, ma anche di avere stima e fiducia nei confronti dell’Arma. «Non appena avrò dati sufficienti mi metto però a disposizione per fornire il quadro della situazione», ha affermato Pizzolitto, che ha sottolineato di seguire con attenzione lo svolgersi della vicenda.

SI APRE UNA BRECCIA NEL RISERBO DELL’INCHIESTA
«L’Arma è sana, se qualcuno ha sbagliato pagherà» 
Il comandante provinciale Roberto Zuliani ai monfalconesi: «Potete stare tranquilli»

di ROBERTO COVAZ

«La Compagnia dei carabinieri di Monfalcone è una squadra che vanta ottimi militari, esemplari investigatori. Se qualcuno tra loro ha commesso un errore risponderà delle sue azioni nelle sedi opportune. I monfalconesi possono stare tranquilli: il controllo del territorio è ampiamente assicurato perché, ribadisco, la Compagnia è assolutamente sana». Il tenente colonnello Roberto Zuliani è il comandante provinciale dell’Arma. Non parla volentieri di quanto sta accadendo a Monfalcone. Unica deroga al silenzio il messaggio ai monfalconesi: state tranquilli, noi carabinieri ci siamo.
Ma la situazione resta difficile a Monfalcone. Ci sono elementi a sufficienza per raddrizzare le antenne in una città dove la richiesta di sicurezza è ai primi posti tra i residenti.
C’è un maresciallo del Nucleo operativo radiomobile, Domenico Monagheddu agli arresti domiciliari. C’è un informatore dell’Arma, Bruno Esposito, 20 anni, dipendente di una ditta in appalto alla Fincantieri, che si rivolge al Comando provinciale per denunciare le «pressioni» che avrebbe sopportato dal Monagheddu; ci sono altri quattro carabinieri della Compagnia di Monfalcone indagati e già trasferiti; uno di essi in montagna, come si faceva una volta. C’è, sullo sfondo, il mercato della droga e una fabbrica, il cantiere navale, dove fino a qualche anno fa si andava solo per costruire le navi più belle del mondo. Cosa sta succedendo a Monfalcone? Cosa si nasconde dietro a questa indagine?
«Non sta succedendo nulla di più di quanto è emerso sulla stampa», si affretta a chiarire Massimo Mauro, capo ufficio di Gabinetto della Prefettura. Il prefetto Maria Augusta Marrosu è in Libano per una missione umanitaria. Parla Mauro, e spiega: «Il fatto che proprio i Carabinieri abbiano indagato e arrestato un loro collega è il segnale di trasparenza migliore che potesse esserci. Dimostra quanto alta sia la presenza di legalità nel nostro territorio».
Tutto bene allora? No, non va tutto bene. Monfalcone è rosa da un male nemmeno tanto oscuro che rischia di spolparla. Non è mai successo nella nostra città che venisse arrestato un carabiniere, e che altri quattro fossero indagati per ipotesi di reato che abbracciano le omissioni, le minacce, gli abusi. Attorno un sottobosco di spacciatori, di soffiate, di doppiogiochisti.
Il comandante Zuliani non è un ufficiale qualunque. È stato il braccio operativo dell’ex pm Di Pietro negli anni ruggenti di Tangentopoli. Era il capitano dal nome in codice Giaguaro, quello che arrestò il mariuolo Mario Chiesa nel febbraio del 1992. Mani Pulite cominciò proprio con l’arresto messo a segno da Zuliani. Lui non è un ufficiale qualunque, e infatti l’hanno mandato a comandare questa provincia apparentemente tranquilla. Se non fosse per Monfalcone, se non fosse per questo stillicidio di reati spesso banalizzati come microcriminalità.
Monagheddu agli arresti, indagati e trasferiti il tenente Di Paolo, il vicebrigadiere Di Tria, l’appuntato Giacobbe e un altro milite con una posizione apparentemente marginale. Tutti della Compagnia di Monfalcone. Sul versante Fincantieri, oltre a Esposito, è indagato Luigino Carnevale, responsabile della sicurezza dello stabilimento.
Il Pm Marco Panzeri sta mettendo ordine in questo gomitolo di sospetti. Per ora non restano che le assicurazioni di Zuliani: «Tranquilli, è tutto sotto controllo».
 

Il Piccolo, 30 aprile 2009
 
Dal comando dell’Arma nessun commento 
Un maresciallo tuttora agli arresti domiciliari Indagati altri 4 colleghi

Stretto riserbo ai vertici nazionali dell’Arma in relazione all’indagine aperta dalla magistratura goriziana, condotta dal sostituto procuratore Marco Panzeri, che ha portato agli arresti domiciliari il maresciallo Domenico Monagheddu.
Da Roma, l’ufficio stampa del Comando generale del Corpo ieri s’è limitato a riferire di essere in attesa di un quadro completo sulla delicata vicenda.
Riserbo e prudenza vengono mantenuti anche ai Comandi provinciale e regionale dell’Arma, in attesa degli sviluppi e del pronunciamento ufficiale da parte della Procura della Repubblica di Gorizia. Una posizione di cautela e di rispetto, in virtù proprio dello stato del procedimento, tuttora in corso.
Per quanto riguarda gli altri quattro carabinieri coinvolti nell’inchiesta, tutti indagati a piede libero, il Comando dell’Arma ha disposto trasferimenti. Il vicecomandante della Compagnia cittadina, tenente Antonio Di Paolo, è stato trasferito a Mestre. Il vicebrigadiere Nicola Di Tria (assistito dall’avvocato Massimo Bruno), in servizio al Nucleo operativo radiomobile, è ora in forza alla stazione carabinieri di Aviano.
L’appuntato Giuliano Giacobbe, sempre operante nel Nucleo operativo radiomobile monfalconese è stato invece trasferito a Forni di Sopra. L’appuntato è difeso dagli avvocati Riccardo Cattarini e Massimo Bruno. Nell’indagine si farebbe infine riferimento ad un altro carabiniere, la cui posizione risulterebbe più defilata.

