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Il Piccolo, 25 novembre 2010 
 
SEDICENNI E STRANIERI ALLE URNE PER I RIONI
«Per noi votare significa integrazione» 
I rappresentanti delle varie nazionalità temono che la novità provochi tensioni in città

di LAURA BORSANI

Il diritto di voto per l’elezione dei rappresentanti dei rioni ai ragazzi a partire dai 16 anni e a tutti gli immigrati, a prescindere dalla nazionalità e dalla durata della residenza in città, approvato dalla terza Commissione comunale, viene accolto con particolare favore, ma anche con un certo timore, dalla comunità degli stranieri. L’iniziativa viene considerata un «primo passo concreto» nel segno dell’integrazione, ritenuta un grande esempio di partecipazione democratica. Ma non è stato nascosto il timore circa l’impatto che questo provvedimento, qualora venisse approvato dal Consiglio comunale, potrà avere sulla popolazione monfalconese.
Dalla Consulta degli immigrati è giunta una condivisione corale al progetto, definito un atto di volontà coraggioso. Ieri sera, al Centro Anziani, i membri della Consulta hanno spiegato il loro punto di vista. Il consigliere comunale Fabio Delbello, ispiratore del progetto, ha premesso: «Gli immigrati in città rappresentano almeno un settimo della popolazione. Si tratta di 3-4mila stranieri che lavorano, pagano le tasse, ma sono privi di diritti politici. Nell’Europa di oggi è intollerabile. Abbiamo pertanto sfruttato l’opportunità fornita dalla legge costituzionale 3/2001 che assegna ampi poteri statutari agli enti locali per conferire questo diritto politico limitatamente ai rioni, considerato che le elezioni comunali sono disciplinate, come anche le circoscrizioni, dalla normativa nazionale». Delbello ha annunciato una specifica campagna informativa sia nei tre istituti superiori del monfalconese, sia al Centro Giovani, in ordine in particolare al diritto di voto esteso ai 16enni, volendo altresì coinvolgere la neo associazione ”Il Buonarroti”, che raccoglie i genitori del liceo. Il primo incontro, ha aggiunto Delbello, è previsto all’Einaudi-Marconi.
Il presidente della Consulta immigrati, Mohammad Hossain Mukter, detto Mark, ha spiegato, ricordando peraltro un evento precursore, la partecipazione al voto data a 25 bengalesi nel rione Romana-Solvay: «L’approvazione di questo regolamento rappresenterebbe un momento storico, dimostrando la volontà dell’amministrazione locale di accogliere questa nuova realtà che conta 4mila stranieri. È un processo importante, che accelera e dà un senso ai programmi di integrazione sociale. Il prossimo passo che auspichiamo venga superato sarà dunque il passaggio in Consiglio comunale».
Sulla stessa lunghezza d’onda, Xoana Shehu, membro della Consulta di nazionalità albanese: «Non posso che esprimere soddisfazione per questo progetto, che viene incontro alle istanze e alle difficoltà degli stranieri. Mi chiedo come i monfalconesi accoglieranno questa iniziativa, che vuole promuovere l’integrazione sociale in città». Elena Lucia Marcu, rappresentante romena della Consulta, ha osservato: «L’auspicio è quello di poter raggiungere questo risultato, è molto importante per il nostro futuro nel cammino dell’integrazione. Potrebbe anche essere un modo per incentivare gli stessi italiani ad andare a votare». Ildas Ate, macedone, lo ha definito «un passo significativo per la democrazia». Parole di condivisione anche dal presidente dell’associazione Bangladesh Forum, Amin Nurul Khondaker, e da Abdus Salam, che, peraltro, ottenuta la cittadinanza italiana, intende partecipare alle amministrative: è il sole, hanno dichiarato, che si apre all’orizzonte.
 
