Il Piccolo, 01 aprile 2010
 
ALLA SCUOLA ELEMENTARE MULTIETNICA BATTISTI
LA CERIMONIA 
Accanto all’albero festa con deposizione delle uova, poi il sentito omaggio alla collega
Bambini costretti a tornare in classe al momento del rito. La preside: «Evitate diseguaglianze religiose» 
«Benedire l’ulivo discrimina», allontanati 200 alunni
 

di TIZIANA CARPINELLI

Quando per paura di discriminare si rischia di provocare una conseguenza peggiore. È il caso di una cerimonia iniziata con le migliori intenzioni e diventata poi oggetto di polemica. Protagonisti, loro malgrado, gli alunni di una scuola elementare.
I FATTI. Sabato mattina alla «multietnica» Battisti («multietnica» è la definizione data ieri da una insegnante) duecento bambini si raccolgono attorno a un ulivo appena piantato per ricordare una maestra prematuramente scomparsa tre mesi prima. Ma al momento della benedizione cristiana, impartita da don Chino Raugna, tornano in classe, senza assistere al rito.
LE VERSIONI. Due le versioni di quanto accaduto. La prima: il ”ritiro” degli alunni è ricondotto al fatto che, all’interno dell’istituto, vi sono parecchi scolari di fede diversa da quella cattolica e dunque, in rispetto a tutti i credo, si è deciso di rivolgere la parentesi spirituale solo agli adulti (familiari, colleghi e amici della defunta, l’insegnante 59enne Rosanna Cavallaro). La seconda versione è invece che il ”ritiro” rappresenta un preciso intendimento didattico: la necessità, secondo quanto riferito dalle docenti, di non turbare i bambini trattando temi delicati come il lutto. Resta il fatto che tra i duecento figuravano anche i trenta ragazzini delle quinte che, la maestra Rosanna, l’hanno conosciuta bene, prima della malattia. Ragazzini che si erano affezionati all’insegnante, l’avevano presa per mano chissà quante volte, le avevano portato chi un fiore chi un disegno sulla cattedra. Eppure sabato, anche a questi ultimi, è stato detto di tornare in classe.
PERCHÉ? La benedizione è un’invocazione di bene per qualcosa o qualcuno e l’ulivo è la pianta simbolo universale della pace. Dunque, perché privare i bambini dall’assistere alla benedizione? Più di un genitore, in città, si è interrogato sull’opportunità del ”ritiro”. Tutto questo parlare, alla fine, è giunto all’orecchio del consigliere regionale della Lega Nord, Federico Razzini, che ha presentato un’interrogazione sollevando il caso a livello regionale. Monfalcone, città che ospita decine di nazionalità diverse (gli stranieri sono il 14,61% della popolazione) e accoglie una numerosa comunità musulmana (solo i bengalesi sono 1.437), non può esimersi dal riflettere su quanto avvenuto sabato.
LA SCUOLA. Un episodio, per Maria Raciti, dirgente del circolo didattico Duca d’Aosta, in cui è inserita la Battisti, dettato da ragioni di «equità e uguaglianza»: «È una decisione presa volutamente: la nostra scuola è aperta all’integrazione e all’inclusione». Alla luce delle etnie presenti nel plesso «si è pensato di non discriminare chi non si ritrova nei riti cattolici: anche quando compio gli auguri di Pasqua e Natale faccio molta attenzione alle parole, per non offendere alcuno». Ma questa sensibilità, non rischia di produrre effetti indesiderati? «Sono tranquilla e serena per questa decisione – ha concluso -. Bisogna entrare anche nella cultura degli altri: per questo a scuola pensiamo di aver compiuto una cosa a fin di bene. Il fatto che nessun bimbo abbia assistito al rito è garanzia di assoluta eguaglianza. Io devo seguire regole valide per tutti. Per un bambino che avrebbe voluto assistere alla benedizione ce ne sarebbe potuto essere un altro di avviso diverso. Riportandoli tutti in classe abbiamo impedito discriminazioni».
 
