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Il Piccolo, 22 dicembre 2009
 
LA VITTIMA, BENITO TRICARICO, AVEVA 71 ANNI 
Morto a causa dell’amianto il timoniere di tutti i sommergibili costruiti nel Dopoguerra

Si allunga la lista nera delle vittime dell’amianto. Il minerale killer ha colpito venerdì il settantunenne Benito Tricarico. I funerali si svolgeranno mercoledì nella chiesa della Marcelliana, alle 11. Tricarico ha combattuto due anni contro l’asbestosi, la terribile malattia che non lascia scampo. Monfalcone, in questo senso, ha un triste primato legato al principale motore dell’economia locale, il cantiere navalmeccanico sdi Panzano Tricarico era nato a Monfalcone da genitori pugliesi, che si erano trasferiti nella nostra città proprio per cercare lavoro. Il padre di Benito aveva lavorato all’interno dell’allora Cantiere navale triestino, diventato poi Italcantieri. Come molte altre persone colpite dallo stesso destino, anche Benito Tricarico ha dedicato gran parte della sua vita al lavoro nel cantiere, prima come falegname, poi come collaudatore di sommergibili. Era orgoglioso del suo lavoro, raccontava a tutti di essere stato l’unico a fare da timoniere all’interno di tutti i sommergibili prodotti nel cantiere di Panzano, dal 1965 al 1992, anno in cui si era ritirato in pensione. Durante un viaggio aveva avuto modo di conoscere l’allora capitano Giampaolo Di Paola, diventato nel 2004 capo di Stato maggiore della Difesa. In occasione di questo incarico, Tricarico aveva inviato una lettera di congratulazioni. Di Paola, rimasto sinceramente legato a Tricarico, aveva risposto personalmente al messaggio, rendendo il sommergibilista monfalconese fiero del suo operato e dei tanti sacrifici fatti. «E’ un episodio che mio padre ci raccontava spesso e di cui andava davvero orgoglioso» ha spiegato il figlio Marco. Tricarico era una persona tranquilla e pacifica, instancabile lavoratore e dedito alla famiglia, in particolare alla moglie Paola e ai figli Marco e Davide. La famiglia si unirà agli altri familiari delle vittime dell’amianto per ottenere giustizia per i propri cari scomparsi, confidando che vengano individuati i responsabili di questo dramma.
Rossella de Candia

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Il Piccolo, 18 dicembre 2009
 
Cade dalla motrice, lesione alla schiena 
Grave un camionista sloveno di 49 anni. L’infortunio alla Cartiera di Monfalcone

Un camionista sloveno di 49 anni è rimasto gravemente ferito in un infortunio sul lavoro alle 9 di ieri nello stabilimento della Cartiera di Monfalcone, in via Grotta del Diau Zot nella zona industriale del Lisert. L’uomo, Janko Pivec, residente a Maribor, è caduto di schiena dalla cabina del suo autoarticolato, procurandosi un trauma cranico e una lesione alla colonna dorsale. Il camionista è stato soccorso sul posto dai sanitari del 118, fatti intervenire subito da parte dell’azienda, ed è stato quindi trasferito all’ospedale di Cattinara con l’elicottero dell’Elisoccorso. La prognosi per lui è riservata. Si attende ora, con apprensione, l’esito degli accertamenti sanitari ai quali lo sloveno sarà sottoposto all’ospedale triestino per comprendere l’entità del trauma cranico ma soprattutto le conseguenze che potrebbero derivargli dalla lesione dorsale.
Lo sloveno era arrivato nell’azienda del Lisert per effettuare un carico di merce. A determinare la caduta potrebbe essere stato un capogiro o forse una semplice disattenzione. Una caduta apparentemente banale, da un’altezza di un paio di metri ma dalle conseguenze estremamente gravi. Anche perchè l’operaio non è riuscito ad aggrapparsi a una maniglia o a una sporgenza per limitare le conseguenze.
La Cartiera di Monfalcone è in attività dal 1998 nella zona industriale del Lisert. Avviata da imprenditori veneti, nel 2002 è entrata nel gruppo Sofidel. Occupa una quarantina di operai e produce tutta una serie di prodotti cartari. La produzione è di circa 300mila tonnellate l’anno.

Messaggero Veneto, 18 dicembre 2009
 
Infortunio sul lavoro, 49enne precipita da 3 metri: non è grave

MONFALCONE. È stato ricoverato a0ll’ospedale triestino di Cattinara il camionista sloveno Janko Pivec, 49enne originario di Maribor, coinvolto ieri mattina in un incidente sul lavoro, mentre si trovava alla Cartiera di Monfalcone in via Grotta del Diau Zot. L’uomo che sarebbe caduto da circa tre metri di altezza, è stato ricoverato con un trauma cranico e trauma alla colonna vertebrale.
Le sue condizioni, pur se serie, fortunatamente non sarebbero gravi. Non è ancora chiara la dinamica dell’infortunio che ha visto, appunto, l’uomo, forse anche a causa del freddo pungente e della bora che hanno colpito il monfalconese in questi giorni, cadere da un’altezza di tre metri, sbattendo la testa e la schiena, probabilmente mentre stava sistemando il carico del suo camion. Accortisi di quanto successo, alcuni dipendenti della Carteria hanno chiesto immediatamente l’intervento dei soccorsi.
In pochi minuti sono giunte quindi sul posto l’autoambulanza e l’auto medica dall’ospedale di San Polo, i cui sanitari visto il tipo di lesioni, anche a scopo precauzionale, dopo aver stabilizzato le condizioni dell’infortunato hanno preferito chiedere anche l’intervento dell’elisoccorso che, ha poi trasportato il ferito al Cattinara. Sul posto anche le forze dell’ordine che provvederanno a chiarire come sia successo l’incidente. La Cartiera di Monfalcone è una azienda nata nel 1998, fondata da alcuni impresari veneti del gruppo Sofidel. Ha 39 dipendenti e produce carta per asciugatutto fazzoletti veline tovaglioli e carta igienica. (c.v.)