Il Piccolo, 24 novembre 2010 
 
RIUNIONE DISERTATA PER PROTESTA DALLE FORZE DI OPPOSIZIONE. NASCE IL QUARTIERE MARINA JULIA-ISOLA DEI BAGNI 
Rioni, via libera al voto di sedicenni e stranieri 
Approvata dalla Terza commissione la bozza di regolamento che ora dovrà andare in Consiglio comunale

di STEFANO BIZZI

La Terza commissione consiliare ha dato il via libera al documento che dà il voto agli stranieri e ai minorenni per eleggere i Consigli di rione. È già una rivoluzione, ma per essere completata dovrà superare le forche caudine del Consiglio comunale.
Alla fine, la Terza commissione consiliare ce l’ha fatta: ha dato parere favorevole alla bozza di regolamento sui rioni presentata dal presidente Fabio Del Bello. Lo ha fatto però a maggioranza. Come annunciato alla vigilia, i rappresentanti dell’opposizione hanno disertato la seduta convocata lunedì sera. Sabato mattina, nel corso di una conferenza stampa convocata per parlare del rapporto tra il Partito democratico e gli immigrati, avevano detto che lo avrebbero fatto per «coerenza politica». Le forze di centrodestra hanno contestato la riconvocazione dell’assemblea negli stessi termini in cui era avvenuta due settimane fa quando c’era stata la discussione tra Giuliano Antonaci e Duilio Russi sulla presenza in aula dei rappresentanti della Consulta stranieri.
L’iter, come detto, non è però concluso. Prima che i minorenni e gli immigrati possano eleggere i loro rappresentanti nei consigli rionali di acqua sotto i ponti dovrà passarne ancora molta. Il documento dovrà essere ora sottoposto all’analisi del Consiglio comunale e lì è facile prevedere aspri contrasti tra maggioranza e opposizione e non è detto che l’intera maggioranza sostenga la proposta di Del Bello. In attesa di capire come evolverà la situazione, il presidente della Terza commissione incassa comunque una vittoria personale.
«Il diritto elettorale attivo e passivo per i sedicenni e per tutti gli immigrati – dice Del Bello – sono gli aspetti politico-istituzionali più rilevanti della bozza e, molto probabilmente, è la prima volta in Italia che un Comune, sfruttando sino in fondo l’autonomia statutaria e regolamentare derivante dalla legge costituzionale numero 3 del 2001, estende i diritti politici, nelle sfere di sua competenza, ai sedicenni ed agli immigrati».
L’esponente del Pd definisce il risultato ottenuto come «una sorta di piccola rivoluzione democratica» che corona la riforma statutaria del 2003-2005 con la quale è stato redatto «uno statuto comunale particolarmente innovativo in tutti i campi». Del Bello ricorda anche «la riforma regolamentare consigliare del 2005 finalizzata a recuperare alla massima assemblea civica e democratica cittadina effettivi poteri di indirizzo e di controllo».
Secondo il suo teorico, la riforma dei rioni ha come fine quello di «innescare processi di democratizzazione e di coinvolgimento delle generazioni più giovani in un quadro più generale di progresso economico e civile della Conurbazione Monfalconese». Ammesso che la bozza venga approvata prima del termine del mandato della giunta Pizzolitto, le prime elezioni rionali potrebbero svolgersi tra circa un anno.
Nel documento è prevista anche l’istituzione di un sesto rione: quello di Marina Julia-Isola dei Bagni. Per quanto concerne la sua costituzione Del Dello sottolinea che nel corso dei lavori della Terza Commissione «i rappresentati del Rione di Panzano, cui oggi appartiene Marina Julia, si sono dichiarati apertamente favorevoli al distacco dell’area e alla costituzione del sesto rione».

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Il Piccolo, 28 ottobre 2010 
 
LA FEDERAZIONE RACCOGLIE L’APPELLO DEI BENGALESI 
«Siamo pronti ad aiutare la città a fondare una società di cricket»

