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Il Piccolo, 26 ottobre 2009

Paga globale, ditta nella rete della Gdf 
Accertata un’evasione di 270mila euro. Trasferte fittizie per ridurre i contributi
INDAGINE NELL’APPALTO DEI CANTIERI NAVALI

di FABIO MALACREA

Nella rete della Guardia di finanza una ditta dell’appalto Fincantieri che applicava la ”paga globale” ai suoi dipendenti, una prassi quindi tutt’altro che scomparsa nello stabilimento di Panzano. Alla ditta in questione è stata accertata un’evasione vicina ai 270mila euro. Dalla verifica fiscale è emerso che il titolare della ditta, che opera nel settore metalmeccanico, avrebbe corrisposto compensi irregolari a 203 dipendenti (un centinaio, in realtà, ma alcuni ”monitorati” più volte nel corso di tre anni), evitando in tal modo di versare all’erario le ritenute d’acconto che avrebbe dovuto operare sull’intero ammontare del trattamento economico corrisposto ai dipendenti stessi, corrispondenti, appunto, a un importo vicino ai 270mila euro di imposte evase.
”Paga globale”, insomma. Una prassi che, purtroppo, è ancora vigente all’interno delle ditte dell’appalto. Secondo quanto accertato dalla Guardia di finanza, con l’obiettivo di ridurre le imposte da corrispondere in qualità di sostituto d’imposta sugli stipendi erogati ai dipendenti, il titolare della ditta, che occuperebbe dai 120 ai 130 dipendenti e opererebbe anche in Friuli e in altre zone del Nordest, corrispondeva indennità e rimborsi spese per trasferte in realtà mai effettuate, al posto di vere e proprie integrazioni del trattamento economico.
La scoperta è avvenuta grazie al monitoraggio assicurato dai finanzieri sulle attiività economiche attive nella provincia di Gorizia, attuato incrociando quanto emerso dalle banche-dati e attraverso il controllo economico del territorio. L’intervento repressivo, spiega la Guardia di finanza, è finalizzato anche a garantire la tutela dei diritti maturati dai contribuenti titolari di reddito di lavoro dipendente, sotto il profilo previdenziale e contributivo. Gli importi fittiziamente corrisposti a titolo di indennità di trasferta, infatti, non sono rilevanti nemmeno ai fini dell’imponibile contributivo, determinando un minor versamento per il futuro trattamento pensionistico del dipendente.
Il fenomeno dela ”paga globale”, in effetti, è proliferato dopo il massiccio ricorso agli appalti alla Fincantieri e ha raggiunto in passato una grande diffusione. Gli stessi sindacati ne fanno due fondamentali differenze: paga globale di ”serie A”, richiesta a volte dai lavoratori stessi che riescono così a garantirsi salari anche di 2000-2500 euro al mese, e di ”serie B”, imposta invece soprattutto ai lavoratori bengalesi, con salari molto più bassi e contributi minimi versati.
Il meccanismo illecito, spiega la Gdf, è ampiamente noto: da una parte il datore di lavoro eroga al dipendente il trattamento economico maturato, dall’altro comprime il carico fiscale collegato al reddito, trasformando parte dello stesso in indennità di trasferta. L’importo, quindi, diviene non più imponibile ai fini delle imposte sui redditi. Il risparmio fiscale illecito consente quindi al datore di lavoro di eludere gli obblighi fiscali.
In pratica le ritenute d’acconto vengono effettuate su una parte ridotta del compenso corrisposto. Si tratta di meccanismi fraudolenti, spiega ancora la Gdf, che consentono un sostanziale abbattimento dei costi per l’azienda e che alterano anche i principi della corretta concorrenza sul mercato, a danno degli operatori che invece adempiono puntualmente agli obblighi fiscali.

Messaggero Veneto, 26 ottobre 2009

Salari irregolari a 203 lavoratori 
Una ditta è stata scoperta dalla Finanza: ha evaso il fisco per 270 mila euro
Al posto dello stipendio ai dipendenti erano corrisposti indennità e rimborsi spese per trasferte mai effettuate
 

