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Il Piccolo, 30 aprile 2010
 
Operaio cade da 2 metri, un’ora di sciopero 
Il giovane ferito, un portoghese, non è grave. Accertata l’assenza di una transennatura

Un operaio portoghese della ditta ”Navi Ravenna” operante all’interno di Fincantieri, T.H. le sue iniziali, 24 anni, è caduto l’altra sera, poco dopo le 22, da un’altezza di circa due metri mentre stava lavorando su un blocco nei piazzali davanti alla Salderia B. Il giovane è stato soccorso dal personale dello stabilimento e trasportato con l’ambulanza all’ospedale di San Polo.
Nella caduta ha riportato un trauma facciale e ferite in più parti del corpo. Sottoposto ad accertamenti che hanno escluso complicazioni, l’operaio è stato dimesso ieri con una prognosi di 17 giorni. Secondo quanto rilevato dalla stessa Fincantieri, il lavoratore dell’appalto, che stava effettuando una lavorazione di spazzolatura, è caduto da un’apertura che non risultava transennata. All’incidente ha fatto seguito, ieri, la proclamazione di un’ora di sciopero alla fine di ogni turno di lavoro.
L’azienda ha aperto un’indagine interna per definire le circostanze e le modalità di quanto accaduto allo scopo di accertare le responsabilità e adottare eventuali provvedimenti del caso. La lavorazione in cui era impiegato l’operaio era comunque prevista dopo le 22, come pure le pitturazioni, proprio per evitare eccessive ”contaminazioni” ambientali. Il rispetto delle misure di sicurezza, secondo l’azienda, sono a carico delle ditte. La Rsu di stabilimento, da parte sua, ha richiamato Fincantieri «alle proprie responsabilità». «Fincantieri ha il dovere – ha riferito Moreno Luxich della Fiom – di verificare il rispetto delle condizioni di lavoro nello stabilimento anche da parte dell’indotto. E da parte nostra c’era stato più di un richiamo in tal senso». «Le segnalazioni fatte, anche in forma scritta – afferma una nota della Rsu – all’azienda sul continuo mancato rispetto dei protocolli di sicurezza, ancora una volta sono cadute nel vuoto». La Rsu sottolinea come «alla base di quanto accaduto ci sia una perdita di controllo da parte della struttura aziendale in materia di sicurezza, a causa della compressione dei programmi e dei tempi di lavorazione».
Da parte del sindacato viene rilevato ancora che, «solo per caso questo ennesimo incidente nello stabilimento non ha avuto gravi conseguenze per l’operaio coinvolto».

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Il Piccolo, 29 aprile 2010
 
Bassa soglia, scongiurata la chiusura 
Prorogata al 30 giugno la convenzione con ”Entrata libera”. Poi la gara per l’appalto
Sempre più numerose le persone in difficoltà che si rivolgono al servizio

 
Il Centro a bassa soglia di via Natisone rimane aperto. Lo fa, però, ancora una volta grazie a una proroga in extremis della convenzione con l’associazione che gestisce il servizio decisa dall’amministrazione comunale di Monfalcone. Il passaggio del Centro a bassa soglia, che negli ultimi mesi ha visto aumentare gli utenti a causa delle ripercussioni della crisi sui livelli occupazionali, tra i servizi dell’Ambio socio-assistenziale Basso Isontino è stato del resto rinviato, facendo ulteriormente slittare il consolidamento dell’attività svolta in via Natisone. Nonostante l’avvicinarsi della scadenza della convenzione, fissata per domani, non sono serviti a raggiungere l’obiettivo nè i numerosi incontri sia a livello tecnico sia politico degli organismi e strutture dell’Ambito, nè l’approvazione da parte dell’Assemblea dei sindaci, tra le linee di indirizzo per il bilancio 2010, anche di un progetto per le dipendenze, di cui il Centro a bassa soglia è parte, progetto da avviarsi in stretta collaborazione con l’Azienda sanitaria. Così non è stata ancora espletata la procedura di gara necessaria a dotare di una gestione stabile il centro di via Natisone.
A incidere, come afferma la giunta comunale di Monfalcone nella delibera con cui si è deciso di prorogare l’incarico all’associazione Nuova entrata libera, di fatto è stato il “dissenso” del Comune di Fogliano Redipuglia, che ha comunicato di non voler aderire al progetto già  approvato dai Comuni soci dell’Ambito. “Ciò purtroppo ha creato problemi, oltre che di riconsiderazione dei rapporti tra Comuni e della relativa compartecipazione – afferma l’amministrazione monfalconese -, anche interpretativi sul piano giuridico».
Vista la situazione di stallo creatasi, per non rischiare di chiudere il servizio, l’amministrazione Pizzolitto ha deciso di prorogare la convenzione con Nuova entrata libera fino al 30 giugno, avviando comunque le procedure per riaffidare il servizio, con gara, nelle attuali modalità. «Nel momento in cui si saranno determinate le condizioni per l’assunzione del servizio da parte dell’Ambito – conclude la giunta Pizzolitto -, le modalità per l’estensione delle prestazioni, sia per tipologia sia per territorio, verrà valutata in quella sede». (la. bl.)

Il Piccolo, 08 luglio 2010
 
RIAFFIDATA LA GESTIONE 
Centro anti-emarginazione scongiurata la chiusura

Il Centro a bassa soglia di via Natisone non chiude e non lo farà nemmeno in futuro. E’ questo l’impegno dell’amministrazione comunale di Monfalcone, dopo che latrasformazione del Centro in servizio dell’Ambito socio-assistenziale Basso Isontino è stata stoppata dalla mancata adesione del Comune di Fogliano Redipuglia al progetto. In attesa di procedere alla gara che dall’autunno darà stabilità al Centro a bassa soglia, gestito da Monfalcone in collaborazione con l’Azienda sanitaria, l’amministrazione ha assegnato per quattro mesi la conduzione della struttura all’associazione Nuova entrata libera. «Non si tratta di una proroga – specifica l’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin -, perché siamo arrivati all’individuazione del gestore attraverso la comparazione delle offerte di tre realtà associative attive sul territorio». Entro ottobre, l’amministrazione procederà però appunto alla gara per assegnare l’incarico per un periodo decisamente maggiore. «Nello stesso tempo stiamo già predisponendo la convenzione con i Comuni del mandamento che credono nell’utilità del servizio anche per la propria comunità, aggiunge l’assessore Morsolin, che ricorda, comunque, come gli utilizzatori del centro, non siano solo monfalconesi. Il Centro a bassa soglia eroga circa 2500 pasti l’anno a 120 utenti provenienti da Monfalcone, ma anche da Ronchi, Staranzano, Grado, Gorizia, San Canzian, Fogliano Redipuglia, Sagrado, con una presenza del 30% di immigrati. Il Centro svolge un lavoro di mediazione sociale, fornisce un servizio pasto, doccia e lavanderia, e, attraverso la presenza di operatori di strada, facilita percorsi di accesso ai servizi a tutta una tipologia di utenza multiproblematica, che per diversi motivi se ne è allontanata. «Il progetto che era stato condiviso con tutte le amministrazione del mandamento – sottolinea l’assessore alle Politiche sociali – non prevedeva fra l’altro solo l’attività del Centro, ma anche quella di una serie di operatori che sarebbero stati presenti sul territorio, nei singoli comuni». Il centro, comunque, non chiude, soprattutto in un momento di crisi che ha provocato un aumento dell’utenza giornaliera della struttura, passata da una ventina a una trentina di persone.

Il Piccolo, 29 aprile 2010
 
PROGETTO DI RECUPERO DELL’ARCHITETTO GIANCARLO PELOSI 
Uffici e negozi nell’ex fabbrica del ghiaccio 
Lo storico edificio è stato acquistato dall’immobiliare Cà Brusà di Verona

