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Il Piccolo, 17 luglio 2010
 
UN CONVEGNO A TRIESTE SULLA SICUREZZA DEGLI IMPIANTI. SOLO L’ANNO PROSSIMO LA MAPPA DEI SITI 
Nucleare a Monfalcone, il governo non si sbilancia 
Il sottosegretario Saglia (Sviluppo economico): «Una centrale è un’opportunità, non una iattura»

TRIESTE Nessuna smentita e nessuna conferma sull’ipotesi di centrale nucleare a Monfalcone. Il sottosegretario allo sviluppo economico, Stefano Saglia, non si sbilancia. Per l’ennesima volta si ipotizza la città dei cantieri come possibile sito per un impianto nucleare? Per l’esponente del governo, ieri a Trieste per partecipare al convegno organizzato dalla Sogin (Società gestione impianti nucleari) insieme al sottosegretario all’ambiente Roberto Menia, non c’è nulla di concreto perché la mappa dei siti si conoscerà appena l’anno prossimo.
MONFALCONE «Ad oggi – afferma Saglia – non è possibile né smentire né confermare alcuna ipotesi. Stiamo costruendo l’architettura normativa per garantire la sicurezza dei territori. Pertanto, quando si parla di possibili siti siamo semplicemente di fronte a delle voci». Anche Roberto Menia conferma quanto affermato dal collega di governo assicurando che «al momento non c’è nulla». Saglia ha comunque aggiunto che ospitare una centrale nucleare «va visto come un’opportunità e non come una iattura». Il programma del governo in questo settore va avanti, ha confermato il sottosegretario, aldilà di «qualche ritardo» dovuto alle dimissioni dell’ex ministro per lo sviluppo economico, Claudio Scajola, e alla successiva mancata nomina di un nuovo ministro.
RITARDI «Sicuramente – ha spiegato Saglia – il problema di aver ritardato di qualche mese la nomina dei componenti dell’Agenzia nucleare ha avuto un effetto, ma non è drammatico». Secondo il sottosegretario, tuttavia, «l’altro lato della medaglia consiste nel fatto che il presidente del Consiglio e ministro ad interim è il massimo garante del programma nucleare, che era anche nel programma elettorale del Pdl». Per Saglia «entro la pausa estiva l’Agenzia per la sicurezza nucleare inizierà il suo lavoro». Di qeust’Agenzia potrebbero far parte Umberto Veronesi ma anche Maurizio Cumo, docente alla Sapienza di Roma e Umberto Tirelli, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del Cro di Aviano.
KRSKO Saglia si è soffermato anche sull’ipotesi di partecipazione italiana al raddoppio della centrale nucleare slovena di Krsko, obiettivo più volte ribadito dal presidente della Regione, Renzo Tondo. «Il governo ha avuto molti incontri con la Slovenia – ha affermato il sottosegretario – e si è parlato anche di questa eventualità». Saglia ha assicurato che da parte delle imprese italiane «c’è la massima disponibilità e la professionalità» per l’eventuale intervento ma nel contempo «ci dovrebbe essere maggiore entusiasmo da parte del governo sloveno». Secondo Menia «Tondo sostiene una tesi che ha la sua valenza sul piano della sicurezza, del business e dell’allontanamento di un’eventuale centrale in Friuli Venezia Giulia».
RIGASSIFICATORE A margine del convegno si è parlato anche dell’impianto che dovrebbe sorgere a Zaule e che, anche in questo caso, vede protagonisti i rapporti con la Slovenia. Secondo Menia «Lubiana usa motivazioni ambientali in maniera strumentale, nascondendo questioni economiche vista l’ipotesi di un rigassificatore a Capodistria». Sia l’esponente triestino del governo che Saglia tuttavia precisano che «da parte nostra abbiamo fornito tutte le garanzie ambientali possibili». Menia ha affermato che, dopo l’incontro di fine maggio che ha portato alla stipula dell’accordo tra Italia e Slovenia sulla sicurezza nucleare «sembrava tutto appianato» e ha mostrato perplessità sulla minaccia di ricorso alla Corte di giustizia europea da parte di Lubiana: «Non si è mai verificata una cosa del genere».
LA CHIESA Sul tema del nucleare si è espresso al convegno anche il vescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, che ha assicurato come per la Chiesa «c’è disponibilità all’utilizzo civile dell’energia nucleare, purchè non vi siano implicazioni militari. Se si tratta di un utilizzo per il bene comune – ha affermato monsignor Crepaldi – non c’è alcuna preclusione da parte della Chiesa».
Roberto Urizio