CARABINIERI. L’INCHIESTA SULLA COMPAGNIA DI MONFALCONE 
Il collaboratore: le indagini truccate erano la regola 
Diversi gli episodi denunciati dal giovane operaio utilizzato nel corso di operazioni anti-droga

di LAURA BORSANI

Episodi ripetuti nel tempo, nell’ambito del mondo orbitante attorno alle sostanze stupefacenti. Che hanno indotto Bruno Esposito, il 20enne operaio dipendente di una ditta di appalto di Fincantieri, a «dire la verità» agli inquirenti goriziani. Quella di rivolgersi al Comando provinciale dei carabinieri sarebbe stata «l’unica via d’uscita da una situazione diventata non più sostenibile». Per questi motivi, avrebbe deciso di «raccontare» quanto gli stava accadendo in ordine ai suoi rapporti con i militari di Monfalcone. In questi termini, la posizione di Esposito sarebbe tanto delicata quanto centrale nel procedimento avviato dalla Procura di Gorizia. Sarebbero molteplici gli episodi nei quali sarebbe emerso il coinvolgimento del giovane operaio circa diverse operazioni anti-droga. Non solo riconducibili al presunto impiego del ”collaboratore” finalizzato all’acquisto di droga (attività, questa, che gli ha procurato un’accusa per calunnia). Esposito, sempre secondo quanto è trapelato, sarebbe stato anche oggetto di ricatti. Tutte circostanze, comunque, sulle quali spetterà alla magistratura far luce per stabilire le effettive responsabilità.
Il procedimento è così sfociato negli arresti domiciliari a carico del maresciallo del Nucleo operativo radiomobile monfalconese Domenico Monagheddu e nella chiamata in causa di altri quattro carabinieri, tra i quali il vice comandante della Compagnia dell’Arma cittadina, il tenente Antonio Di Paolo. Tutti e quattro i militari sono indagati a piede libero. Nell’ambito del procedimento si fa riferimento anche a un legale, l’avvocato Alessandro Ceresi, per il quale viene ipotizzato un presunto favoreggiamento. Un coinvolgimento, tuttavia, che lo stesso legale ha espressamente negato, dichiarando la propria assoluta e totale estraneità ai fatti e all’inchiesta. Il professionista, ha ribadito, di non essere stato raggiunto da alcun avviso di garanzia. Interpellato, peraltro, proprio a proposito di questa delicata e complessa vicenda, il legale aveva affermato di non essere a conoscenza neppure dell’indagine in questione.
È un’opera di verifica, dunque, attenta e a vasto raggio, quella avviata dalla magistratura, condotta dal sostituto procuratore Marco Panzeri. Un procedimento delicato e complesso, per il quale vige lo stretto riserbo degli inquirenti, così come l’estrema riservatezza dei rispettivi legali difensori. Proprio ieri è stata presentata istanza di remissione in libertà al Tribunale del Riesame, da parte dell’avvocato Massimo Bruno, per il maresciallo Monagheddu. Il sottufficiale, ha precisato il legale, nel procedimento è accusato solo di calunnia e non anche di minaccia a commettere un reato e abuso di potere. Reati contestati anche agli altri quattro carabinieri indagati. Si attende inoltre la decisione del Giudice per le indagini preliminari su una richiesta di revoca degli arresti domiciliari del maresciallo presentata lunedì in occasione dell’interrogatorio di garanzia. La decisione è attesa entro sabato.
Intanto non è stato assunto alcun provvedimento da parte di Fincantieri nei confronti di Luigino Carnevale, da anni responsabile della vigilanza nello stabilimento di Panzano. L’uomo risulterebbe indagato in relazione all’ipotesi di favoreggiamento, in relazione al fatto che avrebbe informato il maresciallo Monagheddu di una visita dei carabinieri di Gorizia allo stabilimento navale per ascoltare Bruno Esposito. Ieri l’azienda Fincantieri ha fatto sapere di non aver voluto assumere provvedimenti nei confronti del proprio dipendente, dichiarandosi garantista e non ritenendoli al momento opportuni. Con ciò riservandosi di seguire gli sviluppi dell’indagine e rendendosi disponibile alla collaborazione qualora venisse richiesta dagli inquirenti.
 