La Federazione italiana cricket è pronta a sostenere in modo ufficiale la nascita di una squadra a Monfalcone. Questa estate i giocatori del Bangladesh avevano invitato gli italiani ad unirsi a loro e avevano chiesto all’amministrazione comunale di poter usufruire di uno spazio adeguato per praticare questa disciplina diffusa soprattutto nell’area del Commonwelth. Il presidente nazionale della Fcri, Simone Gambino, da un lato accoglie l’invito dei bengalesi, dall’altra ribalta la prospettiva. «Sono a disposizione di chiunque voglia affrontare il discorso in modo serio e senza demagogia. Sono prronto a venire a Monfalcone per parlare di quello che si può fare e come farlo. Situazioni come le vostre ce ne sono moltissime. Da quello che ho potuto leggere nella rassegna stampa che mi è arrivata il vicesindaco mi sembra attivo. La federazione è disponibile ad aiutarvi. Poche parole, ma tanta concretezza».
Il presidente Gambino premette alcuni passaggi necessari. «Per prima cosa andrebbe creata una società, poi andrebbe scelta la rosa. Si gioca in 11 e per giocare un campionato una squadra ha bisogno di 15 giocatori. Quindi andrebbe fatta una scrematura».
Affiliate alla Federcricket al momento in Friuli Venezia Giulia ci sono solo due società: il Pasian di Pordenone e il Pordenone. La prima gioca in serie C (la categoria più bassa), la seconda è iscritta, ma ancora non è attiva.
«La serie C si disputa in due fasi. A un girone interregionale a quattro squadre segue la final-four. L’impegno è di 3 o 5 partite e il campionato è quasi un torneo Uisp che si può giocare anche su un campo esterno. L’attività si svolge tra metà maggio e metà luglio a settimane alterne. Il tesseramento dei giocatori richiede solo un certificato medico e, per gli stranieri, il permesso di soggiorno valido».
Quanto ai 1000 euro dell’iscrizione della squadra, Gambino ricorda: «Per chi nelle trasferte è costretto a percorrere più chilometri della media ci sono i rimborsi chilometrci», Di fatto per alcune società, la partecipazione diventa gratuita.
Per informazioni si può consultare il sito internet www.crickitalia.org. (s.b.)

Il Piccolo, 11 ottobre 2010

FENOMENO IN CONTROTENDENZA DOPO ANNI DI MASSICCIA IMMIGRAZIONE
Stranieri, primi segnali di fuga dalla città
Colpita dalla crisi soprattutto la numerosa comunità bengalese. Bambini ritirati da scuola

di LAURA BORSANI

Stranieri? Per la prima volta si inverte la tendenza in città. Perchè non solo rallentano gli arrivi, ma è iniziato anche un fenomeno migratorio. Numeri piccoli in termini assoluti, comunque significativi: poco meno di un centinaio, da gennaio a settembre, si sono trasferiti. Metà sono bengalesi. E in buona parte, a rientrare nel Paese d’origine, sono donne e bambini. Le famiglie così si dividono, poichè a lasciare la città sono per prime proprio le donne, che non lavorano, e la prole. Ciò sta portando anche a ritiri di bambini dalle scuole, in primis la Duca d’Aosta e la media Giacich, da tempo caratterizzate da alti tassi di presenza di alunni stranieri (uno su quattro), avendo impostato una specifica attività di integrazione.
È un fenomeno inedito per Monfalcone, legato alla crisi. Uomini che si spostano in un altro Paese in cerca di occupazione. E i nuclei familiari si assottigliano di fronte alla difficoltà economica. L’inversione di tendenza non è passata inosservata. Negli ultimi mesi gli stranieri già iscritti all’anagrafe ed emigrati all’estero sono stati 63, di cui 32 donne e 31 uomini. La metà è bengalese, 34 in tutto, di cui 23 donne e 11 uomini. Seguono i croati (7 uomini e una donna), i macedoni (5) e i kosovari (4, di cui 3 donne).
Cifre ancora insignificanti sotto il profilo statistico, ma tali da far riflettere una città abituata a costanti flussi migratori con una presenza straniera che resta importante. A Monfalcone il rapporto è di un cittadino straniero su sette. Dal 2008 al 2009 i non italiani sono passati dal 13,2% al 14,6% della popolazione residente totale. E dopo il picco del 2007, c’è stata una flessione in termini assoluti del volume complessivo dei nuovi arrivati. Dei 28.043 abitanti di Monfalcone registrati al 31 dicembre scorso, 4.096 sono stranieri. Nel 2008 erano 3.713. La comunità più numerosa resta quella bengalese, che, a livello mandamentale è a quota 1529, seguita dai bosniaci (480), romeni (672) e croati (595). Il fenomeno in controtendenza può essere legato alla perdita del lavoro.
«I motivi per cui questi stranieri risultano emigrati all’estero – osserva l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin – possono essere riconducibili a diversi fattori, tra i quali anche il disagio economico. Incrociando altri dati, inoltre, notiamo un comportamento specifico espresso dalla comunità più numerosa, quella bengalese. In alcuni casi i bambini non frequentano più le nostre scuole. In momenti difficili come quello attuale, prima se ne vanno le donne e i loro figli, poi, gli uomini. Per le altre etnie, specie quella croata e macedone, gli spostamenti riguardano soprattutto gli uomini in cerca di occupazione».
Ma ad affrontare la crisi sono anche numerosi stranieri stanziali, ormai radicati in città. Per loro, in particolare i bengalesi, che spesso lavorano alle dipendenze di ditte in appalto a Fincantieri, i problemi si moltiplicano. Non c’è solo la questione legata alla garanzia degli ammortizzatori sociali. L’aggravante è costituita dal fatto che gli stranieri non possono accedere ad interventi di sostegno.
«La legge regionale sul Fondo di solidarietà esclude gli stranieri – spiega la Morsolin -. Si evidenziano pertanto situazioni in cui lavoratori dipendenti di una stessa azienda in crisi hanno possibilità diverse, creando di fatto un’evidente disparità di trattamento».

