Caro Moriredicantiere,
ho inviato a un po’ di amici il link del giornale e ne ho ricevuto, se non una valanga, una slavinetta di risposte. Alcune accese e che non condivido in toto, altre splendide, come quelle di Stefano. Credo che per l’archivio del giornale siano un materiale da conservare e magari da utilizzare on line. Te le copio tali e quali (ho tolto i cognomi, anche se gli autori non avrebbero problemi a farsi pubblicare le generalità). Fammi sapere quando fate la manifestazione, che se posso ovviamente passo a rinforzare… Un caro saluto.

Emilio Rigatti

La bicicletta e` un mezzo ribelle e da `decrescita felice`. Permette ai cittadini di non pagare il bollo dell`auto, l`assicurazione, i parcheggi o i biglietti dei mezzi pubblici o infine le accise sui carburanti e l`indotto delle farmaceutiche che devono poi curare i cancri causati dall`inquinamento o dalla sedentarieta`. Il costo della bicicletta e della manutenzione e` irrisorio.
Andare in bicicletta non aumenta il PIl. Moralmente, chi va in bicicletta e non in automobile, critica silenziosamente, anche senza volerlo, chi sposta qualche tonnellata di acciaio, plastica, gomma e carburante, per spostare le proprie decine di Kilogrammi, spesso solo di poche centinaia di metri. Ecco perche` un mezzo e uno stile di vita cosi` intelligenti e sostenibili vengono boicottati. Ecco perche` stanno cercando di imporre, tra le altre cose, a piu` riprese, la
targa alle biciclette. Perche` la bicicletta e` una dei poci modi di muoversi o viaggiare o usare lo spazio in modo libero.

Federico, Alleppey, Kerala.

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Panta rei e la storia si ripete. Già nella fine dell’Ottocento, cioè ai tempi della sua “nascita”,la bici è stata oggetto di derisione, di leggi, di repressione, con targhe e targhette da applicare e tasse di circolazione da pagare!
Ciò ha causato ribellioni, proteste, esposti da parte dei ciclisti ma… la cosa eccezionale è che nonostante tutto e tutti la bici ha vinto. È ancora qui, con la sua carica rivoluzionaria (?!) anche nel terzo millennio, alla facciaccia degli altri.
E noi continueremo. Resistere, resistere, resistere.
Alberto (uno che non ha la patente e quindi punti da perdere…)

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Ciao emilio,
rispondo alla presente da un internet point nei dintorni di praga che sto raggiungnedo in bicicletta da Linz poi Vienna e l’nica cosa che mi salta in mente
e constatare quanto siamo indietro noi Italici cosiddetti “brava gente”
poveri noi
un abbraccione
max e laura

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Ciao da Bologna
hai ragione sui pregiudizi
noi abbiamo chiesto e ottenuto due portabici alla faccia del parcheggio selvaggio che c’era da sempre nella nostra viuzza mezza chiusa al traffico
chi attacca spesso al nostro palo di fronte alla libreria non fa passare i viandanti con passeggini o sedie a rotelle, ma questo anche perchè le auto non lasciano spazio mancando il marciapiede

un abbraccio su due ruote

Nicoletta della libreria Trame

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Ciao Emilio,

Sono appena rientrato rientrato dai Balcani. Dovevo fare un giro che attraverso le montagne di Albania, Macedonia, Bulgaria e Turchia mi avrebbe dovuto portare fino a Smirne. In fondo alla Bulgaria, però, il mio amico Andrea Ballandi che hai conosciuto, è stato “steso” da un camion riportando varie ammaccature e la semidistruzione della bici.
Dopo due giorni dall’incidente ho dovuto presenziare, in veste di testimone, al processo che si è concluso con la “condanna” del camionista (poco più di 48 hh !!!) e semplicemente sulla base della mia sola testimonianza.

Te lo immagini cosa sarebbe successo se la stessa cosa fosse accaduta nella civilissima Italia di oggi? Quasi certamente il condannato sarebbe stato Andrea, perché non aveva il campanello montato o perchè il catarifrangente era sporco di polvere albanese.

Sono d’accordo con quanto scrivi ma non credo che ormai il momento per la riflessione che proponi possa avere ancora senso.