Un’evasione per un importo vicino ai 270 mila euro è stata scoperta dalla Guardia di finanza di Gorizia, nel corso di una verifica fiscale. Il titolare di una società attiva nel settore della meccanica – secondo quanto emerso dai controlli effettuati dalle Fiamme gialle e dall’incrocio di banche dati – aveva, infatti, corrisposto per tre anni compensi irregolari a ben 203 lavoratori dipendenti. 
In questo modo avrebbe evitato di versare all’Erario le ritenute d’acconto che avrebbe dovuto effettuare sull’intero ammontare del trattamento economico. In pratica, per evadere le tasse, il titolare corrispondeva ai propri dipendenti indennità e rimborsi spese per trasferte in realtà mai effettuate.
Ancora un efficace intervento repressivo, dunque, effettuato dalle Fiamme gialle del Comando provinciale goriziano nell’ambito dell’attività di contrasto all’evasione fiscale. Il monitoraggio costantemente assicurato dai finanzieri sulle attività economiche di Gorizia e provincia, attuato sia mediante l’incrocio dei dati e degli elementi informativi contenuti nelle banche dati sia attraverso il costante controllo economico del territorio, ha consentito di individuare questa volta un imprenditore operante nel settore dei lavori di meccanica generale.
Il titolare della società corrispondeva ai dipendenti indennità e rimborsi spese per trasferte che in realtà, secondo quanto riferiscono le Fiamme gialle, non erano state mai effettuate e ciò al posto delle vere e proprie integrazioni del trattamento economico spettante. Un meccanismo illecito ampiamente noto e frequentemente oggetto di contestazione nell’ambito delle verifiche fiscali sviluppate dai finanzieri: in tal modo, infatti, da una parte il datore di lavoro provvede effettivamente a erogare al lavoratore dipendente, in termini quantitativi, lo stipendio dovuto, dall’altro comprime il carico fiscale trasformandolo fittiziamente in indennità di trasferta.
Così facendo l’importo diviene non più imponibile ai fini delle imposte sui redditi, se contenuto entro i limiti previsti dalla normativa fiscale. L’effettivo risparmio fiscale conseguito, sia pure con modalità illecite, consente – quindi – di eludere gli obblighi fiscali che il datore di lavoro dovrebbe, in realtà, assolvere.
Nel caso scoperto dai finanzieri goriziani, in particolare, il contribuente sottoposto a verifica fiscale aveva corrisposto compensi irregolari nei confronti di ben 203 lavoratori dipendenti, nel corso di tre anni. In tal modo aveva evitato di versare all’Erario le ritenute d’acconto e così facendo, secondo le Fiamme gialle, ha evaso le imposte per quasi 270 mila euro.
Da sottolineare che l’intervento dei finanzieri, in questi casi, oltre che essere mirato al contrasto dell’evasione fiscale, è finalizzato a garantire la tutela dei diritti maturati dai lavoratori dipendenti, sotto il profilo previdenziale e contributivo: gli importi fittiziamente corrisposti a titolo di indennità di trasferta, anziché quale vera e propria retribuzione, non sono infatti rilevanti ai fini dell’imponibile contributivo, determinando quindi un versamento minore per il futuro trattamento pensionistico.
Piero Tallandini

Messaggero Veneto, 25 ottobre 2009
 
Lampioni scomparsi, scatta una denuncia 
Irrisolto il giallo dei vecchi pali dell’illuminazione che erano stati rimossi da piazza della Repubblica

MONFALCONE. Il giallo della sparizione dei vecchi pali di illuminazione di piazza della Repubblica continua ad animare il consiglio comunale. Tra chi dice che siano stati distrutti già al momento della loro rimozione, il sindaco che ne ha ufficializzata la sparizione (con tanto di conseguente denuncia alla polizia) e altri che dicono che i pali sarebbero stati donati a qualche comune dell’Est Europa, nel corso dell’ultima seduta è stato consegnato al consigliere comunale Riccardo Grassilli, che ne aveva fatta richiesta, una breve relazione in cui si spiega che la rimozione dei pali era prevista nell’intervento di rifacimento della piazza e che il capitolato dei lavori prevedeva che pali, basamenti, riccioli fossero portati in un magazzino a disposizione dell’amministrazione comunale. Il capitolato prevedeva inoltre che i pali fossero rimosso senza danneggiarli con impiego di mezzi idonei.
«Il responsabile della conduzione del cantiere per conto della ditta appaltatrice ha affermato, in accordo con il personale del comune – si legge nella relazione, firmata dal sindaco e datata 30 settembre anche se è stata consegnata solo il 22 ottobre – che i pali sono stati smaltiti in quanto non più riutilizzabili, visto che erano arrugginiti e marci nella parte inferiore e che sarebbe risultato problematico provvedere a una certificazione. Lo stesso responsabile ha affermato che basamenti e riccioli sono stati depositati nel magazzino comunale ma da cui poi sono scomparsi. Preso atto che sono scomparsi è stata attivata una denuncia di furto all’autorità giudiziaria». Ma quando esattamente i lampioni siano stati rubati o comunque siano spariti non è stato accertato. Riccioli e basamenti erano stati effettivamente portati, subito dopo essere stati rimossi da piazza della Repubblica, in un’area a disposizione del comune nella zona artigianale dello Schiavetti-Brancolo, dove però esistono depositi anche di altre attività.
Le parti dei pali sarebbero state depositate all’esterno e non in una struttura chiusa. Di qui poi sarebbero letteralmente sparite, ma appunto quando e per opera di chi non è dato di saperlo. Il consigliere Grassilli a completamento della relazione ha chiesto di poter avere copia del registro delle voci di ingresso e uscita dei materiali relativi al deposito utilizzato dal Comune.

