Il Piccolo, 17 dicembre 2010 
 
FINCANTIERI ATTACCA I SINDACATI. È SCONTRO SULLA SICUREZZA
Bono: «Più efficienza o il cantiere chiude» 
L’Ad denuncia un assenteismo del 16% e l’acquisizione di commesse in perdita 

di SILVIA ZANARDI

I toni sono da ultimatum: o si riga dritto, o la Fincantieri di Monfalcone chiude. E i presupposti di questa conclusione vengono elencati uno per uno: assenteismo superiore al 16%, percentuale di infortuni più alta qui che altrove, produttività neanche paragonabile a quella degli stabilimenti americani, perdite economiche importanti.
REPLICA. È questo il succo della replica di Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, alla lettera aperta della Rsu Fim, Fiom e Uilm alle istituzioni e all’azienda. Nel loro testo, i sindacati chiedevano un confronto sul grave infortunio dell’operaio Carlo Bevilacqua, travolto da un tubo di acciaio il 13 dicembre. Ma Bono, pur non minimizzando l’accaduto, ha colto l’occasione per far esondare un fiume in piena, che collega la possibile noncuranza dei lavoratori nel rispetto delle norme sulla sicurezza a un andamento del cantiere di Monfalcone, da sempre considerato fiore all’occhiello del Gruppo, tutt’altro che incoraggiante.
ATTACCO. L’ad parte con un attacco diretto alla Rsu definendo la lettera l’ennesima ”strumentalizzazione” di un episodio grave, quello dell’incidente, per imputare il verificarsi di tali eventi, come scriverà in seguito, «a un’asserita e generica compressione dei tempi di lavoro e dei costi». Ma, a questo, Bono ci arriva affermando convinto che l’operaio infortunato Carlo Bevilacqua, con 30 anni di esperienza, ha effettuato l’operazione di imbragatura dei tubi «di norma e in piena autonomia» e, più avanti nella lettera, mettendo in fila le iniziative che il cantiere monfalconese dedica alla tutela della salute dei lavoratori.
ASSENTEISMO. La compressione del lavoro e dei costi imputata all’azienda, per l’ad di Fincantieri, è però il pretesto per arrivare a un attacco secco all’efficienza dei lavoratori monfalconesi: «Il valore della prestazione media dei dipendenti dello stabilimento è assolutamente al di sotto dei minimi livelli accettabili, attestandosi su soglie di assenteismo superiore al 16%, con un totale di ore lavorate annue intorno alle 1.400 procapite», scrive Bono. E aggiunge: «In pratica è come se si lavorasse per nove mesi all’anno, a fronte di una retribuzione di 13 mensilità e con una produttività largamente inferiore a quella degli anni’90».
AMERICANI. E qui inizia a fare il paragone con gli stabilimenti americani di Fincantieri: «Negli Stati Uniti, in condizioni operative e climatiche più disagiate, e con standard impiantistici meno evoluti, il livello di prestazione si attesta a oltre 1800 ore procapite annue e un tasso di infortuni decisamente più basso». Come riporta una tabella allegata dallo stesso ad di Fincantieri alla lettera, nel 2009, nel cantiere americano di Sturgeon Bay sono stati registrati 79 casi di infortunio (su 550 dipendenti diretti) contro gli 833 (su 1025 dipendenti diretti) dello stabilimento di Panzano.
VALUTAZIONI. Bono, dunque, tira le somme: «Il cantiere di Monfalcone presenta uno dei livelli più elevati di assenteismo del Gruppo e la percentuale più alta di infortuni pur essendo il cantiere ove sono stati effettuati i più significativi investimenti e che usufruisce di spazi maggiori per poter svolgere le attività lavorative nelle migliori condizioni».
INTERVENTI. E arrivano altre riflessioni, con l’accusa al sindacato di non aiutare a diffondere senso di responsabilità fra i lavoratori: «Interventi, investimenti e programmi a nulla valgono se non accompagnati dalla consapevolezza che la sicurezza passa innanzitutto dall’adozione di corretti comportamenti individuali e soggettivi. L’azienda, proseguendo nel suo programma di interventi sulla sicurezza, non potrà prescindere dall’adottare azioni sempre più incisive nei confronti di coloro che che opereranno in maniera non adeguata alla propria professionalità o con negligenza».
QUALITÀ. Nello stabilimento, dice poi l’amministratore delegato, si stanno portando avanti i processi per il miglioramento della qualità nelle attività di saldatura, che riduce gradualmente l’utilizzo della molatura, processo in cui era impegnato l’operaio Carlo Bevilacqua al momento dell’infortunio.
COMMESSE. Ma il ragionamento di Bono vuole arrivare alla drastica riduzione delle commesse, che sta poi alla base delle profonde preoccupazioni dell’azienda sul futuro del cantiere di Monfalcone.«Fincantieri, nel corso del 2009-2010 ha acquisito, per il cantiere di Monfalcone, commesse a prezzi non remunerativi che hanno comportato perdite pesanti nel 2009 e ancora maggiori nel 2010», scrive. L’ad ne ha parlato ieri a La Spezia anche con il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani, in occasione del varo della nave ”Rossita”, prima portascorie nucleari realizzata da Fincantieri per Atomflot, ente per l’energia atomica della Federazione russa. «Superato il punto più basso della crisi adesso per Fincantieri sarà necessario approntare un piano industriale. Negli ultimi anni le commesse sono calate dell’85% e i segnali positivi riguardano lo stabilimento Usa», ha detto a Romani.
CONCLUSIONI. Sulla base delle criticità emerse nella lettera e sulla riduzione delle commesse monfalconesi, scatta invece il vero appello di Giuseppe Bono ai lavoratori di Fincantieri: «Chiedo a noi e a tutti voi, con preoccupazione, se qui sia ancora possibile svolgere un’attività cantieristica sostenibile per costi e qualità».

