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Il Piccolo, 29 settembre 2010
 
MUFFA, UMIDITÀ, INFILTRAZIONI E CREPE AL PREZZO DI 500 EURO MENSILI 
A Panzano nel degrado le nuove case Ater scoppia la rabbia degli inquilini esasperati

Muffa, umidità, infiltrazioni d’acqua dai tetti oltre che da porte e finestre. Scale rotte e pericolose. E ancora: crepe e fessure sui muri maestri, fogne che non fanno defluire lo scarico d’acqua, travi marce, grondaie rotte, verande esterne al limite della sicurezza e materiale scadente di infissi e serramenti che non si chiudono. La lista è lunghissima. In più l’affitto è di 500 euro mensili, troppo alto per l’offerta. Esplode con forza la rabbia dei residenti delle case Ater di Panzano delle vie Predonzani, Firenze e Torino (tutte traverse di via Callisto Cosulich a quattro passi dal cantiere). Sono state consegnate da meno di quattro anni, ma presentano già evidenti segni di degrado e l’Ater non ha alcuna intenzione di intervenire. Le abitazioni, sostengono gli affittuari, non sono state costruite a regola d’arte perché realizzate con il massimo del risparmio e una mano d’opera non specializzata e, soprattutto, che costava poco.
La protesta è tale che i residenti convocheranno a breve il consiglio di quartiere. Vogliono andare per vie legali e fermare il disfacimento delle abitazioni: un patrimonio storico del rione e un simbolo della città che si è sviluppata attorno al cantiere. «A questo punto – afferma Alfio Pizzo – auspichiamo una commissione d’inchiesta che faccia luce su come è stato sperperato il denaro, per colpire i responsabili ed evitare che facciano altri danni. Ci stanno umiliando. Faremo sicuramente le nostre azioni, ma spero che venga aperta un’inchiesta da parte della magistratura». Marco Moratti, che abita a piano terra, dice che ogni volta che piove in abbondanza (come nei giorni scorsi) le fognature scoppiano. Si allaga tutto il giardino visto che le pendenze della pavimentazione sono al contrario (cioè non vanno verso la strada, ma vanno verso le case) e l’acqua piovana arriva fino a 30 centimetri sui muri esterni. Naturalmente attraverso le fessure sui muri l’acqua penetra nelle case provocando muffa e umidità che fanno staccare anche i parchetti. «La scorsa settimana – dice Moratti – con le piogge abbondanti dalle fogne sono fuoriusciti escrementi che hanno invaso tutto il giardino. Uno schifo». Eligio Garimberti, pur non essendo un architetto di professione, mostra le travi che sostengono la copertura della sua veranda che sono più corte di almeno dieci centimetri rispetto alla lunghezza. Quello che manca è sostituito da staffe fissate al muro maestro con viti da 8 millimetri. «Mi meraviglio – osserva incredulo – come ci sia l’abitabilità. Comunque, con una piccola scossa di terremoto è certo che crollerà tutto. Ho già chiesto di andar via».
Ciro Vitiello

Il Piccolo, 17 giugno 2009
 
Processo-amianto rischia di ”saltare” 
L’iter potrebbe bloccarsi per il trasferimento del giudice Caterina Brindisi

