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Monfalcone, 25 marzo 2010 

Operazione blu ritorno al futuro
Si va verso la conferma di ciò che fu denunciato un anno fa

L’udienza preliminare per il processo dell’operazione blu, che si è tenuta lo scorso 16 marzo al Tribunale di Gorizia, ha portato a risultati tanto attesi quanto previsti.Era chiaro, ad un anno di distanza dagli arresti che hanno costretto diversi attivisti dell’Officina sociale di via Natisone a due settimane di reclusione, che sancire e ridicolizzare il “grossolano errore” della questura goriziana con l’archiviazione totale del caso sarebbe stato inaccettabilmente eclatante e avrebbe ulteriormente compromesso l’immagine già troppo lesa degli inquirenti. È in quest’ottica che il proscioglimento, totale o parziale, di molti imputati, ha provato l’ennesimo ridimensionamento delle accuse e di tutto il teorema incriminatorio imbastito dal Pm Marco Panzeri insieme alla Squadra mobile del Commissariato e del nucleo operativo dei carabinieri di Monfalcone.A conti fatti, la definitiva archiviazione dell’art. 79 della legge sugli stupefacenti non è un particolare di poco conto: si trattava infatti dell’imputazione principale, la cornice in cui si iscriveva il quadro probatorio dellesupposte condotte illecite di spaccio e cessione di sostanze stupefacenti.
Invece, diversi attivisti sono stati prosciolti proprio dall’accusa “…di aver adibito dei luoghi di propria pertinenza al consumo e al traffico di sostanze stupefacenti..”; accusa che riguardava in particolare lo spazio autogestito dell’officina sociale e alcune case auto-assegnate. È fallito dunque il tentativo generalizzato di criminalizzare gli spazi sociali e le migliaia di persone che in questi anni hanno frequentato l’Officina rendendola viva e attiva sul territorio. Il giorno degli arresti le cronache locali non lanciavano solo a caratteri cubitali nomi e ipotesi di reato, ma anche, riportando quasi alla lettera l’ordinanza di carcerazione, sancivano lo spazio sociale come nodo nevralgico del narcotraffico di tutta la provincia. Eppure adesso il giudice per l’udienza preliminare ha definitamente sentenziato che tale circostanza, oltre a non emergere in nessun riscontro materiale, non corrisponde al vero.
É stata inoltre disposta l’apertura del processo vero e proprio, che si terrà il prossimo 16 luglio: quel giorno i 13 imputati rimasti, tutti militanti dell’officina sociale e soggetti attivi nella realtà politico-culturale del territorio, dovranno rispondere di singole imputazioni derivanti dalle sommarie informazioni testimoniali raccolte per due anni tra decine e decine di giovanissimi o persone che in maniera saltuaria hanno frequentato lo spazio sociale di via Natisone o il bar Tommaso di Monfalcone. In quella sede si potrà capire come, dove e perché certe informazioni sono state raccolte dagli inquirenti, soprattutto da quei carabinieri che, poche settimane dopo la scarcerazione dei sei compagni arrestati, sono stati a loro volta inquisiti, allontanati dalla loro sede di lavoro e in alcuni casi arrestati a loro volta. Questo aspetto potrebbe essere effettivamente il più interessante di tutta la vicenda, nonché il lato positivo della non archiviazione del processo. Possiamo essere certi che tante sorprese verranno allo scoperto anche in questa ulteriore fase del processo “operazione blu”. Il passaggio da imputati a parti lese non è particolarmente interessante: quello che ci interessa è continuare a ribaltare il punto della discussione per sottolineare come le operazioni repressive che si continuano a susseguire nel nostro territorio rappresentano la foglia di fico del sistema politico, economico e giudiziario in questo angolo di nordest. Come abbiamo detto davanti alle porte del tribunale il 16 marzo, ribadiamo che non c’è differenza tra il potere politico, quello economico/finanziario e quello giudiziario: tre pilastri su cui si basa il tessuto affaristico- mafioso che sta tentando di trarre massimo profitto dalla crisi economica in corso e contemporaneamente garantirsi la pace sociale e l’emarginazione di quei soggetti che da sempre rivendicano indipendenza e praticano la disobbedienza contro le logiche di sfruttamento e di precarizazzione della società.
Ridicolizziamo sul loro terreno e nei loro tribunali la retorica della legalità e della sicurezza pretendendo libertà, giustizia e dignità per tutti, soprattutto per chi come noi rivendica da sempre la propria colpevolezza.
Noi siamo colpevoli, colpevoli di non essere né spacciatori né confidenti, colpevoli di essere indipendenti, insofferenti al controllo e contro i proibizionismi..
Siamo colpevoli di praticare quello in cui crediamo. Siamo colpevoli di rivendicare la legalizzazione dei derivati dalla cannabis perché sappiamo che la canapa italiana può rappresentare una materia prima fondamentale all’interno di una svolta “green economy” sostenibile e dal basso. Rivendichiamo la possibilità dell’utilizzo della cannabis e dei suoi derivati nella ricerca farmaceutica e scientifica come praticato da molti altri paesi, europei e non.
E rivendichiamo anche la possibilità, per chi lo vuole, di coltivarsi e consumare in libertà un prodotto naturale e innocuo che viene utilizzato dall’umanità dall’alba dei tempi. Denunciamo il fatto che le politiche proibizioniste nella complessità di tutto il fenomeno non solo hanno prodotto e producono tutt’ora risultati contrari a quelli enunciati e perseguiti, ma sono funzionali ad una “economia sommersa” che fornisce liquidità al sistema economico globale, cosa non di poco conto soprattutto quando i bilanci ufficiali dei governi parlano di crisi economiche.
Rivendichiamo la fine del proibizionismo soprattutto per sconfiggere il narcotraffico, sviluppare e articolare servizi e progetti di accoglienza, riduzione del danno, inchiesta e intervento contro tutte le dipendenze perché il proibizionismo è l’arma migliore delle mafie come dei regimi autoritari e oscurantisti.
Lottiamo quotidianamente per altre politiche sociali, culturali ed economiche che sappiano aggredire alla radice le precarietà esistenziali e lavorative come il degrado culturale che sta alla base dell’espandersi delle diverse dipendenze e della marginalità sociale connesse.
Rivendichiamo soprattutto la fine di un sistema ipocrita di “mele marce” dove trafficanti, mafiosi e “inquirenti” costruiscono le loro fortune sulla pelle delle moltitudini di lavoratori precari, studenti e semplici consumatori a cui viene lasciato un mondo fatto di carcere, lacrime, sangue………e merda, tanta merda.
Fino a qui di merda ne abbiamo vista fin troppa.
Rimane una convinzione: questo processo non va avanti perchè gli inquirenti conoscevano gli imputati come spacciatori, ma perchè li conoscevano come aderenti ad uno spazio che intraprende battaglie con finalità sociali e politiche.

Operazione blu still in action.

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Il Piccolo, 21 marzo 2010
 
Nucleare, Lubiana chiude a Enel e Fvg 
Slovenia contraria alla collaborazione con l’Italia per il raddoppio di Krsko
ENERGIA TRANSFRONTALIERA
Il no d’oltreconfine potrebbe rilanciare Monfalcone quale sito per la realizzazione di una centrale atomica

di GIULIO GARAU

TRIESTE Centrali nucleari, la Slovenia chiude la porta all’Italia e al Friuli Venezia Giulia: non si farà alcun raddoppio della centrale di Krsko assieme. La notizia è stata data ieri dall’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti che ha detto: «Non ci sono margini per una partecipazione». Lubiana non ha alcuna intenzione di lavorare assieme al Friuli Venezia Giulia sull’energia nucleare: come retroscena forse una contromossa di fronte alla vertenza aperta, sempre sul fronte energetico, del rigassificatore di Trieste che gli sloveni contestano?
Nessuna conferma, ma appare naturale che ritorni in gioco Monfalcone tra i possibili siti italiani con le caratteristiche per ospitare una centrale nucleare. L’elenco (si parla di almeno 16 aree) non è stato ancora reso noto, il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola sembra lo tenga chiuso in cassaforte: la lista verrà ufficializzata solo dopo le elezioni regionali. Tondo, che non ha mai nascosto di essere favorevole al nucleare, sperava forse (anche di fronte alle proteste di Monfalcone con in prima fila il sindaco Gianfranco Pizzolitto) di risparmiare la regione con la proposta di una cooperazione con gli sloveni per il raddoppio di Krsko che dista in linea d’aria solo 120 chilometri. «Il presidente Piero Gnudi mi ha assicurato che è interesse anche dell’Enel partecipare al raddoppio di Krsko e si muoverà con la Slovenia. Aspettiamo solo la disponibilità di Lubiana» aveva detto Tondo. Ma Lubiana ha risposto «no» all’Enel.
Nella fatidica lista dei siti oltre a Monfalcone ci sarebbe anche Chioggia in Veneto: è scontato che due centrali vicine non verranno realizzate. Ma visto che anche il Veneto ha fatto sapere che non vuole sul suo territorio centrali nucleari, a contare sulla decisione finale del governo sarà il peso politico. Quello dei veneti è più determinante del Friuli Venezia Giulia e nell’intero Nordest non ci sarebbero altre aree idonee.
Ma ci sono altri elementi che fanno supporre che Monfalcone, già polo energetico, possa rientrare in gioco: da un lato il fatto che Enel era presente con la centrale (a olio combustibile e carbone, attualmente di proprietà di A2A) che non è stata trasformata a gas (come da progetti) e potrebbe essere riconvertita. Dall’altro le notizie da fonti finanziarie e bancarie: alcune aziende di impiantistica per centrali nucleari avrebbero contattato professionisti e istituti di credito per aprire a Monfalcone nuove sedi.
Quello che è certo che tramonta la possibilità di una partecipazione italiana al raddoppio di Krsko. Conti ieri non ha usato giri di parole: «Credo – ha detto a Venezia nel corso della firma con la Regione Veneto per la riconversione della centrale di Porto Tolle – che sia tutto legato al fatto che la Slovenia voglia tenersi un investimento che non vuole spartire con nessun altro». L’amministratore delegato dell’Enel ha ricordato che l’Italia importa e paga l’energia elettrica prodotta a Krsko ma ha aggiunto anche che «Nonostante la buona volontà del presidente del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, il matrimonio non si può fare perchè la sposa non c’è».
Ci sono finanziamenti milionari e taglio delle tasse promessi dal governo alla popolazione dei territori che accoglieranno un sito nucleare: basterà per ottenere un sì nel Nordest?.

Il Piccolo, 22 marzo 2010
 
Monfalcone, è rivolta sull’ipotesi nucleare 
Legambiente e Wwf incalzano la giunta su progetti «verdi»

MONFALCONE Il ”no” della Slovenia alla partecipazione di Enel per il raddoppio della centrale di Krsko e il ritorno dell’ipotesi nucleare a Monfalcone, assieme alla presunta opzione veneta, ha scatenato prese di posizione a catena. Delle associazioni ambientaliste, ma anche dagli esponenti politici. Dal Pd che, con il il segretario della città dei cantieri, Paolo Frisenna, scandisce il ”no al nucleare in Friuli Venezia Giulia, mai a Monfalcone». E il consigliere regionale Franco Brussa fa eco: «La notizia data dall’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, sull’avvio del raddoppio della centrale nucleare di Krsko e sulla scelta slovena di non volere alcuna partecipazione dell’Italia, e del Friuli Venezia Giulia in particolare, all’opera, fa definitivamente cadere l’alibi dietro il quale si è trincerato il presidente della Regione, Tondo». Brussa aggiunge: «Tondo e la sua maggioranza si sono più volte espressi a favore di un ritorno al nucleare. Si tratta ora di capire quali azioni vorranno porre in essere per confermare o smentire un eventuale accoglimento dell’ipotesi-Monfalcone». Il consigliere rilancia la proposta di legge del Pd la quale prevede che «anche in base alla propria competenza statutaria in materia urbanistica, sia vietata in regione la realizzazione di centrali nucleari».
Legambiente non ha perso tempo: «Il ”no” della Slovenia alla partecipazione dell’Italia nella costruzione di un nuovo reattore nucleare a Krsko era scontata e prevedibile. La boutade serviva al presidente Tondo, convinto nuclearista, a togliersi dall’imbarazzo dal sostenere di fronte ai suoi cittadini il via libera alla realizzazione di una centrale nucleare in regione. Considerando che Monfalcone e altre località regionali fanno parte della rosa dei papabili siti e che la stragrande parte dei governatori di Regione o candidati tali alle imminenti elezioni regionali sono contrari a un insediamento nucleare nelle loro regioni, risultava molto più comodo ricorrere alla collaudata operazione: ”Si, sono favorevole, ma non nel mio giardino!”. Cosa farà adesso Tondo? Sosterrà comunque la sua scelta nuclearista o assisteremo a rimpalli tra la nostra regione e il Veneto? Legambiente vorrebbe che l’Italia e la nostra regione in primis, avviasse una politica di autonomia energetica legata al territorio, puntando su due grandi opportunità: efficienza energetica, soprattutto negli edifici (Direttiva Ce del 2009) e fonti rinnovabili, soprattutto solare termico e fotovoltaico». Chiede di «aprire un dibattito lasciando cadere improbabili e pericolose scelte nucleariste, partendo dall’analisi degli insediamenti di produzione energetica e studiando le proiezioni sui consumi dei prossimi anni, garantendo una politica energetica utile e virtuosa per il Friuli Venezia Giulia». Per il Wwf, «la clamorosa scelta del Governo italiano di tornare all’energia nucleare e il dibattito sulla dislocazione di una centrale nucleare nel Monfalconese sono argomenti che fanno notevolmente discutere ambientalisti e opinione pubblica».

