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DUE ESPULSIONI ILLEGALI E ARBITRARIE
13 IMPUTATI X 36 CAPI DI IMPUTAZIONE

Agosto del 2003. È in essere la sanatoria Bossi-Fini, la più grande che il nostro paese ricordi in tema di immigrazione. Dopo quella i migranti irregolari hanno dovuto attendere che Berlusconi tornasse nuovamente al potere per poter tentare di sanare la propria posizione in italia.
Mercoledi 13 di quell’Agosto, noi, i referenti dello sportello invisibili di Monfalcone seguiamo con attenzione le ultime convocazioni presso la Prefettura di Gorizia che formalizzano l´avvenuta regolarizzazione di alcuni lavoratori migranti.

Quella mattina accompagniamo due ragazzi bengalesi, assieme al rappresentante della allora neonata associazione dei bengalesi di monfalcone; nell´atrio della prefettura attende anche il loro datore di lavoro, colui che materialmente ha inoltrato la domanda di sanatoria.

Il funzionario della Questura che segue i colloqui rimane sorpreso della nostra presenza, forse anche un po´ indispettito. Intanto, un connazionale dei due bengalesi che si offre come interprete non viene fatto entrare. Nell’aria c’è qualcosa di strano.. qualcosa non va. Due volanti arrivano nel giardino della prefettura, i poliziotti scendono e si accendono una sigaretta, aspettano. Qualcosa non va, la sensazione è tangibile, sulla pelle.

Dopo pochi minuti esce dalla stanza chiusa il datore di lavoro, ha una faccia strana, si lamenta con noi, dice “…ma se finiva così perché mi hanno convocato…” è arrabbiato e se ne va. I due ragazzi, invece, non escono.
Altri lunghi minuti passano, esce il funzionario della Questura a cui chiediamo spiegazioni. Lui ci tiene ad informarci di non essere tenuto a dirci nulla. Dietro la nostra insistenza gli scappa una frase: “…c´è un espulsione, non possono essere sanati…”. Grazie di dircelo ora, rispondiamo noi: possiamo fargli firmare una nomina ad un legale, facciamo ricorso, dategli i 5 giorni di tempo.”Non posso”, risponde il funzionario, “li hanno già portati in caserma.. gli prenderanno le
impronte, formalizzano la cosa e li spediscono….”.

I nostri sguardi parlano chiaro: siamo incazzati, incazzati oltre ogni limite. A parte questo, non sappiamo bene cosa fare.

Per prima cosa ci attacchiamo al telefono, chiamiamo avvocati, chiamiamo dei politici, consiglieri comunali, consiglieri Regionali, cerchiamo di bloccare qualcosa che ha tutta l´aria di un trabocchetto messo in piedi per compiere un ingiustizia, espellere due lavoratori che non hanno fatto nessun reato: erano semplicemente “clandestini”.

Arriviamo davanti alla caserma Massarelli a ridosso del confine con la Slovenia, dove i due sono detenuti. Chiediamo di incontrarli per spiegare loro cosa sta succedendo e fargli firmare una nomina. Il personale di polizia ci ignora: non sono tenuti a farceli vedere.
All 10 del mattino del 13 agosto 2003 comincia fare caldo.
Troviamo un legale disponibile a fare ricorso, ma senza la nomina è impossibile.

Intanto sul piazzale della casa rossa arrivano i politici, arrivano diverse macchine di bengalesi, parenti e amici dei due, arriva il responsabile dell´Alef CGIL che cerca di far ragionare i funzionari di Polizia.
Infine arriva la DIGOS.

Il dirigente della DIGOS fa da mediatore, il piazzale della caserma inizia a riempirsi, per calmare gli animi si organizza un incontro dentro la caserma: non possiamo incontrare i due lavoratori, ma ci assicurano che contatteranno il dirigente competente. La carica più alta presente in quel giorno a Gorizia è il vicario del Prefetto Squarcina, cioè colui che ha firmato il nuovo decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera. Provvedimento che in seguito verrà dichiarato incostituzionale dalla Corte competente.

Viene contattato il vicario, oggi prefetto a Trento: non vuole tornare sui suoi passi. L’auto ed il personale sono già pronti: i due devono essere portati via, non si sa dove, se in aeroporto o in un CPT: non sappiamo nulla.

Intanto il piazzale della caserma si è riempito, molti sono concittadini dei due bengalesi, parenti e amici, ci sono i politici, ci sono i movimenti antirazzisti, è passato mezzogiorno comincia a fare davvero molto caldo.

Il personale di polizia. comincia ad innervosirsi, vogliono concludere, vogliono togliersi questo impiccio, devono far uscire i due dalla caserma.

