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Il Piccolo, 06 giugno 2010
 
VIAGGIO NELLA COMUNITÀ MUSULMANA ALL’INTERNO DELL’”ISLAM MONFALCONESE” DI VIA DUCA D’AOSTA 
«La moschea? È la crisi il vero problema» 
Irrealizzabile la costruzione o l’acquisto di un luogo per il culto. «Nessuno ci ha contattato»
«Le polemiche sulla religione sono un falso problema. Tanti italiani stanno come noi»

di GIOVANNI TOMASIN

«Figuriamoci se pensiamo a costruire moschee, i nostri problemi sono la cassa integrazione e gli affitti». Nella nuova sede dell’associazione Bangladesh in via Duca d’Aosta, cuore della comunità islamica monfalconese, il dibattito sulla moschea in città è accolto con un certo scetticismo. «Con la crisi la nostra situazione è diventata ancora più difficile – dicono -. Non abbiamo mai avuto la volontà di comprare una moschea, ma adesso la cosa è più che mai fuori discussione».
Anche la possibilità che un acquirente trevigiano converta l’ex rudere di via Fratelli Rosselli in un luogo di culto suscita perplessità: «Non siamo ancora stati contattati da nessuno – spiegano i membri dell’associazione – ed è strano che qualcuno voglia costruire una moschea per noi senza dircelo».
Al di là delle polemiche, la sede di via Duca d’Aosta offre uno spaccato interessante di quello che ormai si può definire l’Islam monfalconese. Accanto agli uffici dell’associazione bengalese, infatti, la sede ospita una sala di preghiera che è diventata un punto di riferimento per i musulmani del territorio. «Qui vengono tutti quanti – spiega Islam Md Jairul, rappresentante dell’associazione – oltre ai bengalesi abbiamo algerini, turchi, macedoni, senegalesi, etiopi, bosniaci».
La sala di preghiera è un luogo silenzioso: sul pavimento coperto di tappeti, i gruppetti di fedeli si incontrano cinque volte al giorno per osservare uno dei cinque Pilastri della religione islamica, la preghiera. «Anche la mattina presto c’è sempre qualcuno – dice Islam – e il venerdì vengono qui a pregare anche un centinaio di musulmani».
Provengano dai Balcani o dal subcontinente indiano, le persone che frequentano la sala trovano conforto nella fede comune.
«Ma l’islam è una questione personale – spiega Noureddine Benhammouda, algerino – il nostro modo di relazionarci con la società italiana non dipende dalla religione. Non esiste una condizione del ”musulmano in Italia”, esiste solo l’”immigrato in Italia”. E i nostri problemi ormai sono quelli di tutti: la crisi economica, la cassa integrazione.
«Negli ultimi mesi – continua – molti di noi hanno perso il lavoro, e conosciamo molti italiani che come noi hanno problemi economici». In questo contesto, dice Noureddine, le polemiche a carattere religioso sono un falso problema: «Servono soltanto a distrarre la gente dai problemi reali – afferma – vorrei sapere che problemi hanno creato fino ad adesso i musulmani. I nostri rapporti con le autorità sono molto tranquilli, non facciamo nulla di male». La comunità guarda con distacco ai partiti politici che fanno della questione dell’immigrazione una bandiera: «Se la Lega Nord ha i voti degli italiani è legittimo che dica ciò che pensa – dice Noureddine – noi lo rispettiamo, ma la questione non ci tocca poi tanto. A me interessa di più cosa pensa l’italiano che vive nella porta accanto: mi interessa l’integrazione».
Più che ad avviare operazioni immobiliari, i musulmani di Monfalcone sembrano interessati a risolvere le piccole questioni che regolano la loro vita comunitaria: «Non abbiamo un imam, colui che guida la preghiera – spiega Islam sorridendo – e quindi ci arrangiamo, scegliendo tra i più esperti qualcuno che guidi la preghiera a turno».
«Siamo un po’ stufi di questa cosa dell’imam ”fai da te” – aggiunge Noureddine – ci sono tante università, in Nordafrica o in Bangladesh, che formano persone che sanno veramente come si fa. Ci piacerebbe se un vero imam avesse un permesso per venire qui un periodo a istruirci, magari grazie a qualche accordo internazionale».
Secondo lo scrittore americano afghano Tamim Ansary, i due mondi che etichettiamo ”Islam” e ”Occidente” non sono contrapposti, raccontano semplicemente in modo differente la loro storia. Nella Monfalcone dell’immigrazione e della crisi economica, le due storie parlano ormai linguaggi affini. 