LO SOSTIENE IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA IMMIGRATI
«I dati ufficiali sottostimano l’esodo»

«Gli stranieri che sono tornati a casa, sono molti di più rispetto a quelli indicati nei dati ufficiali del Comune». Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark, ne è certo. Il presidente della Consulta stranieri spiega però che nessuno parte con l’idea di non tornare. «Al momento la situazione economica è difficile per tutti – dice -. La mancanza del lavoro non permette al capofamiglia di mantenere la moglie e i figli. In Bangladesh un po’ per tradizione, un po’ per orgoglio, si pensa che il maschio debba mantenere tutti, così per evitare situazioni imbarazzanti chi perde il lavoro fa rientrare i propri cari perché a casa la vita costa di meno».
«Chi è in possasso di un permesso di soggiorno a tempo indeterminato o a lungo periodo – prosegue il presidente della Consulta – è obbligato a tornare in Italia entro un anno per non perderlo».
Mukter ricorda in ogni caso che c’è anche il fenomeno opposto. Che cioé normalmente gli immigrati emigrano non con il proposito di fermarsi all’estero per tutta la vita, piuttosto si spostano con l’idea di rientrare appena possibile. «Tutti vengono con un programma di una decina d’anni. L’idea è di mettere da parte un po’ di denaro per poi aprire un’attività o comperare una casa nel Paese d’origine. Se poi uno si trova bene, magari si ferma anche in Italia, ma è l’eccezione, non la regola».
Tra le criticità individuate da Mark, c’è quella dall’abitazione. Da quando sono stati fissati dei limiti sul numero di persone che possono occupare un dato appartemento, le comunità straniere sono andate in crisi. Di questo se n’è parlato anche nel corso della prima riunione della Consulta stranieri convocata ieri mattina nell’ex Libreria Mondadori di via Sant’Ambrogio. «Prima due fratelli potevano dividere l’affitto di un appartamento vivendo con le rispettive famiglie, oggi non possono più farlo. Devono prendere una casa loro. Ma l’affitto non si dimezza e non riescono a sostenere le spese. Ecco allora che mogli e figli devono rimpatriare». (s.b.)

Il Piccolo, 12 settembre 2010

CASO DENUNCIATO DALLA CISAL 
Negate le ferie a un bengalese 
Messo in cassa integrazione a parole dal datore di lavoro ha desiso di rivolgersi al prefetto

Assunto a tempo indeterminato da un’impresa locale dell’indotto Fincantieri, ma senza poter godere di ferie e permessi malattia. E’ quanto è capitato ad H.S. originario della città di Sharat Pur in Bangladesh, che un mese fa si è visto comunicare solo a parole dal suo datore di lavoro di essere stato messo in cassa integrazione ordinaria a causa dello scarico di lavoro. «Ho chiesto una comunicazione scritta – afferma -, ma non mi è mai stata fornita».
L’uomo, sposato e con due figli, residente in provincia, non ci sta però a essere un lavoratore di serie C, come si definisce, e ha deciso di rivolgersi al sindacato, pronto anche a portare il suo caso all’attenzione del prefetto di Gorizia. «La mia preoccupazione è forte in quanto sono padre di famiglia e ho a carico una moglie e due figli», dice H. S., che però ha deciso di difendere i propri diritti, nonostante il suo datore di lavoro l’avrebbe cercato di convincere a non rivolgersi al sindacato.
«Sono convinto – prosegue l’uomo – che il sindacato cui mi osno rivolto, la Cisal, risolverà la mia situazione. Se non verrà risolta, comunque, per salvaguardare la mia famiglia sono disposto a recarmi dal prefetto per spiegare che a chi lavora onestamente in Italia come me con un contratto a tempo indeterminato devono essere riconosciute tutele e diritti e non deve essere trattato come uno schiavo». H. S. sa di altri lavoratori del Bangladesh nelle sue stesse condizioni che, però «stanno nel silenzio e nell’anonimato perché hanno paura che appena dicono qualche cosa il datore di lavoro usi l’arma del licenziamento diretto».
Il segretario provinciale della Cisal, Fabrizio Ballaben sottolinea come la sua organizzazione si batta «contro ogni forma di sfruttamento del lavoro clandestino e minorile, per la piena dignità dei lavoratori immigrati, secondo una programmazione delle opportunità di lavoro che tenga comunque conto dell’obiettivo primario della piena occupazione dei cittadini italiani». «Per quanto riguarda i diritti – aggiunge Ballaben – questi devono essere tali per qualsiasi soggetto e i datori di lavoro debbano rispettare anche se essi provengono dal Bangladesh». La Cisal preannuncia quindi che difenderà i diritti dei lavoratori, compresi quelli del suo assistito originario del Bangladesh, in qualsiasi sede, anche quella giudiziaria, se necessario. (la. bl.)