Messaggero Veneto, 16 dicembre 2009
 
Nel nuovo piano della telefonia è prevista un’antenna in più 

MONFALCONE. A oltre tre anni dalla sua approvazione, il piano della telefonia mobile del comune di Monfalcone (uno dei primi in regione a essere realizzato) sarà variato.
Le novità riguarderanno alcuni aspetti tecnici, variazioni non fondamentali della normativa e logistici, ovvero saranno eliminate alcune aree di ricerca e saranno spostati alcuni impianti in cosite (ovvero sulla stessa antenna “conviveranno” gli impianti di gestori diversi), mantenendo fermi però gli obiettivi all’origine del piano stesso: il contenimento delle emissioni elettromagnetiche in città secondo un principio di precauzione, la garanzia di un adeguato servizio pubblico e la collaborazione con Arpa rispetto al controllo delle emissioni.
Restano invariate le zone sensibili, ossia le aree in cui le antenne non possono essere collocate, come nelle vicinanza di scuole o asili. La variazione del piano, che sarà portata all’approvazione del consiglio comunale in gennaio, è stata illustrata in commissione per la programmazione economica e territoriale dall’assessore urbanistica, Massimo Schiavo e dai tecnici comunali, evidenziando come il piano è stato realizzato in collaborazione con l’assessorato all’ambiente. A Monfalcone attualmente ci sono 27 antenne e rispetto al vecchio piano, che ne prevedeva 40, ora ne saranno previste 41.
È stato evidenziato come il “bagno elettromagnetico” sul territorio comunale sia nettamente inferiore al limite previsto dalla legge, 6 volt/metro: sul 99,7% del territorio si resta sotto il valore di 2v/m (il 67% registra valori da 0.5 a 1 v/m e il 25% da 1 a 1.5 v/m). «La forniture di servizio è un obbligo di legge che il comune deve ottemperare – ha spiegato l’assessore Schiavo –. Ci consente però di controllare i livelli di inquinamento elettromagnetico e di predisporre una localizzazione rispetto a un’altra. Da osservare che ci sono novità tecnologiche interessanti rispetto al passato: i gestori tendono infatti a usare la condivisione degli impianti e ciò in passato ci avrebbe evitato dei problemi rispetto al numero di antenne».
Sono stati i tecnici comunali a spiegare che il piano della telefonia mobile era rimasto invariato dal 2006 perché «era nato sulla base di un buona analisi, condiviso con i gestori della telefonia e con una buona progettazione. La variazione si è resa necessaria oltre che per le richieste dei gestori di spostamento di antenne o per l’attivazione di impianti in cosite, anche per l’evoluzione della tecnologia passata da telefoni Tacs a Umts, che hanno però un raggio di copertura di 400 metri (800 metri quelli Tacs)».
Rispetto ai siti per la localizzazione delle antenne, la variazione non prevede grandi cambiamenti: saranno eliminate delle aree di ricerca (via Sant’Ambrogio, III Armata), saranno trasformati degli impianti in cosite (via Cipressi, Timavo dove un cosite sarà da realizzare), altri impianti saranno trasferiti (da via XXIV maggio e via Isonzo/Acque Gradate in via Aquileia in cosite).
Sarà realizzato un impianto in Marina Nova e per via Giarette c’è la richiesta di un impianto in cosite. «In sostanza quindi ci saranno degli spostamenti, non saranno collocati nuovi pali sul territorio rispetto a quelli già previsti, che comunque saranno collocati su terreno pubblico. Inoltre – ha concluso l’assessore – i cittadini che desiderano misurare i valori delle emissioni nelle vicinanze della loro abitazione potranno richiedere di avere una centralina mobile, che, di proprietà dell’Arpa, può venir però messa a disposizione dal Comune».

Il Piccolo, 17 dicembre 2009
 
PIANO PER LA TELEFONIA: PREVISTO UN MASSIMO DI 41 IMPIANTI  
Sparirà l’antenna troppo vicina alle scuole
 
 
Le antenne per la telefonia mobile istallate a Monfalcone tre anni fa erano 23 e ora sono 27, ma se ne potranno insediare fino a 41. Una previsione quella contenuta nell’aggiornamento del Piano comunale di settore per la localizzazione degli impianti della telefonia mobile che comunque è in linea con quella del luglio 2006, quando il numero massimo di antenne collocabili nel territorio era stato fissato a 40. Di fatto le richieste dei gestori, motivate dai continui e veloci cambiamenti intervenuti a livello tecnologico, vanno verso una riorganizzazione degli impianti già esistenti e autorizzati, con un maggior utilizzo del co-site, cioè della comprensenza di più antenne su un’unica struttura di supporto (nove invece dei sei precendenti).
Sulla spinta anche delle proteste e soprattutto dell’accurato lavoro di raccordo del Comune tra l’esigenza di garantire il servizio e quella di contenere le emissioni elettromagnetiche sparirà ad esempio l’antenna di via Isonzo, ritenuta dal rione troppo vicina a scuole e oratorio. L’impianto sarà così riposizionato in via Aquileia in co-site con quello di via Primo Maggio. L’antenna collocata in via Cosulich nell’ambito del campo sportivo sarà pure trasferita e finirà in condominio con quella già  esistente nel parco della Rimembranza, a ridosso di via dei Cipressi. I gestori hanno avanzato richieste per l’installazione di nuovi impianti nell’area delle vie Timavo e Giarrette, a Marina Julia e a Marina Nova, le ultime due esposte alle aggressive intrusioni del sistema di trasmissione sloveno, come tutto il bacino di Panzano. La normativa slovena impone un limite alle emissioni di 20 volt metro, mentre la normativa italiana è molto più cautelativa e stabilisce il tetto di 6 volt/metro, ampiamente rispettato su tutto il territorio comunale.
L’aggiornamento del Piano delle antenne mantiene del resto fermo l’obiettivo di contenere il più possibile l’elettrosmog prodotto dalla presenza degli impianti, tutelando sempre in modo particolare i siti sensibili, cioè scuole, asili e strutture socio-sanitarie, come ha spiegato l’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo alla commissione consiliare per la Programmazione territoriale economica lunedì.
«L’obiettivo è anche quello di mantenere dove possibile gli impianti su suolo pubblico – ha ribadito l’assessore Schiavo -, perché i canoni pagati dai gestori al Comune hanno consentito di avere le risorse sufficienti ad acquistare delle centraline di monitoraggio, affidate in gestione all’Arpa e collocabili nelle abitazioni dei cittadini che ne facessero richiesta, (la.bl.)

