Il Nostro Inviato nell’Omicidio Colposo
La peste di Monfalcone

Uno scrittore incontra le vedove di operai dei cantieri, morti per via dell’amianto. Il 5 ottobre c’è l’udienza preliminare del processo a tre ex direttori della Fincantieri
di Angelo Ferracuti, Diario del 1 ottobre 2004.

MONFALCONE (GORIZIA).

Duilio Castelli l’ho visto per la prima volta a Monfalcone lo scorso 18 settembre, in occasione di Amianto mai più, nella cittadella operaia di Panzano. Lì ogni anno, davanti al monumento, si ricorda la strage di oltre duemila operai morti per esposizione al minerale killer. L’isolatore termico di una volta adesso va nei reparti di ospedale e nelle case a parlare coi compagni di lavoro ammalati, segue per loro le faccende burocratiche, e intanto organizza i sit-in davanti ai tribunali, e si può considerare una specie di sopravvissuto.
Mentre quella mattina sfilavano i vigili urbani con i gonfaloni dei Comuni del Mandamento, e la gente era in attesa in piedi tutta seria, Duilio – che è anche il presidente dell’Associazione Esposti – ha iniziato a parlare, e le sue parole semplici e toccanti sono risuonate leggere nell’aria arrivando dritte al cuore: «Il prossimo 5 di ottobre inizierà il primo procedimento giudiziario» ha detto, «e noi chiediamo giustizia e verità, è quello che abbiamo promesso ai nostri morti. Il mio ufficio sta proprio dentro l’ospedale San Polo, lì vengono le vedove a cercarmi… parliamo, cerco di dare qualche consiglio, e loro piangono mentre raccontano, e piango anch’io, così le lacrime si uniscono».
Capita così raramente di ascoltare persone appassionate che sembrava di stare in un’altra Italia, quella civile, democratica e solidale in cui tutti ci riconosciamo, dove il sindaco Ds di Monfalcone Pizzolitto è stato capace di dire anche cose di sinistra: «La città è ferita, la città è indignata… il profitto dell’impresa non può essere fondato sullo sfruttamento e il non rispetto della salute dell’operaio».
La sera c’è stato lo spettacolo di solidarietà nella palestra Verde stipatissima. Presentava Tinin Mantegazza, e la regia era di sua moglie Velia. Tre ore di musica, teatro e letteratura con la Piccola Bottega Baltazar, gli attori di Assemblea Teatro, Gioele Dix che leggeva le poesie di Wislawa Szymborska, la voce dolcemente inquieta di Claudio Lolli, i testi di Stefano Tassinari pieni di lirismo politico, il sax generoso di Maurizio Camardi, poi Ricky Gianco e Massimo Carlotto, lo scrittore che tre anni fa ha dato vita al giorno della memoria monfalconese.
In realtà qui a Panzano c’ero già stato i primi di marzo per il mio libro sul mondo del lavoro, e alloggiavo proprio nel cuore del quartiere operaio, dove le case sono tutte uguali, piccole e basse, con un giardinetto davanti. Mi ricordarono quelle dei minatori di un film visto in tv da ragazzo che mi commosse molto, E le stelle stanno a guardare, quelle dei romanzi di Cronin, ambientati nelle tetre e desolate regioni del Galles del Sud. Proprio la cittadella paternalistica e invasiva che fece dire all’architetto Piccinato, al quale qui avevano affidato il Piano regolatore negli anni Sessanta: «Quando el ga visto Pansan ghe se ga indrisà i cavei, ghe ga sembrado una roba orrenda».
Lavorare «nei cantieri della morte», come i socialisti dei primi anni del secolo definivano questo luogo, per molti qui ha rappresentato l’unica forma di sopravvivenza economica possibile. Come ha detto uno di loro: «…cosa volete, quando si ha bisogno ci si adatta ai lavori meschini». Nessuno sapeva di correre un pericolo, l’amianto per loro era solo un buon isolatore, un magnifico materiale insonorizzante, tanto per usare un termine tecnico, e lavoravano nella più beata ignoranza. Ma vivere nel ventre della balena per molti è stato fatale. È bastata una esposizione di trenta giorni, e per le donne lavare le tute sporche dei mariti, o portare via «solo polvere» dai tavoli della mensa aziendale per ammalarsi e poi morire.
L’amianto è fuorilegge dal 1992, adesso si usano lana di vetro e lana di roccia, che sono cancerogeni lo stesso, ma finché la medicina ufficiale non lo dimostrerà le aziende potranno continuare a farli usare a una manodopera sempre più immigrata, del tutto ignara del proprio destino.
Continuai a passeggiare quel giorno, e a un centinaio di metri dall’ingresso del cantiere c’era in attesa un autobus, il 212. Vidi un uomo napoletano che organizzava le partenze, forse un caporale. Mi dissero che ai cantieri lavorano molti operai con precedenti penali. Trovai conferma di questo leggendo un articolo del Piccolo. Il titolo registrava solo un dato di fatto: «La mafia ha messo radici». Si parlava di camorra, sacra corona unita e ’ndrangheta. Un sindacalista Cgil, Gioacchino Basile, simbolo della lotta contro le infiltrazioni mafiose nei cantieri navali di Palermo, oggi residente in una località segreta del Friuli, rilasciava dichiarazioni durissime: «L’esigenza di Fincantieri di conservare una competitività già da anni drogata la costringe a ridurre sempre più drasticamente i costi e puntare sugli appalti esterni. E dove saltano le regole arriva la criminalità che impone le sue» (vedi l’inchiesta di Diario, n. 28).
Sull’altro lato, addossati al muretto del bar Universo, una lunga fila di trasferisti bengalesi, le facce allegre, sorridenti. Stentavo a crederci quando mi dissero che in cantiere i sub-appalti erano talmente complicati che un lavoratore in affitto poteva compiere un passaggio anche di cinque, sei mani, senza più alla fine capire per chi lavorasse.