L’ex fabbrica del ghiaccio vuole rinascere a nuova vita, come centro direzionale e commerciale. Questa è l’intenzione della nuova proprietà, l’immobiliare Cà  Brusà di Verona che ha rilevato l’edificio da Lino Pasquale, padovano creatore di Acqua Vera, scomparso la scorsa estate. La società, come spiega il progettista dell’intervento di recupero, l’architetto monfalconese Giancarlo Pelosi, sta lavorando per cercare un interlocutore interessato almeno a una parte dell’immobile. «C’è l’intenzione di realizzare l’intervento – aggiunge il progettista -, anche se il momento per il mercato non è certo facile.
L’operazione di recupero è inoltre complessa di per se stessa, ma l’edificio, uno degli ultimi esempi di archeologia industriale sopravvissuti a Monfalcone, ha un suo interesse». Anche perchè insiste su un’area, quella del parcheggio di interscambio a servizio della stazione ferroviaria, frequentata ogni giorno da centinaia di persone. Il recupero dell’ex fabbrica del ghiaccio punta non a caso sulla realizzazione di un complesso integrato con destinazione di uso commerciale, artigianale di servizio e per studi professionali, che, come spiega l’architetto Pelosi, contribuisca a valorizzare l’intera area e ne diventi parte integrante e funzionale.
Il progetto, che vuole essere il più possibile conservativo dell’esistente, prevede un piano terra da adibire a spazio per attività commerciali direzionali e artigianali di servizio, con la sistemazione di wellness club, centro medico e di uno spazio per la ristorazione con sala che si sviluppa su due livelli, mentre ai piani superiori troveranno posto spazi dedicati alle attività professionali.
Elemento architettonico caratterizzante dell’intervento sarà la struttura in vetro posta sulla copertura, destinata ad accogliere una zona servizi funzionale al complesso. La riconversione dell’edificio sarà effettuata nel rispetto del passato, ma all’insegna delle nuove soluzioni tecnologiche disponibili.
La copertura sarà così realizzata con la predisposizione di moduli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica. La sistemazione esterna privilegerà inoltre il verde rispetto il pavimentato, con la realizzazione di un parcheggio di pertinenza per soddisfare gli standard di piano.
«Sono più che felice che il progetto riparta, dopo i primi tentativi effettuati dalla vecchia proprietà circa cinque anni fa – afferma l’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo -, perchè man mano che il tempo passa si rischia di perdere un’altra memoria della Monfalcone di fine ’800 e di inizio ’900. L’edificio è molto degradato e le sue condizioni stanno peggiorando in modo evidente». Tra l’altro è servito in passato anche per incontri di persone dediti allo spaccio di droga.
Laura Blasich

LA STORIA 
Nata nel 1920 in attività fino agli anni ’60

La fabbrica del ghiaccio fu realizzata nel 1920 ed è quindi uno degli impianti più recenti nel panorama dell’archeologia industriale monfalconese, come spiega l’architetto Pelosi. Il contesto storico in cui sorge la fabbrica è anomalo, perchè la città, passata all’Italia dopo il primo conflitto mondiale, non aveva più il ruolo di periferia industriale dell’Impero, ricoperto nei decenni precedenti grazie ai numerosi stabilimenti aperti durante le due precedenti fasi di sviluppo dell’economia della zona. La fabbrica fu aperta per far fronte alla richiesta di ghiaccio da parte del mercato del pesce e per altri usi alimentari.
Il luogo della sua costruzione era ritenuto ottimale per la vicinanza della linea ferroviaria. Già dall’apertura i macchinari dell’impianto erano alimentati da energia elettrica, e rimasero in uso fino agli anni ’60, quando la produzione fu sostituita dalla diffusione dei frigoriferi. Il layout produttivo presentava criteri funzionali e distributivi moderni: la movimentazione del ghiaccio avveniva tramite nastri trasportatori con carico e scarico diretto con la linea ferroviaria a Nord e con il piazzale e la strada a Sud.
L’acqua per il raffreddamento era prelevata direttamente da un pozzo artesiano e aveva una potenzialità fino a 1700 frigorie/ora. (la.bl.)

Il Piccolo, 28 aprile 2010
 
Rifiuti industriali, un impianto a Bistrigna 
Presentato un progetto di Iris, Sagidep e Igp. Investimento di due milioni

 
Iris assieme a due partner privati, la Sagidep di Mantova e la Igp di Trieste, intende investire due milioni di euro per realizzare a Bistrigna un impianto per il trattamento dei rifiuti liquidi industriali. La struttura progettata da Isi Ambiente, questo il nome della società partecipata al 34% da Iris e al 33% da Sagidep e Igp, risponderà così a una forte esigenza presente nel comprensorio industriale di Monfalcone e delle realtà produttive del resto della provincia, ha spiegato ieri il presidente di Iris, Armando Querin, presentando l’iniziativa al Monfalcone Palace di via Cosulich. Al di là delle ricadute occupazionali dirette (una decina gli addetti previsti), l’impianto produrrà un alleggerimento dei costi per l’industria insediata in una zona, come ha rilevato Querin, in cui alcune tipologie di rifiuti liquidi di natura industriale trovano difficile collocazione negli impianti di trattamento acque sia pubblici sia privati. In base all’indagine delle esigenze presenti nel territorio, Isi Ambiente ha individuato come principali categorie di rifiuti liquidi da trattare nell’impianto quelli prodotti dall’industria metalmeccanica, dall’agricoltura e dall’allevamento, dalle attività di lavorazione del legno e da attività portuali.
Il progetto, che deve ancora completare le fasi autorizzative, prevede la costruzione delle strutture di stoccaggio e trattamento dei materiali, di un laboratorio interno e di uffici in un’area di 11mila metri quadrati alle spalle del depuratore di Bistrigna e a ridosso della zona destinata ad accogliere la centrale a biomasse da 55 megawatt. Vista la collocazione dell’impianto, particolare attenzione è stata prestata al problema della viabilità di accesso che, comunque, dovrebbe quella necessaria a servire anche la centrale a biomasse. Nel caso in cui la nuova strada d’accesso non sia realizzata in tempo utile, la società ipotizza la costruzione di una bretellina dalla strada bianca che già consente di raggiungere il depuratore. L’impianto avrà del resto una capacità ricettiva di 300 tonnellate al giorno e 75mila tonnellate l’anno, generando quindi una notevole mole di traffico su gomma. I materiali conferiti all’impianto saranno poi trattati in tre linee, una destinata ai rifiuti semplici, una ai rifiuti complessi e una ai fanghi, che saranno sempre analizzati in ingresso e poi durante le fasi di lavorazione dal laboratorio di cui si è deciso di dotare l’impianto per consentire un costante monitoraggio. Le attività principali saranno effettuate in un capannone per evitare fuoriuscite di odori e di rumori. L’impatto paesaggistico della struttura, le cui acque di risulta dei trattamenti saranno accolte dal depuratore di Irisacqua, sarà inoltre ridotto dalla creazione di una quinta verde sui lati esterni e non confinanti con gli altri impianti presenti e previsti nella zona. Iris svolgerà le funzioni di controllo e certificazione dell’impianto, Sagidep l’attività commerciale e Igp la gestione operativa, mentre il Ceta di Gorizia sta fornendo supporto progettuale, anche per il superamento del percorso autorizzativo.
Laura Blasich

FIRME CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE 
Nasce a Staranzano il nucleo provinciale in difesa dell’acqua

STARANZANO Nasce a Staranzano il nucleo provinciale isontino del Comitato di coordinamento di Gorizia per la raccolta firme del referendum contro la privatizzazione dell’acqua, che ha come capofila l’associazione staranzanese Benkadì con sede in piazza Dante 4. Lo slogan della campagna referendaria sarà: “L’acqua non si vende. Fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua”. Del Comitato isontino fanno parte esponenti del mondo associativo, Legambiente di Monfalcone, il gruppo Aria di Cormons, Meet-up Gorizia e i gruppi Gas “Il Ponte” e Cvcs.
Supportano il comitato anche rappresentanti di Rifondazione comunista e Sinistra ecologia e Libertà. «Durante l’incontro dell’altra sera – spiega Giovanni Dean di Benkadì – abbiamo analizzato quale potrebbe essere la logistica per essere più incisivi nella raccolta firme e quali le manifestazioni di questo inizio campagna referendaria. Benkadì sarà il fulcro di collegamento e di riferimento, ma l’obiettivo è che in ogni Comune nasca un gruppo di persone che possa coordinare le iniziative. Pertanto invitiamo le associazioni e i cittadini a impegnarsi nella collaborazione per il raggiungimento degli obbiettivi prefissati». Saranno operativi banchetti nei punti strategici della provincia di Gorizia, in particolare nei centri di Monfalcone, Ronchi, Staranzano, San Canzian, Turriaco e Doberdò.
Ciro Vitiello

Il Piccolo, 27 aprile 2010
 
PRIMA UDIENZA AL TRIBUNALE DI GORIZIA: 85 I LAVORATORI DECEDUTI 
Amianto, partito il processo per 41 imputati 
Intanto a Palermo inflitti 16 anni di pena a tre ex amministratori Fincantieri