Il Piccolo, 18 luglio 2010
 
No al Nucleare, la città pronta alle barricate 
Il sindaco: il rischio è alto, la Regione sia chiara. Razzini: il centrosinistra fa terrorismo

di LAURA BORSANI

Il nucleare tiene ancora sulla graticola Monfalcone. Perché non convincono le dichiarazioni del sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, che sull’argomento ha affermato di «non poter smentire né confermare alcuna ipotesi», sostenendo che «la mappa dei siti si conoscerà appena l’anno prossimo». Tanto che il sindaco, Gianfranco Pizzolitto, rinnova la sua determinazione: «Sono disposto a scendere in piazza, qualora si prospettasse l’eventuale coinvolgimento di Monfalcone. Voglio ribadire il mio forte appello affinché la Regione ponga particolare attenzione a una questione che riguarda la salute dei cittadini, ma anche lo sviluppo economico del nostro territorio, bloccando iniziative di diversificazione produttiva». Se dal centrosinistra cresce la preoccupazione, i rimandi sono altrettanto netti. Quelli del consigliere regionale della Lega Nord, Federico Razzini, poiché il presidente Renzo Tondo non intende rilasciare ulteriori dichiarazioni rispetto a quanto già ribadito. «Il sottosegretario Saglia ha detto ciò che ha detto: non c’è nulla sul tappeto – ribatte così Razzini -. Il nucleare è pulito, sicuro, ma di Monfalcone non se ne parla. La Lega Nord è contraria, a tutti i livelli. Anche il presidente Tondo lo è. Questo ”terrorismo” è solo la ”foglia di fico” utilizzata per mascherare invece lo scempio che gli esponenti del centrosinistra che hanno fatto della nostra città. Il problema reale è piuttosto che tra pochi mesi ci propineranno la centrale a biomasse tra Staranzano e Monfalcone».
Ma in città restano i dubbi. Pizzolitto si dice «molto preoccupato»: «Il Governo, nuclearista, ritiene che la centrale è un’opportunità. La Regione continua a non assumere alcuna posizione chiara contro questa ipotesi. Parla di Krsko, ma intanto ha votato a favore del nucleare. L’atteggiamento della maggioranza regionale non è sufficiente a cautelarci rispetto alla possibilità di una centrale. Lo dico innanzitutto come cittadino. Il tutto, in un momento in cui si discute di rigassificatori e del superporto, e a fronte dell’assenza di un reale piano energetico. Siamo all’interno di un vuoto programmatico e questa è una condizione di debolezza da parte del Friuli Venezia Giulia, mentre altre Regioni, hanno già espresso profonde perplessità». Fa eco il segretario provinciale del Pd, Omar Greco: «C’è molto tatticismo, un’ambiguità voluta, legata però al fatto che, in realtà, c’è la volontà di costruire centrali nucleari. Il presidente Tondo continua a ribadire di voler attivare una partnership con la Slovenia per il raddoppio di Krsko, quando noi sottolineiamo che la Regione non ha gli strumenti giuridici per farlo, trattandosi di una questione che attiene ai rapporti tra Stati. L’attivismo del presidente, pertanto, lascia il tempo che trova. E poi c’è stato lo ”scivolone” del presidente del Consiglio regionale, Edouard Ballaman, della Lega, anche se Razzini ripete che non c’è alcun rischio. Il tutto, mentre il presidente del Veneto, Luca Zaia, pure della Lega, pur nulcearista, ha votato contro la centrale nella Conferenza Stato-Regione. Monfalcone rimane uno degli obiettivi ”sensibili”, pur in assenza di una lista ufficiale. Il rischio è di trovarci completamente disarmati. È una situazione gravissima, per la quale chiederemo conto delle responsabilità al centrodestra e mobiliteremo i nostri cittadini».
Legambiente rinnova il netto ”no” a una scelta ritenuta «rischiosa per la sicurezza e la salute pubblica e perdente sotto il profilo economico». Il presidente Michele Tonzar aggiunge: «Non cambia alcunché, salvo che slitta la data sulla lista dei siti. Alla fine ne uscirà un pasticcio e questo Governo, con i problemi di ben altro tipo che ha, non deciderà nulla. Voglio comunque vedere cosa accadrà nel momento in cui si deciderà sul sito e i cittadini si sentiranno esclusi, considerati gli iter rapidi che su questa materia scavalcano gli enti locali».