Messaggero Veneto, 30 aprile 2009

Cc, atteso il responso del Riesame 
Monfalcone: prosegue nel riserbo l’inchiesta della Procura

MONFALCONE. Prosegue all’insegna del massimo riserbo l’inchiesta della Procura della Repubblica di Gorizia, coordinata dal pm Marco Panzeri, che vede coinvolte in tutto una decina di persone tra le quali cinque militari dell’Arma in servizio a Monfalcone e nell’ambito della quale è finito in arresto ai domiciliari il 39enne maresciallo del Nucleo operativo radiomobile di via Sant’Anna Domenico Monagheddu, accusato di minacce e calunnia.
Si attende nei prossimi giorni il pronunciamento del Tribunale del riesame e intanto l’apertura dell’inchiesta – che come riferivamo ieri è stata avviata per fare luce sull’operato e sui metodi dei carabinieri di via Sant’Anna in relazione a indagini sul mondo della droga (con ipotesi di reato che contemplerebbero anche favoreggiamento, abuso di potere, sottrazione di sostanze stupefacenti, depistaggio) – continua a suscitare comprensibilmente una certa impressione a Monfalcone e nel mandamento.
A tale proposito, è stata espressa la più ferma e decisa solidarietà, «senza se e senza ma», all’operato di persone che compiono quotidianamente il loro dovere e che per la loro decisa azione degli ultimi mesi contro il traffico di stupefacenti nel Monfalconese è sottoposta ora a indagini e provvedimenti cautelari che ledono il loro senso del dovere e la loro moralità»: la voce di solidarietà nei confronti dei carabinieri accusati di abuso di potere e minacce si leva dal responsabile provinciale de La Destra, Tommaso Petragallo.
Petragallo evidenzia come «in un Paese come il nostro, dove si rende martire chi si scaglia con mezzi offensivi contro l’autorità costituita, dove si cerca di giustificare con qualsiasi mezzo chi commette reati e vive ai limiti della legge, dove chi senza alcuna autorizzazione continua a impedire lo svolgimento di democratiche manifestazioni di attività politiche, esistono ancora uomini che, con sempre meno mezzi a disposizione, continuano imperterriti e con grande spirito di sacrificio e abnegazione a svolgere il proprio dovere».
A questi uomini, i carabinieri, ma anche altri rappresentanti delle forze dell’ordine, va la comprensione e la gratitudine del responsabile provinciale del movimento politico La Destra, il quale ricorda che i tutori dell’ordine e della sicurezza a volte devono operare «ai limiti di una legge fatta per tutelare diritti, senza far nessun cenno ai conseguenti doveri che ogni cittadino è tenuto a rispettare».
«Ci auguriamo – conclude il suo intervento Tommaso Petragallo – che la vicenda che vede militari dell’Arma indagati per presunti abusi possa velocemente chiarirsi restituendo la dignità e onorabilità a uomini che con il loro sotterraneo lavoro rendono meno difficile la vita quotidiana di tutti noi cittadini».

Il Piccolo, 29 aprile 2009

REAZIONI 
I Verdi temono un rapido insabbiamento del caso 
L’avvocato Alessandro Ceresi: «Non ho ricevuto alcuna informazione di garanzia»

L’avvocato Alessandro Ceresi si dice completamente estraneo all’indagine condotta dalla magistratura goriziana che vede il suo nome iscritto nel registro degli indagati insieme ad altri ”civili” e a cinque carabinieri, di cui uno finito agli arresti domiciliari. Il legale monfalconese afferma di non essere oggetto di alcuna informazione di garanzia. «Apprendo con assoluto stupore e sconcerto un fatto del quale sono assolutamente all’oscuro, in quanto non sono oggetto di informazione di garanzia o di altro atto da parte della Procura di Gorizia». L’avvocato Ceresi afferma non solo di non essere a conoscenza di quanto riferito, ma che ciò «è del tutto estraneo alla sua persona».
Soddisfazione, invece, «perchè si inizia finalmente a fare luce su una serie di vicende da tempo denunciate come ”poco chiare”», viene espressa dal presidente provincisale dei Verdi, Mauro Bussani, in merito all’inchiesta che ha portato all’arresto del maresciallo dei carabinieri Domenico Monagheddu. Una vicenda che pur senza un collegamento diretto con l’Operazione Blu riporta alla mente le accuse, più volte ripetute dai difensori dei giovani indagati su una presunta «mancata correttezza» da parte degli inquirenti. «Sono soddisfatto che finalmente si inizi a fare luce sulla vicenda – spiega Bussani -. Sapevamo dei metodi alquanto ”personali” con cui sono state condotte le indagini. Non vorrei ora però che le cose finissero in un ”classico all’italiana”, in cui si trova il primo capro espiatorio e tutto finisce in un rapido insabbiamento». Anche perchè la differenza su come sono state condotte le indagini all’Operazione Blu e quelle attuali, secondo Bussani, è evidente. E infatti più volte si era fatto presente, sia al momento dell’arresto dei ragazzi monfalconesi sia al momento della loro scarcerazione, su un presunto «accanimento» da parte degli inquirenti. Lo stesso concetto è stato ribadito ieri da Alessandro Metz, presidente regionale dei Verdi, e viene ora ribadito dall’esponente provinciale. «Al momento dell’Operazione Blu i nomi delle persone coinvolte sono stati immediatamente spiattellati all’opinione pubblica – continua infatti Bussani – mentre ora ci si trincera dietro la scusa della riservatezza». Sulla base di quanto avvenuto, quindi, si chiede che venga fatta pura luce. «Non vorremmo che tutto si risolvesse in un capro espiatorio senza considerare che il marcio non riguarda solo uno o due casi, bensì un intero sistema. Questo senza indicare che il sistema delle forze dell’ordine è tutto da buttare».
 
