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DUE ESPULSIONI ILLEGALI E ARBITRARIE
13 IMPUTATI X 36 CAPI DI IMPUTAZIONE

Agosto del 2003. È in essere la sanatoria Bossi-Fini, la più grande che il nostro paese ricordi in tema di immigrazione. Dopo quella i migranti irregolari hanno dovuto attendere che Berlusconi tornasse nuovamente al potere per poter tentare di sanare la propria posizione in italia.
Mercoledi 13 di quell’Agosto, noi, i referenti dello sportello invisibili di Monfalcone seguiamo con attenzione le ultime convocazioni presso la Prefettura di Gorizia che formalizzano l´avvenuta regolarizzazione di alcuni lavoratori migranti.

Quella mattina accompagniamo due ragazzi bengalesi, assieme al rappresentante della allora neonata associazione dei bengalesi di monfalcone; nell´atrio della prefettura attende anche il loro datore di lavoro, colui che materialmente ha inoltrato la domanda di sanatoria.

Il funzionario della Questura che segue i colloqui rimane sorpreso della nostra presenza, forse anche un po´ indispettito. Intanto, un connazionale dei due bengalesi che si offre come interprete non viene fatto entrare. Nell’aria c’è qualcosa di strano.. qualcosa non va. Due volanti arrivano nel giardino della prefettura, i poliziotti scendono e si accendono una sigaretta, aspettano. Qualcosa non va, la sensazione è tangibile, sulla pelle.

Dopo pochi minuti esce dalla stanza chiusa il datore di lavoro, ha una faccia strana, si lamenta con noi, dice “…ma se finiva così perché mi hanno convocato…” è arrabbiato e se ne va. I due ragazzi, invece, non escono.
Altri lunghi minuti passano, esce il funzionario della Questura a cui chiediamo spiegazioni. Lui ci tiene ad informarci di non essere tenuto a dirci nulla. Dietro la nostra insistenza gli scappa una frase: “…c´è un espulsione, non possono essere sanati…”. Grazie di dircelo ora, rispondiamo noi: possiamo fargli firmare una nomina ad un legale, facciamo ricorso, dategli i 5 giorni di tempo.”Non posso”, risponde il funzionario, “li hanno già portati in caserma.. gli prenderanno le
impronte, formalizzano la cosa e li spediscono….”.

I nostri sguardi parlano chiaro: siamo incazzati, incazzati oltre ogni limite. A parte questo, non sappiamo bene cosa fare.

Per prima cosa ci attacchiamo al telefono, chiamiamo avvocati, chiamiamo dei politici, consiglieri comunali, consiglieri Regionali, cerchiamo di bloccare qualcosa che ha tutta l´aria di un trabocchetto messo in piedi per compiere un ingiustizia, espellere due lavoratori che non hanno fatto nessun reato: erano semplicemente “clandestini”.

Arriviamo davanti alla caserma Massarelli a ridosso del confine con la Slovenia, dove i due sono detenuti. Chiediamo di incontrarli per spiegare loro cosa sta succedendo e fargli firmare una nomina. Il personale di polizia ci ignora: non sono tenuti a farceli vedere.
All 10 del mattino del 13 agosto 2003 comincia fare caldo.
Troviamo un legale disponibile a fare ricorso, ma senza la nomina è impossibile.

Intanto sul piazzale della casa rossa arrivano i politici, arrivano diverse macchine di bengalesi, parenti e amici dei due, arriva il responsabile dell´Alef CGIL che cerca di far ragionare i funzionari di Polizia.
Infine arriva la DIGOS.

Il dirigente della DIGOS fa da mediatore, il piazzale della caserma inizia a riempirsi, per calmare gli animi si organizza un incontro dentro la caserma: non possiamo incontrare i due lavoratori, ma ci assicurano che contatteranno il dirigente competente. La carica più alta presente in quel giorno a Gorizia è il vicario del Prefetto Squarcina, cioè colui che ha firmato il nuovo decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera. Provvedimento che in seguito verrà dichiarato incostituzionale dalla Corte competente.

Viene contattato il vicario, oggi prefetto a Trento: non vuole tornare sui suoi passi. L’auto ed il personale sono già pronti: i due devono essere portati via, non si sa dove, se in aeroporto o in un CPT: non sappiamo nulla.

Intanto il piazzale della caserma si è riempito, molti sono concittadini dei due bengalesi, parenti e amici, ci sono i politici, ci sono i movimenti antirazzisti, è passato mezzogiorno comincia a fare davvero molto caldo.

Il personale di polizia. comincia ad innervosirsi, vogliono concludere, vogliono togliersi questo impiccio, devono far uscire i due dalla caserma.

