Il Piccolo, 10 giugno 2009 
 
LA FIOM CONTESTA IL TITOLARE DELLA DITTA E LA LEGA NORD  
«La Rsu bengalese è legittima»
 
 
La prima Rsu di una ditta degli appalti in Fincantieri formata esclusivamente da lavoratori stranieri, tutti del Bangladesh, non è nata per «fare meno fatica». È quanto ribatte la Fiom-Cgil al titolare dell’impresa di coibentazioni Adriatica, Michele Rizzo, secondo il quale i lavoratori del Bangladesh una volta si impegnavano di più e la nascita della Rsu sa quindi tanto di un pretesto.
«All’impresa Adriatica ricordiamo che aveva ed ha tutti gli strumenti di legge per intervenire, ma al sindacato non è pervenuta alcuna contestazione dell’elezione – afferma il segretario provinciale della Fiom-Cgil Thomas Casotto -. Posso peraltro assicurare che non è nostra volontà tutelare dei privilegi, mentre la società non si è presentata diverse volte in sede di conciliazione, quando si trattava di affrontare problemi sollevati dai lavoratori».
La Fiom ha una risposta comunque anche per il consigliere regionale della Lega Nord Federico Razzini, secondo cui una Rsu mono-etnica non è affatto un buon segnale di integrazione. «La Rsu è stata democraticamente eletta – dice Casotto -, come lo è stato il consigliere regionale. Credo quindi ci voglia rispetto per tutti. In quella ditta lavorano 40 persone e più di 30 sono del Bangladesh. Si sono presentati solo candidati del Paese asiatico e quindi non è stato possibile avere una Rsu anche con rappresentanti italiani. Non credo davvero si possa parlare di clan».
Il segretario provinciale della Fiom sottolinea inoltre come sia difficile parlare di integrazione nel momento in cui i lavoratori stranieri «sono spesso ghettizzati e costretti a vivere molte ore al giorno al di là delle regole, sul fronte retributivo con la paga globale e su quello della sicurezza».
«Poi, una volta usciti dal perimetro della grande fabbrica, si vorrebbe che questi cittadini sia ligi alle regole su cui non possono contare», afferma Casotto.
«In ogni caso il concetto di etnia porta con sé anche quelli della cultura e della tradizione di un popolo – conclude il segretario provinciale della Fiom -. Pare quindi strano che un partito come la Lega Nord proponga di abbandonarlo». (la.bl.)
 

Il Piccolo, 09 giugno 2009 
  
È UNA DITTA-FANTASMA QUELLA COINVOLTA NELLA VERTENZA  
Truffati e senza lavoro i 20 operai croati  
L’impresa non risulta iscritta nei registri del tribunale. Tutti verranno rimpatriati
 
 
Sono rimasti tutti senza lavoro gli operai croati, una ventina, dipendenti dell’Euronavimont, impresa dell’appalto entrata nello stabilimento Fincantieri con il consorzio veneto Cvm. La ditta ha cessato l’attività. ma di fatto sembra che non sia mai esistita. La protesta avviata due settimane fa dai lavoratori, stanchi di non essere pagati da mesi, ha fatto emergere una serie di gravi irregolarità, tali da configurare l’ipotesi di una truffa. L’impresa non risulta iscritta nel registro del Tribunale commerciale della Repubblica di Croazia e i lavoratori non sono stati pagati in modo regolare nemmeno rispetto le norme contrattuali croate. Parte dei lavoratori aveva sottoscritto un contratto, mentre altri avevano accordi solo verbali, ma poi si sono ritrovati con un contratto firmato da altri. È quanto ha spiegato l’avvocato croato che sta patrocinando i lavoratori, Katja Jajas, in una conferenza stampa convocata dalla Fiom-Cgil, che da subito si è fatta portavoce degli operai dell’Euronavimont, rientrati fra l’altro in patria grazie all’assessorato alle Politiche sociali, che ha acquistato i biglietti del pullman. La Fiom-Cgil continuerà a seguire i lavoratori, attraverso il proprio ufficio vertenze. «Vogliamo verificare – ha spiegato il segretario provinciale Thomas Casotto – se potranno rivalersi nei confronti del consorzio attraverso il quale l’impresa è entrata, forse presentando della documentazione irregolare, nello stabilimento Fincantieri. Valuteremo la posizione dei singoli lavoratori e poi adiremo alle vie legali se ciò si rendesse necessario».
Pur sottolineando la collaborazione avuta da Fincantieri, la Fiom ieri ha sferrato un pesante attacco a un sistema degli appalti che «come dimostra anche questo caso, non isolato, rischia di essere occasione di sfruttamento per i lavoratori e terreno di illegalità». La Fiom ieri ha quindi rilanciato una delle richieste contenute nella sua piattaforma per il rinnovo del contratto integrativo della società e cioé l’apertura di un tavolo di confronto con Fincantieri sulla questione appalti. «Non si può continuare a far finta di non sapere ciò che accade», ha aggiunto Casotto.
Laura Blasich