«No sloveno a Krsko 2, intervenga Frattini» 
Savino «La Regione contatterà il ministro». Gottardo accusa Lubiana, l’opposizione critica Tondo

di GIULIO GARAU

TRIESTE Nucleare, dopo il no di Lubiana all’Enel sull’ipotesi di partecipare al raddoppio della centrale di Krsko il Friuli Venezia Giulia si affida alle arti diplomatiche del ministro Franco Frattini.
«Il no di Lubiana non l’ho visto, sul tavolo non ho alcuna carta – spiega l’assessore regionale alle finanze, Sandra Savino con la delega all’energia – ci sono rapporti istituzionali tra Stati da rispettare, prima di commentare vorrei vedere il diniego della Slovenia al progetto. La Regione contatterà il ministro degli Esteri Frattini». E mentre il Fvg tenta di prendere le contromisure dal fronte dell’opposizione arriva una valanga di critiche contro il presidente della giunta, Renzo Tondo.
Da quest’ultimo nessun commento, e bisognerà capire se la questione, vista la fase delicata, sarà gestita direttamente dalla presidenza. Era stato Tondo infatti, nuclearista convinto, ad avanzare la proposta di collaborare con Lubiana sul raddoppio della centrale di Krsko attraverso l’Enel. C’erano stati interventi della Regione sul ministro Frattini e sul presidente dell’Enel, Piero Gnudi. Una scelta logica, Tondo aveva spiegato (considerato anche il no di Monfalcone, possibile sito individuato dal governo per una nuova centrale) che era inutile realizzare un nuovo impianto in Fvg vista la presenza di Krsko a 120 chilometri in linea d’aria (dalla quale l’Italia acquista energia) che poteva essere raddoppiata con la partecipazione italiana.
Ma sabato da Venezia, come è noto, è arrivata la notizia del «no» di Lubiana ufficializzato dall’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti. Un no che però, secondo la Regione, non è la posizione ufficiale della Slovenia. «Conti ovviamente è autorevolissimo – si affretta a precisare la Savino – ma in questi casi bisogna rispettare le vie istituzionali nei rapporti tra due Stati. Ci sono stati colloqui tra i due ministri degli esteri sul raddoppio di Krsko e non abbiamo sentito il ministro Frattini. La Regione lo contatterà per approfondire. E poi bisogna anche considerare che su Krsko non ci sono di mezzo solo gli sloveni, una parte della centrale (20%) è in mano alla Croazia».
Non si contano le reazioni, soprattutto dell’opposizione. «Sul nucleare in Fvg è finito il tempo dei trucchetti, ora il presidente Tondo deve pronunciarsi e dire no» sostiene l’europarlamentare e segretario regionale Pd, Debora Serracchiani. «Dobbiamo aprire gli occhi – continua – e renderci conto che nello sventurato progetto del governo di ritorno al nucleare è pressochè inevitabile l’impianto di una centrale nel Nordest. Dal momento che Formigoni e Zaia hanno detto no al nucleare in Lombardia e Veneto, non vorrei che la nostra regione arrivasse tardi».
Critico con Lubiana invece il Pdl. «La Slovenia è fortemente nazionalista e sfrutta l’appartenenza all’Ue, ma non è disponibile a nessuna forma di cooperazione», attacca Isidoro Gottardo, coordinatore Pdl in Fvg che fa notare come Lubiana «interferisce sul rigassificatore di Trieste mentre noi abbiamo sempre tollerato una centrale nucleare». «Non possiamo dare un giudizio positivo sia politico che della cooperazione internazionale – aggiunge Gottardo – la Slovenia si fa sentire con l’Italia solo quando deve tutelare la sua minoranza, ma poi non fa nulla o molto poco per far in modo che al superamento dei confini segua di fatto una cooperazione forte e naturale».
Ma è soprattutto l’opposizione a incalzare Tondo. «Ci chiediamo quali saranno ora le scelte di Tondo» incalza il capogruppo Pd in consiglio regionale, Gianfranco Moretton. «Vedremo se promuoverà il rigassificatore o se si porrà nella condizione di portarsi una centrale nucleare in casa».
Anche il consigliere regionale Pd Franco Brussa chiede a Tondo di «chiarire se Monfalcone è uno dei siti individuati dal governo» e accusa il presidente e la sua giunta di «superficialità nell’affrontare un tema così delicato». Conclude il consigliere dei Cittadini, Piero Colussi che chiede a Tondo «Perchè non ha impugnato, come altre undici regioni italiane, davanti alla Corte costituzionale la legge 99 del 2009 che delega al governo ogni decisione relativa all’individuazione dei nuovi siti nucleari?».

Il Piccolo, 23 marzo 2010
 
Tondo: nessuna centrale nucleare a Monfalcone 
«Me l’ha assicurato Scajola». E strappa un incontro a Pahor sul raddoppio di Krsko
RITORNO ALL’ATOMO
ENERGIA 
Il premier sloveno a Opicina per l’apertura di una filiale bancaria Incontro bilaterale dopo Pasqua. Pegorer critica il governatore

di MAURO MANZIN

TRIESTE Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, da buon carnico, non molla. Ieri, a margine dell’inaugurazione della nuova filiale a Opicina della Nova Ljubljanska Banka si è incontrato per pochi minuti con il premier sloveno, Borut Pahor e sul raddoppio della centrale di Krsko si sono dati appuntamento a dopo Pasqua. Prima di incontrare Pahor lo stesso Tondo ha dichiarato che «non c’è alcun progetto del governo per una centrale nucleare a Monfalcone. Lo ha detto, a margine del congresso regionale della Cgil a Zugliano. Tondo, sollecitato sul ”no” di Lubiana alla compartecipazione del Friuli Venezia Giulia al raddoppio della centrale nucleare di Krsko (a 150 chilometri da Trieste) ha ribadito di aver parlato «direttamente con il ministro Scajola. Non c’è – ha aggiunto il presidente del Friuli Venezia Giulia – nessuna ipotesi del governo di centrali nucleari a Monfalcone». Tondo – nuclearista convinto – ha poi precisato «di non aver ricevuto alcuna comunicazione dall’autorità slovena. Ho solo letto una dichiarazione dell’amministratore delegato di Enel («Non ci sono ipotesi per noi di partecipare al raddoppio di Ksko»). I rapporti con la Slovenia quindi proseguiranno», ha concluso Tondo.
«Non capisco le reazioni di gioia di fronte alle dichiarazioni dell’amministratore delegato dell’Enel – ha aggiunto Tondo – secondo cui mancherebbe ”la sposa”, la Slovenia, per andare avanti. Io invece ribadisco che continuerò su questa strada perchè la considero una scelta giusta. Il fine è raggiungere l’obiettivo di un’energia a costi ragionevoli in un Paese ove i costi superano il 30 per cento. Il punto non è mettere in difficoltà la giunta, ma raggiungere un risultato».
Pronta la replica del parlamentare del Pd, Carlo Pegorer: «Speriamo che il governatore Tondo abbia spiegato bene le sue ragioni nel suo incontro con il premier sloveno Borut Pahor o in quelli che verranno. Il presidente farebbe però bene a realizzare che la Slovenia è uno Stato sovrano che come interlocutore ha il governo italiano e non una Regione, per quanto importante possa essere ritenuta la nostra». Ora, secondo Pegorer, «Tondo deve esprimersi in modo netto e chiaro in ogni sede contro ogni eventualità che il Friuli Venezia Giulia ospiti una centrale nucleare».
Dal canto suo il premier Pahor non ha fatto alcuna dichiarazione in merito. Nel corso dell’inaugurazione della nuova banca ha affermato che «la Slovenia è pronta a realizzare investimenti all’estero e ad accogliere investimenti stranieri sul proprio territorio. Ha reso noto di aver incontrato il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Negli incontri – ha aggiunto – sono state esaminate le possibilità di collaborazione della Slovenia nell’Expo 2015.
«Siamo impegnati – ha detto Pahor – a fare di tutto, anche con iniziative comuni, per elevare il benessere delle nostre popolazioni. Negli ultimi 20 anni – ha aggiunto riferendosi alle aree di confine con l’Italia – tutto è cambiato ed è cambiato in meglio. Sono state fatte scelte strategiche che – ha sottolineato – hanno garantito la sicurezza e le diversità. Oggi possiamo andare un passo più in là, in campo finanziario». «Possiamo guardare con ottimismo al futuro», ha concluso Pahor che, citando la Croazia, ha detto di «sperare che il processo di allargamento dell’Unione Europea continui».
Il premier ha chiaramento espresso la volontà della Slovenia di entrare nei meccanismi finanziari e commerciali del Nordest d’Italia affermando che la Slovenia è pronta a fare i propri investimenti così come è pronta ad accogliere le proposte di collaborazione finanziaria con l’Italia.
 
IL SINDACO NON CREDE ALLE RASSICURAZIONI DI TONDO
Pizzolitto: «Centrale nucleare, un rischio reale» 
«Regione debole su questo fronte». «Potremmo diventare sede di un impianto che nessuno vuole»

IL PUNTO
Il presidente Tondo ha riferito che, per il ministro Scajola, la possibilità che Monfalcone diventi sede di una centrale nucleare «non esiste».
Le indiscrezioni e i segnali in tal senso però continuano ad essere contraddittori.
Su tutti gli organi d’informazione Monfalcone continua a essere inserita tra i possibili siti di impianti nucleari, essendo una delle località più idonee.
IL SINDACO
«Abbiamo una Regione e un Governo nuclearisti. A fronte di ciò undici Regioni hanno fatto ricorso contro la legge che ha istituito il ritorno al nucleare».
«Anche qualora Monfalcone non fosse effettivamente inserita tra i siti possibili, l’atteggiamento della Regione è tiepido e coinvolgibile».
«Chiedo al presidente Tondo di prendere una posizione decisa e di spiegarci chiaramente quali sono le prospettive reali per il nostro territorio».
LE RAGIONI DEL ”NO”
«Siamo già la città martire dell’amianto e continuiamo a respirare i fumi della centrale alimentata a olio combustibile».
«C’è un’incongruenza di fondo con le prospettive economiche del territorio: la nautica, lo sviluppo turistico e balneare e quello ambientale».
«È un’ipotesi che si scontra anche con le prospettive di Portorosega e della logistica che sta prevedendo nuovi investimenti nell’area portuale».