Il Piccolo, 26 maggio 2010
 
SE LA TRATTATIVA DOVESSE ANDARE IN PORTO LA SALA DI PREGHIERA SORGEREBBE A FIANCO DEL DUOMO 
Una moschea al posto dell’ex rudere di via dei Rettori 
La società proprietaria: un potenziale acquirente si è fatto avanti per destinare il futuro immobile a luogo di culto

di TIZIANA CARPINELLI

Nel cuore di Monfalcone, a due passi dal Duomo, i fedeli della religione islamica potrebbero trovare finalmente la loro masjid, vale a dire la loro moschea. Un misterioso e facoltoso acquirente ha infatti puntato gli occhi sull’area presso cui sorgeva, fino a lunedì, il rudere di via dei Rettori e si è fatto avanti per valutarne l’acquisto. Obiettivo: realizzare lì il primo luogo di culto per musulmani. Non essendo residente in città, ma provenendo da fuori, ha mandato avanti un mediatore, il quale nei giorni scorsi ha preso contatto con la Antiche mura srl: la società udinese attualmente impegnata nella riqualificazione del fatiscente immobile, già raso al suolo dagli operai.
«È effettivamente una delle diverse proposte pervenute alla nostra attenzione – ha confermato, al telefono, Giovanni Mastrobuoni della srl friulana -: non abbiamo avuto modo di incontrare direttamente il potenziale acquirente, ma per quanto ci è stato possibile appurare attraverso il mediatore si tratta di una persona che ha la disponibilità economica per concretizzare l’operazione. Naturalmente nel caso in cui quest’ultima dovesse andare in porto venderemmo l’intero immobile in blocco. Diversamente, procederemmo nella costruzione dell’edificio secondo progetto, ovvero con la realizzazione di un’unità commerciale al piano terra (ma si possono tranquillamente ricavare due distinti negozi, ndr) e due uffici al livello superiore. Anche questa seconda prospettiva, peraltro, ha già raccolto diverse offerte: abbiamo ricevuto proposte da professionisti del settore medico e legale interessati a insediarsi in questa zona».
Per acquisire l’immobile nel suo complesso, invece, si era fatto avanti tre anni fa un importante istituto di credito. Che, a quanto pare, non si sarebbe successivamente insediato in alcuna altra sede a Monfalcone. E che, forse, potrebbe ancora avanzare la sua ”opa” sul sito, rappresentando quindi un diretto competitor del misterioso acquirente desideroso di creare a Monfalcone la prima moschea per islamici.
Intanto il restyling, all’angolo tra le vie frattelli Rosselli e dei Rettori, procede: tempo un paio di giorni e sarà ultimata la fase delle pulizia, per la messa in sicurezza del cantiere. E, nell’arco di dieci giorni – ha assicurato Mastrobuoni -, la costruzione del nuovo edificio verrà avviata. Sfumata, invece, l’ipotesi di dare seguito al famoso Piano di recupero, sulla scia di quanto affermato dall’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo: «Non ci sono più margini per quell’operazione: abbiamo dimostrato la massima disponibilità a un incontro con l’amministrazione che tuttavia, negli ultimi tre mesi, non si è potuto avere. Ora il tempo è scaduto», ha tagliato corto l’imprenditore.

Il Piccolo, 26 maggio 2010
 
FULMINE A CIEL SERENO ALLA FINCANTIERI
Capobianco lascia la direzione, torna De Marco 
Cambio al vertice: il nuovo responsabile sarà affiancato da Quintano proveniente da Ancona
L’azienda: decisione per razionalizzare le competenze

Fulmine a ciel sereno nella stanza dei bottoni alla Fincantieri di Monfalcone. Con decorrenza da ieri, Paolo Capobianco, 58 anni, ingegnere navalmeccanico, non è più direttore dello stabilimento di Panzano, il maggiore dei nove cantieri dell’intero gruppo, che conta circa 1.800 dipendenti diretti, a cui si aggiungono i 2.500 lavoratori delle ditte private impiegate nell’indotto. L’avvicendamento è stato firmato dall’amministratore delegato Giuseppe Bono. Capobianco ha assunto l’incarico di vicedirettore della Corporate sviluppo industriale, con sede a Trieste, il cui vertice è rappresentato da Carlo De Marco, ora nominato nuovo direttore ad interim della Fincantieri di Monfalcone. Sarà supportato da Antonio Quintano, attuale dirigente del cantiere di Ancona, il quale si occuperà in particolare della realizzazione dei programmi produttivi. Quintano è stato vicedirettore del polo di Marghera, dove lo stesso Capobianco – nato a Monfalcone – si era trasferito nel 2002 per impugnare il timone dello stabilimento navale veneto.
Secondo quanto reso noto da Fincantieri, «alla luce dell’esperienza maturata a Marghera e a Monfalcone, Capobianco sarà chiamato a mettere in rete tutte le conoscenze acquisite». Resta il fatto che la fulmineità dell’ordine di servizio partito dall’ad Bono ha fatto sussultare sulle sedie più di un dirigente del gruppo. Una prassi di questo tipo, che ha praticamente azzerato i termini di avviso, risulta infatti assolutamente inusitata. Tant’è che la notizia è circolata molto rapidamente, ieri, tra le alte sfere. È consuetudine che i cambi di ruoli di vertice siano comunicati con un certo anticipo, cosa che, pare, in questo caso non è avvenuta.
«L’avvicendamento – ha proseguito ancora il gruppo – rappresenta una volontà e una necessità di razionalizzazione delle competenze, alla luce anche dell’attuale frangente di scarico produttivo». Ad Ancona, infatti, la mole di lavoro risulta sicuramente ridimensionata rispetto alla realtà monfalconese. Di qui la necessità di ”esportare” Quintano in sedi al momento più opportune.