Ma davanti all´unico ingresso della caserma ci sono almeno 100 persone, la DIGOS continua la mediazione, la tensione è alta, si continua a trattare.

Le auto di servizio escono ed entrano dalla caserma: ogni volta le auto vengono bloccate dalla folla, controllate. I due non ci sono, la folla si sposta, li fa passare.

Il clima è sempre più teso, il vicario Squarcina è stato contattato dai legali, dai politici da chiunque, si tenta di farlo ragionare, di spiegargli che sta avvenendo una palese ingiustizia, che tutto questo è arbitrario, illegale. Squarcina spegne il telefono, se ne frega: è il 13 di agosto, fa caldo e non ha voglia di discutere.

Davanti alla caserma ci sono slogan, rabbia, qualcuno si sdraia per terra per non far passare le auto, viene sollevato e strattonato, si sfiora lo scontro.

Intorno alle 16.30 torniamo alla carica, componiamo una delegazione e richiediamo al dirigente DIGOS di poter incontrare i due e fargli firmare la nomina: il funzionario ci guarda e dice”… ormai è impossibile i due sono già in viaggio…”. Impossibile, rispondiamo: in nessuna macchina di servizio abbiamo visto uscire i due bengalesi. Per
forza, aggiunge lui: erano sul furgone.

In effetti è passato un furgone bianco, chiuso, senza finestre o prese d´aria. Rimaniamo allibiti, appena la notizia si diffonde la rabbia e la frustrazione si materializzano nei gesti; esce il personale in assetto antisommossa, ci sono diversi contatti tra loro e le persone radunate la fuori. La rabbia è così forte che il reparto celere è costretto a rientrare nella caserma: la situazione è caotica, si urla, si inveisce contro chi è responsabile di questa porcheria, i parenti e gli amici piangono, i politici si indignano.

Ci spostiamo verso la Prefettura e manifestiamo: sono le 18, siamo rimasti tutto il giorno a Gorizia, facendo la spola tra Prefettura, Questura e caserma Massarelli e non siamo riusciti a fermare questa ingiustizia, non sappiamo nemmeno dove siano i due ragazzi, non sappiamo come stanno e non sapremo mai quale destino li attende. La
rabbia è molta, moltissima.

Il giorno dopo i giornali non parlano d´altro, fin da subito si capisce che la strategia della Prefettura è quella di non entrare nel merito di quanto accaduto e sottolineare invece che è stata assaltata una caserma, minacciato, offeso e ferito personale di polizia che stava facendo solo il proprio dovere. La stampa non accenna minimamente ai fatti concreti: chi, come, dove e perché non sono importanti.

Dopo sei anni di udienze, 13 imputati per 36 capi di accusa, decine di testimonianze degli agenti, molto contraddittorie e fuorvianti, il giorno 27 ottobre 2009 viene pronunciata la sentenza di primo grado.
Tante sono le assoluzioni, la maggior parte dei capi di imputazioni cadono, più della metà degli imputati viene completamente prosciolto, ma altri vengono condannati a 9, 8, 5, 4 e 3 mesi di reclusione più pene pecuniarie per la parte civile. Fondamentalmente le condanne sono per il reato di resistenza, ma questo verrà appurato a sentenza depositata.
A sei anni dai fatti si discuterà e molto verrà ancora detto e scritto, sta di fatto che oggi a distanza di molto tempo rimangono vive le sensazioni, la rabbia e l´indignazione che quel 13 di agosto portò più di cento persone a manifestare per bloccare delle espulsioni insensate, arbitrarie e incostituzionali, un atto di arroganza da  parte del potere che Governa questo territorio.

Un atto di arroganza che pochi anni dopo si istituzionalizza, prende forma e concretezza con la creazione, fortemente voluta dai diversi governi nazionali che si sono susseguiti come anche dei poteri locali, del più grande centro di detenzione presente nel nord italia, la macelleria Gradiscana, che poche settimane fa è risalita alla cronaca nazionale per le violenze perpetrate sui trattenuti.

La sentenza sui fatti della Massarelli, ci ricorda, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che la legge e la giustizia non sono la stessa cosa, e anzi viaggiano sempre di più su due binari opposti e contrari. Chi continua imperterrito a destra come a sinistra a ripetere il mantra sulla legalità sa benissimo che, in questo tempo di crisi e di
accelerazione delle dinamiche autoritarie e razziste, il CIE di Gradisca come anche le nostre città stanno ribollendo di rabbia e frustrazione esattamente come quel 13 agosto del 2003.