Ma davanti all´unico ingresso della caserma ci sono almeno 100 persone, la DIGOS continua la mediazione, la tensione è alta, si continua a trattare.

Le auto di servizio escono ed entrano dalla caserma: ogni volta le auto vengono bloccate dalla folla, controllate. I due non ci sono, la folla si sposta, li fa passare.

Il clima è sempre più teso, il vicario Squarcina è stato contattato dai legali, dai politici da chiunque, si tenta di farlo ragionare, di spiegargli che sta avvenendo una palese ingiustizia, che tutto questo è arbitrario, illegale. Squarcina spegne il telefono, se ne frega: è il 13 di agosto, fa caldo e non ha voglia di discutere.

Davanti alla caserma ci sono slogan, rabbia, qualcuno si sdraia per terra per non far passare le auto, viene sollevato e strattonato, si sfiora lo scontro.

Intorno alle 16.30 torniamo alla carica, componiamo una delegazione e richiediamo al dirigente DIGOS di poter incontrare i due e fargli firmare la nomina: il funzionario ci guarda e dice”… ormai è impossibile i due sono già in viaggio…”. Impossibile, rispondiamo: in nessuna macchina di servizio abbiamo visto uscire i due bengalesi. Per
forza, aggiunge lui: erano sul furgone.

In effetti è passato un furgone bianco, chiuso, senza finestre o prese d´aria. Rimaniamo allibiti, appena la notizia si diffonde la rabbia e la frustrazione si materializzano nei gesti; esce il personale in assetto antisommossa, ci sono diversi contatti tra loro e le persone radunate la fuori. La rabbia è così forte che il reparto celere è costretto a rientrare nella caserma: la situazione è caotica, si urla, si inveisce contro chi è responsabile di questa porcheria, i parenti e gli amici piangono, i politici si indignano.

Ci spostiamo verso la Prefettura e manifestiamo: sono le 18, siamo rimasti tutto il giorno a Gorizia, facendo la spola tra Prefettura, Questura e caserma Massarelli e non siamo riusciti a fermare questa ingiustizia, non sappiamo nemmeno dove siano i due ragazzi, non sappiamo come stanno e non sapremo mai quale destino li attende. La
rabbia è molta, moltissima.

Il giorno dopo i giornali non parlano d´altro, fin da subito si capisce che la strategia della Prefettura è quella di non entrare nel merito di quanto accaduto e sottolineare invece che è stata assaltata una caserma, minacciato, offeso e ferito personale di polizia che stava facendo solo il proprio dovere. La stampa non accenna minimamente ai fatti concreti: chi, come, dove e perché non sono importanti.

Dopo sei anni di udienze, 13 imputati per 36 capi di accusa, decine di testimonianze degli agenti, molto contraddittorie e fuorvianti, il giorno 27 ottobre 2009 viene pronunciata la sentenza di primo grado.
Tante sono le assoluzioni, la maggior parte dei capi di imputazioni cadono, più della metà degli imputati viene completamente prosciolto, ma altri vengono condannati a 9, 8, 5, 4 e 3 mesi di reclusione più pene pecuniarie per la parte civile. Fondamentalmente le condanne sono per il reato di resistenza, ma questo verrà appurato a sentenza depositata.
A sei anni dai fatti si discuterà e molto verrà ancora detto e scritto, sta di fatto che oggi a distanza di molto tempo rimangono vive le sensazioni, la rabbia e l´indignazione che quel 13 di agosto portò più di cento persone a manifestare per bloccare delle espulsioni insensate, arbitrarie e incostituzionali, un atto di arroganza da  parte del potere che Governa questo territorio.

Un atto di arroganza che pochi anni dopo si istituzionalizza, prende forma e concretezza con la creazione, fortemente voluta dai diversi governi nazionali che si sono susseguiti come anche dei poteri locali, del più grande centro di detenzione presente nel nord italia, la macelleria Gradiscana, che poche settimane fa è risalita alla cronaca nazionale per le violenze perpetrate sui trattenuti.

La sentenza sui fatti della Massarelli, ci ricorda, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che la legge e la giustizia non sono la stessa cosa, e anzi viaggiano sempre di più su due binari opposti e contrari. Chi continua imperterrito a destra come a sinistra a ripetere il mantra sulla legalità sa benissimo che, in questo tempo di crisi e di
accelerazione delle dinamiche autoritarie e razziste, il CIE di Gradisca come anche le nostre città stanno ribollendo di rabbia e frustrazione esattamente come quel 13 agosto del 2003.

