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Il Piccolo, 28 febbraio 2010
 
MANIFESTAZIONE PROMOSSA DA LEGAMBIENTE 
Duecento in sella per le piste ciclabili 
Chiesti a Monfalcone, Ronchi e Staranzano collegamenti intercomunali

 
Oltre 200 cittadini ieri hanno inforcato la loro bicicletta per chiedere alle amministrazioni comunali di Monfalcone, Ronchi dei Legionari e Staranzano piste ciclabili “per ogni giorno”. Insomma, tracciati che consentano di raggiungere in sicurezza la scuola, l’ospedale, gli uffici pubblici e non utili solo alla pedalata della domenica. Quanto ora non esiste al di fuori dei confini di Monfalcone, dove una rete di percorsi è stata costruita negli anni. Quelle che mancano sono però appunto le interconnessioni con Ronchi e Staranzano, come ha dimostrato la biciclettata promossa da Legambiente nell’ambito della campagna nazionale contro lo smog “Mal’Aria” assieme comunque ai tre enti locali. Il serpentone, affollato da ragazzi della scuola media Randaccio e dell’Isit di Staranzano, ma anche da cittadini più “in età” che non vogliono rinunciare a usare la bicicletta, si è snodato in sicurezza lungo le piste di Monfalcone. Prima in via Duca d’Aosta, nononostante le consuete perplessità dei pedoni che la frequentano, poi lungo il canale De Dottori e il nuovo tracciato realizzato con il sottopasso di San Polo. Solo l’intervento di due agenti della polizia municipale di Monfalcone, in bicicletta, ha però consentito di attraversare in sicurezza via Cave di Selz, dove la pista finisce nel nulla, con buona pace di chi la percorre. La carovana di biciclette poi non ha mancato di infastidire gli automobilisti in transito lungo la statale 305 in territorio di Ronchi, dove ci sono ben 150 metri di pista ciclabile, come ha ricordato davanti al municipio di Ronchi Fiorenzo Boscarol, che nel 1985 aveva sollecitato assieme al Wwf la creazione di percorsi ciclabili nel paese. «E’ un’esigenza che abbiamo illustrato più volte alla Provincia, competente in materia – ha detto l’assessore di Ronchi Enrico Masarà -. Rimaniamo in attesa». Un collegamento tra Ronchi e il territorio di Staranzano ora c’è, perché la “bretellona” tra l’aeroporto e la strada provinciale per Grado è dotata di una pista. «Pochi sanno però come imboccarla», ha osservato ieri Michele Degrassi, amministratore di Friulia, ciclista convinto, che, dopo attenta ricerca, ha scoperto un accesso a ridosso dei vivai Petrini. Il serpentone di ciclisti ieri ha invece utilizzato via Staranzano per raggiungere il municipio della cittadina, dove è stato ricevuto dall’assessore Matteo Negrari, che ha sottolineato l’impegno dell’ente locale per l’estensione delle piste esistenti. «Solo un punto di partenza», ha detto, spiegando come si stia lavorando con Monfalcone per unire la pista di Marina Julia con il Lido di Staranzano. Intanto via Trieste e via Terenziana rimangono strade molto trafficate e molto a rischio per le due ruote, nonostante siano un percorso obbligato per i ragazzi che frequentano la media Randaccio o l’Isit Einaudi-Marconi.
«Servono piste per tutti i giorni, per raggiungere i posti di interesse per tutti i cittadini – ha detto una volta raggiunta piazza della Repubblica a Monfalcone il presidente del circolo di Legambiente Michele Tonzar -. Solo dando la possibilità di un uso quotidiano, si può pensare di cambiare le abitudini e abbandonare il più possibile l’automobile». «In questo senso va l’azione dell’amministrazione comunale – ha detto la vicesindaco Silvia Altran -, che sta lavorando per estendere la rete e attivare un servizio come il bicibus». (la. bl.)