I sindacati: toni inaccettabili 
La reazione dei coordinatori nazionali cantieristica di Fiom, Fim e Uilm

di LAURA BORSANI

Toni e paragoni fuori luogo, inaccettabili e inopportuni. Le parole scritte dall’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, sono andate «oltre le righe». Così hanno commentato i coordinatori nazionali per la cantieristica di Fiom, Fim e Uilm. Alessandro Pagano, per la Fiom, parla di una «lettera agghiacciante». E aggiunge: «Sono rimasto stupefatto. Le Rsu di Monfalcone hanno posto criticità precise sulla scorta dell’infortunio avvenuto nello stabilimento. Ritengo sia legittimo collegare quanto è accaduto con la continua ricerca da parte dell’azienda di accelerare le operazioni di produzione. Sarà comunque l’autorità giudiziaria a far luce sull’evento. La questione di fondo resta la sicurezza sul posto di lavoro. Bono chiama in causa aspetti che non c’entrano con la riflessione proposta dai sindacati. Rivolge accuse pesanti facendo riferimento alla responsabilità del lavoratore rimasto gravemente ferito, che trovo inaccettabili. Così come è inaccettabile voler sostenere che si prendono commesse in perdita per fare lavorare il cantiere. Rifiutiamo la logica del ricatto all’americana. Cosa significa, poi, il riferimento circa la preoccupazione che a Monfalcone si possa ancora svolgere un’attività sostenibile per costi e qualità? Dobbiamo anche tacere fino a farci del male? Siamo completamente fuori strada. Ci attendiamo spiegazioni, anche al prossimo tavolo sulla navalmeccanica». Alberto Monticco, per la Fim, parla di «caduta di stile da parte di Fincantieri. Non dobbiamo dimenticare che un lavoratore ha subito un grave incidente. Se i ragionamenti dell’ad Bono sarebbero già criticabili in un contesto di normalità, risultano inaccettabili in questo frangente. Produttività, efficienza, costi esulano dal tema legato alla sicurezza, né vanno barattati, nel modo più assoluto. Vogliamo che le maestranze possano andare a lavorare e tornare a casa in salute. Il problema della tutela dei lavoratori, segnalato da tempo dalle Rsu di Monfalcone, va riproposto per l’intera filiera di Fincantieri, al fine di rimuovere le sacche critiche presenti nei siti produttivi». Mario Ghini, per la Uilm, osserva: «Premesso che sull’infortunio sarà la magistratura a fare chiarezza, ritengo che l’evento sia frutto di una concausa di fattori, legati ai tempi di produzione, ma anche alla mancanza di una reale cultura della sicurezza, sia da parte dell’azienda che dei sindacati. A Monfalcone è possibile e necessario continuare a produrre le più belle navi del mondo, come negli altri cantieri, ma senza mettere in secondo piano la sicurezza. Quanto all’assenteismo – conclude -, l’azienda ha tutti gli strumenti per perseguire eventuali negligenze. Né la produttività si raggiunge facendo leva sui costi e sui tempi, ma mettendo in campo le condizioni utili a operare al meglio».
 
INCONTRO CON LE RSU DI STABILIMENTO 
La giunta: siamo vicini ai lavoratori

La lettera dell’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha tenuto banco anche durante l’incontro avvenuto ieri mattina in stabilimento tra la giunta comunale e i rappresentanti delle Rsu. Che, peraltro, si sono riservati, non senza una lunga consultazione interna, un’adeguata e circostanziata risposta. I temi ambiente e sicurezza sono stati comunque al centro dell’incontro. I sindacati hanno chiesto alla giunta comunale di «occuparsi e preoccuparsi» di quanto accade nel cantiere, al fine di garantire una prospettiva di lavoro dignitosa, senza accontentarsi dei meri «volumi produttivi». Perchè, è stato rimarcato, «bisogna lavorare in sicurezza anche nei momenti difficili». Sul tappeto, dunque, è stato posto l’intero processo produttivo che «sta sfuggendo al controllo». Il vice sindaco Silvia Altran ha osservato, esprimendo solidarietà al lavoratore infortunato e ai familiari: «Abbiamo manifestato la nostra attenzione alle problematiche esposte e adesione alle iniziative che migliorino la qualità del lavoro. La sicurezza non può diventare un fattore secondario». L’assessore Cristiana Morsolin ha aggiunto: «È preoccupante quanto è stato prospettato. Trovo inoltre di una gravità assoluta la lettera scritta dall’ad Bono, che scarica ogni responsabilità sui lavoratori». 

