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Il Piccolo, 23 dicembre 2010a 
 
CRISI. LA CASSA INTEGRAZIONE STRAORDINARIA CESSERÀ L’11 MARZO 
Natale amaro, 80 in mobilità all’Eurogroup 
La decisione comunicata ieri a Gorizia dall’azienda a Fim, Fiom e Uilm in un vertice in Confindustria

di LAURA BLASICH

Sarà un Natale amarissimo per gli 80 lavoratori di Eurogroup e le loro famiglie. La società, posta in liquidazione nei mesi scorsi, ieri ha annunciato ai sindacati dei metalmeccanici al tavolo di Assindustria l’apertura della mobilità per tutti i dipendenti. Salvo un’acquisizione, di cui non esiste al momento alcuna certezza, gli esuberi diventeranno reali alla conclusione della cassa integrazione straordinaria, fissata per l’11 marzo del prossimo anno. Le segreterie provinciali di Fim, Fiom e Uilm ieri hanno ribadito da parte loro che non firmeranno l’avvio di alcuna procedura di mobilità, a meno che non sia stata richiesta dai lavoratori su base del tutto volontaria. L’esito, pessimo, del faccia a faccia con la società è stato subito comunicato dalle segreterie provinciali alla trentina di dipendenti che sono rimasti davanti la sede degli Industriali durante tutto l’incontro, nonostante la pioggia battente. Nell’assemblea volante sindacati e maestranze hanno deciso di non allentare il presidio allo stabilimento del Lisert, entrato in difficoltà lo scorso anno con la crisi della cantieristica e della navalmeccanica alle quali la sua produzione era legata. L’obiettivo rimane quello di evitare qualsiasi trasferimento di macchinari e materiale fuori dalla fabbrica.
La società, non coinvolta in una procedura fallimentare, farà partire oggi la richiesta di apertura della mobilità. Sempre da oggi scattano quindi i 75 giorni di tempo concessi prima dell’avvio vero e proprio e i sette giorni entro i quali le organizzazioni sindacali possono richiedere un nuovo incontro. «Quanto abbiamo già deciso di fare – spiega Fabio Baldassi della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – per verificare eventuali sviluppo. La società ieri ha comunicato di avere in corso sempre delle trattative per la cessione e che nuovi soggetti si sarebbero fatti avanti. Non c’è, però, nulla di certo».
Proprio per questo motivo Eurogroup ha spiegato ieri di aver deciso di aprire ora la mobilità, per ritrovarsi troppo a ridosso dalla scadenza della Cigs. Al tavolo la società ha ribadito però anche di non voler lasciare nessun lavoratore in strada e quindi di essere disposta a utilizzare anche altri ammortizzatori sociali, se si creassero le condizioni giuste, ritirando a quel punto la mobilità. Una soluzione dovrebbe comunque arrivare nell’arco di un mese e mezzo. Nel caso in cui così non fosse, negli ultimi 30 giorni a disposizione la palla passerà alla Provincia per una nuova mediazione tra le parti. «Da parte nostra ribadiamo che non firmeremo la mobilità e che faremo di tutti per arrivare all’utilizzo di altri ammortizzatori sociali», ha sottolineato ieri Baldassi. L’azienda ha del resto previsto di mettere in vendita anche i macchinari e non solo il capannone industriale del Lisert (il cui prezzo di vendita supererebbe i 15 milioni di euro). I lavoratori ieri hanno lasciato Gorizia sotto una pioggia battente delusi e preoccupati. La speranza di una cessione a un altro gruppo industriale c’era fino a qualche settimana fa, dopo che a ottobre la società aveva fatto il punto sulle trattative in corso anche con la Tad-Metals del gruppo Agarini.
 
CRISI. IN FABBRICA 170 DIPENDENTI SU 257 
Eaton, lavoro solo fino a gennaio nessuna certezza per il 2011