di FRANCO FEMIA

«Dopo anni di attesa, di fatica anche per far prendere coscienza del problema, s’inizia il processo. Mi pare che le prospettive siano buone e mi auguro che ora si proceda speditamente»: Rita Nadalino Nardi è la presidente dell’Associazione esposti amianto. È seduta in prima fila nello spazio riservato al pubblico per assistere all’avvio del maxiprocesso per 85 morti da amianto tra i lavoratori del cantiere di Monfalcone.
Una prima udienza caratterizzata da procedure preliminari, ma gestita con piglio dal giudice Matteo Trotta, che ha annunciato l’intenzione di procedere con speditezza con almeno 4 udienze al mese fino alla pausa feriale. La prossima udienza è fissata per il 10 maggio solo perché i difensori degli imputati, e anche di parti civili, hanno chiesto i termini per visionare i 12 faldoni di documenti che ieri il pm Luigi Leghissa ha fatto acquisire al già corposo fascicolo processuale. C’è la sensazione che il tribunale di Gorizia voglia procedere in fretta per recuperare il tempo perduto. Non sarà comunque un processo facile, richiederà i suoi tempi. Basta osservare gli oltre cento cartolari, che ieri occupavano una parte dell’aula, contenenti migliaia di atti che fanno parte dell’indagine della Procura.
Se a Gorizia si è all’inizio del maxi processo, il giudice monocratico di Palermo, Gianfranco Criscione, ha condannato ex amministratori di Fincantieri nel processo sulle morti bianche causate dall’amianto ai cantieri navali di Palermo. Sono state emesse sentenze pesanti, di 7 anni e mezzo, sei e tre anni nei confronti di tre imputati, che dovevano rispondere di omicidio colposo. Trentasette le vittime, colpite dall’asbestosi. Una sentenza che farà senza dubbio giurisdizione, come quella emessa un paio di anni fa dal tribunale di Venezia sempre per morte da amianto ai cantieri di Marghera.
Nel maxi-processo di Gorizia gli imputati sono 41: Giorgio Tupini e Vittorio Fanfani, ex presidenti di Italcantieri, Enrico Bocchini, ex presidente del cda, Corrado Antonini, ex direttore generale, Mario Panigliani, Manlio Lippi e Giancarlo Testa, ex direttori del cantiere, l’ex assessore provinciale al Lavoro Marino Visintin in qualità di ex responsabile del servizio di sicurezza, e poi Ervino Lenardon, Omero Blazei, Giampaolo Framarin e Livio Alfredo Minozzi (questi ultimi ex direttori del personale), Vittorio Bernardo Carratù e Roberto Schivi (ex direttori centrali del personale Italcantieri), Mario Bilucaglia e Mario Abbona (ex responsabili sicurezza). Gli altri imputati sono i presidenti o legali rappresentanti di ditte che operavano in subappalto al cantiere di Panzano: Roy Winston Rhode, Ronald Rhode, Liana Colamaria, Giovanni Giuricin, Oliviero Fragiacomo, Olinto Parma, Lino Crevatin, Renzo Meneghin, Gino Caron, Giuseppe Poggi, Giorgio Vanni, Antonio Datti, Saverio Dimacco, Cesare Casini, Italo Massenti, Aldo La Gioia, Glauco Noulian, Roberto Piccin, Peppino Massioli, Amedeo Lia, Curzio Tossut. Armando Brugnolo, Carlo Figanò, Attilio Dall’Osto, Ubaldo Conti.
Si sono costituti parti civili 55 gruppi familiari dei deceduti, il Comune di Monfalcone, la Provincia, la Regione, la Fiom Cgil, l’Inail, l’Associazione esposti amianto e il Codacons.

Il Piccolo, 28 aprile 2010
 
IL CASO. DOMANDE & RISPOSTE SUL MAXIPROCESSO 
Amianto, risarcimenti da oltre 100mila euro 
A favore dei congiunti dei cantierini deceduti a causa dell’asbestosi

di FRANCO FEMIA

Il maxi-processo per le morti da amianto ha preso avvio al tribunale di Gorizia con la prima udienza dedicata alle procedure preliminari. E ci vorranno ancora due udienze, la prima è fissata per il 10 maggio, per uscire dalla pastoie procedurali ed iniziare il dibattimento vero e proprio. Sono 41 gli imputati che devono rispondere di omicidio colposo per le morti di 85 lavoratori impiegati al cantiere navale di Panzano deceduti in questi ultimi anni per mesetelioma, il cancro alla pleura legato all’esposizione all’amianto sul posto di lavoro. Si tratta di tubisti, carpentieri meccanici, che lavoravano in ambienti che erano saturi di polvere di amianto senza le necessarie misure di sicurezza.
Ma qual è allo stato la situazione del procedimento? Vediamo di fare chiarezza.
1) Quanto durerà il processo?
Difficile fare delle previsioni. Le parti in causa sono molte ed anche i testi che saranno chiamati a deporre. Se il giudice, come ha anticipato, terrà mediamente un’udienza alla settimana, ragionevolmente si può pensare che il processo potrebbe durare un anno.
2) La recente sentenza del processo di Palermo potrebbe essere un precedente che può tornare utile al procedimento in corso a Gorizia?
In materia di amianto c’è ormai una consolidata giurisprudenza. La recente sentenza di Palermo è in linea con quelle emesse dai tribunali di Venezia e Torino che ormai attestano la rilevanza penale delle morti bianche dovute all’esposizione all’amianto sui posti di lavoro, in particolare nei cantieri dove si costruivano le navi.
3) Bisognerà attendere la fine del processo per il risarcimento alle parti civili?
Bisogna fare una distinzione. Chi ha scelto la via penale per ottenere giustizia dovrà attendere la sentenza e le decisioni del giudice che potrebbe assegnare una provvisionale immediatamente esecutiva e rinviare al giudice civile la definizione del contenzioso.
C’è però anche la via extragiudiziale di un accordo tra le parti, che alcuni familiari delle vittime hanno intrapreso con la Fincantieri. Una strada scelta da alcune parti civili, che hanno già ottenuto il risarcimento da parte di Fincantieri. Per altre parti sono attualmente in corso le trattative.
4) A quanto potrebbe ammontare il risarcimento?
Non c’è una cifra fissa. Ci sono molte variabili che vengono considerate. Dipende dall’età del lavoratore morto, ma soprattutto dalla durata della malattia, dal numero dei congiunti che si sono costituiti parte offesa. Si può comunque arrivare a 100-120mila euro per vittima.
5) Che interesse ha Fincantieri di trovare un accorto con le parti offese prima della conclusione del processo?
L’accordo comporta l’uscita dal processo delle parti offese e quindi un alleggerimento della posizione processuale da parte della Fincantieri sotto il profilo penale. È probabile quindi che durante il processo alcune delle 55 parti civili costituitesi si ritirino perché nel fratttempo hanno transato con l’azienda monfalconese.

Il Piccolo, 11 maggio 2010a
 
LA TRAGEDIA DELLE MORTI DI AMIANTO
Una vedova: non c’è perdono senza giustizia 
Nevia Buzzi: Lino se ne è andato a 58 anni, 4 giorni prima della pensione
Per 36 anni al lavoro nel cantiere, nel 2001 la scoperta della malattia e l’inizio di un calvario durato 8 mesi