Il Piccolo, 26 ottobre 2009 
 
I lampioni scomparsi? Rubati 4 anni fa  
Tolti dalla piazza e lasciati all’aperto in un deposito del Consorzio industriale
 
 
Sono in corso le indagini della polizia municipale per stabilire come siano spariti i basamenti e i ”riccioli” dei lampioni che illuminavano piazza della Repubblica prima del suo restyling. La polizia municipale, cui l’amministrazione locale ha sporto denuncia, dopo che comunque la vicenda era tornata alla ribalta nell’ultima seduta di Consiglio di settembre, sta sentendo tutte le persone che nell’autunno del 2005 avevano accesso al magazzino di via dei Boschetti.
Un capannone di proprietà del Consorzio industriale in cui ha affitato degli spazi il Comune per sè e la Pro loco, ma anche il tribunale di Gorizia che vi ha trasferito del materiale dall’ex Pretura. Gli spazi esterni sono invece utilizzati, sempre in locazione, da alcune imprese private e proprio al di fuori del capannone pare che i componenti dei lampioni siano stati depositati. I vigili urbani stanno quindi ricostruendo i movimenti del materiale di cui era stato deciso il riutilizzo in altre aree della città. Dalle indagini pare però emergere che la scomparsa risalga a circa quattro anni fa, cioè poco dopo il deposito dei basamenti e dei ”riccioli” nel magazzino di via dei Boschetti, dove più persone e non tutte dipendenti del Comune avevano accesso.
Nella risposta che il sindaco Gianfranco Pizzolitto ha consegnato giovedì sera al consigliere di Fi-Pdl Riccardo Grassilli, che aveva sollevato il problema, si conferma come i pali di sostegno dei punti luce sono stati smaltiti dalla ditta appaltatrice dei lavori di rifacimento della piazza.
«Il responsabile della conduzione del cantiere per conto della ditta appaltatrice – sottoscrive il sindaco – ha affermato, in accordo con personale del Comune, che i pali sono stati smaltiti in quanto non più riutilizzabili, essendo gli stessi arrugginiti e marci nella parte inferiore e tenuto conto che sarebbe risultato problematico provvedere a una certificazione dei pali stessi».
Lo stesso responsabile, riferisce Pizzolitto, «ha affermato che i basamenti e i riccioli sono stati depositati nel magazzino comunale. Dalle informazioni assunte – conclude laconicamente la comunicazione del sindaco – risulta che i riccioli e i basamenti, inizialmente depositati nel magazzino comunale, sono scomparsi». Al sindaco il consigliere Grassilli ha di conseguenza chiesto la fotocopia della pagina del registro in cui dovrebbe essere stato segnato l’ingresso dei materiali nell’edificio di via dei Boschetti e la loro eventuale uscita. Non pare però che all’epoca l’amministrazione avesse dato un mandato preciso agli uffici rispetto la custodia dei ”riccioli” e dei basamenti. I lampioni in piazza non sarebbero in ogni caso potuti tornare, visto il carattere ”contemporaneo” voluto per il nuovo arredo dello spazio pedonale, dove comunque entro la fine dell’anno farà la sua comparsa un nuovo punto luce d’impronta storica per riprendere la tradizione del ”Pilo”.
La rimozione dei lampioni che abbellivano piazza della Repubblica suscitò non poche perplessità e proteste nell’autunno del 2005, quando fu decisa la loro sostituzione con luci senz’altro più moderne ed efficienti ma anche estremamente fredde e, per molti, poco adatte.
Laura Blasich

Il Piccolo, 25 ottobre 2009 
 
OPERAZIONE DEGLI AGENTI DELLA MOBILE NELLA PRIMA MATTINATA DI GIOVEDÌ  
Blitz anti-prostituzione in centro, due arresti  
Sotto sequestro un appartamento di via San Giovanni Bosco. I vicini: «Una situazione intollerabile»
 