Sappiano questi signori che detengono il potere e che ci giudicano, che c´è una parte di questa società che non si arrende all´autoritarismo, al razzismo di stato e all´ingiustizia e che continua a credere fortemente ad altri valori, come la solidarietà, l´antirazzismo, la dignità di ogni essere umano, la libertà e la giustizia. E credere in questo significa innanzitutto praticarlo, farlo vivere ogni giorno.

Significa credere nella Resistenza, fortemente, ferocemente: non come feticcio storico ma come dato da attualizzare oggi e qui, esattamente come fanno i reclusi nel CIE di Gradisca o come hanno fatto quelle cento persone davanti alla Massarelli. Resistere, resistere, resistere.. e a chi, se non per primi ai Pubblici Ufficiali che rendono operativi gli orrori di cui abbiamo parlato?

Associazione Razzismo Stop – Venezia Giulia

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Messaggero Veneto, 08 settembre 2009 
 
Incontro con Casson stamane in piazza 
 
MONFALCONE. Piazza della Repubblica ospiterà, stamane alle 11, un incontro-dibattito con il senatore Felice Casson, candidato al ruolo di segretario regionale del Pd del Veneto per la mozione Marino. L’incontro, aperto al pubblico, servirà per parlare di giustizia e libertà d’informazione, ma diversi potrebbero essere gli argomenti di discussione soprattutto riguardo ai temi d’attualità. Sarà presente all’incontro la candidata alle segreteria regionale Pd Maria Cristina Carloni, che pure sostiene a livello nazionale la Mozione Marino. Un’occasione, dunque, per conoscere i due candidati e capire il valore della “terza mozione” anche in ambito regionale, in attesa delle primarie del Pd. Felice Casson è un magistrato e politico italiano, inoltre è consigliere comunale a Venezia. In magistratura il suo lavoro più noto è relativo allo smascheramento dell’Operazione Gladio, una struttura segreta paramilitare. Ha lasciato la magistratura nel 2005 per candidarsi sindaco di Venezia. Dopo le elezioni politiche del 2006, è stato eletto senatore nelle file dei Democratici di Sinistra e assieme assieme al Malabarba ha presentato un “Disegno di legge concernente le Disposizioni a favore dei lavoratori e dei cittadini esposti ed ex esposti all’amianto e dei loro familiari”, nonché delega al governo per l’adozione del testo unico in materia di esposizione all’amianto. Per primo raccolse la denuncia degli operai di Porto Marghera.

Il Piccolo, 08 settembre 2009 
 
OGGI A SELZ  
Esposti all’amianto Incontro con Casson
  
 
RONCHI Rischi amianto, come tutelare gli esposti. Questo il tema della terza festa regionale di Libertà Fvg, il periodico dello Spi Cgil regionale. Ospite d’onore della manifestazione, che si terrà domani mattina a Ronchi, nell’area festeggiamenti di Selz, sarà l’ex magistrato Felice Casson, senatore del Pd e primo firmatario del disegno di legge per la tutela degli esposti all’amianto. La giornata si aprirà alle 9.30 con un dibattito introdotto da Gio Batta Degano, segretario regionale del sindacato pensionati Cgil. Seguiranno gli interventi di Vittorio Franco, vicepresidente della commissione regionale Fvg sull’amianto, di Mario Riccieri dello Spi nazionale e di Giuliana Pigozzo, della segreteria regionale Cgil. Il programma proseguirà con un concerto della banda di Cervignano e con la premiazione dei volontari Spi più attivi nella distribuzione del giornale.

Il Piccolo, 09 settembre 2009 
 
Casson: pochi magistrati per i processi-amianto  
L’ex pubblico ministero a Monfalcone: «Serve un pool di esperti in Tribunale a Gorizia»
 