di TIZIANA CARPINELLI

Lino è morto quattro giorni prima di andare in pensione. Lo aveva detto, l’aiuto primario di Venezia, alla moglie Nevia, vedova dell’amianto, che «entro Natale un angelo avrebbe vigilato su di lei e sui suoi tre figli». E così è stato. Lino Buzzi, sancanzianese, 36 anni indefessamente spesi entro le mura del cantiere navale di Panzano, è mancato il 26 novembre 2001, un lunedì, nel suo letto di casa, la famiglia stretta al capezzale. Aveva 58 anni. Lo ha ammazzato un tumore che non dà scampo: mesotelioma maligno alla pleura. Se lo piglia chi respira le fibre d’amianto. Gli esperti in camice bianco affermano che non si tratta di un cancro frequente, ma in zona già 2mila persone sono decedute per lo stesso male.
«Per sua fortuna e nostra grande disgrazia, mia e dei miei figli, se n’è andato in breve tempo – racconta la vedova Nevia Pacco, 62 anni, originaria di San Martino di Terzo d’Aquileia -: otto mesi di malattia e mio marito non c’era più. Non so quante volte, nelle preghiere, ho supplicato Dio che non soffrisse. Che non morisse soffocato, come muore chi è colpito da mesotelioma, e sono stata ascoltata: ha ceduto il cuore, Lino non ha patito, è spirato serenamente. L’unica mia consolazione». Nevia è una friulana. Di tempra forte. Una che non si perde d’animo, che si rimbocca le maniche e affronta le avversità a muso duro. Solo una volta ha pianto di fronte al marito e poi non l’ha fatto più per quattro anni. «Se n’è andato senza riscuotere neppure la liquidazione. Senza acquistare il camper con cui saremmo dovuti andare in gita a Firenze. Senza godersi quel po’ di vita che, dopo tante fatiche, gli spettava. È un’ingiustizia a cui non mi rassegnerò mai», aggiunge.
Lino Buzzi aveva iniziato nel 1965 a lavorare al cantiere come operaio tracciatore. Col gesso disegnava le sagome delle lamiere da tagliare per imbastire le grandi navi bianche. Un mestiere faticoso. D’estate gli s’incollavano le scarpe di gomma alla lastra di ferro, mentre d’inverno batteva i denti ai capricci della bora. Si era detto: «Devo migliorare la mia posizione». E così aveva riaperto i libri e si era messo a studiare. S’era iscritto ai corsi serali dell’istituto San Marco e aveva fatto tre anni in uno, diplomandosi al Nautico di Trieste. Grazie al titolo di studio era diventato capofficina e poi impiegato all’ufficio Cop (Controllo produzione). Si prodigava affinché i giganti del mare venissero su bene. Eseguiva anche i sopralluoghi a bordo dei sommergibili, fino all’ultimo varo del 1993. «Era appena rientrato da una trasferta ad Ancona – riferisce Nevia – e una notte mi svegliò all’improvviso, dicendomi che sentiva una fitta sotto la scapola destra. Lì per lì pensai a un malore passeggero, mai avrei sospettato una malattia di questo tipo. Fu straziante. Il 19 marzo la prima radiografia, che evidenziò un alone alla pleura. Poi il prelievo delle cellule, per vedere se fossero cancerogene». Esito positivo. Ricovero a Monfalcone per una videotoracoscopia. Ad aprile, la conferma che si trattava di mesotelioma pleurico. «Tornammo a casa, senza tuttavia rassegnarci – prosegue -. È una frase fatta, ma davvero la speranza è l’ultima a morire. Andammo a Milano, all’Istituto oncologico diretto da Veronesi. Il professor Pastorini, uno bravo, me lo disse chiaramente: ”Le prospettive sono due: il calvario ospedaliero oppure decidere di mollare tutto, andare alle Bahamas, e godere di quel po’ che resta”». Scelsero il calvario. Sapevano che non c’era speranza, ma optarono per le terapie. Seguì la tappa a Venezia. «Eravamo assistiti dal primario Vittorio Pagano – chiarisce – il reparto era ottimo. La ”sentenza” venne a giugno, il suo vice mi disse: ”A Natale avrete un angelo che veglierà su di voi”. Usò parole delicate, ma a me parve di sciogliermi sulla sedia. A lui non dissi nulla. E andammo avanti».
Lino iniziò la chemio al San Polo. Sei cicli, ma non andò oltre il quarto. «La terapia era un cocktail sperimentale di 7 farmaci diversi, provenienti dagli Usa – riferisce -. Inizialmente resistette, poi deperì sempre di più. Per l’organismo fu devastante. ”Se no xè per mi, almeno servirà a qualchidun altro”, diceva. È sempre stato un altruista. Ma i dolori si fecero più forti: andava avanti a bombole d’ossigeno e antidolorifici. Poi passò alla morfina. Gliela sminuzzavo, perchè non riusciva a deglutire». Morì a casa, per sua volontà. Era l’1 di notte, vicino aveva la moglie e i tre figli Andrea, Federica e Roberta. «Sarò sempre grata alla dottoressa Alessandra Cantarutti, che pur avendo un bimbo rimase con noi fino alla fine – aggiunge -. Lino è stato il primo e l’ultimo uomo che ho conosciuto: abbiamo trascorso 34 meravigliosi anni di matrimonio. Poi sono rimasta in apnea: per 4 anni non ho dormito, mi svegliavo a brevi intervalli e sentivo il suo respiro, mi voltavo a dargli un aiuto e lui non c’era. Avrei voluto stare male al posto suo, mai avrei pensato che se ne sarebbe andato prima di me. Non auguro a nessuno il mio calvario. Mi hanno salvato i nipotini». «Morire per colpa del lavoro è ingiusto – conclude la vedova, dal 2002 in prima linea con l’Associazione esposti amianto -. Lino non s’è mai scagliato contro l’azienda: era orgoglioso di lavorare al cantiere. Ma per me è insopportabile accettare d’aver perso un marito per questo. Sarò serena solo quando chi ha reso ciò possibile se ne assumerà le responsabilità. E non parlo solo di mio marito, ma di tutte le 2mila vittime dell’amianto. Perchè si sapeva ch’era nocivo. Il perdono è una grande cosa, ma non può esserci senza giustizia. Va resa dignità ai nostri morti che non pensavano di sacrificarsi al lavoro». Nevia è una donna di fede. Dopo aver pregato per una morte senza dolore, ora prega per i processi.
 
AMIANTO. CHIESTI DAL PUBBLICO MINISTERO 
Maxi-processo: 400 testi

Sono 400 i testimoni che sfileranno dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta. Tante sono le richieste di ammissione avanzate dal pubblico ministero al maxiprocesso per 85 morti dovute all’esposizione all’amianto, di cui ieri si è tenuta la seconda udienza tutta dedicata alle procedure preliminari. Pm, avvocati della parte civile e degli imputati hanno presentato nuova documentazione e l’ammissione dei testimoni. Anche la prossima udienza dell’8 giugno sarà dedicata alle repliche delle parti e alla richiesta di ammissione delle prove. L’avvio della fase dibattimentale è fissata per il 10 giugno: il pm Luigi Leghissa ha già anticipato che ascolterà due ufficiali di polizia giudiziaria che hanno condotto l’indagine e due consulenti chiamati a descrivere in generale l’organizzazione del lavoro all’interno del cantiere navale di Panzano e le figure professionali che vi operavano. Nelle successivi udienze – ne sono state fissate otto fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero interrogherà tra i 10-12 testi a seduta.
Al maxiprocesso per l’amianto gli imputati sono 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. (fra. fem.)

Il Piccolo, 12 maggio 2010
 
Amianto, primi indennizzi da parte di Fincantieri alle famiglie delle vittime 
Somme in alcuni casi superiori ai 100mila euro Perfezionati una dozzina di accordi, trattative in corso
L’intesa presuppone la rinuncia all’azione processuale

di TIZIANA CARPINELLI

Primi casi di accordo extragiudiziale tra Fincantieri e i familiari delle vittime dell’amianto. Una dozzina di situazioni, stando a quanto trapelato in questi giorni, ha già trovato soluzione transattiva tra le parti, determinando così il decadimento delle relative costituzioni di parte civile nei processi penali. Si è trattato, per ammissione stessa dei legali che hanno rappresentato le diverse posizioni, di trattative lunghe, complesse, delicate. Che hanno tenuto conto, nelle valutazioni economiche, di un’ampia serie di fattori e in primis la durata del decorso della malattia (dalla diagnosi al decesso) nonché il grado di relazione parentale con la vittima.
In ognuno dei casi il patto, controbilanciato dalla corresponsione di una somma di denaro che mediamente si è attestata sull’ordine delle decine di migliaia di euro (ma che in alcuni casi ha superato i 100mila), è servito a interrompere il procedimento in essere prima della decisione finale del giudice. L’accordo, che in senso tecnico si definisce ”stragiudiziale”, ha infatti forza di legge tra le parti, per cui, una volta raggiunta una determinata intesa, queste sono obbligate a rispettarlo. Tradotto in parole povere: si chiude il capitolo del processo penale e dunque di ogni ulteriore rivendicazione risarcitoria.
I casi concernono nuclei familiari composti per lo più da vedove e figli, ma anche solo da questi ultimi, residenti nel Monfalconese e, in percentuale minore, nella Bassa friulana. Alcune persone sono già state liquidate due mesi fa, altre hanno raggiunto l’accordo stragiudiziale negli ultimi giorni. Nella maggior parte delle situazioni si tratta di familiari il cui congiunto era deceduto a seguito di mesotelioma maligno alla pleura, ma figurano anche carcinomi al polmone.
A occuparsi della più parte di tali vertenze, dalle quali è scaturita (su proposta della Fincantieri) la formalizzazione di un vero e proprio ”protocollo” per la stima delle somme, sono stati tre avvocati che fin dall’inizio hanno assistito i parenti della vittime riunitisi nell’Associazione esposti amianto di Monfalcone: Ottavio Romano, Francesco Donolato e Amedeo Zamboni, i primi due con studio legale a Gorizia, il terzo del foro di Padova. Per almeno uno di loro, il raggiungimento della soluzione transattiva ha determinato di fatto la furioscita dal maxi-processo che si sta disputando al Tribunale di Gorizia.
Sotto il profilo degli accordi, in via generale, si sono aperti due fronti: uno davanti alla Direzione provinciale del Lavoro e l’altro in presenza appunto di giudizio civile. Per quest’ultima circostanza le conseguenze sono state due: il decadimento del giudizio civile e lo stralcio del giudizio penale, con la rinuncia alla costituzione di parte civile nel procedimento.
 