di LAURA BORSANI

Il raddoppio della centrale di Krsko, che, lo ha dichiarato ieri il presidente della Regione Renzo Tondo, rappresenta un progetto «che continueremo a perseguire». E l’ipotesi-Monfalcone per il nucleare che «non esiste», confermata, ha spiegato il presidente, dal ministro Scajola. Ma il sindaco Gianfranco Pizzolitto mantiene le sue «serie preoccupazioni».
«Il rischio di una possibile centrale in regione, e in particolare a Monfalcone, è reale. La città sarà coesa nel contrastare questo progetto, nel modo più assoluto. Non si tratta di liste o meno, di assicurazioni da parte dei ministri. Si tratta di assumere una posizione chiara e inequivocabile da parte di chi governa la Regione. Il presidente Tondo deve esprimere un giudizio in merito».
Non bastano, dunque, le assicurazioni del presidente?
«Abbiamo un Governo e una Regione nuclearisti, in un contesto nazionale in cui tutti, con grande determinazione, hanno messo le mani avanti. Undici Regioni hanno fatto ricorso contro la legge che ha istituito il nucleare. Lombardia e Veneto, anche in relazione all’attuale fase elettorale delicata, escludono senza appello il nucleare».
E la nostra Regione?
Mi pare che la Regione Friuli Venezia Giulia risulti debole e incongruente. Per questo il rischio è che, alla fine, liste o non liste, sia determinante il peso politico. Paradossalmente, potremmo diventare i locatari di una centrale che nessuno vuole. Risulterebbe così compromesso non solo il nostro territorio, ma anche la stessa immagine della Regione, che farebbe la parte della ”parente povera”. Per questo, fin dall’inizio di questa vicenda, ho sollecitato espressamente il presidente Tondo a prendere una posizione decisa, ben sapendo che altri sono più forti di noi».
Quindi il problema va oltre le ipotetiche liste?
«Anche qualora Monfalcone non fosse inserita tra i siti possibili, se l’atteggiamento della Regione è tiepido e coinvolgibile, potrebbe comunque non bastare questa garanzia. Ciò che mi lascia e mi ha sempre lasciato perplesso, è che il presidente Tondo in questo delicato tema dovrebbe essere in prima fila a difendere le ragioni del territorio. Con l’Isontino punta di diamante per la logistica. La domanda da porsi pertanto è se vogliamo uno sviluppo in questa direzione, oppure se invece vogliamo svendere il nostro territorio per una centrale che altri non accetteranno mai. In questo senso, è proprio il presidente Tondo il punto di riferimento principe».
Cosa quindi chiede al presidente?
«Deve spiegare chiaramente quali sono le prospettive per il territorio. Dica qual è il modello di sviluppo che vuole. Questo è il punto fondamentale. Da qui si potrà capire se una centrale nucleare ci sta o meno. Per quanto ci riguarda, non accetterò un cerino che non sia congruente con un modello di sviluppo sostenibile. La città è coesa su questo. La mobilitazione sarebbe popolare. Propria di chi ha consapevolezza di quanto ha già dato ed è in grado di avere e non subirà mai interventi calati dall’alto magari perchè la classe politica regionale non è stata preventivamente attenta al problema».
La preoccupazione resta alta?
«È la preoccupazione che ho sempre avuto e denunciato a più riprese. Una posizione che non è strumentale, ma è motivata proprio dal fatto che siamo i meno determinati e i più deboli nella scena politica nazionale rispetto a questo tema».
No senza appello, dunque, di fronte a qualsiasi ipotesi o rischio?
«Non è una questione pregiudiziale, ma di buonsenso. Nella città martire dell’amianto e dove si continuano a respirare i fumi dell’olio emessi dall’attuale centrale termoelettrica, credo che non si possa chiedere altro. È inoltre incongruente con le prospettive che si stanno muovendo sul territorio. Lo sviluppo di Portorosega, la logistica che sta sostenendo possibili nuovi insediamenti. La nautica che produce attività e posti di lavoro, non solo approdi. E il turismo ambientale per Marina Julia. La centrale nucleare proprio non ci sta, è un insediamento da aree povere, non di quelle che hanno consapevolezza del proprio destino».
A proposito della centrale termoelettrica: A2a ha congelato il progetto di metanizzazione.
«Mi risulta che rimanga il progetto originario, seppure spostato nel tempo. Ci sono due gruppi a carbone e due a olio combustibile, che verranno chiusi. E rimane l’opzione-gas, anche se oggi non è un progetto conveniente. Per i due gruppi a carbone, già desolforizzati, diminuirà l’impatto e aumenterà lievemente la potenza attraverso un’ulteriore modernizzazione dell’impianto. Si può riflettere, ma non c’è da stracciarsi le vesti. Il contesto però deve restare chiaro: i gruppi a olio dovranno chiudere, come previsto da precisi accordi. Il carbone non può comunque rappresentare l’unica alternativa, seppure potenziato, tale da sostituire i due gruppi a olio. La mia attenzione però ora si sposta sul piano occupazionale, diminuendo la potenza erogata dalla centrale. Su questo aspetto, tuttavia, ho avuto ampie assicurazioni».

Il Piccolo, 24 marzo 2010
 
Raddoppio di Krsko: Lubiana riapre al dialogo con l’Italia 
Il direttore sloveno all’Energia: progetto costoso, non possiamo fare da soli

di ROBERTO URIZIO

TRIESTE Lubiana riapre le porte all’Italia per il raddoppio di Krsko. Dopo le dichiarazioni dell’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, che aveva annunciato il no della Slovenia alla partecipazione italiana, ci ha pensato il direttore del dipartimento Energia del ministero dell’Economia, Janez Kopac, a dare nuovo impulso alle speranze di chi, Renzo Tondo in testa, ha sempre visto il raddoppio della centrale nucleare slovena come un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. «Il progetto per il secondo reattore di Krsko – ha affermato Kopac in un’intervista televisiva al Tg regionale – sarà pronto non entro il 2014 e sarà quello il momento di pensare agli investimenti». Kopac ha aggiunto che «sarà un progetto molto costoso e quasi sicuramente la Slovenia non sarà in grado di finanziarlo da sola», aprendo quindi «al flusso di capitali stranieri, anche italiani».
Kopac si è anche soffermato sul progetto di rigassificatore a Zaule, sottolineando come «ci sono delle problematiche di tipo ambientale. Il nostro ministero – ha aggiunto – aveva dato un parere favorevole al progetto di rigassificatore a terra». Su Krsko ieri si è registrata anche la smentita del presidente Tondo rispetto al possibile incontro, da tenersi subito dopo Pasqua, con il primo ministro sloveno Borut Pahor. In una nota dell’ufficio stampa della Regione è scritto che «nessun tema specifico è stato introdotto dal presidente della Regione Renzo Tondo durante la visita, assieme al primo ministro sloveno Borut Pahor, alla nuova sede di Opicina della NLB-Nova Ljubljanska Banka. La presenza del presidente della Regione all’inaugurazione,– recita ancora il comunicato – non programmata per il concomitante impegno al congresso regionale della Cgil, ha avuto il carattere del saluto di cortesia verso l’importante ospite».
Sulla questione Krsko è intervenuta anche Debora Serracchiani, segretario regionale del Pd, secondo cui «il governo Berlusconi non ha una politica estera nei confronti della Slovenia, come dimostra ampiamente il caso esemplare del Corridoio 5». Secondo Serracchiani «occorre dire quel che tutti sanno da tempo e cioè che, fin dalla stesura del piano decennale di sviluppo delle fonti energetiche slovene, era previsto che alcuni presidi rimanessero riservati alla competenza e agli interessi delle imprese nazionali slovene, e tra questi c’era in primo luogo proprio Krsko. La Slovenia non ha nessun problema a trovare chi finanzi la seconda fase della centrale».
Sulle grandi questioni come Krsko, rigassificatore, porti, collaborazione transfrontaliere il consigliere regionale della Slovenska skupnost, Igor Gabrovec, sollecita l’apertura di un tavolo istituzionale. «Il botta e risposta sulla possibilità di coinvolgimento di partner italiani nel progetto di sviluppo della centrale nucleare di Krsko ha palesato una volta in più che il ponte istituzionale tra la nostra regione e la Slovenia scricchiola come non mai». Per Alessandro Corazza, capogruppo di Idv in Consiglio regionale, «Tondo si è preso una grossa responsabilità aprendo al nucleare, salvo poi però cercare una soluzione fuori dalla nostra Regione. Temiamo che ora il presidente Tondo, al di là delle sue dichiarazioni, non sia più in grado di rassicurare realmente i cittadini sul fatto che non si stiano studiando soluzioni per costruire centrali nucleari non solo a Monfalcone ma in tutto il nostro territorio regionale».

Il Piccolo, 28 marzo 2010
 
Tondo all’opposizione: basta terrorismo sul nucleare 
IL RITORNO ALL’ATOMO
Il presidente contrattacca: «Hanno carte segrete su Monfalcone? Le tirino fuori o tacciano»
Apprezzamento per l’apertura slovena alla collaborazione italiana su Krsko: «C’è chi ha gufato contro solo per tentare di mettermi in difficoltà con Roma»

di ROBERTA GIANI

TRIESTE «Hanno gufato affinché la Slovenia dicesse di no e invece è arrivata un’apertura importante. Adesso, perlomeno, la smettano di fare terrorismo sull’energia nucleare». Non porge l’altra guancia, non stavolta. Renzo Tondo, stanco di incassare, contrattacca. E lancia la sfida a quelli del centrosinistra che alimentano a corrente continua lo ”spettro” dell’apertura incombente di una centrale a Monfalcone o, magari, nel pordenonese. Sempre e comunque, però, in quel Friuli Venezia Giulia guidato da un governatore favorevole al ritorno all’atomo: «Ho detto, e lo ribadisco, che il ministro Claudio Scajola mi ha garantito direttamente che non c’è nessun progetto del governo per l’apertura di una centrale nucleare a Monfalcone. Qualcun altro ha informazioni diverse? Le tiri fuori. In caso contrario, però, la smetta: evocare progetti segreti tenuti in chissà quali cassetti, gettando benzina sul fuoco, significa solo fare terrorismo».
Il governatore del Friuli Venezia Giulia, nuclearista sin dai tempi non sospetti, interviene a margine di un convegno pubblico sulle biomasse. A Ovaro. E, al rientro dalla visita lampo al quartier generale di Stoccolma dell’Electrolux, difende il suo appoggio all’atomo come pure il suo sostegno non meno convinto alle fonti rinnovabili: «Non c’è contraddizione, al contrario. Parto da un presupposto semplice: il settore manifatturiero, e ne ho avuto l’ennesima conferma nel corso degli incontri all’Electrolux, non va abbandonato, come si è erroneamente creduto, ma sostenuto. Serve energia, però. Molta energia e questo spiega il mio approccio non ideologico al nucleare e al contempo il mio sostegno pieno all’eolico, al fotovoltaico, alle biomasse. C’è bisogno di entrambi».
In un quadro del genere, e in nome del «buon senso» e della «collaborazione», rientra la ”battaglia” a favore di un coinvolgimento italiano nel raddoppio della centrale slovena di Krsko. E Tondo lo ribadisce, in pubblico, anche a Gorizia. «Ho lanciato la proposta poco dopo essere stato eletto, e quindi più di un anno e mezzo fa, perché la ritengo sensata» rivendica il governatore. E si leva un sassolino: quelli che l’accusano oggi di essere ”succube” di Silvio Berlusconi e della sua svolta filo-nucleare, dimenticano che «quando ho tirato fuori il raddoppio di Krsko, il governo non si era ancora espresso per il ritorno all’atomo».
La strumentalizzazione, insomma, va cercata altrove. Nelle file dell’opposizione: «Hanno gufato perché la Slovenia dicesse di no. E l’hanno fatto solo per tentare di mettermi in contraddizione con il governo, nonostante io abbia già detto e ridetto che in Friuli Venezia Giulia non ci sono le condizioni per l’apertura di una centrale nucleare» afferma, ancora, Tondo. Invece, dopo la sortita dell’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti, è arrivata l’apertura di Lubiana, con il direttore del dipartimento Energia del ministero sloveno dell’Economia Janez Kopac favorevole alla collaborazione italiana. «Sono affermazioni che apprezzo molto e che mi confortano. Io – promette Tondo – proseguo con grande determinazione il mio pressing sulle autorità italiane nella consapevolezza che l’interlocutore del governo sloveno, in questa partita, è legittimamente e giustamente il governo italiano». Il governatore del Friuli Venezia Giulia, quello che dopo Pasqua vedrà comunque il premier sloveno Borut Pahor, non sottovaluta le difficoltà: «Mai pensato che fosse facile. Ma i risultati si raggiungono con sacrificio, costanza, impegno ed è per questo che sollecito il governo italiano affinché faccia ogni tentativo per diventare partner di quello sloveno».