 
di FABIO MALACREA

Almeno due persone arrestate, un appartamento nel centro di Monfalcone posto sotto sequestro. Questo il bilancio provvisorio di un’operazione anti-prostituzione messa in atto dalla Squadra mobile di Gorizia giovedì scorso su disposizione della Procura di Gorizia. A finire in manette sarebbe stato il proprietario dell’appartamento, all’angolo tra via San Giovanni Bosco e via Garibaldi, e una o più donne coinvolte in un giro di di prostituzione che, a quanto sembra, andava avanti da almeno tre anni. Sulle indagini c’è il più stretto riserbo.
L’irruzione delle forze dell’ordine nell’appartamento di via San Giovanni Bosco, al pianoterra di una palazzina al civico 16, all’altezza dell’incrocio con via Garibaldi, è avvenuto giovedì mattina. Un intervento che non è sfuggito a numerosi residenti della zona. Gli arresti, due o più, sarebbero scattati nel corso della stessa operazione. Nell’abitazione, come hanno riferito numerosi inquilini e residenti nella via, era chiaro il costante e continuo via vai di persone. Uomini di diverse età, molti immigrati, ma anche «persone distinte» che quanto meno all’apparenza, mostravano un elevato tenore di vita. Un giro molto sospetto, tanto da creare, da almeno tre anni a questa parte, come hanno riferito i residenti, un evidente disagio nella zona.
C’erano persone che, con tanto di cellulare, aspettavano sulla strada in attesa di essere ”ricevute”. Un movimento sia diurno che serale e notturno. Con episodi anche grotteschi. Una residente ha riferito di uomini che si presentavano alla sua porta per errore, non sapendo quale fosse il piano della casa di appuntamenti. Sempre stando alle indicazioni raccolte nella zona, l’alloggio, piuttosto piccolo e angusto, era abitato da due donne di colore sulla trentina e da un uomo.
Sulla vicenda risulta avviata una indagine da parte della Procura di Gorizia. Ma nè la stessa Procura, nè dalla Mobile arrivano conferme. Massimo riserbo, probabilmente in attesa di trovare altri riscontri. Gli inquirenti non hanno voluto rilasciare dichiarazioni nè hanno voluto confermare la notizia degli arresti.
Conferma che, però, viene dai residenti di via San Giovanni Bosco che hanno assistito in diretta, nella prima mattina di giovedì scorso, all’irruzione degli agenti nell’appartamento al piano terra della palazzina e alla successiva apposizione dei sigilli del sequestro penale. Sulla porta dell’alloggio, infatti, spicca tutt’ora un avviso: «Locali posti sotto sequestro penale, a disposizione dell’Autorità giudiziaria», con la data del 22 ottobre e l’intestazione della Squadra Mobile della Questura di Gorizia.
Tra i vicini i commenti sono stati innumerevoli. C’è chi ha manifestato disagio per una situazione evidentemente ambigua, un movimento continuo di uomini, peraltro in una palazzina dove risiedono anche famiglie con bambini.

Il Piccolo, 26 ottobre 2009 
 
Giro di prostitute, forse tre gli arresti  
L’assessore Luise: «Certi fenomeni vanno stroncati sul nascere»
 
 
Potrebbero essere tre le persone arrestate per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione nel ”giro” del piccolo appartamento di via San Giovanni Bosco. Sull’operazione della Mobile che ha posto fine a un’attività che durava da almeno tre anni, viene mantenuto il più stretto riserbo. Ma il quadro relativo alla diffusione del fenomeno della prostituzione in città potrebbe riservare ulteriori sviluppi. Da quanto sta emergendo, comunque, l’appartamento di via San Giovanni Bosco, al piano terra di una palazzina all’altezza dell’incrocio con via Garibaldi, posto sotto sequestro, era una vera e propria centrale del sesso in pieno centro, in un edificio abitato da famiglie e anche da bambini. Potrebbe essere stata proprio questa commistione e le lamentele che ne sono derivate a far scattare l’indagine. Una situazione insostenibile: costante e continuo via vai di persone di tutte le età, immigrati ma anche «persone distinte». I contatti, stando a quanto emerso, venivano presi via cellulare. La sala d’attesa era la strada. I residenti parlano di persone che, attaccati al cellulare, attendevano il loro turno di sera, ma anche in pieno giorno.
Una presenza quanto meno imbarazzante. Tanto che a volte alcune famiglie estranee si sono ritrovate i ”clienti” alla loro porta. Un’irruzione di pochi minuti, quella di giovedì scorso. Conclusasi con le manette ai polsi di tre persone (pare un uomo e due donne) e con l’apposizione dei sigili all’appartamento. L’assessore alla Sicurezza Michele Luise attende di avere certezze sull’episodio e sulla portata del fenomeno. «Certo l’operazione – afferma – dimostra che a Monfalcone il controllo del territorio c’è e che, magari con i tempi lunghi che le indagini a volte richiedono, alla fine certi fenomeni vengono stroncati. L’importante – continua l’assessore – è tenere ben alta la guardia. Il problema della sicurezza sociale non va mai sottovalutato. Certi comportamenti devianti non devono avere il tempo di radicarsi. Sarebbe il peggior errore quello di rassegnarsi a una situazione di mancato rispetto delle leggi e delle regole. Questi signori devono capire che a Monfalcone non c’è spazio per affari sporchi. Importante – conclude Luise – è anche la collaborazione dei cittadini. Riferire alle forze dell’ordine episodi che vanno contro il vivere civile non è una delazione, è un dovere civico. È proprio l’omertà, in questi casi, a favorire il radicamento di individui e attività criminali». (f.m.)

