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Il Piccolo, 27 aprile 2010
 
Wwf: il super-porto metterà a rischio la zona naturalistica 
Anche Legambiente sottolinea la difficile convivenza tra industria e aree protette
Tonzar: «L’area del Lisert è stata negli anni soggetta a uno sviluppo senza pianificazione Un risanamento appare oggi assai complicato»

di TIZIANA CARPINELLI

Zona di insediamento industriale, ma anche di sviluppo artigianale per l’attività di rimessaggio delle barche. Luogo di interesse naturalistico, ma anche di affari a tre zeri, con la sede della Camera di commercio e l’azienda speciale per il porto. Futuro polo di attrazione turistica, grazie alla prossima rinascita delle Terme Romane, ma anche sito di brillamento delle bombe gettate alle foci del Timavo dopo la Seconda guerra mondiale. E, da ultimo, luogo di raccolta rifiuti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti nell’area del Lisert. Forse troppi. Almeno stando alle parole di Michele Tonzar, presidente della sezione monfalconese di Legambiente: «Nei decenni passati si è assistito a uno sviluppo senza pianificazione di un territorio malgestito. Ora risanare questa situazione non è affatto semplice».
Per l’ambientalista urgono «collegamenti alle diverse aree naturali, in raccordo con le attività umane compatibili». «Va altresì istituito un tavolo con un supervisor – chiosa – per promuovere una futura riorganizzazione degli insediamenti, suscettibile sul lungo termine di garantire solo l’inserimento di realtà industriali tecnologicamente avanzate ed ecocompatibili, per un’occupazione di qualità».
Dello stesso avviso il Wwf Isontino, che da tempo si interessa all’area del Lisert. «La cosiddetta Cassa di Colmata, per quanto artificiale, si è perfettamente naturalizzata, costituendo una particolare attrattiva per gli uccelli acquatici, sia migranti sia stanziali, e offrendo rifugio a un numero eccezionale di specie», riferisce l’ornitologo Paolo Utmar. «La parte più orientale è inclusa nel Sito natura 2000 del Carso Triestino e Goriziano – prosegue – mentre la parte a ovest è destinata a essere tombata per permettere l’ampliamento del porto». Una cosa ovviamente non auspicata dagli ambientalisti, dato il pregio delle specie accolte. Un fenicottero, per esempio, vi ha sostato lo scorso gennaio. Ma sono stati avvistati anche dodici esemplari di Oca granaiola (una specie che sverna con pochi individui in Italia). Mentre nell’adiacente canneto ha nidificato il falco di palude, assieme ad altre 84 specie di volatili. Insomma, un’Isola della Cona in minor.
Come se non bastasse è stato rinvenuto di recente, sempre in quel canneto, un raro grilletto: il grillastro marmorato (Zeuneriana marmorata), dato ormai per scomparso. «La nostra proposta – chiarisce il presidente del Wwf Isontino Claudio Siniscalchi – è di garantire una qualche forma di tutela, come l’ampliamento del Sic o l’istituzione di un biotopo regionale, anche al fine di creare una sorta di corridoio ecologico tra le pendici del Carso e il mare. Sarebbe inoltre opportuno limitare la caccia, realizzando una “zona di rifugio”, in virtù della rarità delle presenze faunistiche presenti». «Negli ultimi mesi – conclude – si è parlato insistentemente dei progetti di ampliamento dello scalo, con la previsione di tombamento del bacino del Porto romano e della Cassa di colmata attiva, oltre alle aree retrostanti. Per tentare di giungere a una convivenza delle attività economiche e delle aree naturalistiche, si propone di procedere per lotti, in modo da valutare se davvero c’è l’esigenza di ampliamenti così consistenti, per non trovarsi con un porto molto ampio e sottoutilizzato».

Il Piccolo, 26 aprile 2010
 
STARANZANO PARTECIPA, RIFONDAZIONE, LEGAMBIENTE E WWF CONTRO IL PROGETTO 
Scontro serrato sulla centrale a biomasse 
Si accende la protesta: in aula approderà la proposta di fideiussione

STARANZANO È più vicina la costruzione della contestata centrale a biomasse di Bistrigna e si riaccende lo scontro con la coalizione della lista civica ”Staranzano Partecipa” (nata proprio per contrastare l’impianto) e Rifondazione comunista, alla vigilia del Consiglio comunale, probabilmente venerdì, nel quale approderà la proposta di fideiussione, condizione necessaria per l’avviamento del progetto. La fideiussione del valore di un milione di euro viene ritenuta una sottostima dei reali costi di ripristino e servirà per tutelare il territorio dal rischio che l’imprenditore decidesse di abbandonare la centrale venendo meno al suo dovere di ripristino dello stato precedente.
Scoppia la polemica anche con le associazioni ambientaliste, Legambiente e Wwf, e i numerosi cittadini che avevano raccolto più di 700 firme contro la centrale, presentate proprio dal presidente di Legambiente, Michele Tonzar, nelle mani del sindaco Lorenzo Presot durante il Consiglio comunale a fine dicembre 2008. «Il nostro movimento – spiega la lista Sp – è nato proprio per impedire la nascita dell’impianto che ora si ripropone quasi in sordina in tutte le sue negatività, predisponendo l’ultimo atto che permetterà l’inizio dei lavori. La scelta di una centrale elettrica a olio vegetale non rientra in un piano energetico e non permette di rilanciare né l’economia locale, né l’occupazione, ma arricchisce solo il proprietario dei terreni e l’investitore, quest’ultimo garantito dai contributi statali più che dai guadagni del mercato energetico. A fronte di tutto questo – dicono Sp e Rc -, il territorio del mandamento, già martoriato dall’amianto e dall’inquinamento di una grande centrale a carbone, si appresta a ospitare un’altra ciminiera di 40 metri, posizionata tra il centro cittadino e la zona eco-turistica della Cona». Rifondazione comunista, che aveva abbandonato la giunta nello scorso mandato perché contraria alla costruzione dell’impianto, attacca la maggioranza sostenendo che la filiera dell’olio vegetale, importato dai paesi in via di sviluppo, è notoriamente causa di devastazione del territorio e di sfruttamento del lavoro, come denunciato in più sedi dai contadini dei paesi coinvolti nella produzione. I biocarburanti, poi, sono poco convenienti dal punto di vista energetico e permettono un abbattimento estremamente modesto dei gas serra, la loro convenienza economica non esisterebbe in assenza di finanziamento da contributi europei. «La cosiddetta ”partecipazione della cittadinanza” promessa da questa amministrazione durante le scorse elezioni – sostiene l’opposizione – continua a essere disattesa. Chiediamo da subito che questo importante passaggio della fideiussione e della costruzione dell’impianto venga discusso in un Consiglio comunale dedicato, incoraggiando in ogni modo la partecipazione della cittadinanza».

Il Piccolo, 29 aprile 2010
 
AMBIENTE. UN PATTO GARANTIRÀ IL COMUNE DAI RISCHI IN CASO DI RINUNCIA DELLA SOCIETÀ 
Parchi in cambio della centrale a biomasse 
Il sindaco di Staranzano mette sul piatto anche le ricadute occupazionali dell’impianto