RELIGIONE. SI RICORDAVA UNA DOCENTE SCOMPARSA DA POCO 
«Non si è voluto turbare gli alunni» 
È la versione delle maestre: «Troppo pesante il tema della morte»
 

«Le cose sono andate un po’ diversamente da come le si vogliono dipingere». La difesa delle maestre, per la cerimonia di sabato scorso, è partita da queste parole. «Intanto – ha affermato l’insegnante Sonia Regovini, collega e amica di Rosanna Cavallaro – si è trattato di due momenti contigui ma ben distinti: prima c’è stata la festa dei bambini, che con canti, disegni e dei ”pensierini” hanno celebrato la piantumazione dell’ulivo, sistemato nel giardino. Poi, terminato il momento di allegria, insegnanti, amici, ex colleghi e anche qualche genitore si sono raccolti in una preghiera, guidati da don Chino Raugna, sacerdote e docente di religione che è stato molto vicino a Rosanna in questi anni».
La maestra Sonia ha ribadito che i due eventi «hanno assunto significati diversi: per i piccoli si trattava di una festa, infatti all’albero hanno posto anche delle uova, in occasione della Domenica delle Palme, mentre per gli adulti l’intento era quello di ricordare una persona che putroppo non c’è più».
Rosanna Cavallaro, laureata in lingue straniere, era deceduta lo scorso dicembre, all’ospedale San Polo, dopo una lunga e inesorabile malattia, assistita con amore dal marito Enzo
. «A noi è sembrato poco opportuno condividere con dei bambini di 6 anni dei temi delicati come quello della perdita di un caro – ha aggiunto -. Poi, se proprio si vuole strumentalizzare l’episodio, lo si faccia pure, ma è ben triste. La cerimonia è stata molto semplice e toccante. E credo che abbia fatto piacere anche ai familiari. Non è durata più di 15 minuti e gli ultimi 5 sono stati rivolti alla benedizione, cui hanno preso parte adulti laici e non».
«Polemizzare su questa cosa – ha concluso l’insegnante – è un’offesa per la scuola: è sconcertate ricondurre tutto a problemi di discriminazione. Noi insegnati eravano pienamente soddisfatti per come sono andate le cose, poichè si è trattato di un momento commovente. Ripeto: mi rattrista profondamente apprendere di queste polemiche e strumentalizzazioni».
Che tuttavia la questione religiosa in qualche modo c’entrasse è stato confermato anche da fonti interne alla scuola: «Indubbiamente ci sono problematiche legate ai culti, abbiamo tanti bambini che non sono cattolici e non possiamo fare discriminazioni: non si può mica costringere qualcuno a uscire e qualcun altro no! Esiste la privacy, per questo sono tornati in classe tutti in gruppo. Non si deve sapere chi fa religione e chi no: tutti devono essere uguali».
In effetti, come sottolineanto anche dalle preside del comprensivo didattico, Maria Raciti, c’è molta attenzione alle dinamiche educative che coinvolgono la sfera personale del credo: da tempo il circolo Duca d’Aosta ha inserito nel programma di lezioni l’ora ”alternativa” alla religione cattolica. Al momento dell’iscrizione, infatti, alle famiglie viene richiesto se i figli praticheranno l’insegnamento cattolico o meno. E una volta presa la decisione, i ragazzi restano o escono, durante quell’ora, dalla classe. Per seguire la lezione di un sacerdote oppure seguire altre discipline con un diverso insegnante. (ti.ca.)

Il Piccolo, 02 aprile 2010
 
BENEDIZIONE. PARLA UN INSEGNANTE LAICO DI RELIGIONE 
«Ma ai funerali non ci vanno anche gli atei?»

Certo fa riflettere la vicenda della scuola elementare Battisti. Fa riflettere perchè la ”precauzione” presa della maestre e dettata – come spiegato dalla dirigente scolastica Maria Raciti – dall’esigenza di non commettere discriminazioni tra alunni cattolici, musulmani, atei, induisti e via discorrendo, stride invece con gli atteggiamenti che si riscontrano in altri istituti, dove gli allievi sono più grandi e la ”diversità” culturale è un concetto già assimilato e in qualche modo digerito.
Non è un caso che, non di rado, stando a quanto riferito dall’insegnante (laico) di religione Giuseppe Zampini, docente alle scuole professionali dell’Isip, gli studenti musulmani partecipino all’ora di religione. «Sì accade – conferma – e pure spesso. La prima volta che mi sono trovato davanti a una tale circostanza, e si trattava di due sorelle albanesi, ho voluto chiedere le ragioni della frequenza. Ho ricevuto questa risposta: ”Siamo venute a vivere in Italia e vogliamo conoscere la cultura di questo Paese”. Dunque una motivazione seria di confronto».
«Il principio che ha mosso le maestre – commenta il professore – è valido: non si invita una persona di una religione diversa ad assistere a un rito che non le è proprio, tuttavia qui non si trattava di prendere parte attiva a un culto, bensì di essere presenti a una benedizione. Naturalmente la benedizione è un momento di preghiera, ma è pur vero che vi sono atei che si recano a un funerale senza per questo professare una fede o ritenersi offesi da qualcosa».
Il professor Zampin, che in passato a insegnato nelle scuole triestine, osserva come «questa sia una zona dove la stragrande maggioranza della popolazione è cattolico-cristiana» e dunque «la soluzione migliore forse sarebbe stata, a questo punto, quella di informare i genitori della benedizione e richiedere il consenso delle famiglie, per evitare ogni problema».
«Mi pare – conclude – che questa situazione sia piuttosto simile al caso scoppiato sulla rimozione del crocifisso: un simbolo, questo, che in realtà non turba minimamente i musulmani». (ti.ca.)

