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CHE MONFALCONE VOGLIAMO?

La vicenda degli arresti ai danni degli animatori delle associazioni che operano nello stabile comunale di via Natisone ha riempito in queste settimane le cronache dei giornali e prodotto finalmente un ampio dibattito pubblico tra i cittadini.
In qualche maniera ha segnato un punto di svolta dal quale non è più possibile tornare indietro.
Il servizio messo a disposizione dal Centro a bassa soglia e dalle altre associazioni di Officina Sociale hanno rappresentato forse l’unico tentativo a Monfalcone di intervento nell’area diffusa e variegata del precariato evidenziando la necessità di nuovi diritti e nuove tutele per quella parte sempre più larga di cittadini che sono i primi ad essere colpiti dagli effetti della crisi globale in atto.
Parallelamente abbiamo visto dispiegarsi un intervento politico sempre più senza colore che ha spianato la strada ad un dispositivo di repressione e controllo che, oltre a colpire i più deboli e a garantire grosse speculazioni ai soliti noti, trasforma chi cerca di fare qualcosa in “criminali” da incarcerare preventivamente, al di la del fatto se siano stati commessi reati o meno.
L’eco della grossa partecipazione numerica ed emotiva alle iniziative per la liberazione degli arrestati non è evidentemente arrivata nelle teste di chi amministra questa città tanto che una parte della giunta fa trapelare segnali di intenzione di chiudere proprio il bassa soglia e proseguire in un’opera tutta telecamere, delirio sicuritario e con il rischio di carcerazione per chi reclama dignità e una più equa distribuzione di risorse e reddito in questa città.
Non si propone la difesa ad oltranza di un progetto che semmai può essere rivisto o potenziato grazie al grosso carico di esperienza accumulato.
Lo stesso intero spazio sociale di via Natisone non è detto che debba continuare ad essere quello che è stato finora.
Ma sicuramente si tratta di un “bene comune” per tutta la città che deve essere valorizzato proprio come punto di riferimento per le dinamiche di nuova società quale è diventato.
E’ proprio l’approfondimento pubblico di questo dibattito che viene rifiutato dalla quasi totalità della classe politica attuale, sempre più inadeguata a gestire le gravi problematiche che insistono sulla città con l’inasprirsi della crisi economica.
Quale Monfalcone vogliamo?
E’ la domanda fondamentale che è necessario porsi oggi pubblicamente, da parte di tutti.
E se la politica vuole sottrarsi a questo dibattito rinchiudendosi nei palazzi e nelle città carcere non può esistere altra strada che il darsi un nuovo spazio politico pubblico e libero dove affrontare questi problemi e costruire risposte in maniera partecipata.
Domanda che rappresenta l’esatto senso della presenza di questa sera fuori dal municipio mentre dentro si discute di un bilancio e di interessi sempre più avulsi dalle necessità della cittadinanza. Vecchia o nuova che sia.

Monfalcone, 19 marzo 2009

Monfalcone, 18 marzo 2009.

Comunicato stampa
Oggetto: Incomprensibili le parole di Pizzolitto.

In merito alla vicenda degli arresti di alcuni attivisti di associazioni con sede nell’edificio comunale di via Natisone 1 a Monfalcone preme sottolineare quanto siano poco credibili, nonchè offensive, le dichiarazioni rilasciate dal sindaco Pizzolitto nell’articolo del Piccolo di domenica 15 marzo.
Non si capisce infatti a che tipo di “verifica di congruità agli scopi e obiettivi di carattere sociale per i quali è stato concesso l’utilizzo” dell’edificio comunale dal momento che esiste una convenzione su un articolato progetto chiamato “Officina Sociale” che ne regola gli usi e i servizi erogati. Progetto di cui il sindaco è certamente a conoscenza dal momento che va avanti da molti anni ed è stato oggetto di periodiche revisioni per migliorarne l’efficacia. Modifiche sempre condivise, tra l’altro, con l’assessorato ai Servizi Sociali.
La lettura degli atti relativi all’indagine che ha portato agli arresti invece evidenzia una realtà di completa ignoranza da parte degli organi inquirenti delle attività in essere nel progetto Officina Sociale dove gli utenti con problemi di marginalità seguiti dal Bassa Soglia (con orario 12-14, dal lunedì al venerdì) vengono visti in un tuttuno indististinto con gli animatori degli altri servizi e associazioni.
La prima domanda che viene in mente è: nella miriade di Comitati per l’ordine pubblico che Pizzolitto ha presieduto negli ultimi anni, com’è
che non gli è passato per le testa di spiegare agli inquirenti le attività li portate avanti?
E ancora, come mai carabinieri e polizia si sono sempre rifiutati di rispondere alle richieste ufficiali di incontro con gli operatori del Bassa Soglia, com’è logica consuetudine di tutti i presidi sanitari di questo genere?
Forse la risposta è giunta oggi da una telefonata con il sindaco con la quale mette al corrente che il Bassa Soglia verrà chiuso con la fine del mese e che tale decisione verrà ufficializzata la settimana prossima.
Peccato, l’unica iniziativa all’altezza della sfida che la precarietà devastante impone alla città viene chiusa da questa amministrazione.
E Monfalcone diventerà completamente grigia.
Grigia come i suoi amministratori, come la speculazione, come i modi di fare mafiosi.