LA COMPAGNIA DELL’ARMA NELLA BUFERA
PASSO FALSO 
Il maresciallo arrestato avrebbe cercato di ”istruire” un testimone
Ostacolati i colleghi di Gorizia. Coinvolto nell’inchiesta il responsabile della vigilanza di Fincantieri
Carabinieri, minacce per sviare le indagini
 

di DOMENICO DIACO

Carabinieri che indagano su altri carabinieri per far luce su operazioni antidroga condotte utilizzando metodi poco ortodossi, con pesanti forzature nelle indagini. La compagnia di Monfalcone sfuggita alle ”regole” operative, con alcuni suoi uomini addirittura impegnati a sviare le indagini dei loro colleghi di Gorizia. È questo lo scenario che ha messo sotto accusa e parzialmente ”decapitato” la Compagnia di Monfalcone su cui ora indagano altri militi, quelli di Gorizia appunto, ai quali il sostituto procuratore della Repubblica del capoluogo giuliano ha affidato il caso. Un’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari il maresciallo del Nucleo operativo e radiomobile, Domenico Monagheddu, e all’iscrizione nel registro degli indagati di altri quattro militari, tra i quali anche il vicecomandante della Compagnia di Monfalcone, tenente Antonio Di Paolo, tutti accusati di calunnia, minaccia a commettere un reato e abuso di potere. Per il momento, in attesa di ulteriori sviluppi nelle indagini, sono stati tutti trasferiti di sede. Indagati pure, per favoreggiamento, l’avvocato Alessandro Ceresi e alcuni altri ”civili”. A far scattare l’inchiesta è stata la denuncia di un ”collaboratore” dei carabinieri di Monfalcone, Bruno Esposito, un operaio ventenne dipendente di una ditta del subappalto operante all’interno della Fincantieri. Stanco di venire usato, sotto minaccia, per cercare incastrare uno spacciatore di droga al quale era stato costretto a rivolgersi per l’acquisto di stupefacenti (attività che gli è costata un’accusa di calunnia) si era rivolto ai carabinieri di Gorizia riferendo dei metodi utilizzati dai colleghi di Monfalcone. Una denuncia che ha avuto quale immediata conseguenza l’avvio dell’indagine, della quale in seguito Monagheddu era in qualche modo venuto a conoscenza. Per cercare di scansare le accuse che gli stavano per essere mosse, il sottufficiale avrebbe commesso un ulteriore passo falso, aggravando la sua posizione. Avrebbe, in sostanza cercato di convincere con minacce l’operaio di non riferire ai carabinieri di Gorizia ciò che sapeva circa i suoi metodi d’indagine. Ad avvisare telefonicamente Monagheddu che i carabinieri di Gorizia si sarebbero recati nello stabilimento navale di Panzano per ascoltare Bruno Esposito, 20 anni, sarebbe stato il responsabile della vigilanza del cantiere, Luigino Carnevale, indagato a sua volta per favoreggiamento nei confronti del sottufficiale. Prima di recarsi a Monfalcone, i militi goriziani avevano telefonato alla Fincantieri per sapere se quel giorno Esposito fosse al lavoro. Carnevale, che conosceva Monagheddu, lo avrebbe chiamato per avvertirlo della ”trasferta” monfalconese degli inquirenti. Il sottufficiale si sarebbe quindi precipitato in cantiere per ”istruire” Esposito.
 
CONTINUA IL SILENZIO DEI VERTICI DELL’ARMA 
Tutti già trasferiti i militari coinvolti 
Il vicecomandante Di Paolo a Mestre, gli altri tra il Friuli e il Pordenonese

Un’inchiesta difficile, delicata, proprio per il ruolo che rivestono le persone coinvolte e l’istituzione che esse rappresentano. Anche per questo la magistratura goriziana ha voluto affidarla ai carabinieri: carabinieri che indagano su altri carabinieri. In ciò consapevole, la Procura della Republica, che tutte le attività investigative al riguardo saranno condotte con il massimo scrupolo e imparzialità.
Come dire che se ci sono delle ”mele marce” all’interno dell’Arma è interesse primario della stessa istituzione fare pulizia. Sulla vicenda, il comando regionale dell’Arma non intende rilasciare alcuna dichiarazione, mentre il comandante provinciale di Gorizia, tenente colonnello Roberto Zuliani, non vuole entrare nel merito della vicenda. «Non è corretto commentare alcunché – ha detto – almeno ora, prima che vi siano sviluppi da parte della Procura della Repubblica. Al momento l’unica a poter parlare è proprio la stessa magistratura inquirente». Il comandante della Compagnia di Monfalcone, capitano Sante Picchi, è in licenza. Diversi i gradi di responsabilità delineati nell’indagine, condotta dal sostituto Procuratore della Repubblica di Gorizia, Marco Panzeri. Tant’è che soltanto il maresciallo Domenico Monagheddu è stato colpito da un ordine che ne limita la libertà personale essendo costretto agli arresti domiciliari.
Per gli altri carabinieri coinvolti nell’indagine, invece, il Comando dell’Arma, ha disposto alcuni trasferimenti. Il vicecomandante della Compagnia di Monfalcone, tenente Antonio Di Paolo è stato trasferito a Mestre.
Trasferimento di sede anche per il vicebrigadiere Nicola Di Tria, operativo al Nucleo operativo e radiomobile della caserma monfalconese di via Sant’Anna, ora in forza alla stazione carabinieri di Aviano, e per l’appuntato Giuliano Giacobbe, pure dipendente del Norm, trasferito a Forni di Sopra. (d. d.)
 
