DUE ESPULSIONI ILLEGALI E ARBITRARIE
13 IMPUTATI X 36 CAPI DI IMPUTAZIONE

Agosto del 2003. È in essere la sanatoria Bossi-Fini, la più grande che il nostro paese ricordi in tema di immigrazione. Dopo quella i migranti irregolari hanno dovuto attendere che Berlusconi tornasse nuovamente al potere per poter tentare di sanare la propria posizione in italia.
Mercoledi 13 di quell’Agosto, noi, i referenti dello sportello invisibili di Monfalcone seguiamo con attenzione le ultime convocazioni presso la Prefettura di Gorizia che formalizzano l´avvenuta regolarizzazione di alcuni lavoratori migranti.

Quella mattina accompagniamo due ragazzi bengalesi, assieme al rappresentante della allora neonata associazione dei bengalesi di monfalcone; nell´atrio della prefettura attende anche il loro datore di lavoro, colui che materialmente ha inoltrato la domanda di sanatoria.

Il funzionario della Questura che segue i colloqui rimane sorpreso della nostra presenza, forse anche un po´ indispettito. Intanto, un connazionale dei due bengalesi che si offre come interprete non viene fatto entrare. Nell’aria c’è qualcosa di strano.. qualcosa non va. Due volanti arrivano nel giardino della prefettura, i poliziotti scendono e si accendono una sigaretta, aspettano. Qualcosa non va, la sensazione è tangibile, sulla pelle.

Dopo pochi minuti esce dalla stanza chiusa il datore di lavoro, ha una faccia strana, si lamenta con noi, dice “…ma se finiva così perché mi hanno convocato…” è arrabbiato e se ne va. I due ragazzi, invece, non escono.
Altri lunghi minuti passano, esce il funzionario della Questura a cui chiediamo spiegazioni. Lui ci tiene ad informarci di non essere tenuto a dirci nulla. Dietro la nostra insistenza gli scappa una frase: “…c´è un espulsione, non possono essere sanati…”. Grazie di dircelo ora, rispondiamo noi: possiamo fargli firmare una nomina ad un legale, facciamo ricorso, dategli i 5 giorni di tempo.”Non posso”, risponde il funzionario, “li hanno già portati in caserma.. gli prenderanno le
impronte, formalizzano la cosa e li spediscono….”.

I nostri sguardi parlano chiaro: siamo incazzati, incazzati oltre ogni limite. A parte questo, non sappiamo bene cosa fare.

Per prima cosa ci attacchiamo al telefono, chiamiamo avvocati, chiamiamo dei politici, consiglieri comunali, consiglieri Regionali, cerchiamo di bloccare qualcosa che ha tutta l´aria di un trabocchetto messo in piedi per compiere un ingiustizia, espellere due lavoratori che non hanno fatto nessun reato: erano semplicemente “clandestini”.

Arriviamo davanti alla caserma Massarelli a ridosso del confine con la Slovenia, dove i due sono detenuti. Chiediamo di incontrarli per spiegare loro cosa sta succedendo e fargli firmare una nomina. Il personale di polizia ci ignora: non sono tenuti a farceli vedere.
All 10 del mattino del 13 agosto 2003 comincia fare caldo.
Troviamo un legale disponibile a fare ricorso, ma senza la nomina è impossibile.

Intanto sul piazzale della casa rossa arrivano i politici, arrivano diverse macchine di bengalesi, parenti e amici dei due, arriva il responsabile dell´Alef CGIL che cerca di far ragionare i funzionari di Polizia.
Infine arriva la DIGOS.

Il dirigente della DIGOS fa da mediatore, il piazzale della caserma inizia a riempirsi, per calmare gli animi si organizza un incontro dentro la caserma: non possiamo incontrare i due lavoratori, ma ci assicurano che contatteranno il dirigente competente. La carica più alta presente in quel giorno a Gorizia è il vicario del Prefetto Squarcina, cioè colui che ha firmato il nuovo decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera. Provvedimento che in seguito verrà dichiarato incostituzionale dalla Corte competente.

Viene contattato il vicario, oggi prefetto a Trento: non vuole tornare sui suoi passi. L’auto ed il personale sono già pronti: i due devono essere portati via, non si sa dove, se in aeroporto o in un CPT: non sappiamo nulla.

Intanto il piazzale della caserma si è riempito, molti sono concittadini dei due bengalesi, parenti e amici, ci sono i politici, ci sono i movimenti antirazzisti, è passato mezzogiorno comincia a fare davvero molto caldo.

Il personale di polizia. comincia ad innervosirsi, vogliono concludere, vogliono togliersi questo impiccio, devono far uscire i due dalla caserma.

Ma davanti all´unico ingresso della caserma ci sono almeno 100 persone, la DIGOS continua la mediazione, la tensione è alta, si continua a trattare.

Le auto di servizio escono ed entrano dalla caserma: ogni volta le auto vengono bloccate dalla folla, controllate. I due non ci sono, la folla si sposta, li fa passare.