DOLORE FRESCO. Nei giorni successivi incontrai alcune vedove di operai morti d’amianto. Rita mi raccontò il calvario di suo marito Vincenzo. «È morto soffocato», disse. «La sera, quando andava a dormire, mi confessava: “Spero di non svegliarmi domani”». Dopo l’operazione i medici di Verona le avevano detto sgomenti: «Signora, abbiamo coperto una falla su un mare di buchi. Il tumore lo aveva al pericardio, al diaframma, dappertutto… ». Un’altra donna fu sopraffatta dalle lacrime quando ci vedemmo in un bar del centro, non le riuscì di dire niente perché il dolore era troppo fresco.
Mirella, invece, la incontrai un pomeriggio in una palazzina di impiegati. Appena iniziò a parlare usò subito toni poco concilianti: «Una vergogna, si sapeva già tutto dalla metà degli anni Sessanta». Poi, quando prese in mano il Vademecum medico, usato anni prima per gli esami di allieva infermiera, mi indicò la pagina. «Ecco qua, senta quello che dice: “L’asbestosi è una forma di pneumoconiosi prodotta dall’inalazione di polveri di asbesto, meglio conosciuta sotto il nome di amianto”. Ha capito? Siccome nessuno ha colpa… allora uno s’incazza… ma come non sapevate niente? Se lo so io che non sono nessuno…».
Mirella sapeva che suo marito aveva avuto un’esperienza cantierina, ma era passato tanto tempo, l’aveva persino dimenticato. Però a un certo punto s’era accorta che tossiva più del solito, e non russava più come una volta. Come, l’aveva tormentata per anni di notte, e adesso era tutto sparito?
Qualche giorno più avanti cominciò pure a dire che aveva un dolore alla spalla, e dopo qualche resistenza lo convinse a fare una radiografia al torace lì nel reparto dove lavorava. Quando la lastra fu sviluppata, toccò proprio a lei guardarla per prima sullo schermo luminoso: c’era un polmone completamente opacato da versamento pleurico.
L’uomo fu visitato da un internista che gli prescrisse subito la toracentesi. Più tardi fece questo esame, gli tolsero tre litri di liquido, poi fece ritorno a casa.

Morire di cantiere.