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Il Piccolo, 15 luglio 2010
 
Indagini poco ortodosse, tre carabinieri a giudizio 
Nel mirino varie operazioni anti-droga. A processo anche il maresciallo Monagheddu
 

di LAURA BORSANI

Sette rinvii a giudizio e tre condanne: è questo il pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari Paola Santangelo del Tribunale di Gorizia in relazione all’inchiesta legata a metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga, e ritenuti ”poco ortodossi”, dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L’inchiesta nell’aprile dello scorso anno aveva quasi ”decapitato” il vertice della Compagnia di Monfalcone. Il rinvio a giudizio riguarda il comandante del Norm, maresciallo Domenico Monagheddu, attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. Andranno a dibattimento anche quattro ”collaboratori” dei carabinieri, orbitanti nel mondo della droga, Mara Zambon, 37 anni nata a Monfalcone e residente a Turriaco, Ivano Tiburzi, 32, residente a Grado, e Roberto Paronitti, 29, di Monfalcone. A processo, inoltre, l’avvocato Alessandro Ceresi, in relazione ad un presunto episodio di favoreggiamento.
È stato invece condannato, con rito abbreviato, il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata. Il Gup ha altresì concesso a entrambi le attenuanti generiche escludendo, nei confronti di Esposito, l’aggravante della ”recidiva infraquinquennale”: il 22enne, infatti, è in carcere a Gorizia in relazione alla rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Ha infine patteggiato, martedì, Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone: la pena è di due anni.
Sette imputati, dunque, all’avvio del processo che il giudice ha fissato per il 17 febbraio 2011. Rinvii a giudizio, ma anche capi di imputazione archiviati. Sei nei confronti del maresciallo Monagheddu, per i quali il Gup ha dichiarato il «non luogo a procedere». Dei 44 capi di accusa originari, si è scesi ai 28 attuali a carico del comandante del Norm, considerando il proscioglimento da una decina di ”accuse” già richieste dal Pubblico ministero. Restano le ipotesi di accusa per minacce e istigazione a commettere reato, calunnia, falso ideologico, e le accuse in ordine all’acquisto, vendita e cessione di stupefacenti, in relazione agli scambi di droga simulati da parte del maresciallo e dei suoi uomini del Norm, avvalendosi dell’intervento dei ”collaboratori”. Sostanzialmente, si tratta delle accuse espresse proprio da Bruno Esposito, oltre a quelle di Mara Zambon e di Claudio Boscarol. I carabinieri Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi sono stati invece prosciolti dal reato di minacce per non aver commesso il fatto.
Commenti chiaramente opposti, dai legali difensori dei due principali ”protagonisti” di questo procedimento, il capo del Norm e il suo principale accusatore.
«Dei 44 capi di imputazione originari, siamo scesi ai 28 attuali – ha dichiarato l’avvocato Gianni Morrone, che difende Monagheddu -. Sono di fatto rimaste in piedi accuse che è doveroso affrontare in sede dibattimentale, proprio al fine di dimostrarne l’infondatezza, ma anche di comprovare la stessa credibilità del mio assistito. Sono, comunque reati apparentemente numerosi poichè consequenzialmente collegati, ma sono relativi in realtà ad un unico episodio».
L’avvocato Ottavio Romano, che tutela Esposito e la moglie Rossitto, ha invece osservato: «Il giudice ha ritenuto credibili le dichiarazioni dei miei assistiti, l’impianto accusatorio è pertanto confermato in pieno. Accogliendo le attenuanti generiche e respingendo l’aggravante della ”recidiva” per Esposito, ha inoltre riconosciuto che la collaborazione dimostrata è stata importante e meritevole». Il legale che per i suoi assistiti aveva richiesto il proscioglimento preannuncia ricorso in Appello: «Intendo insistere sul fatto che i miei assistiti hanno agito indotti dallo stato di necessità legato alle minacce ricevute».