di LAURA BORSANI

Rischia di ”saltare” uno dei processi in corso al Tribunale di Gorizia, in relazione alle morti da amianto. A causa del trasferimento del giudice monocratico al quale è stato affidato il procedimento, Caterina Brindisi, assegnata a Roma. Si tratta del processo in ordine ai decessi di sei lavoratori, Umberto Gasser, Adriano Bullian, Flavio Valentinuz, Carlo Furlan, Aldo Pescatore e Salvatore Cossu. Per due di questi lavoratori, i familiari si sono costituiti parte civile: sono gli eredi di Cossu, difesi dall’avvocato Francesco Donolato, e quelli di Bullian, in particolare la figlia Elisabetta, assistita dall’avvocato Massimo Bergamasco. In questo procedimento sono imputati sette dirigenti dell’allora Italcantieri, Vittorio Fanfani, Manlio Lippi, Giorgio Tupini, Enrico Bocchini, Corrado Antonini, Giancarlo Testa e Mario Pagliani.
L’ipotesi di accusa è di omicidio colposo con l’aggravante del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul posto di lavoro. Nell’udienza fissata per lunedì era previsto l’ascolto di una ventina di testimoni, presentati dall’accusa rappresentata dal Pubblico ministero Annunziata Puglia. Ma il processo non avrà luogo: dalla Procura, infatti, è giunta comunicazione alle parti che il procedimento non potrà proseguire, con il relativo ascolto dei testi, proprio in virtù del trasferimento del giudice monocratico Caterina Brindisi ad altra sede.
In quella udienza, pertanto, verrà richiesto alle parti il consenso per l’utilizzo del materiale probatorio finora raccolto, potendo così garantire la prosecuzione del procedimento riassegnato a un nuovo giudice. Il rischio che si prospetta, di fronte all’eventuale diniego delle parti, è l’azzeramento del processo, dovendo ricominciare tutto da capo. Con ciò prefigurando anche il rischio della prescrizione.
Il procedimento in questione è stato contrassegnato da una gestione travagliata, per il quale peraltro la sola pubblica accusa ha presentato almeno oltre 50 testimoni. La prima udienza preliminare risale a luglio 2005, seguita da una integrazione istruttoria. Nel giugno 2006, a seguito di un supplemento di indagine, fu disposto il rinvio a giudizio e nel dicembre dello stesso anno si aprì il processo, ma fu rinviato in virtù del trasferimento del giudice Giorgio Nicoli a Trieste. Nel giugno 2007 iniziò il processo con la riassegnazione al giudice subentrante, Caterina Brindisi.

Messaggero Veneto, 22 giugno 2009 
 
Fincantieri, processo per i 22 decessi a causa dell’amianto: anche il Codacons regionale si è costituito parte civile 
 
MONFALCONE. Anche il Codacons del Friuli Venezia Giulia interviene sul caso amianto e si costituisce parte civile nel procedimento penale per il decesso di 22 persone nei confronti dei responsabili dal 1960 al 1985, a vario livello, della Fincantieri di Monfalcone.
Il procedimento è stato instaurato innanzi al Tribunale di Gorizia a seguito della richiesta di rinvio a giudizio della Procura Generale della Repubblica della Corte di Appello di Trieste «al fine di ottenere – spiega il presidente regionale Codacons Vitto Claut –, previa l’affermazione della penale responsabilità degli imputati, il risarcimento del danno non patrimoniale nella misura che il Giudice riterrà di giustizia». La prossima udienza si terrà il 6 luglio.
Anche se il reato contestato è di omicidio colposo, il Codacons ritiene che la rilevanza delle condotte e dei fatti «abbiano carattere sovra-individuale per la loro intrinseca gravità, la loro attinenza con la sicurezza e la tutela della salute pubblica e per l’allarme sociale che hanno determinato». Tra fini statutari dell’associazione, infatti, rientra espressamente la tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente, e in tal modo il Codacons vuole poter dare il proprio contributo nell’accertamento delle eventuali responsabilità nel procedimento instaurato, che non è l’unico pendente a Gorizia relativo alle decine di decessi causati dell’uso dell’amianto nei cantieri navali di Monfalcone. L’interesse qualificato del Codacons alla partecipazione al processo è stato riscontrato anche dal Gup del Tribunale di Gorizia, che ne ha ammesso la costituzione di parte civile.
«I cittadini italiani malati di mesotelioma, anche contratto 30 o 40 anni fa, così come i familiari delle vittime di tale male, possono quindi contattare il Codacons, senza spese, per chiedere ai fondi costituiti negli Usa il corposo indennizzo, fino a 400.000 dollari, messo a disposizione dai produttori di amianto».
Con riferimento al procedimento di Gorizia, le condotte contestate nella richiesta di rinvio a Giudizio formulata implicano per gli imputati «l’aver favorito, e/o non impedito, per colpa negligenza, imprudenza, imperizia l’uso dell’amianto in ingenti quantità, omettendo di adottare le necessarie misure di sicurezza, nonché di informare correttamente i lavoratori sui rischi connessi a tale sostanza, di fornire e verificare l’utilizzo di strumenti di protezione presso gli stabilimenti navali Fincantieri di Monfalcone», che hanno determinato il decesso di 22 persone dipendenti, o comunque lavoratori nei medesimi stabilimenti, per mesotelioma maligno, causato da esposizione all’amianto, e patologie tumorali connesse.
Le condotte contestate consistono nell’aver fatto svolgere ai dipendenti negli stabilimenti navali di Monfalcone dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Ottanta mansioni comportanti un’esposizione attiva e passiva all’amianto, utilizzato in ingenti quantità, «omettendo di adottare le necessarie misure di sicurezza e i provvedimenti necessari per eliminare o ridurre l’esposizione, senza curare la fornitura e l’effettivo l’impiego di mezzi personali di protezione individuale (quali idonee maschere respiratorie, limitazione tempi di esposizione eccetera), e senza informare il lavoratore circa gli specifici rischi derivanti dall’esposizione all’amianto o verificare che le lavorazioni avvenissero in locali separati e comunque senza la presenza di altri lavoratori non impiegati nelle operazioni di coibentazione, il tutto causando un contatto diretto e indiretto continuato e intenso da parte dei lavoratori impiegati con la sostanza indicata».
Ciò che per il Codacons in nessun modo potrebbe essere fatta valere la giustificazione della scarsa conoscenza, ai tempi, circa i rischi legati all’uso di tale sostanza: «Nonostante l’utilizzo di amianto sia stato vietato per legge solo nel 1992, già alla fine degli anni 50 – epoca in cui ha cominciato la sua attività la maggior parte dei dipendenti deceduti – se ne conosceva la pericolosità».
In Italia, dai dati statistici relativi alla mortalità per tumore alla pleura emerge il dato che le province in cui vi è un’attività produttiva connessa con l’uso di amianto mostrano un tasso di mortalità da 2 a 5 volte superiore a quello medio nazionale.