Il Piccolo, 06 febbraio 2010 
 
Monfalcone ”apre” ad altre 14 antenne  
Non potranno essere installate vicino a scuole e strutture sanitarie
 
 
Nel 2006 le antenne installate in città erano 23, ora sono 27, ma il numero potrà salire fino a 41. La previsione è contenuta nell’aggiornamento del Piano comunale di settore per la localizzazione degli impianti della telefonia mobile approvato dal Consiglio comunale. L’indicazione è comunque in linea con quella del luglio 2006, quando il numero massimo di antenne collocabili nel territorio era stato fissato a 40. Di fatto le richieste dei gestori, motivate dai continui e veloci cambiamenti intervenuti a livello tecnologico, vanno verso una riorganizzazione degli impianti già esistenti e autorizzati, con un maggior utilizzo del co-site, cioé della comprensenza di più antenne su un’unica struttura di supporto (nove invece dei sei precendenti). Sulla spinta anche delle proteste e soprattutto dell’accurato lavoro di raccordo del Comune tra l’esigenza di garantire il servizio e quella di contenere le emissioni elettromagnetiche sparirà così l’antenna di via Isonzo, ritenuta dal rione troppo vicina a scuole e oratorio. L’impianto sarà riposizionato in via Aquileia in co-site con quello di via Primo maggio. L’antenna collocata in via Cosulich nell’ambito del campo sportivo sarà pure trasferita e finirà in condominio con quella già esistente nel parco della Rimembranza, a ridosso di via dei Cipressi.
I gestori hanno avanzato richieste per l’installazione di nuovi impianti per il momento nell’area di via Timavo, via Giarrette a Marina Julia e nella zona di Marina Nova, le ultime due esposte alle aggressive intrusioni del sistema di trasmissione sloveno, come tutto il bacino di Panzano. La variante numero 1 al Piano delle antenne è stata approvata con i voti a favore della maggioranza e del gruppo misto (14) e l’astensione della minoranza (Lega Nord, Fi-Pdl, An-Pdl e Maurizio Volpato di CittàComune). Rimangono invariati gli obiettivi di fondo del Piano: il contenimento delle emissioni elettromagnetiche in città secondo un principio di precauzione, la garanzia di un adeguato servizio pubblico e la collaborazione con Arpa per il controllo delle emissioni.
Rimangono zone sensibili le aree prossime a scuole e strutture sanitarie. Il bagno elettromagnetico sul territorio comunale è comunque nettamente inferiore al limite di legge di 6 volt per metro: sul 99,7% del territorio si resta sotto il valore di 2v/m (il 67% registra valori da 0.5 a 1 v/m e il 25% da 1 a 1.5 v/m).
«La forniture di servizio è un obbligo di legge che il Comune deve ottemperare – ha spiegato l’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo -. Ciò ci consente però di controllare i livelli di inquinamento elettromagnetico e di predisporre una localizzazione rispetto a un’altra. Da osservare che ci sono novità tecnologiche interessanti rispetto al passato, perché i gestori tendono infatti a usare la condivisione degli impianti e ciò in passato ci avrebbe evitato dei problemi rispetto al numero di antenne». (la.bl.)

Il Piccolo, 15 dicembre 2009
 
EDILIZIA POPOLARE 
All’Ater 2 inquilini su 10 non pagano l’affitto 
Mancati incassi per 740mila euro. Per recuperarli proposte le rateizzazioni
L’AUMENTO DELLA MOROSITÀ DIVENTA TERMOMETRO DELLA CRISI

di FRANCESCO FAIN

Affitti non pagati per 740 mila 157 euro. Con un aumento del 2,5% in un solo mese. Circa novecento gli inquilini ”morosi”, pari al 20% del totale.
Che la crisi continui a mordere, lo dimostra anche questo dato messo a disposizione dall’Ater. Va subito chiarito che si tratta soltanto della morosità corrente cui va aggiunta quella pregressa che si è accumulata negli anni e che l’ente guidato da Roberto Grion sta quantificando.
Entriamo nel merito dei dati che abbracciano i primi dieci mesi dell’anno e che evidenziano chiaramente il trend in pericolosa risalita.
I DATI. Nell’ottobre scorso (è l’ultimo aggiornamento), l’ex Iacp aveva maturato un credito nei confronti degli inquilini morosi dell’Ater pari a 740.157,37 euro.
Pareva stesse concretizzandosi l’inversione di tendenza visto che a luglio si era registrato il picco con 934.305,55 euro e nei due mesi successivi la morosità era stata pari a 724 mila 962,60 (agosto) e 722.128,96 (settembre). Ma il fenomeno del mancato pagamento degli affitti è ricominciato a crescere in maniera preoccupante: segno tangibile che, pur trattandosi di affitti in certi casi molto bassi, si registra una grande difficoltà nell’onorarli.
La gestione Grion, da sempre molto attenta al recupero crediti, continua a sollecitare i pagamenti e va incontro a chi non ce la fa con le rateizzazioni. «La cosa funziona perché, per quanto concerne la morosità pregressa, stiamo recuperando parecchie risorse – fa sapere il presidente dell’Ater -. Vero è anche che questi dati fanno davvero pensare».
La crisi economica, dunque, si avverte anche nel settore degli alloggi popolari e le motivazioni che portano sempre più famiglie a non essere in grado di pagare l’affitto sono sempre le stesse, ovvero l’espulsione dal mondo del lavoro e il caro-vita che “massacra” il bilancio familiare.
La situazione economica generale è molto pesante: più della metà degli inquilini Ater sono inseriti nell’ambito della fascia ”A”, quella dei meno abbienti.
IL PRESIDENTE. Di fronte a quest’aumento evidente della morosità, qual è la strategia messa in atto dall’Ater? Come pensa di recuperare tutti questi crediti? Ad illustrarla è il presidente Roberto Grion. «Nel passato, quando l’insolvenza raggiungeva un certo limite, si dava l’incarico a un legale esterno che metteva in atto tutte le strategie per il recupero delle quote. Cosa capitava? Che, molte volte, gli incassi servivano a malapena a coprire l’onorario dello studio legale: in sostanza, tutta l’operazione di recupero-crediti finiva in nulla, o poco più. Oggi, abbiamo adottato una strategia diversa, molto più redditizia e al tempo stesso attenta ai problemi dei nostri interlocutori: grazie al nostro avvocato, all’inquilino moroso vengono inviate lettere di sollecito. Poi, viene chiamato nei nostri uffici e assieme si concorda un piano di rateizzazione a seconda di quelle che sono le possibilità economiche dell’interessato».
L’Ater è molto indulgente perché è consapevole che l’alternativa è condannare queste persone alla vita… sotto i ponti. «Se proprio non si riesce a recuperare nulla, allora si dà il via alla pratica dello sfratto. Ma è davvero l’ultima ratio», aggiunge Grion.
LE DOMANDE. Come emerso in un nostro servizio dei giorni scorsi, nell’edilizia pubblica (che si regge oggi ancora con risorse finanziarie della ex Gescal, di contributi statali e regionali e dei proventi degli affitti da parte degli assegnatari dell’Ater) cresce costantemente il fabbisogno di alloggi come documentato dalle 1.700 domande giacenti all’ex Iacp
Un altro osservatorio privilegiato è quello di Silvia Paoletti, vicepresidente del Circolo Margotti Acli e presidente del Comitato di difesa della persona e della famiglia. Già nel recente passato aveva affrontato la «piaga» degli sfratti. Continuano a presentarsi, praticamente a cadenza settimanale, davanti al negozio che gestisce con il marito, donne che non sanno cosa fare e dove rivolgersi per trovare un tetto. «La piaga continua ad essere tale. Ci sono persone che non sanno più dove sbattere la testa. Sarebbe necessario che le istituzioni fossero più prodighe di finanziamenti alle Ater».