Mauro Bussani, Presidente dei Verdi della Provincia di Gorizia.

 

Messaggero Veneto, 19 marzo 2009 
 
Il Centro bassa soglia chiuderà a fine mese 
MONFALCONE
 
 
MONFALCONE. A fine mese chiuderà il Centro bassa soglia di Monfalcone. La decisione è stata comunicata ieri a operatori e responsabili di Entrata libera, che ha la gestione del centro e del progetto Officina sociale, dal sindaco Pizzolitto. Anche se va detto che la decisione sarà ufficializzata la prossima settimana: lunedì è infatti previsto l’incontro sul futuro del centro, la cui convenzione con Entrata libera per la gestione scade il 31 marzo.
Il presidente dell’associazione e presidente provinciale dei Verdi, Mauro Bussani, spiega come alla prima telefonata del sindaco ne sia seguita un’altra con cui il primo cittadino ha lasciato qualche margine a una diversa soluzione della vicenda. Che pare però difficile. Da ricordare che il Bassa soglia di via Natisone da oltre tre anni porta avanti in modo stabile a Monfalcone, ma con attenzione a un territorio più vasto, un centro diurno capace di fare da punto di riferimento per le situazioni di tossicodipendenza, povertà o estremo disagio sociale presenti sul territorio. Un’attività a cui si affianca il lavoro di strada, mirato a far emergere i fenomeni sommersi, il tutto garantendo l’anonimato. Nell’ultimo mese 2008 la struttura aveva visto un’impennata del numero delle persone che aveva chiesto sostegno. Dall’assistenza di circa 15 persone al giorno, a dicembre ne sono state registrate fino a una trentina. La previsione degli operatori parlava per il 2009 di un passaggio da una media di 400 assistenze al mese, a ben 900, con richieste diverse, non solo da tossicodipendenti, ma da anche persone con difficoltà economiche, o con problemi di alcolismo, a volte anche cinquantenni che avendo perso il lavoro fanno fatica a trovare un’altra occupazione e non hanno il denaro per mangiare.
Dal 2008 è stata avviata anche una collaborazione con i colleghi di analoghe strutture di Nova Gorica. Il sospetto di chi opera al centro è che la chiusura sia stata “facilitata” dalle recenti vicende che hanno visto protagonisti alcuni attivisti di Entrata libera (tre sono stati arrestati per cessione di stupefacente). Riferendosi alle parole che il sindaco ha espresso solo qualche giorno fa in merito al centro, Bussani le definisce «poco credibili e offensive. Non si capisce infatti a che tipo di verifica di congruità agli scopi e obiettivi di carattere sociale per i quali è stato concesso l’utilizzo dell’edificio comunale dal momento che esiste una convenzione su un articolato progetto chiamato Officina sociale che ne regola gli usi e i servizi erogati”.

Il Piccolo, 19 marzo 2009 
 
DOPO L’OPERAZIONE ANTI-DROGA DEI CARABINIERI  
Centro a bassa soglia, a fine mese si chiude  
Mauro Bussani dei Verdi: «Il sindaco l’ha anticipato con una telefonata»
 
 
Il Centro a bassa soglia chiuderà a fine mese. Ospitato nella palazzina comunale di via Natisone dove ha pure sede l’Officina sociale, oggetto di perquisizione il 17 febbraio scorso da parte dei carabinieri nell’ambito di un operazione antidroga che ha portato all’arresto di sei persone, cesserà l’attività. Ad affermarlo è il presidente dei Verdi della provincia di Gorizia, Mauro Bussani che riferisce di una telefonata del sindaco Gianfranco Pizzolitto che annuncia la volontà di chiudere il centro. In un comunicato, Bussani sostiene inoltre che in merito alla vicenda degli arresti di alcuni attivisti di associazioni con sede nell’edificio di via Natisone le dichiarazioni rese dal sindaco «siano poco credibili, nonché offensive». «Non si capisce – afferma Bussani – a che tipo di “verifica di congruità agli scopi e obiettivi di carattere sociale per i quali è stato concesso l’utilizzo” dell’edificio comunale dal momento che esiste una convenzione su un articolato progetto chiamato Officina Sociale che ne regola gli usi e i servizi erogati. Progetto di cui il sindaco è certamente a conoscenza dal momento che va avanti da molti anni ed è stato oggetto di periodiche revisioni per migliorarne l’efficacia. Modifiche sempre condivise, tra l’altro, con l’assessorato ai Servizi sociali».
Secondo Bussani poi «la lettura degli atti relativi all’indagine che ha portato agli arresti invece evidenzia una realtà di completa ignoranza da parte degli organi inquirenti delle attività in essere nel progetto Officina Sociale dove gli utenti con problemi di marginalità seguiti dal Bassa soglia (con orario 12-14, dal lunedì al venerdì) vengono visti in un tutt’uno indistinto con gli animatori degli altri servizi e associazioni». «La prima domanda che viene in mente – aggiunge l’esponente dei Verdi – è: nella miriade di Comitati per l’ordine pubblico che Pizzolitto ha presieduto negli ultimi anni, com’è che non ha ritenuto di spiegare agli inquirenti le attività lì portate avanti? E ancora, come mai carabinieri e polizia si sono sempre rifiutati di rispondere alle richieste di incontro con gli operatori del Bassa soglia, come è logica consuetudine di tutti i presidi sanitari di questo genere?. Forse la risposta – conclude Bussani – è giunta oggi (ieri, ndr) da una telefonata con il sindaco con la quale mette al corrente che il Bassa soglia verrà chiuso con la fine del mese e che tale decisione verrà ufficializzata la settimana prossima. Peccato – è il commento del presidente provinciale dei Verdi – poiché l’unica iniziativa all’altezza della sfida che la precarietà devastante impone alla città viene chiusa da questa amministrazione. E Monfalcone diventerà completamente grigia. Grigia come i suoi amministratori, come la dilagante speculazione».