Alla Eaton di Monfalcone la produzione di valvole per motori d’automobile non si fermerà il 31 dicembre, ma certezze per il 2011 ancora non ce ne sono. L’unica per ora consiste nel prolungamento dell’attività dello stabilimento di via Bagni nuova per tutto il mese di gennaio con un contestuale aumento dei lavoratori impiegati dagli attuali 145 a 170. E’ quanto la società ha annunciato ieri nell’incontro all’Assindustria di Gorizia con le segreterie provinciali di Fim e Fiom. Per capire quale sarà il futuro della fabbrica, la cui produzione è rallentata nell’autunno del 2008 per poi bloccarsi del tutto nel 2009 e nella prima metà di quest’anno, si dovrà  attendere il Profit plan che Eaton conta di definire tra fine gennaio e inizio febbraio. Non troppo lontano, quindi, dalla scadenza della cassa integrazione in deroga, la cui chiusura è prevista per la metà di aprile. Intanto, dopo la riapertura avvenuta in agosto per consentire il rinnovo della certificazione di qualità, alla Eaton si prevede che a gennaio lavorino sei linee su sette per fare fronte a un picco della domanda, impiegando un totale di 170 dei 257 dipendenti della fabbrica.
Un numero che si sta progressivamente assottigliando grazie all’utilizzo della mobilità volontaria. Prima dell’inizio delle difficoltà, legate alla crisi internazionale del mercato dell’auto, Eaton contava infatti 340 addetti. «Stando a quanto affermato dall’azienda, il nuovo Profit plan sarà meno rigoroso dei precedenti – hanno affermato dopo l’incontro il segretario provinciale della Fiom-Cgil, Thomas Casotto, e il segretario provinciale della Fim-Cisl Gianpiero Turus -, a causa dell’instabilità del mercato e anche della tenuta dei competitors, che, chiudendo, lasciano volumi di valvole sul campo. Difficile, quindi, fare ancora delle previsioni». Eaton ieri ha comunque definito buona la qualità  della produzione realizzata finora a Monfalcone (circa 40mila valvole al giorno), che, secondo i sindacati, dimostra di essere uno stabilimento in grado di stare sul mercato e di avere un futuro. Come dichiarato sin dall’inizio dei problemi, i sindacati ribadiscono di essere pronti a confrontarsi in modo costruttivo con la società se si tratta di dare una prospettiva allo stabilimento, ma non nel caso si parli di chiusura ed esuberi. Le organizzazioni dei metalmeccanici considerano in ogni caso decisive le prossime settimane. (la.bl.)

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Il Piccolo, 19 ottobre 2010 
 
L’ANNUNCIO NEL CORSO DEL VERTICE A VICENZA TRA SINDACATI E AZIENDA 
Cartiera Burgo, a dicembre chiude la linea 1 
A fine anno scade anche il contratto di solidarietà siglato per congelare i 50 esuberi

Dopo un’agonia durata due anni, chiude la linea 1 della Cartiera Burgo di San Giovanni di Duino. L’annuncio da parte della proprietà è scaturito nel corso del vertice convocato all’Assindustria di Vicenza, cui hanno preso parte anche alcuni delegati dello stabilimento locale. Dall’autunno 2008 la linea 1, l’impianto più datato della fabbrica, familiarmente chiamato “Anna” dagli operai, risultava in fermo produttivo. Mentre le altre linee, la 2 e la 3, pur colpite a singhiozzo da iniezioni di cassa integrazione hanno continuato a funzionare, per l’impianto in questione la ripresa della produzione, al di là degli interventi manutentivi, non è mai stata riavviata. Entro dicembre, dunque, “Anna” andrà in pensione.
D’altro canto, il perdurare della difficile congiuntura economica cui si imputa d’aver provocato a livello internazionale un crollo verticale della domanda di prodotto, aveva segnato un biennio da dimenticare, con ricadute pesanti sui fatturati. E appena adesso si inizia a intravedere un’inversione di tendenza. Per una cattiva notizia che allarma i rappresentanti dei lavoratori ve n’è, infatti, un’altra che spinge i sindacati a un cauto ottimismo: l’andamento positivo di Burgo group, illustrato dall’azienda nel corso dell’incontro vicentino. Merito della ristrutturazione che Burgo group, risultato della fusione tra il cartario torinese Burgo e la famiglia famiglia vicentina Marchi (43,3% del capitale), ha avviato a partire dal 2004, la prima metà dell’anno ha registrato un fatturato consolidato di 1,15 miliardi di euro (erano 1,02 miliardi nel primo semestre 2009) e un margine operativo lordo di circa 82 milioni di euro (erano 72 milioni nel 2009). L’indebitamento finanziario netto è sceso di 76 milioni. Stando alle previsioni riferite dal neoriconfermato delegato Rsu Adriano Valle (Ugl), nel 2011 “ci saranno investimenti per 30 milioni di euro, 12 dei quali verranno posti sulla manutenzione ordinaria nei diversi stabilimenti del gruppo”. La rimanente quota sarà distribuita invece negli impianti di Sora e Avezzano. “La proprietà – ha spiegato Valle – concentrerà gli investimenti sul funzionamento delle centrali turbogas delle fabbriche, strategicamente chiamate ad aumentare il margine dei profitti”. Segnali positivi anche sul fronte del ricorso agli ammortizzatori sociali, che nei primi nove mesi di quest’anno è diminuito dell’ 85% rispetto al 2009. Per assenza di ordinativi l’azienda si è invece vista costretta a confermare la terza settimana consecutiva di Cigo alla cartiera di Toscolano: “Se la tendenza non verrà invertita – ha commentato il sindacalista dell’Ugl – nei primi mesi del 2011 sarà purtroppo dichiarata la chiusura anche di questo stabilimento, dopo le fabbriche di Marzabotto e Chieti”. Per quanto riguarda invece le trattative in corso alla Cartiera Burgo di San Giovanni, a fine anno scadrà l’accordo sul premio produzione e dunque i sindacati saranno chiamati al rinnovo dell’intesa con la contrattazione di secondo livello. Altro importante scoglio da affrontare, per tamponare i circa 50 esuberi, la proroga per l’anno venturo del contratto di solidarietà, il cui termine è fissato il 31 dicembre 2010. Intanto è stata resa nota la nuova Rsu votata nei giorni scorsi dai 450 lavoratori: Uil e Cgil hanno perso un delegato rispetto all’ultima nomina. Questi i nominativi: per la Cisl Mauro Benvenuto, Roberto Pugliese e Alessandro Matteacci; per la Cgil Maurizio Goat, Simone Cumin e Francesco Vozza; mentre per l’Ugl Adriano Valle (il più votato in assoluto con 39 voti per Rsu e 79 per Rsl) e Andrea Capun; e per la Uil Luca Mian.
Tiziana Carpinelli