Messaggero Veneto, 09 giugno 2009 
  
Ditta croata fantasma, operai a casa  
Monfalcone: ventun dipendenti si sono ritrovati senza lavoro né tutela
 
 
MONFALCONE. La ditta Euronavimont non esiste o, meglio, esiste ma non è quella che è entrata in appalto nello stabilimento Fincantieri di Monfalcone: è soltanto un’omonima con la dicitura scritta in modo diverso.
La finta Euronavimont non compare nel registro del Tribunale commerciale della Repubblica di Croazia: di conseguenza non esistono i contratti di lavoro e i 21 dipendenti croati, o almeno le 21 persone che credevano di essere dipendenti, sono senza lavoro e senza tutela, visto che non erano iscritti al sindacato. Oltretutto si potrebbe profilare il reato di truffa per coloro che si sono spacciati come titolari della ditta inesistente e che avrebbero anche sottoscritto alcuni contratti di lavoro, ma l’esatta dinamica e le esatte responsabilità dovranno essere accertate, all’insaputa dei lavoratori.
Nel frattempo i 21 operai, all’oscuro di essere “finti dipendenti” e che a fine maggio hanno incrociato le braccia, decisi a non tornare nel cantiere navale a lavorare finché non avessero avuto le paghe dei mesi che avevano lavorato, sono dovuti tornare a casa perché sono stati sfrattati dagli appartamenti che avrebbe dovuto pagare la ditta. Per qualcuno il biglietto del pullman è dovuto essere pagato dai servizi sociali del Comune e dal sindacato italiano.
Ieri i 21 lavoratori, assieme al rappresentante provinciale della Fiom, Thomas Casotto, alle Rsu Fincantieri, al sindacalista croato Bruno Bulic, all’avvocato croato Katja Jajas, si sono incontrati nella sede della Fiom di Monfalcone per fare il punto sulla vicenda. Grazie all’interprete Tea Milicevic, è stato appunto spiegato come la ditta non esista e come il sindacato croato, sia pur disposto ad aiutare, ha le mani legate per il fatto che i lavoratori non sono iscritti ad alcuna sigla sindacale. Bulic ha spiegato anche come molte ditte croate operino sulle spalle dei lavoratori, non applicando i contratti dovuti, frammentando le aziende grandi in molte più piccole.
L’avvocato si è impegnato a proteggere i lavoratori e far avere loro quanto dovuto secondo il contratto collettivo italiano. «Alcuni hanno lavorato per 200-300 euro al mese», ha detto, spiegando come qualcuno risultasse aver firmato un contratto che non aveva assolutamente sottoscritto. Riconoscendo come a livello locale Fincantieri abbia dato piena disponibilità per trovare una soluzione, Casotto da parte sua ha puntato il dito contro il sistema degli appalti, le cui falle sono state evidenziate proprio da questa vicenda.
 