BENEDIZIONE. FESTA AL SAN MICHELE: LE DIFFERENZE DI RELIGIONE NON HANNO SUSCITATO PAURE 
Il crocifisso non ha fatto tremare i bengalesi

Quasi un centinaio di cittadini del Bangladesh si sono ritrovati all’oratorio San Michele per festeggiare l’indipendenza del loro Paese dal Pakistan. ”Sovrastata”, se così si può dire, da un crocifisso, non di grandi dimensioni, ma pur visibile. La festa era di natura laica, i partecipanti di fede musulmana, e il contenitore no, visto che l’oratorio è parte integrante della parrocchia di Sant’Ambrogio e accoglie corsi di catechismo per bambini, adolescenti e adulti, gli scout. I simboli della religione cristiana sono quindi ovunque nell’edificio di via Mazzini e sono decisamente presenti, anche visivamente. La presenza del crocifisso non sembra però aver minimamente infastidito uomini e donne del Bangladesh che all’oratorio si sono riuniti per ricordare la fine di una guerra e premiare chi vi ha partecipato, ma anche parlare di dono del sangue, su iniziativa fra l’altro della Bag, associazione dei bangladeshi attiva in città che aveva promosso l’appuntamento. Trovando, va detto, la disponibilità della parrocchia ad affittare la sala. Il presidente della Bag Islam Md Jahirul ha ribadito a più riprese in questi giorni come la volontà sia quella di collaborare con l’amministrazione comunale e di vivere assieme alla comunità locale in modo sereno e partecipe. Guerre di religione, in sostanza, la comunità bangladesha locale non ha alcuna intenzione di ingaggiarle, anche se la sua consistenza (1400 persone) non è un dato trascurabile. Intanto dalla riflessione su una guerra di indipendenza dal Pakistan, sono usciti pensieri e immagini di pace, prodotte dai piccoli della scuola dell’infanzia Duca d’Aosta e dei ragazzi delle due medie cittadine. (la.bl.)

Il Piccolo, 03 aprile 2010
 
Frisenna (Pd): «Razzini si deve vergognare» Ranieri (Idv): «Solo veleni»

Reazioni piccate da parte della maggioranza, che replica senza mandarle a dire agli interventi del consigliere regionale leghista Federico Razzini, il quale rincara oggi la dose affermando: «Il fatto era già di per sè grave, ma ancora più allucinante è la presunta motivazione addotta dalle insegnanti. È veramente preoccupante che i nostri bambini debbano sottostare a simili condizionamenti di evidente matrice post-sessantottina: concordo con don Ostroman sul fatto che il problema non siano gli islamici bensì l’assurda anomia valoriale di certa parte della scuola italiana».
«Il consigliere Razzini – ribatte Paolo Frisenna, segretario del Pd – si deve solo vergognare per la strumentalizzazzione che sta cercando di fare su un episodio che al di là delle diverse versioni fornite appare quale un caso di eccessiva cautela da parte dei nostri docenti nei confronti delle sensibilità dei bambini e delle loro famiglie». Il coordinatore monfalconese sottolinea come il corpo docente lavori con dedizione all’educazione dei bambini, rappresentando «oggi più che mai un punto di riferimento della comunità». «La cultura – spiega – secondo cui allontanare il diverso, disprezzare l’altro, calpestare le leggi e utilizzare senza alcuna remora qualsiasi strumento è utile per accendere lo scontro appartiene solo alla Lega». Se a Monfalcone, ritiene Frisenna, «nonostante la campagna d’odio del Carroccio, convivono in pace diverse etnie» è anche grazie al «faticoso e caparbio lavoro che il corpo insegnanti svolge». «Episodi come quello accaduto – conclude – sono solo una delle tante conseguenze del veleno che la Lega e Razzini stanno iniettando nelle vene della nostra città»,
«È scandaloso non il gesto delle maestre – sottolinea Sandro Ranieri, segretario Idv – ma lo sfruttamento politico della vicenda e l’estremismo che porta addirittura a invocare sanzioni disciplinari verso le insegnanti. Una ingerenza tanto più vergognosa perchè non si riferisce a una mancanza nell’ambito didattico, ma ad un atto di religiosità che esula del tutto dai piani formativi di un qualsiasi istituto scolastico». (t.c.)
 