Sappiano questi signori che detengono il potere e che ci giudicano, che c´è una parte di questa società che non si arrende all´autoritarismo, al razzismo di stato e all´ingiustizia e che continua a credere fortemente ad altri valori, come la solidarietà, l´antirazzismo, la dignità di ogni essere umano, la libertà e la giustizia. E credere in questo significa innanzitutto praticarlo, farlo vivere ogni giorno.

Significa credere nella Resistenza, fortemente, ferocemente: non come feticcio storico ma come dato da attualizzare oggi e qui, esattamente come fanno i reclusi nel CIE di Gradisca o come hanno fatto quelle cento persone davanti alla Massarelli. Resistere, resistere, resistere.. e a chi, se non per primi ai Pubblici Ufficiali che rendono operativi gli orrori di cui abbiamo parlato?

Associazione Razzismo Stop – Venezia Giulia

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Il Piccolo, 28 ottobre 2009
 
Amianto: prescrizione, Lippi assolto 
Il processo ieri in Corte d’appello. L’Aea: «Tempi troppo lunghi per i processi»

di FRANCO FEMIA

La prescrizione incombe sui processi per l’esposizione all’amianto. Una prima risposta si è avuta dalla sentenza emessa ieri dalla Corte di appello di Trieste riguardante il primo processo conclusosi al Tribunale di Gorizia che nell’aprile dello scorso anno aveva condannato l’ex direttore dello stabilimento dell’Italcantieri Manlio Lippi, di 86 anni, a un anno di reclusione per omicidio colposo e al risarcimento di 100mila euro alla parte lesa . Ieri i giudici d’appello hanno riconosciuto a Lippi le attenuanti generiche e lo hanno assolto per intervenuta prescrizione.
Su questa sentenza dei giudici di secondo grado la presidente dell’Associazione esposti all’amianto di Monfalcone, Chiara Paternoster, ha sostenuto di essere rammaricata. «Ciò significa – ha detto – che è passato molto tempo, troppo tempo dai fatti. Comunque nello stesso tempo la prescrizione non annulla il reato».
Lippi, assistito dall’avvocato Corrado Pagano, era comparso dinanzi al tribunale per rispondere della morte di Annamaria Greco, dipendente della Sprea, la ditta che si occupava delle pulizie nel cantiere.
La donna, spirata a 52 anni nel 1998 per mesotelioma alla pleura, aveva lavorato in cantiere nei primissimi anni Settanta, prestando servizio sulle navi in fase di costruzione, in ambienti nei quali – come riportava l’accusa – la concentrazione di fibre d’amianto era di dieci volte superiore al quantitativo minimo per il quale è possibile contrarre l’asbestosi.
Al Tribunale di Gorizia sono in corso altri processi per amianto che vedono coinvolti gli ex dirigenti e amministratori della Fincantieri sempre relativo alla morte di decine e decine di dipendenti dei cantieri.
Oltre a quella che si riferiva al caso Greco, il tribunale goriziano ha emesso anche un’altra condanna a un anno di reclusione sempre nei confronti di Lippi emessa nel febbraio di quest’anno per la morte di Antonio Valent, che faceva il tubista all’Italcantieri.
 
Messaggero Veneto, 28 ottobre 2009

Amianto, la prescrizione cancella la condanna di 1º grado

MONFALCONE. Assolto per intervenuta prescrizione del reato. È questa la sentenza emessa ieri dalla Corte d’appello di Trieste al termine dell’udienza del processo d’appello per la morte di Annamaria Greco, la dipendente della Sprea, ditta alla quale erano affidati i lavori di pulizia all’interno del cantiere navalmeccanico di Panzano, morta nel 1998 a 52 anni per un mesotelioma pleurico.
Per la morte di Annamaria Greco, il cui decesso fu provocato dall’esposizione all’amianto, nell’aprile del 2008 era stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo con sentenza di primo grado l’allora direttore dello stabilimento navale monfalconese, Manlio Lippi, che venne condannato a un anno di reclusione con la condizionale oltre al pagamento di 100 mila euro quale provvisionale immediatamente esecutiva a titolo di risarcimento nei confronti dei familiari della vittima, nonché al pagamento delle spese processuali e quella di costituzione di parte civile.
Quella relativa alla morte di Annamaria Greco era stata la prima condanna emessa dal tribunale di Gorizia rispetto ai centinaia e centinaia di procedimenti aperti nei confronti dei dirigenti dello stabilimento navalmeccanico del rione monfalconese di Panzano (al tempo dell’esposizione, stabilimento della Italcantieri), accusati di omicidio colposo per avere omesso con negligenza e incuria di avvisare i lavoratori si quelle che sarebbero state le conseguenze dell’esposizione all’amianto.
L’imputato aveva però opposto appello alla sentenza e ieri a Trieste si è svolta l’udienza che ha riconosciuto a Lippi le attenuanti generiche e lo ha assolto, ma per intervenuta prescrizione del reato.
«Ci rammarichiamo perché significa che se interviene l’assoluzione per prescrizione significa che è passato tanto, troppo tempo – afferma Chiara Paternoster a nome dell’Associazione esposti amianto di Monfalcone –. D’altra parte, però, possiamo dirci anche soddisfatti, per quanto questo termine sia fuori luogo in caso di morte, perché l’assoluzione è arrivata per prescrizione e quindi ha riconosciuto il reato».
Annamaria Greco, come anticipato, era una dipendente della Sprea, impresa specializzata nelle pulizie nello stabilimento cittadino di Fincantieri, dove la donna aveva lavorato sin dagli anni Settanta.
Prestava servizio sulle navi che erano in fase di costruzione. Un ambiente lavorativo, pertanto, ad alto tasso di esposizione da amianto che, all’epoca, registrava una concentrazione di fibre d’amianto fino a dieci volte superiore al quantitativo minimo per contrarre la fatale asbestosi.
Cristina Visintini