Le limitazioni all’uso bici (perchè effettivamente è quella la vera motivazione) così come tutti temi affrontati da questo governo (extracomunitari, fecondazione assistita, leggi per i propri orticelli, ecc.) rispondono ad un solo principio di base:

ordine! disciplina! pulizia! (anche etnica)

Concetti di cui mi sembra di avere già letto qualcosa e riferito ad un passato che, a molti, pare lontano se non addirittura inventato (ach! questa solita propaganda della stampa comunista).

A quel passato però non si rispose con riflessioni e discussioni.

In realtà non so cosa sia possibile fare ma, mi ripeto, mi sembra che tempo per discutere porti poco in là, vista la controparte… e poi il lombardo-veneto (ormai unica lingua ufficialmente considerata in campo politico-amministrativo) in Italia lo parlano in pochi.

Di sicuro frequenterò con maggior assiduità i pomeriggi di Critical Mass, in giro per Bologna bloccando il traffico e tutte le volte che troverò auto su ciclabili il corno del mio manubrio colliderà, accidentalmente s’intende, contro specchietto o carrozzeria.
Lo so, sono soddisfazioni del cazzo (una sorta di lotta tra polli manzoniani) , ma veramente non vedo possibili vie d’uscita.

ciao e, spero, a presto

marco

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Ciao a tutti,
inoltro questa, arrivata giorni fa da Emilio Rigatti.
Che dire? Se non leghi la bicicletta te la fregano i ladri.
Se la leghi a un palo te la rimuovono perché costituisce un problema di decoro.
Ognuno pensi ciò che vuole, io l’ho già pensato ma non lo dico se no poi legano me.
a presto
Stefano

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Ciao Emilio,
hai presente quei pomeriggi estivi dall’afa insopportabile, in cui suoni, rumori e pensieri si fanno ovattati e grevi, e l’orizzonte non ha colori, nascosto da un muro di umidità?
Mentre il cielo si fa scuro, tuoni leggeri e lontani brontolano, noi aspettiamo per ore un rovescio d’acqua che non arriva, e rimaniamo così fino a sera, soli nel nostro sudore.
La perenne tensione che percepisco da trent’anni in Italia è simile a una roba così. Non vuole piovere. E temo ancora per parecchio tempo.

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Ma per esser più leggero e non incupire troppo gli amici cambio (apparentemente) discorso.

Un pomeriggio d’agosto ho fatto una passeggiata nel centro di Imola.
Civilissima città, con la fama di essere stata la più anarchica d’Italia dopo Carrara, e con un tasso elevatissimo di gente che si muove in bicicletta (“bicicletta” non “bici”, bici mentre lo dici è già andata via, è roba per cittadini, bicicletta invece sta ancora passando, mentre sapientemente si gode la vita con qualche bagaglio sul portapacchi). Pomeriggio d’agosto sì, ma ciclisti a fiotti, “ciclisti quotidiani” come piace a noi. E biciclette ovunque. Nelle strade e nelle piazze. Sul cavalletto, appoggiate al muro, a una colonna, nelle rastrelliere, attaccate a un palo, a un albero, a una grondaia. Legate. E anche slegate.
Ho tre mete (per ora) a Imola.
Bacchilega, sotto il voltone dell’Orologio che sovrasta la vecchia via Emilia, un caffè storico nel vero senso della parola, arredato di vecchio legno e vecchio ottone, dove si trova una brioche fra le migliori che io abbia mai mangiato, ma dove mi manca ancora un caffè preso a tavolino, che presto avrò.
E Parlaminté (Il Parlamentino) un vecchissimo ristorante dove i politici locali, come Andrea Costa, indugiavano nelle discussioni. Lì si mischiano cucina di terra e marinara con leggerezza sapiente. Leggerezza “digestiva” ma anche ambientale, una leggerezza che respiri nell’aria, e ti fa ricordare che a Imola senti già l’odor di salmastro della Romagna. E la fresca parlata carica di accenti gravi e acuti che si rincorrono, come il su e giù di quelle ondulazioni collinari che sfumano più in là, a est, nell’orizzonte del mare.
La terza meta è naturalmente Cremonini, storico negozio di biciclette nonché anticamente (ai tempi d’oro) concessionario Moto Guzzi. Il proprietario è un sessantenne che destina ai clienti mezzore intere parlando di argomenti ciclistici ed elargendo consigli tecnici, senza essere sgarbato se non cerchi niente da comprare, come invece fanno ormai tutti gli altri. E così giustamente su metà delle biciclette che vedi circolare a Imola c’è scritto “Cremonini”. Quel pomeriggio mi sono fatto l’occhio davanti alla vetrina chiusa, ammirando una grande distesa di diversi modelli di selle in cuoio Brooks, quasi tutte con le molle.