 
«Questa regione, in particolare la provincia di Gorizia, soffre di una grave carenza di magistrati. Ne parlai con l’allora procuratore generale di Trieste, Beniamino Deidda. In Senato ho sollecitato il ministro della Giustizia a intervenire con l’adeguamento degli organici. Sono stato anche primo firmatario di un emendamento finalizzato a inserire i processi sulle malattie professionali e gli infortuni sul lavoro tra le priorità degli uffici giudiziari». Il senatore Felice Casson, magistrato di punta in fatto di processi sulle ”morti bianche” e sulla sicurezza sul lavoro, non lo ha sottaciuto, ieri, a margine della visita in città, dove, in piazza della Repubblica, ha incontrato i cittadini per sviscerare i programmi sostenuti dalla mozione-Marino, per la quale, nell’ambito del congresso nazionale del Pd previsto il 25 ottobre, è candidato alla segreteria regionale in Veneto, assieme alla candidata alla segreteria regionale del Friuli Venezia Giulia, Maria Cristina Carloni. I due candidati hanno offerto puntuali risposte. Nel segno della chiarezza della linea politica («nella candidatura Marino vi è un’apertura mentale più ampia, che non si limita al tema della laicità»), della «tutela degli spazi di libertà, dello Stato sociale e dei diritti previsti dalla Carta Costituzionale, soprattutto a salvaguardia dei lavoratori, che il Governo Berlusconi sta destrutturando». Sul testamento biologico, Carloni ha annunciato che si batterà «perchè, dove c’è richiesta, siano strutturati i Registri in cui raccogliere le dichiarazioni anticipate di fine vita espresse dai cittadini». Casson era reduce da un confronto con i sindacati regionali dello Spi-Cgil, a Selz, durante il quale ha approfondito le problematiche del lavoro, della sicurezza, illustrando il disegno di legge ripresentato e ora in Commissione lavoro, sulle disposizioni a favore dei lavoratori e dei cittadini esposti ed ex esposti all’amianto. Intanto a proposito di amianto e processi, ha osservato: «I processi sono lunghi e difficili da gestire. Presuppongono un’adeguata squadra inquirente, non solo in ordine ai magistrati, ma anche al personale di Polizia giudiziaria e ai consulenti tecnici. Per i miei processi, conclusi con la condanna di dirigenti Fincantieri in parte anche coinvolti nei procedimenti in corso a Gorizia, mi sono avvalso di un buon pool». Il Tribunale di Gorizia, dunque, ”in sofferenza”? «A mio avviso – ha dichiarato -, serve una riorganizzazione del lavoro e dell’organico in forza all’Ufficio giudiziario». E il rischio-prescrizioni? «C’è sempre questo rischio. I tempi sono troppo brevi per la complessità di questi processi, ulteriormente ridotti dal Governo Berlusconi. Con Deidda qualcosa s’è mosso. Va tenuta alta l’attenzione sul problema. È una vera emergenza, che deve ancora vedere il picco nel 2020». Significativi gli obiettivi del disegno di legge. Come l’entrata in funzione del Fondo per le vittime e i benefici Inps per gli esposti-amianto, «fondo – ha detto Casson – bloccato da oltre un anno. Ho sollecitato il ministro Sacconi, senza avere risposte in tal senso. I soldi ci sono, 30 milioni di euro, per iniziare». Altro obiettivo, il completamento del censimento delle zone a rischio (immobili, naviglio militare e civile, territori, discariche) ai fini della bonifica, per la quale sono previsti fondi pubblici e incentivi fiscali ai privati. Infine, la sorveglianza sanitaria costante e gratuita per gli esposti all’amianto, unitamente al sostegno della ricerca scientifica sulla devastante patologia e sull’inertizzazione del minerale. (la. bo.)

Messaggero Veneto, 10 settembre 2009 
 
Pd, Casson e Carloni a Monfalcone: «Noi con Marino gli unici credibili, affidabili e liberi da condizionamenti» 
 
MONFALCONE. La credibilità e l’affidabilità della candidatura di Ignazio Marino a segretario del Pd e della sua mozione sono stati gli argomenti principali affrontati nel breve ma intenso incontro che il senatore Felice Casson, candidato alla segretaria regionale del Pd in Veneto, e Maria Cristina Carloni, candidata alla segreteria regionale Pd in Friuli Venezia Giulia, hanno tenuto ieri in piazza della Repubblica a Monfalcone.
Un incontro, come detto, che è servito ai due candidati per ribadire che «le persone che aderiscono alla mozione Marino sono persone credibili, affidabili, liberi da condizionamenti». Casson ha sottolineato, come peraltro fatto in altre occasioni, che nella candidatura Marino vi è un’apertura mentale più ampia, che non si limita al tema della laicità e aiuta a ragionare diversamente e con maggiore apertura. «Io porto il mio contributo sui temi che conosco meglio: sicurezza, giustizia, sicurezza sul lavoro», ha detto il senatore Casson, non dimenticando di evidenziare «la collocazione europea del Friuli Venezia Giulia», terra di confine che è divenuta cuore dell’Europa. Si è parlato anche di sicurezza del e nel lavoro, anche in considerazione dell’impegno di Felice Casson nell’ambito della tutela degli esposti all’amianto.
Casson è il primo firmatario del «Disegno di legge concernente le Disposizioni a favore dei lavoratori e dei cittadini esposti ed ex esposti all’amianto e dei loro familiari, nonché delega al governo per l’adozione del testo unico in materia di esposizione all’amianto», disegno di legge, già presentato nella passata legislatura e ripresentato al Senato nella Giornata mondiale delle vittime dell’amianto e che stamattina è stato anche argomento di confronto nel corso della terza festa regionale di Libertà Fvg (il periodico edito dallo Spi-Cgil regionale) che si è tenuta nell’area delle feste di Selz, a Ronchi dei Legionari.
Maria Cristina Carloni ha invece voluto toccare il delicato tema del testamento biologico: «Come futuro segretario regionale del Pd – si è impegnata – mi batterò perché, dove c’è richiesta, siano strutturati i registri in cui raccogliere e conservare le dichiarazioni anticipate di fine vita espresse dai cittadini, più comunemente note come testamento biologico. Mi batterò perché questo avvenga il prima possibile». Maria Cristina Carloni ha evidenziato come il cittadino abbia la necessità di essere accompagnato in ogni percorso sanitario, anche verso la fine della vita, ma «voglia decidere con responsabilità e consapevolezza. Il testamento biologico, detto anche “direttive personali di fine vita”, è uno strumento di libere scelte consapevoli e responsabili che attengono ai diritti individuali dei cittadini, meno ai sudditi. Gli esempi concreti e facilmente perseguibili come il Registro istituito dal Comune di Roma e in Regione i dibattiti iniziali svoltisi nei consigli comunali di Ronchi dei Legionari, Gorizia e Udine sulla possibilità di istituirli, ci dicono che il Pd è un partito laico e concreto. Per quanto mi riguarda – ha concluso –, non posso che auspicare che i Registri si strutturino dove c’è richiesta e che possano essere fruibili grazie alla rete informatica regionale». (c.vis.)