Il Piccolo, 04 giugno 2009 
 
INTERVENTO DIRETTO DI FINCANTIERI  
Operai croati senza paga, ora arriva anche lo sfratto
 
 
Si sta facendo sempre più difficile la situazione dei venti croati, che hanno lavorato per due mesi nello stabilimento Fincantieri senza essere pagati, con contratto croato da 500 euro mensili, dalla loro impresa, l’Euronavimont, entrata nel cantiere attraverso il consorzio con la Cvm di Mestre. In questi giorni, in parte festivi, l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin è tornata a essere contattata dal sindacato, che dal 26 maggio, quando è esploso il caso, sta seguendo la vicenda. «I lavoratori sono allo stremo, quanto a risorse finanziarie – sottolinea la Morsolin -, e credo che per molti di loro si tratti di ottenere quanto dovuto per poi fare rientro in patria». In questi giorni i lavoratori se la sarebbero cavata grazie alla disponibilità della mensa dello stabilimento, davanti al quale sarebbero invece comparsi i proprietari degli alloggi in cui sono sistemati i dipendenti dell’Euronavimont. «Il titolare dell’impresa, da quanto spiega la Fiom, non avrebbe pagato nemmeno loro – riferisce l’assessore – e quindi i proprietari si sarebbero fatti vivi, minacciando di cambiare la serratura e non far più entrare i lavoratori». L’incontro di lunedì pomeriggio con il titolare dell’impresa, pure croata, di Buje, non sarebbe andato a buon fine, anche se il versamento dello stipendio di maggio, dopo quello di aprile, pare in dirittura d’arrivo. Fincantieri ha rinnovato ieri le proprie pressioni sull’impresa, che dovrebbe quindi aver fatto partire i bonifici relativi allo stipendio di maggio sui conti correnti dei lavoratori. La società si è attivata già la scorsa settimana per verificare la situazione e individuare una soluzione. Resta da vedere se è quanto avverrà in via definitiva prima della fine della settimana. (la.bl.)

Il Piccolo, 29 maggio 2009
 
SODDISFATTO L’ASSESSORE ALLE POLITICHE SOCIALI. LIVA (CGIL): ESEMPIO DA ESTENDERE A TUTTE LE DITTE DELL’APPALTO FINCANTIERI
La creazione di una Rsu bengalese importante segnale d’integrazione

 
di LAURA BLASICH

La rappresentanza sindacale tutta composta da lavoratori originari del Bangladesh, dipendenti di una ditta esterna di Fincantieri, la Adriatica, che da anni si occupa di lavori di coibentazione sulle navi, vuole essere solo il primo passo verso un’estensione della capacità delle maestranze degli appalti di avere voce per far rispettare i propri diritti. «Se non si riescono ad avere controlli puntuali e a modificare l’attuale sistema degli appalti, in cui sono presenti evidenti anomalie – spiega il segretario provinciale della Cgil, Paolo Liva -, allora è giusto dare ai lavoratori la possibilità di difendersi attraverso lo strumento del sindacato. Non si risolve il problema generale, ma perlomeno si consente ai lavoratori di vivere con più dignità». Soddisfazione viene espressa anche dall’assessore comunale alle Politioche sociali, Crisitana Morsolin, che ritiene il fatto un importante segnale di integrazione sociale della comunità asiatica presente in città. Inoltre, la nascita di una Rsu in un’impresa media che opera all’interno del cantiere navale di Monfalcone non è cosa da poco e lo è ancora meno se si tiene conto, appunto, che a formarla sono lavoratori stranieri, immigrati che di solito vengono utilizzati per lavorazioni poco “ambite” dagli italiani come quella della coibentazione. L’obiettivo della Fiom, alla quale i lavoratori si sono iscritti, e della Cgil è però quello di fare in modo che questo sia appunto solo un primo passo. Pur sapendo che gli sforzi effettuati nell’arco degli ultimi anni per raggiungere lo stesso risultato non ha prodotto molti frutti. Qualcosa, però, forse sta cambiando. «Speriamo in ogni caso che la prefettura riconvochi al più presto il tavolo del Protocollo di trasparenza – afferma Liva -, perché i sindacati non hanno potuto parteciparvi per impegni già presi e reali. E’ fuori da ogni dubbio che il sindacato per primo, e a lungo da solo, abbia creduto in questo strumento per il cui funzionamento ora nutriamo delle preoccupazioni». Stando al segretario provinciale della Cgil, le anomalie negli appalti Fincantieri ci sono sempre e «non si può affermare che la situazione è sotto controllo per il numero di imprese presenti in stabilimento e quando si arriva al quarto-quinto livello di appalto nella fase di allestimento». Il quadro, per quel che riguarda il controllo, potrebbe essere migliore, soprattutto in una fase di crisi come quella attuale, se il numero di ditte nate nel territorio fosse superiore all’attuale. «Dagli ultimi dati in nostro possesso solo il 12% delle imprese operanti in cantiere invece è regionale», sottolinea Liva. La nascita di una Rsu all’interno di una ditta dell’appalto e composta tutta da lavoratori del Bangladesh rappresenta comunque un segnale importante anche per l’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin. «Dimostra che c’è voglia di integrazione e di essere parte attiva di questa comunità – afferma l’assessore Morsolin -. E’ evidente comunque quanto sia importante il lavoro che il sindacato sta svolgendo per far capire ai lavoratori di darsi una rappresentanza e che ci sono diritti esigibili. Si tratta di una crescita che va a vantaggio di tutti: basta pensare agli aspetti legati alla sicurezza sul lavoro. Il fatto che un lavoratore in generale abbia un salario dignitoso consente a tutta la società di vivere in modo più sereno e quindi più “sicuro”». Per sostenere e migliorare l’inserimento nella comunità l’amministrazione comunale ha realizzato negli ultimi anni non solo corsi di lingua italiana per stranieri, ma anche, lo scorso anno, un corso di sicurezza per lavoratori immigrati. Il prossimo passo rimane quello della costituzione della Consulta degli stranieri. L’obiettivo è quello di arrivare all’elezione dei componenti della consulta da parte della comunitià straniera residente in città, e ormai pari al 13% della popolazione totale, a settembre.