Biasiol: nessuna censura alle maestre 
Il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale getta acqua sul fuoco

«Al momento la condotta degli insegnanti non è oggetto di alcun provvedimento da parte dell’Ufficio scolastico provinciale e mi auguro che non lo sia nemmeno per il futuro: non vorrei che la vicenda si ingigantisse ancor di più».
A parlare così è il dirigente Pietro Biasiol, il quale sottolinea come all’interno di ogni istituto vi sia un’autonomia scolastica e dunque come la valutazione sulle condotte da adottare nelle singole situazioni pertenga al corpo docenti. Detto ciò, comunque, Biasiol non manca di esprimere alcune osservazioni: «Vi è un criterio da adottare in simili casi ed è quello impiegato per il problema del crocifisso: innazitutto va svolto un distinguo essenziale tra eventi a valenza strettamente confessionale e quelli a valenza culturale, per i quali non si possono porre problemi di discriminazione. Nei primi bisogna primariamente rispettare le diversità ed è questo il motivo per il quale durante l’ora di religione prende parte alla lezione soltanto chi ha espresso un consenso. Nei secondi, invece, si considera che difficilmente le condotte del caso possono suscitare la mortificazione di chi ha un credo diverso». «Pur avendo distanza dai fatti – prosegue – ritengo che la cerimonia della Battisti abbia avuto una valenza prettamente culturale, risultando incentrata attorno all’albero dell’ulivo. Ma immagino che le maestre abbiano fatto delle valutazioni diverse, dettate da circostanze specifiche. Spetta alla scuola e alla preside, eventualmente, approfondire le indagini su quanto accaduto». Ma non si potrebbe adottare un decalogo di comportamento? «Il decalogo c’è già – replica Biasiol – ed è ascrivibile a disposizioni e regolamenti che ci sono e vengono senz’altro applicati. Non va dimenticato che l’istituto gode di un’autonomia nel realizzare la propria offerta didattica e che conosce in via principale le sue esigenze. Le maestre rispondono eventualmente alla scuola dei comportamenti tenuti». (ti.ca.) 

Visto il tono che sta assumendo la discussione in merito al caso delle maestre della scuola di via XXIV Maggio a Monfalcone in occasione della benedizione di un ulivo, voglio esprimere la mia piena solidarietà coi docenti che, a mio parere, si sono comportati con molto “grano salis”, unicamente attenendosi a comportamenti consigliati da autorevoli pareri dell’Avvocatura dello Stato, per questo tipo di situazioni, e ripresi pure dall’Arcidiocesi di Bologna come indicazioni per gli insegnanti d religione. Tali docenti sono invece stati apostrofati su queste pagine come miopi ed ottusi, è quindi chiaro che è in atto una vera campagna intimidatoria nei loro confronti, e nei confronti di quanti nella scuola o in altri contesti pubblci, intendano nel futuro assumere comportamenti rispettosi dei diversi orientamenti religiosi o culturali. Per concludere a me pare evidente che nella fase recessiva in cui si trova la politica italiana, alcuni abbiano scelto non di rafforzare il sentimento di appartenenza ad una unica comunità che assume nuovi volti ed aspetti, ma lavorino unicamente per disgregare e contrapporre solo per tornaconto elettorale.
Raffaele Polimeno, Monfalcone