Il Piccolo, 10 dicembre 2010 
 
Cartiera Burgo, trattative a oltranza 
Sul tappeto il rinnovo del contratto di solidarietà ai lavoratori
A fine anno la linea 1 cesserà la produzione, settanta esuberi dichiarati

Sono proseguite fino a ieri in tarda serata le trattative alla Confindustria di Trieste per il rinnovo del contratto di solidarietà alla Cartiera Burgo di San Giovanni di Duino. Il tavolo, convocato per discutere punto per punto le condizioni avanzate nel precedente incontro dall’azienda, ha preso avvio alle 14. Ma le prime quattro ore sono servite solo per affrontare la materia del documento presentato la volta prima da Burgo group. I sindacati hanno proposto le proprie modifiche, concertate assieme agli operai, consultati nel corso dell’assemblea di fabbrica di martedì. Dopodiché i rappresentanti della proprietà si sono ritirati per altri sessanta minuti. Quindi il braccio di ferro serrato sul tema più delicato: la riorganizzazione del settore manutentivo. Come noto, i vertici aziendali hanno avanzato la richiesta di trasformare a giornata il turno diurno di un meccanico e un elettricista, chiamati a garantire anche la reperibilità sulle 24 ore nelle giornate infrasettimanali (durante i giorni festivi l’organico resta allo stato attuale), previa retribuzione ulteriore di 80 euro settimanali.
Fino a sera inoltrata le parti sindacali hanno strenuamente difeso le posizioni, avanzando la controproposta che ogni deroga al contratto nazionale di categoria – e sul riassetto della manutenzione e sulla riduzione dei turni di riposo, avvenga su base volontaria e non obbligatoria – come invece appunto vorrebbe Burgo group. In caso di mancata riconferma, da parte dell’azienda, della volontà di sottoscrivere il contratto di solidarietà, per i lavoratori dello stabilimento di San Giovanni di Duino, si prospetterebbe lo scenario della cassa integrazione straordinaria e dei licenziamenti, stante i 70 esuberi dichiarati dalla proprietà. A fine anno infatti, secondo quanto annunciato, la linea 1 cesserà definitivamente la produzione. A causa della difficile congiuntura economica e della crisi attraversata dal mercato cartaio negli ultimi anni, l’impianto risultava dal 2008 in fermo forzato. (ti.ca.)