Il Piccolo, 30 agosto 2010
 
INIZIATIVA VOLUTA DAL COMUNE INCENTRATA SULLA MULTICULTURALITÀ 
GLI STRANIERI 
LE FINALITÀ 
Nei centri estivi a scuola di bengalese 
Lezioni di lingua e cultura tenute da esponenti della comunità asiatica
Esperienza-pilota che intende coniugare le esigenze d’integrazione tra le diverse etnie
Gli immigrati presenti in città sono quasi il 15% della popolazione residente

di LAURA BORSANI

Lezioni di lingua, tradizione e cultura bengalese al Centro estivo. L’integrazione cresce tra i bambini mettendo a frutto le vacanze, prima di tornare sui banchi di scuola. È l’iniziativa lanciata dal Comune, un Centro estivo bisettimanale, in avvio proprio oggi, dove si imparano anche le abitudini e le peculiarità delle comunità immigrate in città. Come quella asiatica, che a Monfalcone, con i suoi 1437 residenti, il 5,12%, è la più rappresentativa.
Scende in campo dunque una nuova proposta, nel segno della multiculturalità. È infatti il filo conduttore prescelto per questo Centro estivo, che sarà caratterizzato da momenti e attività riservati all’insegnamento e alla formazione incentrati sulla cultura e sulla lingua bengalese. Ci sarà spazio anche per apprendere elementi di lingua inglese.
Per il progetto è stata così coinvolta direttamente la comunità asiatica, al fine di mettere a disposizione alcuni connazionali per gestire lo scambio interculturale assieme ai bambini.
Rappresentanti della comunità immigrata con esperienza di insegnamento nel proprio Paese e dotati di una buona conoscenza della lingua italiana. Capaci di sapersi rapportare ai piccoli utenti, nelle formule più appropriate, ludiche e di facile apprendimento.
Momenti di gioco, attività ricreativa, ma anche dialogo e confronto. L’integrazione passa pertanto attraverso l’entusiasmo e la curiosità propri dei bambini.
L’iniziativa parte dunque oggi e si protrarrà per due settimane, fino al 10 settembre, a ridosso dell’avvio dell’anno scolastico. Si è registrato il tutto esaurito, avendo coperto la quarantina di posti programmati. Il Centro estivo, che sarà ospitato all’Area Verde (in caso di maltempo, l’attività verrà ospitata in una palestra della zona), è rivolto ai bambini delle scuole materne e delle elementari.
La frequenza è mattutina, fino alle 13. La partecipazione è gratuita, con il solo costo della merenda, 20 euro, a carico delle famiglie.
Le finalità sono molteplici. A partire dal fatto che il Centro estivo è stato organizzato in un periodo, fino all’avvio dell’attività scolastica, scoperto dalle iniziative offerte dai privati, che terminano con il mese di agosto.
Ma ciò che contraddistingue questa esperienza-pilota è proprio il tema scelto della multiculturalità, volendo coniugare le esigenze di integrazione in città da parte delle diverse comunità straniere, in particolare dunque quella bengalese che è la più numerosa.
L’esperimento esprime contestualmente un’altra valenza sociale, poichè vengono impiegate anche donne che, in questo periodo di crisi economica, hanno perso il lavoro o sono state poste in cassa integrazione.
«Si tratta di una delle azioni che abbiamo messo in campo nell’ambito delle Pari Opportunità e del ”Progetto Crisi”, attraverso fondi regionali, di supporto alle donne rimaste fuori dall’attività produttiva – spiega infatti l’assessore Morsolin -. La gestione del Centro estivo è stata affidata all’associazione ”Fantasticamente”, che cura anche i pomeriggi del sabato in Biblioteca dedicati ai ragazzi. L’associazione coinvolge per queste attività proprio le donne rimaste senza lavoro o in cassa integrazione. Il personale viene comunque selezionato in base ai requisiti richiesti, in questo caso specifici per il Centro estivo».
L’assessore quindi pone l’accento sul tema della multiculturalità dell’iniziativa: «Abbiamo scelto questa impostazione – sottolinea Cristiana Morsolin – per favorire l’integrazione sociale tra i bambini, offrendo ulteriori occasioni di scambio e di dialogo. I momenti di insegnamento, chiaramente, sono stati formulati in modo appropriato, tenendo altresì conto del clima vacanziero proprio di un Centro estivo. Si tratta di un’esperienza adeguata all’età dei piccoli utenti».