Il Piccolo, 30 ottobre 2009 
 
DURA REAZIONE DEL MEDICO ALLA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO  
Amianto, Bianchi: «Prescrizione scandalosa»  
Impunita la morte di Annamaria Greco a 52 anni. «Se la giustizia ha sbagliato, allora paghi»
 
 
di ELISA COLONI

«È una presa in giro, uno scandalo. Sono indignato». Usa parole forti il professor Claudio Bianchi, ex primario anatomopatologo all’ospedale di San Polo, tra i primi a denunciare, negli anni Ottanta, i pericoli e le possibili conseguenze devastanti dell’esposizione all’amianto. Bianchi reagisce così alla sentenza della Corte di appello di Trieste, che ha assolto per intervenuta prescrizione Manlio Lippi, 86 anni, ex direttore dell’Italcantieri, condannato per omicidio colposo lo scorso anno dal Tribunale di Gorizia a un anno di reclusione e al risarcimento di 100mila euro alla parte lesa.
In pratica, il primo processo per amianto arrivato a conclusione con una condanna certa, è stato archiviato a causa delle lungaggini della nostra giustizia. Un paradosso: la vittima è stata colpita due volte, in cantiere e in aula.
Un fatto che fa letteralmente rabbrividire chi, come il professor Bianchi, ha dedicato buona parte della propria vita ad affrontare questo problema.
«Quello che è successo è un’assurdità, un evento allucinante, che mi lascia allibito, arrabbiato e indignato. La magistratura ha sbagliato? Allora paghi. Non è nemmeno concepibile che chi viene giudicato colpevole e condannato per la morte di una persona alla fine non paghi come previsto. Se non è il diretto responsabile a espiare la condanna, a causa di un errore o di un malfunzionamento della magistratura, che siano gli stessi giudici a pagare. Non è possibile che questo dramma finisca nel nulla».
La vittima in questione è Annamaria Greco, dipendente della Sprea, la ditta che si occupava delle pulizie nel cantiere. La donna, deceduta a 52 anni nel 1998 per mesotelioma alla pleura, aveva lavorato in cantiere nei primi anni Settanta, prestando servizio sulle navi in costruzione, in ambienti in cui le fibre d’amianto erano di dieci volte superiori al quantitativo minimo per cui è possibile contrarre l’asbestosi.
«Ma perché nessuno muove un dito? – chiede il professor Claudio Bianchi -. Perché il sindaco Pizzolitto e il presidente della Provincia Gherghetta non fanno qualcosa? Perché tutti accettano in silenzio senza fare niente? È solo l’Associazione degli esposti all’amianto a lottare, mentre tutti gli altri restano nell’indifferenza totale».
 

DUE RELAZIONI 
 
Il caso Monfalcone fa testo a Taormina 
 
Due relazioni sullo studio dei tumori di amianto della Lega tumori di Monfalcone sono state presentate a Taormina, dove si è svolta la Conferenza mondiale sull’amianto promossa dall’Ispesl. Una relazione era dedicata ai mesoteliomi pleurici diagnosticati in personale della Marina militare. Lo studio è stato condotto su casi osservati nell’area di Trieste-Monfalcone, in Liguria e a Livorno. Presso l’ospedale di Monfalcone studi sulla patologia asbesto-correlata nei marittimi sono iniziati trent’anni fa. Un’altra relazione è stata invece dedicata alle caratteristiche spaziali e temporali del mesotelioma maligno. In quest’ultima è stato rimarcato il fatto che i tempi di latenza intercorrenti tra inizio dell’esposizione all’amianto e manifestazione del tumore sono più lunghi (oltre 40 anni) di quanto correntemente riportato.
Il convegno ha visto la partecipazione di ricercatori, tecnici, legali, esponenti di associazioni, enti assicurativi, dei patronati. Nutrita la rappresentanza di Paesi stranieri, tra i quali ricercatori dell’Epa, l’ente Usa deputato alla protezione dell’ambiente.