AMIANTO. VALUTAZIONI ECONOMICHE 
Un protocollo con le proposte

Trattative lunghe, avviate tempo addietro, per cercare di addivenire a un accordo. E poi la scelta finale, in capo esclusivamente alla famiglia, di uscire dal processo a fronte di una somma di denaro ritenuta accettabile. Può essere sinteticamente riassunto così il difficile percorso che ha portato una dozzina di persone, costituitesi parti civili, a fuoriuscire per sempre dai processi dell’amianto. «Gli accordi stragiudiziali – ha spiegato l’avvocato Ottavio Romano, che ha assistito sette di queste famiglie – si sono inseriti in controversie aperte in sede penale e civile. Non sono giunti in breve tempo, ma sono stati avviati mesi addietro, quando i legali della Fincantieri hanno dimostrato la disponibilità ad aprire questo tipo di dialogo. Il colloquio, avvenuto a più riprese, ha portato alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa che fissa dei parametri per le proposte inoltrate dall’azienda. Proposte che liberamente le persone offese hanno accettato o meno». Tali parametri potrebbero essere considerati anche per ulteriori accordi. «Mi preme sottolineare – ha concluso l’avvocato – che il lungo cammino intrapreso sul fronte giudiziale si deve all’Associazione esposti all’amianto, che dagli anni Novanta e fino a oggi si è battuta per queste persone».
«Per quanto mi riguarda – ha riferito a sua volta l’avvocato Francesco Donolato – ho assistito sette gruppi di persone, sei dei quali composti da familiari di vittime decedute in conseguenza di un mesotelioma maligno alla pleura, mentre il settimo concerneva un carcinoma. La scelta della soluzione transattiva è stata autonoma: mi sono astenuto dal dare suggerimenti, poichè mi è parso più corretto. Alla fine si sono trovati d’accordo nell’accettare la proposta, evidentemente perchè continuare in un’aula di tribunale procurava una sofferenza maggiore». Stando a Donolato, la corresponsione delle cifre ha tenuto conto di alcuni parametri come il decorso della malattia e il grado di parentela (una moglie percepisce una quota più alta rispetto a un figlio): «Non ci sono somme prefissate – ha concluso – ogni situazione va valutata singolarmente, alla luce della sua complessità. Posso dire, per esempio, che un decorso più lungo implica una quota maggiore». (ti.ca.)

Il Piccolo, 09 giugno 2010

Maxi-processo amianto la parola agli inquirenti
Domani saranno ascoltati anche due pubblici ufficiali che svolsero le indagini

Il maxi-processo per morti d’amianto, che si celebra al Tribunale di Gorizia, domani entrerà nel vivo con l’inizio del dibattimento. I primi ad essere ascoltati tra i 400 testi citati da pubblica accusa, difesa e parti civili saranno due ufficiali di polizia che hanno condotto le indagini e due consulenti che saranno chiamati a descrivere in generale l’organizzazione del lavoro all’interno del cantiere navale di Panzano e le figure professionali che vi operavano.
Con l’udienza di ieri si è conclusa infatti la parte preliminare dedicata ancora alla richiesta delle ammissioni di prove presentate dalle varie parti, che sono state sostanzialmente accolte dal giudice monocratico Matteo Trotta. In particolare la pubblica accusa aveva presentato cinque faldoni di documenti riguardanti gli 85 morti da amianto.
Non sono stati accettati solo alcuni documenti, ritenuti dal giudice di non primaria importanza per il processo. Nelle successivi udienze – ne sono state fissate otto fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero interrogherà tra i 10-12 testimoni a seduta.
Al maxi-processo per l’amianto gli imputati sono 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano gli 85 morti per l’esposizione all’amianto durante il loro lavoro ai cantieri navali di Monfalcone. Intanto sono in corso tra Fincantieri e familiari delle vittime d’amianto trattative per trovare un accordo extragiudiziale sugli indennizzi. (fra. fem.)

Il Piccolo, 11 giugno 2010
 
Bianchi: «Dramma amianto esploso negli anni ’70» 
L’ex primario anatomopatologo sentito come consulente del pubblico ministero

È entrato nel vivo con il dibattimento il maxi-processo per morti d’amianto al Tribunale di Gorizia. Gli imputati sono 41, tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano 85 vittime a causa dell’esposizione all’amianto nei cantieri navali di Monfalcone. Intanto sono in corso tra Fincantieri e familiari delle vittime d’amianto trattative per trovare un accordo extragiudiziale sugli indennizzi.
A essere ascoltato tra gli altri, ieri, come consulente del pubblico ministero Valentina Bossi, è stato il professor Claudio Bianchi, già anatomo patologo dell’ospedale di Monfalcone, il medico che ha portato alla luce, alla fine degli anni Settanta, quanto stava accadendo nel cantiere di Monfalcone. Uno dei massimi esperti quindi in materia. Bianchi si è soffermato sugli aspetti medico-legali della questione. Ha spiegato il processo del mesotelioma della pleura, le sue connessioni dirette con l’esposizione all’amianto. E ha ricordato come i primi studi, a Monfalcone, sul rischio amianto siano iniziati negli anni Settanta. Mentre negli Stati Uniti sull’impiego della fibra erano state già espresse forti perplessità, tanto da far partire degli studi fin dal 1947. Sentito anche un secondo consulente dell’accusa, l’ingegner Umberto Laureni, docente all’Università di Trieste, per ricostruire l’impatto dell’utilizzo della fibra.
I primi a essere ascoltati, tra i 430 testi citati dall’accusa, dalla difesa e dalle parti civili, sono stati due ufficiali di polizia che hanno condotto le indagini. L’udienza è stata rinviata a lunedì. In quella sede è previsto l’ascolto di altri 12 testi, presentati dalla pubblica accusa, tra cui ex colleghi e parenti delle vittime. Nella precedente udienza si era conclusa la parte preliminare dedicata alle ammissioni di prove presentate dalle varie parti, sostanzialmente accolte dal giudice monocratico Matteo Trotta.
Cinque i faldoni di documenti riguardanti gli 85 morti da amianto presentati dalla pubblica accusa, quasi tutti accolti dal giudice. Nelle successive udienze – ne sono state fissate sette fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero intende interrogare una decina di testimoni a seduta.

Il Piccolo, 12 giugno 2010
 
SCAMBIO DI NOMI 
Amianto, nel dibattimento assente il professor Bianchi

Per un deprecabile errore, il nome del professor Claudio Bianchi è apparso nell’articolo di ieri come consulente del pubblico ministero per delineare le tappe della vicenda amianto a Monfalcone in relazione al maxi-processo amianto che vede sul banco degli imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili della sicurezza e resaponsabili di ditte che lavoravano all’interno del cantiere, per la morte di 85 lavoratori esposti alla fibra durante la loro attività lavorativa nello stabilimento, L’intervento è stato in realtà svolto da un altro professionista, non dal professor Bianchi che peraltro rientra nel novero degli esperti che saranno ascoltati dai giudici sulla vicenda.

Il Piccolo, 15 giugno 2010
 
«Ecco come si respirava l’amianto sulle navi» 
Il drammatico racconto dei testimoni nel maxi-processo per la morte di 85 lavoratori del cantiere

C’è chi, tra la decina di testi chiamati ieri a deporre al maxi-processo ripreso ieri al Tribunale di Gorizia, ha raccontato che tagliava l’amianto ma ne aveva scoperto solo dopo la pericolosità. Chi, ancora, lavorando sulle navi in costruzione, dovendo intervenire sulle tubazioni, staccava i rivestimenti in eternit. Altri, ancora, hanno raccontato che, a fine turno, spazzolavano le tute, per poi portarle a casa a lavare. E respiravano la fibra a pieni polmoni. È stata una lunga giornata quella di ieri, all’udienza del processo che vede imputati 41 tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Le parti offese rappresentano 85 vittime, a causa dell’esposizione all’amianto nello stabilimento di Monfalcone. L’udienza, alla fine, è stata riaggiornata al 29 giugno.
Ieri, dunque, la parola è passata agli ex lavoratori, anche ex colleghi a vario titolo delle vittime. Una decina, da tempo in pensione. Avevano iniziato per lo più a lavorare negli anni Sessanta, fino agli anni Ottanta, qualcuno anche fino agli anni Novanta. Un ex lavoratore si è presentato in aula con un respiratore, per le precarie condizioni di salute. I testi sono stati sottoposti ad una lunga trafila di domande, sia da parte della pubblica accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Valentina Bossi e Luigi Leghissa, sia dai legali delle parti civili. Quindi, è seguito il controinterrogatorio dei difensori degli imputati. Interrogativi, dunque, per scandagliare la realtà del cantiere dell’epoca. Non tutti i testimoni sono stati in grado di ricostruire con esattezza le circostanze, rispondendo con un «non ricordo».
Non sono mancate le obiezioni procedurali, avanzate dalle difese. Gli interrogativi erano sostanzialmente volti a comprendere le condizioni di lavoro nelle quali operavano le maestranze. È stato chiesto quali fossero le misure di sicurezza adottate in cantiere. S’è posta l’attenzione anche sull’aspetto legato alla prevenzione. E, ancora, è stato chiesto se c’erano impianti localizzati di aspirazione. Si è discusso altresì sui tempi di esposizione ai materiali, come pure sulla tempistica in ordine ai controlli sanitari. Le parti civili hanno insistito molto, tra l’altro, sull’aspetto informativo inerente le caratteristiche e la pericolosità dell’amianto. «Il quadro che si è tratteggiato – ha spiegato l’avvocato Paolo Bevilacqua, che rappresenta una delle parti civili – è che, in qualche modo, c’era consapevolezza di uno stato di disagio, di condizioni di lavoro per le quali non c’era però un’informazione specifica. Quindi, la pericolosità dell’amianto non era chiara. Ciò che è emerso è il fatto che le garanzie di sicurezza erano pochissime». Il controinterrogatorio delle difese ha spaziato dai controlli in azienda e sanitari, alla presenza in cantiere dei responsabili della sicurezza. (la.bo,)