Il Piccolo, 02 aprile 2010
 
Il Consiglio vota a favore del nucleare 
Tondo: «Ma nessuno ci passerà sopra la testa». Il centrosinistra: «Non basta»

di ROBERTO URIZIO

TRIESTE La maggioranza dice compattamente sì al nucleare respingendo la mozione dei Cittadini firmata dall’intera opposizione. Il documento, illustrato dal consigliere Stefano Alunni Barbarossa, chiedeva alla giunta di impugnare la legge Scajola che definisce i criteri per l’individuazione dei siti delle future centrali, di esprimere il proprio rifiuto ad ospitare un impianto nucleare e centri per lo smaltimento delle scorie radioattive in Friuli Venezia Giulia e di impegnarsi invece a sollecitare il governo affinché si doti di un piano energetico basato sulle fonti rinnovabili e a predisporre un piano regionale fondato su fonti alternative e risparmio energetico. Il centrosinistra ha riportato in aula le indiscrezioni secondo cui Monfalcone (ma anche Spilimbergo) sarebbero nella mappa delle possibili centrali nucleari in Italia.
Ma il centrodestra non ha raccolto. «Chiedo a tutti di lasciare da parte il terrorismo – ha dichiarato il presidente Renzo Tondo – Al momento non è stato indicato alcun sito da parte del governo, tantomeno in Friuli Venezia Giulia. E posso assicurare che, fino a quando sarò io il presidente, nessuna decisione passerà sopra la testa di questa Regione». Tondo ha confermato che la sua scelta prioritaria, anzi «l’unica», è quella di una partecipazione italiana al raddoppio della centrale slovena di Krsko. «I gufi hanno subito cantato vittoria dopo le voci secondo cui la Slovenia sarebbe stata contraria alla partnership italiana. È vero che la successiva apertura è arrivata da un funzionario del ministero ma non ci sono state smentite alle sue dichiarazioni. È un percorso difficile ma bisogna andare avanti con determinazione e io lo farò» ha aggiunto il presidente.
Durissima l’opposizione. Per Gianfranco Moretton, capogruppo del Pd, «sorprende la posizione assunta dal centrodestra, e in particolare da Tondo, nel non aver voluto sentire ragione circa la necessità di puntare a fonti energetiche rinnovabili. Colpisce anche la pervicace intenzione di Tondo di coinvolgere la Regione nell’operazione relativa al raddoppio della centrale di Krsko». Per Igor Kocijancic (Rc) la rassicurazione di Tondo «non ci fa stare tranquilli», giacché il presidente è «un convinto nuclearista sostenitore di un governo nazionale neonuclearista». Per Alessandro Corazza (Idv) «Tondo dovrebbe prendere esempio da Nichi Vendola, che in Puglia ha fatto dell’energia pulita uno dei propri cavalli di battaglia». Alunni Barbarossa si dice «deluso per la bocciatura della mozione. In questo territorio ci sono già insediamenti industriali molto impattanti e il prezzo che sta pagando la nostra regione è alto».
La maggioranza difende il presidente e la scelta nucleare. «La sinistra continua a cavalcare i facili populismi contro il nucleare così come ha sempre fatto per tutte le grandi tematiche energetiche e infrastrutturali della Regione e dell’intero Paese» afferma il vicepresidente Luca Ciriani. E aggiunge: «Questa opposizione sa dire solo dei no ed è incapace di qualsiasi proposta positiva per fare uscire il nostro Paese dalla crisi».

Il Piccolo, 10 aprile 2010
 
SOLO IL PRESIDENTE DEL PIEMONTE COTA SI DICE POSSIBILISTA 
No dei governatori ai siti delle centrali 
Tondo: «Il nucleare non mi interessa», ma guarda sempre al raddoppio di Krsko
 

ROMA Berlusconi parla di «decisione doverosa». Sarkozy di «ritorno storico». Il nucleare è il piatto forte del vertice di Parigi. Ma questa non è una sorpresa, perchè da un pezzo Roma e Parigi ”flirtano” sull’energia atomica. Le sorprese semmai arriveranno dopo, con la costruzione degli impianti, quando bisognerà affrontare il veto delle Regioni. Soprattutto quelle destinate a ospitare i siti, che potrebbero essere 4, ha annunciato il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo. Finora l’idea di una centrale sul proprio territorio non ha fatto breccia nel cuore dei governatori. La maggior parte si è opposta, seppure con sfumature diverse. Undici si sono rivolti alla Corte Costituzionale. Il tema resta un nervo scoperto e puntualmente riaccende la scontro politica, come è accaduto anche ieri.
Su fronte del ”no” senza se e senza ma, sono schierati diversi governatori di centrosinistra: Vendola in Puglia, Errani in Emilia Romagna, Rossi in Toscana, De Filippo in Basilicata, pronto a farsi paladino di una «nuova grande mobilitazione civile se ci saranno incursioni ”manu militari” del governo».
Ma, dal centrodestra, anche Cappellacci in Sardegna, Iorio in Molise, Lombardo in Sicilia, Tondo in Friuli Venezia Giulia non hanno mai mostrato grandi aperture. Ieri Tondo ha ribadito che il nucleare gli interessa, ma oltreconfine, con «il raddoppio della centrale slovena di Krsko». «Sul nucleare in Friuli Venezia Giulia il presidente Tondo dovrebbe smettere di usare Krsko come specchietto per le allodole»: lo afferma l’europarlamentare del Pd Debora Serracchiani. Commentando il rilancio del presidente del Friuli Venezia Giulia, sull’ipotesi del raddoppio della centrale slovena, Serracchiani sottolinea che «a cominciare da Zaia, tutti i presidenti di Regione del Centrodestra si sono espressi senza remore contro il nucleare, e vorremmo sentire parole simili anche da Tondo».
Mantiene «riserve» sull’ipotesi di un impianto in terra veneta il neo governatore leghista Zaia: «Decideranno i tecnici, ma la vedo dura».
Articolato il parere di Formigoni, che in campagna elettorale giudicò «positiva» la riapertura del governo al nucleare, ma disse anche che in Lombardia il nucleare non serve perchè la regione è «autosufficiente» sul piano energetico. Una posizione analoga a quella espressa in Lazio dalla Polverini.
Possibilista Cota: «Meglio una centrale pulita in Piemonte che una vecchia in Francia», disse prima di essere eletto. E ieri durante la registrazione di una trasmissione tv, pur senza pronunciare la parola nucleare, ha dichiarato che «in Piemonte l’energia costa il 50% in più che in Francia», che «bisogna rompere la dipendenza dal petrolio» e che forse le pale eoliche non bastano per fare tutto questo. Il Piemonte è destinato a ospitare uno dei 4 siti nucleari previsti dal piano nazionale? Si vedrà. In passato, fu così. Tra il ’60 e l’80, quando l’Italia entrò nel nucleare, a Trino Vercellese fu realizzato uno dei 4 impianti italiani con quelli di Caorso (Piacenza), di Garigliano (tra Latina e Caserta) e di Latina, poi smantellati. Ora circolano molti nomi: da Termoli a Porto Tolle, da Scanzano Jonico a Montalto di Castro, oltre alla stessa Trino e, ancora, a Caorso.
«Adesso Berlusconi dica dove farà le centrali», chiede a questo punto il presidente nazionale dei Verdi, Bonelli. Enrico Letta, vicesegretario nazionale del Pd, accusa Berlusconi di essere un «mercante di tappeti», che a livello nazionale rilancia il nucleare, ma quando va in periferia, se si tratta di «prendere due voti in più » promette: «non in questo comune».

Il Piccolo, 28 aprile 2010
 
«IL RISCHIO NON È SCONGIURATO» 
Pizzolitto: la Regione si esprima chiaramente sul ”no” al nucleare

Il governo intende proseguire sulla strada del nucleare. E addirittura detta i tempi. Nel frattempo rispunta la ”famosa” lista in cui Monfalcone appare tra i dieci siti possibili, nonostante le ripetute assicurazioni del governo, che smentisce l’esistenza di liste, e del presidente della Regione Tondo, basate sulle assicurazioni venutegli dal ministro Scajola. Il sindaco Gianfranco Pizzolitto ora chiede chiarezza alla Regione. «Non siamo tranquilli – dice -, è evidente. Come del resto è inevitabile che sia in assenza di un progetto regionale che definisca il modello di sviluppo del Monfalconese e della Venezia Giulia. Qui si parla di tutto e di più: di una centrale nucleare, ma anche di un superporto, di un gassificatore nel Golfo, opzioni che non possono essere certo complementari. La Regione deve definire una volta per tutte le strategie per la nostra area e, se davvero è contraria all’ipotesi di un sito nucleare, lo dica chiaramente, come stanno facendo tutti i Governatori. Se il Friuli Venezia Giulia resta l’unica Regione a non pronunciarsi, alla fine è inevitabile trovarsi invischiati: la nostra regione e la nostra area in particolare non hanno la forza sufficiente a imporre scelte al governo». Il sindaco chiede a Tondo di essere più esplicito. «Le risposte e le garanzie che finora abbiamo avuto dal Governatore – aggiunge – si basano sulle sue relazioni con il governo. Non basta. Chiedo a Tondo che si esprima in via definitiva e in modo chiaro sul nucleare in regione e sul modello di sviluppo per la nostra area. Solo allora potremo essere davvero tranquilli». (f.m.)

Il Piccolo, 05 maggio 2010
 
Rischio nucleare, dibattito con il senatore Bubbico 
Iniziativa del Pd che contesta alla Regione e a Tondo la mancata tutela del territorio

Come va giudicata la scelta nucleare del centrodestra? Quali rischi reali ci sono che Monfalcone possa essere uno dei siti per la realizzazione di un impianto nucleare? Quali psono le proposte del Pd su questo spinoso tema che interessa molto da vicino la comunità monfalconese e regionale? Il problema è di stretta attualità, anche alla luce delle ricorrenti sortite di una lista, pur ripetutamente smentita dal ministro Scajola, che indica Monfalcone in testa alle città tra le quali saranno scelti i siti nucleari in Italia. È per questo che il Pd ha promosso un dibattito che si svolgerà venerdì alle 20.30 nella sala conferenze dell’Europalace (l’ex albergo Impiegati) con la partecipazione del segretario provinciale Omar Greco, dei consiglieri regionali Giorgio Brandolin, Franco Brussa, Gianfranco Moretton, dei senatori Carlo Pegorer e Filippo Bubbico, capogruppo della X commissione permanente Industria, commercio, turismo. Modererà Paolo Frisenna Segretario del Pd di Monfalcone.
«In tutta Italia – ha anticipato Frisenna annunciando il dibattito – solo poche regioni hanno detto sì al nucleare e tra queste c’è il Friuli Venezia Giulia con il suo presidente Tondo. Come se non bastasse, nelle scorse settimane, la maggioranza regionale di centrodestra ha votato a favore del nucleare e della realizzazione di una centrale nel Fvg contro un odg presentato dal Pd che si dichiarava contrario alla realizzazione di centrali nucleari nel suolo regionale. È quindi chiaro come la questione nucleare sia una scelta politica che vede la Lega e il Pdl protagonisti di queste decisioni. È utile ricordare come il nostro territorio inoltre abbia già pagato abbastanza. Siamo la prima provincia in regione per tumori all’apparato respiratorio, triste primato regalatoci da altre sciagurate decisioni legate all’utilizzo dell’amianto mentre sono in costante incremento sintomatologie legate a problemi alla tiroide problabilmente dovute all’incidente di 25 anni fa a Chernobyl».