L’INDOTTO
Eurogroup, fabbrica presidiata dai lavoratori messi in mobilità 
Dopo 50 anni chiude la Sprea storica azienda di pulizie: salvo il posto dei 21 dipendenti

Eurogroup ha annunciato di voler aprire la mobilità  alla fine della cassa integrazione straordinaria per tutti gli 80 dipendenti dello stabilimento del Lisert, inattivo ormai da mesi a causa della mancanza di commesse da parte di Fincantieri e di altri cantieri minori. La decisione della società, formalizzata in questi giorni al tavolo convocato in Assindustria con i sindacati dei metalmeccanici, ha suscitato però ieri la decisa reazione dei lavoratori riuniti in assemblea. Al termine dell’incontro con i propri rappresentanti e quelli delle segreterie provinciali di Fi, Fiom, Uilm, i dipendenti di Eurogroup non hanno lasciato la fabbrica, anzi. Lo stabilimento del Lisert verrà presidiato a oltranza per lanciare un chiaro “no” alla società agli esuberi, ma anche per evitare che possano essere fatti uscire dalla fabbrica macchinari e materiale utile alla produzione.
«Nell’incontro in Assindustria il liquidatore della società, Gianfranco Imperato, ha spiegato che non esistono prospettive industriali tali – afferma Fabio Baldassi della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – da consentire altre soluzioni. Stando al liquidatore, sarebbero ancora in corso delle trattative per l’acquisizione dello stabilimento, ma non in grado di fornire delle garanzie di occupazione nell’immediato».
Al tavolo in Assindustria i sindacati e le Rsu hanno già chiarito di essere contrari all’apertura della mobilità dopo la fine della Cigs (prevista con l’11 marzo 2011). Le organizzazioni di categoria hanno invece già  sollecitato l’utilizzo degli altri strumenti disponibili, cioé la cassa integrazione ordinaria, di cui sono a disposizione ancora 39 settimane, o la cassa integrazione in deroga. Questa rimarrà la posizione anche nel prossimo incontro in programma mercoledì, sempre nella sede degli Industriali a Gorizia, dove non è escluso si rechino anche i lavoratori dello stabilimento. «Sono arrabbiati e delusi, perché hanno creduto all’azienda sulla possibilità di una cessione a un’altra realtà  industriale», spiega Baldassi.
La vicenda di Eurogroup, il cui 35% del fatturato nel 2009 era legato a Fincantieri, non è l’unica a evidenziare le difficoltà in cui si trova l’indotto del colosso della cantieristica. In questi giorni i sindacati hanno firmato il passaggio di 21 lavoratori della Sprea alla Sgc. Niente di traumatico, ma resta il fatto che l’impresa di pulizie industriali lascia lo stabilimento di Panzano dopo 50 anni, mentre Beraud, altra realtà storica dell’appalto, non ha ancora certezze sulla continuità del lavoro a Monfalcone. L’Ugl Metalmeccanici ha invece dovuto mediare in un nuovo caso di mancato pagamento di stipendi. L’accordo siglato in questi giorni con la Isostar Montaggi garantirà che i sei dipendenti ottengano il saldo del mese di agosto e il versamento degli stipendi di settembre e ottobre.
Laura Blasich

Il Piccolo, 18 dicembre 2010 
 
Belci: «Bono peggio di Marchionne» 
Il segretario regionale della Cgil all’Ad: «Taccia per rispetto dei morti»

«Le parole di Bono a proposito dell’assenteismo e degli infortuni in Fincantieri destano indignazione». Franco Belci, segretario generale della Cgil, commenta così la lettera inviata inviata ai rappresentnati sindacli di Fim, Fiom e Uilm dall’amminisratore del gruppo navalmeccanico che, «sembra studiare per rappresentare una versione più arrogante e sguaiata di Marchionne». «Attribuire unicamente al lavoratore infortunato – con una sentenza preliminare che intende surrogare l’inchiesta della magistratura – le responsabilità dell’incidente e assimilare gli incidenti sul lavoro all’assenteismo – aggiunge Belci – costituisce una concezione aberrante e rappresenta la peggiore dimostrazione di una mentalità padronale che si sta diffondendo: il lavoratore è considerato un mero ingranaggio della produzione, fino a disprezzarne il rischio della vita e il rapporto di lavoro diviene una mera questione commerciale, senza alcuna attenzione per la persona». Belci sottolinea inoltre la «piena sintonia dell’ad di Fincantieri con quanto sostenuto dal ministro Tremonti quando ha affermato che la 626 è un lusso che il Paese oggi non si può permettere». La catena di infortuni sul lavoro di questi giorni, di cui uno mortale, dimostra, secondo il segretario generale della Cgil «quello a cui pochi pensano: c’è una tragica correlazione tra l’intensificazione dei ritmi di lavoro, la riduzione delle pause, la criminalizzazione della malattia, l’incremento dell’uso degli straordinari e l’aumento degli incidenti». «Perciò, per favore – conclude Belci – Bono taccia se non altro per rispetto dei morti». 
 