Il Piccolo, 28 ottobre 2009 
  
L’IMPIANTO INIZIALMENTE OSTEGGIATO DAL RIONE ANDRÀ NEL CENTRO COMMERCIALE  
Aris perde l’antenna, se la prende l’Emisfero  
I residenti: «Almeno prima incassavamo l’affitto. Adesso solo le radiazioni»
 
 
Si riapre il caso dell’antenna del rione Aris San Polo, posizionata provvisoriamente più di tre anni fa nel quartiere, in attesa che venisse decisa la sua collocazione definitiva. Collocazione che adesso pare essere stata trovata: nel cortile interno dell’Emisfero. Che, quindi, si intascherà l’affitto da parte dell’operatore, lasciando il Comune senza i fondi, ma alle prese con le onde elettromagnetiche (che comunque, in tutto il territorio comunale, non sono mai state registrate come pericolose).
La vicenda nasce dalla decisione del Comune di dare il via a diversi nuovi insediamenti di antenne per videotelefonini e telefonini in città, ancora più di tre anni fa. Tutto in regola e nell’assoluto rispetto delle leggi, tanto più che il Comune si impegna a destinare i proventi della Tosap, la tassa per l’occupazione di suolo pubblico, al controllo delle emissioni elettromagnetiche. L’arrivo dell’antenna però aveva scatenato le ire degli abitanti del rione: vedendola a poca distanza dalle loro case immediatamente si era scatenata la protesta, con tanto di Comitato spontaneo contro l’impianto. Il risultato era stata la decisione di spostare l’antenna dal luogo in cui era stata posizionata a una nuova collocazione, stavolta non più temporanea ma stabile. Solo che nessuna area pubblica, causa anche il rifiuto degli abitanti, si era resa disponibile. Mentre invece si sono fatti avanti i privati, che hanno dato il loro assenso all’utilizzo del suolo.
Risultato? L’antenna si sposterà di poche centinaia di metri, e il Comune non incasserà più un euro di quello che destinava all’acquisto di nuove centraline e al loro utilizzo. «Quando l’antenna venne posizionata nel rione ci furono reazioni immediate, da parte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste – spiega il presidente del Comitato, Onelio Paoletti – .Poi, come spesso succede, tutto è caduto nel dimenticatoio, tanto che ci si è scordati che la concessione stava scadendo, e adesso è tardi per intervenire. A volte l’onda emotiva ha il sopravvento sul resto, nessuno infatti ha pensato che le onde elettromagnetiche hanno effetto non nelle vicinanze dell’impianto, ma in un raggio ”a ombrello”». Quindi, sulle case che non hanno voluto l’impianto accanto a loro.
Da parte dell’amministrazione si conferma che la vicenda è andata proprio così. «Siamo dispiaciuti di non poter più almeno incassare quanto avrebbe potuto rendere la città più sicura dal punto di vista del controllo – spiega l’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo, che all’epoca si era occupato della vicenda – ma sono stati proprio i cittadini del rione a chiedere lo spostamento dell’antenna: si è fatto avanti un privato e l’operatore ha accettato. Adesso sarà solo questione di tempo». Lo stesso Schiavo comunque avverte che quest’antenna, come le altre, è tenuta rigidamente sotto controllo rispetto alle emissioni. Elena Orsi

Il Piccolo, 28 ottobre 2009 
 
DOPO TRE ANNI DI UDIENZE CONCLUSO IL PROCESSO PER FATTI ACCADUTI NEL 2006  
Assalto alla Massarelli, cinque condanne  
La pena più alta di 9 mesi inflitta al no global Olivieri. Sei le assoluzioni decise dal giudice
 