Il Piccolo, 21 marzo 2010
 
ATTIVO DA MEZZO SECOLO, L’HOTEL ERA SORTO ACCANTO ALL’OMONIMO CINEMA DI VIA DELL’ARENA 
Chiude l’Excelsior, 15 dipendenti licenziati 
La crisi ha investito l’albergo più capiente della città (65 camere). L’attività cesserà il 9 aprile

di TIZIANA CARPINELLI

Prima l’”anomala” cassa integrazione di novembre, poi la lettera di licenziamento a tutti i quindici dipendenti impiegati. Sessantacinque stanze in meno, all’ombra del duomo di Sant’Ambrogio: la città dei cantieri perde il suo albergo più capiente, il centralissimo Hotel Excelsior, tre stelle situato al civico 4 di via dell’Arena. L’attività ricettiva proseguirà fino al 9 aprile, dopodiché, a causa della situazione di crisi che da qualche tempo ha investito il settore alberghiero, i battenti verranno chiusi e l’azienda entrerà in liquidazione.
Al momento non sussiste, secondo quanto riportato nel verbale di accordo sottoscritto giovedì alla Camera del lavoro di Gorizia tra la proprietà, rappresentata dall’avvocato Giulio Mosetti, e la Filcams-Cgil, sindacato di categoria, alcuna ipotesi concreta di trasferimento o affitto dell’azienda. Circostanza, quest’ultima, che avrebbe quantomeno salvaguardato subito l’occupazione. Allarme dei rappresentanti dei lavoratori, che per bocca del segretario generale Luciano Sartori hanno chiesto l’intervento del sindaco Gianfranco Pizzolitto, affinché «la struttura resti il minor tempo possibile inutilizzata, per garantire un impiego a quindici famiglie rimaste sulla strada ed evitare che si crei un ”buco nero” in pieno centro».
Costruito negli anni Sessanta dalla famiglia Giorgi, che con spiccato senso degli affari aveva raggranellato il capitale partendo da una panetteria, l’hotel Excelsior si sviluppò dietro l’omonimo cinema di via dell’Arena, poi riconvertito nel 2001 in sala Bingo, quindi dismesso e lo scorso ottobre salito alla ribalta della cronaca come possibile sede (poi sfumata) di una moschea per musulmani. A una prima ala dell’imponente edificio, l’imprenditore Mario Giorgi affiancò, alcuni anni dopo, una seconda, contribuendo a forgiare l’attuale offerta ricettiva che si attesta su 65 camere e circa un centinaio di posti letto.
Da qualche tempo, secondo quanto riferito dai dipendenti, la buriana recessiva si era abbattuta sul complesso alberghiero, preso in mano nell’ultimo biennio dalle figlie Alberta e Livia, pur se la titolarità dell’azienda figura a tutt’oggi in capo al padre 81enne. La crisi del settore, con la diminuzione delle prenotazioni legata al ciclo produttivo industriale locale, ha giocato la sua parte determinando l’imminente liquidazione. L’auspicio dei lavoratori (per la maggior parte donne sulla quarantina) è che qualche imprenditore si faccia avanti per prendere in affitto o rilevare la struttura, così da farla ridecollare. Anche perchè, come sottolinea Sartori, l’«esigenza a Monfalcone di disporre di posti letto è elevata». In effetti, nelle ultime settimane, anche a causa della prossima consegna della passeggeri ”Azura”, gli alberghi della città sono pieni e anche l’Excelsior ha ricevuto diverse prenotazioni. «L’importante – chiosa Sartori, che sta gestendo le trattative – è che il Comune si faccia carico di queste famiglie, come ha fatto con i lavoratori della Eaton e di tutte le altre aziende in crisi». «La situazione – afferma un dipendente, Fabio Semiz, 36 anni, portiere di albergo – è brutta: ho un mutuo da pagare e da un momento all’altro mi sono trovato prima in ferie forzate, poi in cassa e quindi in mobilità. Ho sempre avuto un rapporto ottimo coi titolari di lavoro, devo ammetterlo, però in questro frangente c’è stata poca chiarezza: avrei preferito che mi convocassero assieme ai colleghi e mi illustrassero il quadro piuttosto che apprendere la crisi dai sindacati. Avevo sentore che le cose non andassero bene, perchè avevo notato un calo di presenze, ma davvero non credevo potesse finire tutto così. Spero che entro l’estate l’hotel possa riprendere l’attività, anche perchè si sa che più tempo restano chiusi gli alberghi e più è difficile riavviarli».
 
LA RECESSIONE E L’INDUSTRIA A RILENTO FRENANO IL SETTORE 
La città perde un quarto di posti letto

Già a gennaio, a microfoni spenti, qualche titolare di attività ricettiva intervistato dal ”Piccolo” in merito alla crisi del settore aveva confessato che sì, il rischio di non riuscire a superare la difficile congiuntura economica, per qualche albergo, c’era. E la sensazione, purtroppo, si è dimostrata fondata: con la chiusura dell’Excelsior un’altra insegna storica si spegnerà a Monfalcone. E con la perdita di un centinaio di posti-letto si priverà la città di un quarto del suo ”patrimonio”.
Un sensibile calo nelle presenze rispetto al 2008, l’aumento di clienti insolventi e gli organici ridotti ai minimi termini erano i segnali negativi denunciati a inizio anno dalla categoria. Sintomi di un malessere acuito nel tempo, che prima o poi dovevano ”esplodere” in modo più evidente. Già nel corso del 2009, del resto, si era assistito a una contrazione sulle prenotazioni che nei mesi aveva toccato ogni tipologia di hotel, da 2 a 4 stelle. Con una generale diminuzione nei fatturati annuali dal 10 al 20%.
Un quadro determinato da una molteplicità di fattori: dalla produzione industriale in arresto, dalla cassa integrazione a spot presso molteplici realtà industriali della provincia, ma anche dall’assenza di un turismo consolidato.
Si assiste tuttavia anche a qualche paradosso: vi sono periodi, come quello della consegna di una nave, in cui il numero di posti letto presenti in città sembra non bastare affatto e Monfalcone si scopre assettata di camere d’albergo. In questo contesto, sempre a proposito dell’imminente cessazione di attività dell’Excelsior, non può non preoccupare il fatto che un altro contenitore vuoto si aggiungerà a quelli già esistenti dell’ex sala Bingo, dell’ex Poste centrali e del rudere di via dei Rettori. (ti.ca.)

Il Piccolo, 22 marzo 2010
 
FIOCCANO LE PROPOSTE: L’AUDITORIUM DEL LICEO NELLA SALA DEL VECCHIO CINEMA 
La chiusura dell’hotel Excelsior svuota un intero isolato in centro

di FABIO MALACREA

L’ex cinema Excelsior? Facciamone un auditorium per il Liceo scientifico e a servizio della città. Conclusasi l’avventura del Bingo, caduta l’ipotesi di utilizzarlo come moschea, arrivano le prime proposte per rivitalizzare un intero isolato del centro, compreso tra via dell’Arena e via Barbarigo, destinato a svuotarsi nel giro di poco più di un mese per l’annunciata chiusura dell’albergo Excelsior, il ”tre stelle” della famiglia Giorgi, e per la presenza dell’edificio ormai inutilizzato da quasi vent’anni delle Poste, in condizioni sempre più precarie, diventato un ricettacolo di topi e sporcizia. Una imprevista ma che si annuncia molto seria. E che, pur interessando iniziative private, investe la questione della vivibilità della città e del centro in particolare, oltre che quella del lavoro, visto che saranno una quindicina le persone che si ritroveranno per strada. Pretendere dal Comune un intervento diretto è impossibile. Mancano i soldi. Da escludere, quindi, l’utilizzo del più grande albergo di Monfalcone come sede di uffici comunali. Anche perchè, ormai, gli obiettivi del Comune vanno verso un futuro utilizzo più ”intensivo” del Municipio, una volta rimesso a nuovo, la vendita dell’attuale sede dell’Anagrafe di via Duca d’Aosta e la ristrutturazione dell’ex albergo Roma di via Sant’Ambrogio, in modo da limitare l’attuale dispersione di uffici e servizi in undici sedi.
Il Comitato di quartiere centro è preoccupato. «La chiusura dell’Excelsior ci è giunta come un fulmine a ciel sereno – dice Adriana Fabris -. Soprattutto perchè è giunta in un momento di vacche assai magre per gli enti locali. Fare un auditorium del vecchio cinema? Certo, potrebbe essere un’idea. Ma devono esserci le risorse per acquistarlo e poi valorizzarlo. Di contenitori vuoti a Monfalcone ne abbiamo già abbastanza». Meglio dunque appellarsi all’imprenditoria privata. «Io vedrei piuttosto il ritorno di una sala cinematografica in centro, a servizio di tutti coloro, soprattutto anziani, che trovano difficoltà a rivolgersi al multisala di via Grado». A caldeggiare la trasformazione dell’ex cinema in auditorium per il Liceo è il consigliere dell’Udc Giorgio Pacor. «È la scelta più logica – afferma. Il Liceo sarà potenziato e tutt’ora non dispone di una sala del genere. Avevo già lanciato in passato questa proposta al presidente della Provincia Enrico Gherghetta ma era caduta nel vuoto: mancanza di risorse. Ora le risorse ci sono, visto che la Provincia ha intascato un bel gruzzolo dalla vendita di un terreno confinario a Gorizia. Acquisti la sala dell’ex cinema Excelsior e la riservi al Liceo, mettendola poi anche a disposizione della città. L’occasione è propizia, sarebbe delittuoso non approfittarne».
E l’albergo? «In questo caso – afferma Pacor – dev’esserci l’interesse di qualche privato. Che non dovrebbe mancare in una città come la nostra in cui il settore alberghiero non ha quasi mai conosciuto crisi. Ma bisogna fare presto, sarebbe grave lasciar deperire una struttura ricettiva in perfetto stato». Pacor vede una soluzione anche per l’ex edificio delle Poste centrali, abbandonato da vent’anni. «La cosa più logica sarebbe inglobarlo nell’albergo. La famiglia Giorgio, anni fa, aveva tentato una trattativa ma senza esito. In questo caso, se saltasse fuori qualche privato interessato all’acquisto, il Comune dovrebbe farsi mediatore in una trattativa con le Poste. Cosa che in passato non ha fatto».
Sono proposte. Il fatto certo è che tra poco più di un mese buona parte dell’isolato tra via dell’Arena e via Barbarigo sarà una ”scatola vuota”, alla luce del verbale di accordo sottoscritto tra la proprietà dell’albergo e la Filcams-Cgil. E che una quindicina di persone resterà senza lavoro.

Il Piccolo, 10 aprile 2010
 
Chiuso l’Excelsior, incombe il rischio-degrado 
SETTORE IN CRISI
Allarme del sindaco Pizzolitto: «Mi impegnerò a trovare nuovi imprenditori»
ALBERGHI 
Rimasti disoccupati 14 dipendenti La città perde un quarto dei posti-letto
 

di TIZIANA CARPINELLI

Il suo sito internet risulta ancora attivo, ma da stamattina all’hotel Excelsior non si servono più né croissant né cappuccini. Ieri a mezzanotte, dopo quarantasei anni di attività, il centralissimo albergo a tre stelle che ospitò personalità del calibro di Gino Paoli, Fausto Bertinotti, Gioele Dix e Amanda Sandrelli, ha definitivamente spento l’insegna al civico 4 di via dell’Arena.
Sessantacinque stanze e oltre un centinaio di posti-letto in meno nella città dei cantieri, che vede così sfumare, con questa repentina chiusura, annunciata meno di venti giorni fa, un quarto della propria offerta ricettiva. E una gatta da pelare in più per gli amministratori comunali: dopo il rudere di via dei Rettori, l’immobile dell’ex Posta centrale e la Sala Bingo, l’ente locale si ritrova infatti a fronteggiare un quarto immobile svuotato all’ombra del duomo di Sant’Ambrogio e tutte le conseguenze del caso, in termini di degrado urbano.
Non bastasse ciò, i quattordici dipendenti che fino all’altro giorno lavoravano all’interno dell’albergo sono ora alle prese con l’incubo della disoccupazione, costretti a inviare a destra e a manca il proprio curriculum per trovare un nuovo impiego. L’azienda è entrata in liquidazione a causa della situazione di crisi che da qualche tempo investe il settore alberghiero. Stando al segretario della Filcams-Cgil, Luciano Sartori, incaricato di seguire la vertenza, al momento non vi è alcuna ipotesi concreta di trasferimento o affitto dell’azienda, avviata nel 1964 da Mario Giorgio, già titolare dell’ex cinema Excelsior. Una circostanza, quest’ultima, che avrebbe quantomeno salvaguardato l’occupazione. Di qui l’appello al sindaco Gianfranco Pizzolitto, presidente regionale dell’Anci, a interessarsi della vicenda per rintracciare nuovi imprenditori interessati a rilevare l’azienda.
Ieri il primo cittadino ha accolto una delegazione di lavoratori e il sindacalista Sartori nel suo ufficio di via Duca d’Aosta per acquisire tutte le informazioni necessarie e in particolare l’elenco dei nominativi delle persone rimaste disoccupate, così da tamponare in primis l’emergenza occupazionale. Su questo fronte, il sindaco si è detto tuttavi ottimista: entro quindici giorni, giusto il tempo di una ricognizione del mercato, potrebbero già esserci notizie positive. Più complessa la situazione relativa alla struttura ricettiva: la paralisi del settore immobiliare, colpito dalla recessione, rischia infatti di dilatare i tempi di riapertura dell’hotel. Un pericolo, questo, paventato anche da Sartori, il quale ha osservato come «riaprire l’Excelsior dopo qualche mese potrebbe rappresentare un problema per il facile deterioramento che una simile struttura, sotto il profilo manutentivo, può inevitabilmente subire».
Concorde Pizzolitto: «Stiamo cercando di risolvere con i privati la delicata questione di via dei Rettori, per la quale noi abbiamo delle divergenze di opinione in merito all’interpretazione del Piano casa: ritrovarsi con un altro immobile vuoto in quella zona sarebbe terrificante, poichè diventerebbe ricettacolo di ogni situazione negativa. Ne consegue il massimo impegno, da parte mia, ad attivare tutti i canali possibili per favorire una risoluzione della criticità».
«Sugli edifici dell’ex Posta centrale e della sala Bingo ho riscontrato un certo interesse – ha aggiunto il sindaco -: non ho nulla di concreto in mano, ma ho appreso che c’è chi si sta interrogando su come utilizzare quegli spazi. Relativamente all’ipotesi di un parcheggio, invece, i miei tecnici si sono detti scettici, a causa dell’assetto viario dell’area e i problemi di viabilità che si verrebbero a creare. Di fronte, infine, c’è l’edificio fatiscente di via dei Rettori, per il quale noi abbiamo deliberato la massima possibilità edificatoria, in termini di cubatura, al pari dell’ex Hippodrome, ma non si può eliminare una bruttura dando il via libera ad un’altra, sotto forma di grattacielo. C’è piuttosto da trovare un punto di equilibrio».
 