STARANZANO «La centrale a biomasse si farà con tutte le garanzie per la popolazione. Ci sono prospettive occupazionali per tecnici locali e importanti ritorni economici per realizzare opere pubbliche e migliorare i servizi del paese». Tira dritto per la sua strada il sindaco di Staranzano, Lorenzo Presot alla vigilia del Consiglio comunale convocato per domani alle 16. All’ordine del giorno figura l’approvazione della Convenzione garanzia fideiussoria di un milione di euro, che servirà per tutelare il territorio dal rischio se l’imprenditore deciderà di abbandonare la centrale, mancando al suo dovere di ripristino dello stato precedente e anche l’autorizzazione all’installazione di una centralina per il controllo antinquinamento. Pur rispettando il parere contrario di chi non è d’accordo con l’amministrazione comunale,
Presot sottolinea che il Comune sta mettendo in atto non solo le precauzioni affinchè non ci siano problemi di inquinamento dell’aria, ma anche un beneficio economico che porterà una serie di migliorie di opere a favore della comunità. Chi costruirà la centrale elettrica, infatti, verserà in 15 anni al Comune la somma di 3 milioni e 300mila euro, a cui si aggiungeranno 200 mila euro di opere pubbliche nella zona industriale e un investimento “una tantum” per la realizzazione di due parchi giochi in altrettanti zone del paese.
«La società che dovrà gestire la centrale – spiega Presot – ha incaricato inoltre un responsabile a Staranzano per selezionare tecnici del posto. Non sappiamo quanti potranno trovare occupazione per l’inserimento della nuova industria, ma il fatto che troveranno lavoro nostri concittadini è un segnale molto positivo. Devo aggiungere, inoltre, che le aziende partner di fornitura di olio vegetale per il funzionamento della centrale, hanno preso accordi con un gruppo industriale italiano in modo che gran parte dell’olio vegetale che alimenterà l’impianto arriverà da una filiera italiana e non dall’estero. Dal 5-10% previsto in origine, si potrebbe arrivare anche a una fornitura dalla filiera italiana fino al 30-40%». Per il sindaco, dunque, è un altro passo deciso verso la costruzione della centrale elettrica a olio vegetale.
«Siamo poi l’unico Comune – afferma Presot – a vedere accolta una richiesta di garanzia. La fidejussione rappresenta, inoltre, un preciso adempimento a cui è stato vincolato il parere favorevole del Consiglio comunale del 9 dicembre 2008 e fatto proprio dalla Regione che l’ha anche inserito come una delle condizioni indispensabili per concedere l’autorizzazione alla costruzione della centrale per la produzione di energia elettrica alimentata da fonti rinnovabili». Intanto la lista civica “Staranzano Partecipa” nata nelle ultime elezioni proprio per rappresentare in consiglio la voce dei contrari alla centrale, Rifondazione comunista, Legambiente e Wwf, continuano la loro battaglia contro la realizzazione dell’impianto.
Il mandamento, dicono, già martoriato dall’amianto e dall’inquinamento di una grande centrale a carbone a Monfalcone, si appresta a ospitare un’altra ciminiera di 40 metri, posizionata tra il centro cittadino e la zona eco-turistica della Riserva naturale regionale della Foce dell’Isonzo.

AMBIENTE. DOMANI IN CONSIGLIO IL VOTO SULLA BOZZA DI FIDEJUSSIONE 
Le opposizioni: «Troppi rischi»
 

STARANZANO Un “no” secco alla centrale a biomasse da 55 megawatt di potenza e alla “bozza di fideiussione” di un milione di euro (da rivalutare ogni otto anni). Documento che verrà presentato domani in Consiglio comunale di Staranzano convocato per le 16 a tutela del ripristino del sito in caso di abbandono del progetto da parte della B.O. Power, la società incaricata dall’Elettrostudio di Venezia-Mestre di costruire l’impianto energetico.
Lo hanno ribadito ieri mattina nel corso di una conferenza stampa la lista civica “Staranzano Partecipa” con i due consiglieri comunali Giovanni Dean e Andrea Corà, da Carlo Iernetti dello stesso gruppo, e dal responsabile del Circolo Isontino del Partito della rifondazione comunista Monfalcone-Staranzano, Emiliano Zotti.
«Da un lato – spiega Giovanni Dean – siamo contrari alla realizzazione dell’impianto e alla garanzia fideiussoria, irrilevante rispetto all’impianto che costa 60 milioni di euro.
«Dall’altro – continua Dean – essendo amministratori dobbiamo garantire ai cittadini che questa convenzione, oltre al danno per il territorio, non ne aggiunga uno pecuniario». Pertanto ”Staranzano Partecipa” e il Partito della rifondazione comunista hanno chiesto in prima battuta per discutere sulla fidejussione, una rivalutazione annuale o al massimo triennale del valore citato. Di inserire, inoltre, nella bozza i costi del carotaggio (verifica dell’inquinamento del terreno) e di avere un avallo che manca dell’ufficio tecnico comunale delle previsioni di garanzia stimate dalla società Sinergo-Elettrostudio Group. Il valore di un milione, comprende, secondo ”Staranzano Partecipa”, solo l’immobile, mentre il Comune dovrebbe accollarsi l’onere di vendere a terzi altri beni della centrale per ricavare introiti.
«Nella presentazione della bozza in commissione – afferma Corà – c’è stato un tentativo di sensibilizzare il problema, essendo il documento presentato in anticipo rispetto al solito. Ma non c’è stata la possibilità di interagire, perché era già tutto pronto e si è persa l’occasione di portare avanti con questo argomento una linea nuova».
Dura la presa di posizione, invece, di Rifondazione con il consigliere Zotti. «La centrale a biomasse è un impianto insostenibile per il territorio – afferma – che si regge solo sulle sovvenzioni pubbliche. La fidejussione è uno specchietto per le allodole ed è una risposta sulla criticità del progetto che non cautela certo il cittadino». (ci.vi.)

Il Piccolo, 03 maggio 2010
 
STARANZANO. L’ACCUSA DI ASQUINI (LN): «IL TERRITORIO HA GIÀ DATO ABBASTANZA» 
Ok del Consiglio, centrale più vicina 
Approvata la convenzione per l’impianto a biomasse. Si passa alla realizzazione

 
STARANZANO Sei ore di discorsi fiume, una sospensione di una ventina di minuti e per la prima volta tanto pubblico (più di una cinquantina di persone), che ha alzato la voce nel corso dell’intervento di più di un consigliere. Un pubblico presente, dunque, composto da cittadini preoccupati, che si ritengono impotenti di fronte alle incognite di un progetto contrastato fin dalla sua nascita. Si è consumato infatti, nel corso della seduta del Consiglio comunale di venerdì sera, l’ultimo atto che precede la costruzione a Staranzano della centrale elettrica a biomasse da 55 megawatt, alimentata da fonti rinnovabili: si tratta dell’approvazione della convenzione relativa all’impianto, ovvero la fidejussione del valore di un milione di euro a garanzia di tutela del territorio nel caso in cui l’imprenditore decida di abbandonare il progetto, mancando al suo dovere di ripristino dello stato precedente.
La delibera ha registrato il voto favorevole della maggioranza: Pd, “Sinistra per Staranzano” e Idv. Contraria l’opposizione: Pdl, Ln e “Staranzano Partecipa”, quest’ultima sorta proprio per opporsi alla centrale. Una posizione peraltro appoggiata anche da Prc, Verdi, ambientalisti e Legambiente.
La centrale, che costerà 60 milioni di euro, attende ora solo l’inizio lavori. Verrà costruita nell’area di Bistrigna dalla “B.O. Power” per conto dell’Elettrostudio di Venezia-Mestre. In base alla convenzione, l’impianto porterà un beneficio economico in 15 anni al Comune di 3 milioni e 300 mila euro, a cui si aggiungeranno 2 milioni di euro di opere pubbliche nella zona industriale e un investimento “una tantum” per la realizzazione di due parchi giochi in altrettante zone del paese. Per il sindaco Lorenzo Presot la fidejussione rappresenta «una conquista importante e per nulla scontata». Un adempimento, questo, a cui era stato vincolato il parere favorevole del consiglio comunale del 9 dicembre 2008. Per la maggioranza sono intervenuti Erika Boscarol, Patrizia Dominutti, Flavio Pizzolato e Fabio Marchiò.
Un muro di contrarietà si è invece levato dalle fila dell’opposizione. Tanta amarezza per i consiglieri di Sp Giovanni Dean e Andrea Corà. «Siamo contrari all’impianto – così Corà – perché non è sostenibile dal punto di vista ambientale, energetico ed economico, inoltre contribuisce allo sfruttamento del terzo mondo ed è stato deciso senza la partecipazione della gente». «Ci opponiamo fortemente – ha ribadito invece Nassimo Asquini (Ln) – perché questo territorio così piccolo ha già pagato tanto ed è fortemente inquinato. La centrale servirà solo a far guadagnare soldi ad altri con la complicità del Comune a danno della popolazione». Per il Pdl sono intervenuti Adriano Ritossa, Alessandro Marega e Pasquale Pusateri. «Appena finiranno gli incentivi verdi dello Stato – ha detto Marega – gli imprenditori ci lasceranno il bubbone». «La situazione è molto grave – ha concluso Ritossa – perché Staranzano è diventata la pattumiera della zona industriale. Ci sono l’impianto di compostaggio, il depuratore fognario, il nuovo impianto di Irisacqua e ora arriverà la centrale a biomasse».
Ciro Vitiello