Il Piccolo, 07 giugno 2010
 
SETTECENTO PARTECIPANTI ALLA KERMESSE ALLESTITA LUNGO UN PERCORSO DI 18 KM 
L’appello del popolo delle biciclette: «Vogliamo le piste anche a Ronchi»

di LUCA PERRINO

RONCHI È stata ancora un successo, l’undicesima edizione di “Ronchi in bici”, la festa delle due ruote che, com’è ormai tradizione, viene promossa dal gruppo cittadino dell’Associazione nazionale alpini, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale e la collaborazione della Protezione civile e del Team Isonzo-Pedale Ronchese. Ben 700 i partecipanti di ogni età hanno invaso le strade cittadine creando un lungo serpentone multicolore fatto di giovani e anziani, di intere famiglie e scolaresche che, assieme alle “penne nere” ronchesi, hanno richiamato l’attenzione sulla voglia di poter usare la due ruote in tranquillità. Come? Avanzando ancora una volta la richiesta di realizzare a Ronchi delle piste ciclabili, oasi di pace e di sicurezza per chi ama le due ruote: fatta eccezione per un breve tratto in via dei Brechi, sono infatti ancora un tabù. Da anni si parla di dotare la città di piste, utilizzando per esempio l’argine del canale De Dottori o i percorsi delle canalette irrigue dismesse, ma ancora nulla si è fatto. Ci sono state proposte, sono stati avanzati progetti, ma a oggi è rimasto tutto sulla carta. Così “Ronchi in bici” è stata l’occasione per richiamare l’attenzione su questa grande aspettativa.
C’è dunque desiderio di riscoprire la città in sella a una bici e di stare assieme per una mattinata di festa. Così è stato anche in passato e ieri è stato bellissimo vedere tante persone al via della kermesse. Diciotto i chilometri percorsi ieri: toccati gli abitanti di San Pier d’Isonzo, Turriaco, San Canzian d’Isonzo e Staranzano. E, al termine, pastasciutta di rito alla baita alpina, suggellata dalla consegna di alcuni speciali riconoscimenti.
Come si diceva, l’appuntamento è stata l’occasione per incentivare l’uso della due ruote. Già nel 2007 si parlò nuovamente (e in maniera più concreta) di piste ciclabili a Ronchi, portando avanti una richiesta di finanziamento alla Regione, sulla base di quanto previsto dalla legge 1, per la progettazione e la realizzazione di una serie di piste dedicate agli amanti delle due ruote, per un totale di 200mila euro. Il percorso allora individuato correva sulla striscia di terra lungo il canale De Dottori, dall’ospedale di San Polo sino a via dei Brechi. E si pensava anche a un’analoga dotazione per via Redipuglia. Ronchi dei Legionari non è quasi per nulla dotata di piste ciclabili.
L’unica, che si sviluppa solo per alcune centinaia di metri, è quella di via dei Brechi, realizzata contestualmente alla nascita di un nuovo ambito di urbanizzazione. Non c’è altro, anche se da tempo e da più parti si chiedono interventi in tal senso. La zona accanto al canale De Dottori ben si presta: lo spazio esiste ed è quello che è stato ricavato proprio con la costruzione di nuove unità abitative. Ma, come detto, tra gli obiettivi della municipalità ronchese c’è anche la ristrutturazione di via Redipuglia che facilmente potrebbe essere dotata di una pista per le biciclette.

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Il Piccolo, 22 febbraio 2010
 
Bengalesi in massa alla Festa nazionale 
Per la prima volta la Giornata della Lingua Madre celebrata dalla comunità cittadina

Per la prima volta a Monfalcone, la comunità bengalese ha festeggiato domenica la Giornata internazionale della lingua madre, istituita dall’Unesco nel 1999. Un centinaio di persone si è radunato attorno al gazebo e all’altare allestiti in piazza della Repubblica per rendere omaggio a coloro che, il 21 febbraio 1952, hanno perso la vita per difendere l’identità della lingua bangla. Nonostante la separazione fra Pakistan e Bangladesh, infatti, il governo pakistano aveva imposto di parlare la lingua Urdu in entrambi i Paesi. Così nel febbraio del 1952 i bengalesi insorsero per difendere la lingua fino allora parlata, ma le forze armate aprirono il fuoco sui manifestanti, mietendo sette vittime. L’ordinanza fu poi ritirata, permettendo così al popolo bengalese di continuare a parlare la propria lingua madre. In Bangladesh ogni anno viene ricordato il sacrificio degli uomini a favore della propria indipendenza linguistica.
Nel 1999 l’Unesco ha deciso di riconoscere questa ricorrenza e di istituire una Giornata internazionale della lingua madre, per salvaguardare più in generale il pluralismo linguistico e culturale del mondo. A Monfalcone la celebrazione è stata organizzata dalla comunità bengalese, con alcuni sponsor: Anis, titolare di un minimarket in via Blaserna e Rakib Afaz, che ha fornito i fiori. Accanto all’altare sono state sistemate le immagini delle vittime, per le quali è stato osservato un momento di silenzio e di preghiera.
Nella piazza ha, poi, risuonato una canzone appositamente scritta per celebrare questo momento della storia bengalese. Le iniziative per la speciale ricorrenza sono proseguite nel pomeriggio con un seminario sulla lingua bangla, che si è svolto negli uffici dell’associazione bengalese. Alla manifestazione hanno partecipato molti uomini, ma anche donne e bambini, che nella prima parte della mattinata hanno sfilato lungo le vie del centro, per raggiungere la piazza. Nonostante la festa sia stata riconosciuta a livello internazionale già da undici anni, Monfalcone ha ospitato per la prima volta i festeggiamenti ufficiali: una testimonianza lampante dell’aumento delle persone che compongono la comunità bengalese, che sentono l’esigenza di sentirsi a casa, ricreando le proprie tradizioni.
Rossella de Candia