Messaggero Veneto, 26 giugno 2009
 
Ex esposti all’amianto: i dati della sorveglianza 
 
MONFALCONE. La sorveglianza sanitaria gratuita per gli ex esposti all’amianto è sempre stato uno degli obiettivi dell’Associazione esposti amianto. Finalmente a livello regionale nell’ottobre 2008 è iniziata la sorveglianza per le persone esposte professionalmente all’amianto e regolarmente iscritte nell’apposito registro regionale. Il progetto di sorveglianza sanitaria e i dati su questi primi mesi di attività saranno presentati martedì 30 giugno, alle 15 nell’auditorium dell’ospedale civile di San Polo di Monfalcone.
Nella stessa giornata verrà distribuito gratuitamente il DVD prodotto dalla Regione Friuli Venezia Giulia sullo stesso argomento, che spiega quali sono i soggetti ai quali rivolgersi e le procedure da seguire per attuare la sorveglianza sanitaria degli ex esposti. L’iniziativa nasce per volontà della Commissione regionale amianto, i cui membri parteciperanno all’incontro e saranno a disposizione del pubblico per domande, chiarimenti, osservazioni. Sarà presente anche l’assessore regionale alla salute Vladimir Kosic. L’iniziativa è aperta al pubblico.

 Il Piccolo, 26 giugno 2009
 
CONSORZIO INDUSTRIALE  
Ex Ekorecuperi, conclusa la bonifica dall’eternit  
Rimossa la copertura di un capannone di 2mila metri quadrati
 