Il Piccolo, 12 maggio 2010
 
STARANZANO. ATTACCO DI ”PARTECIPA”, RC E VERDI 
«Centrale a biomasse con il trucco»

STARANZANO Lanciano nuove accuse all’amministrazione comunale la lista civica “Staranzano Partecipa”, Rifondazione comunista, Verdi e ambientalisti sulla centrale a biomasse che dovrebbe essere costruita a Bistrigna. «Il sindaco Lorenzo Presot – affermano – non dice la verità sull’affidamento del progetto all’Elettrostudio di Mestre, in quanto la società ha messo in atto trucchi per avere l’autorizzazione regionale, evitando di essere sottoposta alla procedura di Valutazione d’impatto ambientale. Ci batteremo per impedire la costruzione di uno scempio a danno della nostra comunità». Secondo il gruppo esistono prove che, per l’assoggettazione del progetto della centrale, l’Elettrostudio prima ha abbassato la potenza dell’impianto da 55 mw, come inizialmente richiesto nella domanda di rilascio dell’autorizzazione a 49.7 mw, contrariamente a quanto affermato dal sindaco Lorenzo Presot nel recente consiglio comunale. «L’Elettrostudio, inoltre, dopo aver evitato la procedura di Via e superato lo sceening ambientale è tornata sui suoi passi e ha aumentato la potenza a 55,2 mw indicandola come una modifica non sostanziale».
Un attacco all’amministrazione anche dal verde Luciano Giorgi. “Ci sono profonde contraddizioni etiche che minano profondamente la credibilità di un centrosinistra – dice Giorgi – che predica bene e razzola male. A Staranzano questa non è una novità. La creazione di una centrale senza il Via. – afferma Giorgi – è una mera speculazione finanziaria che favorisce proprietari terrieri e investitori, grazie ai sostanziosi certificati verdi che rendono economicamente vantaggioso l’investimento. Visto l’andazzo siamo portati a supporre che l’affare, comprenda anche altri possibili beneficiari».
Il gruppo Sp appoggiato da Rc, verdi e ambientalisti, ha raccolto più del 20% dei consensi nelle ultime elezioni proprio per impedire la costruzione della centrale. Il gruppo ha rilevato, inoltre, un caso simile a Staranzano anche a Casarano nel Salento. “Un gruppo di cittadini e associazioni ambientaliste stanno combattendo come noi – afferma Carlo Iernetti di Sp – e si oppongono ad una centrale a olio vegetale sponsorizzata da un sindaco Pd, considerata dai cittadini inquinante, immorale per l’impoverimento del Sud del mondo».

Il Piccolo, 14 maggio 2010
 
STARANZANO. IL SINDACO RIBATTE ALLE ACCUSE MOSSE DA SP, PRC E VERDI 
Presot: nessun giochetto sulle biomasse

STARANZANO «Menzogne, malafede e poca dimestichezza con le norme legislative». Il sindaco Lorenzo Presot reagisce con forza alle accuse di “Staranzano Partecipa”, Rifondazione comunista e Verdi che lo hanno attaccato su possibili “giochetti” messi in atto per l’impianto a biomasse, onde evitare la procedura della Via (Valutazione di impatto ambientale). Secondo SP e Prc, infatti, la società Elettrostudio prima avrebbe abbassato il valore della potenza nel progetto dell’impianto da 55 Mw a 49.7 Mw. Superato lo screning ambientale in Regione, sarebbe invece tornata sui suoi passi aumentandola a 55,2 Mw . «La modifica di potenza – spiega Presot – non ha nulla a che vedere con la Valutazione di impatto ambientale. E’ avvenuta, da quello che al Comune è stato riferito dagli uffici regionali competenti per l’istruttoria, per la semplice ragione che in quel momento era in dubbio se l’iter autorizzativo di un impianto di potenza a cavallo dei 50 MW fosse di competenza regionale o ministeriale ai sensi della Legge regionale 30/2002. Per tale motivo in un primo momento la potenza dichiarata era stata diminuita, al fine di mantenere la competenza per il rilascio dell’autorizzazione alla Regione, visto che l’istruttoria era già in fase avanzata. Una volta chiarito che la competenza, anche per impianti di potenza superiore rimaneva alla Regione, la potenza è stata riportata al valore iniziale di progetto». «Nonostante ciò – continua Presot – il progetto è passato attraverso i rigorosi esami di tipo ambientale previsti dalla legge e ha ottenuto l’Autorizzazione integrata ambientale. Se chi parla è convinto che sia stata utilizzata qualche procedura illegittima, non comprendo perché non abbiano proceduto a denunciare il fatto alle autorità competenti». «Evidentemente – aggiunge Presot – è più semplice spargere insinuazioni . Quanto denunciato è di competenza del Comune e il sindaco non ha mai fatto affermazioni diverse da contenuti ufficiali di atti amministrativi». Presot attacca i Verdi, Prc e SP. «Mi interessa poco replicare al signor Luciano Giorgi o a al Prc – dice – perchè il giudizio sulla politica di questi personaggi l’hanno già dato i cittadini facendoli scomparire dal panorama politico del nostro paese. Spiace invece osservare come a questi squallidi metodi di insinuazione e di falsità, si unisca chi si fa paladino di un nuovo modo di fare politica. A Staranzano Partecipa vorrei ricordare che i pilastri della partecipazione sono prima di tutto un’informazione corretta, obiettiva e il rispetto per le idee degli altri. Anche quando non condivise».
Ciro Vitiello

Il Piccolo, 24 maggio 2010
 
Giorgi: «Presot sulla Centrale rigira soltanto la frittata» 
Ancora polemiche a Staranzano per la procedura di Via

STARANZANO Non si placano le polemiche nei confronti il sindaco di Staranzano, Lorenzo Presot, sulla centrale elettrica a biomasse. «Se c’è qualcosa di squallido nella vicenda è il comportamento omertoso di Presot, che rese pubblico il progetto a cose praticamente fatte. Di squallido e scandaloso c’è pure la speculazione sui terreni interessati all’impianto che ha moltiplicato a dismisura il loro valore nominale». Luciano Giorgi, verde del “Sole che ride”, si scaglia contro Presot sui asseriti “raggiri” ipotizzati da Sp, Prc e Verdi per l’approvazione in Regione del progetto della centrale da 55 megawatt, onde evitare la procedura della Valutazione d’impatto ambientale (Via). A Prc e Verdi, Presot aveva risposto che «il giudizio lo avevano già dato gli elettori mettendoli fuori dalle ultime politiche». A Sp, invece, di fornire «un’informazione corretta». «L’arrogante Presot – così Giorgi – ha imparato bene la lezione berlusconiana di rivoltare la frittata, offendendo chi critica le sue decisioni. L’unico giudizio politico emerso dalle elezioni è la perdita secca del 20% dei voti del Pd conquistati da Sp. In mancanza di tale gruppo i voti sarebbero andati a Ritossa. E Presot oggi non sarebbe sindaco». Sp rincara la dose: «Presot non mostra rispetto per le opinioni altrui. Purtroppo è tipico di certi politici alzare i toni per distogliere l’attenzione dalla chiarezza delle informazioni. Le sue spiegazioni non cambiano la sostanza dei fatti: Elettrostudio, che dovrebbe costruire la centrale, prima ha ridotto e poi aumentato la potenza per evitare la Via. Stupisce che Presot non si rammarichi, poiché la procedura avrebbe meglio tutelato la salute dei cittadini. È insopportabile sentire la lezioncina sull’informazione, dato che non ha coinvolto la gente sulle scelte dell’impianto». (c.v.)