TESI DI LAUREA PRESENTATA DA UNA STARANZANESE 
La ”Duca d’Aosta” modello d’integrazione

La scuola Duca d’Aosta laboratorio permanente di integrazione sociale. Modello di interculturalità che da dieci anni promuove l’arricchimento reciproco attraverso la convivenza di più etnie. È la testimonianza di Sara Panarito, giovane staranzanese neo laureata, che ha discusso la sua tesi il 18 febbraio all’Università degli studi di Udine, alla Facoltà di Scienze della formazione primaria. La tesi sostenuta è intitolata ”Migrazione bengalese a Monfalcone e risposta interculturale della scuola Duca d’Aosta”, frutto di un anno di tirocinio nella struttura scolastica e della raccolta di dati forniti dall’Ires di Udine. La presenza dei bengalesi a Monfalcone ha seguito una crescita esponenziale a partire dal ’98. Nel 2008 ha raggiunto i 1265 abitanti, un terzo degli immigrati complessivi. I primi bengalesi accolti alla scuola, spiega Sara, sono stati due fratellini: «Era il ’99, fu subito attivata la strategia interculturale, poi confluita e definita nel progetto ”Glicine”». Sara osserva: «Ciò che ho riscontrato è un calo del numero di bambini italiani iscritti alla Duca d’Aosta, dovuto alla convinzione da parte delle famiglie che la scuola debba ridurre i programmi scolastici per venire incontro alle esigenze degli stranieri. È un pregiudizio errato, poichè l’organizzazione didattica è strutturata in modo tale da garantire un andamento equilibrato e omogeneo dell’insegnamento».
Sara si sofferma poi sull’ostacolo legato alla linguistica, soprattutto da parte delle donne bengalesi. «La Duca d’Aosta sta lavorando molto bene sul fronte della linguistica e dell’integrazione degli alunni, ma anche dei genitori, spesso coinvolti nelle attività». Particolarmente curata la comunicazione tra scuola e famiglia, ogni informazione viene infatti tradotta in bengali. E ancora: «Il grado di integrazione – aggiunge – è anche legato alle prospettive di permanenza o meno in città. L’integrazione dipende molto dai progetti immigratori della famiglia bengalese». La Duca d’Aosta ha tradotto non solo in didattica ma anche in realtà quotidiana la filosofia dell’accoglienza.
«Attraverso il progetto ”Glicine” – continua Sara -, la scuola si muove su più piani d’azione. A partire dall’insegnamento della lingua italiana seconda, articolato in specifici livelli di gradualità. Non mancano i laboratori specifici, condotti da insegnanti interne specializzate nell’insegnamento della lingua italiana. I bambini bengalesi nel giro di qualche anno diventano plurilingue a tutti gli effetti, trasferendo il loro bagaglio conoscitivo in famiglia». C’è poi la presenza della mediatrice che partecipa all’accoglienza, primo contatto fondamentale con la scuola, seguendo successivi e costanti incontri con i genitori. L’integrazione passa pure attraverso numerose attività interculturali. «Mi ha colpito – conclude Sara – la volontà degli alunni di apprendere la lingua italiana e la capacità delle insegnanti che, in un arricchimento reciproco, riscoprono i termini di una lingua tanto lontana come il bengali». Insomma, la diversità che fa crescere. E i primi a sentirsi italiani e monfalconesi sono proprio i bambini bengalesi, nati qui o giunti in città molto piccoli. (la.bo.)