«Ma adesso lavorano molto meno di un tempo»
Parla il titolare della ditta dove metà degli operai è di origine asiatica

 
«La presenza di un sindacato bengalese nella ditta non mi scompone minimamente. Lavoro in appalto in Fincantieri dalla metà degli anni Novanta, ho sempre fatto il mio dovere e rispettato le regole. Nessuno mi può accusare di inadempienze». Chi parla è Michele Rizzo, titolare della ditta di coibentazione Adriatica, e presidente, tra l’altro, dell’omonima società di calcetto di cui la ditta e sponsor. Nella sua ditta composta da una quarantina di dipendenti, che per metà sono originari del Bangladesh, si è costituita una Rsu tutta asiatica. E’ amareggiato non perché ha il sindacato “in casa”, novità assoluta per una ditta dell’appalto, ma perché il tutto ha l’aria di essere un pretesto, afferma, per lavorare di meno. Per questo usa, infatti, nei loro confronti dei lavoroati bengalesi giudizi piuttosto severi. «Purtroppo – spiega Rizzo – da un po’ di mesi a questa parte il loro modo di lavorare e cambiato. Non lavorano più come una volta. Abbiamo scadenze e tempi da rispettare e hanno rallentato di molto le loro prestazioni. Insomma non fanno il loro dovere e pretendono ancora di più». «E quando spieghi loro – aggiunge Rizzo – che sono indietro con il lavoro forse minacciano di andare dai sindacati. Inoltre spesso sono in malattia e invece vanno in giro con i loro amici. Così proprio non va. Alcuni altri bengalesi dissentono da queste posizioni e non hanno aderito a questo sindacato». Come ha spiegato Rizzo, la maggior parte dei bengalesi, anche gli ultimi arrivati, prima implorano di avere un lavoro, poi una volta dentro, dopo un mese cominciano a stare a casa. «Mollano il lavoro – c onclude Rizzo – proprio per un’inezia. Una volta non era così».
Ciro Vitiello

Il Piccolo, 28 maggio 2009 
  
SALE LA TENSIONE TRA LE DITTE CHE OPERANO NELLO STABILIMENTO DI PANZANO  
Appalti, è nata la prima Rsu di bengalesi  
Intervento di Fincantieri per sollecitare i pagamenti agli operai croati in sciopero da due giorni
 