Il Piccolo, 27 ottobre 2009 
 
Giro di prostituzione in via Don Bosco: cantierino arrestato, denunciata la moglie 
 
di FABIO MALACREA

È un monfalconese, si chiama Franco Rinaldi, ha 47 anni, ed è un operaio che lavora all’interno di Fincantieri, l’uomo arrestato nell’ambito dell’operazione combinata di Polizia e carabinieri di Udine che ha stroncato un giro di prostituzione in un alloggio di via San Giovanni Bosco. Rinaldi risulta essere anche l’affittuario dell’alloggio. Nella stessa operazione, su disposizione della Procura, è stata arrestata anche una cittadina colombiana di 34 anni, Cristina Montano, e sono state denunciate altre quattro donne, tutte colombiane, tra cui la moglie dell’operaio monfalconese, con le accuse di favoreggiamento ed agevolazione della prostituzione.
L’indagine che ha portato agli arresti e alla chiusura dell’alloggio di Monfalcone era partita nel maggio del 2008. La Mobile aveva raccolto varie informazioni sul reclutamento, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione tramite affitti di appartamenti, pubblicazione di annunci a pagamento, adescamento di clienti, continuo ricambio delle giovani donne destinate alla prostituzione. In questo contesto, le indagini della Mobile si sono intersecate con quelle dei carabinieri di Udine, nello stesso ambito.
È iniziata così un’attività investigativa congiunta, coordinata dalla Procura di Gorizia, con servizi di osservazione e controllo. Fino all’estate scorsa, quando sono state deferite alcune delle donne implicate. Dall’inchiesta era emersa una proficua attività illecita degli indagati: le prostitute venivano contattate direttamente in Colombia e indirizzate nell’appartamento di Monfalcone dove l’affittuario e la moglie si occupavano anche del loro sostentamento. Il denaro veniva raccolto e diviso fra i partecipanti al sodalizio. Cifre cospicue, parte delle quali veniva inviata in Colombia, con un flusso costante e continuo.
Fino all’operazione di giovedì scorso con i due arresti e il sequestro dell’alloggio di via San Giovanni Bosco. Nel corso di questa attività sono state attuate perquisizioni sia a Monfalcone che a Trieste.

Messaggero Veneto, 27 ottobre 2009 
 
Monfalcone. Sequestrato l’appartamento in via San Giovanni Bosco dove avvenivano gli incontri a luci rosse. Le “lucciole” contattate in Sudamerica  
Giro di prostituzione sgominato da Polizia e Cc  
Arrestati un 47enne operaio del cantiere navale e una 34enne colombiana. Quattro le denunce
 
 
MONFALCONE. L’arresto di un cittadino monfalconese di 47 anni, Franco Rinaldi, operaio del cantiere navalmeccanico, e di una cittadina di origine colombiana, la 34enne N.C.M.O., con l’accusa di sfruttamento della prostituzione, la denuncia in stato di libertà di altre quattro persone (tutte cittadine colombiane, di cui una la moglie di Rinaldi) per favoreggiamento e agevolazione della prostituzione, oltre al sequestro dell’appartamento in cui era esercitata la prostituzione in una palazzina di via San Giovanni Bosco 16, a Monfalcone, sono il risultato di una operazione condotta congiuntamente dalla polizia della Questura di Gorizia e dall’Arma dei Carabinieri – Compagnia di Udine –, coordinata dalla Procura di Gorizia e tesa al contrasto del fenomeno del favoreggiamento e dello sfruttamento della prostituzione.
Da tempo era noto che nell’appartamento del centro città si svolgessero strani movimenti di persone, osservati con smarrimento dagli stessi residenti dello stabile (che più volte si erano trovati i “visitatori” davanti all’uscio e avevano dovuto indirizzarli nell’appartamento giusto), tanto che nell’ambito delle attività investigative tese al contrasto del favoreggiamento e dello sfruttamento della prostituzione, nel maggio 2008, la Squadra mobile di Gorizia ha cominciato a raccogliere informazioni in merito a metodi di reclutamento, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione che erano attivati tramite una serie di operazioni a partire da locazioni di immobili da destinare all’attività, pubblicazione di annunci a pagamento su quotidiani locali, adescamento di clienti e arrivare al continuo ricambio delle giovani donne destinate alla prostituzione.
Le indagini della polizia si sono presto intersecate con quelle attivate dal Roni della Compagnia Carabinieri di Udine, tese a scardinare i medesimi reati.
L’attività investigativa, coordinata– come detto – dalla Procura isontina, costituita da vari servizi di osservazione e controllo, è proseguita poi in modo congiunto fino all’estate scorsa, quando sono stati deferiti all’autorità giudiziaria i soggetti implicati in tali attività.
In particolare, è stato accertato che gli indagati avevano instaurato una proficua attività illecita: le prostitute erano contattate direttamente in Colombia e indirizzate nell’appartamento di Monfalcone, dove veniva provveduto al loro vitto e alloggio e alla stessa organizzazione dell’attività illecita.
Le somme di denaro erano raccolte e divise fra i partecipanti a quello che è definito dalle forze dell’ordine un vero sodalizio.
L’ammontare delle somme era rilevante e il flusso, anche verso la Colombia, era costante e continuo.
Nei giorni scorsi i due uffici impegnati nelle indagini hanno dato esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Gorizia.
Durante le indagini sono state attuate perquisizioni nei confronti delle persone coinvolte, a Monfalcone, e a Trieste, nonché appunto nell’appartamento monfalconese di via Don Bosco, che è stato sequestrato.
Cristina Visintini