Il Piccolo, 20 marzo 2009 
 
IL SINDACO ANNUNCIA CONTROLLI SULL’USO DELLA STRUTTURA DI VIA NATISONE  
Centro a bassa soglia, un bando per la gestione  
La convenzione con l’associazione Nuova entrata libera scade a fine mese
 
 
Il Centro a bassa soglia attivo da sei anni in via Natisone non sarà chiuso, ma potrebbe esservi, questo sì, un’interruzione del servizio erogato finora e frequentato da un numero crescente di utenti.
La convenzione con l’associazione Nuova entrata libera che finora ha gestito il centro per conto del Comune di Monfalcone, poi affiancato da quelli di Ronchi dei Legionari e Staranzano, scade il 31 marzo. Nel frattempo, dall’ottobre 2008, il centro è diventato un punto di riferimento per l’intero Ambito socio-assistenziale Basso isontino cui spetta quindi aprire la procedura di bando per affidare la gestione del servizio.
Proprio i tempi di questo percorso rischiano di non essere conclusi entro fine mese, facendo sì che ci sia un nuovo gestore alla scadenza della convenzione esistente. «La linea di intervento deve essere ancora decisa – afferma da parte sua il sindaco Gianfranco Pizzolitto – e per ora niente è ufficiale. Esiste però una delibera che allarga il servizio a tutto l’Ambito, che inserisce il centro in questo contesto, e quindi si dovrà sicuramente fare un bando per assegnare la gestione».
Il servizio, che appunto da ottobre dello scorso anno viene fornito a livello di Ambito, continuerà, ma dovrà essere riorganizzato in base all’esito del bando. «Inviteremo comunque a un colloquio – aggiunge il sindaco – i rappresentanti di Nuova entrata libera, l’associazione che ora gestisce il centro e il progetto Officina Sociale».
Il primo cittadino rigetta quindi eventuali sospetti che una decisione di chiusura sia stata presa a causa delle recenti vicende gudiziarie in cui sono stati coinvolti alcuni attivisti dell’associazione, sottolineando come il 31 marzo, giorno segnalato per la chiusura, corrisponda in realtà con il giorno in cui scade la convenzione che il Comune ha sottoscritto con Nuova entrata libera.
«In quanto istituzione, non mi occupo delle vicende individuali – ricorda Pizzolitto -, ma mi occupo della verifica in merito a un uso proprio della struttura pubblica. Apriremo quindi un percorso di controllo per appurare se c’è stato un uso improprio».
Altre sono le considerazioni politiche personali di Pizzolitto, che in linea generale, sulla vicenda degli arresti per hashish, trova «eccessive alcune misure».
«In sede istituzionale, però – sottolinea -, questa mia opinione non conta, mentre conta il rispetto delle norme».
Il segretario provinciale e consigliere comunale di Rc Alessandro Saullo chiede invece che non venga interrotto il servizio, anche se dovese cambiare la gestione del Centro bassa soglia.
«E’ vero che il bilancio dell’ambito – afferma Saullo -, in cui rientra il centro, è stato approvato in ritardo e quindi anche il relativo bando per l’assegnazione della gestione del centro sarà realizzato solo tra qualche mese, ma questo non significa che l’assistenza fornita debba essere interrotta».
Saullo chiede quindi sia data continuità a un servizio rivolto a un’utenza «fatta di persone fragili e vulnerabili». «Il Comune – conclude il consigliere di Rc – deve trovare il modo per garantire il servizio anche dopo il 31 marzo».
Nel 2008 il centro ha avuto 351 utenti ed è rimasto aperto 606 ore, erogando 4.940 pasti, mentre pc e telefoni sono stati utilizzati dagli utenti 2.557 volte. Gli operatori hanno effettuato 271 colloqui individuali ed effettuato 104 invii a servizi sociali e servizi dell’Ass (di cui 55 semplici e 49 complessi).
Si tratta di dati che confermano la valutazione positiva del servizio finora effettuata dal Sert dell’Azienda sanitaria e che di fatto ha convinto gli altri centri del mandamento a trasformare il Centro a bassa soglia in un servizio a livello dell’intero Ambito socio-assistenziale.
E ieri sera, in occasione della seduta del Consiglio comunale, si è tenmuto un presidio di protesta cui hanno preso parte alcuni giovani del centro sociale di via Natisone. Sono stati inoltre distribuiti volantini con i motivi della protesta e per ribadire l’utilità dell’attività svolta del Centro a bassa soglia.