 
di FRANCO FEMIA

Cinque condanne per complessivi due anni e mezzo di reclusione e sei assoluzioni per l’assalto alla caserma ”Massarelli” da parte dei no global : è questa la sentenza emessa dal giudice monocratico Emanuela Bigattin al termine di due ore di camera di consiglio.
La pena più alta è stata inflitta al no global triestino Andrea Olivieri, che si è visto comminare 9 mesi di reclusione con i benefici, una multa oltre al risarcimento di 900 euro alle parti civili rappresentate dai 5 agenti di polizia feriti negli scontri. Dovrà anche pagare le spese di costituzione di parte civile quantificate dal giudice in 2 mila euro.
Il ronchese Stefano Micheluz è stato condannato a 8 mesi, Massimo Cristian di Fiumicello a 5 mesi e al risarcimento di 300 euro alla parte civile, la goriziana Ambra Bobiz a 4 mesi e mezzo e Carlo Visintin a 3 mesi. Tutti hanno potuto beneficiare dei benifici, mentre a Visintin il giudice ha dichiarato la pena estinta per indulto.
Sono stati assolti con varie formule l’ex consigliere regionale dei Verdi Alessandro Metz, il triestino Marco Zorzenon, il leader della comunità bengalese di Monfalcone Hoassin Mukter. Francesco Foschian, Francesco Francioso e Mauro Bussai.
Il giudice ha accolto sostanzialmente le richieste della pubblico ministero Mary Mete, sebbene quest’ultima avesse chiesto la condanna anche di Zorzenon, che invece è stato assolto. I difensori degli 11 imputati avevano tutti chiesto l’assoluzione e solo, in subordine, il minino della pena.
Finisce così, dopo una serie di rinvii e di udienze un processo iniziato tre anni. I fatti, rievocati in tribunale, risalgono all’11 agosto di sei anni fa. In seguito all’espulsione, decretata dal questore, di due giovani bengalesi da tempo residenti a Monfalcone dove lavoravano alla Fincantieri, una quarantina di loro connazionali, provenienti da tutta la provincia e guidati da Hossain Mukter, leader della comunità bengalese. diede vita a una manifestazione davanti alla caserma ”Massarelli”, sede anche degli uffici amministrativi e della Squadra volante della polizia.
La manifestazione degenerò con l’arrivo dei giovani esponenti dello Sportello degli invisibili che giunsero dinanzi alla Massarelli proveniendo da Trieste, Monfalcone e da altri centri dell’Isontino e della Bassa friulana. L’assedio durò diverse ore. Ci fu una sassaiola, i vetri di tre finestre andarono in frantumi e ci fu anche un lancio di uova. Vennero tra l’altro danneggiati il portone della caserma e tre giovani si distesero a terra nel tentativo di impedire a una Volante di uscire.
Si arrivò addirittura allo scontro fisico con i poliziotti. Cinque di essi rimasero contusi e, dopo essersi fatti medicare all’ospedale, si costituirono in giudizio.

Messaggero Veneto, 28 ottobre 2009 
 
Assalto alla caserma, 5 condanne  
Pene varianti dai 3 ai 9 mesi per l’assalto alla “Massarelli” del 2003 
IL PROCESSO 
Degli undici imputati accusati di lesioni, minacce, resistenza e danneggiamento, sei sono stati assolti dal giudice monocratico
 
 
Cinque condanne a pene varianti dai 9 ai 3 mesi di reclusione e 6 assoluzioni: questa la sentenza (cinque pagine di dispositivo) con cui, ieri, il giudice monocratico Emanuela Bigattin ha posto fine al processo per l’“assalto” alla Caserma Massarelli dell’11 agosto 2003. Degli undici imputati accusati, a vario titolo, di lesioni, minacce, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e manifestazione non autorizzata, cinque, dunque, quelli ritenuti responsabili degli incidenti accaduti sei anni fa alla Casa rossa.
Si tratta di Andrea Olivieri, esponente del Movimento no-global triestino cui il giudice ha inflitto 9 mesi di reclusione, Stefano Micheluz di Ronchi dei Legionari 8 mesi, Cristian Massimo di Fiumicello 5 mesi e 65 euro di ammenda, Ambra Bobiz, goriziana, 4 mesi e mezzo e Carlo Visintin 3 mesi, pena condonata, mentre per tutti gli altri sospensione condizionale e non menzione. Cristian Massimo e Andrea Olivieri sono stati, altresì, condannati a risarcire i danni ad alcuni poliziotti rimasti feriti nei tafferugli e costituitisi parte civile con l’avvocato Daniele Compagnone. Il primo dovrà pagare in tutto, tra risarcimento e spese, 2900 euro; l’altro 2.300 euro.
Sono stati, invece, assolti con formule varie, l’ex consigliere regionale Verde Alessandro Metz, il leader della Comunità bengalese in Italia Mohammad Hossain Mukter, Marco Zorzenon, Francesco Francioso, Francesco Foschian e Mauro Bussai.
Il pubblico ministero, Mery Mete, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto sei condanne e cinque assoluzioni. Per il proscioglimento si erano battuti i difensori, avvocati Calligaris, Alborghetti, Iacono e Ferrucci.
I fatti risalgono, come si è detto, all’11 agosto di sei anni fa. In seguito all’espulsione, decretata dalla Questura di Gorizia, di due giovani bengalesi, da tempo residenti a Monfalcone dove lavoravano alle dipendenze di una ditta che operava alla Fincantieri, una quarantina di loro connazionali, provenienti da tutta la provincia e guidati da Hossain Mukter, diede vita a una manifestazione davanti alla caserma Massarelli.
Manifestazione che degenerò con l’arrivo dei giovani esponenti dello Sportello degli invisibili in trasferta dall’Isontino e da Trieste. E si giunse, addirittura, allo scontro fisico con i poliziotti, cinque dei quali rimasero contusi tanto che dovettero ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso.
Nel corso degli scontri con la Polizia, andarono in frantumi tre finestre mentre alcuni giovani si sdraiarono a terra per impedire alle Volanti di uscire dalla caserma. Al massimo della tensione, contro la Massarelli volarono non solo slogan ma anche pomodori, lattine di birra, uova e alcuni sassi. Alla fine, come accennato più sopra, si arrivò a un vero e proprio scontro fisico con spintoni contro gli agenti.
Il processo si è iniziato nel gennaio 2006 e si è protratto per oltre tre anni con una serie di udienze dedicate all’esame e controesame di una lunga lista di testi, per lo più appartenenti alle forze dell’ordine.
Nino Volpe