Il Piccolo, 26 aprile 2010
 
Aperto alla Eaton l’esodo volontario 
Riguarda 30 operai sui 310: ma solo dieci ne approfitteranno

Dopo l’accordo a Roma per la concessione della cassa integrazione in deroga ai 310 dipendenti di Eaton, arriva un’intesa locale sull’apertura della mobilità volontaria per un totale di 30 lavoratori dello stabilimento di via Bagni nuova. L’esodo, possibile appunto solo per scelta dei lavoratori, sarebbe comunque una strada possibile o appetibile al momento per nemmeno una decina di addetti. Pochissimi sono i lavoratori che riuscirebbero a utilizzarla a breve per raggiungere il pensionamento, mentre sono un po’ di più quelli che utilizzerebbero la mobilità come “ponte” verso un nuovo impiego. L’intesa sulla mobilità è stata raggiunta in un incontro tra società e sindacati dei metalmeccanici svoltosi nella sede dell’Assindustria di Gorizia, durante il quale si è fatto il punto sull’applicazione dell’accordo sulla cassa integrazione in deroga.
«Tutti i lavoratori sono già stati inviati agli enti di formazione per i corsi previsti con la cassa integrazione in deroga – spiega il segretario provinciale della Fiom-Cgil Thomas Casotto -. Le Rsu ancora una volta hanno fatto un grande lavoro nel contattare e informare tutti i lavoratori». L’anno di tempo guadagnato a Roma rimane in ogni caso fondamentale, visto che il futuro dello stabilimento di Monfalcone non è ancora definito.
«Va quindi sottolineata l’azione svolta dalla Regione e l’attenzione dimostrata dal Governo – afferma il coordinatore del Pdl monfalconese Giuseppe Nicoli – che hanno consentito di mantenere aperta comunque una prospettiva, seppure incerta, per i 310 lavoratori di Eaton. La cassa integrazione in deroga è la soluzione oggi possibile, che andrebbe comunque accompagnata da altri interventi per migliorare la situazione dei lavoratori e delle famiglie coinvolte». Il coordinatore del Pdl esprime invece un giudizio negativo sul ruolo giocato dagli enti locali nella vicenda, «soprattutto la Provincia, competente in materia di lavoro».
«I corsi di riqualificazione saranno frequentati ora, perché misura che affianca la concessione della cassa in deroga – afferma Nicoli -, ma sono stati richiesti da subito dai rappresentanti dei lavoratori, senza che nulla si muovesse, se non le generiche promesse del presidente della Provincia Enrico Gherghetta». (la. bl.)
 
Fiom, Fim e Uilm puntano sui contratti di solidarietà 
Sono ora in attesa della riconvocazione del tavolo in Confindustria

La realtà dell’appalto, le sue dinamiche e la necessità di mettere in campo gli ammortizzatori sociali garantendo una riqualificazione anche finalizzata ad eventuali ricollocazioni. I sindacati attendono di potersi confrontare nell’ambito del tavolo sull’indotto. Confrontare numeri, ricadute che lo scarico di lavoro nello stabilimento produrrà e ripercussioni sociali. I sindacati intendono affrontare il tema-appalti in termini complessivi e ”strutturati”, attraverso misure di sostegno ai lavoratori, ma anche meccanismi utili a «far emergere le posizioni delle imprese, in particolare sotto il profilo dei trattamenti economici e degli orari di lavoro dei dipendenti, affrontando altresì l’aspetto legato alle paghe globali». Ciò che sostengono i sindacati da tempo è la definizione di un percorso ”virtuoso” di controllo del sistema che, considerata la sua portata, va monitorato anche a garanzia delle professionalità e dello stato di salute delle imprese stesse.
Il segretario provinciale della Fiom, Thomas Casotto, osserva: «I problemi legati all’indotto di Fincantieri sono seri. Si tratta di arrivare a gestire correttamente e in modo solidale la posizione dei dipendenti che saranno interessati dagli scarichi di lavoro, garantendo il diritto a percepire le indennità e fronteggiando il problema delle imprese che potrebbero rischiare di chiudere». Il sindacalista propone la modalità dei contratti di solidarietà attraverso i quali, seguendo le procedure di legge che prevedono la necessaria certificazione delle buste-paga percepite dai lavoratori ai fini Inps, diventa possibile contestualmente un maggiore controllo delle aziende. Il segretario provinciale della Uilm, Luca Furlan, pone un altro aspetto: «Questo momento di crisi può rappresentare l’occasione per poter individuare le aziende sane e quelle che, invece, ”spariscono” ai primi contraccolpi. È l’occasione per affrontare il problema del trattamento dei lavoratori, delle paghe globali». Furlan aggiunge: «Ritengo importante prevedere, attraverso strumenti quali il Fondo impresa e buoni-spesa per i dipendenti, corsi di riqualificazione non solo per migliorare la professionalità specifica, ma finalizzati anche alla riconversione e alla ricollocazione in altre aziende». Furlan propone un censimento, in collaborazione con la Provincia, dell’offerta lavorativa del territorio, mettendo in campo un «meccanismo virtuoso da utilizzare in modo permanente». Infine, fa riferimento alla «sinergia tra enti e istituzioni» per affrontare gli eventuali effetti sociali. Il segretario provinciale della Fim, Gianpiero Turus, osserva: «C’è condivisione di intenti tra i sindacati. Il rischio è che la crisi ricada pesantemente sull’indotto che rappresenta la parte più debole del processo produttivo. Si tratta pertanto di applicare gli strumenti di ammortizzazione esistenti e di formare i lavoratori anche per possibili ricollocamenti. Il tavolo ha lo scopo di capire come si scaricherà la crisi sull’indotto e come poterla gestire nel modo migliore, ora che i segnali, seppure ancora minimi, ci sono». (la.bo.) 

I PRIMI DATI IN BASE ALLE PROCEDURE APERTE PRESENTATE ALL’INPS 
Fincantieri, ”cassa” per 260 lavoratori dell’appalto 
Una decina le aziende interessate. I sindacati: il peggio deve avvenire, sarà un autunno caldo

di LAURA BORSANI

Almeno una dozzina di imprese coinvolte dallo scarico di lavoro. E circa 260 lavoratori interessati dalla cassa integrazione. È un parziale ”spaccato” della complessa realtà dell’appalto di Fincantieri, che rappresenta circa 2-3mila occupati, a fronte di una media variabile stimata tra le 350 e le 500 aziende medio-piccole, parte delle quali non esclusivamente legate alla cantieristica. Intanto gli effetti della crisi si stanno affacciando. Attualmente, fronte dei circa 160 dipendenti diretti in cassa sui 1700 totali, si calcola che a oggi i lavoratori indiretti interessati dalla ”cassa” siano circa 260. Sono i dati in possesso del sindacato, che tuttavia, come precisa il segretario provinciale della Fiom, Thomas Casotto, sono da ritenersi «parziali». I dati, viene inoltre specificato, sono quelli desunti dall’Inps, relativi alle richieste massime di cassa integrazione. Stando pertanto a quanto risulta al momento, le imprese che hanno aperto le procedure sono una decina, a cui si aggiungeranno prossimamente altre due per le quali sono in corso verifiche e confronti ai fini della definizione degli eventuali ammortizzatori sociali. Le imprese operano nell’ambito dell’allestimento e della carpenteria. L’azienda più importante è la Eurogroup: la cassa straordinaria a rotazione è stata aperta fino a 86 lavoratori, prevedendo altresì chiusure settimanali dello stabilimento. Il provvedimento è partito l’11 marzo scorso, per una durata di 12 mesi. Quindi la Adriatica che ha avviato recentemente la procedura di Cigs per cessata attività per i suoi 36 dipendenti, la maggior parte bengalesi. L’accordo siglato tra azienda e sindacati è stato definito un ”buon risultato” avendo garantito anche percorsi di riqualificazione finalizzati al ricollocamento dei lavoratori.
Tredici settimane di Cigo riguardano due dipendenti della Bmc, mentre all’Agrimar la richiesta, sempre per 13 settimane, riguarda fino a 23 lavoratori, oltre a 7 apprendisti interessati dalla cassa integrazione in deroga. È di una decina di dipendenti la Cigo avviata, per 13 settimane, dalla Lm Impianti. E ancora, la E-Man registra una cassa ordinaria per tredici settimane fino a 6 lavoratori. Cigo per 9 settimane fino ad un tetto di 10 lavoratori alla C&G, mentre la Monferr ha avviato due procedure, per 13 settimane ciascuna. La prima riguardava 15 operai, la seconda, in corso, 15 operai e 5 impiegati, a fronte di 51 lavoratori complessivi. Si annovera, ancora, la richiesta di Cigo per 13 settimane fino a 24 dipendenti alla Sgm, e fino a 25 lavoratori, sempre per 13 settimane, alla Edil Green. Infine, cassa ordinaria fino a 10 unità, per 13 settimane, alla Iso.C.
Lo scarico di lavoro si fa avanti. E consegna le prime criticità legate all’appalto finora sostanzialmente non coinvolto in modo massiccio, trattandosi di imprese operanti nell’ambito dell’allestimento delle navi passeggeri. Questa fase produttiva è ancora a regime, considerando in particolare l’allestimento in corso per l’unità ”Queen Elizabeth”, 90.400 tonnellate di stazza lorda, per 294 metri di lunghezza, commissionata dalla società britannica Cunard Line, e la successiva realizzazione di ”Magic”, per Carnival Cruise Lines, attualmente in fase di montaggio.
Le valutazioni delle organizzazioni sindacali indicano un andamento graduale, ma progressivo della flessione produttiva, che riguarderà le imprese dell’indotto in modo più visibile a partire da autunno. I sindacati calcolano che lo scarico potrà coinvolgere tra le 500 e le 1000 unità. La previsione di Fincantieri è di 400-600 lavoratori dell’indotto che potranno essere interessati in particolare a partire dal 2011. Le organizzazioni sindacali evidenziano che ora l’«emergenza» sia proprio quella legata all’appalto: una considerazione che deriva da un attento monitoraggio della situazione. I sindacati attendono la riconvocazione del tavolo di lavoro ad hoc presso la Confindustria, come richiesto all’azienda.