Messaggero Veneto, 24 ottobre 2009

Monfalcone. Il consiglio comunale ha approvato l’assestamento di bilancio. Dirottati i fondi previsti per l’ex Inam 
Stanziati altri 300 mila euro per il settore sociale

MONFALCONE. Con il voto contrario del Pdl e della Lega oltre che del consigliere del gruppo misto Giorgio Pacor, l’astensione del consigliere di CittàComune, Maurizio Volpato e il voto positivo della maggioranza, il consiglio comunale di Monfalcone ha approvato l’assestamento del bilancio di previsione 2009, manovra economica che pur importante è passata, praticamente, in assenza di dibattito.
Sono bastati pochi minuti infatti perché, dopo la relazione dell’assessore al bilancio, Gianluca Trivigno e un intervento del consigliere del gruppo misto, Antonello Murgia che ha sollecitato l’amministrazione a porre attenzione al sostegno delle famiglie soprattutto a fronte di un possibile inizio di cassa integrazione alla stabilimento Fincantieri, si arrivasse al voto e all’approvazione. Nel complesso sono 300 mila gli euro che l’amministrazione comunale ha deciso di destinare al settore sociale nel suo complesso, ovvero il 40% dell’avanzo 2008, 717 mila euro in tutto, che la giunta ha deciso di applicare alle spese straordinarie.
Trivigno ha evidenziando che, dall’inizio dell’anno, «nel settore sociale è stato riversato un milione 142 mila euro in più, portando in tutto la spesa corrente per il settore a 12,710 milioni di euro».
Politica è anche la scelta di continuare ad accantonare fondi (150 mila euro con l’assestamento) per arrivare nel più breve tempo possibile alla chiusura dello strumento derivato di cui il Comune si è dotato sei anni fa. Per la parte corrente, altre uscite più consistenti sono quelle relative alla copertura del periodo di vacanza contrattuale del personale dell’ente per il biennio 2008-2009 (106 mila euro), 75 mila euro per la rimozione del materiale spiaggiato lungo il litorale, 30 mila euro necessari ad attivare i avori socialmente utili assieme ai 118 mila euro già ricevuti dalla Regione.
La giunta ha deciso di stanziare la stessa cifra per realizzare gli eventi di dicembre, mentre 10 mila euro andranno a sostenere le spese legali della costituzione di parte civile nei processi per le morti d’amianto. Sul fronte degli investimenti ben 144 mila euro saranno spesi per manutenzioni straordinarie, consentendo di effettuare interventi alla materna di via Cellottini (30 mila euro), al parquet della palestra polifunzionale (30 mila), alle strade (quasi 50 mila euro).
Con la manovra l’amministrazione ha inserito in bilancio i 232 mila euro ricevuti, come Comune capofila, dalla Regione per l’ampliamento della rete di videosorveglianza mandamentale, e i 150mila euro di cui è previsto l’arrivo grazie al Piano di azione locale del Gal Carso e che serviranno per potenziare ulteriormente il Parco tematico della Grande guerra. Il bilancio della manovra è complessivamente negativo (meno 3,473 milioni di euro), perché a incidere è la cancellazione dal programma delle spese in conto capitale per il 2009 degli investimenti relativi all’acquisto della nuova sede comunale (4 milioni) e della riconversione dell’ex Inam di via Manzoni in casa per le associazioni (1 milione). La cancellazione del milione di euro per l’ex Inam è legata ai lavori urgenti in municipio: il contributo ricevuto dalla Regione sarà dirottato per realizzare il primo lotto della ristrutturazione del palazzo.

Il Piccolo, 07 novembre 2009 
 
LA STORIA. APPELLO-DENUNCIA DI UN OPERAIO DI 36 ANNI  
«Non ce la facevo a pagare la mensa dei bambini. ho pensato che l’asilo poteva venirmi incontro, ma è stato tutto inutile» 
«Io, precario, da 16 mesi senza lavoro Niente aiuti, preso in giro dal Comune»

 
 
 
 
 