Il Piccolo, 17 luglio 2010
 
Il ministero della Difesa entra nel processo ai Cc 
Eventuali risarcimenti, accolta la richiesta di uno degli avvocati

Sarà citato in giudizio, a titolo di responsabile civile per eventuali risarcimenti dei danni, il Ministero della Difesa dal quale dipende il Corpo dell’Arma. È la richiesta presentata dall’avvocato Mirko Zambaldo, del Foro di Verona, durante l’udienza preliminare legata ai metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga dai Carabinieri del Nucleo operativo radiomobile di Monfalcone. Richiesta, dunque, accolta dal Gup Paola Santangelo. «Il ministero della Difesa – ha osservato il legale – potrà pertanto costituirsi responsabile civile al processo, attraverso l’Avvocatura dello Stato». La prima udienza è stata fissata per il 17 febbraio 2011.
Intanto, l’avvocato Zambaldo, che tutela gli interessi di Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone, che martedì ha patteggiato la pena, precisa che la propria assistita è stata condannata ad un anno di reclusione e a 1500 euro di multa, con la sospensione della pena. «La mia assistita – ha spiegato il legale difensore – ha patteggiato in ordine alla sola accusa legata al possesso di 97 grammi di hashish. L’accusa più grave, invece, derivata dalle dichiarazioni di Mara Zambon, è stata archiviata».
Sette gli imputati chiamati a giudizio, tra i quali il maresciallo Domenico Monagheddu, comandante del Norm attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. È stato invece condannato con rito abbreviato il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Il giovane è attualmente in carcere a Gorizia, in relazione alla rapina ai danni del tassista Daniele Pilutti. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata.

Il Piccolo, 15 luglio 2010

IL PROGETTO
Mitigato l’impatto ambientale della Tav
Il sindaco Pizzolitto: «Ma il tracciato non è in discussione»
Utile confronto tra i tecnici Rfi e le amministrazioni comunali interessate dall’infrastruttura

Anche il nuovo progetto della Tav non risparmia impatti importanti al territorio monfalconese. Il confronto già avviato con la Regione e i tecnici di Rfi ha però consentito di mitigarli in modo consistente. E’ quanto ha affermato il sindaco Gianfranco Pizzolitto, rispondendo alla domanda di chiarimenti del consigliere comunale di Rifondazione comunista Emiliano Zotti nella seduta di martedì sera del Consiglio comunale. «Il tracciato, comunque, non si discute, perché rientra in una pianificazione europea e questo l’assessore regionale ai Trasporti Riccardi l’ha chiarito da subito», ha aggiunto il sindaco. «La fase è quella della predisposizione del progetto preliminare – ha spiegato l’assessore all’Urbanistica Massimo Schiavo – e il confronto con le amministrazioni locali è servito per fornire le osservazioni dei territori attraversati dalla linea. Il coinvolgimento del Consiglio comunale ci sarà». In ogni caso si parla ormai, stando all’assessore all’Urbanistica di Ronchi dei Legionari, Sara Bragato, di Alta capacità e non più di Alta velocità. La proposta progettuale di Rfi è quindi quella di interrare la linea storica Udine-Trieste a partire pressapoco dal confine tra i comuni di Ronchi e Monfalcone, per permettere lo scavalco della stessa da parte della linea ”storica” Trieste-Venezia e della futura linea AC. «Se tale interramento fosse fatto partire già prima della stazione di Ronchi Nord – afferma Sara Bragato – potrebbe essere risolto d’un colpo il problema dell’isolamento del rione dello Zochet e delle frazioni di Vermegliano e Selz, sulle quali pesa anche il traffico proveniente da Doberdò e altri comuni carsici, attraverso la strada provinciale numero 15». La possibilità di progettare fin d’ora le opere legate alla soluzione del bivio San Polo e al passaggio dell’AC, prevedendo l’interramento della linea Udine-Trieste già in territorio di Ronchi, è però legato alla soppressione della ”lunetta”. Vale a dire del binario unico di collegamento tra le due linee Udine-Trieste e Trieste-Venezia, che interseca la statale 305 in prossimità del cimitero di Ronchi. (la. bl.)