DAL LEGALE MASSIMO BRUNO 
Chiesta la remissione in libertà per Monagheddu

Il maresciallo Domenico Monagheddu, in servizio al Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, resta agli arresti domiciliari. Lunedì si è svolto davanti al Gip l’interrogatorio di garanzia al termine del quale è stata confermata la misura cautelare.
E sempre lunedì il legale di fiducia di Domenico Monagheddu, avvocato Massimo Bruno, ha fatto richiesta di remissione in libertà per il suo assistito. Il giudice per le indagini preliminari di Gorizia dovrà esprimersi entro cinque giorni dalla richiesta, ovvero entro sabato. Durante l’interrogatorio l’avvocato Massimo Bruno ha pure prodotto tutta una serie di prove tendenti a demolire il castello accusatorio costruito dalla Procura del capoluogo giuliano. Una serie di prove testimoniali raccolte dal legale finalizzate a scagionare o quantomeno ad alleggerire la posizione del maresciallo Monagheddu, che lo stesso legale afferma essere accusato soltanto del reato di calunnia.
Per quanto riguarda ancora la misura restrittiva cui è stato sottoposto il sottufficiale, lo stesso avvocato Massimo Bruno ha annunciato che già nella giornata odierna presenterà al Tribunale del riesame istanza formale per la revoca degli arresti domiciliari.
Domenico Monagheddu è stato arrestato al termine di una delicata indadine, coperta dal massino riserbo. Il sottufficiale alloggiava nella caserma di via Sant’Anna e per lui la magistratura, ritenendo indispensabile evitare un eventuale inquinamento delle prove, ha disposto gli arresti domiciliari, in un posto ovviamente diverso dalla caserma monfalconese.
Essendo state ritenute meno gravi le posizioni degli altri quattro carabinieri (il vicecomandante della Compagnia, tenente Antonio Di Paolo, il vicebrigadiere Nicola Di Tria, assistito dall’avvocato Massimo Bruno, l’appuntato Giuliano Giacobbe, difeso dagli avvocati Riccardo Cattarini e Massimo Bruno, più un altro carabiniere la cui posizione risulterebbe più defilata), la magistratura non ha ritenuto necessario limitarne la libertà personale pur essendo chiamati a rispondere delle medesime accuse contestate al maresciallo Domenico Monagheddu. 

Messaggero Veneto, 29 aprile 2009

Inchiesta sui Cc, il maresciallo si difende

MONFALCONE. È stato interrogato dal giudice per le indagini preliminari di Gorizia il maresciallo Domenico Monagheddu, il carabiniere in servizio al nucleo operativo e radiomobile di via Sant’Anna finito agli arresti domiciliari con le accuse di minacce e calunnia nell’ambito dell’inchiesta della Procura che vede coinvolta una decina di persone, tra cui cinque militari dell’Arma.
Un interrogatorio di garanzia nel quale, secondo quanto si è potuto apprendere, Monagheddu avrebbe fornito materiale documentale utile per alleggerire la propria posizione e respingere le accuse che gli sono mosse. Oggi l’avvocato difensore di Monagheddu, Massimo Bruno, presenterà istanza per la revoca degli arresti domiciliari al Tribunale del riesame. Da parte della difesa sembra dunque esserci fiducia circa la possibilità di cancellare in tempi ragionevolmente brevi le ombre che gravano sull’operato del 39enne maresciallo, impegnato da anni in prima linea nell’attività di contrasto del fenomeno dello spaccio di stupefacenti.
Come riferivamo ieri, l’inchiesta, affidata ai carabinieri del comando provinciale e coordinata dal sostituto procuratore Marco Panzeri, è stata avviata per far luce sull’operato e sui metodi dei carabinieri di Monfalcone proprio in relazione a indagini sul mondo della droga. In questo caso ci sarebbero state nelle indagini delle presunte forzature e per questo la magistratura intende andare sino in fondo per chiarire se nell’ambito delle complesse e delicate investigazioni che hanno visto impegnati i militari dell’Arma della città dei cantieri qualcuno possa aver assunto comportamenti tali da lasciar intravedere ipotesi di reato. Ipotesi Fra le quali ci sarebbero, oltre alle minacce, anche favoreggiamento, abuso di potere, sottrazione di stupefacenti e depistaggio.
La notizia dell’apertura dell’indagine sui carabinieri di via Sant’Anna ha suscitato inevitabilmente una certa impressione fra gli abitanti della città dei cantieri e l’auspicio di tutti, anche in ragione del rapporto di fiducia e rispetto che ha sempre legato i monfalconesi all’Arma, è che si possa presto far luce sulla vicenda e che gli accertamenti possano confermare la regolarità dell’operato dei militari coinvolti nell’inchiesta.
Inchiesta che, come riferivamo ieri, non è ancora conclusa e dunque è ancora prematuro dire se i militari dell’Arma coinvolti saranno o meno chiamati a rispondere di qualche reato o se tutto si concluderà con un’archiviazione. A innescare l’indagine sarebbe stata la denuncia di un tossicodipendente che fungeva da collaboratore dei Cc nelle investigazioni sul mondo della droga e che a un certo punto si sarebbe ribellato a fronte di presunte pressioni da parte dei militi.