Il Piccolo, 01 settembre 2010
 
Centro estivo alla bengalese, «provocazione insensata» 
Bucarella (Incontri bisiachi): «Questa non è integrazione». I genitori approvano l’iniziativa

di STEFANO BIZZI

Gheddafi auspica un’Europa islamizzata? Venga a Monfalcone e vedrà che resterà soddisfatto nello scoprire che qualcuno ci sta già pensando.
Lo dimostrano le polemiche sul centro estivo multiculturale partito lunedì e organizzato dal Comune all’Area verde di via Valentinis. Oltre che dal centrodestra, all’assessore ai Servizi sociali Cristiana Morsolin le frecciate sono arrivate anche dalla collega di giunta Paola Benes. Il fuoco amico dell’assessore alla Cultura (servizio a parte) sull’integrazione a rovescio, non sembra essere però condiviso dalle famiglie che hanno deciso di isicrivere i propri bambini all’iniziativa. Non è condiviso anche perché il programma non è concentrato sulla sola diffusione della cultura bengalese.
Il percorso studiato dagli uffici Pari opportunità pervede appuntamenti dedicati all’Africa (come quello di ieri dove i bambini hanno ballato la ”waka-waka”) alle popolazioni native americane, alla Cina e all’Australia. A rendere forse particolare l’appuntamento con la cultura bengalese è il fatto che a presentarla saranno i rappresentanti di quella stessa cultura e non dei mediatori italiani.
«Per me non è un problema se si fa interculturalità anche in bengalese – osservava ieri mattina una madre al termine della giornata di giochi -. Non sento minacciata l’identità di mio figlio che può imparare qualcosa di nuovo. È più importante che siano loro a imparare la nostra cultura. Vedo soprattutto a scuola che hanno difficoltà a comunicare con noi. In particolare le donne». «Penso che imparare un diverso modo di comunicare sia fondamentale per capire gli altri – aggiunge un’altra madre -. Quando ho iscritto mio figlio sapevo che si sarebbe fatto uso di più lingue e credo che sia un’occasione da non perdere perché aiuta a capire che ci sono vari modi per esprimere gli stessi concetti. Crea momenti di incontro effettivo». «L’importante è che i bambini stiano bene tra loro», aggiunge una baby-sitter.
«Se vado in un paese devo impararne la lingua e rispettare le regole, questo è poco ma sicuro» è questa la posizione più critica espressa da un genitore che però poi aggiunge: «Anche se non sapevo che il centro estivo fosse incentrato sulla multiculturalità, non cambia niente. Come possono imparare qualche parola d’inglese, i bambini possono impararne anche qualcuna in bangla». «Il problema è tutto degli adulti», taglia corto un’altra mamma invitando a superare i pregiudizi.
Interpellato sulla questione, Aldo Bucarella, responsabile del Gruppo incontri bisiachi, getta acqua sul fuoco: «L’unica cosa che si può dire è che si tratta di provocazioni insensate. Sono provocazioni di questo genere che negli ultimi anni hanno fatto diventare i monfalconesi razzisti. Per loro natura non lo sono mai stati. Anzi, hanno fatto dell’accoglienza un punto di forza».

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