Il Piccolo, 16 giugno 2010
 
IL RUOLO DI MARINO VISINTIN E MARIO BILUCAGLIA 
Processo amianto, il gup decide un supplemento d’indagine

Per comprendere come e quanto Marino Visintin e Mario Bilucaglia possano essere coinvolti, per le loro mansioni di responsabili del servizio di sicurezza all’interno del cantiere navale, nelle vicende legate all’impiego dell’amianto, dovrà essere avviata un’attività istruttoria che ricostruisca i complessi organigrammi esistenti nello stabilimento di Panzano, la ripartizione delle competenze e quindi i gradi di responsabilità nella presunta omissione dei controlli.
Lo ha deciso ieri il gup di Gorizia al termine dell’udienza preliminare resasi necessaria dopo che la Cassazione aveva annullato una precedente sentenza del gup di Gorizia, nel ”processo madre” celebrato lo scorso anno, che aveva mandato prosciolti i due funzionari.
La sentenza era stata impugnata davanti alla Suprema Corte dal pubblico ministero e la stessa Cassazione aveva quindi disposto che gli atti fossero rimessi a un nuovo giudizio.
La richiesta del pm di avviare un’attività istruttoria suppletiva, farà slittare il processo al prossimo 5 ottobre. Il giudice ha però anche deciso l’unificazione di tutti i procedimenti in cui erano stati coinvolti i due addetti alla sicurezza. Di fatto, secondo il legale di Visintin e Bilucaglia, l’avvocato Riccardo Cattarini, il ruolo dei due funzionari non era direttamente finalizzato a un controllo diretto sull’effettiva applicazione delle norme di sicurezza e tutela della salute all’interno del cantiere. Svolgevano di fatto una sorta di consulenza. E quindi, secondo il legale, erano da ritenersi estranei alle accuse a loro carico.

Il Piccolo, 29 giugno 2010
 
Malati di mesotelioma in costante aumento 
Dati preoccupanti E oggi riprende il processo amianto

Riprende oggi al Tribunale di Gorizia il maxi-processo sui decessi da amianto, che vede imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Le parti offese rappresentano 85 vittime, morte a causa dell’esposizione al minerale killer nello stabilimento di Monfalcone. La precedente udienza, che ha visto sfilare diversi test, è stata riaggiornata a oggi.
Intanto, dalla Notte bianca della Prevenzione, promossa all’ospedale San Polo dalla sezione isontina della Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt) sono emersi nuovi dati sull’epidemia di mesotelioma nelle Province di Gorizia e di Trieste, che si conferma mai sopita né pare mostrare segni di attenuazione. Ciò è emerso chiaramente dalla relazione di Diego Serraino, epidemiologo del Cro di Aviano. I dati raccolti dal Registro tumori regionale arrivano oggi fino al 2007 e sono proprio quelli più recenti, relativi al biennio 2006-2007, non ancora pubblicati, a destare il maggiore interesse perché forniscono informazioni del tutto nuove sul trend del tumore.
Si evidenzia infatti la diversità assai spiccata tra le province di Gorizia e Trieste da un lato e le province di Pordenone e Udine dall’altro. Nel Fvg l’epidemia di mesotelioma è infatti un fenomeno prettamente giuliano con incidenze che nei maschi sono da 7 a 15 volte superiori nelle Province giuliane rispetto a quelle di Udine e Pordenone. Quanto ai tumori polmonari, il dottor Serraino ha sottolineato che anche in Regione si nota come in altre parti d’Italia una tendenza alla diminuzione di incidenza nei maschi, diminuzione che è possibile mettere in relazione con le campagne antifumo partite negli anni ’80 del secolo scorso. Nel sesso femminile invece si rileva purtroppo una tendenza all’aumento.
Entrando nel dettaglio, dall’analisi dei dati precedenti si rileva come, nel 2004-2005, 9,9 uomini su 100mila risultassero affetti da mesotelioma. Nel 2006-2007 l’incidenza riscontrata è più elevata, pari a 15 su 100mila. Sempre nel 2006-2007, a Pordenone, il rapporto è stato invece di 1 su 100mila. A Udine 1 su 100mila. Nel 2004-2005 si sono avuti a Gorizia 30 casi di mesotelioma. Nel 2006-2007 38. (t.c.)

Il Piccolo, 30 giugno 2010
 
SFILANO I TESTIMONI AL MAXI-PROCESSO CHE SI CELEBRA A GORIZIA 
«Amianto? I sindacati sapevano» 
Parlano i cantierini: nessuno ci ha mai detto della pericolosità. Solo pochi usavano le mascherine

di FRANCO FEMIA

«Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione all’amianto»: Guido Clemente, fino al 1997 dipendente della Fincantieri e tra i tanti che sono andati in pensione anticipatamente con la legge sull’amianto, ha spiegato ieri al maxi-processo in corso di svolgimento al Tri bunale di Gorizia ome gli operai lavoravano alla costruzione delle navi nel cantiere di Panzano, gli accorgimenti di sicurezza che venivano adottati e al fatto che nessuno li aveva informati sui pericolo che correvano venendo a contatto con l’amianto.
«Tra noi operai si era cominciato a parlare della presenza dell’amianto a metà degli anni Settanta – ha detto Clemente, originario di San Pier d’Isonzo, ma residente a Villesse -, ma nessuno ci aveva informato sui rischi che correvamo. L’ho saputo solo al momento che mi è stato chiesto di andare in pensione, nel 1997. Se lo avessi saputo prima avrei senza dubbio cambiato lavoro. Ho visto diversi miei colleghi ed amici morire per colpa dell’amianto».
Clemente ha lavorato sulle navi come carpentiere anche se durante la trentennale presenza nei cantieri ha svolto anche altre mansioni ed ha lavorato pure, per un breve periodo, ai cantieri di Palermo. Ha spiegato che fino a metà degli anni Sessanta erano in pochi a usare mascherine e altri oggetti anti-infortuni, introdotti in modo massiccio negli anni successivi, anche se spesso gli operai, in particolare quelli che lavoravano in spazi angusti, spesso se li toglievano. In quegli anni vennero anche sostituiti i vecchi aspiratori con dei nuovi più grandi e più capaci.
C’era un servizio di sicurezza: tre persone giravano nel cantiere per effettuare dei controlli, ma è emerso che al di là di qualche rimbrotto non veniva elevata alcuna sanzione nei confronti di coloro che non utilizzavano le mascherine, i caschi o gli occhiali appositi per evitare di venir colpiti dalle schegge e altri oggetti.
Il maxi-processo all’amianto, presieduto dal giudice monocratico Matteo Trotta, riprenderà domani con un’altra udienza in cui saranno sentiti altri ex dipendenti della Fincantieri.

Il Piccolo, 01 luglio 2010 
 
AUTODIFESA DI EX SINDACALISTI E DELEGATI
«Non siamo complici del dramma-amianto» 
Francovig (ex Fiom): «Non è vero che sapevamo tutto, abbiamo pagato come gli altri»