Gli ultimi clienti dell’hotel sono usciti tutti alle 9

Gli ultimi clienti, ieri mattina, se ne sono andati alla spicciolata, verso le 9. Tutti, secondo quanto riferito dai dipendenti, erano stati avvisati del fatto che non avrebbero potuto soggiornare all’Excelsior oltre il 9 aprile. «Per 15 anni, 7 mesi e 9 giorni ho fatto il segretario d’albergo alla reception – ha raccontato Sergio Vivoda, 47 anni -, lavorando dalle 15 alle 23. Come ho reagito? Bè, il sentore della crisi c’era: da tempo i trasfertisti non soggiornavano più in albergo e andavano ad affittarsi un appartamento… Ciò ha influito negativamente sull’andamento gestionale dell’hotel. Io, comunque, ho già inviato il curriculum in giro». Avviato nel 1964 dalla famiglia Giorgi, in origine titolare di una panetteria, l’Excelsior si sviluppò dietro l’omonimo cinema di via dell’Arena, poi riconvertito nel 2001 in sala Bingo e quindi dismesso. A una prima ala dell’edificio, l’imprenditore Mario Giorgi affiancò, alcuni anni dopo, una seconda area, attestando l’offerta ricettiva su 65 camere e oltre un centinaio di posti-letto. Da qualche tempo la crisi si era abbattuta sull’hotel, affidato nell’ultimo biennio alle figlie Alberta e Livia (titolare sempre l’anziano padre). Una crisi dettata dalla diminuzione delle prenotazioni legata al ciclo produttivo industriale locale, che ha giocato un ruolo cruciale nella chiusura dell’albergo. (ti.ca.)

Il Piccolo, 14 aprile 2010
 
Hotel Excelsior, pronto il salvataggio 
Dopo la chiusura di venerdì l’imprenditore Pastrovicchio lancia la sua offerta

di TIZIANA CARPINELLI

Il primo a farsi avanti, per lanciare il salvataggio dell’Excelsior, albergo a tre stelle che lo scorso venerdì ha chiuso i battenti, è stato il monfalconese Luca Pastrovicchio, 37 anni, contitolare della Salu Group srl, già gestore di due hotel a Grado e a Lignano Sabbiadoro. L’imprenditore, in società con Samanta Rossi, si dichiara disposto a riavviare la struttura ricettiva di via dell’Arena già da fine mese, precisamente da sabato 24 aprile.
«Sono nato e cresciuto in questa città – ha esordito ieri pomeriggio -, frequentavo il cinema Excelsior e conosco bene le potenzialità dell’albergo: mi dispiacerebbe, da bisiaco, che un tale palazzo cadesse in disuso, per questo mi sono fatto avanti e ho voluto offrire la più ampia disponibilità a salvare quanti più posti possibile». Pastrovicchio, che fino a qualche giorno fa gestiva anche l’hotel Lombardia di piazza della Repubblica (diretto ora dalla Stand snc), ha effettuato sabato pomeriggio un sopralluogo nell’edificio assieme alla proprietà (la famiglia Giorgi) mentre lunedì sera ha incontrato il sindacalista della Cgil-Filcams Luciano Sartori per affrontare la delicata vertenza sui lavoratori.
Con la dismissione del centralissimo albergo a tre stelle, che ospitò tra gli altri Gino Paoli, Gioele Dx e Fausto Bertinotti, quattordici dipendenti sono rimasti disoccupati, mentre la città ha perso 65 stanze e un centinaio di posti-letto, vedendo sfumare così oltre un quarto della propria offerta ricettiva globale. «Le intenzioni della società sono serie – ha aggiunto Pastrovicchio – c’è molto da investire per ammodernare l’albergo e se il Comune, sotto il profilo burocratico, me ne darà modo cercherò pure di aumentare il numero di stelle dell’hotel».
L’imprenditore, da vent’anni nel settore, intende prendere in affitto d’azienda l’Excelsior, finito in liquidazione, per tre anni con rinnovo di altri tre: «Lascio aperta anche la possibilità di acquistare l’immobile», ha precisato. A ostare, dal suo punto di vista, è solo la questione occupazionale, poiché l’imprenditore non si sente di offrire la salvaguardia di tutti i posti: «Sono disposto certamente ad accompagnare al pensionamento i dipendenti in procinto di quiescienza, ma non ha mantenere tutti i rapporti. L’organico attuale risulta a mio avviso in esubero di alcune unità. Se si trova l’accordo coi sindacati sarò il primo a fare la mia parte, per senso civico e amore di questa città, ma se così non fosse pazienza. Non mi strappo i capelli, nell’attuale crisi, per avere un terzo albergo: oggi non è semplice mandare avanti le strutture ricettive, i tempi sono difficili». «E d’altro canto – ha aggiunto – non mi pare ci sia la fila per mettere le mani sull’hotel Excelsior».

Il Piccolo, 29 aprile 2010
 
DOPO LA CESSAZIONE DELL’ATTIVITÀ DELL’EXCELSIOR 
Alberghi, è sempre più crisi Chiude anche la ”Carlina” l’hotel-rifugio di Gino Paoli 
Il cantante lo frequentava agli esordi perché lo gestiva un suo compagno di scuola. Era famoso per la cucina
L’insegna è stata spenta ieri mattina: gli ultimi clienti si sono dovuti trasferire in fretta e furia. La proprietà non ha rinnovato il contratto d’affitto

di TIZIANA CARPINELLI

Cala il sipario su un altro pezzo di storia cittadina: ha spento l’insegna, ieri mattina, l’hotel ”Alla Carlina”, famoso fin dagli anni Sessanta per la sua formidabile cucina casalinga a base di gnocchi e spaghettate al ragù. Alla spicciolata, gli ultimi operai del cantiere che avevano preso stanza al civico 29 di via Primo Maggio, proprio di fronte all’Emisfero e a un paio di chilometri dall’aeroporto di Ronchi, sono stati costretti a fare in fretta e furia fagotto, ripiegando su altre strutture ricettive monfalconesi. Per molto tempo, infatti, quegli alloggi confortevoli e tranquilli (ma soprattutto a modico prezzo) resteranno sigillati. La proprietà dell’immobile, in capo alla signora Wilma Laurencic dopo la scomparsa nel 2007 del fratello Franco, non ha rinnovato all’ultimo titolare Antonio Mollica il contratto di affitto di azienda, prorogato per dodici anni di fila dal 1998. A nulla è valsa l’offerta del gestore di acquisire l’immobile di quattro piani: il locatario ha risposto picche, decidendo di «chiudere per ristruttutturazione».
«Intanto riqualificheremo gli interni e gli esterni – ha commentato Wilma Laurencic – poi, se per caso questa struttura riaprirà in qualità di albergo, ne riparleremo tra qualche anno». Intanto, in meno di tre settimane, la crisi già segnalata a inizio anno nel settore alberghiero ha mietuto una seconda ”vittima” dopo l’hotel Excelsior di via dell’Arena, rimasto ancora con la serranda abbassata. Lo scorso 9 aprile il complesso da 65 camere (di fatto il più capiente di Monfalcone) aveva infatti cessato l’attività. Un imprenditore locale, Luca Pastrovicchio, si era offerto di prendere in locazione l’immobile in pieno centro urbano, dichiarandosi disposto a riaprirlo già il 26 aprile. Poi però non si era più saputo nulla. «Attendo risposte dalla famiglia Giorgi (proprietaria dell’albergo, ndr) – ha fatto sapere ieri Pastrovicchio – non posso dire di più».
L’hotel ”Alla Carlina”, che negli ultimi tempi ha conosciuto le inevitabili conseguenze della crisi dell’industria, è molto conosciuto in città. Perfino il cantante Gino Paoli, compagno di scuola del defunto proprietario Franco Laurencic, soggiornò in una delle sue quindici camere (dieci doppie e cinque singole). Non solo: in passato venne spesso scelto, dalle famiglie monfalconesi, quale sede di banchetti per matrimoni o battesimi. E, dai camionisti e dai trasfertisti, quale tappa ineludibile per via della cucina non elaborata ma certamente buona.
«Ho dato l’anima per portare avanti l’attività – ha raccontato il gestore Antonio Mollica, 57 anni – e avrei proseguito a farlo se i proprietari mi avessero prorogato il contratto. Mi ero offerto di acquistare l’immobile ma la mia proposta è stata rifiutata. D’altro canto, devo anche ammettere che era diventato difficile lavorare in queste condizioni, dettate non solo dalla crisi ma anche dal mancato rinnovo degli ambienti, che con tutta evidenza necessitano di un restyling. Cosa farò? Sono in trattative per rilevare un’altra azienda: con tutta probabilità resterò nel settore». I tre dipendenti rimasti a casa, invece, avrebbero trovato già un lavoro part-time.
 
IL SINDACATO: «SONO SOLO LE PRIME AVVISAGLIE» 
Il calo dei posti-letto in città ora ha raggiunto quota 125

Con la cessata attività dell’hotel ”Alla Carlina” un’altro angolo storico di Monfalcone resta al buio. Non solo: alla precedente perdita di oltre un centinaio di posti-letto, avvenuta con la chiusura dell’Excelsior, va sommato l’ulteriore taglio di 25 unità conseguenti alla dismissione dell’albergo a una stella che si affaccia sulla statale 14. «E purtroppo si tratta solo delle prime avvisaglie – ha commentato pessimisticamente Luciano Sartori, segretario provinciale della Cgil-Filcams – l’onda lunga della recessione sta iniziando a erodere anche il comparto commerciale, ma il peggio deve ancora avvenire. Se si pensava di poter risolvere ogni problema con l’inaugurazione di un centro commerciale, allora si è caduti in errore: gli assetti vanno cambiati se si vuole uscire dalla buriana. Le famiglie in cassa integrazione prima o poi entreranno in mobilità e avranno un minore potere d’acquisto. Di conseguenza gli operatori commerciali si troveranno a soffrire ancor di più questa situazione». Nel settore alberghiero monfalconese si è registrato un sensibile calo nelle presenze rispetto al 2008, ma anche l’aumento di clienti insolventi e la riduzione ai minimi termini degli organici. Sintomi di un malessere acuito nel tempo, che prima o poi dovevano ”esplodere” in modo più evidente con l’avvenuta crisi dell’industria. (ti.ca.)