Messaggero Veneto, 20 marzo 2009 
 
Pizzolitto: servirà un bando per assegnare la gestione del Centro di bassa soglia 
 
MONFALCONE. «La linea di intervento deve essere ancora decisa e per ora niente è ufficiale. Esiste una delibera che allarga il servizio a tutto l’ambito, che inserisce il centro in questo contesto, e quindi si dovrà sicuramente fare un bando per assegnare la gestione». È il sindaco di Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto a spiegare come, per ora, in realtà, l’ultima parola sull’attività del Centro bassa soglia di Monfalcone non sia ancora stata scritta. Anzi il servizio, che appunto da ottobre dello scorso anno viene fornito a livello di ambito, continuerà, ma si dovrà riorganizzare in base all’esito del bando.
«Inviteremo comunque a un colloquio i rappresentanti di Entrata libera, l’associazione che ora gestisce il centro e il progetto Officina sociale», aggiunge il primo cittadino, rigettando eventuali sospetti che la decisione di chiusura sia stata presa a causa delle recenti vicende gudiziarie in cui sono stati coinvolti alcuni attivisti dell’associazione e ricordando che il 31 marzo, giorno segnalato per la chiusura, corrisponde con il giorno in cui scade la convenzione che il Comune ha sottoscritto con Entrata libera. «In quanto istituzione, non mi occupo delle vicende individuali, ma mi occupo del controllo in merito a un uso proprio della struttura pubblica. Apriremo quindi un percorso di controllo – prosegue – per appurare se c’è stato un uso improprio e questo è un procedimento che, in sede istituzionale, è un atto proprio». Altre sono le considerazioni politiche personali di Pizzolitto, che in linea generale, sulla vicenda degli arresti per hascisc, trova «eccessive alcune misure. Ma in sede istituzionale questa mia opinione non conta, conta invece il rispetto delle norme».
Il segretario provinciale e consigliere comunale di Rc, Alessandro Saullo, chiede invece che non venga assolutamente interrotto il servizio, anche se dovesse cambiare la gestione del Centro bassa soglia.
«È inconcepibile che venga interrotto il servizio. È vero che il bilancio dell’ambito, in cui rientra il centro, è stato approvato in ritardo e che quindi anche il relativo bando per l’assegnazione del centro sarà realizzato solo tra qualche mese, ma questo non significa che l’assistenza fornita debba essere interrotta». Nel periodo di vacanza della gestione occorre che venga mantenuto il servizio all’utenza «che è un’utenza particolare, fatta di persone fragili e vulnerabili. Un interruzione potrebbe mettere in pericolo il loro già precario equilibrio di vita. Il Comune – conclude – deve trovare il modo per dare continuità al servizio». Intanto ieri sera operatori e utenti del Bassa soglia, approfittando della presenza del consiglio comunale riunito per l’approvazione del bilancio di previsione, si sono riuniti sotto il palazzo municipale per protestare contro la chiusura del centro.