Il Piccolo, 26 maggio 2010
 
PANZANO. PER L’AZIENDA L’AVVICENDAMENTO ALLA DIREZIONE TRA CAPOBIANCO E DE MARCO E’ DEL TUTTO NORMALE 
«Cantiere, cambio al vertice in una fase delicata» 
Holjar (Uilm): proprio ora che la Cig toccherà il Montaggio. Luxich (Fiom): scelte legate agli scarichi di lavoro

di TIZIANA CARPINELLI

È dai ranghi sindacali che sono uscite, ieri, le prime reazioni al repentino cambio di timone alla Fincantieri di Monfalcone, dove l’altro giorno si è registrato l’avvicendamento di Paolo Capobianco, 58 anni, ingegnere navalmeccanico, dal ruolo di direttore dello stabilimento di Panzano. Andrà a ricoprire l’incarico di vicedirettore alla Corporate sviluppo industriale, con sede a Trieste. Un ruolo ritenuto dall’azienda più prestigioso e in linea con le competenze maturate nel suo cursus honorum. Pur messi a conoscenza, la sera prima, dell’ordine di servizio firmato dall’ad Giuseppe Bono, i rappresentanti delle sigle Fiom, Fim e Uilm sono letteralmente caduti dalle nuvole alla notizia del cambio di vertice. Infatti hanno chiesto ieri mattina un incontro urgente con la direzione dello stabilimento, la quale ha poi illustrato alla Rsu i mutati scenari, presenti lo stesso Capobianco e Carlo De Marco, nominato direttore ad interim (supportato da Antonio Quintano, dirigente proveniente da Ancona).
«È stata una decisione inaspettata – ha esordito Moreno Luxich (Fiom) -: prassi vorrebbe che comunicazioni di questo tipo venissero annunciate con un certo preavviso. Ci rendiamo conto, tuttavia, che si tratta di scelte dettate da contingenze economiche, legate agli scarichi di lavoro, ed è dunque alla luce di un tale quadro che reputo plausibile l’ottimizzazione delle risorse». «Con l’ex direttore Capobianco – ha proseguito – abbiamo avviato un percorso importante, teso alla gestione della Cassa integrazione, di fatto a tutt’oggi la criticità maggiore, e alla discussione sugli appalti, da affrontare a breve in Confindustria. Ebbene finora siamo riusciti a trattare questi aspetti con esito positivo: vi sono state, certo, delle dispute accese e a tratti perfino aspre, ma su tutti i punti si è riusciti a trovare una soluzione. Il nostro auspicio, dunque, è che si possa continuare sul solco tracciato da Capobianco. Poiché, pur nella distanza dei reciproci ruoli, non sono mai venuti meno il rispetto e la lealtà. Il dirigente ha saputo agire con senso di responsabilità, da buon interlocutore». «È stato un fulmine a ciel sereno – ha aggiunto Andrea Holjar (Uilm) – tanto più che l’ordine è arrivato nel momento il cui la Cigo entra nella fase sindacalmente più complessa, andando a toccare le aree del Montaggio e del Pre-montaggio, significativamente in mano alle ditte d’appalto, e a ridosso della verifica di giugno sull’integrativo. Non conosciamo le ragioni interne dell’avvicendamento, ma sappiamo che la motivazione è legata a scelte tecniche: ora Capobianco potrà mettere a frutto la sua grande esperienza seguendo tutti i cantieri. Noi ci siamo trovati bene: anche nello scontro si è dimostrata una persona leale».
E proprio il temperamento franco dell’ex direttore di stabilimento, stando a voci di corridoio, potrebbe aver influito nei rapporti con l’armatore che, in qualche modo, avrebbero a loro volta inciso sugli indirizzi. Ma la Fincantieri non ha inteso prestare il fianco a dietrologie, ribadendo anzi il prestigio dell’incarico assegnato a Capobianco: «Alla Corporate sviluppo e direzione industriale – rende noto il gruppo – egli potrà seguire l’efficientamento complessivo grazie al trasferimento delle pratiche e delle metodologie migliori perseguite nei diversi cantieri, dunque intervenendo sui processi e la qualità dei prodotti. Sulla scorta dell’esperienza maturata Capobianco potrà fare molto bene alla Corporate: continuerà a seguire il cantiere di Monfalcone, ma da un altro livello, superiore s’intende». Relativamente alla fulmineità dell’ordine di servizio, Fincantieri ha sottolineato che «si è trattato di un inter assolutamente normale, non c’è stato alcun taglio di teste: se si va dietro alle voci, allora già mesi fa Capobianco sarebbe dovuto finire in Liguria». «In realtà – ha chiosato – l’avvicendamento rappresenta solo la volontà di razionalizzare le competenze, alla luce dello scarico produttivo».
L’onestà intellettuale dell’ex direttore è stata tirata in ballo anche da Michele Zoff (Fim): «Ci ha lasciato un po’ perplessi l’improvviso colpo di scena, poichè il cambiamento, all’interno della Fincantieri, è sempre stato graduale. Io ho apprezzato molto, sotto il profilo umano, l’ingegner Capobianco: l’ho trovato leale, preparato, aperto al dialogo e sempre rispettoso dei ruoli». E il nuovo direttore ad interim, peraltro già dirigente a Panzano? «Tecnicamente competente e profondo conoscitore dell’ambiente – ha replicato -: non credo che avremo problemi».