Il Piccolo, 04 maggio 2010
 
NON SOLO LE TUTE BLU COLPITE DAL CALO DELLA PRODUZIONE 
Fincantieri manda in ”cassa” 85 impiegati 
La crisi svuota gli uffici triestini. ”Colletti bianchi” e progettisti resteranno a casa per 13 settimane

di MADDALENA REBECCA

Dopo la cassa integrazione per gli operai dello stabilimento di Panzano, è arrivato ora il turno dei ”colletti bianchi”. Da ieri, infatti, per 85 dei circa 750 impiegati e progettisti di Fincantieri, molti dei quali monfalconesi, in servizio complessivamente nelle due sedi triestine – il palazzo della Marineria e quello di via Genova – è scattata la Cigo a rotazione. Un provvedimento della durata di 13 settimane, vale a dire fino al 13 luglio prossimo, richiesto dall’azienda per far fronte all’attuale situazione di ”scarico di lavoro”. Un termine tecnico che sta ad indicare il drastico calo di commesse dopo l’esplosione della crisi mondiale. Dunque, non solo le maestranze dello stabilimento cittadino sono alle prese con gli ammortizzatori sociali, con circa 160 lavoratori diretti in ”cassa” rispetto ai circa 1700 dipendenti complessivi. Non solo la flessione produttiva ha iniziato a interessare altresì i lavoratori dell’indotto, per i quali, stando alle informazioni pur parziali in possesso dei sindacati, le procedure di richiesta dei provvedimenti risultano aperte almeno per una decina di imprese, interessando circa 260 unità. Un dato destinato a lievitare, tanto da aver costituito un tavolo ad hoc sull’indotto in Confindustria. La realtà dell’appalto è molto complessa, con circa 2-3mila occupati a fronte di una media variabile di 350-500 aziende medio-piccole.
Siamo dunque ora ai ”colletti bianchi”: «Il mercato delle crociere ha subito una pesantissima contrazione, che si è tradotta automaticamente in una marcata riduzione degli ordinativi della navi – commenta Marco Toncelli, coordinatore delle Rsu per la Fim Cisl -. La prima conseguenza è stato l’avvio della cassa integrazione negli stabilimenti (a Monfalcone gli ammortizzatori sociali sono partiti tra febbraio e marzo), alcuni dei quali, a partire da Castellamare, si trovano in serissime difficoltà. Ora l’onda lunga raggiunge anche i colletti bianchi, colpendo realtà, come il palazzo della Marineria, a cui sono affidate la progettazione e le attività che seguono le fasi di sviluppo e costruzioni delle navi oltre agli uffici acquisti e ai servizi informatici. Una situazione difficile e senza dubbio particolare, specie se si considera che, nell’immaginario collettivo, il posto in Fincantieri è sempre stato considerato un lavoro sicuro e quasi ”blindato”. Il fatto che gli ammortizzatori siano scattati anche qui, dà veramente il polso della crisi».
Per trovare un precedente di questo tipo tra gli impiegati e gli amministrativi del colosso della cantieristica, bisogna andare indietro di circa trent’anni. «L’ultima volta era accaduto nel 1983, anno in cui abbiamo vissuto due turni da un mese di cassa integrazione – spiega Boris Cherin, componente delle rsu/rls della Uilm e componente del coordinamento nazionale Fincantieri -. Lo ricordo bene perché quella volta, in segno di protesta, per settimane abbiamo fatto suonare i tamburi nei corridoi 8 ore al giorno. Un’azione scattata a causa della mancata chiarezza da parte dell’azienda sul carattere a rotazione della misura. Oggi invece la procedura è stata attivata in termini più precisi e Fincantieri ha garantito che le 13 settimane saranno appunto a rotazione (secondo le proiezioni della Fim-Cisl alla fine saranno interessati dal provvedimenti circa 220 dipendenti ndr). Da un punto di vista sindacale, quindi, la situazione è migliorata, ma è lo scenario economico mondiale purtroppo ad essere sensibilmente peggiorato». A preoccupare personale e sindacati, infatti, è l’assenza all’orizzonte di prospettive di miglioramento. «Al momento circolano solo voci, non supportate da atti concreti – prosegue Toncelli -. Si parla di un possibile accordo che dovrebbe dare il via libera alla costruzione di un nuovo prototipo nei cantieri di Monfalcone e del potenziale arrivo di una nuova commessa per lo stabilimento di Marghera. Ma, allo stato attuale, non ci sono ancora le firme definitive che autorizzino a passare realmente all’azione». «La preoccupazione in questa fase è molto alta – conclude Cherin -. Specie perchè l’arrivo della cassa integrazione tra i ”colletti bianchi” rischia di innescare inevitabilmente un effetto domino negativo. Se entra in sofferenza la parte deputata all’organizzazione del lavoro, a ruota finiscono per risentirne tutta una serie di altre figure professionali: per ogni ”colletto bianco” messo in cassa, a caduta resteranno a casa tanti colleghi che da lui dipendono per lo svolgimento di tante altre attività».

Il Piccolo, 09 giugno 2010
 
Fiom: progettare subito il futuro di Portorosega per nuova occupazione
Casotto: solo così è possibile dare avvio a corsi mirati per i cassintegrati della Eaton

La riqualificazione dei lavoratori in cassa integrazione in deroga dei 310 lavoratori di Eaton Automotive rischia di essere del tutto inutile. A dirlo sono le Rsu della fabbrica di via Bagni nuova, a fronte dei corsi concordati con la Provincia e gli enti formatori. Il percorso formativo è stato costruito in due fasi successive: quella iniziale di natura generale alla quale avrebbe poi dovuto far seguito una seconda basata sulle esigenze delle aziende e ideata per dare sbocco o prospettiva alle maestranze. A mettere in difficoltà il percorso non sono mancanze da parte dei soggetti coinvolti, secondo la Rsu, ma la crisi, che di fatto ha ridotto la richiesta di manodopera specializzata, rendendo quindi quasi inutile i corsi con cui i dipendenti di Eaton avrebbero dovuto provare a crearsi una nuova professione. I rappresentanti sindacali ritengono, però, che la strada dei corsi di formazione, benché in salita, sia l’unica percorribile e quindi debba essere ampliata e migliorata. A istituzioni e politica le Rsu di Eaton chiedono quindi in sostanza di creare o consolidare le opportunità di nuovi posti di lavoro e quindi di riconversione in nuove professionalità. Il riferimento diretto è al progetto per lo sviluppo del porto di Monfalcone. «Muoviamoci quindi per delineare il futuro di Portorosega – afferma il segretario provinciale della Fiom-Cgil Thomas Casotto -, così da poter anche stabilire quali siano le figure necessarie per renderlo concreto, quando sarà il momento e non più tardi. Dobbiamo fare in modo che le nuove realtà  industriali o della logistica trovino sul territorio già personale formato». Il potenziamento del porto di Monfalcone diventa però sempre più importante per sganciare il Monfalconesese e il resto della provincia dalle sorti di Fincantieri. «Dobbiamo creare un’alternativa seria e il porto può rappresentarla», pungola il segretario provinciale dei metalmeccanici della Cgil. I rappresentanti sindacali delle maestranze di Eaton, il cui stabilimento è in sostanza fermo da un anno e mezzo, credono da parte loro che l’opportunità offerta dal progetto di Unicredit Logistics non deve andare assolutamente persa e che quindi i percorsi formativi dovrebbero già puntare nella direzione della creazione di figure utili all’interno di uno scalo che potrebbe movimentare con un nuovo terminal container 2 milioni di teu all’anno. (la. bl.)