Messaggero Veneto, 27 ottobre 2009

«Amianto su sommergibili fatti a Panzano»

MONFALCONE. Sui sommergibili Longobardo e Gazzana Priaroggia, realizzati nello stabilimento Fincantieri di Monfalcone rispettivamente nel 1991 (varato nel giugno 1992) e nel 1992 (varato nel giugno 1993) c’era presenza di amianto.
Tanto che la Marina Militare, dopo uno specifico esame chimico eseguito dal laboratorio del servizio controllo e collaudi dell’Arsenale di La Spezia e che aveva attestato la presenza di amianto, con un documento datato 1994 aveva imposto a Fincantieri di programmare la sostituzione del materiale termoisolante della piastra elettrica installata sul Longobardo entro il turno di fine garanzia e di procedere alla sostituzione dell’analogo materiale installato sul Priaroggia prima della consegna.
Al di là della richiesta della Marina Militare, resta il fatto che gli operai che hanno lavorato sui due sommergibili sono stati esposti agli effetti della terribile fibra, che tanti morti ha già provocato e sta provocando a Monfalcone e nel monfalconese.
Fatto che viene denunciato dal coordinatore regionale della Fismic, sindacato autonomo dei metalmeccanici, Michele Latino, che a nome dell’organizzazione sindacale che rappresenta chiede alle istituzioni competenti «che sia valutata l’opportunità di riconoscere ai colleghi che hanno lavorato alla costruzione i benefici previdenziali previsti dalle normativa sull’amianto per gli anni in cui si è effettuata la costruzione, oltre a indagare per sapere chi ha autorizzato l’uso di amianto».
Latino ricorda infatti che al momento della realizzazione dei due sommergibili vigeva il decreto di Navalcostarmi che dal 1989 vietava l’approvvigionamento e l’uso di amianto o prodotti contenenti amianto, divieto ribadito poi a livello nazionale dalla legge 257 del 1992.
«Eppure Fincantieri – dice il rappresentante della Fismic – ha usato materiali isolanti in amianto nel Longobardo e nel Gazzana Priaroggia. Non solo, perché nello schema dell’impianto di estinzione incendio ad anidride carbonica, redatto dalla Wormald Italiana Spa, viene descritto l’utilizzo di guarnizioni in amianto nella costruzione 5965 realizzata a Panzano nel 1998, ovvero sulla nave da crociera Princess Cruises “Grand Princess”. Ci chiediamo – prosegue – se l’uso dei giunti in amianto sia stata autorizzata un deroga alla legge 257 e se anche ciò fosse, quali misure di sicurezza abbia adottato l’azienda nei confronti dei lavoratori interessati al montaggio dei giunti, se sia stata messa in sicurezza l’area interessata durante i lavori e se avesse predisposto un piano di sicurezza in caso di necessità di manutenzione degli impianti. Comunque siamo sorpresi e amareggiati che nel 1998, quando tutti pensavano che l’amianto fosse ormai un ricordo, la fibra killer continuasse a essere usata».
La preoccupazione ora è che l’amianto sia stato usato anche nell’assemblaggio di altre navi, «tutto ciò ci spinge a indagare per far emergere altri casi. Facciamo appello – conclude – affinchè gli operai che hanno lavorato nei sommergibili o i familiari dei dipendenti ormai deceduti si mettano in contatto con noi (fismicfvg@fismic.it)».
Va comunque ricordato che già nel marzo 2003 l’Inail regionale, interessata alla stessa vicenda dalle Rsu dello stabilimento Fincantieri, aveva affermato che l’amianto sul sommergibile Longobardo c’era, ma non faceva male.
Stando alla documentazione fornita dalla Rsu, che aveva chiesto di allungare la data di riconoscimento dell’esposizione all’amianto dei dipendenti del cantiere, l’Inail regionale, pur riconoscendo come fatto rilevante la presenza di amianto nel materiale termoisolante della piastra elettrica della cucina, aveva anche precisato che non ci sarebbe stato rischio amianto per i lavoratori del cantiere di Monfalcone, perché parte degli impianti e dei componenti venivano acquistati all’esterno e collocati a bordo senza bisogno di alcun intervento di smontaggio e rimontaggio. (c.v.)