 
di LAURA BLASICH

Il mondo degli appalti Fincantieri inizia ad alzare la testa. Almeno compatibilmente con l’esigenza di non mettere a rischio il proprio posto di lavoro. Stanno emergendo azioni spontanee di rivendicazione dei propri diritti, come quella avviata dalla ventina di lavoratori croati della Euronavimont che martedì, e pure ieri, si sono rifiutati di entrare nel cantiere navale di Panzano, dopo aver lavorato due mesi gratuitamente per il loro datore di lavoro, pure croato. Ma sono anche le centinaia di lavoratori bengalesi del cantiere, impiegati in una miriade di ditte soprattutto nel settore delle coibentazioni, che cominciano a organizzarsi. I primi a farlo sono stati quelli di una piccola ditta esterna che si è data la prima Rappresentanza sindacale unitaria tutta bengalese e targata Fiom-Cgil. Un passaggio difficile e coraggioso, visto che avrebbe provocato immediate reazioni da parte del titolare, un italiano, che non avrebbe apprezzato molto l’iniziativa tanto da minacciare di chiudere la ditta, con l’ovvia conseguenza di lasciare a casa i dipendenti ”rei” di aver voluto darsi una rappresentanza in grado di confrontarsi con la proprietà. E proprio nel timore di ritorsioni a danno dei lavoratori la Fiom-Cgil, che ha seguito da vicino la vicenda con la speranza di promuovere una maggiore sindacalizzazione e quindi una maggiore tutela dei lavoratori dell’appalto, ha cercato in tutti i modi di non dare pubblicità alla nomina della prima Rsu composta da lavoratori del Bangladesh.
In stabilimento gli uomini originari del Paese asiatico sono impiegati soprattutto in attività di coibentazione e proprio in questi giorni il sindacato era ritornato sull’esigenza di applicare quanto previsto nel protocollo siglato con Fincantieri per garantire la sicurezza dei lavoratori impegnati nella lavorazione. L’immigrazione dal Bangladesh, iniziata nella seconda metà degli anni ’90, rimane legata a doppio filo all’attività dello stabilimento Fincantieri. Sul flusso di cittadini dal Paese asiatico, fattosi sempre più consistente e tale da portare la presenza della comunità a Monfalcone a quota 1.265 componenti (dato fine 2008), ha aperto da tempo un’indagine, proprio per le dimensioni del fenomeno, la Questura di Gorizia. L’inchiesta pare finalizzata ad accertare non siano stati utilizzati canali o procedure irregolari per favorire l’arrivo in città di cittadini bangladesi. La questura avrebbe quindi effettuato un’analisi delle dinamiche interne alla comunità, che ruota, almeno in parte, attorno ad alcune associazioni create da connazionali, oltre che ai negozi e ai call-center gestiti sempre da persone del Bangladesh.
Intanto Fincantieri ha avviato un confronto con il consorzio formato da Cvm di Mestre ed Euronavimont di Buje, nell’Istria croata, la cui ventina di dipendenti ha deciso di non entrare in stabilimento fino a quando non riceverà gli stipendi arretrati. Il responsabile del personale del cantiere navale, Luca Fabbri, avrebbe incontrato brevemente i lavoratori entrando in stabilimento e poi nel cantiere navale i sindacati. Stando a Fincantieri, sono stati chiariti tutti i punti in discussione e un pagamento delle competenze spettanti ai lavoratori era atteso tra ieri e oggi. Si sta quindi arrivando a una soluzione della vicenda, scoppiata martedì, quando i lavoratori dell’Euronavimont hanno iniziato a protestare in blocco, lamentando di essere al lavoro da due mesi nello stabilimento senza essere pagati dal proprio datore di lavoro. In base, comunque, a un contratto croato: la paga ammonta a 3.500 kune, 500 euro soltanto. A fronte di questo caso Fincantieri ribadisce quindi ancora una volta l’importanza del dialogo e di un confronto costruttivo con i sindacati, e non solo, che è facilitato dall’esistenza di un tavolo dedicato come quello fornito dal Protocollo di trasparenza, convocato la scorsa settimana dalla prefettura di Gorizia e al quale le organizzazioni dei lavoratori non hanno partecipato a causa di altri impegni.