Monfalcone, 20 febbraio 2010

Comunicato stampa in merito alla recente retata ai danni dei giovani dell’isontino da parte dei carabinieri

La recente retata dei carabinieri nei confronti di ragazzini minorenni o comunque molto giovani inducono ad alcune considerazioni in merito ad una deriva tutta tesa ad intaccare i diritti personali e che deve essere contrastata.
Va  sottolineato il fatto che, come da osservazione della Camera Penale di Gorizia, eventuali analisi  atte ad individuare la presenza di metaboliti cannabinoidi sono prima di tutto un atto volontario che non può essere arbitrariamente imposto come è successo in questa vicenda.
Essendo un atto volontario e non configurandosi alcuna urgenza – dato che la presenza delle tracce nelle urine è evidenziata fino a qualche settimana di distanza dall’assunzione – si ritiene che l’accompagnamento da parte dei Carabinieri dei ragazzi al Pronto Soccorso leda il necessario rispetto di tale struttura sanitaria, che deve essere utilizzata esclusivamente per prestazioni urgenti.
Se si vuole da una parte assicurare – come la Legge impone – il carattere volontario dell’accertamento e dall’altra non utilizzare impropriamente il Pronto Soccorso, l’iter da seguire deve essere quello dei consueti esami del sangue e delle urine: chi intende sottoporvisi deve recarsi  dal proprio medico di fiducia, per farsi fare la prescrizione, poi vada a pagare il ticket, infine si rechi al laboratorio.
Una tale procedura consentirebbe di far assumere la decisione al cittadino in piena autonomia, senza pressioni e/o condizionamenti.
Va, inoltre, ricordato che il modulo di consenso per sottoporsi ad accertamenti, proprio per il carattere sanitario che riveste, deve essere raccolto da un medico, il quale non può certamente delegare tale compito a personale non sanitario, quale è, almeno si spera, il carabiniere.
Se nel caso specifico il consenso è stato raccolto dai Carabinieri, va sottolineato che era compito del personale del Pronto Soccorso informare adeguatamente i giovani della corretta procedura.
Ovviamente non si vuole colpevolizzare i medici del pronto soccorso che è facile immaginare siano stati colti di sorpresa e impreparati a gestire la situazione creatasi.
Quello che invece si richiede con forza è che quanto prima la direzione sanitaria ospedaliera o dell’Azienda sanitaria “Isontina” intervenga per assicurare che tutti i servizi sanitari si attengano allo scrupoloso rispetto dei diritti di cittadinanza, assicurando la volontarietà di qualsiasi accertamento venga disposto.
Sulle presunte caratteristiche preventive ed educative di tale operazione c’è molto da discutere. E’ evidente che l’aspetto educativo è prerogativa di ben altri soggetti sociali che hanno le competenze per operare come la famiglia, la scuola, gli operatori sociali e sanitari, l’associazionismo di base. L’unico modello educativo condivisibile è quello teso a far emergere in positivo dai ragazzi le specifiche risorse insite in ciascuno per metterle a disposizione della collettività e sinceramente era auspicabile che dopo la scandalosa operazione denominata “Blu” di un anno fa le strade intraprese fossero diverse, quantomeno orientate com’è giusto nella direzione del grosso traffico e spaccio che è evidentemente da colpire.
Spiace constatare che ancora nell’anno 2010 resta valido il detto “forti con i deboli e deboli con i forti”.

Mauro Bussani, Presidente dei Verdi della provincia di Gorizia.

Il Piccolo, 20 febbraio 2010
 
CASA. I PREZZI DELLE ABITAZIONI RIDOTTI DEL 10% IN DUE ANNI 
Edilizia a picco, 600 alloggi invenduti in città 
Nessun cantiere verrà aperto quest’anno. La crisi paralizza gli interventi e taglia l’occupazione