Il consigliere regionale della Lega Nord Federico Razzini si deve solo vergognare per la strumentalizzazzione che sta cercando di fare su un episodio che, al di là delle diverse versioni fornite, appare quale un caso di eccessiva cautela da parte dei nostri docenti nei confronti delle sensibilità dei bambini e delle loro famiglie. La cultura secondo cui allontanare il diverso, disprezzare l’altro, calpestare le leggi e utilizzare senza alcuna remora qualsiasi strumento per accendere lo scontro appartiene solo a Razzini e alla Lega. Il corpo docente della nostra città ogni giorno lavora con sacrificio e dedizione all’educazione dei bambini, rappresenta oggi più che mai un punto di riferimento della nostra comunità. Se a Monfalcone, nonostante la campagna d’odio della Lega, convivono in pace diverse etnie è anche grazie al faticoso e caparbio lavoro che il corpo insegnante svolge nelle nostre scuole. Episodi come quello accaduto sono solo una delle tante conseguenze del veleno che la Lega e Razzini stanno iniettando nelle vene della nostra città. Razzini sta distruggendo il tessuto civile della nostra comunità, colpendo tutte le persone che hanno da sempre garantito che Monfalcone fosse un bel posto dove vivere, minandone i principi fondanti, calpestandone le tradizioni dell’accoglienza e della benevolenza di cui Monfalcone è sempre stata ricca. Razzini deve solo vergognarsi, sta conducendo la città in un baratro di medioevali barbarie. Sono evidentemente lontani i tempi e gli insegnamenti di chi era capace di raccogliere ad Assisi tutte le genti di ogni culto e cedo per guardare ad un obiettivo comune di pace e convivenza.
Paolo Frisena, Monfalcone

Sabato 27 marzo, alla scuola Battisti di Monfalcone, si è tenuta una piccola, semplice cerimonia. Nel mese di dicembre era venuta a mancare, a causa di un male incurabile, una maestra della nostra scuola. Così, le insegnanti ed alcuni genitori hanno pensato di comperare e poi piantare, nel giardino della scuola, un albero di olivo a perenne ricordo di questa persona che tanto affetto aveva lasciato dietro di sè tra i colleghi e gli alunni. Il motivo della scelta di questa pianta era legato alla sua capacità di creare una modesta ma importante ricchezza, ovvero l’olio, e quindi un qualcosa di fondamentale per il nostro modo di vivere, e poi la longevità e quindi la possibilità che questa pianta potesse perpetuare per molti anni il ricordo della persona cui è stata dedicata. A metà mattina – presenti il vedovo della scomparsa, le maestre ed alcuni genitori – sono arrivati gli alunni che hanno letto alcune brevi lettere indirizzate alla maestra scomparsa e hanno intonato tutti insieme la canzone “Ci vuole un fiore” . Poi hanno seppellito i bigliettini con i loro messaggi di addio accanto alle radici dell’albero assieme ad alcune simboliche uova decorate con motivi pasquali. Alla fine sono rientrati in classe per assistere alle lezioni. Tra gli invitati a questa mesta e breve cerimonia vi era il un sacerdote, già insegnante della stessa scuola e collega della defunta, che ha acconsentito ad un breve momento di benedizione di questa pianta e del simbolo che essa rappresentava. Questa cerimonia ha voluto essere un momento di raccoglimento interno alla scuola Battisti, non aveva niente a che fare con le celebrazioni della Pasqua o con altre ricorrenze religiose e comunque non aveva un carattere prettamente religioso: era il ritrovarsi di un insieme di amici di varie generazioni, uniti nel ricordo si una persona che ci ha lasciati troppo presto. Per questo ed altri motivi si è preferito riservare la parte religiosa, peraltro durata pochi minuti, ai soli adulti presenti. Vi erano le ragioni legate all’aspetto più funereo della cerimonia, per altri versi solare e serena, e vi era l’aspetto didattico. E vi era tra gli altri anche l’aspetto religioso, vi sono bambini di molte etnie e di varie religioni non sembrava il caso di imporre una cerimonia cattolica non preventivamente annunciata alle famiglie, quando lo spirito dell’incontro, lo ripeto ancora, non era prettamente religioso, per un fatto di sensibilità. È stata una cerimonia semplice e bella, commovente, solare, spontanea, allietata da un bel sole e di canti dei bimbi. Una cerimonia che sicuramente la nostra maestra avrebbe gradito. Questo è stato. Non abbiamo niente di cui vergognarci, niente di cui doverci scusare di fronte a nessuno, non ci sarà nessun insegnante da perseguire o da punire. Mi dispiace, per chi ha bisogno di trovare la malizia a tutti i costi, per chi è così misero d’animo da volersi appigliare ad una cerimonia di bambini per trovare pretesti per fomentare la divisione razziale e religiosa a fini politici. La scuola Battisti, come tutto il circolo della Duca d’Aosta, è il luogo dell’accoglienza. È una scuola che si occupa della integrazione e di fronte a questo compito troppo spesso, dalla comunità e dalle Istituzioni, è lasciata sola. Ci dispiace che l’unico momento nel quale ci si accorge di noi è quando si trova il pretesto per criticare.
Massimo Bulli, presidente del Consiglio di Circolo della direzione didattica di via Duca d’Aosta