FINCANTIERI. DUE ORE DI SCIOPERO PER PROTESTARE CONTRO LA LETTERA DEI VERTICI AZIENDALI 
La Rsu: «Assenze? Questo è un lavoro pesante» 
Fim, Fiom e Uilm respingono l’accusa di scarsa produttività mossa dall’amministratore delegato

di LAURA BORSANI

La risposta immediata è stata lo sciopero proclamato dalle Rappresentanze sindacali unitarie Fim-Fiom-Uilm giovedì, lo stesso giorno in cui è stata diramata la lettera dell’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono. Il lavoro nello stabilimento di Panzano si è fermato ieri per due ore alla fine di ogni turno. La replica non s’è fatta attendere. Una contro-lettera che tira in ballo responsabilità acuendo lo scontro tra azienda e sindacati.
All’Ad le Rsu chiedono ”rispetto” respingendo quello che definiscono un «atteggiamento ricattatorio» avendo ventilato la chiusura del cantiere a causa dell’asserita scarsa produttività. «Le maestranze – affermano i sindacati – non sono più disposte a tollerare responsabilità che non hanno e giudizi fatti da chi dimostra di non conoscere profondamente le realtà di stabilimento». Replica punto su punto. A partire dall’assenteismo, che l’Ad ha quantificato essere a Monfalcone oltre il 16%. I sindacati per contro sollevano due aspetti, la salubrità dell’ambiente di lavoro e la correttezza delle certificazioni: «Bisognerebbe capire – ribattono – il motivo per il quale l’azienda presenta un computo di assenze così alto. A nostro avviso, gli elementi da considerare sono due. Il primo riguarda la salubrità dell’ambiente: in un posto di lavoro poco salubre ci si ammala e ci si infortuna di più. Il secondo aspetto è legato a pratiche non corrette da parte di chi certifica la malattia e l’infortunio: è preciso dovere dell’Ad denunciare e perseguire eventuali responsabilità in tal senso». Le Rsu si soffermano anche sul parallelo tra la cantieristica navale italiana e quella statunitense: «Il paragone proposto non ci pare buona pratica, né dal punto di vista del prodotto (navi da crociera da 130mila tonnellate di stazza lorda rispetto ai pattugliatori americani), né dal punto di vista della presenza sul posto di lavoro. Sull’assenteismo, soprattutto, le due realtà sono così profondamente diverse da non permettere alcuna comparazione attendibile. Negli Usa non esiste l’istituto della malattia, nemmeno l’infortunio, in quanto il welfare americano non è quello italiano. Forse l’Ad pensa che con il sistema americano ci possano essere due morti in meno?».
Altro tasto dolente: i sindacati chiamano in causa materiale non conforme e non meglio precisate indagini radiografiche sulla Queen Elizabeth, che «hanno messo letteralmente in ginocchio l’allestimento delle ultime due costruzioni». E spiegano: «Sulle questioni di qualità pensiamo che ai lavoratori non siano imputabili le situazioni disastrose registrate nell’ultimo periodo. Si tratta della sostituzione di un numero considerevole di tubi di materiale non conforme sulla costruzione 6151 e la questione delle radiografie, ascrivibili esclusivamente alle leggerezze della gestione aziendale. Facciamo notare come i lavoratori dello stabilimento di Monfalcone, nonostante l’oneroso carico di lavoro dovuto alle indagini radiografiche, siano ugualmente riusciti a consegnare nei tempi stabiliti la Queen Elizabeth, con uno sforzo collettivo encomiabile, che Bono non sa (o non vuole) riconoscere». I sindacati aggiungono: «Pensiamo che il decadimento dell’immagine e dell’affidabilità che i clienti si sono fatti della nostra azienda dipenda esclusivamente dagli ultimi aspetti che abbiamo riportato. Non possiamo accettare che la colpa venga addossata sulle spalle dei lavoratori».
Non è finita. Le Rsu parlano di «protocolli stilati tra direzione e sindacati sulla sicurezza il cui rispetto è stato troppo spesso disatteso»; di interventi, investimenti e programmi, citati dall’Ad Bono, «completamente vanificati dai comportamenti della direzione aziendale, tuttora latitante, sia in tema di sicurezza sia di qualità». E sulla molatura scandiscono: «La nostra posizione rimane chiara ed è stata esplicitata negli innumerevoli comunicati divulgati in azienda: vogliamo che venga fatta in modo sicuro e a fronte di investimenti». Non viene tralasciata neppure la questione-appalti: «In quella giungla di contratti e regole violate, i lavoratori sono quotidianamente sfruttati e ricattati. Non è più ammissibile che non si veda ciò che accade in quel mondo». I sindacati quindi chiariscono: «La nostra lettera aperta non si focalizzava solo sulle dinamiche e le responsabilità dell’ultimo grave incidente, ma intendeva denunciare questioni di carattere generale. Spesso l’Ad ha invocato la necessità di portare alla sua attenzione questioni di carattere gestionale, o di qualsiasi altro tipo, che fossero di impiccio al buon funzionamento dell’azienda. Ha sottolineato, anche pubblicamente, che le segnalazioni da parte del sindacato dovrebbero avere uno ”spirito proattivo”. La risposta, risibile e contestabile che abbiamo ricevuto, va nella direzione contraddittoriamente opposta». Infine, a proposito della «solerzia» con cui i suggerimenti dei lavoratori vengono acquisiti e resi pratici: «Sarebbe bello se così fosse – ribatte la Rsu -: verbali di riunioni, volantini e comunicati ufficiali testimoniano l’esatto contrario».
 