Il Piccolo, 19 maggio 2010
 
S’incatena davanti al cantiere: «Datemi i soldi» 
Ma il datore di lavoro replica: «È lui che mi deve ancora gli arretrati per affitti non pagati»

Davanti agli occhi impotenti della sua compagna, un falegname serbo di 54 anni, Zivorad Budimirovic, si è incatenato ieri mattina al portone d’ingresso dello stabilimento Fincantieri. Lo ha fatto in segno di protesta verso il suo datore di lavoro, Ignazio Catania, titolare di una ditta che opera dentro il cantiere (la Tecnofitting) e che lo aveva assunto a metà gennaio, con contratto a tempo determinato di tre mesi, dopo due settimane di prova. All’origine dell’episodio, stando alle parole pronunciate ieri dall’operaio, il mancato pagamento di una parte dei compensi dovuti. Circostanza smentita però dallo stesso imprenditore Catania, che ha parlato di «trattenute sullo stipendio dettate da debiti pregressi legati all’affitto di una casa». L’eclatante gesto avvenuto dopo le 9.30, ad ogni modo, non è passato inosservato dal momento che non appena il serbo si è legato con una catena alla ringhiera è subito giunta sul posto una volante del locale commissariato di Polizia. Che, assieme al personale della Digos, si è posta quale mediatore tra le parti. «Non ho più di che mangiare e rischio che mi buttino fuori casa perché non posso pagare l’affitto – ha protestato Budimirovic -: io ho lavorato e ho diritto a ricevere il mio stipendio. Un operaio va pagato». L’uomo, che ha riferito di essere caduto dalle scale del ponte 2 a fine marzo e di essere ancora in infortunio, si era già rivolto a sindacati, carabinieri e Inail. Ma il datore di lavoro non ne ha voluto sapere: «Anni fa gli avevo dato in affitto una casa e ho dovuto sfrattarlo perchè insolvente. Non sto a dire in che condizioni ho ricevuto l’immobile… Successivamente l’ho trovato in stato di bisogno e gli ho offerto un lavoro, trattenendo dallo stipendio una parte delle somme dovute. Il primo mese è filato tutto liscio, poi no. L’incidente? Ho segnalato io stesso la mia versione all’Inail… staremo a vedere». Alle 11 il falegname ha tolto la catena. (t.c.)

Il Piccolo, 07 giugno 2010
 
Consulta stranieri, in 1500 alle elezioni 
Urne aperte il 4 luglio Il 30% dei seggi andrà alla ”minoranza”

Alle spalle le polemiche, tutte italiane e interne al centrosinistra, sulla Consulta degli stranieri, i cittadini immigrati di Monfalcone si preparano già ad eleggere il loro organismo di rappresentanza.
I seggi saranno aperti il 4 luglio prossimo, a partire dalle 8 del mattino e fino alle 20 di sera. La sede elettorale è quella dell’ex dispensario di via Vecellio, sede dei corsi di italiano per stranieri e già centro di accoglienza per i minorenni stranieri non accompagnati.
Le scadenze imposte alla comunità straniera abitante in città sono davvero strette, dopo l’approvazione del regolamento della Consulta, avvenuta in Consiglio comunale una decina di giorni fa. Gli immigrati dovranno pertanto presentare le liste dei propri candidati entro il 14 giugno prossimo, mentre il Comune di Monfalcone sta già procedendo all’invio delle convocazioni al voto a circa 1.500 stranieri aventi diritto a recarsi alle urne, cioè maggiorenni, residenti in città da almeno un anno e da almeno due anni in Italia.
Con tutta probabilità, l’amministrazione comunale andrà a un incontro con i rappresentanti delle varie comunità e associazioni attive in città per un’ultima tornata informativa. In base al regolamento recentemente approvato dal Consiglio comunale, le donne avranno una rappresentanza garantita all’interno della Consulta degli stranieri residenti a Monfalcone.
Il meccanismo individuato dall’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, assieme ai suoi uffici, non passa dalle quote rosa nelle liste che le varie comunità dovranno presentare per essere elette nella Consulta, pur rimanendo la raccomandazione di riservare il 30 per cento delle candidature al «genere meno rappresentato». La soluzione è, invece, quella di aggiungere fino ad un massimo di due seggi da assegnare sempre al genere meno rappresentato ai quindici previsti per comporre l’organismo, nel caso in cui tutti i quindici componenti siano dello stesso genere. La Consulta degli stranieri resterà in carica per una durata di tre anni e la sua rielezione dovrà essere effettuata entro sei mesi dallo scioglimento.
La ripartizione dei seggi, inoltre, sarà effettuata in modo da tenere conto delle preferenze, ma anche garantendo una rappresentanza per nazionalità. Nell’ambito dei quindici componenti sarà quindi individuata la presidenza della Consulta, composta da tre persone, che a rotazione fungeranno da presidente.