Il Piccolo, 21 giugno 2010
 
ALBERGHI. LO STORICO HOTEL A TRE STELLE RIPRENDERÀ L’ATTIVITÀ IL 26 LUGLIO 
Riapre l’Excelsior, degrado scongiurato 
Saranno riassorbiti quasi tutti i dipendenti licenziati, ma il proprietario intende cedere l’attività

di TIZIANA CARPINELLI

Le porte a vetri dell’hotel Excelsior, che ospitò nelle sue camere anche Enrico Berlinguer, sono destinate a riaprirsi. A partire da lunedì 26 luglio, dunque tra poco più di un mese, l’albergo più capiente della città, il centralissimo tre stelle situato in via dell’Arena al civico 4, riavvia l’attività ricettiva dopo un ”black-out” di 109 giorni. Riassorbita, o quasi, l’intera squadra di dipendenti (quindici) che erano stati licenziati in data 9 aprile. Almeno questo è quanto ieri ha asserito l’imprenditore monfalconese Mario Giorgi, l’82enne proprietario dello stabile, inaugurato tra il 1966 e il 1967: «Con le mie due figlie (Alberta e Livia, ndr) farò ripartire l’Excelsior, cogliendo l’opportunità di rilancio offerta dalla prossima consegna della nave, la Queen Elizabeth, fissata per fine settembre. Poi valuterò la cessione dello stabile secondo la modalità dell’affitto d’azienda: devo dire, infatti, che ho ricevuto diverse proposte da uomini d’affari che da tempo mi ”corrono dietro” per portare a termine l’operazione. Si tratta, in particolare, di un triestino e di un monfalconese, entrambi impegnati nel settore alberghiero, ma al momento non intendo rivelarne l’identità».
Tra questi non figurerebbe, comunque, Luca Pastrovicchio, il 37enne contitolare della Salu Group srl, gestore di due hotel a Grado e a Lignano Sabbiadoro, che già a metà aprile aveva avanzato pubblicamente la sua ”opa” per assicurarsi l’Excelsior. «Il valore sul mercato dell’hotel – chiarisce Giorgi – è di 2milioni e 800mila euro: non è alla portata di tutti, me ne rendo conto, ma la posizione è strategica ed è l’hotel con la maggiore capacità ricettiva a Monfalcone. Ha infatti 65 camere, due piani di garage e pure parcheggi esterni».
E allora come mai l’improvvisa chiusura di aprile? «È avvenuta a causa delle difficoltà di gestione e del settore – replica l’anziano imprenditore -, inoltre io non sono stato bene, mi sono rotto una gamba, e pure mia moglie è acciaccata. Le figlie hanno i loro impegni familiari e professionali, dunque non è stato semplice tirare avanti l’attività nei mesi passati, soprattutto a fronte della crisi che ha pesantemente investito il settore. Ora l’intenzione è quella di riprendere a lavorare, possibilmente con gli stessi dipendenti di prima, anche se forse non potrò garantire a tutti la riassunzione: voglio assicurare a queste persone rimaste a casa l’occupazione, ma nello stesso tempo devo impegnarmi per rilanciare l’albergo».
Una cosa è certa: il rischio-degrado, legato a una mancata riapertura della struttura e dunque alla presenza di un altro contenitore vuoto in pieno centro, al pari dell’ex-Posta centrale o dell’ex Sala Bingo, è al momento scongiurato, con generale sospiro di sollievo. Più critico, invece, il sindacalista della Cgil-Filcams Luciano Sartori: «Con l’Excelsior si è navigato molto a vista – commenta – e a tutt’oggi non mi è chiaro perché si sia agito in questo modo, tenendo chiusa l’attività per tre mesi». Chiaramente l’impegno del rappresentante dei lavoratori sarà teso a riottenere invece il reimpiego di tutti i dipendenti trovatisi di punto in bianco a spasso. «Purtroppo la situazione non è rosea – conclude Sartori – so che qualche difficoltà, per i lavoratori, c’è anche al Major di Ronchi, ma qui è arrivata già qualche proposta interessante da discutere».

Il Piccolo, 09 agosto 2010
 
Riapre l’Excelsior, riassunti 10 dipendenti su 14 
Dopo 4 mesi tornano oggi al lavoro solo quelli che avevano contratti a tempo indeterminato

Le porte a vetri dell’hotel Excelsior, che ospitò nelle sue camere anche i leggendari Ramones, si riaprono questa mattina. Il centralissimo tre stelle di via dell’Arena 4, riprende l’attività dopo un ”black-out” ricettivo di 123 giorni. Riassorbita, o quasi, l’intera squadra di dipendenti (quindici) che erano stati licenziati in data 9 aprile.
A riferirlo l’imprenditore monfalconese Mario Giorgi, l’82enne proprietario dello stabile, inaugurato tra il 1966 e il 1967. «Ho riassunto una decina di lavoratori: tutti quelli contrattualizzati a tempo indeterminato, ma so che gli altri hanno già trovato un altro impiego – così Giorgi -. L’intenzione è di continuare a lavorare con continuità nei prossimi mesi. Abbiamo già alcune prenotazioni».
È alle porte la consegna della prossima nave, la Queen Elizabeth, fissata per fine settembre e l’imprenditore monfalconese conta dunque di recuperare il terreno perduto negli ultimi mesi. Con la dismissione dell’Excelsior, che ospitò tra gli altri Gino Paoli, Gioele Dix e Fausto Bertinotti, quattordici dipendenti erano rimasti disoccupati e la città aveva perso d’un colpo 65 stanze e un centinaio di posti-letto, vedendo sfumare così oltre un quarto della propria offerta ricettiva globale. Il rischio-degrado, legato a una mancata riapertura della struttura e dunque alla presenza di un altro contenitore vuoto in pieno centro, al pari dell’ex-Posta centrale o dell’ex Sala Bingo, è dunque al momento scongiurato. Per la riapertura dell’albergo, mesi fa, si era attivato anche il sindaco di Monfalcone Gianfranco Pizzolitto. (t.c.)

Il Piccolo, 19 marzo 2010
 
AMBIENTE. TUTTI I GRUPPI SARANNO ALIMENTATI A CARBONE 
Centrale, congelata la metanizzazione 
Il direttore generale: la riconversione a gas non è più economicamente conveniente
 

di LAURA BORSANI

Congelata la riconversione a metano per la centrale termoelettrica di A2a, l’azienda si concentra invece sull’«opzione» del carbone pulito. Lo ha confermato il direttore generale dell’area tecnico-operativa, ingegner Paolo Rossetti, in linea con le dichiarazioni espresse dallo stesso direttore dell’impianto monfalconese, ingegner Luigi Manzo, in occasione della Commissione consiliare salute, convocata l’altro ieri dalla presidente Barbara Zilli.
Il progetto-metano, dunque, viene ”accantonato”, per specifiche ragioni. Di carattere economico, legate all’attuale situazione del mercato elettrico, ma anche produttivo, in relazione alla non sostenibilità della realizzazione di un impianto ad alta tecnologia, qual è quello a turbogas, rispetto a una domanda elettrica non conforme alla tipologia del prodotto che verrebbe fornito.
L’ingegner Rossetti, infatti, spiega: «Non riteniamo attualmente affrontabile la riconversione a metano per due ordini di motivi. Le condizioni del mercato elettrico, peraltro fluttuanti e modificatesi con rapidità in questi anni, non rendono praticabile il progetto. C’è anche un aspetto tecnologico: gli impianti a turbogas non rispondono più alla tipologia della domanda elettrica. Trattandosi, pertanto, di investimenti consistenti, sull’ordine di oltre 400 milioni di euro, non è quindi opportuno intraprendere questo impegno, a fronte anche di posti di lavoro non confermabili nel tempo. È quanto sta accadendo per alcune centrali a turbogas del Centro e del Sud Italia».
La ”linea metano”, dunque, viene di fatto abbandonata? Il direttore generale dell’area tecnico-operativa osserva: «Non abbiamo abbandonato questa prospettiva, l’abbiamo temporaneamente congelata, in attesa dell’evolversi della situazione. Il progetto di fatto è già definito per le autorizzazioni più importanti, ma non intendiamo procedere alla realizzazione finchè le condizioni del mercato elettrico non cambieranno. Del resto – continua -, è difficile poter fare previsioni a breve, se non relative a situazioni specifiche».
Il metano, quindi, al momento non conviene. Si punta pertanto all’opzione-carbone pulito, un’operazione quantificata sull’ordine dei 400 milioni di euro. L’ipotesi è quella di prevedere la sostituzione degli attuali due gruppi a carbone, autorizzati a funzionare almeno entro il 2015, con un’unica sezione a carbone pulito, fermando contestualmente i due gruppi ad olio la cui dismissione obbligatoria è fissata nell’arco di tre anni.
Tempi, progetti e passaggi autorizzatori, tuttavia, non sono definibili al momento nel dettaglio: «Siamo ancora in una fase propedeutica – precisa infatti l’ingegner Rossetti -. L’attuale parco carbone continua a funzionare, mentre stiamo vagliando la realizzazione di un impianto a carbone pulito. Le procedure autorizzatorie contemplano un percorso territoriale, relativo alle richieste alla Regione, alla Provincia e al Comune, e statale facendo riferimento al ministero dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente. Considerando, quindi, che dovremo fermare i gruppi a olio, si tratta di organizzare al meglio questi passaggi di trasformazione».

Il Piccolo, 03 maggio 2010
 
IN CONSIGLIO 
Il sindaco chiede chiarezza a A2A sui programmi
 
Sul futuro della centrale non c’è chiarezza, se si esclude il congelamento della metanizzazione. Il sindaco Pizzolitto intende quindi chiedere un incontro al presidente della Regione Renzo Tondo per pensare a un percorso condiviso in modo ufficiale tra Regione, Comune e A2A. Il sindaco lo ha annunciato nell’ultimo Consiglio, rispondendo all’interrogazione della capogruppo del Pd e presidente della commissione Salute, Barbara Zilli. Rispetto alla trasformazione della centrale non esistono al momento progetti presentati in modo formale, ma non esistono nemmeno, a detta del sindaco, «indicatori che la società agisca in malafede o con progetti nascosti». «È vero che il direttore ha affermato che per ora slitterà la metanizzazione, perchè ora non competitiva a livello di costi – ha aggiunto Pizzolitto -, ma A2A è un’ex municipalizzata e dove ha operato l’ha fatto in modo corretto». Il sindaco Pizzolitto ritiene comunque necessario monitorare «qualsiasi movimento e scostamento da quelli che erano i patti per la metanizzazione, sottoscritti con la giunta Illy».

BASTA CON LA RETORICA SU SICUREZZA E LAGALITA’
PRETENDIAMO GIUSTIZIA, LIBERTA’ E DIGNITA’
PRESIDIO AL TRIBUNALE DI GORIZIA
Martedì 16 MARZO ORE 12

Martedì 16 marzo andrà in scena l’udienza preliminare per la denominata “Operazione Blu”.
Sono 19 gli imputati coinvolti personalmente da un’operazione mediatico-inquisitoria che, in più di due anni di indagini, ha visto utilizzare strumentazioni tecniche di indagine ultratecnologiche e ultracostose in pieno stile americano da telefilm “CSI”. Un’operazione che ha indirettamente coinvolto altre decine e decine di giovani che
per parecchi mesi hanno dovuto subire convocazioni volanti da parte degli inquirenti, telefonate minatorie sui propri cellulari e tutta una serie di violazioni palesi e violente di qualsiasi codice di procedura, oltre che di qualsiasi regola etica e professionale.

Sarebbe semplice anche in questo caso usare l’arma dell’ironia per nascondere il consueto sdegno e la rabbia per il malfunzionamento (o il “funzionamento deviato”, come dice qualcuno) degli organi dello Stato. Ma in questo processo non si può scherzare.
In primo luogo perché, in ogni caso, le pene previste per il tipo di reato contestato vanno dai 6 ai 20 anni di reclusione. In secondo luogo perché quanto accaduto ai 19 imputati continua ad accadere ad altre decine e decine di normali cittadini, indagati sulla parola di confidenti palesemente non attendibili, minacciati, intercettati,
perquisiti e poi gettati in pasto alla gogna pubblica, come accaduto ai giovani fatti sfilare al pronto soccorso alcune settimane fa.
All’interno di questo quadro – indipendentemente dal ritenerla una vergogna o giustificarlo sulla base di convinzioni dogmatiche ed ideologiche – rimane una domanda che dovrebbero porsi tutti i cittadini di questa provincia. Una domanda pesante come un macigno: non è dato capire, infatti, come mai in un territorio, dove risiede il
potere giudiziario più disagiato e disastrato di tutto il Nord Italia, si trovino tempo, soldi e personale sempre a disposizione nel fare mega retate per le quali lo sforzo e la spesa sono rilevanti (così come le esposizioni mediatiche e retoriche), ma i cui risultati sono nulli, se non addirittura controproducenti, in termini della pretesa lotta al narcotraffico.