Il Piccolo, 20 giugno 2010
 
Ai 400 dell’Ansaldo un premio di 1300 euro 
La crisi di mercato e la Cigo non influiscono sulla ricompensa per i risultati del 2009

All’Ansaldo sistemi industriali le difficili condizioni del mercato ancora non pesano sul premio di risultato, basato del resto sulle performance del 2009. In attesa dei dati ufficiali sui risultati finanziari conseguiti dalla società lo scorso anno, Monfalcone ha centrato l’obiettivo grazie alla consistente riduzione delle penali nei confronti dei clienti. L’aumento dell’efficienza e “l’impegno da parte di tutti”, come sottolinea il sindacato, in sostanza frutterà agli oltre 400 dipendenti dello stabilimento di Panzano una quattordicesima mensilità (il premio si aggira sui 1.300 euro). Come emerso dall’incontro che Asi e rappresentanti sindacali nazionali e dei singoli siti hanno avuto nella sede dell’Assindustria di Gorizia, il premio verrà erogato in tutti gli stabilimenti, tranne in quello di Vicenza, che non ha raggiunto il parametro prefissato dell’85% del budget stabilito per il 2009. A due anni dalla firma, il contratto integrativo andrà alla verifica prevista dallo stesso accordo a settembre per poi eventualmente subire un aggiustamento. Se il 2009, almeno per Monfalcone, si è concluso “meglio di quanto si potesse pensare”, come afferma Maurizio Vesnaver, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu di stabilimento, il 2010 rappresenta ancora un’incognita quanto a carico di lavoro, anche se qualche commessa è arrivata. Asi conferma come lo stabilimento di Monfalcone sia già impegnato nella produzione di alcuni motori a corrente alternata per una centrale nucleare in Slovacchia. In fabbrica si sta inoltre testando una sezione di una macchina destinata allo sviluppo di parchi eolici off-shore. Per ora si rimane però a livello di prototipi e la società prevede eventuali ricadute sulla produzione dello stabilimento non prima del 2011, anche se le prospettive di mercato vengono definite interessanti. A Monfalcone Asi lamenta ancora uno scarico medio attorno al 25% e la cassa integrazione ordinaria rimarrà aperta per altre 13 settimane dal primo giugno, anche se i lavoratori coinvolti continuano a non essere molti. Si parla di una trentina di addetti delle officine e del magazzino, mentre gli impiegati effettuano una o due giornate di Cigo al mese. «All’azienda come Rsu abbiamo comunque chiesto ancora uno sforzo sul fronte della rotazione dei lavoratori», sottolinea Vesnaver. A inizio autunno, comunque, sarà effettuata una verifica della situazione degli ordini e una valutazione sulla necessità di assumere dei provvedimenti per tamponare un eventuale prolungamento dello scarico di lavoro. L’esito dell’incontro avuto con Asi per la definizione del premio di risultato è stato illustrato ai lavoratori riuniti in assemblea dai coordinatori nazionali per Asi di Fim Luigi Dedei, Fiom Maria Sciancati e Uilm Carlo Biasin.

Il Piccolo, 05 agosto 2010
 
Manutenzione, Eaton annuncia una breve riapertura con 40 operai

Eaton intende procedere alla parziale riapertura del sito produttivo di Monfalcone. La decisione dell’azienda è stata resa nota in un incontro nella sede di Confindustria a Gorizia tra le segreterie provinciali di Fim e Fiom, la direzione di Eaton e le Rsu aziendali.
Tale decisione è motivata dal mantenimento delle certificazioni Iso-Ts previste per il comparto ”automotive” in cui opera l’azienda, «in coerenza – afferma una nota sindacale – con quanto richiesto e sottoscritto negli ultimi accordi con il sindacato, al fine di mantenere il sito in condizioni di ripartire se ci dovesse essere una ripresa del mercato». La riapertura riguarderà 40 dipendenti e la produzione sarà riavviata per alcune settimane. L’organizzazione inerente organici, impianti e condizioni tecniche saranno definiti in un incontro che sarà convocato entro la fine di agosto.
Pur trattandosi di una situazione transitoria e parziale, le organizzazioni sindacali provinciali e le Rsu della Eaton colgono questo «come un dato positivo in quanto va nella direzione, fin qui da noi auspicata e sostenuta, del mantenimento del sito produttivo di Monfalcone e della salvaguardia delle ricadute occupazionali».
I quasi trecento lavoratori della Eaton di via Bagni, esaurito il periodo di cassa integrazione straordinaria, si trovano attualmente in regime di cassa integrazione in deroga. Ma vivono in un clima di grande incertezza visto che le indennità spettanti non sono ancora loro pervenute a causa di un’impasse al ministero del Lavoro.
Da quattro mesi l’azienda ha versato loro una tranche limitata di indennità attingendo ai Tfr. Una situazione insostenibile per superare la quale c’è stato di recente un confronto in Prefettura. E proprio l’intervento del prefetto Maria Augusta Marrosu avrebbe contribuito a sbloccare la situazione. La fabbrica è di fatto inattiva da oltre un anno.

Il Piccolo, 25 aprile 2010
 
LA CRISI ECONOMICA RIDUCE I REDDITI: 120MILA EURO IN MENO AL COMUNE CON L’ADDIZIONALE IRPEF 
Emergenza casa: oltre 500 famiglie in attesa 
Sta per partire il nuovo bando per i contributi taglia-affitti. Nel 2009 le domande furono 566

di LAURA BORSANI

Calano i redditi delle famiglie monfalconesi e aumenta la ”fame” di alloggi popolari. I dati in possesso del Comune sono significativi. Il fabbisogno di case resta molto alto: quest’anno sono circa 500 le richieste pervenute.
REDDITI IN CALO. Intanto i redditi si abbassano: stando infatti alle previsioni per il 2010, relative all’addizionale Irpef, l’incasso del Comune è stato stimato in 770mila euro, rispetto agli 890mila del 2009. Significa, dunque, una diminuzione pari a 120mila euro, frutto proprio della crisi economica.
FONDI TAGLIA-AFFITTI. Resta alta anche la richiesta dei monfalconesi per quanto riguarda i contributi taglia-affitti. Siamo sull’ordine di oltre 500 domande che, in vista dell’apertura del bando, potranno essere presentate. Un quadro, dunque, non facile, che evidenzia come anche quest’anno la crisi economica legata altresì al ricorso alla cassa integrazione per i lavoratori, incida ancora molto sui cittadini. E a risentirne sono proprio le fasce più deboli della popolazione, gli anziani ma anche le famiglie. La ”cartina tornasole” è rappresentata dai servizi sociali del Comune, al quale approdano le richieste di sostegno. Lo spiega l’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin: «I redditi delle famiglie sono calati in modo evidente, basta guardare al minore introito stimato nel bilancio di previsione 2010 per l’addizionale Irpef, che indica una riduzione di 120mila euro. Conseguentemente, resta alta la richiesta sia di alloggi popolari che di contributi per sostenere gli affitti».
I redditi, per le categorie sociali più deboli, viaggiano attorno ai mille euro al mese. L’assessore riporta alcuni esempi: l’indicatore Isee di fascia A, fino a 11.150 euro, comporta un’incidenza del canone di locazione non inferiore al 14%. L’indicatore Isee di fascia B, da 11.150,01 a 16.420 euro, comporta un’incidenza del canone di locazione non inferiore al 24%.
E se, dunque, la domanda di casa aumenta, cresce in parallelo anche la richiesta dei contributi taglia-affitti per i quali l’ente locale si appresta ad aprire il nuovo bando. L’assessore Morsolin considera che le domande in arrivo potrebbero superare pertanto le 500 unità. Nel 2009 le richieste sono state 566 per il fondo taglia-affitti, di cui 470 sono state accolte. Il contributo richiesto alla Regione, rappresentativo del fabbisogno complessivo delle famiglie monfalconesi, era stato di 1,2 milioni di euro. La Regione aveva erogato 700mila euro, mentre il Comune aveva partecipato con un contributo di 120mila euro, pari al 10% del fabbisogno. La liquidazione complessiva era stata quindi di 820mila euro.
ALLOGGI, 500 RICHIESTE. Quanto al fabbisogno di alloggi, l’assessore Morsolin considera almeno 350 domande per gli alloggi Ater, oltre a 120 richieste legate alle case Spaini. «Ogni anno – osserva – l’Ater interviene con una rivisitazione delle graduatorie inserendo le nuove richieste. Tra nuove domande e la sostituzione di quelle già presentate, l’aumento medio è attorno al 30-40%. L’Ater tuttavia ha consegnato in città negli ultimi tempi numerosi alloggi, un centinaio. Il problema che si pone è legato alla riduzione del Fondo sociale che rende più difficoltoso intervenire con le ristrutturazioni degli alloggi sfitti, comportando quindi una minore offerta di nuovi appartamenti».
ALTRI INTERVENTI. L’assessore Morsolin ricorda altri interventi di sostegno. Come i contributi economici, per quasi 200mila euro, di cui un terzo riguardanti le spese abitative. E i 79mila euro che l’ente locale ha messo a disposizione nel 2009 per mantenere nelle pensioni una ventina di persone. Ricorda anche il contributo di 31.800 euro che sempre nel 2009 è stato erogato per le spese abitative, anche attraverso lo sportello ”Pronto Casa”.