Il Piccolo, 28 aprile 2009

METZ (VERDI) 
Esposto partito dall’Operazione Blu 
«Metodi inaccettabili denunciati anche da don Gallo»

«Lo avevamo ribadito più volte», ricorda il presidente regionale dei Verdi, Alessandro Metz. Tanto che circa due settimane fa, ha riferito, hanno presentato, assieme al legale difensore, un esposto alla Procura della Repubblica di Gorizia. I tre attivisti di ”Nuova Entrata Libera”, finiti in carcere nell’ambito dell’Operazione Blu che nel febbraio scorso aveva portato all’arresto di sei persone, avevano contestato il metodo di indagine condotto, sottolineando, tra l’altro, la valenza ”indiziaria” del procedimento che «aveva portato altresì al sequestro di poco più di un grammo di stupefacente».
E ora, dunque, Alessandro Metz, alla luce della maxi-indagine avviata dalla Procura goriziana, lo evidenzia: «L’avevamo denunciato allora e lo ribadiamo oggi, a maggior ragione. Avevamo più volte posto l’accento su come erano state acquisite le testimonianze ai fini dell’inchiesta, attraverso le cosiddette ”Sit”, sommarie indicazioni testimoniali, che abbiamo sempre ritenuto perlomeno discutibili. L’indagine in atto – osserva Metz – non può che rafforzare i nostri sospetti, che allora scaturivano dall’assenza di una prova provata, a fronte di un quadro indiziario, che si sosteneva di fatto sulle ”Sit” e sul recupero di soli 1,07 grammi di stupefacente leggero. Se pertanto allora avevo i mei dubbi, oggi parlerei di ben altre preoccupazioni.
«In quei difficili momenti, lo stesso don Gallo, ospite al Centro sociale di via Natisone – continua l’esponente dei Verdi -, aveva dichiarato che qualcuno avrebbe dovuto chiedere scusa a chi era stato costretto a trascorrere una ventina di giorni in carcere. Oggi non posso che ribadirlo, oltre a chiedere di verificare le responsabilità nell’ambito dell’attuale inchiesta che, nel caso specifico, ritengo pesantissime per il vivere sociale del territorio. Noi – conclude Alessandro Metz – avevamo parlato di un clima forte, dove a subire erano i giovani e i più esposti».

L’ARMA MONFALCONESE TRAVOLTA DA UN’INDAGINE DELLA PROCURA
Bufera sui carabinieri, un arresto e 5 indagati 
Ai domiciliari il maresciallo Domenico Monagheddu. Coinvolto anche il vice Antonio Di Paolo

di LAURA BORSANI

Un maresciallo dei carabinieri agli arresti domiciliari, indagati altri cinque militari, un avvocato monfalconese e altre persone estranee all’arma. I ”metodi” della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone finiscono sotto inchiesta. Con l’arresto del maresciallo Domenico Monagheddu, 39 anni, in servizio al Nucleo operativo radiomobile, e altri cinque carabinieri, indagati a piede libero. Tra questi il vicecomandante della Compagnia, il tenente Antonio Di Paolo, 38 anni. Coinvolto nell’indagine anche il legale monfalconese Alessandro Ceresi, indagato a piede libero per favoreggiamento.
Le ipotesi di accusa sarebbero riconducibili a metodi di indagine assunti dai militari monfalconesi nell’ambito di diversi episodi legati a sostanze stupefacenti. Si parla di presunte calunnia, minacce per commettere un reato, ma anche si ipotizzerebbero aggravanti quali l’abuso d’ufficio.
Tutto rientrerebbe nell’ambito di un maxi-procedimento, ancora in fase preliminare, che coinvolgerebbe al momento una decina di persone, non solo carabinieri. L’inchiesta sarebbe stata innescata ai primi di aprile dalla denuncia al Comando provinciale da parte di un ”tossico” utilizzato come collaboratore dai carabinieri di Monfalcone nella quale si faceva riferimento proprio ai ”metodi” usati da questi ultimi. Dalle indagini che sono seguite sarebbe scaturito l’arresto del sottufficiale. Al centro dell’indagine, condotta dal sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Gorizia Marco Panzeri, il personale della Compagnia monfalconese di via Sant’Anna. Le ipotesi di accusa riguarderebbero irregolarità inquadrabili nella metodologia investigativa e, in particolare, secondo quanto è trapelato, a ”comportamenti omissivi”. I fatti che hanno portato ai provvedimenti nei confronti dei militari sarebbero legati a episodi diversi, collegati fra di loro da episodi di droga. Un contesto molto articolato e delicato, sul quale tuttavia viene mantenuto un riserbo strettissimo, trattandosi di un’istruttoria ancora in corso. Il dato che tuttavia ha trovato conferma da più fronti riguarda la disposizione della misura degli arresti domiciliari nei confronti del maresciallo del Norm, oltre al coinvolgimento di altri cinque carabinieri e del legale, che sarebbero indagati quindi a vario titolo. Tutto ha preso il via da un’inchiesta partita dallo stesso Comando provinciale dei carabinieri nei confronti della Compagnia dell’Arma monfalconese. Un’operazione culminata ai primi di aprile e che avrebbe interessato anche operazioni precedenti. Al vaglio ci sarebbero molteplici sfaccettature e aspetti, con possibili sviluppi nel corso del procedimento ancora aperto, per il quale si mantiene la necessaria riservatezza. Lo si riscontra dallo stesso Comando provinciale dei carabinieri, che avrebbe confermato l’indagine in corso.
 