Messaggero Veneto, 16 dicembre 2009
 
Quattromila gli affittuari dell’Ater Ma in 1.500 cercano un alloggio
IL PROBLEMA
Presentato il bilancio sociale: il 23,8% degli inquilini oggi vive con meno di 14 mila euro l’anno

Sono più di 4,000 mila gli affittuari dell’Ater in Provincia di Gorizia, ma altri 1,507 non hanno ancora un tetto sotto il quale vivere. Il 23,8% degli inquilini Ater(pari a 1795 nuclei familiari) vive con meno di 14 mila euro l’anno, il 56,6% percepisce un reddito annuale inferiore agli 8 mila euro. Di questi sopravvivono con meno di 6 mila euro l’anno 824 famiglie, ovvero il 19,7% degli occupanti gli alloggi popolari. 
Gli over 65 rappresentano il 31% degli inquilini degli alloggi dell’Azienda e più di un terzo nei nuclei familiari composti da una sola persona è formato da anziani di età superiore ai 75 anni ed in gran parte di genere femminile. Sono dati che emergono dal Bilancio sociale dell’Ater, riferito ai dati del 2008. è la prima volta che viene redatto questo documento, che rispetto al bilancio economico offre una fotografia del tessuto sociale e delle ricadute positive per la comunità isontina dall’Azienda. La remunerazione sociale per il territorio isontino si attesta al 59%. Ciò è dovuto alla differenza fra i canoni di affitto proposti dal mercato e da quelli invece offerti dall’Ater, pari a 7 milioni e 521 mila euro su un totale del valore aggiunto di 13 milioni e 160 mila euro circa. Il bilancio sociale è stato illustrato ieri mattina nel dettaglio dal presidente dell’azienda Roberto Grion, dal direttore Sergio De Martino, dal consulente Angelo Santangelo e dal consigliere Giorgio Noverotto, che ha coordinato i lavori. Per quanto riguarda gli impatti sul sistema economico, il 56,7% dei fornitori, (ovvero 200 imprese edili e di manutenzione, studi tecnici e professionisti abilitati) provengono dalla Provincia di Gorizia, il 32,3% (pari a 69 ditte) da altre province del Friuli Venezia Giulia e soltanto l’11% da extra-regione (63 in tutto).
Insomma, l’Ater produce ricchezza, assegnando gli appalti, anche per il tessuto imprenditoriale locale. In tempi di crisi si è assistito, come ha spiegato l’ingegner Alessandra Gargiulo, ad un boom di richieste di partecipazione alle gare, con una media di 150 imprese per ogni bando. Ogni anno vengono assegnati in media 200 appartamenti e l’Ater rientra in possesso di altrettanti alloggi a causa del decesso dell’inquilino.
Nella graduatoria di Gorizia 500 persone attendono ancora un tetto sotto il quale abitare e altre 280 sono in attesa a Monfalcone. In base ai dati del 2008 le domande valide collocate in graduatoria l’anno scorso per l’intera provincia sono state 1.711, 1.346 di cittadini italiani, 20 di Paesi dell’Unione europea, 191 dall’Europa ma extra-Ue e 154 extracomunitari. Nella maggior parte dei casi (699) si tratta di singles, seguono le famiglie di 3-4 componenti (449) e le coppie (417).
Sono 219 i nuclei familiari che si prendono cura di un disabile. La crisi ha incrementato il numero dei morosi (ovvero chi non riesce a pagare l’affitto per almeno tre mesi o più). Dal 2007 al 2008 si è passati da 538 mila 466 euro a 712 mila e 790 euro di morosità corrente, alla quale va aggiunta la quota pregressa (da 714 mila 542 a 614 mila 467 euro). Sono stati però recuperati 638 mila e 542 euro l’anno scorso grazie all’ufficio legale dell’Ater. Un tempo si ricorreva ad avvocati privati ma la parcella risultata più salata per gli affittuari rispetto alla somma dovuta per l’affitto. Quest’anno il periodo di massima allerta è stato il mese di luglio, in corrispondenza del quale la morosità ha avuto un’impennata, sia del corrente sia del pregresso per un totale di oltre 1 milione e 744 mila euro di crediti.
La cifra è progressivamente calata. Ad ottobre si attestava su un totale fra pregresso e corrente di circa 1 milione e 473 mila euro. I morosi sono circa un centinaio.