Messaggero Veneto, 28 maggio 2009 
 
Lavoratori croati ancora senza paga  
Fincantieri: prosegue la vertenza di 21 dipendenti della Euronavimon
 

MONFALCONE. Non ci sarebbero ancora novità positive per gli operai croati della Euronavimon di Buje che martedì, stanchi di lavorare ormai da 5 mesi senza paga, hanno manifestato la loro rabbia dinanzi alla Fincantieri. Si sono seduti sul marciapiede davanti allo stabilimento di Panzano, rifiutandosi di entrare e lavorare se non fossero stati pagati.
Ma a ieri nulla ancora era cambiato e ai lavoratori non era stata ancora versata la paga dovuta. Fincantieri, che già martedì era venuta a conoscenza della protesta, aveva confermato che i lavoratori lamentavano i mancati pagamenti da 4 mesi e aveva affermato di voler chiarire la questione.
Ieri infatti i rappresentanti aziendali hanno incontrato i sindacati per fare il punto della vicenda ed è stato anche contattato il Consorzio delle imprese che operano nello stabilimento per cercare una soluzione. “In cantiere però – ha detto il portavoce dell’azienda – sono presenti solo da un mese. Faremo i necessari accertamenti su questo mese, ma non possiamo essere responsabili per le lavorazioni fatte fuori cantiere».
Il gruppo di lavoratori croati, dipendenti della ditta istriana che in Fincantieri è consorziata con la Cvm di Mestre, anche ieri è rimasto fuori dello stabilimento, dove hanno informalmente incontrato il direttore del personale, Luca Fabbri. I 21 dipendenti della ditta istriana che si occupa di saldo-carpenteria nella nave in bacino, sono stati assunti a inizio 2009, ma sarebbero arrivati a Monfalcone a marzo. Hanno sempre lavorato pur non essendo pagati e in attesa che fossero completate le pratiche per il permesso di soggiorno. Anche se assunti, non hanno mai visto lo stipendio, neanche quando hanno cominciato a lavorare nel cantiere navale. Nel frattempo sono stati alloggiati a Monfalcone, dove risultano essere domiciliati, in un appartamento messo a disposizione dalla ditta, ma in cui dovevano stare in sei-sette in due camere.
Secondo quanto hanno riferito, il titolare aveva trattenuto libretto di lavoro, codice fiscale, permesso di soggiorno, lasciando loro solo il passaporto. Fatto che aveva creato problemi nel momento in cui uno dei lavoratori, per esempio, si era dovuto recare in pronto soccorso e non aveva potuto presentare i documenti necessari. I sindacati sottolineano come in questo periodo sono sempre più numerosi e costanti i casi di lavoratori che si rivolgono all’apposito sportello per chiedere conto di mancati pagamenti, di ferie non concesse o chiedono di avere la dovuta tutela personale.
“Mai come in questo periodo – dicono – lo sportello sindacale è subissato di richieste, anche perché sono più numerosi i lavoratori che trovano il coraggio di denunciare situazioni di sfruttamento”.

Il Piccolo, 27 maggio 2009 
 
SOTTO ACCUSA LA SITUAZIONE DELLE DITTE PRIVATE NELLO STABILIMENTO DI PANZANO  
Da cinque mesi senza paga, croati in sciopero  
Il loro salario è di 500 euro. Il sindacato denuncia l’episodio, la Fincantieri avvia un’indagine
 