L’azienda rincara: «La difesa dei sindacati dimostra mancanza totale di argomenti» 

Fincantieri prende atto dei commenti seguiti alla lettera aperta indirizzata dall’Ad, Giuseppe Bono, alle Rsu di stabilimento e snocciola le sue risposte. «Negli interventi è totalmente assente ogni risposta sul merito delle questioni sollevate, da tanto tempo. Quando non si vuole entrare nel merito, si usano solo argomentazioni generiche e ovvie, sulle quali non si può che convenire. Ma questo ci porta a risolvere i problemi o a continuare ad ignorarli?». Al segretario regionale della Cgil, Franco Belci, rilancia: «Si è addirittura permesso di attribuire al dottor Bono un’insensibilità e un – asserito – mancato rispetto verso i morti, chiamati strumentalmente in causa con affermazioni che confermano l’incapacità di dialogare sui fatti e affrontare le questioni. Quando poi dall’appartenere a Fincantieri, “un’azienda pubblica”, si rivendica una posizione di privilegio, non ritiene il sindacato che sia un’offesa verso tutti gli altri lavoratori che non sono dipendenti di aziende pubbliche? E davvero si pensa che l’azienda pubblica possa operare diversamente dalle regole di mercato?».
Fincantieri ritiene inoltre «paradossale ciò che si dice dei colleghi americani che – e questo voleva dire l’Ad – sono solo più disciplinati e più attenti alle esigenze della propria e dell’altrui sicurezza. Negli Stati Uniti, non parliamo di Paesi in via di sviluppo, si lavora normalmente un numero di ore tali da cui non ci risulta, come dice il sindacato e Belci in particolare, derivi la «tragica correlazione tra l’intensificazione dei ritmi di lavoro, la riduzione delle pause, la criminalizzazione della malattia, l’incremento dell’uso degli straordinari e l’aumento degli incidenti». Circa il riferimento al fatto che i disagi siano provocati da condizioni «poco salubri», l’azienda osserva: «Non risulta che nello stabilimento e dallo stabilimento di Monfalcone si propaghino nel territorio malattie infettive». E ancora chiarisce: «Nessun “ricatto” emerge dalla lettera, ma solo un accorato e appassionato richiamo a riflettere sul futuro, per prepararlo tutti insieme e affrontarlo con il coraggio necessario, affinchè si eviti ciò che sta succedendo in tante aziende nazionali, e come anche Fincantieri rischia, che il nostro futuro venga portato via da altri Paesi». Fincantieri ricorda i notevoli investimenti, oltre 150 milioni di euro effettuati negli ultimi anni, in buona parte rivolti anche al miglioramento delle condizioni di lavoro.
E ancora: «Circa il tono di alcune frasi, al limite dell’offesa, rivolte all’Ad che si limitava solo a precisare le problematiche sollevate dalle Rsu, ricordiamo l’accordo del 10 febbraio scorso, sottoscritto tra la direzione del cantiere e le Rsu con l’intento di recuperare ordini già persi. Le Rsu si erano impegnate a “garantire il loro sforzo volto al comune obiettivo di consolidare l’affidabilità, la qualità, l’efficienza ed il rispetto dei tempi nei confronti delle società armatrici clienti ai quali offrono il massimo supporto per lo svolgimento delle proprie attività”. L’azienda ha fatto la sua parte riprendendosi con determinazione un ordine per due navi già destinate dal nostro cliente alla Germania, e portandole a Monfalcone. Continueremo in questa direzione, ricercando la collaborazione del sindacato che riteniamo un interlocutore indispensabile e al quale non chiediamo altro che essere parte attiva dell’azienda e non forza contraria. Il nostro vertice continua a considerare Fincantieri patrimonio dei lavoratori, ai quali bisogna sempre parlare con chiarezza e trasparenza, indicando le minacce e le misure atte a prevenirle o ad attenuarne gli effetti. Il momento è particolarmente duro e per uscirne bisogna abbandonare le solite posizioni preconcette, agendo invece con coesione e unità di intenti».