Il Piccolo, 21 dicembre 2009
 
SPORTELLO ”PRONTO CASA” APERTO DAL COMUNE. LA RESTITUZIONE A RATE 
Prestiti a tasso zero per gli affitti 
Di duemila euro l’importo a disposizione delle famiglie in difficoltà per pagare la caparra

di LAURA BORSANI

Nuove povertà in città. E aumenta la richiesta di prestiti per avere un alloggio in affitto. L’emergenza continua, la tendenza è al rialzo. Compreso l’accesso all’Agenzia Pronto Casa, che offre assieme alla consulenza e la ricerca di appartamenti adeguati alle difficoltà economiche delle famiglie, anche prestiti a titolo di anticipo della caparra per l’affitto. Rate minime da 50 euro al mese, senza interessi, ammortizzando il prestito anticipato in tre mensilità. Se dunque si parla di stipendi da 1000-1200 euro e di affitti che si aggirano dai 500 ai 600 euro, il prestito erogato alle famiglie è di circa 2mila euro.
I dati forniti dall’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, indicano chiaramente il tenore dello stato di crisi che agli utenti già consolidati vede approdare anche nuovi cittadini che vedono contrasi drasticamente i bilanci familiari.
Gli utenti dello ”Sportello” quest’anno, aggiornati al 10 dicembre, sono stati 103. Oltre un centinaio di nuove famiglie in difficoltà nel territorio mandamentale, in cerca di aiuto per garantirsi un alloggio. Di questi, 74 sono nuclei familiari monfalconesi, 9 di Ronchi dei Legionari, 7 di Staranzano, 8 residenti in altri Comuni dell’Ambito socio-assistenziale, e 5 di altri comuni della regione.
Un andamento, pertanto, che mantiene alto il livello di allarme sociale. Lo ”Sportello” è sostenuto da specifici contributi regionali. Grazie inoltre ad un finanziamento concesso alle Acli regionali, vengono forniti i prestiti finalizzati a coprire parte delle spese per accedere alle locazioni.
Quest’anno sono stati erogati 50 prestiti complessivi, di cui 35 a Monfalcone. Si tratta di anticipi che permettono di ottenere un alloggio a fronte di agevolazioni economiche. Complessivamente, pertanto, l’intervento finanziario del contributo messo a disposizione dei cittadini si attesta sui 100mila euro.
Per accedere ai benefici di questo strumento è necessario avere un reddito pari ad almeno il doppio del canone di locazione. Il prestito è concesso solo prima della firma del contratto per il canone di locazione, con la contestuale pianificazione concordata delle rate.
Dunque, siamo a livelli di emergenza costanti, laddove la casa rappresenta un chiaro ”termometro” sui disagi economici che stanno colpendo i monfalconesi. A confermarlo è lo stesso assessore Morsolin: «C’è un effettivo aumento delle necessità e dei disagi tra le famiglie. Lo possiamo peraltro riscontrare dalla continua segnalazione da parte dei cittadini delle difficoltà a sostenere il pagamento di mutui e di affitti. Un problema esteso anche in ordine agli alloggi popolari dell’Ater, alla quale il nostro Comune versa ogni anno un fondo sociale di 44mila euro, proprio per venire incontro ai casi di maggiore difficoltà a pagare gli affitti. Ci si può pertanto rivolgere all’Azienda territoriale per accedere al Fondo sociale comunale, rispettando specifici limiti di reddito».
L’assessore osserva: «A Monfalcone partiamo da una situazione già pesante, alla quale abbiamo cercato di dare risposta in questi anni, assieme all’Ater, mettendo a disposizione nuovi alloggi e ristrutturandone altri. Abbiamo risolto situazioni critiche e continuamo a fornire sostegni attraverso strumenti diversi, come appunto lo Sportello Casa che sta funzionando bene».
La Morsolin si sofferma quindi sul taglio al Fondo sociale dell’Ater deciso dalla Regione: «Ritengo che tagliare sulla casa pubblica sia una scelta scellerata, in un momento per giunta di crisi. Significa non poter dare risposte adeguate alle famiglie in difficoltà. Significa andare non solo contro le fasce più deboli ma anche a quanti stanno vivendo questo difficile momento. È una fase che invece richiede un potenziamento finanziario proprio su questi settori».

Il Piccolo, 24 dicembre 2009
 
IL BILANCIO SOCIALE DELL’EX IACP 
Inquilini Ater, il 50% è sotto la soglia di povertà  
Sono 824 le famiglie che vivono con meno di seimila euro all’anno
 
 
di FRANCESCO FAIN

Ad inizio 2008 erano circa 600 gli inquilini Ater con un reddito inferiore a seimila euro annui, in vari casi sostenuti dai servizi sociali dei Comuni di residenza. In soli dodici mesi, il loro numero è schizzato a 824 con un aumento percentuale del 37,3%.
Lo specchio della crisi che morde e che non dà scampo viene fornito anche da questi numeri contenuti nel bilancio sociale dell’Ater, un agile volumetto di 90 pagine pieno di statistiche, grafici, percentuali.
LA CRISI. «La situazione economica generale – commenta il presidente dell’Ater, Roberto Grion – è molto pesante: più della metà degli inquilini Ater sono inseriti nell’ambito della fascia ”A”, quella dei meno abbienti, la cosiddetta fascia sociale. Le famiglie con meno di 6.000 euro di reddito annuale sono, oggi, 824 e costituiscono il 19,7 per cento del totale degli inquilini Ater che sono complessivamente 4.171. Ci sono poi 987 nuclei familiari che si posizionano in una fascia di reddito fra i 6mila e i 12mila euro: in questo caso equivalgono al 23,6% del totale». Tra i 12 e i 15mila euro (sono 620 le famiglie che dichiarano redditi simili) sono conteggiati sia utenti della fascia sociale A sia della fascia B in quanto il limite di legge è vicino a 13mila 900 euro. Mentre fra i 20 e i 30mila euro (789 nuclei familiari con questo reddito) rientrano utenti di fascia B e di fascia C poiché il limite di legge tra tali due fasce è posizionato a 33.333 euro che è un importo fermo al 2003 mai indicizzato al tasso di inflazione.
LE FASCE. Ma a quanto ammonta l’affitto degli inquilini Ater? Nella fascia A, quella sociale, è di 58,60 euro: si tratta di un dato medio. I contratti stipulati sono 1.795 per un ricavo mensile a favore dell’Ater di 105mila 185 euro. Nella fascia B, la locazione mensile media non supera i 155,50 euro: in questo caso, i contratti stipulati sono 1.607 con un incasso (sempre mensile) di 249 mila 861 euro. Nella fascia C – che raccoglie i casi ”più fortunati” – sono stati 268 i contratti sottoscritti. L’ammontare medio dell’affitto in questa fascia? 321,90 euro. Un’altra conferma della crisi arriva dalla richiesta continua di revisione del canone. Richiesta incessante e in aumento. «La richiesta di rideterminazione del canone di locazione – si legge nel bilancio sociale – può essere presentata all’Ater da utenti di edilizia sovvenzionata quando la situazione reddituale sia variata rispetto al reddito determinato in precedenza di un importo significativo, corrispondente ad almeno il 20% del precedente reddito. Nel corso dell’ultimo anno le richieste di riduzione sono state numerose e in gran parte accolte, a conferma del disagio economico legato alla crisi che ha iniziato ad interessare il 2008, determinando un significativo impatto sulle entrate Ater da canoni».
I vertici dell’ex Iacp precisano – sulle pagine del bilancio sociale – che i ricavi derivanti dai canoni sono essenziali per l’Ater «in quanto è l’unica entrata necessaria per coprire tutte le spese di funzionamento, compresa l’attività tecnico-amministrativa, le manutenzioni ordinaria e straordinaria degli immobili e l’ammortamento (ratei annuali) delle anticipazioni (mutui trentennali) per la costruzione degli alloggi».
L’AUSPICIO. «Un’efficace politica della casa parafrasando un recente intervento suggerirebbe di dare vita, senza ulteriori indugi, ad un sistema di finanziamento in ambito regionale sul modello ’fondi Gescal’ – sottolinea il direttore dell’Ater, Sergio De Martino -. L’Ater, solo in presenza di adeguate risorse, potrà garantire una strategica presenza sul mercato delle locazioni per esercitare il condizionamento economico e sociale a favore delle famiglie più povere».