di TIZIANA CARPINELLI

Mercato in picchiata per il settore delle costruzioni private. Chi sperava nella ripresina, dopo un 2009 da dimenticare, resterà deluso: almeno fino al prossimo dicembre non si prevede l’apertura di alcun cantiere in città. Gru ferme e muratori a casa: i progetti annunciati restano nel cassetto, congelati. «È la crisi più nera degli ultimi quarant’anni», dicono gli addetti ai lavori. E i numeri non sconfessano le parole: oltre 600 alloggi rimasti invenduti nel mandamento monfalconese, una cinquantina di ditte edili sparite nell’arco di dodici mesi in provincia, manovalanza ridotta ai minimi termini, con il 40% di operai licenziati in quattro anni, e svalutazione degli appartamenti per i prezzi calati del 10% nel biennio. La recessione ha trascinato sul baratro le aziende, anche quelle con le spalle più larghe.
LA CRISI Per un anno gli imprenditori si sono aggrappati alla speranza non tanto di una ripresa, quanto almeno di una ripresina, e invece niente. Dopo un ciclo espansivo di crescita maturato nei primi anni ’90, allorché il territorio conobbe il boom della piccole imprese, il settore delle costruzioni è ora investito in pieno dalla crisi economica. «La forte contrazione coinvolge tutte i settori produttivi del comparto, dall’edilizia residenziale pubblica a quella privata, dai muratori agli addetti alle pitturazioni», spiega Alcide Bidut, presidente della Commissione provinciale artigianato della Camera di Commercio di Gorizia. Gli effetti recessivi si sono dilatati nella società civile, soprattutto sotto il profilo occupazionale: «Nella nostra Provincia – prosegue – il numero delle ditte artigiane iscritte alla Ccia è sceso, tra il 2008 e il 2009, da 1306 a 1258 unità. E laddove le realtà produttive sono sopravvissute si è assistito a un assottigliamento dell’organico del 40%, con il complessivo licenziamento di circa 400 lavoratori dipendenti». In aumento, invece, il numero di ditte autonome provenienti dall’Est, con titolari perlopiù provenienti da Bosnia e Croazia.
COMPRAVENDITE «C’è movimento, nel settore delle compravendite, solo per immobili in pronta consegna e a costo accessibile – afferma Susanna Marusig, titolare di ”Progetto immobiliare” e associata Fiaip -: non a caso i prezzi, per colpa della crisi, sono calati del 10% rispetto a due anni fa. Oggi, per un appartamento nuovo di 65 mq, con due camere, soggiorno, angolo cottura, bagno, terrazzo e posto macchina si spende poco più di 115mila euro». «Ci sono sul mercato molti alloggi invenduti di complessi già realizzati – continua – e le imprese costruttrici preferiscono per questo tener le bocce ferme, in attesa di un cambiamento. Per il 2010 escludo nuove aperture di cantieri. Mi risultano ancora diversi appartamenti in vendita nella zona dell’ex ospedale, in via Crociera, nel complesso Iridia, all’ex Meteor di Ronchi e all’ex Detroit».
CREDITO Ma a cosa si deve la stasi nelle compravendite? «Principalmente alla disponibilità creditizia – replica Marusig -: fino a un paio di anni fa le banche accordavano mutui al 100% del valore immobiliare della casa, oggi all’80%. Siamo tornati indietro di vent’anni. Se infatti, prima, a una famiglia bastava avere i soldi per il rogito, ora l’acquisto di un alloggio è impossibile se non si dispone di una quota del capitale in contanti. Per contro, il calo dei prezzi ha reso, per le persone che ne hanno facoltà, il mattone un investimento e dunque si assiste a un fenomeno da tempo scomparso: il pagamento della casa in contanti, tramite assegni circolari, per l’intero ammontare del prezzo. Si tratta di persone che hanno avuto un’eredità o che hanno deciso di far fruttare in questo modo i risparmi di una vita o la propria liquidazione».
OCCUPAZIONE «La situazione dell’edilizia è ferma da almeno due anni – commenta Mario Medessi, presidente del Collegio periti industriali di Gorizia – e la recente legge regionale 19, entrata in vigore lo scorso 23 dicembre, non ha agevoltato, anzi ha bloccato le attività dal punto di vista modulistico e burocratico. In 40 anni di carriera, non ho mai visto una crisi così nera: sì, ci sono sempre stati alti e bassi, ma qua ormai si vedono solo i bassi. L’occupazione è azzerata: tutti gli studi stanno disimpegnando le strutture. Si confidava, non dico nella ripresa, ma almeno nella ripresina: così non è stato. Sicuramente più di una realtà è a rischio, anche perchè il mercato è immobile: sono oltre 600 gli alloggi invenduti nel mandamento monfalconese e con le fabbriche alle prese con la cassa integrazione sarà difficile che la tendenza venga invertita».
 