Messaggero Veneto, 01 marzo 2009 
 
Amianto in cantiere, il prefetto convoca un vertice 
MONFALCONE
 
 
MONFALCONE. Sarà il prefetto di Gorizia, Maria Augusta Marrosu, a convocare, in tempi brevi, un tavolo per tentare di definire la vertenza aperta dai sindacati con Fincantieri sui tempi di utilizzo dell’amianto nel cantiere navale di Monfalcone.
L’impegno del prefetto è stato assunto nel corso del recente incontro avuto con i coordinatori di Fim, Fiom e Uilm nelle Rsu dello stabilimento di Panzano, che già nella seconda metà di gennaio avevano portato all’attenzione del rappresentante dello Stato sul territorio una vicenda che sta creando molte tensioni fra i lavoratori coinvolti, quasi un centinaio.
Per ora il riconoscimento dell’uso del minerale nello stabilimento si ferma alla fine di dicembre del 1988, ma decine di lavoratori sostengono che l’impiego proseguì fino al 1992, cioè fino alla messa al bando del materiale in Italia grazie alla legge 257 dello stesso anno.
Dovrebbero, quindi, essere convocati l’Inail e la Contarp, il suo organo tecnico, Fincantieri, che, secondo le Rsu, non ha mai voluto fornire la documentazione successiva al 1989, e gli stessi sindacati.
Le Rsu esprimono soddisfazione per l’azione intrapresa dal prefetto Marrosu, sottolineando come fossero da tempo alla ricerca di uno spazio di confronto per tentare di arrivare a una soluzione della vertenza che riguarda una settantina di dipendenti della società, che per una sola settimana di differenza devono fare i conti con il mancato raggiungimento dei dieci anni di esposizione all’amianto necessari per ottenere lo “sconto pensionistico” di cinque anni.
Si tratta di lavoratori assunti nel 1981 da Fincantieri e che non riescono, quindi, a raggiungere il “tetto” dei dieci anni, perché l’ultima soglia fissata dall’Inail per l’uso dell’amianto nello stabilimento monfalconesi ferma, appunto, alla fine del 1988.
I lavoratori continuano però a sostenere che il materiale fu impiegato fin oltre la sua messa al bando in Italia, cioè oltre i primi mesi del 1992.
I lavoratori interessati, come avevano sottolineato al prefetto i sindacati nell’incontro di gennaio, sono quindi pronti a testimoniare e a ricorrere alle vie legali per vedere riconosciuti i propri diritti. (c.v.)