Il Comune risparmia 50mila euro sulle pensioni 
Grazie a una convenzione le persone senza dimora hanno trovato un’abitazione

Si potrebbe chiamarla una seconda chance. L’opportunità concreta di riprendere in mano i fili della propria vita, che per un motivo o per un altro ha deragliato dai binari. Questo rappresenta, secondo l’assessore alle Politiche sociali di Monfalcone Cristiana Morsolin, la convenzione stretta tra il Comune e l’associazione ”Centro di sostegno alla persona” di Staranzano: un progetto riabilitativo-assistenziale in grado di offrire un tetto stabile a persone impossibilitate, per personali vicissitudini, ad avere una casa.
«A settembre – spiega Morsolin – abbiamo avviato un accordo che nei prossimi mesi consentirà alla casse comunali di risparmiare qualcosa come 50mila euro. Il ”Centro di sostegno alla persona”, infatti, si è visto assegnare dall’Ater alcuni appartamenti da destinare all’accoglienza delle persone disagiate. E così, con la convenzione stipulata, siamo riusciti a dirottare in quegli alloggi le persone che per anni abbiamo sostenuto, finanziariamento, attraverso il versamento di rette per pensioni e locande».
Nel 2008, per citare le cifre, l’ente locale ha aiutato 18 persone, fronteggiando una spesa complessiva di 66.273 euro. Nel 2009, invece, 19 per un investimento di 79mila euro. Quest’anno, proprio grazie al nuovo progetto, saranno assistiti solo due cittadini per un contributo pari a 22.110 euro.
«Parallelamente alla convenzione – prosegue l’assessore comunale – gli operatori del Servizio sociale hanno costruito dei percorsi riabilitativi assieme alle persone interessate. Percorsi che hanno consentito un affrancamento dal pernottamento in una pensione verso un percorso di sostegno autonomo».
«Si tratta – conclude Morsolin – di un processo importante, poichè i soggetti aiutati hanno nella quasi totalità dei casi storie di marginalità alle spalle e dunque difficoltà enormi a reinserirsi nel mondo lavorativo. Possono essere situazioni generate da un pregresso alcolismo, da separazioni difficili o dalla perdita dell’occupazione. Per ogni persona viene individuato un percorso, da avviare con l’obiettivo di far raggiungere una propria autonomia». (ti.ca.)
 
Piano di autorecupero per 11 alloggi comunali 
Venduti a prezzi stracciati saranno ristrutturati a spese dei futuri proprietari

Per gli ultimi cinque inquilini, tra i quali anche anziani di 80 anni, il Comune sta valutando assieme all’Ater i trasferimenti in alloggi idonei. Una volta liberata la palazzina di via Valentinis, si potrà quindi procedere con il bando legato al progetto di ”autorecupero”. L’amministrazione comunale ipotizza di poter partire a settembre.
Si tratta di undici alloggi che saranno messi in vendita dal Comune per affrontare le relative ristrutturazioni con il coinvolgimento diretto degli acquirenti. L’utenza è diversificata, prevedendo alloggi per singoli e per nuclei familiari. Prezzi, dunque, più che popolari. Il progetto è rivolto ad una fascia sociale specifica, avendo previsto precisi requisiti di idoneità nel bando: sono monfalconesi che hanno un reddito superiore ai parametri previsti per la richiesta di un alloggio popolare, ma al contempo non hanno la possibilità di sostenere i prezzi di mercato.
L’assessore Cristiana Morsolin spiega: «Una volta individuate le persone idonee ai fini dei requisiti richiesti dal bando, si costituirà una cooperativa che sarà seguita da un gruppo esperto di supporto per tutte le procedure legate agli interventi di ristrutturazione. Il gruppo farà anche da garante per l’accensione di un mutuo al quale non avrebbe accesso il singolo richiedente, considerato il suo livello di reddito. Le persone riunite così in cooperativa, interverranno nella sistemazione degli alloggi mettendo a disposizione la propria manodopera. Il progetto è quindi finalizzato ad ottenere un alloggio diventandone proprietario».

Il Piccolo, 01 maggio 2010
 
VIA LIBERA DAL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE 
L’Ater vende 105 alloggi, incasserà 5,5 milioni 
Priorità agli attuali inquilini. Quanto ricavato sarà reinvestito in complessi edilizi popolari

di FRANCESCO FAIN

Centocinque alloggi popolari in vendita, di cui 39 a Gorizia e 21 a Monfalcone. Sì, ci siamo. Il consiglio di amministrazione dell’Ater ha stilato l’atteso e pluriannunciato ”Piano-vendite”.
A fornire i numeri dell’operazione sono il presidente dell’Ater Roberto Grion e la responsabile dell’area tecnica Alessandra Gargiulo.
Non si tratta di un’iniziativa di poco conto perché l’ex Iacp dalla vendita di tutti questi appartamenti conta di riuscire a incamerare oltre 5.580.800 euro: una cifra ben più pingue del milione di euro previsto nell’estate dello scorso anno e che consentirà, se mai verrà incassata, di avere a disposizione risorse per realizzare nuovi complessi edilizi.
IL SONDAGGIO. Priorità assoluta ce l’avranno, chiaramente, gli attuali inquilini. Sarà a loro che verrà chiesto di acquistare l’appartamento in cui vivono ad un prezzo, chiaramente, molto concorrenziale se raffrontato alle quotazioni del libero mercato. «Sono stati contattati tutti e l’80% si è dichiarato interessato ad acquistare l’alloggio in cui già oggi risiede», spiega Alessandra Gargiulo. Quindi, un certo ottimismo trapela sulla buona riuscita dell’operazione.
Non è un mistero che l’ente deve fronteggiare la cancellazione dei fondi Gescal e il taglio (sempre più evidente) degli stanziamenti statali e regionali: dall’alienazione potrebbe arrivare ossigeno per le malconcie casse dell’Azienda territoriale di edilizia residenziale. Non bisogna dimenticare che le richieste di alloggi popolari sono in inarrestabile crescita. A Gorizia come a Monfalcone, a Cormòns come a Ronchi dei Legionari e Staranzano. «E riguardo alla carenza di alloggi popolari non si può gettare la croce addosso soltanto all’Ater perché, senza fondi adeguati, non si va da nessuna parte», ha sottolineato di recente il Sunia, il sindacato degli inquilini più rappresentativo.
Ma entriamo maggiormente nel dettaglio del Piano vendite intrapreso dall’ex Istituto autonomo case popolari: tutti gli appartamenti in vendita sono riportati dettagliatamente nel grafico in alto.
IL METODO. In linea prioritaria verrà proposta la vendita degli alloggi agli attuali inquilini. Se questi rifiuteranno, verrà proposto loro un cambio e se non accetteranno nemmeno questa proposta rimarranno in affitto sempre in quell’alloggio. Ma c’è il rovescio della medaglia: dalla vendita di questi beni l’Ater non otterrà immediatamente i fondi perché gli inquilini-compratori potranno pagare a rate il prezzo stabilito per la compravendita. «Ed è questo il limite principale di questa operazione. L’Ater – argomenta Alessandra Gargiulo – avrebbe bisogno di soldi subito per reinvestirli nella costruzione o nell’acquisto di altre case popolari. Con la rateizzazione viene meno la possibilità di avere disponibile denaro fresco pronto per essere reinvestito».
Nell’elenco ci sono anche quattordici alloggi sfitti che necessitano di qualche ristrutturazione e che verranni proposti a coloro che sono meglio piazzati in graduatoria.
IL PATRIMONIO. Infine, vale la pena di fare la «conta» del patrimonio immobiliare dell’ex Iacp attualmente in essere nell’Isontino.
L’Ater può contare su un patrimonio di oltre 4 mila appartamenti sparsi su tutta la provincia, un centinaio sono quelli inutilizzati che attendono nuovi inquilini. Un numero piuttosto consistente dinanzi a una richiesta piuttosto elevata di case – in particolar modo nel Monfalconese -. Negli ultimi quattro anni sono stati 521 gli alloggi assegnati dei quali 260 nuovi e 261 di risulta. A Gorizia gli appartamenti inaugurati sono stati 93 e quelli di risulta 85 per un totale di 178 appartamenti. A Monfalcone gli appartamenti nuovi sono stati, nell’ultimo quadriennio, 146 (soltanto 15 quelli ristrutturati). Parità assoluta fra Gradisca e Cormòns con 18 alloggi assegnati dal 2000 al 2004.