Il Piccolo, 19 dicembre 2010

IL SINDACO: IN QUESTO MOMENTO DI CRISI È QUANTOMAI NECESSARIO FARE SQUADRA 
«Le provocazioni di Bono servono solo a dividere» 
Pizzolitto prende le distanze dai contenuti della lettera dell’amministratore delegato di Fincantieri

di LAURA BORSANI

«Il miglioramento della produttività non può che passare attraverso l’organizzazione aziendale. E la sicurezza sul posto di lavoro oltrechè un fattore di civiltà è anche elemento di competitività». Il sindaco Gianfranco Pizzolitto propone una riflessione ”a tutto campo”, dopo lo scontro tra sindacati e Fincantieri. Sul tappeto c’è dell’altro, a proposito del piano Unicredit sul superporto presentato a Roma e che il sindaco ha definito come una valida diversificazione alla cantieristica navale. Assoporti ha prospettato possibili censure a livello europeo sul progetto. Il sindaco osserva: «Lascia perplessi il fatto che oggi a lanciare le accuse siano coloro che non hanno mai creduto all’iniziativa. Queste prese di posizione dimostrano il disagio di chi è rimasto fuori».
Il sindaco, dunque, prende le distanze da Fincantieri, a proposito di sicurezza e di metodiche aziendali. Quanto all’atteggiamento assunto dall’Ad Giuseppe Bono osserva: «A mio avviso, bisogna spingere verso una chiamata generale a ”fare squadra”, invece vedo solo provocazioni che acuiscono la già difficile situazione. Le scelte generali che Bono ha assunto sono apprezzabili e vanno in direzione della difesa dell’azienda. A Monfalcone si è mosso bene, garantendo nuove commesse. Per questo sono perplesso e diviso: da una parte rilevo la capacità manageriale, ma dall’altra l’incongruenza nell’affrontare adeguatamente i problemi concreti».
Il sindaco pone alcune premesse precisando che il suo vuole essere un contributo alla riflessione, consapevole del momento di difficoltà in cui versa Fincantieri. Esprime inoltre il suo senso di appartenenza alla città: «Sono in linea con le Rappresentanze sindacali unitarie, sono solidale con i lavoratori. Sto con la mia gente, non dimentichiamo che siamo di fronte a un grave infortunio».
Quindi entra nel merito delle questioni. «Se si vuole parlare di produttività – osserva Pizzolitto -, si deve tener conto di due aspetti: la crisi economica non l’ha prodotta il lavoro, ma la finanza e il capitale. È importante riconoscere questo concetto, altrimenti si finisce con l’attribuire al lavoro e ai lavoratori responsabilità che non hanno. È altrettanto fondamentale fare riferimento al fattore organizzativo aziendale, sgomberando il campo da soggettività ed emozioni: diversamente sarebbe come dare degli scansafatiche alle maestranze».
Il sindaco aggiunge: «Il miglioramento della produttività è legato soprattutto all’efficienza organizzativa. E la sicurezza deve rappresentare anche un fattore di competitività, legata alla stessa immagine di Fincantieri. Ritengo, inoltre, che sia il momento di ragionare rispetto alle metodiche aziendali: credo che i numerosi appalti alla fine possano compromettere il percorso di miglioramento della sicurezza e della qualità del prodotto. Venendo meno la fidelizzazione tra le ditte e l’azienda, per assecondare le condizioni poste dall’armatore c’è il rischio di sottoporre le imprese ad una reazione che incide negativamente sulla qualità produttiva».
Pizzolitto chiama quindi in causa il rapporto con la comunità: «È fondamentale che il territorio rimanga coeso continuando a credere nella capacità dell’azienda. Provocare il sindacato e raffreddare i rapporti con la comunità può comportare danni. L’azienda – conclude – ha lanciato il suo grido d’allarme, ma l’ha fatto in modo sbagliato. Tuttavia, l’appello va raccolto e ora ciascuno, nel rispetto degli specifici ruoli, deve contribuire a fare la sua parte senza dimenticare le premesse che richiamano al rispetto del lavoro e che legano la produttività all’efficienza organizzativa».

Il Piccolo, 20 dicembre 2010 
 
Gherghetta: servono imprenditori, non padroni 
«È pericoloso voler applicare le logiche americane al nostro sistema produttivo»
ASSENTEISMO E SICUREZZA IN FINCANTIERI: IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA ATTACCA L’AD