di TIZIANA CARPINELLI

«Tutti, sapevano tutti». La frase riecheggia ancora nei corridoi del tribunale, tra i parenti delle vittime decedute e i cantierini superstiti alla silenziosa strage dell’amianto. Rimbalza nelle officine delle fabbriche, entro le mura di casa, dividendo le coscienze. Martedì, all’ultima udienza del maxi-processo che sui celebra a Gorizia, l’ex operaio Guido Clemente ha dichiarato: «Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione dell’amianto». Ma la risposta di chi rappresenta o ha rappresentato i lavoratori del cantiere è l’autodifesa: «Siamo stati testimoni ignoranti».
Perché a essersi ammalati e, in molti casi, a esser stati ghermiti dal mesotelioma, il tumore che non dà scampo a chi ha respirato per anni le fibre del minerale killer, sono stati anche loro, i sindacalisti. Lo afferma l’ex meccanico di bordo ed ex delegato Fiom-Cgil Luigino Francovig: «Dire che siamo stati responsabili pure noi è fin troppo facile, oggi: sono un esposto all’amianto e se avessi saputo del pericolo certo non sarei rimasto lì, non sono mica scemo! Il punto è un altro: siamo stati tutti testimoni ignoranti dell’amianto». Concorde Franco Buttignon, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu del cantiere di Panzano fino al 2005: «Tra trent’anni ci sarà chi dirà la stessa cosa per la lana di roccia, pur se in passato si è svolto un monitoraggio dell’ambiente e si è stretto un accordo con l’azienda, putroppo oggi disatteso».
Ma Duilio Castelli, il fondatore e presidente onorario dell’Associazione esposti amianto (Aea), colui che ha dato vita al movimento di tutela delle vittime e dei loro familiari, smentisce la tesi: «Io posso dire, perché l’ho vissuto sulla mia pelle, che i sindacati sapevano: quando nel 1971 mi ammalai di asbestosi e andai con il certificato, redatto dal medico, da uno dei rappresentanti dei lavoratori dell’epoca, Sergio Parenzan, per me uno dei migliori, lui, una volta viste le carte, si volse verso un suo collega e disse: ”Un altro”. Un altro cosa? Vuol dire che prima di me già altri operai erano andati da loro con lo stesso certificato, dunque perché non vennero presi dei provvedimenti fino al 1976?».
Francovig, ex sindacalista, la vede però diversamente: «Fa effetto, oggi, dire che il sindacato è responsabile dei decessi, ma ci si dimentica del fatto che, in quegli anni, il 95% degli operai risultava iscritto ai sindacati e che tra i delegati all’ambiente di allora c’erano persone che lavoravano a bordo e in mezzo all’amianto: se avessero saputo della nocività delle mansioni quotidianamente svolte sarebbero forse rimasti lì? Non credo. Ho sentito dire che passava la commissione deputata ai controlli e nessuno diceva niente per l’assenza di una mascherina. Se così è stato, non bisogna dimenticare che ogni persona deve essere responsabile della propria salute. Non si può decidere di osservare le regole solo se alle spalle si ha un controllore che vigila». «Né vanno scordate – conclude – le grandi lotte in cui i sindacati risultavano all’epoca impegnati: innanzitutto quella per la sicurezza sul posto di lavoro, visti i tassi elevati di mortalità, o per la necessità di disporre degli aspiratori di fumo per la salubrità degli ambienti. Nessuno, ripeto, nessuno era a conoscenza della pericolosità dell’amianto e dei suoi effetti a lungo termine».
Il fondatore dell’Aea, invece, ribadisce: «Il primo provvedimento venne preso appena nel 1976, nella salderia A, dove venivano saldati i pezzi dei sommergibili, che dovevano essere assemblati a una temperatura di 250 gradi. Risultava così pesante che gli operai lavoravano a turni di un’ora, alternando all’attività il riposo in una casupola lì vicino. Per evitare malori e ustioni veniva usata una tela d’amianto. Nel ’76 arrivò il dottor Gobbato della Medicina del lavoro di Trieste: vide l’ambiente e disse che c’era troppa polvere e che bisognava smettere di usare quella tela. Gli operai andarono a protestare dai sindacati e questi si rivolsero all’azienda, la quale replicò ch’erano appena stati presi altri appalti, sia per sommergibili che per navi, dunque si doveva continuare, modificando gradualmente nel tempo le modalità del lavoro. In seguito la tela venne sostituita con un’altra, di vetro-alluminio, che costava molto, 20mila lire a metro quadrato: a mio avviso non valeva niente e non aiutò più di tanto, nelle loro mansioni, i poveri saldatori. Sindacati e azienda si misero comunque d’accordo: dicono che la situazione andò avanti fino all’85, ma per me proseguì fino al ’90».

LA VECCHIA RSU PREFIGURA SCENARI ANALOGHI CON LA LANA DI ROCCIA 
Buttignon: le affermazioni vanno provate

«Qualsiasi lavoro in fabbrica solleva problemi di nocività: se sei in salderia e non usi mascherine o pettorine di pelle puoi avere delle conseguenze. Ciò che oggi sento dire sui sindacati a proposito dell’amianto, forse tra trent’anni verrà detto della lana di roccia e ciò nonostante sia stato promosso un monitoraggio e sottoscritto un accordo con l’azienda, pur se oggi disatteso perché mancano controlli». A parlare è Franco Buttignon, fino al 2005 coordinatore Rsu Fiom-Cgil: «Oggi tutti navigano su internet e si fanno un’idea, sulla base di ciò che leggono, della ”questione lana di roccia”. Ma noi, come delegati di fabbrica, a suo tempo fummo investiti del problema e facemmo spendere milioni all’azienda per compiere degli studi specifici, attraverso l’istituto Maugeri di Pavia e il dottor Zanin. Vennero analizzate le diverse fibre impiegate nelle lavorazioni e svolti i monitoraggi su ambienti e operai. Emerse che lavorare con la lana di roccia non equivaleva certo a mangiare un panino con la mortadella, tuttavia in presenza di accorgimenti e norme di sicurezza non provocava danni. Così il sindacato stipulò un accordo con l’azienda, per il rispetto delle regole, che oggi mi risulta non essere sempre osservate proprio a causa dell’assenza di controlli». «Un domani – conclude – potrà esserci un altro dottor Bianchi che apre un cadavere e trova delle fibre di lana di roccia e magari qualcuno proverà a dire che è colpa dei sindacati. Io sono entrato in fabbrica nell’81, dunque non ignoro dell’amianto. Tuttavia penso che le affermazioni devono essere innanzitutto comprovate, in sede processuale». (ti.ca.)

Il Piccolo, 02 luglio 2010
 
NUOVI TESTI AL MAXI-PROCESSO 
Amianto, gli ex cantierini: si lavorava nella polvere

Le condizioni di lavoro in cantiere. «In mezzo alla polvere». E le protezioni o gli accorgimenti presenti in fabbrica. Sono sfilati altri 4 testi ieri, al Tribunale di Gorizia, nell’ambito del maxi-processo dedicato alle morti da amianto. Altri ex operai che hanno raccontato come operavano nel cantiere navale. È stata, insomma, ripercorsa ancora una volta la giornata-tipo nello stabilimento. L’udienza iniziata alle 9, si è chiusa verso le 17. Con l’avvocato Riccardo Cattarini a insistere per accelerare i tempi, di fronte alla presenza di oltre 350 testimoni. Alla fine, l’udienza, presieduta dal giudice monocratico Matteo Trotta, è stata riaggiornata a lunedì. In quella sede saranno ”calendarizzate” le udienze a partire da metà settembre fino a fine anno. Per questo mese di luglio sono previste una decina di udienze. Si parla in media di due udienze settimanali fino alla pausa delle ferie. Il maxi-processo vede imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano 85 vittime, morte a causa dell’esposizione al minerale-killer.
Nella precedente udienza aveva deposto anche Guido Clemente, fino al ’97 dipendente della Fincantieri e tra i tanti che sono andati in pensione anticipatamente con la legge sull’amianto. Aveva spiegato che «neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione all’amianto». Aveva anche spiegato che fino a metà degli anni Sessanta erano in pochi a usare mascherine e altri oggetti anti-infortuni, introdotti in modo massiccio negli anni successivi. In quegli anni vennero sostituiti i vecchi aspiratori con dei nuovi più grandi e più capaci.

Il Piccolo, 07 luglio 2010
 
Un teste: per i meccanici mascherina non obbligatoria 
Prosegue il maxi-processo per le morti da amianto che si celebra a Gorizia

Al maxi-processo per l’amianto, che si celebra al tribunale di Gorizia, continuano a sfilare dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta gli ex dipendenti dei cantieri di Monfalcone. Sono chiamati a testimoniare sulle condizioni di lavoro all’ex Italcantieri negli anni che vanno dal 1960 al 1990. Ieri in agenda c’erano sette testi, ma uno di questi, Lucio Deotto, nel frattempo è morto per una malattia professionale anche se non direttamente collegata all’esposizione all’amianto.
Una delle deposizioni più lunghe è stata quella di Renzo Tripodi, meccanico, dipendente dell’Italcantieri fino al 1980. Il teste, rispondendo a una lunga serie di domande fatta dal pubblico ministero Luigi Leghissa, parti civili e difesa, ha ricostruito le varie mansioni svolte dagli operai a bordo nave. In particolare il testimone ha descritto lo stato ambientale in cui operavano le maestranze sotto il profilo della salubrità. È emerso quanto dichiarato anche da altri testimoni nelle precedenti udienze e cioè che nel cantiere c’era carenza nelle misure di sicurezza in particolare negli anni Sessanta. Tripodi ha ricordato come ai meccanici l’azienda non imponeva l’uso della mascherina.
Non sono mancati vivace battibecchi tra difensori degli imputati e parti civili sulle varie domande che venivano poste. Come è noto 41 sono gli imputati tra ex dirigenti dell’Italcantieri, responsabili di ditte subappaltanti e responsabili della sicurezza, che devono rispondere di omicidio colposo per la morte di 85 dipendenti dei cantieri dovuta ad asbestosi, la malattia legata all’esposizione all’amianto.
Prima della pausa feriale sono in agenda ancora due udienze, il 12 e il 20 luglio nelle quali saranno sentiti altri dipendenti dei cantieri di Panzano. In tutto sono stati citati tra pm e difesa 400 testimoni. (fra. fem.)