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Da sedici mesi Alessandro Schiavo è senza lavoro. Ha venduto la macchina e l’oro di famiglia, tutto tranne le fedi matrimoniali, pur di continuare a pagare le bollette, onorare la rate del mutuo da 850 euro e dare sostentamento ai propri cari. Nel luglio 2008 la Keratech, azienda di Romans d’Isonzo, ha deciso di non rinnovare il suo contratto a termine di sei mesi e lui, 36 anni, sposato da 9, padre di due bambini piccoli, è entrato nel tunnel della disoccupazione.
Una strada lastricata di ansie e precarietà, percorsa sulla scia di lavoretti saltuari, più spesso in nero, rimpalli nelle agenzie iterinali e richieste di dilazionamento dei debiti ai creditori. Fino alla «presa in giro finale», come lui stesso la definisce, ovverosia l’approdo ai servizi di assistenza sociale. Che, stando a quello che è il suo racconto, poco o nulla hanno fatto per risolvere i problemi di una giovane famiglia.
«Dopo aver beneficiato dello stato di disoccupazione dell’Inps, garantito per otto mesi dalla legge, a marzo di quest’anno mi sono rivolto al Comune per ottenere un aiuto nei pagamenti dei servizi di mensa scolastica per i miei figli di 6 e 4 anni – racconta –: ebbene a tutt’oggi il debito pregresso di 830 euro risulta insoluto e la domanda che ad ottobre l’assistente sociale mi ha spinto a compilare, con tanto di documentazione, per il Fondo per il contrasto ai fenomeni di povertà è stata respinta, senza che mi venisse fornita la benché minima spiegazione. Cosa deve fare, una persona, per ricevere un aiuto quando ne ha bisogno? Ci sono individui che percepiscono uno stipendio per metà fuori busta, stanno in un alloggio Ater e percepiscono pure un sussidio: io sono senza reddito e vivo solo grazie allo stipendio di 900 euro di mia moglie, che per fortuna ha un lavoro, e all’aiuto dei nostri genitori. Non parliamo poi degli stranieri. Non è giusto: questa situazione mi dà rabbia, perché chissà quante persone si trovano nelle mie stesse condizioni, ma hanno vergogna a confessarlo».
Il racconto continua: «Mi reputo una persona onesta e dignitosa e se mi sono deciso a raccontare pubblicamente questa storia è solo perché vorrei che tutti venissero a conoscenza delle difficoltà patite da un padre di famiglia disoccupato, nonostante l’esistenza di servizi appositamente messi in piedi per fronteggiare questi casi». Alessandro Schiavo riferisce di essersi rivolto al Comune per far fronte ai pagamenti della mensa dei bambini: «Non ce la facevo a pagare, perché avevo già le bollette e le rate del mutuo da coprire: ho pensato che l’asilo era pubblico e l’ente avrebbe quindi potuto intercedere con la ditta fornitrice dei pasti.
L’assistente sociale mi ha detto che se ne sarebbero occupati e che avrei inoltre potuto beneficiare per 3 mesi di una tantum per tirare avanti. Infatti, per il lasso di marzo, aprile e maggio, mi sono stati corrisposti 700 euro. Io ero contento: tutto quel che arrivava, fossero pure 10 euro, poteva essere d’aiuto. A settembre la doccia fredda: giunge un sollecito della ditta della mensa, perché il debito non è stato ancora pagato. Torno dall’assistente sociale che, informata, mi parla di un disguido: la cifra erogata a marzo doveva andare all’asilo».
«Obietto che non erano così i patti, tant’è che l’ammontare risulta inferiore alla somma da versare alla società (830 euro vs 700) – aggiunge – , ma ricevo rassicurazioni di una pronta soluzione. Mi viene suggerito di fare domanda per i fondi di povertà e così porto una pila incredibile di documentazione: so che rientro nei parametri (reddito inferiore o uguale a 7.500 euro), perché nel 2009 non ho ricevuto stipendio né sussidio, e resto in attesa di risposta, che dovrebbe giungere dall’assistente il 30 ottobre. Non la ricevo. Telefono il 2, il 3 e il 4 novembre, ma non trovo mai la dipendente. La segretaria dice che è occupata o che si trova fuori, ma all’ultima telefonata esco dai gangheri, perché sento tale dipendente dirle di darmi appuntamento a dicembre. Io voglio sapere l’esito della domanda, perché ho la necessità di sapere se posso contare su quei soldi oppure no: voglio andare là e mi viene detto che è stata respinta».
Schiavo si sente «preso in giro: non si trattano così le persone». «Può essere che la domanda sia stata respinta perché si è tenuto conto del reddito 2008, quando ancora percepivo la disoccupazione, ma è ora, nel 2009, che ho bisogno di un aiuto, non posso aspettare il 2010 – conclude – nel frattempo è aumentato il debito della mensa e non so come fare. Sono arrabbiato: perché le istituzioni non aiutano chi è disoccupato e ha famiglia?». Uno spiraglio, benché minimo c’è: martedì Alessandro Schiavo inizierà a lavorare a Mestre: gli hanno offerto un contratto di tre mesi. E’ felice, anche se sa che non riuscirà ad accumulare la somma sufficiente a pagare la mensa dei suoi due bambini di 4 e 6 anni.
Tiziana Carpinelli

Il Piccolo, 24 ottobre 2009 
 
EMESSA DAL GIUDICE DEL LAVORO LA PRIMA SENTENZA LEGATA ALL’ESPOSIZIONE  
Amianto, l’Ass dovrà risarcire un operaio  
A un ronchese di 70 anni 5000 euro. Lavorò nei locali caldaie dell’ex ospedale 
 