Il Piccolo, 03 gennaio 2010
 
PROTESTA DEL SUNIA PER LA FINANZIARIA  
«Con i tagli all’Ater affitti più cari e stop a nuovi alloggi»
 
 
Il Sunia provinciale esprime contrarietà in merito al taglio dei fondi da parte della Giunta regionale all’Ater di Gorizia per l’edilizia sovvenzionata. «Ridfurre il fondo sociale – afferma il segretario provinciale, Sergio Donda – produrrà difficoltà di bilancio per tutte le Ater della regione e gli effetti saranno inevitabili quali un aumento degli affitti per gli oltre 4mila inquilini dell’Isontino, che auspichiamo contenuti, e soprattutto con la mancanza di risorse saranno ridotti gli interventi destinati alla manutenzione degli alloggi degradati».
«Va ricordato – sottolinea Donda – che il Fondo sociale non è una mera liberalità da parte della Regione, pur nella crisi, ma è stato istituito con la Legge 24/1999 dall’allora Giunta Tondo per colmare la differenza tra i canoni sociali delle famiglie più povere e l’affitto che dovrebbero effettivamente pagare in base al Censimento dei redditi. Nello stesso tempo la recente Finanziaria 2010 taglia tutte le risorse che la Regione appena nello scorso giugno aveva ripartito tra le Ater del Friuli Venezia Giulia per realizzare nuovi alloggi di edilizia sovvenzionata».
«Pertanto – aggiunge il segretario provinciale del Sunia – chi è in attesa di un alloggio (1700 famiglie nell’Isontino) dovrà attendere anni, così come le imprese di costruzioni e l’insieme delle produzioni anche commerciali a esse collegate non avranno occasioni di lavoro o di vendita dei loro prodotti legati alla casa. Poco vale la promessa della Giunta regionale che nel 2011 i Fondi saranno ripristinati, perché siamo consapevoli che anche il nuovo anno sarà difficile per le famiglie con Cassa integrazione, mobilità e chiusura di fabbriche».
«Come Sunia – prosegue Donda – siamo consapevoli della situazione di crisi che stiamo vivendo, ma le scelte che si stanno compiendo nel settore importante della casa sono irrazionali. Le scelte colpiscono le politiche di welfare come la sanità, la scuola e l’edilizia popolare, perché con i tagli si pesa sui bilanci familiari più poveri, mentre si annullano gli investimenti per la manutenzione e le nuove realizzazioni di case che darebbero fiato alle imprese e respiro all’economia. Con il taglio all’edilizia popolare gravi saranno le ripercussioni anche per l’Ater dell’Isontino, perché senza fondi saranno rinviati gli interventi già programmati per la costruzione nel 2010 di 67 alloggi e le opere necessarie per mettere a norma di legge i tanti alloggi sfitti».

Il Piccolo, 04 marzo 2010
 
INTERVENTO COMPLESSIVO DI 3,4 MILIONI 
Case Spaini, ultimata la riqualificazione Pronte altre due palazzine 
La chiusura dei cantieri è prevista entro il mese Poi la consegna delle chiavi a dodici famiglie
 

di TIZIANA CARPINELLI

Parte il conto alla rovescia per la consegna delle chiavi a dodici famiglie monfalconesi. Intonacate di fresco e con i serramenti appena verniciati di verde e rosso, le ultime due palazzine Spaini di via Valentinis si sono completamente rifatte il look. L’impresa di costruzioni Eurocos, che si è aggiudicata l’appalto dei lavori di riqualificazione del complesso Ater, dopo quasi due anni s’appresta infatti a smantellare i cantieri: gli interni sono stati ultimati e anche le rifiniture sono ormai agli sgoccioli.
Seppur in ritardo sul cronoprogramma (gli alloggi dovevano essere pronti, come riferito dall’ente gestore dell’edilizia residenziale pubblica, a metà novembre), l’impresario Luca Visentin annuncia: «Entro un mese le case Spaini saranno ultimate». Seguirà il collaudo e l’attestazione dell’agibilità, dopodiché gli inquilini potranno finalmente entrare negli alloggi. L’intervento sui due edifici di tre piani rientra in un più ampio progetto di recupero finanziato nel 2003 dallo Stato con un milione 460mila euro. Progetto, questo, che ha interessato 30 appartamenti per un investimento complessivo di 3 milioni 420mila euro, coperto oltre che dai contributi statali da fondi provinciali dell’Ater.
In una prima tranche, come sottolinea il dirigente Ater Renato Mattiussi, sono stati ristrutturati (e già assegnati nel 2008) i 18 appartamenti ai civici 62 e 64. Poi è stata la volta delle ultime due palazzine, oggetto di prossima consegna: i civici 66 e 68, aventi superficie calpestabile interna di circa 55 mq ed esterna di 66 mq. Gli alloggi si compongono di un ingresso-cucina, soggiorno, stanza da letto e bagno. Sono dotati di impianti di riscaldamento centralizzato e accesso attraverso scale esterne.
I due complessi sono stati costruiti tra il 1929 e il 1931 e presentano due alloggi simmetrici per piano. La struttura muraria portante è in mattoni, mentre i solai sono in legno nelle zone notte e in soletta di calcestruzzo nella cucina. I gradini esterni, in pietra, sono sorretti da struttura metallica, di cemento armato i pianerottoli. La ringhiera in ferro, predisposta nei giorni scorsi, è stata rimossa per consentire il posizionamento dei marmi della scala: entro una settimana, però, anche questa fase dovrebbe essere ultimata. Gli interventi di restyling si sono concentrati dapprima nella sostituzione dei solai in legno, mentre per le scale esterne è stata prevista una copertura leggera e trasparente in policarbonato, sorretta da una struttura in ferro colorata della stessa tinta di quella di sostegno dei gradini.
La dotazione impiantistica e quella igienico sanitaria sono state rifatte ex novo, mentre l’impianto di riscaldamento, centralizzato a gas metano, è stato collocato nella cantina del civico 66: le caldaie (del tipo stagno a condensazione) garantiranno migliori rendimenti termici. Potenziato anche l’isolamento termico della muratura perimetrale sulle pareti interne e tutte le finiture interne ed esterne.
 