Il Piccolo, 21 marzo 2009 
 
INTERVENUTA LA POLIZIA  
Sit-in per il Centro a bassa soglia
 

La seduta del Consiglio è stata attraversata da più di qualche momento di tensione e confusione. Non nel dibattito sul bilancio 2009, quanto per un presidio con volantinaggio organizzato sotto il municipio a difesa dell’apertura del Centro a bassa soglia. La protesta ha avuto luogo in modo molto tranquillo all’esterno del palazzo di piazza della Repubblica, dove è comparso uno striscione e sono stati distribuiti volantini dal titolo «Che Monfalcone vogliamo?». Un paio di aderenti all’iniziativa, utenti del servizio offerto in via Natisone dall’associazione «Nuova entrata libera» su convenzione con il Comune e il Sert dell’Ass, sono poi saliti nella sala del Consiglio e uno dei due ha cominciato a commentare ad alta voce il dibattito. L’uomo si è infine seduto nell’emiciclo riservato ai consiglieri, rifiutandosi poi di alzarsi all’invito del presidente dell’assemblea Marco Ghinelli. Male interprentando la situazione, altri consiglieri hanno alzato la voce, chiedendo l’allontanamento dall’aula, ma non facendo altro che innervosire ancora di più l’uomo. Alla fine, nonostante la presenza, di routine quando il Consiglio si riunisce, di due vigili urbani in municipio, sul posto ha dovuto recarsi personale del commissariato per calmare il monfalconese e accompagnarlo fuori dall’edificio. Nel suo intervento, nell’ambito del dibattito sul bilancio di previsione il sindaco Gianfranco Pizzolitto ha quindi spiegato che martedì riceverà un rappresentate dell’associazione che gestisce il servizio fino al 31 marzo, data di scadenza della convenzione, precisando come la questione sarà oggetto di un incontro della maggioranza. «Nessuno si è mai sognato di chiudere il Centro a bassa soglia – ha ripetuto il sindaco -, perché c’è stata anzi la volontà di ampliare il servizio a livello di Ambito socio-assistenziale Basso isontino». La convenzione scade il 31 marzo, ma “non ci sarà alcuna lacuna nel servizio, perché si andrà alla copertura dell’assistenza primaria, come l’erogazione dei pasti». L’amministrazione sa in sostanza che deve farsi carico del bisogno consolidato dall’aver creato un certo tipo di assistenza. Il sindaco in aula ha ribadito anche che «non è accettabile un uso di una struttura pubblica in modo difforme da quanto previsto dalle leggi italiane». Nel volantino distribuito all’esterno del municipio si accusa invece la quasi totalità della classe politica locale di aver rifiutato il dibattito sul ruolo assunto dallo spazio di via Natisone e dalla sua valorizzazione come bene comune per tutta la città e soprattutto come «punto di riferimento per le dinamiche di nuova società quale è diventato». Nel 2008 il Centro, che si avvale di 4 operatori dell’associazione, ha avuto 351 utenti ed è rimasto aperto 606 ore, erogando 4.940 pasti, mentre pc e telefoni sono stati utilizzati dagli utenti 2.557 volte. Gli operatori hanno effettuato 271 colloqui individuali ed effettuato 104 invii a servizi sociali e servizi dell’Ass, di cui 55 semplici e 49 complessi. (la.bl.)

Messaggero Veneto, 21 marzo 2009 
 
Protesta contro la chiusura del Centro bassa soglia 
MONFALCONE
 
 
MONFALCONE. Si sono ritrovati sotto il palazzo municipale. Hanno esposto lo striscione “Vergogna. Che Monfalcone vogliamo?” e hanno protestato contro la possibile chiusura del Centro bassa soglia di via Natisone, che sarebbe stata annunciata nei giorni scorsi. Un gruppo di operatori e utenti del centro ha accolto così, giovedì sera, i consiglieri comunali e gli assessori che si stavano recando alla seduta di consiglio per votare il bilancio di previsione 2009.
«Il servizio messo a disposizione dal centro e dalle associazioni di Officina sociale ha rappresentato forse l’unico tentativo a Monfalcone di intervento nell’area diffusa e variegata del precariato, evidenziando la necessità di nuovi diritti e nuove tutele per quella parte, sempre più ampia, di cittadini che sono i primi a essere colpiti dagli effetti della crisi. Parallelamente – hanno scritto nel volantino distribuito – abbiamo visto dispiegarsi un intervento politico, sempre più senza colore, che ha spianato la strada a un dispositivo di repressione e controllo che oltre a colpire i più deboli e a garantire grosse speculazioni, trasforma chi cerca di fare qualcosa in “criminali” da incarcerare preventivamente, al di là del fatto se siano stati commessi reati o meno».
Il riferimento è alla vicenda che ha visto arrestati tre attivisti di Entrata libera e Officina sociale, vicenda che, pur a fronte di manifestazioni partecipate e importanti per la liberazione degli arrestati, avrebbe influenzato la decisone di chiudere il centro «e proseguire in un’opera tutta telecamere e con il rischio di scarcerazione di chi reclama dignità e una più equa distribuzione di risorse. Non si propone la difesa a oltranza di un progetto che potrebbe essere rivisto o potenziato grazie al carico di esperienza accumulato. Non è detto che lo spazio di via Natisone debba continuare a essere quello che è stato finora, ma certo si tratta di un bene comune che deve essere valorizzato come punto di riferimento per le dinamiche di una nuova società».
Ma secondo i rappresentanti di Entrata libera e Officina sociale l’approfondimento pubblico e il dibattito vengono rifiutati dalla quasi totalità della classe politica attuale. “Quale Monfalcone vogliamo?”. È questa la domanda da porsi. Se la classe politica vuole sottrarsi a questo dibattito non può esistere altra strada – concludono – che darci un nuovo spazio politico, pubblico e libero dove affrontare i problemi e costruire risposte».
È stato il sindaco, poi, in fase di discussione del bilancio, a chiarire che non corrisponde a verità il fatto che lui stesso avrebbe telefonato per annunciare la chiusura del centro e ha comunicato che è prevista per lunedì una riunione di maggioranza sul futuro del centro, mentre martedì riceverà per un colloquio i rappresentanti del Bassa soglia.
«Nessuno ha mai voluto eliminare il centro, anzi si incrementerà visto che oltretutto è inserito nell’Ambito. Il problema – ha spiegato – è la scadenza, il 31 marzo, della convenzione con l’associazione che lo gestisce e quindi il segmento “vuoto” tra la sospensione della gestione e il nuovo servizio che sarà assegnato con bando. In qualsiasi modo si decida, però, non si è mai pensato di interrompere pasti e assistenza primaria o di provocare l’abbandono di un servizio. Faremo una riflessione tranquilla e daremo le risposte».
In merito alla verifica sul funzionamento del centro ha ribadito ancora una volta come si tratti «di un atto istituzionale dovuto, per valutare l’uso proprio della struttura». Giovedì sera intanto, mentre il consiglio si dedicava alla discussione del bilancio, ci sono stati attimi di tensione tra alcuni consiglieri e un utente del centro, che si era fermato ad ascoltare gli interventi, ma lo aveva fatto sedendosi a un tavolo entro l’area dedicata ai consiglieri ed esprimendo a voce alta espressioni di dissenso. Invitato a uscire dal presidente del consiglio, il ragazzo ha espresso contrarietà, avvicinandosi al banco della giunta. Grazie poi all’intervento di alcuni consiglieri e vigili urbani, il ragazzo ha lasciato l’aula. (c.v.)

