CERCANDO UN SENSO
PER NON MORIRE DI CANTIERE

Il tragico incidente in cui ha perso la vita il lavoratore croato Jerco Yuko, associazione temporanea d’impresa Mistral, induce ad una riflessione seria e ad un ragionamento nuovo sulla situazione che si vive oggi a Monfalcone.
Una riflessione obbligata non solo perché si è trattato di un evento per niente inatteso se messo in relazione alle condizioni di lavoro presso Fincantieri, ed in particolare del subappalto, ma anche perché la risposta data è, a detta di tanti che questo territorio lo vivono o lo agiscono, per niente all’altezza delle aspettative.
Risposta derivante da un approccio culturale ormai obsoleto, saltando a piè pari ogni analisi concreta della realtà, per rispondere unicamente alla logica di non mettere in discussione i rapporti ed equilibri politici (ma anche sindacali e mediatici) storicamente determinati.
Questo incidente arriva precisamente come conseguenza diretta dell’aumento esponenziale di produzione imposto da Fincantieri sui propri lavoratori, e ancora di più sui lavoratori dell’appalto, nel momento in cui una forte campagna propagandistica attorno al vergognoso festeggiamento del centenario, del vivere di cantiere, permette a Fincantieri stessa di rifarsi una verginità di immagine facendo leva su una totale copertura politica, sia da parte dei partiti che degli attuali amministratori.
Campagna talmente forte da mettere in secondo piano per mesi qualunque criticità indotta dalla presenza della “grande fabbrica” sul territorio a partire da quello che dovrebbe essere un risultato fondamentale, per le genti che lo abitano, come la condanna in giudicato del processo per amianto intentato dai famigliari di Anna Greco e dell’Associazione Esposti Amianto.
Un problema colposamente rimosso se tali contraddizioni vengono, al di la di ogni ragionevolezza, distorte ad uso e consumo della governance mandamentale.
C’è di cosa rabbrividire se le voci raccolte tra gli operai Fincantieri durante lo sciopero di otto ore indetto il giorno dopo l’incidente dovessero corrispondere a realtà.
Che la nuova linea luogo dell’incidente non è ancora stata consegnata eppure quel giorno si è lavorato lo stesso. Che la ditta dove lavorava Yuko è di proprietà della moglie del direttore di stabilimento De Marco e che è stata introdotta, per ammissione del direttore stesso  in sostituzione degli operai Fincantieri “perché questi non avrebbero mai permesso di realizzare due navi in un anno”. Che, per l’appunto, l’aumento di produzione è stato imposto in corrispondenza dei festeggiamenti del centenario. Che mai come in questi ultimi tempi sono stati usati tutti i dispositivi disciplinari per tenere sotto pressione le maestranze. Che i quadri che hanno assunto la funzione dirigenziale sono giovani obbligati a rispondere alle esigenze dettate dalla produzione tralasciando gran parte del discorso sicurezza. Che la grande discussione tra le ditte dell’appalto era sul come recuperare le ore di lavoro perse con lo sciopero tra la mattina del 25 aprile e le giornate del fine settimana, domenica compresa………………………………………………….
Fin qui tutta materia di pertinenza delle rappresentanze sindacali senza aver ancora approfondito niente di relativo all’inferno dell’appalto.
Al confine tra il lecito e quello che non è lecito secondo una visione distorta e furba del delirio sicuritario.
Furba perché è fin troppo comodo pensare, e far credere al cittadino del mandamento, che la situazione attuale sia ancora quella fondata dai Cosulich ad inizio secolo. Quella dove esisteva una divisione visibile tra la città ed il cantiere. Quella dove il cantiere investiva fortemente anche il territorio attorno a se delle necessarie strutture sociali.

Tutto ciò non esiste più.

Morire di cantiere

E’ vero il contrario, dove il cantiere assorbe il massimo possibile in termini di ricavo e sfruttamento dal territorio scaricando su quest’ultimo tutte le contraddizioni che produce.
Sarebbe quanto meno un gesto di onestà intellettuale riconoscere questa modificazione, scaturita negli ultimi venti anni con l’avvento del subbapalto, e ricalibrare di conseguenza una visione culturale diversa delle dinamiche sociali ed economiche di queste terre.
Perlomeno, dal punto di vista dell’analisi, questa dovrebbe essere la strada da percorrere dando, anche senza demonizzare, il giusto peso al ruolo della cantieristica, oggi, a Monfalcone.