 
L’ex deposito di pneumatici di via dei Boschetti è ormai pronto per accogliere una nuova attività artigianale o industriale. Dopo aver ultimato un anno fa lo smaltimento dei 10mila metri cubi di pneumatici accatastati nell’area dell’ex Ekorecuperi che ingombravano l’area, rappresentando una vera e propria bomba ecologica innescata a poca distanza da abitazioni e altre attività economiche, il Consorzio per lo sviluppo industriale ha effettuato anche la bonifica dell’eternit che copriva il capannone presente nell’area e rifatto il tetto dello stesso. L’intervento è costato in tutto circa 120mila euro che vanno quindi a sommarsi agli oltre 700mila che il Csim ha speso per ripulire l’area dai pneumatici e dagli altri rifiuti ingombranti e nocivi che sono stati scoperti proprio grazie all’azione di bonifica. Il Consorzio industriale sta comunque concludendo la caratterizzazione del terreno, per escludere che vi siano presenti degli inquinanti, e conta quindi di poter vendere il lotto di 10mila metri quadri, su cui insiste il capannone di 2mila metri quadri e una pesa che è stata rimessa in funzione, nel corso del prossimi mesi. Stando al Csim, esistono già degli interessamenti nei confronti dell’area, inserita nella zona industriale dello Schiavetti-Brancolo. L’intenzione è però quella di valutare con attenzione l’attività che andrà a insediarsi in una zona densamente urbanizzata e che si trova appunto a non molta distanza da abitazioni.
Nell’area fino a poco più di un anno fa si trovavano anche fusti d’olio esausto, tettoie in eternit, batterie di automobile, scoperte sotto i cumuli di pneumatici stoccati per anni in via dei Boschetti. Un incedio scoppiato nell’ex deposito avrebbe quindi avuto conseguenze pesantissime per la salute e per l’ambiente. Fusti d’olio, eternit e batterie d’auto hanno dovuto essere inviati nelle discariche specializzate per lo smaltimento, mentre i 10mila metri cubi di pneumatici sono stati trasportati all’estero per essere triturati e poi riutilizzati o inviati all’incenerimento in altri impianti autorizzati.
E’ in dirittura d’arrivo anche la ristrutturazione dell’ex foresteria Solvay, che il Consorzio industriale conta di rendere disponibile entro la fine del 2009, a oltre tre anni dall’avvio dei lavori. La necessità di bonificare e smaltire più amianto di quanto previsto non ha inciso comunque solo sulla tempistica (i lavori sono iniziati nel 2006 e avrebbero dovuto concludersi entro fine 2007), ma anche sui costi della ristrutturazione. La maggiore spesa è stata però coperta da un contributo di 400 mila euro che la giunta regionale ha erogato nella primavera del 2007, accogliendo la domanda presentata dall’ente economico.
 
 Il Piccolo, 27 giugno 2009 
 
IL PUNTO SUL PROGETTO  
Sorveglianza sanitaria per gli esposti all’amianto  
Un incontro pubblico promosso dall’Aea all’ospedale di San Polo
 
 
La sorveglianza sanitaria gratuita per gli ex esposti all’amianto è sempre stato uno degli obiettivi dell’Aea di Monfalcone. Finalmente a livello regionale, nell’ottobre del 2008, è iniziata la sorveglianza per le persone esposte professionalmente all’amianto e regolarmente iscritte nell’apposito Registro regionale. Il progetto di sorveglianza sanitaria e i dati su questi primi mesi di attività saranno presentati martedì alle 15 nell’auditorium dell’ospedale di San Polo di Monfalcone. Nella stessa giornata verrà distribuito gratuitamente il dvd prodotto dalla Regione Friuli Venezia Giulia sullo stesso argomento, che spiega quali sono i soggetti ai quali rivolgersi e le procedure da seguire per attuare la sorveglianza sanitaria degli ex esposti. L’iniziativa nasce per volontà della Commissione regionale amianto, i cui componenti parteciperanno all’incontro e saranno a disposizione del pubblico per domande, chiarimenti, osservazioni. Sarà presente anche l’assessore regionale alla Salute Vladimir Kosic. L’iniziativa è aperta alla comunità e quindi l’Aea invita tutti i soci e simpatizzanti a partecipare.