Comunicato stampa – Monfalcone, 4 marzo 2009

Don Gallo visita gli attivisti in carcere a Udine

Don Gallo Andrea ha visitato questo pomeriggio i tre attivisti rinchiusi dal 17 febbraio scorso nel carcere di Udine. Una visita durata un’ora e mezza, in cui Don Gallo, il sacerdote che da anni dirige la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, ha potuto esprimere di persona la solidarietà ai tre ragazzi rinchiusi, Cristian, Stefano e Francesco, che ha definito essere “vittime innocenti di uno spietato controllo sociale”. La visita è stata per Don Gallo l’occasione per portare ai tre ragazzi, che da sempre offrono il proprio contributo all’interno di Officina Sociale e nella città di Monfalcone, il saluto e la vicinanza della Comunità di San Benedetto, dei familiari, degli amici e della rete di associazioni che da tutta Italia hanno espresso in questi giorni la loro indignazione agli arresti. “Sono con voi – ha commentato infine Don Gallo, stringendo i tre attivisti in un abbraccio – e aspetto di abbracciarvi da liberi, il prima possibile, quando potrete farmi visita nella Comunità di Genova”.

Gli attivisti monfalconesi arrestati al tribunale del riesame di Trieste.

Appello alla liberazione.

In queste ultime due settimane si sono rincorse tante notizie sulla vicenda degli arresti di alcuni attivisti dell’isontino.

Tra tentativi di criminalizzazione e la tantissima solidarietà ricevuta, sono passati ormai 15 giorni in cui gli arresti rimangono permanenti e le persone in causa stanno pagando il delitto delle loro idee. Riteniamo che i processi non si facciano a mezzo stampa, e le condanne non possano essere anticipate in forma di custodia cautelare, anche perchè nutriamo forti dubbi che l’impianto accusatorio possa resistere in sede di tribunale.
Possiamo condividere o meno le loro idee e le loro pratiche ma riteniamo importante per tutti noi che continuino ad esercitare le loro attività politiche e sociali da uomini liberi.

Giovedì 5 marzo il tribunale del riesame di Trieste dovrà esprimersi circa la loro libertà o permanenza in carcere.
Chiediamo che rivenga data la libertà e la possibilità di tornare a svolgere le proprie attività di lavoro. Troppi sono già stati i giorni di reclusione. Li vogliamo liberi e lo vogliamo subito.

Sperando che in questo paese l’attacco alla libertà di dissenso attraverso gli arresti non diventi la normalità, riteniamo importante che di questa vicenda se ne continui a parlare per seguire tutte le evoluzioni giudiziarie e non.

Adesioni (in continuo aggiornamento):

Alessandro Metz – Presidente Regionale dei Verdi FVG
Kristian Franzil – Segretario Regionale Rifondazione Comunista FVG
Roberto Antonaz – Consigliere Regionale FVG
Igor Kocijancic – Consigliere Regionale FVG
Monia Giacomini – Consigliere Comunale Pordenone
Alfredo Racovelli – Consigliere Comunale Trieste
Carla Melli – Consigliere Provinciale Trieste
Andrea Bellavite – Consigliere Comunale Gorizia
Anna Digianantonio – Consigliere Comunale Gorizia
Alessandro Perrone – Consigliere Provinciale Gorizia
Alessandro Saullo – Consigliere Comunale Monfalcone
Emiliano Zotti – Consigliere Comunale Monfalcone
Gianpaolo Andrian – Consigliere Comunale Monfalcone
Enrico Bullian – Consigliere Comunale San Canzian d’Isonzo
Luigi Bon – Consigliere Comunale Ronchi dei Legionari
Manuela Botteghi – Meetup amici di Beppe Grillo Gorizia Monfalcone

I tre «insofferenti ad ogni controllo» di Monfalcone ancora in carcere

di Luca Tornatore, 2 marzo 2009.

