Il Piccolo, 11 ottobre 2010

FENOMENO IN CONTROTENDENZA DOPO ANNI DI MASSICCIA IMMIGRAZIONE
Stranieri, primi segnali di fuga dalla città
Colpita dalla crisi soprattutto la numerosa comunità bengalese. Bambini ritirati da scuola

di LAURA BORSANI

Stranieri? Per la prima volta si inverte la tendenza in città. Perchè non solo rallentano gli arrivi, ma è iniziato anche un fenomeno migratorio. Numeri piccoli in termini assoluti, comunque significativi: poco meno di un centinaio, da gennaio a settembre, si sono trasferiti. Metà sono bengalesi. E in buona parte, a rientrare nel Paese d’origine, sono donne e bambini. Le famiglie così si dividono, poichè a lasciare la città sono per prime proprio le donne, che non lavorano, e la prole. Ciò sta portando anche a ritiri di bambini dalle scuole, in primis la Duca d’Aosta e la media Giacich, da tempo caratterizzate da alti tassi di presenza di alunni stranieri (uno su quattro), avendo impostato una specifica attività di integrazione.
È un fenomeno inedito per Monfalcone, legato alla crisi. Uomini che si spostano in un altro Paese in cerca di occupazione. E i nuclei familiari si assottigliano di fronte alla difficoltà economica. L’inversione di tendenza non è passata inosservata. Negli ultimi mesi gli stranieri già iscritti all’anagrafe ed emigrati all’estero sono stati 63, di cui 32 donne e 31 uomini. La metà è bengalese, 34 in tutto, di cui 23 donne e 11 uomini. Seguono i croati (7 uomini e una donna), i macedoni (5) e i kosovari (4, di cui 3 donne).
Cifre ancora insignificanti sotto il profilo statistico, ma tali da far riflettere una città abituata a costanti flussi migratori con una presenza straniera che resta importante. A Monfalcone il rapporto è di un cittadino straniero su sette. Dal 2008 al 2009 i non italiani sono passati dal 13,2% al 14,6% della popolazione residente totale. E dopo il picco del 2007, c’è stata una flessione in termini assoluti del volume complessivo dei nuovi arrivati. Dei 28.043 abitanti di Monfalcone registrati al 31 dicembre scorso, 4.096 sono stranieri. Nel 2008 erano 3.713. La comunità più numerosa resta quella bengalese, che, a livello mandamentale è a quota 1529, seguita dai bosniaci (480), romeni (672) e croati (595). Il fenomeno in controtendenza può essere legato alla perdita del lavoro.
«I motivi per cui questi stranieri risultano emigrati all’estero – osserva l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin – possono essere riconducibili a diversi fattori, tra i quali anche il disagio economico. Incrociando altri dati, inoltre, notiamo un comportamento specifico espresso dalla comunità più numerosa, quella bengalese. In alcuni casi i bambini non frequentano più le nostre scuole. In momenti difficili come quello attuale, prima se ne vanno le donne e i loro figli, poi, gli uomini. Per le altre etnie, specie quella croata e macedone, gli spostamenti riguardano soprattutto gli uomini in cerca di occupazione».
Ma ad affrontare la crisi sono anche numerosi stranieri stanziali, ormai radicati in città. Per loro, in particolare i bengalesi, che spesso lavorano alle dipendenze di ditte in appalto a Fincantieri, i problemi si moltiplicano. Non c’è solo la questione legata alla garanzia degli ammortizzatori sociali. L’aggravante è costituita dal fatto che gli stranieri non possono accedere ad interventi di sostegno.
«La legge regionale sul Fondo di solidarietà esclude gli stranieri – spiega la Morsolin -. Si evidenziano pertanto situazioni in cui lavoratori dipendenti di una stessa azienda in crisi hanno possibilità diverse, creando di fatto un’evidente disparità di trattamento».

LO SOSTIENE IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA IMMIGRATI
«I dati ufficiali sottostimano l’esodo»

«Gli stranieri che sono tornati a casa, sono molti di più rispetto a quelli indicati nei dati ufficiali del Comune». Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark, ne è certo. Il presidente della Consulta stranieri spiega però che nessuno parte con l’idea di non tornare. «Al momento la situazione economica è difficile per tutti – dice -. La mancanza del lavoro non permette al capofamiglia di mantenere la moglie e i figli. In Bangladesh un po’ per tradizione, un po’ per orgoglio, si pensa che il maschio debba mantenere tutti, così per evitare situazioni imbarazzanti chi perde il lavoro fa rientrare i propri cari perché a casa la vita costa di meno».
«Chi è in possasso di un permesso di soggiorno a tempo indeterminato o a lungo periodo – prosegue il presidente della Consulta – è obbligato a tornare in Italia entro un anno per non perderlo».
Mukter ricorda in ogni caso che c’è anche il fenomeno opposto. Che cioé normalmente gli immigrati emigrano non con il proposito di fermarsi all’estero per tutta la vita, piuttosto si spostano con l’idea di rientrare appena possibile. «Tutti vengono con un programma di una decina d’anni. L’idea è di mettere da parte un po’ di denaro per poi aprire un’attività o comperare una casa nel Paese d’origine. Se poi uno si trova bene, magari si ferma anche in Italia, ma è l’eccezione, non la regola».
Tra le criticità individuate da Mark, c’è quella dall’abitazione. Da quando sono stati fissati dei limiti sul numero di persone che possono occupare un dato appartemento, le comunità straniere sono andate in crisi. Di questo se n’è parlato anche nel corso della prima riunione della Consulta stranieri convocata ieri mattina nell’ex Libreria Mondadori di via Sant’Ambrogio. «Prima due fratelli potevano dividere l’affitto di un appartamento vivendo con le rispettive famiglie, oggi non possono più farlo. Devono prendere una casa loro. Ma l’affitto non si dimezza e non riescono a sostenere le spese. Ecco allora che mogli e figli devono rimpatriare». (s.b.)

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