Ebbene, passeggiando tranquillo in questo piccolo paradiso di posto, non ho potuto non pensare, per contrasto, alle idiozie che sappiamo, alla bicicletta che rovina il decoro, al nonsenso giuridico dei punti patente tolti ai conducenti di veicoli per guidare i quali non occorre alcuna patente, e anche ai lineamenti dei nostri governanti, unitamente alle teorie lombrosiane.
E così ho visualizzato una scenetta:

Lui (uno a caso) pensando ai recenti accadimenti, entra in una ferramenta agitato, scuro in volto e con l’occhio livido e, indicando una cosa attaccata al muro alle spalle della commessa, grida:
– VOGLIO QUELLA SCURE, QUELLA GROSSA, LA PIÙ GROSSA CHE C’È!!!
– Le dò una zportina? – cinguetta la commessa.
– No, no, non prendo più niente, mi scusi – farfuglia lui uscendo stordito, con lo sguardo basso e confuso.

(La commessa avrebbe potuto anche rispondere: “Fa la raccolta punti?” che il risultato non sarebbe cambiato).

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Siamo al dunque.
Il lavaggio dei cervelli è eseguito, la situazione d’allarme continua a non esser colta, ci troviamo nell’incredibile caso in cui un popolo immerso in una determinata situazione continua a non fare ciò che avrebbe fatto in altri momenti della sua stessa storia, in analoga situazione. E non fa ciò che altri popoli, nella stessa presente e determinata situazione, farebbero subito: liberarsi. Qui non vuole piovere.

Perciò, in tutta sincerità, in questo bell’orizzonte mi è sembrato sulle prime che l’idea dei negozianti “amici della bicicletta e della città civile” fosse un’idea così… troppo di minima.
Che il problema è Più Sotto è Più Grosso è Più Urgente.

Invece, chissà, in una situazione generale così ottusa, bisogna ripartire proprio dai programmi di minima. Quella che negli U.S. chiamano “evangelization” e che noi che siamo più primari, da buoni figli del neorealismo potremmo chiamare “alfabetizzazione”. Siamo alla cosiddetta “presa d’atto” della realtà. Negata fino all’ultimo, non riconosciuta, ma realtà. E tocca comportarci di conseguenza.
“I tuoi diritti” for dummies.

Caro Emilio, ho letto la risposta di Alberto Fiorin, anche dove dice che “la cosa eccezionale è che nonostante tutto e tutti la bici ha vinto. È ancora qui, con la sua carica rivoluzionaria (?!) anche nel terzo millennio, alla facciaccia degli altri”. Sinceramente mi sembra un po’ un discorso da trainer sportivo più che la foto della situazione reale. Quelle frasi che bisogna dire prima del match per caricare la squadra. In verità, altro che “vincitori”, a pedalare siamo sempre tre sfigati su cento, quattro se va bene, ma forse anche queste frasi vanno dette in fase di “evangelization”, chissà.

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Invio queste righe anche a Marco Alvisi che saluto nuovamente, dopo il botta e risposta avuto con lui sull’ormai nota e-mail rigattiana.
Scusate davvero questo mio tardare a rispondere, io ero qui e non nei Balcani, ma con poca voglia di accendere e usare questo schermo.
È l’estate, bellezze.