 Il Piccolo, 17 maggio 2010
 
CONSULTAZIONI DEI COMITATI APERTE AGLI ASIATICI
Bengalesi alla conquista dei rioni 
Si parte da Romana-Solvay. Eletto e ”perdonato” l’ex assessore Montagnani
 
di TIZIANA CARPINELLI

Bengalesi alla conquista dei rioni. Parte dal comitato di Romana-Solvay, la scalata asiatica ai cinque parlamentini di Monfalcone: nel corso della recente tornata elettorale, chiamata a ridistribuire le cariche entro l’associazione di quartiere, il presidente uscente (in seguito riconfermato) Giorgio Busatto ha per la prima volta esteso l’invito al voto alla comunità bangladesha. Che, seppur timidamente, ha raccolto la sfida. Un primo, tangibile segno di integrazione dal basso, dunque, non avvenuta sotto il ”cappello” delle istituzioni e della politica.
Certo, già in passato i bengalesi avevano partecipato a consultazioni elettive locali, ma si era trattato perlopiù di votazioni politiche. Emblematico il caso delle recenti primarie del Partito democratico, quando centinaia di immigrati si erano riversati ai seggi del centrosinistra. L’operazione voto, tuttavia, si era esaurita lì. Esulano, perché avvenuti sotto l’egida del Comune, anche i meccanismi di nomina degli organi rappresentativi, come la Consulta immigrati. Per questo, con la partecipazione delle famiglie bengalesi al recente rinnovo delle cariche del comitato di Romana-Solvay potenzialmente s’innesta una nuova presenza nelle realtà rionali, capace di influire sulla vita quotidiana dei cittadini: un domani la comunità asiatica legittimamente potrebbe avere dei rappresentanti nei rioni suscettibili di favorire, grazie a un’efficacie mediazione su eventuali attriti, la coesione sociale e l’inserimento degli stranieri in città. Il presidente Busatto, 69 anni, pensionato, si farà infatti promotore dell’iniziativa anche presso altri quartieri.
In realtà non vi è mai stato un ostacolo alla partecipazione dei bengalesi alle consultazioni rionali. Semplicemente le notizie non raggiungevano la comunità asiatica per problemi linguistici o d’informazione e dunque di fatto ne restava esclusa. Stavolta, il tempestivo invito del presidente rionale Busatto ha raccolto una ventina di voti dalla compagine bengalese. Che in quel rione, va detto, non risulta presente in maniera capillare come invece accade in centro o a Largo Isonzo. «Ho pensato – ha spiegato il presidente rionale – che fosse meglio coinvolgerli sul piano umano e sociale, per favorire una reale integrazione, piuttosto che mantenerli isolati dalla nostra collettività. Ciò anche per entrare nel merito delle problematiche legate alla reciproca convivenza».
Insomma, potrebbe non essere così futuristica l’immagine di un rione guidato da un presidente originario del Bangladesh. E, a questo punto, a un assessore o un consigliere comunale bengalese. Non dimentichiamo che già in passato il rione Romana-Solvay è stato il trampolino di lancio per la carriera politica di esponenti monfalconesi. Si pensi ad Andrea Montagnani, l’ex assessore alla Progettazione di quartiere dimessosi a seguito di vicende giudiziarie legate al possesso di marijuana. E guardacaso proprio dall’associazione di quartiere Montagnani pare intenzionato a ripartire: candidato a entrare nel direttivo è stato nuovamente eletto, grazie a una sessantina di voti. «Dopo le sue vicissitudini – conclude Busatto – è una piccola soddisfazione. La sua nomina, infatti, vuol dire questo: ”Montagnani va perdonato”». Martedì alle 20.30, nella sede del comitato, le diverse cariche verranno distribuite tra i membri del direttivo.

Il Piccolo, 19 maggio 2010
 
IL PROCESSO PASSA ANCHE ATTRAVERSO L’ELEZIONE NEI COMITATI 
Integrazione, i bengalesi partono dai rioni 
«Vogliamo contare di più». Tiepida la reazione in città alla richiesta di una rappresentanza