Il Piccolo, 02 aprile 2009 
 
Morti da amianto, riparte il processo  
In programma l’udienza con l’ascolto dei testi di accusa
 
 
Riprenderà lunedì prossimo, 6 aprile, il processo in relazione alle morti da amianto di sei lavoratori, Umberto Gasser, Adriano Bullian, Flavio Valentinuz, Carlo Furlan, Aldo Pescatore e Salvatore Cossu. È uno dei «filoni» aperti al Tribunale di Gorizia, legati alle vittime del «minerale killer».
In questo procedimento sono imputati sette alti dirigenti dell’allora Italcantieri, Vittorio Fanfani, Manlio Lippi, Giorgio Tupini, Enrico Bocchini, Corrado Antonini, Giancarlo Testa e Mario Pagliani.
Il 6 aprile, dunque, riprenderà il processo a Gorizia, con una nuova udienza, prevedendo l’ascolto dei testimoni presentati dalla pubblica accusa, rappresentata dal Pm goriziano, Annunziata Puglia. Si tratta di una ventina di testimoni. Ci sono poi anche i testi presentati dalle difese.
Nell’ultima udienza, avvenuta nel dicembre scorso, davanti al giudice Caterina Brindisi, aveva testimoniato il dottor Roberto Cereatti, medico udinese consulente del pubblico ministero. In quella circostanza, il medico aveva parlato del periodo di latenza dei tumori causati dall’esposizione all’amianto, valutato mediamente tra i 15 e i 20 anni. Ma vi sono casi in cui la malattia si è manifestata dopo ben 30 anni, altri invece in cui sono bastati solo due o cinque anni.
Nell’udienza scorsa, tra i casi esaminati, era risultato particolare quello di Aldo Pescatore, morto per problemi cardiaci riconducibili al quadro clinico generale pesantemente condizionato proprio dall’esposizione all’amianto. Uno dei legali di parte civile, l’avvocato Ferrara, aveva chiesto al medico se si può morire direttamente di asbestosi. Il dottor Cereatti aveva risposto affermativamente, sostenendo che «in un caso come quello sotto esame, l’asbestosi ha creato un quadro generale tale da portare alla morte dell’uomo».

Il Piccolo, 26 marzo 2009 
 
L’INFORTUNIO DEL 30 NOVEMBRE 2004 NELL’IMPIANTO TERMOELETTRICO  
Operaio morì in centrale, un anno a due tecnici  
Bernardo Fanelli, 56 anni, rimase schiacciato da un blocco di cemento caduto da una gru

Due tecnici della centrale termoelettrica di Monfalcone sono stati condannati ieri, in tribunale a Gorizia, per concorso in omicidio colposo al termine del processo per la morte di un dipendente di una ditta dell’appalto, Bernardo Fanelli, all’epoca 56 anni, in seguito a un incidente avvenuto alla fine del 2004. Il giudice monocratico Caterina Brindisi (pm Suriano) ha inflitto un anno di reclusione ciascuno (la pena però è stata sospesa) al monfalconese Andrea Revoltella, 46 anni, e al triestino Diego Roitero di 57. L’incidente si verificò nel primo pomeriggio del 30 novembre di 5 anni fa nell’impianto, all’epoca di proprietà di Endesa Italia. Bernardo Fanelli, era impegnato per conto della ditta dell’appalto Adok di Aiello, assieme a un collega e ad alcuni operai di Endesa, nello spostamento di una paratia delle prese dell’acqua dal canale Valentinis, utilizzate per il raffreddamento dell’impianto. L’uomo venne colpito alla testa e parzialmente schiacciato dalla paratia, un manufatto di cemento del peso di oltre due quintali, sbilanciatosi durante l’operazione di sollevamento e cadutogli addosso da tre metri di altezza. Fanelli morì all’istante per le devastanti ferite riportate al capo e al tronco. All’epoca Andrea Revoltella era il manovratore dell’autogru mentre Diego Roitero era il responsabile della sezione manutenzione meccanica di Endesa. Il giudice ha ritenuto responsabile Revoltella anche di una specifica violazione di sicurezza, infliggendogli un ulteriore mese di arresto.
I due tecnici sono stati condannati anche al pagamento di una provvisionale di 20mila euro nei confronti dei due figli di Fanelli, Iolanda e Gaetano, e della madre dell’operaio, Pasqualina Zampetti, costituitisi parti civili e rappresentati dagli avvocati Crevatin e Ginaldi.
L’episodio, l’ultimo con esito mortale avvenuto nella centrale termoelettrica monfalconese, suscitò grande scalpore nel mondo del lavoro cittadino. Bernardo Fanelli, nativo di Taranto ma residente da anni nell’Isontino, secondo gli stessi compagni di lavoro, era «uno degli operai più esperti che operavano con le ditte dell’appalto all’interno della centrale». L’operaio lavorava da due anni alle dipendenze della ditta friulana, impiegata normalmente per interventi di manutenzione all’interno della centrale termoelettrica di Monfalcone.