UNA BRUTTA NOTIZIA. Erano le tre del pomeriggio quando il telefono squillò nella casa di Mirella. La voce del medico sciolse ogni dubbio: «Purtroppo ti debbo dare una brutta notizia, c’è solo amianto in quel liquido». Nei giorni successivi cominciò il giro degli ospedali. Intanto, nonostante le cure, il liquido continuava a riformarsi. Fino a quando suo marito un giorno le disse: «Io vorrei farmi decorticare». Si trattava di operare per portar via il foglietto pleurico con tutte le fibre di amianto annidate dentro.
Dopo l’operazione tutti quelli della famiglia vivevano la sua vita. Mangiavano quando lui aveva fame, dormivano quando lui dormiva. «Solo, ogni tanto», disse Mirella, «ci si riuniva attorno al tavolo, e si diceva: chi ha voglia di piangere per primo? Ci si abbracciava e si piangeva».
Poi, negli ultimi periodi, la cosa si era fatta insostenibile: «Aveva una metastasi al peritoneo e un vomito fecaloide incoercibile, la cacca gli usciva dalla bocca con pezzi di ogni cosa. E lui mi chiese: “Dimmi, ti faccio schifo?”. Ma come mi fai schifo? Gli risposi: scherzi, tesoro? Pensi che aveva una misura del piede molto piccola, 39/40, non era molto alto, e negli ultimi tempi calzava il 46. Si era gonfiato tantissimo, aveva una pancia enorme, e anche lì bisognava bucare, perché la metastasi produceva il liquido… che poi si riformava, si riformava sempre».
Certo non dimenticherò le ultime parole che questa donna mi disse sulla soglia di casa, mentre la stavo salutando: «La mia è stata una bella storia, nonostante la morte, nonostante tutto quello che gli altri ci hanno fatto. Non ci hanno tolto né la dignità, né la voglia di vivere, né la fede. Siamo solo indignati, non rabbiosi. La rabbia uccide i sentimenti».
Il dottor Bianchi, invece, lo incontrai presso la sede della Lega Tumori all’ospedale San Polo. Era stato direttore dell’Istituto di Anatomia Patologica proprio lì, e docente presso l’Università di Trieste. Fu lui che alla fine degli anni Settanta iniziò a fare una serie di indagini e si accorse che nella città c’era un forte incremento di tumori della pleura causati dall’esposizione all’amianto, tutti dovuti all’attività lavorativa svolta dagli operai nei cantieri.
Nei primi anni Ottanta, poi, riscontrò una crescita impressionante del numero di mesoteliomi, di 180 volte superiore, e nel periodo 1986-1991 erano addirittura raddoppiati, mantenendo un rapporto diretto con i flussi occupazionali. Infatti, dal 1933 al 1939 c’era stato un brusco incremento della forza lavoro da 2 mila a più di 5 mila occupati, e dopo 50 anni, il tempo di latenza medio del male, si registrava un importante aumento di tumori della pleura.
Claudio Bianchi è un uomo alto dagli occhi chiari e i capelli argentati, gentile nei modi. Quel giorno mi regalò un libro dalla copertina azzurra, che aveva un titolo molto polemico: Amianto, un secolo di sperimentazione sull’uomo. Un lavoro che era iniziato casualmente, dopo aver fatto l’autopsia su un signore che aveva lavorato per tutta la vita come misuratore. «Ogni volta che cercavo di tirar fuori le viscere per liberare l’intestino, tutto formava una grande matassa, e man mano che si staccava si spaccava. Da lì sono partito per studiare i tumori della pleura, ho cominciato a parlare con le vedove, e quando nel 1979 sono venuto a Monfalcone ho continuato». Mi mostrò anche un libro con delle immagini di placche pleuriche invase da chiazze biancastre e squamose. «Guardando un polmone al microscopio trovavo queste formazioni, bastoncini che sono fibre di amianto rivestite da una capsula. L’amianto, come vede, per fortuna è un killer che lascia tracce».
Lo stesso giorno incontrai la signora Nardi nella sede dell’Associazione Esposti Amianto. Tutti mi avevano parlato con entusiasmo di lei. Tiziano Pizzamiglio e Patrizia Giacometti del Consorzio culturale del Monfalconese, così come lo storico Alessandro Morena, autore di uno studio fondamentale per la comprensione del fenomeno amianto, Polvere (Edizioni KappaVu). «È una persona eccezionale», dicevano.
Quando arrivai, mi trovai di fronte una donna avvilita ma tenace, senza peli sulla lingua. S’era recata da poco a Napoli, per una trasmissione tv della Rai, dove c’era anche il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, che guarda caso non andò mai in onda: «La D’Eusanio la voleva fare. Però non si poteva nominare Fincantieri, non si poteva dire Monfalcone…». Non aveva più neanche la forza per arrabbiarsi, era abbattuta. «Adesso sono schifata dell’Italia», mi disse, «chissà cosa fanno alle nostre spalle. Mi sembra che mi hanno preso in giro per cinquantotto anni… qua si continua a morire a morire a morire… ci stanno migliaia di famiglie distrutte. Adesso muoiono tutti giovani… quarantotto, cinquanta, cinquantadue…».