Ed è questa la vera indignazione che ci porta a volere manifestare pubblicamente in concomitanza di questa udienza preliminare.
Infatti se è vero che da un lato si attacca in maniera deliberata, cosciente e smodata le vite private degli studenti, delle famiglie e di normali cittadini, dall’altro è anche pubblicamente sancita la non volontà del potere giudiziario di affrontare le vere e tragiche emergenze che questo territorio soffre.
Amianto e inquinamento, il sistema degli appalti del mondo del lavoro, la speculazione edilizia e gli affitti in nero, le emergenze ambientali, la corruzione e le truffe ai danni dei migranti. Cancri che esistono nel nostro territorio e che tutti conoscono, ma per i quali le indagini non arrivano mai – o non vengono mai portate – a conclusioni significative e risolutive.
Siamo stati sempre convinti, e dopo la “retata del nulla” di alcune settimane fa lo siamo ancora di più, che in realtà tali tendenze rientrino in una strategia complessiva di criminalizzazione di aree sempre maggiori di popolazione, basata sulla volontà di invadere le vite dei giovani e delle loro famiglie, con l´obiettivo dichiarato di tenere in stato di ansia perenne e paura un territorio intero: infatti alla retorica della legalità e sicurezza, oggi si aggiunge anche la prevenzione (?) del crimine e dell’educazione ai giovani fatta dai carabinieri.
Martedì 16 marzo manifesteremo non solo per continuare a resistere a questo delirio securitario, ma anche per lanciare un messaggio chiaro ad un territorio che ormai sembra arreso all’evidenza della deriva, sia della politica che del “corpo giudiziario”.
E’ giusto e sacrosanto pretendere giustizia come anche è giusto riprendersi libertà e dignità.

Esattamente come ci hanno insegnato le vedove dell’amianto, i cassaintegrati che salgono sui silos per non venir truffati dalle multinazionali, e i precari che continuano ad occupare le case sfitte dell’ Ater, non ci arrendiamo allo stato di cose e all’arroganza delle caste, ma rivendichiamo con forza quello che siamo, quello che pensiamo e quello che abbiamo fatto in anni di lotte sociali a fianco degli ultimi e dei dimenticati di questo territorio.
Non pretendiamo giustizia da un sistema di “mele marce”, come ciclicamente emerge, ma la vera giustizia la vogliamo costruire ancora assieme agli sfruttati e alle vere vittime della “legalità e della  sicurezza” che questi poteri deviati ci vorrebbero imporre.

Appuntamento martedì 16 marzo ore 12 -Tribunale “disagiato” di Gorizia.

OPERAZIONE BLU IN ACTION

 

Il Piccolo, 16 marzo 2010
 
Retata anti-droga, oggi prima udienza e presidio di protesta

A un anno di distanza, si terrà stamattina, al Tribunale di Gorizia, l’udienza preliminare legata all’«Operazione Blu», che nel febbraio 2009 portò all’arresto di sei giovani, in seguito a un blitz eseguito dalla Mobile di Gorizia e dal Commissariato di Monfalcone assieme ai carabinieri, in particolare al Centro a bassa soglia di via Natisone. Oltre alle 6 persone accusate di consumo e cessione di stupefacenti, hashish e marijuana, erano stati coinvolti altri giovani. Si parla di 19 indagati complessivi.
In occasione dell’udienza preliminare, oggi alle 12 è in programma un presidio davanti al Tribunale. Una ”testimonianza di protesta”, ha spiegato il presidente provinciale dei Verdi, Mauro Bussani, tra i promotori dell’inziativa: «Sono 19 le persone coinvolte da un’operazione che, in più di due anni di indagini, ha visto utilizzare ingenti risorse. L’operazione ha indirettamente coinvolto altre decine e decine di giovani attraverso procedure da ritenersi quantomeno dubbie. Ma in questo processo – continua – non si può scherzare: le pene previste per il tipo di reato contestato vanno dai 6 ai 20 anni di reclusione. In secondo luogo, quanto accaduto continua ad accadere ad altri normali cittadini. Un esempio recente, l’operazione nei confronti dei giovani fatti sfilare al Pronto soccorso».
La protesta si riassume in una domanda: «Come mai in un territorio dove risiede il potere giudiziario più disagiato del Nord Italia, si trovino tempo, soldi e personale nel fare maxi-retate, ma i cui risultati sono nulli, se non controproducenti, in termini della pretesa lotta al narcotraffico? Se da un lato si attaccano le vite private degli studenti, delle famiglie e dei cittadini, dall’altro è anche pubblicamente sancita la non volontà del potere giudiziario di affrontare le vere emergenze del territorio».

Il Piccolo, 17 marzo 2010
 
UDIENZA PRELIMINARE PER IL BLITZ DEL FEBBRAIO 2009 
Droga al Centro blu, 3 condannati e 13 a giudizio 
Tre prosciolti da tutte le accuse. Un patteggiamento e due riti abbreviati davanti al Gup

di FABIO MALACREA

Una pena patteggiata, due condanne con pena sospesa, cinque proscioglimenti e tredici rinvii a giudizio. È questo il responso dell’udienza preliminare, svoltasi ieri davanti al Gup Massimo Vicinanza (pm Luigi Leghissa), legata all’Operazione Blu, condotta nel febbraio dello scorso anno da agenti della Mobile, del Commissariato e dai carabinieri, che portò all’arresto di sei giovani e alla denuncia di altri tredici, tutti gravitanti attorno all’Officina sociale di via Natisone, per reati connessi con la cessione, la detenzione e lo spaccio di hashish e marijuana. Un’operazione giunta al termine di due anni di indagini, controlli e pedinamenti che ha suscitato clamore, molto discussa e contestata all’epoca dai Verdi e dalle varie frange dei no-global, coinvolgendo anche don Andrea Gallo, il prete della comunità di San Benedetto al Porto di Genova. Contestata anche ieri da una trentina di giovani, per gran parte dell’Officina sociale, che hanno manifestato davanti al Tribunale di Gorizia. L’udienza ha coinvolto uno stuolo di avvocati, non tutti presenti ieri: Ferrucci, Ginaldi, Iacono, Pacorig, Battello e Galletta.
A scegliere la strada del patteggiamento è stato Denis Nanut, 26 anni: per lui un anno di reclusione e 4000 euro di multa, con sospensione della pena. Condannati con rito abbreviato, invece, Andrea Raffo, 34 anni, e Enrico Iaiza, 26: il primo a 8 mesi e 4000 euro di multa, il secondo a 5 mesi e 20 giorni e 4000 euro di multa. Per entrambi la pena è stata sospesa. Cinque gli imputati prosciolti già in sede di udienza preliminare, tre da tutte le imputazioni: Luciano Capaldo per cessione di stupefacenti e per aver adibito il Centro sociale di via Natisone a luogo di convegno di persone che consumavano sostanze stupefacenti, Cristian Catalano, 24 anni, e il senegalese Adma Drame Diop, 27, per cessione di stupefacenti. Prosciolti anche Cristian Massimo, 33 anni, e Francesco Francioso, 32, dall’accusa di aver adibito le loro abitazioni a luogo di consumo di droga.
Questi ultimi, però, sono stati rinviati a giudizio per altre imputazioni legate alla cessione di stupefacenti. E tutti rinviati a giudizio anche gli altri coinvolti nell’Operazione Blu e a suo tempo arrestati o denunciati a piede libero con imputazioni legate alla cessione alla detenzione e allo spaccio di stupefacenti: gli arrestati all’epoca del blitz – i fratelli Mario e Claudio Puglisi, 36 e 41 anni, Juan Perani, 41 anni, Stefano Micheluz, 37, oltre a Francesco Francioso e Cristian Massimo -, il rumeno Baniamin Pavel Bandean, 25 anni, Paolo Mucelli, 45, Mauro Bussani, 41, Alessandro Giorgi, 34, Giulio Stabile, 23, Davide Rocco, 33, e Sarah Nanut, 25. L’udienza collegiale è stata fissata il 16 luglio prossimo, con inizio alle 9.

La protesta dei giovani dell’Officina sociale davanti agli agenti in tenuta anti-sommossa

Ad attendere i partecipanti alla ”testimonianza di protesta” davanti al Tribunale di Gorizia c’erano una decina di agenti e carabinieri in tenuta anti-sommossa. La ”testimonianza” però c’è stata ugualmente, sul marciapiede opposto. I giovani, una trentina, si sono schierati dietro uno striscione di protesta, indossando magliette azzurre sulle quali era riportato il titolo del ”Piccolo” sull’operazione che, mesi fa, ha coinvolto l’Arma dei carabinieri. È stato Cristian Massimo, uno dei sei giovani tratti in arresto, a impugnare un megafono e a annunciare le ragioni della protesta. Un’operazione tanto clamorosa quanto inutile, ha detto, visto il ”parto” finale. Tra i partecipanti anche il reponsabile dei Verdi Mauro Bussani, tra gli indagati, che ha rilevato come l’operazione («un’inutile forzatura») abbia fatto emergere «il nulla a fronte di un territorio in cui i problemi da affrontare con il massimo impegno in sede giudiziaria e inquirente sono ben altri, come le stragi di amianto, le infiltrazioni della malavita e il vilipendio ambientale del territorio. L’ex consigliere regionale dei Verdi Alessandro Metz, pure presente alla manifestazione, ha espresso preoccupazione per il ripetersi di inchieste giudiziarie e di operazioni «volte a criminalizzare persone coinvolte in eventi marginali, come dimostrato dalla recente retata anti-droga che ha portati 27 ragazzi a sottoporsi a test all’ospedale», ma anche come «i metodi usati nella circostanza dalle forze dell’ordine e l’inutile spiegamento di uomini e mezzi siano stati a loro volta al centro di un’inchiesta che ha coinvolto l’Arma dei carabinieri».
«Si impegnano risorse e personale quando poi – ha aggiunto Metz – il risultato sul piano pratico è praticamente uguale a zero, viste le quantità irrisorie di sostanze stupefacenti sequestrate. Si privilegiano le inchieste-spettacolo – ha concluso Metz – invece di andare a toccare altri aspetti contraddittori e ben più gravi del nostro territorio». (f.m.)

Il Piccolo, 17 luglio 2010
 
A CAUSA DELL’IMPEDIMENTO DI UN LEGALE 
Droga al Centro Blu, il processo non riparte 
Subito un rinvio alla prossima settimana: a giudizio 13 imputati dopo le tre condanne

È stata rinviata alla prossima settimana, a causa dell’impedimento di un avvocato della difesa, l’udienza collegiale in relazione al processo legato all’«Operazione Blu» condotta nel febbraio dello scorso anno dagli agenti della Mobile, del Commissariato e dei Carabinieri, che portò all’arresto di 6 giovani e alla denuncia di altri 13, gravitanti attorno all’Officina sociale di via Natisone. I reati contestati sono connessi alla cessione, detenzione e spaccio di hashish e marijuana. L’operazione, al termine di 2 anni di indagini, aveva suscitato clamore, discussa e contestata all’epoca dai Verdi e dai rappresentanti e sostenitori dell’Officina sociale, coinvolgendo anche don Andrea Gallo, prete della comunità di San Benedetto al Porto di Genova.
A giudizio dunque ci sono 13 imputati, a vario titolo: i fratelli Mario e Claudio Puglisi, Juan Perani, Stefano Micheluz, il rumeno Beniamin Pavel Bandean, Paolo Mucelli, Mauro Bussani, Alessandro Giorgi, Giulio Stabile, Davide Rocco e Sarah Nanut. Cristian Massimo e Francesco Francioso dovranno rispondere solo delle imputazioni legate alla cessione di stupefacenti. Durante l’udienza preliminare, nel marzo scorso erano scaturite tre condanne. Aveva patteggiato Dennis Nanut, a fronte di 1 anno di reclusione e 4mila euro di multa, pena sospesa. Condannati con rito abbreviato Andrea Raffo (8 mesi e 4mila euro di multa) ed Enrico Iaiza (5 mesi e 20 giorni e 4mila euro di multa), per entrambi pena sospesa. Prosciolti invece Luciano Capaldo, Cristian Catalano e il senegalese Adma Drame Diop, nonchè Cristian Massimo e Francioso dall’accusa di aver adibito le loro abitazioni a luogo di consumo di droga. (la.bo.)

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Monfalcone, la denuncia
corre sul blog

Il Manifesto, 15 maggio 2008

L'altra Monfalcone scende in piazza
Carta n.21, 6 giugno 2008

Fincantieri, muore operaio,
sciopero generale

L'Unità OnLine, 16 ottobre 2008

Inchieste

La costruzione
della grande nave.

Di Maurizio Pagliassotti

Lavoro Killer.
Di Fabrizio Gatti

Il caso Fincantieri:
giungla d'appalto.

Di Roberto Greco

La peste di Monfalcone.
Di Angelo Ferracuti

Monfalcone:
l'emergenza casa.

Di Giulio Tarlao


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