di FRANCO FEMIA

Prima sentenza del giudice del lavoro del tribunale di Gorizia legata alle malattie professionali derivanti dall’esposizione all’amianto.
Il giudice dottoressa Barbara Gallo ha condannato l’Azienda dei servizi sanitari Isontina a risarcire un suo ex dipendente, affetto da placche pleuriche contratte durante il suo lavoro. Il risarcimento riconosciuto è di cinquemila euro. Un risarcimento contenuto. Ciò è dovuto al fatto che la patologia sofferta da V. O. è allo stato attuale lieve e la percentuale di invalidità riconosciuta dall’Inail è quindi bassa.
«L’importanza di questa sentenza – ha sottolineato l’avvocato di Marco Bianca, che ha tutelato nel processo V.O. – sta nel fatto che è stato riconosciuto come il mio assistito abbia lavorato in ambienti dove era presente l’amianto e che per questo motivo ha contratto la malattia».
La causa civile contro l’Azienda per i servizi sanitari era stata promossa cinque anni fa da V.O., un settantenne residente a Ronchi dei Legionari, che per molti anni aveva lavorato come conduttore di caldaie all’ex ospedale civile di via Rossini a Monfalcone. L’uomo riteneva che la malattia di cui soffriva e riconosciutagli dall’Inail, fosse stata causata dall’esposizione all’amianto presente in abbondanza nei locali in cui aveva lavorato per anni.
Il suo difensore era riuscito, prima delle demolizione del vecchio impianto, a far effettuare dal tribunale degli accertamenti tecnici da parte dei locali dove V.O, aveva lavorato. Era emerso così come nella zona della caldaia termica fosse forte la presenza dell’amianto, sia nelle lastre che nelle guarnizioni.
Questo riscontro ha convinto il giudice che la malattia contratta da V.O. sia stata in effetti causata proprio dall’esposizione prolungata all’amianto. E nella sentenza che ha condannato l’Azienda per i servizi sanitari la dottoressa Gallo sottolinea come l’Ass Isontina non abbia adottato quelle minime misure necessarie che avrebbero potuto ridurre la concentrazione di polvere di amianto presente sul posto.
La presenza dell’amianto in alcuni settori dell’ex comprensorio ospedaliero era stata più volte rilevata dal nostro giornale. Ed anche delle sue cause letali. Nel 2005, proprio l’anno in cui V.O. aveva deciso di fare causa all’Azienda sanitaria, era morto un suo collega, che per trent’anni aveva svolto servizi di manuntenzione nella struttura sanitaria di via Rossini.
A sostenere l’esistenza dell’amianto c’era anche una perizia, effettuata nel 2004, su richiesta del giudice del tribunale di Gorizia, Angela Masiello.

Messaggero Veneto, 24 ottobre 2009 
 
Monfalcone. Nella prima causa civile andata a sentenza, l’Azienda sanitaria dovrà risarcire con 5 mila euro un ex dipendente del vecchio ospedale  
Invalidità da amianto, condannata l’Ass isontina
 
 
MONFALCONE. Prima sentenza di risarcimento danni derivati dall’esposizione all’amianto: a pronunciarla è stato il giudice del lavoro del Tribunale di Gorizia Barbara Gallo che ha condannato l’Azienda sanitaria isontina a risarcire un ex dipendente, “vittima”, appunto, della fibra killer che gli ha procurato un’invalidità derivata da “placche pleuriche”.
Il danno è stato quantificato dal giudice in 5 mila euro. Una somma ritenuta congrua rispetto la gravità della patologia. A beneficiarne V.O., un settantenne di Ronchi dei Legionari, già “manutentore” della caldaia dell’ex ospedale di via Rossini. Oltre sei anni fa, all’uomo, che era andato da poco in quiescenza, i sanitari riscontrarono delle “placche pleuriche”, una patologia riferibile, secondo i sanitari, all’esposizione all’amianto.
V.O. decise, così, di rivolgersi all’avvocato Marco Bianca il quale, prima che demolissero il “vecchio” ospedale, riuscì ad ottenere dal Tribunale un accertamento tecnico circa la presenza di amianto nel comprensorio di via Rossini.
E la risposta degli esperti fu chiara e inconfutabile: nell’ex ospedale fu trovato amianto in abbondanza, sotto forma di lastre, guarnizioni, stufe e pure nel vano caldaie. Senza contare i 150 chili stoccati, rinvenuti anni prima.
A questo punto, il giudice s’è convinto che la malattia, contratta da V.O., era stata provocata dall’esposizione alla fibra killer ed ha emesso, come si è detto, la sentenza risarcitoria a favore del settantenne ronchese cui l’Ass dovrà ora versare 5 mila euro. Il giudice Barbara Gallo, nella sentenza, scrive, tra l’altro: «Non sono state neppure effettuate quelle minime precauzioni che avrebbero potuto ridurre la concentrazione di polveri d’amianto».
A quanto risulta, V.O. non è l’unico ex dipendente del nosocomio monfalconese ad essersi ammalato a causa dell’esposizione all’amianto i cui fumi, almeno in un caso, avrebbero provocato addirittura un decesso. Per quanto riguarda i processi penali, legati alle morti da amianto, sono attualmente al vaglio dei giudici, come si ricorderà, alcuni filoni (frutto della riunione di diversi procedimenti) in cui sono imputati di omicidio colposo i vertici dell’Italcantieri. (n.v.)

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