di LAURA BORSANI

Il primo pensiero del presidente Enrico Gherghetta è rivolto a Carlo Bevilacqua, infortunatosi giovedì scorso in cantiere, e alla sua famiglia. Quindi osserva lapidario: «La Provincia di Gorizia è con i lavoratori di Fincantieri». Parte da questo ”imperativo categorico” per lanciare un messaggio forte, all’indomani dello scontro tra i sindacati e l’azienda. E avverte: «È un errore pensare di portare sul territorio non solo isontino ma anche italiano, le logiche di Marchionne, perchè la sua filosofia parte da una società, quella americana, che non è la società italiana». Gherghetta si rivolge a tutti coloro che definisce «gli imitatori» del manager della Fiat. Non solo all’amministratore delegato, Giuseppe Bono, ma a tutti gli imprenditori: «L’appello che rivolgo è chiaro: attenti a cosa fate perchè la realtà italiana non è affatto quella americana. In Italia non abbiamo lavoratori che hanno una mansione, ma maestranze che possiedono un vero e proprio mestiere. E la qualità dell’offerta delle imprese si basa in modo preponderante sulla capacità professionale dei nostri lavoratori. Tanto è vero – aggiunge – che in Italia si usa un termine che non esiste da nessun’altra parte al mondo: il patrimonio umano».
Parole decise, quelle del presidente Gherghetta, che abbandona ogni diplomazia quando si tratta di difendere i lavoratori del territorio. Una posizione esplicita, dunque, rispetto ai contenuti riportati dall’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, nella sua lettera inviata ai sindacati.
Gherghetta osserva: «I nostri lavoratori fanno la differenza: il made in Italy è sinonimo di fantasia e di creatività, ma anche di tradizione artigianale costruita nei secoli e che ha permesso di garantire una qualità del prodotto che tutti ci invidiano. Il patrimonio umano è il nostro valore aggiunto». Il presidente evidenzia un altro aspetto: «La filosofia sostenuta da Marchionne non ha nè capo, nè coda poichè nessuno dei motivi per i quali oggi l’impresa è in crisi è da imputare al lavoro e ai lavoratori. Parliamo di spostamenti di risorse dai Paesi emergenti, di capitale, di finanza, ma nessuno di questi elementi è collegato al lavoro perchè tutto è invece collegato al profitto. I veri responsabili sono la speculazione finanziaria e l’idea di mercificazione del denaro».
Gherghetta pertanto scandisce: «Proporre un nuovo sistema di relazioni industriali pensato sulla delegittimazione di una parte delle sue componenti, è un controsenso sia dal punto di vista politico che economico. Se oggi c’è bisogno di costruire nuovi margini di produttività, la strada è una sola: sedersi attorno a un tavolo e addivenire a un accordo sindacale. Abbiamo bisogno di imprenditori e non di padroni». Gherghetta aggiunge: «In provincia abbiamo sancito un accordo politico-economico sul progetto del superporto che ha visto l’unità del territorio. Forse sarebbe il caso di copiare questa esperienza, anzichè gettare la croce addosso su chi lavora e produce». Il presidente si sofferma anche sulla questione della sicurezza: «Se in una fabbrica un dipendente si fa male, una delle cause sicuramente è l’organizzazione del lavoro. Anzichè pertanto scrivere lettere, invito l’Ad di Fincantieri a mettere mano all’organizzazione aziendale».
 
DURO APPELLO DEI SINDACATI  
La Cgil provinciale: «Il governo intervenga sulle esternazioni di Bono»

«Se il governo svolgesse il suo ruolo di mediatore tra le parti, considerato che Fincantieri è controllata dallo Stato, la Cgil isontina chiederebbe subito la revoca del mandato all’amministratore delegato Giuseppe Bono». Il sindacato non fa sconti alla posizione assunta dall’ad di Fincantieri dopo l’ultimo grave incidente verificatosi nello stabilimento di Monfalcone e ritiene, anzi, che non dovrebbe farli nemmeno la comunità  isontina e regionale. «Le sue dimissioni non dovremmo chiederle solo noi rappresentanti dei lavoratori – afferma la Cgil provinciale -, ma anche tutta la comunità isontina e di buona parte del Friuli Venezia Giulia, che devono scandalizzarsi per quanto accaduto: è vero che il cantiere è stato e continua a essere una richezza per questo territorio, ma è anche vero che il prezzo pagato in cento e passa anni di presenza è stato altissimo, in caduti sul lavoro e soprattutto per le centinaia di persone decedute per l’uso dell’amianto che si è fatto in quello stabilimento». A Fincantieri, la Cgil chiede quindi un passo indietro e una maggiore attenzione al valore della vita umana, anzichè a quello della Borsa. (la. bl.)

Il dramma di Carlo Bevilacqua, solo fra un anno saprà se potrà riacquistare l’uso delle gambe

Ci vorrà almeno un anno per capire se Carlo Bevilacqua, il 51enne rimasto infortunato giovedì scorso durante le operazioni di imbragatura delle guide lavavetri, nell’ambito dell’allestimento della Carnival Magic, potrà riacquistare l’uso delle gambe. L’uomo ha riportato una frattura scomposta tra la decima e l’undicesima vertebra. All’Unità spinale dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico durato 5 ore. L’operazione è riuscita, ma ora per Carlo Bevilacqua si è aperta una strada costellata di incognite. Perchè il percorso di recupero è tutt’altro che semplice e breve. Insomma, una via Crucis per il lavoratore e la sua famiglia, la moglie Roberta e un figlio di 20 anni, ai quali è improvvisamente e drammaticamente cambiata la vita.
«È una situazione molto difficile – ha spiegato la moglie Roberta che anche ieri è rimasta a lungo in ospedale, a fianco del marito -. L’intervento è andato bene, ma non si può sapere se e quando potrà riacquistare l’uso delle gambe. Ora è disteso, bloccato a letto, non avverte alcuna sensibilità agli arti inferiori. Non è chiaro quale sia il danno reale arrecato al midollo spinale. Ha anche riportato la frattura al naso, oltre a ferite alla parte sinistra della testa e in fronte. Purtroppo, ci vorrà tempo, si parla almeno di un anno per poter capire quale sarà l’effettivo recupero. Credo che tuttavia sarà molto difficile per Carlo tornare a camminare come prima».
Roberta racconta con toni pacati, dignitosi, ma tradisce tutta l’angoscia di una famiglia costretta a misurarsi con il dolore e le incognite del domani. E la rabbia nel tentare di capire cosa sia accaduto: «Carlo non ricorda molto dell’incidente – spiega -, ha visto cadere quel tubo che lo ha colpito alla schiena. È stato un attimo. Poi è finito con il volto a terra, senza riuscire a ripararsi. È esperto, ha lavorato trent’anni in cantiere, sa governare le gru. È per questo che non capisco. Certo, sarà la magistratura a chiarire le circostanze, ma non riesco proprio a capacitarmi, considerata la prudenza e la perizia di mio marito». Roberta aggiunge: «Carlo lo ha detto spesso: in questi ultimi tempi in cantiere si lavora male, la sicurezza è un problema reale. Non c’è più rispetto per le persone, si ragiona solo a commesse. A mio figlio ha detto: in cantiere non ci andrai mai». Roberta, spiega, è stata subito ricevuta dal direttore dell’azienda che le ha manifestato solidarietà. Tuttavia, non si sottrae dal commentare quanto espresso dall’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono: «Ho trovato le sue dichiarazioni inopportune. In questo terribile momento, non era proprio il caso. Vorrei incontrare il signor Bono per fargli vedere in quali condizioni ci siamo ridotti». (la.bo.)