Il Piccolo, 18 aprile 2010
 
VIAGGIO TRA GLI STRANIERI DI MONFALCONE
Bangla-boom, è asiatico un bambino su quattro 
Il sociologo: «È un’ondata che può provocare reazioni xenofobe». Razzini: «La città non è attrezzata»
 
di TIZIANA CARPINELLI

È bangla-boom a Monfalcone: una culla su quattro veste il fiocco di nazionalità bangladesha. L’andamento demografico, nella ”fotografia” scattata al 31 dicembre 2009, riserva inattese sorprese, suscettibili sul lungo termine di comportare svolte significative sulla componente sociale della città. Infatti, il 22,8% dei bambini con meno di un anno di età, residenti sul territorio, è di origine bangladesha, mentre il 26,8% della comunità asiatica ha meno di 15 anni e rappresenta l’11,2% del totale degli adolescenti. Un andamento che dà la cifra dei fenomeni migratori (oltre il 5% della popolazione monfalconese proviene dal Bangladesh) e prospetta scenari inediti.
L’ANALISI. «Innanzitutto – esordisce il professor Alberto Gasparini, direttore dell’Istituto di sociologia internazionale di Gorizia – se proiettiamo in avanti l’attuale situazione demografica assistiamo a un ”ribaltamento” della società, con una comunità che se non deterrà la maggioranza assoluta avrà comunque teoricamente tutte le carte in regola per afferrarla. Ciò tuttavia non basta: il mondo esterno, costituito dalla cantieristica, dai flussi migratori e più in generale dall’economia, cambia continuamente, incidendo sul quadro. Il futuro? Imprevedibile». «La comunità bengalese – precisa – è giunta qui in conseguenza della ricerca di manovalanza legata alla Fincantieri: è sufficiente una trasformazione dei cicli produttivi per rispostare le masse, mutando nuovamente gli assetti. I giovani, infatti, se perdono il lavoro non sono in grado di riconvertirsi nei servizi o nell’artigianato locali e quindi non hanno altra chance rispetto a una nuova migrazione».
I RISCHI. «Un fenomeno demografico così consistente – afferma il sociologo – può ingenerare un’ondata xenofoba nella popolazione locale, che vedendosi numericamente superata può reagire con siffatti meccanismi. Insomma, o integrazione o guerra. D’altro canto, la stessa comunità bengalese potrebbe trasformarsi, una volta conscia dei propri diritti, in una minoranza riottosa. Allora, davanti alle sue rivendicazioni, la società tenderà a escluderla, originando reazioni che potrebbero essere perfino di una certa forza. Adesso, come è naturale che sia, la componente asiatica se ne sta buona, ma resta un nucleo isolato, estraneo all’integrazione al pari dei cinesi».
IL FUTURO. Cosa fare, dunque? «Tutto dipende – spiega Gasparini – dai rapporti che si instaurano. Certo una violenza anche verbale o giornalistica non giova, mentre una politica di accettazione delle regole e di integrazione sì». In realtà in città non vi sono mai state risse tra bisiachi e membri della comunità bangladesha. Come neppure matrimoni. «Ed è difficile che avvengano, ci saranno invece con la seconda generazione – replica – quando l’effettiva integrazione entrerà nel vivo. Quest’ultima infatti darà il via alle prime unioni miste, ai contrasti tra la propria tradizione e quella della comunità locale. Comunque ci vuole soprattutto apertura. E rispetto delle reciproche culture. La comunità bengalese, investita dal cambiamento, dovrà fare un grosso sforzo per riconoscere i valori di tutti, che vanno condivisi, in particolare per quanto concerne il ruolo della donna e dei figli».
IL COMUNE. «Si tratta – commenta l’assessore all’Istruzione e vicesindaco Silvia Altran – di un processo che ha già interessato i paesi del Nord Europa, dunque non siamo i primi a doverlo affrontare. La concentrazione massima è sull’approccio linguistico: non è possibile che i genitori non acquisiscano rapidamente lo strumento della lingua per comunicare. Noi siamo il paese ospitante, abbiamo le nostre regole e chi viene qui ad abitare deve sottostare a esse. Detto ciò, vale la pena sottolineare che nella nostra regione il calo demografico è particolarmente evidente, dunque le nuove natalità arrecano almeno una boccata d’ossigeno: saranno questi bebè, un domani, a pagare le future pensioni agli anziani. L’impegno, già avviato da tempo con le Pari opportunità, va nell’ottica di un sostegno alle giovani famiglie di Monfalcone, per dare la possibilità alle donne di fare figli».
«Le strutture messe a disposizione dal Comune sono adeguate – ha chiarito – prova ne sia che vi sono dei ragazzi bengalesi che frequentano agevolmente il liceo. La comunità asiatica favorisce lo studio dei più giovani: vedono ciò come un utile strumento d’apprendimento e integrazione, a dispetto di quanto avviene invece con la comunità dei cinesi in Toscana».
L’OPPOSIZIONE. «Nessuno contesta la presenza di immigrati, fisiologica nelle regioni del Nord – così il consigliere regionale leghista Federico Razzini -: il problema è che Monfalcone è diventata un punto di arrivo eccessivo, con strutture inadeguate ad assorbire un tale impatto. Per religione e cultura, quella bengalese non è una comunità di facile integrazione e dunque vi sono problemi evidenti. A differenza di quanto si riscontra con altre etnie europee e non, all’interno delle quali ci si sposa con cittadini bisiachi e si frequentano i locali del posto, i bengalesi si isolano e creano circuiti commerciali autoreferenziali. La Lega si augura innanzitutto che la Fincantieri riprenda ad assumere persone del posto e che chi viene qui si integri allineandosi ai costumi bisiachi e non viceversa».