ciao
Stefano

Credo anche io che la scarsa lungimiranza politica di chi ci rappresenta sia un’ulteriore conferma che nella maggior parte dei casi noi siamo migliori di chi ci governa e ci dovrebbe rappresentare. La soluzione di multare noi ciclisti è solo un’altra, l’ennesima, delle trovate tirate fuori dal cilindro delle assurdità per far soldi e non certo addivenire al problema degli incidenti sulla e della strada. Ho appena letto del tragico investimento di giovani passanti, solo l’ultimo di una sequela infinita, avvenuto a Roma, in pieno centro, da parte di un automobilista ubriaco che ha falciato l’esistenza di due persone. Gli idioti, e confermo le tesi dello stesso Rigatti, ci sono tra gli automobilisti e tra i ciclisti. Personalmente, e come tanti, sono entrambe le cose. Ma questa è una polemica sterile, una guerra tra poveri appunto. Se ci fossero più piste ciclabili sarebbero inferiori anche i “punti” di contatto tra due e quattro ruote. Ed invece, anzichè investire in forme e sistemi di trasporto più compatibili con le esigenze sempre crescenti e sempre più oppressive delle grandi e piccole città, si continua a privilegiare una mentalità che assurdamente spinge per criminalizzare ciò che arreca meno danno. Del resto stiamo assistendo al tentativo, dietro spinte di interessi economici inimmaginabili, di ripristino del nucleare in anni in cui altrove si studia e si investe in forme di energia più conciliabili con la salute umana e più rispettose dell’ambiente. Ma ancor più credo che la scarsa propensione politica per un comune benessere attuale e futuro sia la poca, pochissima attenzione rivolta alla sensibilizzazione dei bambini e delle nuove generazioni. Noi siamo nati e cresciuti con questo mito dell’automobile come simbolo di modernità ma i figli di questa epoca, ancor più che in passato, vedono nell’auto, basandosi sui nostri comportamenti, l’unico mezzo di trasporto che sia assolutamente rispondente alle nostre continue ed “impellenti” esigenze di tempo.
Lavoro nella zona Sud di Udine e vivo invece nella parte a Nordest della città. Il tragitto casa-lavoro è di 9,5 km. Nonostante orari un pò sui-generis cerco il più possibile di compiere questo tratto in bicicletta, quotidianamente. Nel palazzo in cui vivo vengo additato simpaticamente ma “emblematicamente” come una sorta di “marziano”. Ma, come scrive il nostro Rigatti in uno dei sui libri, io invece, col tempo, mi sento un privilegiato. Uno che sa avere la meglio sul tempo e sul subdolo richiamo dell’auto. Non sono e non mi sento affatto un marziano. Forse lo sono quelli che per andare a comprare il giornale ad un chilometro, di domenica mattina e col sole splendido di luglio non può e non sa farlo senza accendere l’auto. Ma questo non mi impedisce di condannare quei ciclisti che sulle due ruote credono di godere di una sorta di “immunità” d’infrazione e di educazione. Il rispetto reciproco tra automobilisti e ciclisti deve essere una priorità, un primo, sotanziale passo. Ma che la bicicletta venga equiparata ad un’auto in fatto di sanzioni è davvero l’ultima assurdità che ci è stata “gratuitamente donata”.
 
Ti dico… da amica della bicicletta che quando ha posato le ruote su suolo Olandese voleva chiedere asilo politico… Certi atteggiamenti dei ciclisti mi fanno infuriare, a volte. Soprattutto se si pensa che, in caso d’ incidente, l’ automobilista ha sempre una presunzione di colpa un po’ maggiore. Certo questo fatto non lo inquadro in una stupida guerra due/quattro ruote, bensì nel generale clima di spregio delle regole e del rispetto del prossimo che ormai vige in questo Paese.
La verità è che manca la mentalità, sia dall’ alto che dal basso. Lo dice pure Emilio nei suoi libri (bella la metafora quando dice “paghiamo una tassa per l’ uso del nostro corpo”). Le persone sono impigrite, voglion tutte il parcheggio libero davanti al bancomat. La nostra classe digerente non ha una minima visione del lungo periodo. Esempio? Negli anni 90, qui a Nordest, s’ è costruito molto. Son sorti interi quartieri dove c’ erano solo pannocchie, tutta gente giovane, con figli. Vi pare che a qualcuno sia venuto in mente di collegare via ciclistica questi quartieri, pieni di minori senza patente, col centro dove ci sono le scuole, la stazione ecc…? Ma manco per idea. La strada è stretta come ai tempi che ci passavano due trattori al giorno, mandare in giro i figli in bicicletta dà qualche timore… e il tutto si risolve in un megaingorgo quotidiano. E potrei farvi molti esempi. Così, per nascondere il loro fallimento passato e presente, i nostri “eletti” non trovano di meglio che sviare il tutto in una “guerra tra poveri”, due ruote contro quattro. E il popolino puntualmente ci casca…
Scusate il pessimismo… a volte spero di aver torto ma mi guardo in giro… e ci vedo pure bene…