Il Piccolo, 13 luglio 2010
 
INTERROGATORI AL MAXI-PROCESSO 
Un teste: «Già negli anni ’70 sapevamo del rischio-amianto»

Continua dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta, al tribunale di Gorizia, la sfilata dei testi al maxiprocesso per l’amianto. Sono ancora gli ex dipendenti del cantiere di Panzano protagonisti di questa fase del processo: lunghe deposizioni per spiegare, su richiesta del pm Luigi Leghissa, come si svolgeva il lavoro all’interno dello stabilimento navale negli anni in cui, secondo l’accusa, veniva usato l’amianto per coibentare parti delle navi. Ieri è toccato a Lucio Vittor, originario di San Canzian d’Isonzo ma residente a Duino, a sostenere un lungo interrogatorio. L’uomo, che ha operato nei cantieri nel settore sicurezza come vigile del fuoco, ha spiegato, anche su sollecitazione dei legali di parte civile e della difesa, come si svolgevano le varie fasi di lavorazione nella costruzione prima dei sommergibili e poi nelle navi commerciali. Ha confermato quanto riportato da altri testi nelle precedenti udienze, come già a metà degli anni Settanta si sapeva all’interno dei cantieri della pericolosità dell’amianto. La prossima udienza è in calendario martedì 20 luglio, poi ci sarà una lunga pausa feriale. Il processo riprenderà a settembre sempre con la deposizione dei testimoni. (fra. fem.)

Il Piccolo, 14 luglio 2010
 
Non provata la colpa dell’amianto, assolti i vertici del cantiere

Non è stata accertata con chiarezza se la malattia contratta da un ex dipendente dell’Italacantieri fosse causata principalmente dall’esposizione all’amianto oppure da altre patologie.
Così Giorgio Tupini, Vittorio Fanfani e Manlio Lippi, ex dirigenti dell’Italcantieri, sono stati assolti dall’accusa di lesioni seppure con la formula dubitativa dal giudice monocratico Emanuela Bigattin. È stato lo stesso pubblico ministero Luigi Leghissa a chiedere l’assoluzione, pur invocando il secondo comma dell’artico 350 del codice di procedura penale, alla luce della deposizione del consulente. Il perito aveva sostenuto che la parte lesa registrava un’alterazione della funzionalità respiratoria che poteva derivare da cause diverse da quella dell’asbestosi. L’uomo infatti, oltre ad essere un fumatore, soffriva pure di tubercolosi. Nel frattempo è deceduto e non è escluso che la sua vicenda, dal punto di vista giudiziario, si possa riaprire come ha anticipato il pm Leghissa e in qual caso anche la sua vicenda potrebbe rientrare in quei casi che vengono discussi al maxiprocesso all’amianto che si celebra dinanzi al giudice monocratico di Gorizia.
Non è la prima sentenza assolutoria che viene emessa dal tribunale di Gorizia in processo per lesioni correlate all’esposizione all’amianto. Si è tratto spesso di operai che soffrivano di placche pleuriche che allo stato attuale non è stato provato clinicamente siano provocate solamente dall’esposizione all’amianto, ma possono essere causate anche da altre patologie. (fra. fem.)

Il Piccolo, 22 settembre 2010

MAXI-PROCESSO. L’ACCUSA DI UN TESTE: «NESSUNO CI HA MAI DETTO CHE CORREVAMO RISCHI» 
Morti da amianto, si apre un nuovo filone 
Riguarda trenta decessi di ex cantierini. Il lavoro dei pm è ormai quasi completato

di FRANCO FEMIA

Conclusa la pausa feriale è ripreso al tribunale di Gorizia il maxi-processo per la morte di 86 lavoratori esposti all’amianto. L’udienza di ieri ha visto ancora protagonisti, come testimoni, ex dipendenti dei cantieri che hanno raccontato come fino agli anni Ottanta si svolgeva il lavoro nello stabilimento navale di Panzano tra fumi e polvere d’amianto con sistemi di protezione di fatto inesistenti.
Le testimonianze occuperanno ancora molte udienze di un processo che, se tutto procederà senza intoppi, durerà almeno un anno ancora.
Ma al secondo piano del Palazzo di giustizia la Procura continua il suo lavoro di indagine su molti altri casi di decessi causati dall’esposizione d’amianto e denunciato dai familiari delle vittime. Un nuovo filone di inchiesta sta per essere portato a termine e riguarda altri trenta decessi di ex cantierini tutti causati, secondo quanto accertato, dall’asbestosi.
Se il maxi-processo durerà per tutto il 2011 prima di arrivare a un sentenza, di amianto le aule di giustizia goriziane di amianto dovranno occuparsene per molti anni a venire. Le statistiche indicano che i decessi continueranno almeno fino al 2020.
Tornando all’attualità ieri. tra le testimonianze, c’è stata quella di Carmelo Cuscurrà, che ha lavorato come dipendente dei cantieri dal 1955 al 1983.
«Non ho mai sentito – ha detto interrogato dal pubblico ministero Valentina Bossi – della pericolosità dell’amianto anche se sapevamo bene di lavorare con questo materiale» «Ci hanno abbandonato – è stata a un certo punto la sua accusa – e nessuno si è preoccupato di noi. Non avevamo nè mascherine nè altri mezzi di protezione».
«Si lavorava anche di notte per far rispettare le scadenze degli appalti – ha detto Cuscurrà – perché eravamo orgogliosi del cantiere, che era la nostra prima casa»,
Il processo continuerà martedì prossimo e il giudice monocratico Matteo Trotta ha fissato altre tre udienze a ottobre, il 4, il 26 e il 28.
 
«Mio padre, vittima della fibra killer» 
La figlia di Antonio Deroia: «Si chiedeva quanto avrebbe dovuto soffrire»

Negli anni le vittime dell’amianto sono state talmente tante che ricordarle tutte, singolarmente, caso per caso, è impossibile. Sono poche le famiglie di Monfalcone e del mandamento che non hanno pianto per la scomparsa di uno o più cari. Tra i molti, oggi ricorre il primo anniversario dalla morte di Antonio Deroia. Aveva compiuto 77 anni da meno di un mese. Era nato a Lussinpiccolo il primo settembre del 1932 e per 40 anni aveva lavorato esclusivamente nel cantiere di Panzano. Sulla sua scheda personale, alla voce causa del decesso compare implacabile la dicitura mesotelioma pleurico. In altri termini: è una delle vittime dell’amianto.
La sua è una storia come tante altre e come tante altre è allo stesso modo tragica. A ricordarla a dodici mesi esatti dal giorno del lutto è la figlia Gabriella che vuole in questo modo tenere alta l’attenzione sul fenomeno. «A differenza di quanto capitato ad altre persone, morte senza sapere d’essere malate, lui era a conoscenza della malattia – dice la donna -. Gliel’avevano diagnosticata a febbraio e continuava a chiedere a me, a mia sorella Sabrina e a nostra madre Mirella, quanto ancora avrebbe dovuto soffrire prima di morire. È stata per tutti molto dura. È rimasto lucido fino all’ultimo. Il medico gli praticava la terapia del dolore a casa».
Dopo aver conseguito il diploma di perito navale all’Istituto Alessandro Volta di Trieste, Antonio Deroia era stato assunto in cantiere dove aveva lavorato come impiegato tecnico, capozona della Saldo carpenteria e per anni aveva inoltre fatto parte del colleggio direttivo dell’Anla, l’Associazione dei lavoratori anziani d’azienda. All’Anla aveva trovato innumerevoli amici e collaboratori, molti dei quali sono deceduti prematuramente a causa dell’amianto proprio come è successo a lui. (s.b.)

Il Piccolo, 29 settembre 2010
 
NUOVA UDIENZA A GORIZIA PER LA MORTE DI 85 CANTIERINI 
Amianto, al processo sfilano gli operai: «In mezzo alla polvere senza mascherina»

Prosegue al tribunale di Gorizia la deposizione dei testi nel maxi-processo all’amianto, che vede imputati 41 persone tra dirigenti dell’ex Italcantieri e responsabili delle ditte che avevano in subappalto lavori all’interno del cantiere navale. L’accusa è di omicidio colposo nei confronti di 85 operai deceduti a causa dell’esposizione all’amianto.
Sfilano dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta gli operai che hanno lavorato all’interno dello stabilimento di Panzano. Sono testimonianze che raccontano come si lavorava sulle navi negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, quando lavorare con l’amianto era prassi quotidiana senza le più elementari misure di sicurezza. Il leit-motiv è sempre lo stesso, uguale a quanto hanno raccontato i testi delle precedenti udienze: nessuno era a conoscenza delle pericolosità dell’amianto.
«Si lavorava in mezzo alla polvere, non si vedeva quasi niente e non si usava la mascherina – ha raccontato ieri un operaio andato in pensione nel 1988 dopo essere stato coibentatore, fabbro-nave e guardiafuochi – Gli aspiratori erano piccoli e insufficienti e quando, negli anni Settanta, furono installati altri più grandi, erano sprovvisti di filtri e facevano più male che bene».
Anche le ditte appaltanti non sapevano i danni causati dall’asbestosi. Lo ha confermato ieri il titolare di una ditta appaltante. Ha detto che gli operai venivano sottoposti una volta all’anno a una visita specialistica e solo dopo il 1992, grazie a una nuova normativa, venivano effettuati maggiori controlli e venivano usati mascherine, guanti e occhiali a protezione di chi lavorava sulle navi.
Il giudice ha fissato altre udienze il 4, 26 e 28 ottobre. Si procederà ancora all’assunzione di testi presi dall’elenco di 400 citati da parte del pubblico ministero e dagli avvocati difensori e di parte civile. (fra. fem.)

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