di TIZIANA CARPINELLI

Desiderano diventare cittadini a tutti gli effetti. Non vogliono essere solo operai, commercianti o mediatori sociali che al termine del lavoro si ritrovano in piazza per chiacchierare tra di loro, senza degnare d’attenzione gli altri: i bengalesi desiderano avere un ruolo attivo a Monfalcone, partendo dal basso, vale a dire dai rioni. È dunque con autentico entusiasmo che la comunità asiatica ha accettato la sfida lanciata dal quartiere Romana-Solvay, dove per la prima volta il voto del direttivo ha visto il coinvolgimento della comunità asiatica.
Per loro, i bengalesi, è una chance imperdibile: l’opportunità di smettere d’essere spettatori passivi di ciò che accade attorno e diventare interpreti delle esigenze di integrazione. Lo ha spiegato bene Mohammad Hossain Mukter, 32 anni, noto come Mark, rappresentante di spicco della comunità straniera più numerosa in città: «È un momento storico per gli immigrati residenti a Monfalcone, perchè hanno potuto esprimere per la prima volta una preferenza in seno ai comitati: con le primarie del Pd avevamo scaldato i muscoli, ora abbiamo fatto un passo avanti verso l’obiettivo finale, cioè il voto alle amministrative». Secondo Mark i parlamentini monfalconesi rappresentano «la possibilità di avvicinare le famiglie e approfondire le esigenze di accoglienza». «Inoltre – conclude – l’inserimento dei bengalesi nei comitati può servire a entrare in contatto con la nostra cultura e il nostro modo di essere, per favorire la sicurezza dei monfalconesi. Finchè una cosa non si conosce è normale che vi siano paura e diffidenza, dal dialogo, invece, parte l’integrazione. Questa piattaforma farà da ponte tra le due culture, ne sono sicuro, e fin d’ora ringrazio il presidente Giorgio Busatto e il rione Romana-Solvay per la sua apertura».
Ma dagli altri parlamentini la posizione non è univoca: c’è chi gela e chi invece raccoglie l’invito. Come il rione Aris-San Polo: «Non vedo grosse difficoltà ad avere elettori e candidati bengalesi – esordisce il presidente Onelio Pauletti – dopo tutto queste persone lavorano qui, risiedono qui e qui pagano le tasse. Mi sembra un’operazione giusta, anche perchè loro sono meglio di altri trasfertisti… L’importante è che si comportino bene, nei limiti della loro cultura, peraltro profondamente diversa dalla nostra. Del resto già da tempo, ovvero dall’adesione alla donazione del sangue, mi pare sia emersa una volontà a entrare a pieno titolo nella vita cittadina. Qui ad Aris, dunque, non verranno penalizzati: siamo disponibili a valutare ogni eventuale candidatura».
Di tutt’altro tono l’intervento di Roberto Della Sala, presidente dell’Associazione per Panzano: «Questo è l’ultimo problema del quartiere – sottolinea -: nulla osta, un domani, che la partecipazione dei bengalesi alla vita rionale possa essere piena e leggittima a tutti gli effetti, però vorrei vederli alle prese col Piano di recupero per Panzano o con una richiesta di incontro col sindaco… Auguri! Devo dire, comunque, che la comunità asiatica è qui presente in misura irrisoria rispetto ad altri nuclei familiari». Se il presidente del comitato di Largo Isonzo, Alberto Benes, si trincera dientro un telegrafico «Non posso esprimermi, devo prima discuterne in direttivo», Sergio Cocchietto del rione Centro si confronta con questa nuova prospettiva: «Qui i bengalesi sono presenti in percentuale maggiore e vi sono delle oggettive difficoltà a relazionarsi con loro, poiché spesso ci creano enormi problemi linguistici e l’impossibilità a capire se le problematiche sono state comprese fino in fondo o meno. Non solo: spesso per parlare col singolo bisogna rivolgersi a un referente della comunità, altrimenti non c’è nulla da fare. A titolo personale, sono favorevole sia al voto sia alla candidatura, purché le persone elette si rimbocchino le maniche e si diano da fare per il bene del quartiere. Auspico, quindi, si tratti di persone che conoscono perlomeno la lingua e la storia della città».

Il Piccolo, 15 maggio 2010
 
STORTURE NELLA GESTIONE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI 
Cassa integrazione, c’è chi ne approfitta 
Tecnici risultano in Cig ma sono al lavoro per 8 o più ore in alcune ditte del subappalto

di FABIO MALACREA

Millesettecento lavoratori in cassa integrazione nell’Isontino. Solo nell’ultimo trimestre del 2009 la ”cassa” ha colpito per il 30% in più rispetto a tutto l’anno precedente. Al momento attuale solo i cantierini in Cigo sono circa 170 e arriveranno a 450. La crisi però sta interessando sempre più anche le ditte dell’indotto con scarichi di lavoro e ”cassa” che coinvolgono decine di operai e tecnici del premontaggio e delle salderie. L’effetto è catastrofico per migliaia di famiglie, costrette a vivere con ”buste” di 700 euro al mese con cui pagare il mutuo della casa o l’affitto, far studiare i figli e… sopravvivere.
Eppure c’è anche chi riesce a guadagnarci, sfruttando proprio la ”cassa” per scaricare le spese sullo Stato e far lavorare comunque il personale a pieno regime. Un fenomeno recente che interesserebbe piccole ditte impegnate nell’orbita della Fincantieri, ma non solo. Tanto sommerso da essere per ora sfuggito ai controlli dell’Inps e della stessa azienda navalmeccanica. Anche se, da ”voci” raccolte all’interno degli ambienti sindacali, qualche segnalazione ci sarebbe già stata. Un fenomeno per ora affidato a rivelazioni di lavoratori che si trincerano dietro a uno stretto anonimato, visto che in ballo c’è il loro posto di lavoro e una paga a fine mese.
È il caso, a esempio, di un consorzio di imprese di progettazione navale a Monfalcone che si sta avvalendo della cassa in deroga dallo scorso ottobre. I dipendenti sarebbero stati messi in Cig a 4 e 8 ore, ma si continuerebbe a farli lavorare normalmente pagandoli meno. Come se la ”cassa” non ci fosse. Un aggiramento delle norme, insomma, che consentirebbe alle ditte, mettendo alcuni lavoratori in Cig per 4 ore, di prendere i soldi dall’Inps impiegando ugualamente il dipendente per 8 ore e pagando (meno) le ore extra-Cig. Con il rischio di scatenare una guerra tra poveri.
«Chi si è lamentato, esprimendo le proprie perplessità – confida un lavoratore – è stato messo in cassa a 8 ore pur avendo un mutuo da pagare e una moglie da mantenere, mentre chi il mutuo non ce l’ha o vive con i genitori risulta tranquillamente in ditta solo per rispondere al telefono percependo, da ottobre, le ore di Inps, le ore lavorative regolari, più 7 euro per il lavoro extra». Le situazioni del genere non sarebbero poche, con diverse gradazioni di colpa. E a queste si aggiungerebbero, a danno dei lavoratori, i tempi lunghi per ottenere le prime indennità di cassa.
Fincantieri rivela di non aver mai ricevuto segnalazioni in tal senso. Ma di essere pronta a intervenire se ciò dovesse emergere. «Come sindacato, non siamo a conoscenza di queste storture – dice Paolo Liva, segretario provinciale della Cgil -. Ma non mi meraviglia affatto che possano essersi verificate, soprattutto nelle realtà più piccole. Il rischio non va sottovalutato. Più controlli? Ritengo che, almeno all’interno di Fincantieri, molto potrebbe essere risolto rendendo obbligatoria per tutti i lavoratori dell’appalto la timbratura dei cartellini all’ingresso e all’uscita. Ma mi rendo conto che, comunque, un problema così frammentato sia di difficile soluzione e altrettanto difficile sia la verifica da parte degli organismi di controllo, visto che si basa sul silenzio di tutti: dei responsabili delle ditte, che ci guadagnano, e degli stessi lavoratori, che rappresentano in questo momento l’anello più debole della catena».
 