L’INCHIESTA 
La ”ribellione” di un collaboratore 
L’uomo avrebbe denunciato al Comando provinciale minacce e pressioni
La svolta ai primi di aprile

Sospetti, verifiche nel tempo. Ma ciò che avrebbe consolidato l’indagine della Procura della Repubblica di Gorizia sarebbe legato a una recente inchiesta relativa a sostanze stupefacenti, riferibile ai primi giorni di aprile. È in quell’ambito che sarebbero scaturiti gli arresti domiciliari nei confronti del maresciallo in servizio al Nucleo operativo radiomobile della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, nonchè il coinvolgimento di altri cinque militari e dell’avvocato Ceresi.
Nella specifica circostanza, stando alle ipotesi accusatorie, si parlerebbe di un ”collaboratore” che sarebbe stato utilizzato dai carabinieri di Monfalcone per ”incastrare” uno spacciatore. Il giovane sarebbe stato mandato ad acquistare della sostanza stupefacente dallo spacciatore. Una sorta, dunque, di appuntamento-tranello, con lo scopo di far uscire allo scoperto l’uomo soggetto alle verifiche degli inquirenti. Ma dal primo incontro non sarebbe sortita alcuna cessione di sostanza stupefacente. Sarebbero quindi seguite ulteriori richieste al ”collaboratore”, per effettuare nuovi incontri con richieste di quantitativi sempre maggiori di droga, al fine di poter conseguire concreti risultati. Finchè il ”collaboratore” si sarebbe tirato indietro.
Da qui, sempre secondo le ipotesi di accusa, sarebbero scaturite le presunte minacce nei suoi confronti da parte dei carabinieri di Monfalcone, aumentando il livello del ”pressing” sul giovane. Che, alla fine, avrebbe deciso di rivolgersi direttamente al Comando provinciale dei carabinieri, a Gorizia, raccondando quanto gli stava accadendo nei rapporti con gli uomini dell’Arma monfalconese.
Sempre secondo le ipotesi di accusa, in questo ambito si inserirebbe anche il ruolo del legale, indagato a piede libero con l’ipotesi di favoreggiamento. L’avvocato Ceresi, secondo le ipotesi, avrebbe cercato di dissuadere il ”collaboratore” dalla sua decisione.
Da tutto questo avrebbero preso le mosse l’indagine del Comando provinciale nei confronti del personale militare in servizio alla Compagnia dell’Arma monfalconese e del suo vice Di Paolo. E un procedimento che ha quindi portato all’arresto del maresciallo del Nucleo operativo radiomobile, chiamando in causa gli altri cinque carabinieri, l’ufficiale e quattro sottoposti, tutti sempre indagati a piede libero.
 
I DETTAGLI 
Le accuse: omissioni, minacce, abusi e forzature

Presunti comportamenti ”omissivi” assunti nell’ambito dei metodi di indagine inerenti eventi legati a sostanze stupefacenti. Ma anche minacce e ”abusi di ufficio”. Atteggiamenti che, si ipotizza, avrebbero forzato le indagini. Il tutto, a fronte di una inchiesta, quella avviata dalla Procura della Repubblica di Gorizia che, portata avanti nel tempo, avrebbe considerato circostanze ed episodi diversi. In questo quadro, verrebbe considerata anche un’eventuale correlazione con l’Operazione Blu condotta nel febbraio scorso nei confronti del Centro sociale di via Natisone e che, allora, aveva coinvolto sei persone, tre attivisti di Nuova Entrata Libera, oltre ai fratelli gestori del bar Tommaso, e ad un giovane di origine straniera. Tutti erano stati successivamente rimessi in libertà, nell’ambito delle rispettive istanze di scarcerazione, su disposizione del giudice del Tribunale del Riesame.

IN FERIE IL COMANDANTE PICCHI 
Silenzio e imbarazzo dei vertici

Imbarazzo e silenzio da parte dell’Arma dei carabinieri, coinvolta nell’inchiesta della Procura goriziana. Da una parte, con l’incarico di condurre le indagini il Comando provinciale di Gorizia, dall’altra, come sottoposti alle indagini, con il supporto di intercettazioni telefoniche, i militari della Compagnia di Monfalcone. L’attuale comandante, il capitano Sante Picchi, non ha inteso commentare i fatti dalle ferie che sta trascorrendo.

Messaggero Veneto, 28 aprile 2009
 
Monfalcone. Inchiesta di Procura e Comando provinciale dell’Arma per fare luce sull’operato di alcuni carabinieri nell’ambito di investigazioni sul mondo della droga 
Maresciallo dei Cc agli arresti domiciliari 
Le ipotesi di reato contestate al 38enne Domenico Monagheddu sono minacce e calunnia Una decina gli indagati, fra cui un avvocato, anche per favoreggiamento e abuso di potere