Il Piccolo, 05 gennaio 2011

DITTA IMPEGNATA NELLE COIBENTAZIONI DELLE NAVI ALLA FINCANTIERI 
Koifer, in 40 da due mesi senza stipendio 
L’azienda: i soldi arriverranno la prossima settimana. Rientrato lo sciopero già programmato

Gli 80 lavoratori di Eurogroup hanno affrontato il Natale con la prospettiva di finire in mobilità. I 40 di Koifer, altra impresa dell’indotto Fincantieri, attiva questa direttamente nello stabilimento di Monfalcone, lo hanno trascorso con lo spettro di vedersi pignorato l’appartamento o di essere sfrattati. Dopo aver già faticato per vedersi pagati gli stipendi arretrati di agosto, settembre e ottobre, i dipendenti della ditta di Staranzano, legata a Demont, sotto l’albero non hanno trovato le agognate buste paga di novembre, dicembre e quella relativa alla tredicesima (o per qualcuno al trattamento di fine rapporto). «In compenso siamo sempre andati a lavorare, anche a cavallo delle feste di fine anno, anche oggi», ha detto qualcuno dei lavoratori nella tarda mattinata di ieri, all’esterno dell’ingresso del cantiere navale di Panzano. Negli occhi molta rabbia, ma anche la paura di perdere una possibilità di lavoro. Gran parte dei dipendenti di Koifer sono stranieri, affiancati però anche dipendenti italiani.
Nonostante i timori, la volontà di farsi sentire per ottenere una risposta dall’azienda alla fine aveva avuto comunque il sopravvento.
Sotenuti dalla segreteria provinciale dell’Ugl Metalmeccanici, che da tempo segue la vicenda, i lavoratori avevano deciso di proclamare ieri uno sciopero di otto ore, affiancato da un volantinaggio all’esterno dello stabilimento navalmeccanico. La reazione dei lavoratori ha smosso l’azienda e, soprattutto, Demont, per la quale Koifer effettua lavorazioni di isolamento a bordo della Carnival Magic, la maxi-passeggeri che sarà consegnata alla fine di aprile. «Dai responsabili di Demont i lavoratori hanno avuto l’assicurazione che gli arretrati saranno pagati la prossima settimana», ha riferito ieri Mauro Marcatti, della segreteria provinciale dell’Ugl Metalmeccanici. I 40 dipendenti di Koifer hanno così ritirato lo sciopero ieri, pur restando sul piede di guerra. «Quando è stato firmato l’accordo per il pagamento del mese di ottobre, ci era stato detto che una cosa del genere non si sarebbe più ripetuta», ha ricordato ieri uno dei lavoratori dell’impresa. Per tutti quest’ultimo periodo è stato un vero e proprio incubo. «Ci sono le famiglie, le bollette da pagare, i mutui o gli affitti – ha detto un lavoratore -. Ci sono scadenze che vanno rispettate, sennò rischiamo anche di perdere la casa». Ai dipendenti in cassa integrazione ordinaria non è andata meglio, perché l’impresa non ha anticipato gli importi dovuti dall’Inps che ha versato le indennità relative a giugno, luglio e agosto solo in ottobre. La situazione contingente è resa ancora più pesante dalla preoccupazione sulla continuità del lavoro per Koifer all’interno del cantiere navale di Monfalcone, dopo la conclusione dell’attività a bordo di Magic.
«Il problema sono le prospettive – ha detto ieri uno dei dipendenti dell’impresa -. Io ho 64 anni e chi mi dà lavoro, se Koifer chiude? Rischio di non poter arrivare alla pensione». L’Ugl Metalmeccanici ieri ha sottolineato anche di confidare in un intervento di Fincantieri, perché la vicenda trovi una conclusione positiva per i lavoratori coinvolti.