STRANIERI. LA FOTOGRAFIA DEL FENOMENO 
Sono stati 172 i nuovi arrivi nell’ultimo anno 
A quota 1437 i componenti della più folta comunità extracomunitaria, il 26% under 15

A Monfalcone un bambino su quattro di quelli con meno di un anno di età  è di origine bangladesha. È un dato che dà la misura da un lato della portata che ha ormai assunto l’immigrazione dal Paese asiatico in città, dall’altro degli effetti che il fenomeno sta avendo sul tessuto sociale monfalconese. Irriconoscibile rispetto a dieci anni fa soltanto, visto che gli stranieri sono quasi il 15% della popolazione cittadina. La ”fotografia” è stata scattata al 31 dicembre: la suddivisione per classi di età del totale della popolazione residente, 28.043 persone, e di quella originaria del Bangladesh, 1437 componenti, fa emergere come quest’ultima sia giovanissima e tenda a crescere anche grazie a un numero sostenuto di nascite. In questi ultimi mesi l’incremento non sembra più dettato soprattutto dal lavoro, come negli anni passati (anche se i maschi sono 924 contro 513 femmine), ma appunto da nuove nascite, che da sole comunque non sono responsabili dell’ulteriore ampliamento della comuntà originaria del Bangladesh nel corso dell’intero 2009.
Si tratta di 172 appartenenti in più rispetto il 31 dicembre 2008 a confermare come, nonostante la crisi, Monfalcone abbia fatto ancora ”attrazione” e la comunità del Bangladesh si sia radicata, fronteggiando le difficoltà lavorative del capofamiglia grazie agli aiuti economici esistenti per maternità, affitti, Carta famiglia e a forti legami di solidarietà interni alla comunità stessa. Il 22,8% (50 su 219 piccolissimi) dei bambini con meno di un anno di età residenti in città è di origine bangladesha. Il 26,8% della comunità ha meno di 15 anni e rappresenta l’11,2% del totale dei ragazzi della stessa fascia d’età abitanti a Monfalcone, che sono in tutto 3553, pari al 12,3% dei residenti (percentuale in linea con la media regionale, ma ben sotto a quella francese del 18,7%, solo per fare un esempio europeo). Un altro 20% dei cittadini originari del Paese asiatico ha tra i 15 e i 25 anni. Si tratta di 287 ragazzi che sono il 12,5 dell’insieme dei giovani della stessa età iscritti all’anagrafe.
L’altra metà della comunità bangladesha ha meno di 45 anni, com’è logico, visto che l’immigrazione è spinta sempre dalla possibilità di trovare lavoro. Solo una sessantina di cittadini e cittadine del Bangladesh ha tra i 45 e i 64 anni, solo una ha 80 anni. La presenza di comunità ”giovani”, come quella del Bangladesh, ma non solo, sta però svecchiando solo in parte Monfalcone, dove il 26,4% della popolazione complessiva ha più di 65 anni e ben l’8,2% (2294 abitanti) ne ha più di 80. Dati che fanno comprendere come la città si trovi alle prese sia con le tensioni create dall’immigrazione sia con i problemi di doversi prendere cura di un numero consistente di anziani e di fronteggiare una società sempre più disgregata. In città al 31 dicembre sono risultati residenti sì 28.043 persone, suddivise però in 13.042 famiglie di cui 9920 con minori.
Di queste 820 sono composte da bambini e adolescenti e un solo genitore: 504 da un genitore e un minore, 264 da un genitore e due minori e 52 da un genitore e tre minori.