Il Piccolo, 13 luglio 2010
 
La Fiom denuncia la ”liberatoria” 
Fincantieri smentisce. Incontro a fine mese anche su questo problema

Si riunirà forse già a fine luglio il tavolo sugli appalti previsto dal contratto di Fincantieri. La società ha dato la disponibilità all’incontro, sollecitato da Fiom-Cgil che ha denunciato la ricomparsa nel cantiere della ”liberatoria”.
In sostanza, stando alla Fiom, i lavoratori dell’indotto che volessero spostarsi dalla propria impresa a un’altra che fornisce condizioni migliori non possono farlo, a meno che la ditta di partenza non dia il proprio assenso. La regola non ha alcun fondamento normativo, ma i dipendenti alla fine vi si attengono, sostiene la Fiom-Cgil, perchè minacciati di non trovare più alcun impiego non solo nello stabilimento di Monfalcone, ma in tutti i cantieri del gruppo. La pratica della liberatoria pareva ormai scomparsa, da una decina d’anni circa. Il sindacato ha iniziato a ricredersi alcuni mesi fa, quando nella sede di via Pacinotti è arrivato un lavoratore originario dell’ex Jugoslavia. «Ci chiedeva con insistenza ”la carta per poter andare in altra ditta” e noi a dirgli che un documento del genere non esiste proprio, è illegale», racconta il segretario provinciale della Fiom-Cgil Thomas Casotto.
Poteva essere un caso isolato. In questi giorni, però, nella bacheca di un’impresa dell’indotto è apparsa una nota in cui si afferma che «chi si licenzia da qualsiasi ditta di Fincantieri non potrà lavorare in tutti i cantieri d’Italia». «L’impresa, in aggiunta, sostiene nella nota affissa in bacheca che la posizione sarebbe condivisa da Fincantieri – afferma il segretario provinciale della Fiom Casotto -. Se fossi Fincantieri, denuncerei l’impresa per quanto dichiarato e cercherei di mettere ordine nel mondo degli appalti, come stiamo chiedendo da tempo». La società da parte sua dichiara che la pratica della liberatoria è scomparsa da dieci anni nello stabilimento invitando la Fiom ad assumersi la responsabilità di quanto affermato. (la.bl.)

Il Piccolo, 06 agosto 2010
 
INCONTRO AZIENDA-SINDACATI 
Rischio di 500 esuberi nell’indotto Fincantieri 
Fim, Fiom e Uilm temono un duro impatto sociale e chiedono garanzie

Il sindacato teme per la deriva che rischia di prendere l’indotto Fincantieri. E lo ha manifestato in un vertice con l’azienda svoltosi in Confindustria a Gorizia. Secondo le stime di Fincantieri, l’indotto produrrà almeno 500 esuberi strutturali. Per cui Fim, Fiom e Uilm chiedono un particolare impegno da parte dell’azienda e delle istituzioni «nell’affrontare quello che per i prossimi anni sarà un passaggio delicatissimo della situazione industriale e sociale del territorio».
Attualmente sono circa 3500 i lavoratori dell’indotto Fincantieri, picco massimo in vista della consegna della ”Queen Elizabeth” a settembre, ma questo numero è destinato a scendere successivamente attorno alle 3000 unità per poi ridursi a circa 2300/2500 da gennaio 2011 in poi.
Nel corso della riunione, le parti sono scese nel dettaglio dei carichi di lavoro previsti per le ditte in appalto, delle modalità di gestione degli ammortizzatori sociali, della ottimizzazione dei servizi interni quali mensa, spogliatoi e trasporti, della situazione di alcune aziende storiche dell’appalto Fincantieri.
Secondo i sindacati, vanno stabilite modalità di fruizione e di anticipo dei trattamenti di cassa integrazione per i lavoratori dell’indotto. «In assenza di tali misure – è stato detto – c’è il rischio di ritrovarsi centinaia di casi simili a quello che ha coinvolto Eaton in questi mesi». Fim, Fiom e Uilm hanno quindi ribadito «la prioritaria importanza che va data all’azione di legalità e trasparenza dell’indotto: i casi di palesi irregolarità a cadenza ormai quotidiana – è stato detto – confermano che la rete preventiva ha maglie troppo larghe e che altri devono essere gli strumenti messi in campo». È stato anche chiesto che i trasporti interni vengano resi fruibili anche per i lavoratori dell’indotto e che siano migliorate le condizioni degli spogliatoi. Apprezzamento da parte del sindacato è venuto per la disponibilità manifestata da Fincantieri a fare il possibile per il rispetto della legalità degli appalti interni. Ma il sindacato chiede un salto di qualità in questo delicato settore.