Messaggero Veneto, 26 marzo 2009 
 
Morì un operaio alla centrale termoelettrica: due condanne 
MONFALCONE 
Cooperazione in omicidio colposo per la fine di Bernardo Fanelli
 
 
MONFALCONE. Due condanne per cooperazione in omicidio colposo. Si è concluso così ieri al Tribunale di Gorizia il processo legato alla tragica morte del 56enne Bernardo Fanelli, nativo di Taranto, ma residente da anni nell’Isontino, che nel novembre del 2004 aveva perso la vita in un incidente sul lavoro verificatosi nell’area della centrale termoelettrica Endesa di Monfalcone.
L’uomo era stato accidentalmente colpito alla testa da un pancone di cemento pesante più di due quintali ed era morto praticamente sul colpo.
Il giudice monocratico di Gorizia Caterina Brindisi ha condannato ieri a un anno ciascuno di reclusione, pena sospesa con la condizionale, i due imputati, il 46enne Andrea Revoltella e il 57enne Diego Roitero. All’epoca dei fatti Revoltella, residente a Monfalcone, era manovratore di un’autogrù oltre che referente Endesa per le ditte esterne mentre Roitero, residente a Trieste, era responsabile della sezione manutenzione meccanica dell’Endesa. Fanelli era dipendente di una ditta esterna all’Endesa, la cooperativa Adok di Ajello (il cui legale rappresentante è stato già condannato con rito abbreviato), ed era impegnato in un intervento di pulizia.
Il giudice Brindisi ha condannato i due imputati al risarcimento danni da definire in sede civile e intanto al pagamento di una provvisionale esecutiva di 20 mila euro a beneficio di ciascuna delle parti civili, ovvero la figlia e il figlio di Fanelli, Iolanda e Gaetano, e la madre Pasqualina Zampetti, rappresentati dagli avvocati Franco Crevatin e Alealdo Ginaldi. Revoltella e Roitero erano difesi dagli avvocati Franco Obizzi e Tudor. La pubblica accusa era sostenuta dal pm Fabrizio Suriano.
Sostanzialmente, i due avrebbero secondo l’accusa omesso di osservare procedure antinfortunistiche che avrebbero potuto evitare la tragedia. Il giudice ha ritenuto responsabile Rivoltella (disposto un mese aggiuntivo di arresto) anche per una specifica violazione in tema di sicurezza.
Il processo era scaturito come si diceva dal drammatico infortunio sul lavoro avvenuto il 30 novembre del 2004 quando Fanelli era stato colpito alla testa da un pancone pesante 210 chili (si tratta di pesanti lastre di cemento che messe una sopra l’altra costituivano una sorta di saracinesca che impediva l’accesso a una vasca interna).
Mentre veniva manovrato con una autogrù nell’ambito di un’operazione di manutenzione, il pancone si era improvvisamente staccato precipitando da un’altezza di tre metri addosso al 56enne di origine pugliese provocandogli la frattura della volta cranica e determinando il decesso pressoché istantaneo.