Il Piccolo, 01 marzo 2009 
 
PER LE RSU È STATO IMPIEGATO FINO AL 1992. CONVOCATO ANCHE L’INAIL  
Vertenza amianto, davanti al prefetto Fincantieri-sindacati sul periodo di utilizzo
 
 
A breve il prefetto di Gorizia Maria Augusta Marrosu convocherà un tavolo per tentare di definire la vertenza aperta dai sindacati con Fincantieri sui tempi di utilizzo dell’amianto nel cantiere navale di Monfalcone. E’ quanto ha assicurato il prefetto nel nuovo incontro con i coordinatori di Fim, Fiom e Uilm nelle Rsu dello stabilimento di Panzano, che già nella seconda metà di gennaio avevano portato all’attenzione del rappresentante dello Stato sul territorio una vicenda che sta creando molte tensioni tra i lavoratori coinvolti, quasi un centinaio in tutto. Per ora il riconoscimento dell’uso del minerale nello stabilimento si ferma alla fine di dicembre del 1988, ma decine di lavoratori sostengono che l’impiego proseguì fino al 1992, cioé fino alla messa al bando del materiale in Italia grazie alla legge 257 dello stesso anno. Al tavolo, stando a quanto emerso nell’incontro tra prefetto e rappresentanti di Fim, Fiom, Uilm, saranno convocati l’Inail e la Contarp, il suo organo tecnico, Fincantieri, che secondo le Rsu non ha mai voluto fornire la documentazione successiva al 1989, e gli stesso sindacati. Le Rsu esprimono soddisfazione per l’azione intrapresa dal prefetto Marrosu, sottolineando come fossero da tempo alla ricerca di uno spazio di confronto per tentare di arrivare a una soluzione della vertenza. In ballo per una settantina di dipendenti della società c’è il problema del mancato raggiungimento dei dieci anni, certificati dalla documentazione, di esposizione, necessari per ottenere lo «sconto» pensionistico di cinque anni. Si tratta di lavoratori assunti nel 1981 da Fincantieri e che non riescono quindi a raggiungere il tetto dei 10 anni, perché l’ultima soglia fissata dall’Inail per l’uso dell’amianto nello stabilimento si ferma appunto alla fine del 1988. I lavoratori continuano però a sostenere che il materiale fu impiegato fin oltre la sua messa al bando in Italia, cioé oltre i primi mesi del 1992. I lavoratori interessati, come avevano sottolineato al prefetto i sindacati nell’incontro di gennaio, sono quindi pronti a testimoniare e a imboccare le vie legali per vedere riconosciuti i propri diritti. All’attenzione del prefetto è stato però portato anche il caso di 10 impiegate del cantiere navale che non hanno ottenuto il riconoscimento dell’esposizione a differenza di quanto avvenuto per due colleghe con la stessa vita lavorativa alle spalle.

Messaggero Veneto, 06 febbraio 2009
 
RESIDENTE A SAN CANZIAN, AVEVA LAVORATO FINO A 7 ANNI FA COME MECCANICO DI BORDO 
Amianto, morto un altro ex cantierino 
La vittima è Vincenzo Felice, aveva 62 anni. Pittore, era conosciuto anche per i suoi quadri

 
Un’altra morte da amianto. Vincenzo Felice, 62 anni, nato a Monfalcone e residente a San Canzian, è deceduto l’altro ieri sera, all’ospedale di Monfalcone per edema polmonare. Il mesotelioma ormai lo aveva ormai devastato. Nel giro di 4 mesi, infatti, il tumore è degenerato in metastasi, invadendo in particolare il cervello. L’uomo era ricoverato all’ospedale di San Polo da circa un mese.
Aveva iniziato a lavorare nello stabilimento navale Fincantieri di Panzano nel 1972, in qualità di meccanico di bordo. Qui Vincenzo Felice aveva operato stabilmente fino a 7 anni fa, quando è sopraggiunta la quiescenza. Vincenzo era anche appassionato di pittura e aveva partecipato con le sue opere a diverse mostre nel mandamento. L’uomo lascia la moglie Angela, 60 anni, i figli Manuel, 33 anni, e Virna, 36, il genero Marco Zorzi e i suoi amati nipoti Andrea, Nickolas e la piccola Sara.
Il primo sintomo di quella che poi si sarebbe poi rivelata una patologia all’ultimo stadio, si è avuto nell’agosto scorso. «La scorsa estate – raccontano i figli – papà aveva accusato dolori alla spalla destra. Pensava che si trattasse di un colpo d’aria. S’è rivolto all’ospedale di Udine, dov’è stato ricoverato per gli opportuni accertamenti». Dalle verifiche sanitarie è purtroppo emersa una diagnosi decisamente pesante: metastasi. «Le placche avevano intaccato prima uno e poi l’altro polmone. Il tumore è stato così aggressivo da raggiungere rapidamente il cervello – continuano -. I medici sostenevano l’urgenza di intervenire, prefigurando diversamente una morte molto rapida, stimata in circa quattro mesi. Come infatti è accaduto». «L’operazione – osserva Manuel -, avrebbe esposto mio padre al rischio di una paralisi, senza per questo avere la certezza di allungargli la vita».
Ad agosto, dunque, per Felice inizia il calvario. Esploso dopo che, ricordano i congiunti, «durante i controlli che pure effettuava periodicamente, risultava una situazione costante, con la presenza di placche pleuriche».
Al nosocomio di Udine il 62enne è rimasto per una ventina di giorni. Quindi il ritorno a casa. E un nuovo ricovero a Monfalcone. Una continua «spola» tra l’abitazione e l’ospedale. Fino a quando Felice ha varcato la soglia del reparto di Oncologia del San Polo per l’ultima volta. «Era il primo gennaio scorso – ricordano con evidente sofferenza i congiunti -. Siamo riusciti a fare Capodanno insieme, ma papà, in sedia a rotelle, stava malissimo. Da allora, tra reparto e l’Rsa, non ha fatto più rientro a casa. L’ultimo mese è rimasto praticamente paralizzato a letto, non riusciva più neppure a sollevarsi. Aveva perduto la consapevolezza».
Felice Vincenzo è deceduto l’altra sera: «È morto durante il sonno, perlomeno non ha sofferto – continuano i familiari -. Mio padre sapeva che sarebbe accaduto. Vedeva i colleghi andarsene. «Prima o poi toccherà anche a me», ci diceva piangendo. Era una persona meravigliosa, affettuosa e molto legata alla famiglia. Un bravissimo meccanico, orgoglioso del suo lavoro. Era molto attivo, con tutto il male che aveva, non stava mai con le mani in mano, finchè ha potuto». Ai familiari lo aveva chiesto: «Battetevi». «Adiremo alle vie legali, vogliamo andare fino in fondo, non ci fermeremo», scandiscono i congiunti. La salma è ospitata all’obitorio di Monfalcone. I funerali si terranno al cimitero comunale di via 24 Maggio, presumibilmente lunedì o martedì.
L’ultima morte per amianto risale a metà gennaio, quando è deceduto Tristano Papais, ex gloria del basket monfalconese e regionale, ucciso da un mesotelioma alla pleura che se l’è portato via all’età di 63 anni. 
 