Il Piccolo, 15 luglio 2010
 
Una squadra di cricket targata Monfalcone 
Composta da atleti bengalesi ha chiesto di disputare il campionato nazionale
Una raccolta di firme a sostegno della creazione di un campo di gioco

Il campo dove giocare a cricket in modo regolamentare non c’è, ma gli atleti, tutti per ora originari del Bangladesh, stanno già pensando di portare una rappresentativa di Monfalcone nel campionato nazionale che in Italia si svolge con regolarità ormai da diversi anni. Il nome della squadra è già stato scelto: Monfalcone cricket club. «Noi siamo di Monfalcone, il nome è quello della città dove abitiamo e così se facciamo il campionato la gente capisce subito da dove arriviamo e speriamo anche che vengano a giocare degli italiani», ha spiegato un giovanissimo giocatore nella riunione convocata martedì sera nel Centro blu di via Natisone per dare un’organizzazione stabile al movimento sportivo. All’incontro ha partecipato una sessantina dell’ottantina di giocatori delle sei squadre che a Monfalcone esistono e stanno disputando un campionato cittadino, usando in sostanza il giardino di via Cellottini. Non senza incappare nel fastidio del vicinato e nei controlli della polizia municipale. Ecco perché, anche a fronte delle dimensioni del movimento sportivo, è scattata la richiesta al Comune di poter trovare uno spazio in cui creare un vero e proprio campo da cricket. Quanto potrebbe essere non facilissimo, considerato che in Italia i campi regolamentari hanno un diametro di 130 metri e devono essere corredati di reti molto alte, per contenere le palle, e di spogliatoi. Affiancati da alcuni “locali”, come l’ex presidente del Consorzio culturale Tiziano Pizzamiglio, che ha aperto un gruppo di discussione su facebook, e da Mauro Bussani, gli atleti hanno comunque deciso di provarci. Nella riunione di martedì è passata la proposta di avviare una raccolta di firme a sostegno della creazione di un impianto sportivo apposito e di cercare poi incontri con il sindaco Gianfranco Pizzolitto, il presidente del Coni Giorgio Brandolin e il presidente della Consulta comunale dello sport Roberto Abram. Intanto, pare su autorizzazione del Comune, il giardino di via Cellottini ospiterà sabato, dalle 16, la finale del torneo cittadino: a sfidarsi saranno l’Mcc capitanato da Hussain Anuuar e l’Undici amici capitanato da Islam Arman. C’è anche uno sponsor che ha messo in palio dei premi e si tratta di un’impresa dell’appalto di Fincantieri. All’appuntamento è stata invitata la vicesindaco e assessore allo Sport, Silvia Altran. (la. bl.)  