Il Piccolo, 16 maggio 2010
 
Gherghetta: «Subito verifiche a tappeto speculare sulla ”cassa” è una truffa»

di FABIO MALACREA

Speculazioni sulla cassa integrazione in piccole ditte, lavoratori dissidenti discriminati e lasciati a casa con 750 euro al mese mentre altri colleghi in Cig fanno orario pieno. Ma ora spuntano anche casi di violenze. Viene da Marghera la denuncia dello Slai Cobas che riferisce dell’aggressione di un operaio bengalese da parte di un connazionale amico del titolare di una ditta dell’appalto Fincantieri, solo per essersi rivolto al sindacato allo scopo di avere sostegno nella richiesta di ottenere rimborsi per il trasferimento da Marghera, dove era stato assunto, a Monfalcone.
Distorsioni, guerra tra poveri, lavoratori messi l’uno contro l’altro. A pretendere chiarezza è il presidente della Provincia Enrico Gherghetta. «Sulla gestione della cassa – dice – non possono essere tollerate irregolarità che, alla fine, vanno a pesare sui conti dell’Inps e quindi sulle tasche di tutti i cittadini. Gli ammortizzatori sociali sono uno strumento troppo importante per essere adombrato da trucchi e trucchetti che hanno un solo nome: truffe». Va giù duro Gherghetta dopo la denuncia di irregolarità in alcune piccole realtà dell’indotto Fincantieri, e non solo, che starebbero usufruendo della ”cassa”, sfruttandola per scaricare le spese sullo Stato e far lavorare comunque il personale a pieno regime. Un fenomeno recente che interesserebbe piccole realtà con irregolarità che sarebbero sfuggite per ora ai controlli dell’Inps e della stessa azienda navalmeccanica. Gherghetta non intende restarsene con le mani in mano, visto che proprio la Provincia è impegnata nell’organizzazione di corsi di riqualificazione per lavoratori in cassa o in mobilità, per dare loro una speranza di occupazione in una situazione drammatica che vede nell’Isontino 1700 lavoratori in ”cassa” e un’impennata del ricorso all’ammortizzatore sociale che nei primi quattro mesi del 2010 ha già ampiamente superato il monte-ore del 2009.
«La cassa integrazione ha delle regole complesse ma dei principi estremamente chiari. Se una ditta o un’impresa accusa scarichi di lavoro lascia a casa temporaneamente i lavoratori ai quali viene riconosciuto un indennizzo dallo Stato. Questi lavoratori possono comunque svolgere lavori socialmente utili o frequentare corsi di riqualificazione. Se in una realtà produttiva di qualsiasi genere dei lavoratori in ”cassa” si trovano al lavoro vuol dire che è in atto una truffa bella e buona. Io non ho avuto notizia di questi fatti. Ma non voglio correre rischi. Investirò immediatamente del problema l’assessore al Lavoro Pascolin e chiederò a Fincantieri e all’Ispettorato del lavoro di intensificare i controlli. Non è questo il momento di sfruttare la ”cassa” per guadagnarci su. Spero davvero che si tratti solo di qualche caso isolato».