Messaggero Veneto, 05 marzo 2009 
 
«Fumava hascisc per combattere il glaucoma» 
SAN CANZIAN D’ISONZO
 
 
SAN CANZIAN D’ISONZO. Secondo Guido Vidonis, finito in manette cinque mesi fa per spaccio di sostanze stupefacenti, assieme all’ex compagno della figlia, il calabrese Nicola Melchi, e alla moglie Marina Cortesini, quest’ultima, dopo un lungo periodo di astinenza, ha ricominciato a fumare hascisc con regolarità quando le fu diagnosticato un glaucoma e scoprì, trovandone conferma, tra l’altro, su Internet, che quel tipo di droga le era di giovamento perché abbassava la pressione oculare.
In sostanza, ciò spiegherebbe – ha lasciato intendere, ieri, Vidonis nel corso dell’esame e controesame – la significativa quantità di hascisc, anche in piantine, rinvenuta dai Carabinieri durante la perquisizione effettuata in casa dell’imputato a San Canzian d’Isonzo.
Rispondendo alle domande del pm Marco Panzeri e dei difensori, avvocati Roberto Maniacco, Alberto Tofful e Paola Suffi, a proposito della rilevante somma di denaro (circa 2.500 euro) di cui fu trovato in possesso il calabrese, Vidonis si è limitato a dire: «So solo che aveva manifestato l’intenzione di cambiare la sua macchina, ormai datata. Melchi – ha proseguito –, già compagno di mia figlia dalla quale ha avuto una bambina, il giorno dell’arresto era ospite a casa mia, come del resto succedeva ogni volta che veniva a prendere la nostra nipotina per portarla in vacanza in Calabria».
Il processo, che si celebra davanti al giudice monocratico Caterina Brindisi e che prende le mosse da un’operazione anti-droga condotta dai Carabinieri e incentrata su una “cessione controllata” di hascisc, riprenderà l’11 marzo. Fulcro dell’operazione una giovane monfalconese nelle vesti di “collaboratrice” dell’Arma. Con l’avallo della Procura della Repubblica aveva contattato la figlia dei Vidonis con la quale aveva concordato l’acquisto di un chilogrammo di “erba”, pattuendo un prezzo di 5.500 euro. Al momento dello scambio, avvenuto a Redipuglia, nel settembre dello scorso anno, erano intervenuti i Carabinieri che avevano arrestato la spacciatrice, risalendo quindi ai Vidonis. Mentre la giovane, sorpresa a spacciare, è uscita dal processo e dal carcere patteggiando la pena, i genitori e l’ex compagno Melchi sono tuttora detenuti in attesa della conclusione del processo a loro carico. (n.v.)

Il Piccolo, 05 marzo 2009 
 
PROCESSO PER DETENZIONE E SPACCIO  
Il marito: «Mia moglie fumava l’hashish per curare un glaucoma»
 
 
Marina Cortesini, la 48enne di San Canzian finita in carcere nel settembre scorso, assieme al marito Guido Vidonis, 57 anni, e a Nicola Melchi, 41 anni, di origine calabrese, imputati di detenzione a fini di spaccio di stupefacenti, avrebbe assunto droga leggera perchè affetta da glaucoma. A dichiararlo, ieri in aula, al Tribunale di Gorizia, è stato il congiunto, Guido Vidonis, ascoltato in qualità di teste. L’uomo ha spiegato che quel tipo di sostanza, come avrebbe appreso peraltro la donna anche da Internet, le era di giovamento alla malattia, procurandole un abbassamento della pressione oculare. Ha altresì spiegato la presenza del calabrese nell’abitazione dei coniugi, il giorno in cui le forze dell’ordine avevano fatto irruzione, procedendo ai tre arresti: il 41enne era stato il compagno della figlia, dalla quale aveva avuto una bambina. Al pubblico ministero, Marco Panzeri, ha fornito una spiegazione anche circa i 2500 euro trovati in possesso del calabrese: l’uomo aveva manifestato l’intenzione di cambiare l’auto.Il processo, davanti al giudice monocratico Caterina Brindisi, è stato riaggiornato a mercoledì 11 marzo.
Nell’udienza precedente, tra i testi, era stata ascoltata una collaboratrice degli inquirenti che, all’epoca dei fatti, si era prestata a effettuare una compravendita di stupefacenti. Si trattava di circa un chilo di hashish, per la somma di 5.500 euro. Lo scambio avvenne a Fogliano Redipuglia, tra la collaboratrice e una giovane, che fu arrestata. La sua posizione si è successivamente definita a seguito di patteggiamento.

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Il Manifesto, 15 maggio 2008

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