Messaggero Veneto, 05 novembre 2009 
 
Monfalcone. L’incontro nella città che sta ancora pagando un tragico prezzo per le morti da esposizione alla fibra killer  
Amianto, una battaglia che continua  
Sabato all’Europalace un seminario sul diritto alla tutela organizzato dalla Cgil
 
 
MONFALCONE. Organizzato dalla Cgil – patronato Inca –, si svolgerà sabato a partite dalle 9, all’Europalace Hotel di via Cosulich, a Monfalcone, il seminario dal titolo “Amianto, diritto alla tutela”, un momento di incontro dedicato agli esposti all’amianto e ai loro familiari, per ribadire il loro diritto di avere finalmente giustizia.
«Ai lavoratori e ai cittadini di questo territorio – spiegano gli organizzatori – dobbiamo essere in grado di prospettare la tutela individuale del danno differenziale, ovvero della quota di danno non indennizzato dall’Inail, che ha lo scopo di agevolare tutti i lavoratori danneggiati o le famiglie dei lavoratori deceduti e di favorire la tematica della diagnosi precoce delle malattie». Un incontro proposto a Monfalcone proprio per il tragico prezzo in termini di vite umane pagate dal territorio dove l’esposizione all’amianto è stata una delle piaghe del passato e che giunge a pochi giorni di distanza dall’assoluzione delll’ex direttore del cantiere navale, Manlio Lippi, sentenza emessa dalla Corte d’appello di Trieste al termine dell’udienza del processo d’appello per la morte di Annamaria Greco, la dipendente della Sprea, ditta cui erano affidati i lavori di pulizia all’interno del cantiere navale di Panzano, morta nel 1998 a 52 anni per un mesotelioma pleurico. Per la morte di Annamaria Greco, decesso provocato dall’esposizione all’amianto, nell’aprile 2008 era stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo con sentenza di primo grado l’allora direttore dello stabilimento di Panzano, Manlio Lippi, che fu condannato a un anno di reclusione con la condizionale oltre al pagamento di 100 mila euro quale provvisionale subito esecutiva a titolo di risarcimento nei confronti dei familiari della vittima nonché al pagamento delle spese processuali e quella di costituzione di parte civile.
I lavori del seminario saranno introdotti dal segretario generale della Cgil di Gorizia, Paolo Liva, e conclusi dal presidente dell’Inca nazionale, Franca Gasparri.
Cristina Visintini

Messaggero Veneto, 06 novembre 2009 
 
Lunedì all’Europalace di via Cosulich seminario Amianto, diritto alla tutela 
 
MONFALCONE. Si svolgerà lunedì 9, alle 9 – e non domani, come erroneamente riportato nei giorni scorsi –, il seminario “Amianto, diritto alla tutela”, incontro dedicato agli esposti all’amianto e ai loro familiari, per ribadire il loro diritto di avere giustizia.
L’incontro si svolgerà all’Europalace hotel di via Cosulich, a Monfalcone, con inizio alle 9. I lavori del seminario saranno introdotti dal segretario generale della Cgil di Gorizia, Paolo Liva, e vedrà la partecipazione del sindaco di Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto, dell’assessore provinciale alle politiche sociali, Licia Morsolin, del legale della Cgil, avvocato Luigi Genenvose, del legale Inca, avvocato Giancarlo Moro, e del parlamentare del Pd Alessandro Maran. Gli interventi saranno conclusi dal presidente Inca nazionale, Franca Gasparri.
«Ai lavoratori e ai cittadini di questo territorio – spiegano gli organizzatori – dobbiamo essere in grado di prospettare la tutela individuale del danno differenziale, ovvero della quota di danno non indennizzato dall’Inail, che ha lo scopo di agevolare tutti i lavoratori danneggiati o le famiglie dei lavoratori deceduti e di favorire la tematica della diagnosi precoce delle malattie».

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