 
Il 17 febbraio tre attivisti di Monfalcone vengono arrestati, con l’accusa di spaccio. Sono tuttora in galera, «in via cautelare», anche se non ci sono prove. Ecco le ragioni che hanno spinto alla costruzione di un teorema déjà vu che coinvolge persone «insofferenti a ogni controllo».

Cinque di mattina del 17 Febbraio 2008. Tre attivisti politici, conosciuti da tutti come persone che hanno rivendicato il diritto alla casa e libertà di movimento per i migranti, si sono battuti contro l’abominio dei Cpt e hanno preso parte alle rivendicazioni sindacali messe in atto negli ultimi anni nei nostri territori, vengono arrestati insieme a trenta mozziconi di sigaretta [il corpo del reato] rinvenuti nella perquisizione. Sono accusati di essere i burattinai di un grande giro di spaccio di hashish e marijuana nell’isontino. Peccato che non ci siano né le prove né l’hashish. Ma intanto sono in galera, «in via cautelare».
Ma per cautelarsi da cosa, esattamente? .. pensiamoci..

E’ in atto in questi giorni un tentativo clamoroso di torsione per rendere la normativa sui consumi di droghe da una parte uno strumento di controllo sociale e personale – ancor più di quello che già costitutivamente è – e dall’altra un dispositivo inedito per criminalizzare e perseguire attivisti e spazi sociali.
A questo tentativo se ne affianca necessariamente un altro, di torsione delle normali procedure investigative che diventano un inquietante dispositivo di vessazione e controllo del territorio, un vero e proprio dispositivo di compressione «biopolitica» degli spazi di libertà personale.
Tuttavia, se a questo armamentario repressivo vecchio di decine d’anni possiamo ormai essere quasi abituati – rabbiosi e mai rassegnati – la torsione in assoluto più grave e preoccupante è quella imposta alla dimensione della libertà personale di determinare le proprie soggettive scelte di vita e pratiche di ribellione che diventa formalmente in sè stessa un reato, sostituendo ogni [ormai inutile] impianto probatorio oggettivo, o almeno un elemento di colpevolezza.

Chiunque, oggi, denoti «una propensione a condotte insofferenti ad ogni controllo» [letterale dall’ordinanza di custodia cautelare] è, ipso facto, un deviante che deve essere fermato comunque, sempre, in qualunque modo, anche in assenza di un qualsiasi reato immediatamente sanzionabile, perché ad essere intrinsecamente pericolosa è la sua vita e la sua inattitudine alla rassegnazione. Condotte che, nel caso degli arrestati, certamente non si declinano in quelle amate dal vicequestore Lorito che spacciava cocaina insieme ad una trentina di poliziotti e carabinieri mentre [altri?] uomini della questura di Gorizia indagavano su 1,5 grammi di hashish pretendendo di sgominare l’intero «enorme» giro di spaccio dell’isontino. Si declinano piuttosto in anni di rivendicazioni sul diritto di asilo per i migranti e di lotte incessanti contro il cpt di Gradisca; in anni di occupazioni di case e di rivendicazione dei diritti sociali; si declinano in anni di denuncia della situazione lavorativa nei cantieri navali dove la cocaina è quasi intrinsecamente necessaria ai ritmi massacranti che producono un elevatissimo numero di incidenti e dove morire di lavoro non è così strano; un mondo basato sul caporalato che controlla una oscura gerarchia di subappalti che sopravvive sul ricatto continuo a migliaia di invisibili lavoratori migranti [che non hanno scampo in una città dove anche il mercato immobiliare è controllato da chi controlla il lavoro]. Condotte insofferenti a tutto questo come al riversamento nelle foibe di rifiuti tossici di ogni genere [in]immaginabile, alla devastazione pianificata del territorio con la tav o gli inceneritori.
Condotte minuziosamente dettagliate nelle 70 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare e che divengono – in mancanza d’altro – principale elemento di evidente colpevolezza che si aggiunge all’imperdonabile consumo di hashish e all’ancora più imperdonabile socializzazione dello stesso che diventa reato di «cessione a titolo gratuito» e, quindi, di spaccio. Un consumo che, al pari del consumo di altre droghe legali come l’alcool o il tabacco, è semplicemente socializzante e che due anni di indagini nulla di più hanno dimostrato essere.