Un appartamento per donne straniere con figli a carico

Sarà pronto nel giro di qualche mese l’appartamento che il Comune di Monfalcone ha acquistato, con fondi specifici stanziati dallo Stato, per destinarlo all’accoglienza di donne straniere con figli a carico.
L’alloggio si trova in centro città e in una zona vicina a uffici e servizi pubblici, come l’ente aveva richiesto ai privati ai quali si era rivolto con un bando per arrivare all’acquisizione dell’appartamento, e in queste settimane si è dato il via libera sia ad alcuni interventi di manutenzione sia all’acquisto di mobili, tende, biancheria, suppellettili. Insomma, di quanto necessario per rendere l’alloggio abitabile.
La spesa resasi necessaria per completare l’appartamento si aggira sui 30mila euro che vanno ad aggiungersi ai 163mila circa stanziati dallo Stato e investiti per procurarsi l’alloggio.
«Stiamo procedendo con la parte pratica, ma anche con quella relativa alla gestione dell’alloggio – spiega l’assessore alle Politiche sociali e alle Pari opportunità, Cristiana Morsolin -, che sarà con tutta probabilità affidata a un’associazione».
La decisione dell’amministrazione comunale di Monfalcone di fornire un punto d’appoggio alle donne immigrate con bambini risale al 2007, quando un bando ministeriale mise a disposizione dei fondi specifici per le politiche di accoglienza e la Regione, allora governata dal centrosinistra, si fece coordinatrice del progetto nel Friuli Venezia Giulia.
La spesa non va quindi a incidere sulle casse comunali, come ha sottolineato più volte l’assessore Morsolin, consentendo d’altro canto di dare risposta a un’esigenza presente sul territorio.
Il bando ministeriale consentiva di decidere quale fosse una delle priorità nell’accoglienza degli immigrati e l’amministrazione si è indirizzata verso le donne sole con bambini.
I servizi sociali negli anni si sono trovati a fare fronte a più di qualche situazione di difficoltà, legata alla tipologia dell’immigrazione dai Paesi dell’Europa orientale: in questo caso arrivano prima le donne, che trovano lavoro come badanti e poi chiedono il ricongiungimento con i figli. In altri casi la famiglia tradizionale si rompe e il padre decide di rientrare nel Paese d’origine.
La scelta dell’amministrazione Pizzolitto non è andata comunque nemmeno a incidere sugli alloggi di proprietà comunale affidati alla gestione dell’Ater e quindi assegnabili tramite bando. (la. bl.)
 
L’Ater ha acquistato da Fincantieri un altro immobile: lavori al via nel 2011

E dopo il 66 e il 68, toccherà al civico 72: l’Ater di Gorizia ha infatti acquistato dalla Fincantieri un’altra palazzina Spaini di 12 alloggi. «L’inizio dell’attività di progettazione – afferma Renato Mattiussi, dirigente Ater – è prevista nel corso del 2011». Sorto a partire dai primi anni del Novecento, il complesso di case popolari di via Valentinis era destinato ai lavoratori del cantiere navale e a una colonia di operai dell’industria chimica rilevata in seguito dalla Solvay. Il modello abitativo soddisfava due esigenze concrete: quella sociale delle maestranze e quella utilitaristica dei datori di lavoro. Fu infatti la Solvay a realizzare una serie di opere ricreative e assistenziali a beneficio dell’area (l’edificio del dopolavoro, la palestra, l’asilo e altri servizi). L’area delle prime case Spaini, realizzate attorno al 1929, venne ulteriormente urbanizzata negli anni Cinquanta, con l’aggiunta di altri tre edifici e la configurazione di un vero e proprio quartiere a sé. Tra il 1947 e il 1948, pesantemente danneggiate dai bombardamenti, le palazzine furono oggetto di interventi di manutenzione e consolidamento. Data la vetustà dei complessi, prima degli interventi di riqualificazione ad opera dell’Ater, gli alloggi presentavano finiture interne ed esterne assolutamente inadeguate agli attuali standard abitativi. (t.c.)

Il Piccolo, 14 luglio 2010
 
Pronto l’appartamento per straniere in difficoltà 
Acquistato dal Comune con fondi dello Stato in via Carducci
 