Il clima è sempre più teso, il vicario Squarcina è stato contattato dai legali, dai politici da chiunque, si tenta di farlo ragionare, di spiegargli che sta avvenendo una palese ingiustizia, che tutto questo è arbitrario, illegale. Squarcina spegne il telefono, se ne frega: è il 13 di agosto, fa caldo e non ha voglia di discutere.

Davanti alla caserma ci sono slogan, rabbia, qualcuno si sdraia per terra per non far passare le auto, viene sollevato e strattonato, si sfiora lo scontro.

Intorno alle 16.30 torniamo alla carica, componiamo una delegazione e richiediamo al dirigente DIGOS di poter incontrare i due e fargli firmare la nomina: il funzionario ci guarda e dice”… ormai è impossibile i due sono già in viaggio…”. Impossibile, rispondiamo: in nessuna macchina di servizio abbiamo visto uscire i due bengalesi. Per
forza, aggiunge lui: erano sul furgone.

In effetti è passato un furgone bianco, chiuso, senza finestre o prese d´aria. Rimaniamo allibiti, appena la notizia si diffonde la rabbia e la frustrazione si materializzano nei gesti; esce il personale in assetto antisommossa, ci sono diversi contatti tra loro e le persone radunate la fuori. La rabbia è così forte che il reparto celere è costretto a rientrare nella caserma: la situazione è caotica, si urla, si inveisce contro chi è responsabile di questa porcheria, i parenti e gli amici piangono, i politici si indignano.

Ci spostiamo verso la Prefettura e manifestiamo: sono le 18, siamo rimasti tutto il giorno a Gorizia, facendo la spola tra Prefettura, Questura e caserma Massarelli e non siamo riusciti a fermare questa ingiustizia, non sappiamo nemmeno dove siano i due ragazzi, non sappiamo come stanno e non sapremo mai quale destino li attende. La
rabbia è molta, moltissima.

Il giorno dopo i giornali non parlano d´altro, fin da subito si capisce che la strategia della Prefettura è quella di non entrare nel merito di quanto accaduto e sottolineare invece che è stata assaltata una caserma, minacciato, offeso e ferito personale di polizia che stava facendo solo il proprio dovere. La stampa non accenna minimamente ai fatti concreti: chi, come, dove e perché non sono importanti.

Dopo sei anni di udienze, 13 imputati per 36 capi di accusa, decine di testimonianze degli agenti, molto contraddittorie e fuorvianti, il giorno 27 ottobre 2009 viene pronunciata la sentenza di primo grado.
Tante sono le assoluzioni, la maggior parte dei capi di imputazioni cadono, più della metà degli imputati viene completamente prosciolto, ma altri vengono condannati a 9, 8, 5, 4 e 3 mesi di reclusione più pene pecuniarie per la parte civile. Fondamentalmente le condanne sono per il reato di resistenza, ma questo verrà appurato a sentenza depositata.
A sei anni dai fatti si discuterà e molto verrà ancora detto e scritto, sta di fatto che oggi a distanza di molto tempo rimangono vive le sensazioni, la rabbia e l´indignazione che quel 13 di agosto portò più di cento persone a manifestare per bloccare delle espulsioni insensate, arbitrarie e incostituzionali, un atto di arroganza da  parte del potere che Governa questo territorio.

Un atto di arroganza che pochi anni dopo si istituzionalizza, prende forma e concretezza con la creazione, fortemente voluta dai diversi governi nazionali che si sono susseguiti come anche dei poteri locali, del più grande centro di detenzione presente nel nord italia, la macelleria Gradiscana, che poche settimane fa è risalita alla cronaca nazionale per le violenze perpetrate sui trattenuti.

La sentenza sui fatti della Massarelli, ci ricorda, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che la legge e la giustizia non sono la stessa cosa, e anzi viaggiano sempre di più su due binari opposti e contrari. Chi continua imperterrito a destra come a sinistra a ripetere il mantra sulla legalità sa benissimo che, in questo tempo di crisi e di
accelerazione delle dinamiche autoritarie e razziste, il CIE di Gradisca come anche le nostre città stanno ribollendo di rabbia e frustrazione esattamente come quel 13 agosto del 2003.

Sappiano questi signori che detengono il potere e che ci giudicano, che c´è una parte di questa società che non si arrende all´autoritarismo, al razzismo di stato e all´ingiustizia e che continua a credere fortemente ad altri valori, come la solidarietà, l´antirazzismo, la dignità di ogni essere umano, la libertà e la giustizia. E credere in questo significa innanzitutto praticarlo, farlo vivere ogni giorno.

Significa credere nella Resistenza, fortemente, ferocemente: non come feticcio storico ma come dato da attualizzare oggi e qui, esattamente come fanno i reclusi nel CIE di Gradisca o come hanno fatto quelle cento persone davanti alla Massarelli. Resistere, resistere, resistere.. e a chi, se non per primi ai Pubblici Ufficiali che rendono operativi gli orrori di cui abbiamo parlato?

Associazione Razzismo Stop – Venezia Giulia

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