Il Piccolo, 13 luglio 2010
 
IL VICESINDACO ALTRAN: «STIAMO CERCANDO UN’AREA ADATTA» 
Bengalesi, arriva il campo di cricket 
Fa centro la ”battaglia” ingaggiata da un gruppo su Facebook

I praticanti e gli appassionati sono ormai centinaia, le squadre, anche se informali, sono sei. Al cricket monfalconese, importato dagli immigrati del Bangladesh, ma che inizia a incuriosire anche i locali, manca ora solo un campo per essere giocato in modo regolamentare. Parte da qui il gruppo ”Noi abbiamo un sogno: un campo da Cricket anche a Monfalcone!” nato su facebook per iniziativa, tra gli altri, di Tiziano Pizzamiglio, già presidente del Consorzio culturale del Monfalconese e rappresentante sindacale dei lavoratori di Adriaplast prima e Ineos Films poi. Il gruppo conta una novantina di iscritti, italiani e monfalconesi spinti da una certa curiosità o interesse per il gioco e cittadini originari del Bangladesh (ragazzi, ma anche ragazze). Intanto i praticanti continuano a ritrovarsi nel giardino di via Cellottini, uno dei pochi spazi erbosi fruibili in modo abbastanza libero in città, ma l’assenza di un vero impianto si sta facendo sentire, anche perchè il cricket monfalconese vuole crescere e magari partecipare al campionato Triveneto. La Federazione italiana cricket esiste da anni, come una rappresentativa nazionale, ed ha un suo delegato anche in Friuli Venezia Giulia. Ecco perchè il gruppo nato su Facebook chiede «un campo regolare e attrezzato per i giocatori di cricket di Monfalcone, che sono tanti, che sono bravi, che sono monfalconesi». Il gruppo si è appena costituito, ma promette di pubblicare date e calendari dei tornei, perchè ce n’è, nonostante tutto, già uno cittadino che si gioca appunto in via Cellottini e uno triveneto.
Il Comune non si è fatto pregare. Il vicesindaco Silvia Altran assicura che Monfalcone un campo di cricket ce l’avrà: non in via Cellottini («non è sicuro») ma in qualche altro impianto cittadino sì. «E sarà in perfetta regola per disputare incontri anche ufficiali», assicura.
«A Monfalcone ci sono giocatori straordinari, campionissimi che, se potessero iscriversi al campionato nazionale, potrebbero regalare a Monfalcone il primo scudetto della sua storia», sottolinea dal canto suo Pizzamiglio. Troppo entusiasmo per uno sport che solo gli inglesi e le loro ex colonie sembrano riuscire a comprendere? Eppure c’è il precedente del baseball che, importato dagli alleati americani nel secondo dopoguerra e poco più comprensibile ai profani, ha attecchito talmente bene da fare della Bisiacaria uno dei poli della specialità a livello nazionale.
Che la situazione attuale, precaria, sia insostenibile, del resto, lo dice anche Pizzamiglio: «Non basta l’area di via Cellottini. Qua si parla di un campo vero e proprio, regolamentare, con le reti di sicurezza, spogliatoi, magazzini, servizi igienici per gli atleti e il pubblico, un minimo di tribune coperte – sottolinea -, ma anche di iscrizione al Coni e dunque di costituzione in società sportiva, accesso ai contributi pubblici, iscrizione ai campionati e tutto quanto, divise e attrezzature complete. Sarà dura e lunga, ma questo deve essere». Ma come è nata questa idea? «Sul lavoro – spiega Pizzamiglio -. Nell’impresa dell’appalto di Fincantieri per la quale lavoro i dipendenti originari del Bangladesh sono una settantina e a più riprese la questione del luogo in cui poter giocare a cricket è emersa durante i rapporti quotidiani in cantiere. Il posto lo dovrà proporre l’amministrazione comunale, che ha già dimostrato sensibilità – spiega Pizzamiglio -. Bastano un minimo di strutture e soprattutto una rete molto alta per impedire che le palle facciano danni attorno. Sta comunque ai ragazzi muoversi, costituirsi in società e iniziare dal campionato di serie C». (la.bl.)