E’ pronto l’appartamento acquistato dal Comune con fondi dello Stato per dare accoglienza a donne straniere, sole o con bambini, che si trovino in gravi situazioni di emergenza. Le prime ospiti, che sono già state individuate, entreranno nell’alloggio del palazzo di via Carducci 4 però solo a settembre. I tempi sono dettati dalla conclusione di alcune pratiche burocratiche, mentre il Comune sta procedendo all’affidamento del servizio di assistenza e controllo a un soggetto privato. Le donne straniere che potranno usufruire del servizio, per un massimo di 12 mesi, saranno tutte già in carico ai servizi sociali. Nonostante le garanzie offerte quindi dall’amministrazione sull’utilizzo dello stabile, i vicini di casa non sembrano per ora aver apprezzato molto la novità. Gli abitanti del palazzo di via Carducci sono stati tutti invitati dall’assessorato alle Politiche sociali all’inaugurazione che si è tenuta lunedì pomeriggio, ma solo una residente si è affacciata e fermata per capire come funzionerà il servizio offerto dal Comune. In tutto ci sono due camere da letto, con quattro letti singoli e un lettino, un grande soggiorno, due bagni, la cucina e due terrazzi, anche se non troppo grandi. Vi potranno abitare quattro persone e l’obiettivo è quello che le donne imparino a conoscersi e a creare legami di solidarietà tra loro. «Le donne, con bambini e non, in difficoltà ci sono, sono dell’Europa orientale, ma non solo – ha spiegato l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin -. Sono donne che sono arrivate sole in Italia e più spesso con un compagno con cui poi il rapporto si è concluso. Sono in situazioni di difficoltà lavorativa e senza reti familiari». I servizi sociali finora hanno affrontato emergenze di questo tipo sistemando le donne in affittacamere o nell’alloggio di Monfalcone dell’Associazione Aurora, con cui esiste una collaborazione. «Nel 2007 c’era il bando del ministero e un’azione complessiva della Regione e quindi abbiamo deciso di partecipare – ha ricordato l’assessore Morsolin – per acquistare un alloggio da destinare a questo scopo». Il progetto del Comune di Monfalcone è risultato vincente, perché dallo Stato sono arrivati circa 150mila euro, che sono stati poi affiancati da altri 16mila euro dell’ente locale.«Questa iniziativa è importante, perché consente di riportare dei bambini a un contesto di normalità, abitativa, scolastica e anche familiare», ha osservato la vicesindaco e assessore all’Istruzione Silvia Altran.
Laura Blasich

Il Piccolo, 15 dicembre 2009
 
INIZIATIVA DELLA FIOM CHE VUOLE COINVOLGERE ANCHE FIM E UILM 
Manifestazione sindacale in difesa dei lavoratori del Bangladesh

I sindacati stanno pensando di organizzare una manifestazione a sostegno dei lavoratori e della comunità originari del Bangladesh che vivono a Monfalcone, ritenuti ingiusto bersaglio di attacchi e polemiche. A spingere per l’iniziativa è in particolare la Fiom-Cgil, che spera però possa essere organizzata in modo unitario all’inizio del nuovo anno, visto che sulla questione esiste una posizione senza incrinature da parte dei sindacati dei metalmeccanici. Assieme Fim, Fiom e Uilm intervengono intanto per «ricordare che questi lavoratori, in buona parte occupati nello stabilimento di Fincantieri, lavorano a Monfalcone e qui pagano le tasse, qui mandano i figli a scuola e a questo territorio danno una parte della loro vita». Persone che spesso lavorano con maggiori sacrifici, secondo i sindacati. «Questi lavoratori molto spesso fanno lavori pesanti, pericolosi e sporchi, lavori che altri non sarebbero disposti a fare – sottolineano le segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm -. Spesso subiscono violazioni contrattuali. Noi crediamo invece che i lavoratori stranieri regolari debbano avere gli stessi diritti, gli stessi doveri e le stesse tutele dei lavoratori italiani, nelle fabbriche per cui lavorano e fuori dalle fabbriche nei paesi in cui vivono». (la. bl.)

Messaggero Veneto, 18 dicembre 2009
 
La vicinanza dei sindacati ai bengalesi: a gennaio manifestazione di solidarietà 
 
MONFALCONE. In riferimento a quanto apparso sulla stampa nei giorni scorsi e al dibattito aperto sulla questione bengalese a Monfalcone, le segreterie provinciali Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm-Uil esprimono solidarietà e vicinanza alla popolazione bengalese e a quanti, immigrati presenti sul territorio, vengono ormai quotidianamente bersagliati e attaccati sulla stampa e sul web. L’obiettivo, su proposta avanzata dalla Fiom che auspica però la presenza anche delle altre sigle sindacali metalmeccaniche, è di organizzare a gennaio una manifestazione pubblica di solidarietà nei confronti della comunità bengalese.
«Abbiamo infatti motivo di pensare che debba essere considerato il contesto sociale ed economico di riferimento per un dibattito costruttivo e completo sulla situazione bengalese. Innanzi tutto perché anche loro come noi si impegnano ogni giorno per il benessere della società in cui viviamo e, in secondo luogo, perché conosciamo molto bene le condizioni di quei lavoratori. Vorremmo ricordare a tutti – dicono le segreterie sindacali provinciali – che questi, in buona parte occupati nello stabilimento di Fincantieri, concorrono a costruire le navi più belle e più grandi del mondo, le navi che sono il vanto di questa città e che portano in giro per il mondo il nome dell’Italia. Lavorano a Monfalcone e qui pagano le tasse, qui mandano i figli a scuola e a questo territorio danno una parte della loro vita. Lavorano come noi, anzi, con maggiori sacrifici».
Vengono quindi ribaditi alcuni aspetti che forse non tutti conoscono, ma che i sindacati denunciano quotidianamente. «Questi lavoratori molto spesso fanno lavori pesanti, pericolosi e sporchi, lavori che altri non sarebbero disposti a fare. Spesso subiscono violazioni contrattuali, mancati pagamenti, orari di lavoro disumani, mancata fornitura degli indumenti e delle protezione adatte, vessazioni fisiche e psicologiche. Tutto questo li rende lavoratori ricattabili, con meno diritti e tutele. Crediamo invece che i lavoratori stranieri regolari debbano avere gli stessi diritti, gli stessi doveri e le stesse tutele, nelle fabbriche per cui lavorano, e fuori dalle fabbriche nei paesi in cui vivono. Devono essere considerati una risorsa importante per il nostro territorio (che da più di 100 anni è un territorio di migrazioni), per la nostra economia e per la nostra cultura».
Fim, Fiom e Uilm sono convinte che le posizioni come quelle apparse sulla stampa fomentino un senso di insicurezza immotivata e facciano passare l’idea che la società non debba includere soggetti diversi. «Quindi, pur rendendoci conto che quello dell’integrazione e dell’inclusività sia certamente un percorso lungo e difficile, restiamo convinti che fenomeni come questo non possano semplicemente essere ignorati o negati». (cr.v.)

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Fincantieri, muore operaio,
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Di Maurizio Pagliassotti

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