MONFALCONE. La Procura di Gorizia ha aperto un fascicolo per far luce sull’operato di alcuni carabinieri operativi a Monfalcone, relativo in particolare a indagini sul mondo della droga. Risulterebbero contemplate ipotesi di reato che vanno dal favoreggiamento all’abuso di potere alle minacce. La delicata indagine vede diversi militari dell’Arma indagati e uno di questi, un maresciallo in servizio nella sede di via Sant’Anna, è stato raggiunto da ordinanza di arresto e si trova attualmente ai domiciliari.
Gli accertamenti sono svolti dal Comando provinciale dei militari dell’Arma del capoluogo isontino con il coordinamento del sostituto procuratore goriziano Marco Panzeri.
Nell’ambito dell’inchiesta risultano diversi indagati, uno dei quali, il maresciallo Domenico Monagheddu, 38 anni, è agli arresti domiciliari. La notizia dell’arresto del maresciallo si è diffusa nella città dei cantieri già da diversi giorni. Monagheddu è infatti molto conosciuto a Monfalcone e il suo arresto difficilmente sarebbe potuto passare inosservato.
Da almeno una settimana, insomma, in città avevano cominciato a girare le voci su quanto era accaduto e l’arresto del maresciallo ha inevitabilmente finito per far pensare che il provvedimento potesse essere messo in relazione a un’indagine più ampia sui cui contenuti, peraltro, ieri si è potuto apprendere decisamente poco, visto che l’inchiesta è ancora in corso e che sulla vicenda viene mantenuto il più stretto riserbo da parte di tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalla Procura e dai vertici provinciali dell’Arma. Nell’ambito dell’indagine sarebbero ipotizzati vari reati, come abuso di potere, sottrazione di sostanze stupefacenti, favoreggiamento, depistaggio, minacce. Il maresciallo Monagheddu è accusato di minacce e calunnia. Nell’inchiesta sarebbero coinvolte come indagate una decina di persone, fra cui un avvocato monfalconese.
Le indagini sono entrate nel vivo nelle ultime settimane dopo un lavoro degli inquirenti che si è protratto per diverso tempo: l’obiettivo è quello di far chiarezza sull’operato e sui metodi dei militari dell’Arma. È noto, peraltro, come nell’ambito delle indagini inerenti in particolare al complesso e magmatico mondo della droga, fatto di personaggi molto spesso assai poco raccomandabili, un investigatore possa andare incontro a rischi e che i suoi comportamenti possano quindi venire interpretati come “al limite” o addirittura al di là del limite entro il quale si può intravedere un’ipotesi di reato. In questo caso ci sarebbero state nelle indagini alcune “forzature”.
Ma l’inchiesta, come detto, non è conclusa e dunque è ancora prematuro dire se i militari coinvolti saranno o meno chiamati a rispondere di qualche reato o se tutto si concluderà con un’archiviazione.

Il Piccolo, 22 dicembre 2009
 
ARRESTATO DALLA POLIZIA SARÀ PROCESSATO OGGI A GORIZIA 
Ex collaboratore dell’Arma a giudizio per tentato furto Le sue rivelazioni portarono nei guai cinque carabinieri

È previsto questa mattina, al Tribunale di Gorizia, il processo per tentato furto in abitazione a carico di Bruno Esposito, operaio di 20 anni, dipendente di una ditta d’appalto di Fincantieri. Si tratta del giovane che con le sue ”rivelazioni”, nell’aprile scorso, aveva portato all’arresto del maresciallo del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, Domenico Monagheddu, 39 anni, cui erano stati concessi i domiciliari, alla denuncia di altri militari e alla decapitazione dell’Arma monfalconese. L’operaio, usato come collaboratore dai militari nell’ambito di operazioni antidroga, s’era rivolto al Comando provinciale dei carabinieri per denunciare i metodi di indagine assunti dai carabinieri cittadini. Nell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica, Marco Panzeri, erano stati coinvolti anche altri quattro militari, tra cui il vicecomandante della Compagnia monfalconese, il tenente Antonio Di Paolo. Tutti indagati a piede libero che erano stati trasferiti. Il maresciallo Monagheddu, difeso dall’avvocato Diego Morrone, del Foro di Padova, è da tempo in regime di libertà.
Esposito, dunque, che con le sue dichiarazioni ha messo nei guai il maresciallo assestando di fatto un duro colpo al Nucleo operativo radiomobile monfalconese, oggi sarà chiamato a rispondere in relazione a un tentato furto compiuto in città. Esposito è difeso dall’avvocato Ottavio Romano del Foro di Gorizia.
Il fatto risale a novembre, quando era stato preso di mira un appartamento dei condomini Ater, in via 24 Maggio. Il giovane era stato colto in flagranza assieme a un complice. Entrambi erano stati arrestati dalla Polizia del locale Commissariato. Per Esposito, considerati i precedenti penali, il Giudice per le indagini preliminari aveva convalidato l’arresto, mentre per il complice, risultato incensurato, era stato disposto l’obbligo di dimora con la prescrizione di non uscire di casa durante le ore notturne.
Esposito e il suo compagno erano stati sorpresi sul fatto, bloccati da una pattuglia della squadra volante del Commissariato, nell’area dove sorgono le palazzine Ater. La presenza dei due era stata segnalata al 113 da un residente che aveva visto i due mentre erano impegnati a forzare la porta-finestra di un appartamento dopo essere saliti fino al piano rialzato arrampicandosi su una grondaia. Per introdursi nell’abitazione, in un momento in cui l’inquilino era assente, avevano infranto il vetro di una finestra utilizzando una sbarra di ferro. La segnalazione del cittadino e il pronto intervento della Polizia avevano evitato che i due portassero a termine il colpo.

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