STRANIERI. L’ASSESSORE 
«È per questa ragione che il Punto nascita non si deve toccare»

«Non credo sia un dato negativo avere tanti bambini stranieri, soprattutto per una zona in cui la natalità è ancora bassissima e il saldo naturale della popolazione rimane sempre negativo». L’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin parte da qui per un paio di riflessioni, che questa volta non riguardano le difficoltà, che pure ci sono, create dalla massiccia immigrazione in città da Paesi comunitari, extracomunitari e da altre aree d’Italia. Il dato, secondo Cristiana Morsolin, in sostanza dimostra che in Italia fanno figli le donne che rimangono a casa. Le straniere del Bangladesh, ma anche le italiane, «sempre costrette a scegliere tra maternità e lavoro, perchè in questo Paese non si è mai attuata una seria politica di sostegno alla natalità, costruita su strutture, servizi e orari flessibili».
L’altra riflessione riguarda il futuro del ”Punto nascita” di Monfalcone, chiamato a rispondere ai cambiamenti come la città, ma che proprio a questi cambiamenti deve, almeno in parte, i numeri della sua attività. «Credo che il numero di parti di cittadine straniere nell’ospedale di Monfalcone sia un aspetto che non può essere trascurato o sottovalutato, quando si parla del futuro del punto nascita di Monfalcone», conclude l’assessore Morsolin.
 
STRANIERI. È VENUTO A MANCARE IL SOSTEGNO DI FINCANTIERI 
E proprio ora se ne va il mediatore sociale

Negli ultimi quattro anni aveva funzionato come cassa di compensazione per rapporti di vicinato sempre più tesi a Monfalcone. Prima di rivolgersi al giudice di pace c’era finora la possibilità di tentare una composizione delle vertenze attraverso il servizio di mediazione sociale creato dal Comune nel 2006. Già da un paio di settimane, però, il servizio è sospeso senza che vi sia al momento una prospettiva di riattivazione in tempi brevi. Il motivo? «Semplicemente la mediatrice sociale Astride Devetti è stata assunta a tempo indeterminato dall’Azienda sanitaria Isontina – spiega l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin – e rimpiazzare una figura professionale unica in regione e creata attraverso una formazione specifica non è così semplice». Soprattutto se i fondi che garantivano l’esistenza del servizio non ci sono più.
«Fincantieri non ha rinnovato il sostegno all’attività perchè sta lavorando assieme al Comune per presentare un progetto condiviso in fatto di sociale alla Regione», afferma l’assessore Morsolin. Al momento, quindi, non esiste alcuna prospettiva di andare all’indizione di un bando per trovare un nuovo mediatore sociale. «Non siamo però del tutto sguarniti – sottolinea l’assessore -, perchè da gennaio possiamo contare su due mediatori linguistico-culturali, incaricati di agevolare il dialogo con le comunità straniere residenti in città». Anche per quel che riguarda la comprensione delle tradizioni e usanze della popolazione locale o comunque italiana. La maggior parte degli interventi di mediazione negli ultimi due anni era stato richiesto proprio per incomprensioni sorte tra italiani e stranieri, spesso dirimpettai di pianerottolo. I due mediatori linguistici, Sharna Aktir per la comunità del Bangladesh e Bozidar Stanisic per quella proveniente dai Paesi dell’ex Jugoslavia, hanno senz’altro un altro compito, ma la loro presenza è comunque importante in una città in cui quasi il 15% dei residenti è straniera. Durante tutto l’anno i due mediatori lavoreranno a supporto dei servizi comunali con maggiore afflusso di utenza, quindi servizi sociali, anagrafe, tributi e attività educative.