Il Piccolo, 31 agosto 2010
 
NON SI ALLENTA LA TENSIONE ABITATIVA IN CITTÀ 
Quasi 400 famiglie in attesa di una casa 
Negli ultimi due anni l’Ater ha ristrutturato e realizzato 130 alloggi. Entro l’anno un nuovo bando

di LAURA BORSANI

Un fabbisogno calcolabile attorno ai 350-400 alloggi a Monfalcone. Considerando non solo quanti sono in attesa dell’assegnazione di un’abitazione popolare, ma anche coloro che, sotto il profilo economico, si pongono in una ”fascia intermedia”, non avendo i requisiti per poter avanzare il diritto a una casa Ater e, al contempo, non riuscendo a sostenere un mutuo per l’acquisto di un immobile o l’affitto a prezzi di mercato. Il tutto, a fronte di una risposta, in fatto di assegnazione di alloggi popolari, che negli ultimi tempi ha consegnato in città circa 130 appartamenti.
La ”fame di casa” continua a rappresentare un indicatore di ”emergenza” tra le famiglie monfalconesi, alle prese peraltro con la morsa della crisi economica che, tra mobilità e cassa integrazione, ha messo in fila nuovi disagi sociali e povertà.
Una situazione, dunque, da ”bollino rosso”, come si evince dai dati in possesso del Comune e dalle richieste di sostegno pervenute ai Servizi sociali. Con ciò, come spiega l’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, tenendo conto anche degli altri interventi messi in campo dall’amministrazione comunale a sostegno dell’istanza abitativa. Un esempio su tutti è rappresentato dalla domanda relativa ai contributi taglia-affitti, per la quale l’assessore parla di un ”fabbisogno” di circa 500 richieste.
Un trend destinato a mantenersi su questo livello, se non ad aumentare ancora. Ne è convinto il segretario provinciale del Sunia, Sergio Donda: «La situazione – spiega – di fatto rimane invariata. Anzi, ritengo che l’andamento sia in progressivo peggioramento, proprio in virtù della crisi economica. Attualmente – continua -, non c’è alcun bando per gli alloggi popolari, poichè si procede alle integrazioni delle graduatorie attraverso l’inserimento di quanti hanno subito uno sfratto esecutivo. Gli sfratti – aggiunge – si attesterebbero attorno ai 70 casi, tra quelli esecutivi e quelli in attesa della sentenza esecutiva da parte del Tribunale».
Donda ricorda un aspetto riguardo alla città: «Il precedente Consiglio di amministrazione dell’Ater – dice – si era impegnato ad aprire entro l’anno un nuovo bando per Monfalcone, a fronte di una trentina di alloggi».
Per il segretario provinciale del Sunia, l’«emergenza casa» è un problema prioritario. Acuito, osserva, anche dagli sfratti. Il tutto considerando altresì le famiglie in attesa dell’assegnazione di un alloggio. E il conto sale, tra giovani coppie, anziani, famiglie alle prese con la cassa integrazione.
L’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, conferma la difficile situazione. «Ogni anno – ha osservato – l’Ater interviene con una rivisitazione delle graduatorie inserendo le nuove richieste. Tra nuove domande e la sostituzione di quelle già presentate, l’aumento medio è attorno al 30-40%. L’Ater, tuttavia – ha aggiunto -, negli ultimi tempi ha consegnato diversi alloggi in città, oltre un centinaio. Ad acuire la situazione è stata la riduzione del Fondo sociale, rendendo difficoltoso intervenire con le ristrutturazioni degli alloggi sfitti, comportando quindi una minore offerta di appartamenti».

Il Piccolo, 21 aprile 2010 
 
IL PROVVEDIMENTO HA LA VALIDITÀ DI UN ANNO  
Scatta la ”cassa” per i 36 stranieri di Adriatica

Continuano a moltiplicarsi i segnali di difficoltà  provenienti dal mondo dell’indotto Fincantieri. L’impresa Adriatica, operante nel settore delle coibentazioni nel cantiere navale di Monfalcone, cessa l’attività e per 36 lavoratori, quasi tutti del Bangladesh, questo significherà il ricorso alla cassa integrazione straordinaria. La concessione della Cigs è stata siglata a inizio settimana al ministero del Lavoro. Un risultato che viene giudicato positivo dal sindacato, che in queste settimane si è trovato a gestire anche accordi individuali per addetti dell’appalto che lamentavano il mancato pagamento di due mesi di stipendio. «Siamo riusciti a capire per tempo quale fosse la situazione e a gestirla – spiega il segretario provinciale della Fiom-Cgil, Thomas Casotto -, perché all’interno dell’impresa c’era una Rsu». Quella eletta alla metà dello scorso anno e tutta targata Fiom e tutta composta da cittadini originari del Bangladesh, che del resto costituiscono la stragrande maggioranza dei dipendenti dell’impresa. Anche in questo caso i lavoratori, come riferisce Casotto, sono stati costantemente coinvolti fino ad approvare in assemblea l’accordo sull’apertura della Cigs. La cassa integrazione straordinaria è stata concessa per un anno al quale se ne potrà aggiungere ancora uno e l’intesa comprende l’attivazione dei percorsi formativi necessari a riqualificare i lavoratori per procedere alla loro ricollocazione. «Viste le difficoltà che anche il mondo dell’appalto sta attraversando, a Fincantieri vorremmo chiedere di ragionare in termini di contratti di solidarietà – afferma il segretario provinciale della Fiom -, in modo da poter recuperare i lavoratori espulsi nelle ditte dello stesso settore che invece stanno ancora lavorando nel cantiere navale». La nascita della Rsu tutta bangladesha aveva sollevato un dibattito con la Lega Nord e anche con lo stesso titolare dell’impresa dell’indotto Fincantieri. Il sindacato da parte sua aveva ribattuto che la prima Rsu di una ditta degli appalti formata esclusivamente da lavoratori stranieri non era nata per “fare meno fatica” e, in ogni caso, era stata eletta in modo democratico. (la. bl.)

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Il Manifesto, 15 maggio 2008

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Il caso Fincantieri:
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La peste di Monfalcone.
Di Angelo Ferracuti

Monfalcone:
l'emergenza casa.

Di Giulio Tarlao


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