AMIANTO. NELL’ISONTINO 16 CASI OGNI 100MILA UOMINI 
Tragedia destinata a continuare

 
Le statistiche sono inequivocabili: gli ultimi dati disponibili del Registro tumori del Friuli Venezia Giulia, relativi al biennio 2004-2005, dimostrano come l’incidenza del mesotelioma maligno, legato all’esposizione all’amianto, non sia affatto in calo. Inoltre, le donne, specie in provincia di Gorizia, non sono risparmiate. Nel biennio 2004-2005, sono stati registrati 30 casi nell’Isontino e 45 nel Triestino. Il tasso d’incidenza grezza è di 16 casi ogni 100mila uomini e di 5,5 casi ogni 100 mila donne nell’Isontino, di 18,8 casi ogni 100 mila maschi e di 1,2 casi ogni 100 mila donne nella provincia di Trieste. Rispetto alla provincia di Pordenone, per rimanere agli uomini, il rapporto è rispettivamente di 8 e 9 volte. La portata del dramma-amianto si rende evidente considerando il fatto che, in assenza di esposizione all’amianto, dovremmo essere di fronte ad un caso per milione di abitanti. Poco più di uno in tutta la regione in un anno.
Sempre riferendosi agli ultimi dati del Registro regionale tumori, si evince altresì il consistente divario di incidenza tra le province di Trieste e Gorizia da un lato, e di Udine e Pordenone dall’altro. Un divario riconducibile principalmente alla presenza di grandi cantieri nel capoluogo regionale e in città. E ancora, per il Goriziano, nel biennio 2004-2005 sono stati rilevati 22 casi tra gli uomini e 8 tra le donne (più di un quarto del totale), mentre per Trieste 42 casi riguardano gli uomini e 3 le donne. Considerando l’incidenza relativamente elevata per le donne a Monfalcone e Gorizia, si ipotizza che oltre all’esposizione domestica nel lavaggio dei vestiti da lavoro, non sia da sottovalutare anche l’esposizione diretta all’amianto che molte donne isontine hanno presumibilmente subito in varie industrie, in particolare quella tessile.