Il Piccolo, 26 maggio 2010
 
PIENA COLLABORAZIONE DELLA DIREZIONE DEL LAVORO CON LA PROVINCIA 
Accertamenti su eventuali speculazioni nell’utilizzo della Cassa integrazione

 
«Speculare sulla cassa integrazione è una truffa. Chiederò al mio assessore Alfredo Pascolin di sensibilizzare l’Ispettorato del lavoro al fine di intensificare i controlli». Queste le dichiarazioni rese dal presidente della Provincia, Enrico Gherghetta al nostro giornale dove venivano segnalate speculazioni sulla cassa integrazione in piccole ditte, copn lavoratori lasciati a casa con 750 euro al mese mentre altri colleghi in Cassa integrazione guadagni lavoravano a tempo pieno.
Una promessa mantenuta, quella di Gherghetta, visto che la responsabile della Direzione provinciale del Lavoro, dottoressa Nicolina Cavallaro, ha inviato ieri una lettera all’assessore provinciale al Lavoro, Alfredo Pascolin, assicurando all’amministrazione provinciale la piena collaborazione e la dovuta segnalazione in caso di comportamenti non conformi alla legge da parte delle aziende operanti nell’Isontino. «La Cassa integrazione – sottolinea la responsabile della direzione provinciale del Lavoro – è un ammortizzatore sociale quantomai necessario in questo sfavorevole periodo, per le aziende effettivamente in crisi». Piena soddisfazione, dunque, da parte di Alfredo Pascolin. «La pronta risposta della Direzione provinciale del Lavoro – dice l’assessore della Provincia – è un segnale positivo ed estremamente importante. I casi di speculazioni sulla cassa integrazione sono veri e propri abusi che sottraggono risorse alle imprese realmente bisognose». «Si tratta di comportamenti inaccettabili – continua Pascolin – che cercheremo di reprimere con tutti gli strumenti a nostra disposizione».
Sulla stessa linea il presidente Enrico Gherghetta: «Non si possono tollerare truffe nella gestione della cassa integrazione. Eventuali irregolarità andrebbero ad appesantire ulteriormente i conti dell’Inps e, di conseguenza, le tasche di uttti i contrbuenti». «Piena fiducia e collaborazione, dunque, verso la Direzione provinciale del Lavoro – continua Gherghetta – con un unico obiettivo: intensificare i controlli e tutelare gli interessi dei lavoratori in difficoltà e dei cittadini».

Il Piccolo, 26 maggio 2010
 
INCONTRO TRA LA RSU E IL SINDACO PIZZOLITTO 
La Rsu chiede più controlli sull’uso della Cig da parte delle imprese legate al subappalto

La situazione produttiva dei cantieri navali è stata al centro di un incontro fra il sindaco, Gianfranco Pizzolitto e il coordinamento della Rsu di Fincantieri. Sono stati affrontati, in particolare, gli aspetti relativi al carico di lavoro, agli organici e agli appalti, alla luce anche del patto sulla trasparenza sottoscritto con la prefettura. I rappresentanti sindacali hanno rappresentato una serie di anomalie che si riscontrano in questa fase di riduzione del personale e nella quale si possono determinare situazioni di violazione dei diritti contrattuali e salariali nei confronti degli addetti. Si tratta di attivare un maggior controllo, hanno sottolienato, per evitare il rischio che ditte spregiudicate possano determinare con i loro comportamenti situazioni di sfruttamento dei lavoratori. In questi casi la chiusura delle imprese comporta per i dipendenti l’impossibilità di utilizzare gli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione. Il sindaco, ha illustrato l’esito del recente incontro con l’amministratore delegato Guseppe Bono, al quale tra l’altro, Pizzolitto ha richiesto anche, che per quanto possibile, nell’indotto sia utilizzata l’imprenditoria regionale. Il sindaco, Pizzolitto, a seguito dell’incontro, si è impegnato a sensibilizzare il prefetto per un incontro con la Rsu sulle problematiche del personale delle ditte in appalto, onde risolvere i problemi segnalati dal sindacato.

Il Piccolo, 15 giugno 2010
 
Cassa in Fincantieri, appello al governo 
I sindacati chiedono un incontro con sindaco e prefetto

L’ordine di due super-passeggeri arrivato a maggio garantisce un minimo di prospettiva allo stabilimento Fincantieri di Monfalcone. Il carico di lavoro a livello di gruppo è però insufficiente. In mancanza di commesse ”governative”, la realizzazione delle due nuove navi da crociera, per quanto grandi, rischia quindi di essere insufficiente ad alimentare la stessa Monfalcone, se la prospettiva è quella di aumentare la quota di lavorazioni affidate ad altri cantieri del gruppo per alleggerire il ricorso alla cassa integrazione. In vista potrebbe esserci anche un aumento del numero di dipendenti Fincantieri di altri stabilimenti dirottati su Monfalcone sempre per tamponare lo scarico di lavoro. Ecco perchè le segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm e le Rsu delle stesse sigle chiedono, a ranghi serrati e con urgenza, un incontro al sindaco Gianfranco Pizzolitto e al prefetto di Gorizia Maria Augusta Marrosu. Dal Governo il sindacato dei metalmeccanici si attende quindi un’assunzione di responsabilità, anche perchè in ballo ci sono i posti di lavoro creati in modo diretto da Fincantieri e i tanti dell’indotto. Il sindacato ieri ha quindi ricordato di aver chiesto a Fincantieri un tavolo per discutere della riorganizzazione complessiva dell’appalto. Le organizzazioni dei metalmeccanici hanno firmato otto accordi di cassa integrazione a maggio e tre a giugno con altrettante imprese esterne. Al momento lo scarico di lavoro nell’indotto è di circa 300 lavoratori (contro i 340 di Fincantieri), ma il settore potrebbe subire un calo tra i 600 e i mille addetti rispetto i 3mila di oggi. (la.bl.)

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