Le chiesi di raccontarmi la sua storia, come era nata l’associazione delle vedove. «All’inizio degli anni Ottanta, dopo le denunce del dottor Bianchi, abbiamo cominciato a sapere dai giornali locali quello che stava succedendo ai cantieri», disse. «Allora mio marito, come altri operai, ha cominciato a spaventarsi… perché là c’erano tonnellate di amianto. Ma sa, finché non ti toccano sull’osso pensi sempre che a te non succederà. Lui è andato in pensione il 9 ottobre del 1994, e il 14 era già in ospedale. Però non ha mai saputo quello che aveva, ho fatto l’impossibile per nasconderlo. Poi, quando ho capito quello che stava succedendo, che morivano anche tutti i suoi amici, ho pensato: ma come, i politici, i sindacati… stanno tutti zitti come se fosse normale? Ho pensato: non so quello che potrò fare, ma non tacerò. Dovevo difenderlo».
Così la Nardi si diede subito da fare. Porta a porta, girando per le case, cominciò a parlare con le vedove, e alla fine riuscì a trovare due persone disposte a farsi avanti, tanto che partirono le prime denunce contro la Fincantieri. «Dopo le denunce qua in città è successo il pandemonio. Anche gli operai stessi vivevano quella cultura che tu non eri niente, e non potevi andare contro nessuno. Loro avevano i soldi, erano ricchi e potenti… a te restava solo il diritto di morire per un milione e mezzo al mese facendo un lavoro infame. A orecchio si sentiva è morto uno, è morto questo, si andava insieme a fare visita alle famiglie. Siamo riuscite in poco tempo a coinvolgere tante persone. Ogni giovedì andavamo in piazza, perché volevamo che la giunta comunale si costituisse parte civile. Era importante per noi, almeno non ti sentivi abbandonata… perché sono morti per due lire al mese», disse mentre piangeva. Poi tolse gli occhiali, e con un fazzoletto asciugò le lacrime, cambiò passo e tono, e la voce tornò decisa: «Mi sento mortificata, sono passati quattro anni, non si sa niente, una cosa impossibile. Tutti quelli che lavoravano con mio marito sono morti o stanno soffrendo…Ci sarà qualcosa che si può fare. Io non so cosa… non sarà mica tutto che ci fan ingoiare… arrivo a capire un incidente… ma lì sono stati trattati peggio di niente. Mi arrabbio tanto quando fanno i vari con queste navi meravigliose, perché nessuno dice che dietro questi colossi ci sono tante famiglie distrutte… Ce l’ho anche coi sindacati. Io sono stata una lavoratrice iscritta alla Cgil. Anche loro sono colpevoli, perché quando vedevano che la gente cominciava a morire non c’è mai stata mezz’ora di sciopero».
Avevo dietro con me la valigia quel giorno, il treno per Mestre sarebbe passato prima dell’una, ma quando stavo per congedarmi la Nardi si offrì di accompagnarmi in stazione. Così facemmo questa ultima conversazione in macchina. «È un incubo il nostro» disse mentre guidava, scalava le marce, frenava a ridosso dei semafori. «Se avessi qualcuno tra i piedi, guardi… non ho niente da perdere, ho perso tutto…». Non pensavo di ritornare qui. Non pensavo di incontrare Duilio Castelli, e passeggiare con lui nel piccolo cimitero di Canzian d’Isonzo, dove nominava i suoi amici morti, mentre Mario Dondero cercava la luce per dare al suo ritratto una giusta dignità fotografica. Come non pensavo di conoscere Gastone Trevisan, un bell’uomo coraggioso al quale hanno asportato di recente il polmone sinistro per un mesotelioma. Mentre sua moglie mesceva dell’ottimo pinot, guardavo lui con quella faccia dubbiosa, e guardavo Duilio Castelli che lo spronava come un folletto buono. «Devi tirarti su, dai retta», gli diceva, «non devi mollare».

IL PROCESSO. Sono sicuro che Gastone ce la farà. Intanto il 5 ottobre è fissata l’udienza preliminare del procedimento che riguarda il caso del manutentore Giuseppe Piazza, che lavorava anche lui senza protezioni, senza mascherina e in mezzo a nubi di polvere d’amianto nel cantiere di Panzano, morto nel 1995. Saranno chiamati a rispondere tre direttori dello stabilimento Fincantieri che hanno guidato l’azienda dal 1966 fino al 1984: Giorgio Tupini, Manlio Lippi, e Vittorio Veneto Fanfani, fratello di Amintore, rinviati a giudizio per il reato di omicidio colposo.
Continueremo a raccontarla questa pagina nera di storia italiana, perché Porto Marghera insegna, non è possibile che anche questa volta la colpa non sia di nessuno, perché i morti gridano e le vedove aspettano. Una intera città chiede verità e giustizia.