 
di LAURA BLASICH

Una ventina di cittadini croati hanno lavorato per due mesi nello stabilimento Fincantieri di Panzano per un’impresa croata, realizzando blocchi e operando come saldatori e carpentieri a bordo dell’Azura P&O che sta crescendo in bacino e sarà varata ormai a breve. Senza però mai essere pagati, anche se il compenso mensile previsto era di 3500 kune, che tradotto in moneta unica europea fa 500 euro. E non sono stati pagati nemmeno nei tre mesi precedenti, pur a disposizione essendo stati già stati assunti. Dopo essere arrivati alla fine del mese e aver constatato che sui conti correnti non era arrivato alcun bonifico, i lavoratori della Euronavimont di Buje, nell’Istria croata, in cantiere consorziata con la Cvm di Mestre, ieri mattina si sono rifiutati di entrare nello stabilimento, dichiarando che non avrebbero mosso un passo fino a quando non sarebbero stati pagati.
I delegati della Fiom-Cgil li hanno trovati ad attendere sul marciapiede antistante l’ingresso e hanno subito avvisato l’Ufficio personale, mentre la segreteria provinciale Fiom-Cgil ha segnalato il caso agli organi competenti in modo da verificare eventuali irregolarità nel trattamento dei lavoratori, assunti con contratto e buste paga croati. Fincantieri, cui risulta che i dipendenti dell’Euronavimont sono presenti in stabilimento non da due, ma da un solo mese, ha sottolineato di voler avviare tutte le verifiche necessarie sul caso, come avvenuto sempre anche in altri stabilimenti di fronte a episodi simili. I lavoratori, alcuni originari dell’Istria e di Fiume, altri di altre zone della Croazia, hanno raccontato anche di essersi visti trattenere tutti i documenti dal datore di lavoro, tranne quello di identità, cioé il passaporto.
«Ci trattiene il libretto di lavoro, il codice fiscale, il permesso di soggiorno – ha spiegato ieri Zeljko che, originario di Fiume, da tempo lavora in Italia -. Se i carabinieri mi fermano cosa dico? Qualcuno ha avuto quindi difficoltà anche per quel che riguarda l’assistenza sanitaria». A Monfalcone i lavoratori sono stati sistemati in alcuni appartamenti a spese dell’impresa. «Ci siamo ritrovati però in sei-sette in appartamenti di due camere», ha detto un altro dipendenti dell’Euronavimont. A monte ci sono però appunto i mancati pagamenti dello stipendio. «Non abbiamo visto niente per i tre mesi che abbiamo aspettato in Croazia di poter venire a Monfalcone – racconta Zeljko -, ma nemmeno dopo e io ad aprile ho lavorato 194 ore. Sono tanti anni che lavoro in Italia, prima a Porto Viro, poi a Spilimbergo, anche per la Cimolai, e non mi è mai capitata una cosa del genere. Se voglio lavorare gratis, posso farlo anche a Fiume». «Buttatela fuori dal cantiere la ditta, così il titolare non prende in giro altra gente», sono arrivati a dire alla fine i lavoratori, dopo che un ultimo tentativo di convincimento da parte del datore di lavoro è naufragato. «Non entriamo, finché non siamo pagati», hanno detto i dipendenti dell’Euronavimont. «Se questo è il modello di Fincantieri per gli appalti, cioé che i lavoratori non siano pagati, è inaccettabile», ha detto il coordinatore della Fiom nella Rsu. «Abbiamo deciso di inviare una segnalazione agli organismi competenti per verificare eventuali irregolarità – ha spiegato invece il segretario provinciale Fiom Thomas Casotto -. Questo caso conferma come nel cantiere di Monfalcone ci siano maglie molto larghe sugli appalti: ci sono imprese che chiudono senza avvertire i loro dipendenti e riceviamo segnalazioni continue da parte di lavoratori delle ditte che ci costringono a rivolgersi all’Ispettorato del lavoro».