Invece no.

Senza dare giudizi di merito, le ultime elezioni ci riportano ad una situazione dove la sinistra è una specie in via d’estinzione e l’area politica che incarna la governance si sposta verso il centro intendendo rappresentare chi, nel dispiegarsi di queste modificazioni, ha tratto vantaggio. E non è un caso che la  maggioranza che amministra Monfalcone oggi è praticamente un bulgaro monocolore pd.
La cultura alla base di questa governance propagandata in maniera devastante da quest’area politica di riferimento è il delirio securitario più spregiudicato, a tal punto che nel comune sentire del cittadino esiste una divisione tra l’operaio della Fincantieri buono e quello dell’appalto potenzialmente criminale.
Il non aver voluto colposamente, vale la pena sottolinearlo un’altra volta, affrontare queste contraddizioni ha fatto si che si ingeneri un pericoloso accanimento tra un presunto cittadino onesto bisiaco nei confronti di un’area di cittadinanza di serie b, sempre più precaria, identificata con i lavoratori ciclici (la cui disponibilità di reddito deriva dalla ciclicità della produzione della cantieristica e del suo indotto) del subappalto; ancora più utile allo scopo se trasfertisti meridionali o migranti extra Schengen.

Le risposte che sono state messe in campo sono sotto gli occhi di tutti e si identificano tutte in questo colpevole fraintendimento del concetto di sicurezza.
Mentre in cantiere continua lo stillicidio di infortuni, al 90% non dichiarati, il territorio è coperto da telecamere, una militarizzazione senza precedenti con una pressione non più sostenibile delle forze dell’ordine (specialmente nei confronti della componente molto giovane); i monfalconesi possidenti di case che impongono affitti da strozzini (non quelli che hanno comprato una o due case negli anni con il duro lavoro, per carità, ma quelli che possiedono mezza città e centinaia di agenzie immobiliari) mentre la colpa ricade su chi è disposto a vivere in otto persone per appartamento o quando il reato più gravo in assoluto diventa qualche autoassegnazione di appartamenti pubblici lasciati al degrado; decine e decine di cittadini costretti a vivere nei camper e nelle roulotte sparse per i vari parcheggi o costretti a cercare ciclicamente mezzi di sostentamento e di prima necessità nel presidio a Bassa Soglia di via Natisone o in qualche parrocchia; un aumento dell’uso giovanile di eroina assolutamente in controtendenza con gli altri territori; una desolante situazione culturale e il deserto pressoché totale delle strade della città  dopo le otto di sera con conseguente crisi degli esercenti e del commercio.
E tutto questo garantisce a Fincantieri sfruttamento e affari d’oro con la benedizione dell’elica di vetroresina posta all’inizio della salita Granatieri.

Nessuno si è stupito dell’avvanzamento della Lega nelle ultime elezioni dal momento che ciò corrisponde esattamente al modello culturale che si è voluto dare negli anni a questa città.
Il sindacato, un tempo glorioso, ormai è relegato all’interno delle realtà produttive più grosse in una situazione di incapacità di proposta ed intervento al di fuori di questioni legate all’organizzazione della produzione. Con il rischio concreto di essere denunciato proprio dall’area politica che rappresenta la governance in maniera “progressista” ogni qual volta si tenti la sortita sul territorio, come è stato evidente nelle ultime mobilitazioni per il contratto collettivo nazionale.
Senza gettare discredito, e apprezzando il ruolo che all’interno del cantiere una parte del mondo sindacale rappresenta, molti sono rimasti delusi del fatto che non ci sia stata la volontà di investire il territorio e la piazza monfalconese delle più che legittime rimostranze per il grave, prevedibile ed evitabile incidente occorso all’operaio croato della salderia.

E’ inevitabile a questo punto dare forma e concretezza ad un sentire sempre più diffuso sulle questioni accennate, elaborare un’altra cultura cittadina che dia inizio a percorsi inclusivi nuovi.
Cominciare un ragionamento autonomo dalle claustrofobiche istituzioni attuali che permetta una prospettiva diversa e non autodistruttiva per questi territori.

Mauro Bussani, 27 aprile 2008.