Il Piccolo, 30 agosto 2010
 
I giocatori di cricket del Bangladesh ora aspettano gli italiani

«Aaa giocatori di cricket cercansi». Potrebbe essere questo il testo nella pagina delle inserzioni per invitare gli italiani ad unirsi agli atleti originari del Bangladesh che, in attesa di poter disporre di un campo di gioco vero e proprio, per il momento si accontentano di giocare nel giardino di via Cellottini.
Lo sport come veicolo di integrazione, dunque. Non mancano i precedenti: da quelli illustri, a quelli meno illustri. L’ultimo ad essere stato scoperto dal grande pubblico è quello raccontato nel film di Clint Eastwood Invictus, quello che racconta di come Nelson Mandela a metà degli anni Novanta è riuscito ad usare il rugby per superare l’apartheid e unire il Sud Africa. Esempi più vicini a noi sono quelli di Gorizia dove da decenni varie manifestazioni transfrontaliere avvicinano italiani e sloveni. Dagli appuntamenti podistici, alla pallavolo, dal tennis allo sci, passando anche dal calcio e dal pattinaggio artistico i momenti di scambio non si contano più.
Ora potrebbe toccare a Monfalcone scrivere una nuova pagina di storia. Nella città dei cantieri sono sei le squadre di cricket. Contano in tutto un’ottantina di praticanti e disputano un campionato cittadino ma puntano a uscire dall’ambito locale con una rappresentativa: il Monfalcone cricket club alla quale potrebbero unirsi giocatori italiani.
Sport nato in Inghilterra e diffuso nell’area del Commonwelth, in alcuni paesi asiatici come India, Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka è lo sport più popolare. La partita viene disputata tra due squadre composte da undici elementi ciascuna. Si gioca in un campo in erba dalla forma ovale o rettangolare con dimensioni non precisate. Al centro del prato viene collocata una corsia lunga venti metri e larga tre dove l’erba è rasata molto corta. Questa rappresenta l’area di lancio, ai cui due estremi sono posti tre paletti che formano il wickets. Le due squadre non schierano entrambe tutti e undici i giocatori, tra un inning e l’altro invertono i propri ruoli come nel baseball. (s.b.)

Il Piccolo, 31 agosto 2010
 
Altran: «Entro il 2011 realizzeremo un campo sportivo polifunzionale»

«In effetti c’è un utilizzo piuttosto intensivo del campetto di via Cellottini». Il vice-sindaco Silvia Altran conosce bene la situazione. La conosce nei minimi dettagli e sta lavorando per risolverla nel tempo più rapido possibile.
I genitori si lamentano per la mancanza di spazi perché a occupare l’area sono molto spesso i bengalesi che la usano per giocare a cricket, da parte loro i bengalesi sono disponibili a traslocare. Hanno infatti chiesto all’amministrazione di trovare uno spazio alternativo dove realizzare un vero e proprio campo da cricket per avviare un’attività ufficiale. In mezzo, tra i due fuochi, con il cerino acceso in mano, si trova proprio il Comune.
«Per il campo da cricket sto cercando un posto idoneo – assicura l’assessore allo Sport Altran -. Il punto è che non ci sono delle misure standard e anche se in genere viene utilizzata solo la parte centrale della superficie, serve un’area di circa 140 metri per 100. Praticamente si tratta di un’area un po’ più grande di quella necessaria per un campo da calcio. Non è facile anche perché abbiamo problemi anche con le squadre da calcio giovanili. Gli juniores giocano a Pieris e a Fogliano. In più si sta affermando il rugby e anche gli amanti della pallaovale hanno le loro esigenze. È per questo che l’idea è quella di trovare una superficie adeguata per creare un campo polifunzionale. Purtroppo, all’interno di Monfalcone non abbiamo spazi così ampi. Stiamo vedendo con i Comuni limitrofi se ci sono terreni idonei e disponibili. Con un po’ di fortuna una via d’uscita la troveremo e forse ce la faremo in tempi ragionevoli. Forse già per il 2011. In attesa di ricevere una risposta da un privato, nel frattempo mi piacerebbe che il parco tornasse nelle mani dei bambini».
L’invito rivolto dall’assessore Altran ai giocatori di cricket è dunque a spostarsi nel campo di via Portorosega o nell’Area Verde di via Valentinis. «Questi ragazi hanno voglia di fare le cose e le vogliono fare per bene – sottolinea -. Noi vogliamo aiutarli, ma per farlo dobbiamo muoverci su un doppio binario. L’augurio è che la cosa possa andare in porto». (s.b.)

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