Messaggero Veneto, 27 maggio 2009 
  
Monfalcone. La protesta  
Lavoratori croati fuori del cantiere: non ci pagano
 
 
MONFALCONE. Si sono seduti sul marciapiede davanti allo stabilimento navale di Monfalcone, rifiutandosi di entrare e lavorare se non fossero stati pagati. Il gruppo di lavoratori croati, ma originari anche dell’Istria e di Fiume, dipendenti della Euronavimont di Buje (Istria) e che nello stabilimento Fincantieri sono consorziati con la Cvm di Mestre, si è stancato di essere sfruttato e ha messo in atto la sua protesta, spinto dalla rabbia e dalla disperazione.
I 21 dipendenti della ditta istriana che si occupa di saldo-carpenteria nella nave attualmente in bacino sono stati assunti all’inizio del 2009, ma sarebbero arrivati a Monfalcone a marzo. Hanno sempre lavorato pur non essendo pagati e in attesa che venissero completate le pratiche per il permesso di soggiorno. Anche se assunti non hanno mai visto i pagamenti dello stipendio, neanche quando hanno cominciato a lavorare nel cantiere navale. Nel frattempo sono stati alloggiati a Monfalcone, dove risultano essere domiciliati, in un appartamento messo a disposizione dalla ditta, ma in cui dovevano stare in sei o sette in due camere.
Ieri però si sono stancati e si sono seduti fuori dello stabilimento navale, chiedendo di essere pagati e non accettando la proposta del titolare, Branko Micoli, di proseguire nel lavoro a fronte dell’assicurazione di essere pagati “domani”, cioè oggi. «Non entriamo finché non paga», hanno detto, spiegando che il titolare aveva trattenuto libretto di lavoro, codice fiscale, permesso di soggiorno, lasciando loro solo il passaporto. Fatto che aveva creato qualche problema nel momento in cui uno dei lavoratori, per esempio, si era dovuto recare in pronto soccorso e non aveva potuto presentare i documenti necessari.
«Se voglio lavorare gratis, posso farlo anche a Fiume», ha detto uno dei lavoratori, con amarezza e ricordando che sono stati assunti con un contratto di lavoro croato, che prevede il pagamento di 3.500 kune il mese pari a 500 euro. Una miseria, ma che sarebbe almeno qualcosa se i pagamenti fossero avvenuti. Alle voci dei croati si sono aggiunte poi le voci di qualche collega che ha suggerito che la ditta «venga buttata fuori dal cantiere, almeno non prendono in giro altra gente». Fincantieri, venuta a conoscenza della protesta, ha confermato che i lavoratori lamentano i mancati pagamenti da quattro mesi.
«In cantiere però – ha detto il portavoce dell’azienda – sono presenti solo da un mese. Faremo i necessari accertamenti su questo mese, ma non possiamo essere responsabili per le lavorazioni fatte fuori cantiere».
«Se questo è il modello produttivo di Fincantieri – hanno affermato i rappresentanti della Rsu Fiom, che hanno segnalato la questione all’ufficio personale –, è inaccettabile. Verificheremo la regolarità dei pagamenti rispetto alle norme italiane. È già capitato che alcune persone non fossero pagate, che la ditta poi fosse chiusa senza alcun preavviso e che queste stesse persone fossero rimaste da un momento all’altro fuori dal cantiere. Mai come in questo periodo lo sportello sindacale è subissato di richieste e ci si deve rivolgere all’ispettorato del lavoro». Il coinvolgimento degli organismi competenti per verificare le regolarità di pagamento è stato annunciato anche dal segretario provinciale Fiom Cgil, Thomas Casotto, che conferma come gli operai siano in Italia solo con contratto di lavoro croato.
«Ciò dimostra come in cantiere siano larghe le maglie degli appalti. Cercheremo di aiutare questi lavoratori, ma non esiste solo questa vicenda e solo questo problema. Ci sono anche in piedi la questione della sicurezza e delle ore lavorate. C’è da chiedersi – conclude – se questa deregolamentazione sia funzionale all’intero sistema organizzativo di stabilimento».

Il Piccolo, 09 settembre 2009 
 
CANTIERE  
Carpentieri croati senza stipendio
 
 
Sono rimasti senza lavoro a inizio giugno, dopo aver lavorato oltre due mesi nel cantiere navale per una ditta esterna, l’Euronavimont di Buje, ma a tre mesi di distanza dalla loro protesta e dal coinvolgimento dei rappresentanti sindacali italiani, i 22 carpentieri croati stanno ancora cercando di ottenere quanto loro dovuto. E’ quanto afferma Zeljko Matovina, di Fiume, uno dei lavoratori che all’inizio di giugno hanno deciso di non entrare più nello stabilimento Fincantieri, dove stavano lavorando da oltre due mesi senza aver visto la paga, che in ogni caso sarebbe stata allineata, al contratto croato. In sostanza il salario si sarebbe aggirato sui 500 euro al mese, mentre i costi dell’alloggio avrebbero dovuto essere sostenuti dal datore di lavoro. Come poi non è avvenuto, almeno in parte, visto che poi i lavoratori si sono trovati anche “sfrattati” dagli appartamenti in cui erano stati sistemati, perché l’affitto non era stato pagato. La Fiom-Cgil, che si è fatta carico della vicenda, conferma come la vertenza aperta con l’impresa croata non abbia ancora prodotto alcun risultato. «Il nostro legale sta valutando anche se sia possibile rivalersi nei confronti del consorzio veneto Cvm con cui l’Euronavimont era entrata in cantiere», spiega il segretario provinciale della Fiom, Casotto.

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