CASA. I CASI EMBLEMATICI DELLA VECCHIA AREA EX OSPEDALIERA E DI VIA GALILEI 
Ex Detroit e Parco Rocca, i rioni-fantasma 
Dovevano ospitare quasi mille abitanti. Le imprese hanno ritirato i macchinari

Sulla carta, avrebbero dovuto essere le due nuove cittadelle di Monfalcone, capaci di attrarre complessivamente quasi un migliaio di nuovi residenti e di risolvere così, una volta per tutte, la ”fame” di alloggi. Il condizionale, mai come in questo caso, è però d’obbligo, poichè tra la teoria e la pratica c’ha messo lo zampino l’intervenuta crisi economica. Dovrà infatti passare ancora del tempo prima di vedere completamente esaurite le progettualità di due riqualificazioni importati: quella, in via Rossini, dell’ex ospedale (il complesso denominato ”Parco Rocca”) e quella in via Volta dell’ex Detroit. Da tempo, in entrambi i casi, la cantierazione ha subìto un forte rallentamento. Si procede per lotti, rispettando l’andamento del mercato immobiliare, afflitto dalla stretta creditizia impressa dalle banche. Al ”Parco Rocca” lo stop appare per il momento più evidente, secondo quanto riferito da Fiorello Giacomello dell’Agenzia immobiliare Alfa. Nei piani figurano sette lotti edificabili, per una volumetria totale di 100mila metri cubi, ma al momento è stata realizzata solo la parte commerciale-direzionale per 33mila mc: restano dunque da costruire i rimanenti sei lotti, di cui quattro residenziali e due alberghiero-residenziali.
All’ex Detroit, invece, si dovrebbero erigere in totale 10 lotti, per una volumetria di 50mila mc, di cui uno direzionale da 15mila mc e 9 residenziali. Di questi ultimi, in particolare, uno sarebbe destinato a ospitare una Residenza sanitaria assistenziale dell’Ass per 10mila mc. Due sono comunque stati completati e venduti, mentre altri due risultano in costruzione e di uno è già da tempo stata avviata la fase di commercializzazione. «Il terzo lotto – precisa Giacomello – è ad uno stadio già avanzato: si tratta di una palazzina di 90 unità, già intonacata. In questi giorni si stanno concludendo le trattative per una vendita in blocco dello stabile: se non dovesse andare a buon fine si procederà al frazionamento della commercializzazione». «In generale – conclude – un minimo movimento comunque si è registrato, almeno rispetto alla fine del 2009: la domanda è ancora debole, ma vi sono segnali positivi di parziale ripresa, in parte perchè le banche hanno incominciato a riallentare le maglie del credito. Lo scorso anno è stato drammatico, l’auspicio è che, seppur lentamente, il mercato riprenda». (ti.ca.)

Il Piccolo, 20 febbraio 2010
 
Trova in strada il portafoglio di un bosniaco e chiede un ”riscatto” di 500 euro, arrestato

Trova un portafoglio senza soldi ma con carte di credito e documenti. Ma anzichè risalire al proprietario – un autotrasportatore bosniaco -, mettersi in contatto con lui e restituirglielo, gli chiede un ”riscatto”, la somma di 500 euro, per riaverlo. Ma la vicenda ha preso una direzione inaspettata per l’estorsore. Il bosniaco si è infatti rivolto ai carabinieri della Compagnia di Monfalcone che hanno teso un tranello al rinvenitore, per il quale è scattato l’arresto.
Protagonista dell’estorsione un monfalconese di 58 anni, incensurato, che evidentemente cercava di trarre profitto dal casuale ritrovamento. L’episodio si è risolto ieri attorno alle 14. È stato il personale del Nucleo operativo e radiomobile di Monfalcone ad arrestare in flagranza per il reato di estorsione il monfalconese. I militari, informati del fatto, hanno preparato un trabocchetto. L’autostrasportatore bosniaco ha fatto credere al rinvenitore del portafoglio che avrebbe accettato di pagare il riscatto.
Ma ieri verso mezzogiorno c’erano anche loro nei pressi del luogo fissato per l’incontro, nelle vicinanze di un esercizio pubblico. È stato facile per loro sorprendere il responsabile proprio mentre stava ricevendo la somma pattuita in cambio del portafoglio. Il portafoglio conteneva infatti sol documenti vari, carte credito e un bancomat, che sono stati restituiti al proprietario. Mentre il monfalconese è stato associato alla casa circondariale Gorizia.
L’arrestato aveva trovato il portafoglio il giorno precedente in una strada periferica di Monfalcone, probabilmente caduto dalla tasca del proprietario.
Visto che non conteneva denaro ma, comunque, documenti personali indispensabili, aveva pensato di guadagnarci qualcosa, non accontentandosi del compenso che probabilmente avrebbe comunque ricevuto nel caso si fosse limitato alla restituzione.

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