Un consumo che è un pretesto, come l’evasione fiscale per Al Capone nel proibizionismo degli anni ‘30. Infatti, se due anni di indagini con un uso, questo sì stupefacente nella sua intensità, di intercettazioni ambientali audio e video, non hanno prodotto altro che il sequestro di meno di 1,5 grammi di sostanza e nessuna evidenza di spaccio [evinto dal fatto che i soggetti in questione hanno lavori precari e quindi in quanto consumatori devono spacciare per procurarsi hashish e marijuana]; se le indagini si concludono a settembre dell’anno scorso senza produrre alcun episodio immediatamente sanzionabile e solo a febbraio di quest’anno vengono concesse le misure cautelari richieste per la restrizione della libertà; se, infine, si aspettano ancora due settimane dall’ordinanza per procedere all’arresto è impossibile non concludere che ciò da cui ci si voleva cautelare non era una pericolosa attività di spaccio ma esattamente la condotta sovversiva ed «insofferente al controllo» che fa delle persone arrestate degi elementi incontrollabilmente – e quindi intollerabilmente – conflittuali sul territorio.

Una vendetta delle procure e delle questure, insomma, differita dopo anni di tentativi, perquisizioni [infruttuose] di denunce e processi, servita fredda e proprio a ridosso della conferenza interministeriale sulle droghe che si terrà a Trieste dal 12 al 14 marzo.
Una concomitanza, questa, che costituisce in sé una provocazione grave e una indicazione politica trasversale.
Infatti, il teorema costruito dalla questura vuole che il baricentro del supposto «giro» di spaccio fosse Officina Sociale, animata dagli attivisti arrestati, sede del Bassa Soglia: un servizio, attivato in collaborazione con il Comune, di cura, sostegno e integrazione rivolto ai tanti senza fissa dimora o comunque a coloro con problemi di dipendenza da sostanze legali o illegali. Agli antipodi delle ricette che il ministro Giovanardi verrà ad istituzionalizzare definitivamente alla conferenza di Trieste, il servizio offerto e praticato con grande generosità personale al Bassa Soglia si situa nel solco dell’esperienza della comunità di San Benedetto al Porto di don Andrea Gallo ed è costituito dalla capacità di entrare in una relazione reale con i fruitori del servizio senza umilianti paternalismi o moralismi.
Senza necessità di ipotizzare ordini espliciti provenienti dai vertici ministeriali, con un esercizio pasoliniano di intelligenza è evidente che gli zelanti guardiani dell’ordine e del controllo stanno recependo la cifra politica fondamentale che ispira il governo e i poteri in questo paese e che viene propagata per osmosi negli apparati: chiusura, repressione, controllo e «tolleranza zero» per gli insofferenti, a qualsiasi costo e con ogni mezzo.

Che tutto questo inizi – proprio con quelle parole, «insofferenza ad ogni controllo» – nella regione dell’epopea basagliana aggiunge un notevole tocco di beffarda surrealtà.
A questo quadro vanno necessariamente aggiunte alcune ultime considerazioni non marginali.
Va ricordato che tutto l’impianto [non]probatorio si basa su «sommarie indicazioni testimoniali» ottenute spesso in modo poco ortodosso da soggetti ricattabili o perché fruitori del servizio di drop-in al Bassa Soglia o perché giovani [alle volte minorenni] sorpresi con modica quantità di hashish in tasca ed intimiditi grazie all’attuale impianto normativo che trasforma una libertà individuale in un pretesto per una persecuzione personale protratta per anni.

Un quadro inquietante, dove polizia e carabinieri si accaniscono per due anni contro banali consumatori di modicissime quantità di hashish in un territorio che ha una penetrazione di eroina fra le più alte in Italia e dove il tessuto economico ha pesanti infiltrazioni cammoristiche. Il tutto mentre la procura di Gorizia insabbia per vent’anni i processi sull’esposizione all’amianto nei cantieri al punto di farsi richiamare all’ordine dal Presidente della Repubblica, e mentre a Trieste l’anno scolastico si è aperto in otto scuole con i cani della finanza addosso ai ragazzini [peraltro senza trovare nulla] e continua con allarmi quasi quotidiani sulla diffusione capillare del consumo di sostanze chimiche.
Intanto, ingenti risorse investigative sono impiegate per due anni per scoprire che negli spazi sociali e non solo ci si fuma qualche canna, e la si condivide.
Bastava chiedere.
Intanto, sei persone sono incarcerate, «in via cautelare» e tutti noi siamo davvero costretti, mentre lottiamo per liberarli, a interrogarci profondamente sulla pervasività ormai capillare dei dispositivi di controllo e normalizzazione che – dalla scuola all’università, dal lavoro alle abitudini personali – vengono sempre più innestati nell’economia quotidiana delle nostre vite. Impossibile non ricordarsi queste battute da «La Storia Infinita»:

– Il mondo della fantasia Umana.. ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze degli uomini e quindi non può avere confini.
– Ma perché muore??
– Perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga.
– Ma cos’è questo Nulla?
– E’ il vuoto che ci circonda, e io ho fatto in modo di aiutarlo
– Ma perché ?
– Perché è più facile dominare chi non crede in niente.

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