Il Piccolo, 08 febbraio 2009 
 
IN CIMITERO  
Domani i funerali di Vincenzo Felice  
Alle 11 la cerimonia per l’ex operaio vittima dell’amianto 
 
Saranno celebrati domani alle 11 nella cappella del cimitero di via 24 Maggio i funerali di Vincenzo Felice, l’ex operaio di 62 anni residente a San Canzian, deceduto il 3 febbraio scorso all’ospedale di Monfalcone per edema polmonare, in seguito a unh mesotelioma contratto per esposizione all’amianto. Felice aveva iniziato a lavorare nello stabilimento navale di Panzano nel 1972 come meccanico di bordo, restandovi fino a 7 anni fa, quando era sopraggiunta la quiescenza. L’uomo lascia la moglie Angela, di 60 anni, i figli Manuel di 33 anni e Virna di 36, il genero Marco Zorzi e i suoi amati nipoti Andrea, Nickolas e la piccola Sara. Il primo sintomo di quella che poi si sarebbe poi rivelata una patologia all’ultimo stadio, si è avuto nell’agosto scorso quando Felice aveva accusato dolori alla spalla destra, attribuiti in un primo momento a un semplice colpo d’aria. Ricoverato all’ospedale di Udine, dagli accertamenti è purtroppo emersa una diagnosi decisamente pesante: metastasi a entrambi i polmoni. Vincenzo Felice era anche appassionato di pittura e aveva partecipato con le sue opere a diverse mostre nel mandamento.

Messaggero Veneto, 28 gennaio 2009 
 
Si tratta di operai assunti nel 1981 e che non riescono a raggiungere il tetto dei 10 anni
La Marrosu disponibile a sentire Inail e Fincantieri 
Caso amianto dal prefetto  
Chiesto il riconoscimento per 70 lavoratori 
MONFALCONE 
Delegazione sindacale a Gorizia
 
 
MONFALCONE. La vertenza amianto e il riconoscimento all’esposizione per una settantina di lavoratori e lavoratrici dello stabilimento Fincantieri è stato portato all’attenzione del prefetto di Gorizia, Maria Augusta Marrosu dai rappresentanti di Fim, Fiom, Uilm, impegnati da anni, assieme ai lavoratori dello stabilimento navalmeccanico, a ottenere il pieno riconoscimento dell’esposizione all’amianto subita dagli addetti del cantiere navale di Panzano. Le Rsu hanno spiegato al prefetto che la questione del riconoscimento riguarda il mancato raggiungimento dei dieci anni di esposizione, certificati dalla documentazione e necessari per ottenere un bonus pensionistico di cinque anni. Si tratta di lavoratori assunti nel 1981 da Fincantieri e che non riescono quindi a raggiungere il tetto dei 10 anni, perché l’ultima soglia fissata dall’Inail per l’uso dell’amianto nello stabilimento di Monfalcone si ferma alla fine di dicembre del 1988. Il problema però è che i lavoratori assieme ai rappresentanti sindacali di Fim Fiom e Uilm sostengono che nello stabilimento monfalconese il materiale in stabilimento fu impiegato oltre la sua messa al bando in Italia, cioè oltre i primi mesi del 1992. I lavoratori interessati, come hanno sottolineato i loro rappresentanti sindacali, sono pronti a testimoniare e quindi a imboccare le vie legali per vedere riconosciuti i propri diritti. Quindi i sindacati si sono rivolti al prefetto per tentare di arrivare a una composizione della vertenza con l’azienda che «non ha mai prodotto la documentazione richiesta per gli anni successivi al 1989». Il prefetto di Gorizia, secondo quanto riferiscono le Rsu, ha dato la propria disponibilità a sentire le parti, cioè in prima istanza l’Inail e Fincantieri, e ad aprire un tavolo di discussione specifico. Se in tempi ragionevoli non ci sarà una risposta, i sindacati sono però pronti a richiedere un nuovo incontro e soprattutto la convocazione del tavolo allargato a tutti i soggetti coinvolti. All’attenzione del prefetto Marrosu i coordinatori di Fim, Fiom e Uilm hanno portato anche il caso di 10 impiegate del cantiere navale che non hanno ottenuto il riconoscimento dell’esposizione a differenza di quanto avvenuto per due colleghe con la stessa vita lavorativa alle spalle. Le Rsu hanno segnalato inoltre i problemi burocratici che starebbero bloccando i riconoscimenti dell’esposizione e i conseguenti benefici pensionistici per tutti i lavoratori che erano addetti alle lavorazioni che prevedevano l’uso delle macchine semiautomatiche “one side”, utilizzate nelle saldature orizzontali di lamiere. L’arco di saldatura delle macchine “one side” era protetto da carter rivestiti in amianto che, con l’attrito sulla superficie da saldare, liberavano notevoli quantità di fibre nell’ambiente.Come ciò non bastesse la pulitura della parte saldata era effettuata con aria compressa. Le macchine one side, stando alla richiesta inviata all’Inail nel 2005 dalle Rsu del cantiere navale e che poi ha portato al riconoscimento dell’uso dell’amianto in stabilimento fino alla fine del 1988, erano utilizzate a bordo, nelle officine, nei piazzali.

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