Il Piccolo, 11 ottobre 2010

FENOMENO IN CONTROTENDENZA DOPO ANNI DI MASSICCIA IMMIGRAZIONE
Stranieri, primi segnali di fuga dalla città
Colpita dalla crisi soprattutto la numerosa comunità bengalese. Bambini ritirati da scuola

di LAURA BORSANI

Stranieri? Per la prima volta si inverte la tendenza in città. Perchè non solo rallentano gli arrivi, ma è iniziato anche un fenomeno migratorio. Numeri piccoli in termini assoluti, comunque significativi: poco meno di un centinaio, da gennaio a settembre, si sono trasferiti. Metà sono bengalesi. E in buona parte, a rientrare nel Paese d’origine, sono donne e bambini. Le famiglie così si dividono, poichè a lasciare la città sono per prime proprio le donne, che non lavorano, e la prole. Ciò sta portando anche a ritiri di bambini dalle scuole, in primis la Duca d’Aosta e la media Giacich, da tempo caratterizzate da alti tassi di presenza di alunni stranieri (uno su quattro), avendo impostato una specifica attività di integrazione.
È un fenomeno inedito per Monfalcone, legato alla crisi. Uomini che si spostano in un altro Paese in cerca di occupazione. E i nuclei familiari si assottigliano di fronte alla difficoltà economica. L’inversione di tendenza non è passata inosservata. Negli ultimi mesi gli stranieri già iscritti all’anagrafe ed emigrati all’estero sono stati 63, di cui 32 donne e 31 uomini. La metà è bengalese, 34 in tutto, di cui 23 donne e 11 uomini. Seguono i croati (7 uomini e una donna), i macedoni (5) e i kosovari (4, di cui 3 donne).
Cifre ancora insignificanti sotto il profilo statistico, ma tali da far riflettere una città abituata a costanti flussi migratori con una presenza straniera che resta importante. A Monfalcone il rapporto è di un cittadino straniero su sette. Dal 2008 al 2009 i non italiani sono passati dal 13,2% al 14,6% della popolazione residente totale. E dopo il picco del 2007, c’è stata una flessione in termini assoluti del volume complessivo dei nuovi arrivati. Dei 28.043 abitanti di Monfalcone registrati al 31 dicembre scorso, 4.096 sono stranieri. Nel 2008 erano 3.713. La comunità più numerosa resta quella bengalese, che, a livello mandamentale è a quota 1529, seguita dai bosniaci (480), romeni (672) e croati (595). Il fenomeno in controtendenza può essere legato alla perdita del lavoro.
«I motivi per cui questi stranieri risultano emigrati all’estero – osserva l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin – possono essere riconducibili a diversi fattori, tra i quali anche il disagio economico. Incrociando altri dati, inoltre, notiamo un comportamento specifico espresso dalla comunità più numerosa, quella bengalese. In alcuni casi i bambini non frequentano più le nostre scuole. In momenti difficili come quello attuale, prima se ne vanno le donne e i loro figli, poi, gli uomini. Per le altre etnie, specie quella croata e macedone, gli spostamenti riguardano soprattutto gli uomini in cerca di occupazione».
Ma ad affrontare la crisi sono anche numerosi stranieri stanziali, ormai radicati in città. Per loro, in particolare i bengalesi, che spesso lavorano alle dipendenze di ditte in appalto a Fincantieri, i problemi si moltiplicano. Non c’è solo la questione legata alla garanzia degli ammortizzatori sociali. L’aggravante è costituita dal fatto che gli stranieri non possono accedere ad interventi di sostegno.
«La legge regionale sul Fondo di solidarietà esclude gli stranieri – spiega la Morsolin -. Si evidenziano pertanto situazioni in cui lavoratori dipendenti di una stessa azienda in crisi hanno possibilità diverse, creando di fatto un’evidente disparità di trattamento».

LO SOSTIENE IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA IMMIGRATI
«I dati ufficiali sottostimano l’esodo»

«Gli stranieri che sono tornati a casa, sono molti di più rispetto a quelli indicati nei dati ufficiali del Comune». Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark, ne è certo. Il presidente della Consulta stranieri spiega però che nessuno parte con l’idea di non tornare. «Al momento la situazione economica è difficile per tutti – dice -. La mancanza del lavoro non permette al capofamiglia di mantenere la moglie e i figli. In Bangladesh un po’ per tradizione, un po’ per orgoglio, si pensa che il maschio debba mantenere tutti, così per evitare situazioni imbarazzanti chi perde il lavoro fa rientrare i propri cari perché a casa la vita costa di meno».
«Chi è in possasso di un permesso di soggiorno a tempo indeterminato o a lungo periodo – prosegue il presidente della Consulta – è obbligato a tornare in Italia entro un anno per non perderlo».
Mukter ricorda in ogni caso che c’è anche il fenomeno opposto. Che cioé normalmente gli immigrati emigrano non con il proposito di fermarsi all’estero per tutta la vita, piuttosto si spostano con l’idea di rientrare appena possibile. «Tutti vengono con un programma di una decina d’anni. L’idea è di mettere da parte un po’ di denaro per poi aprire un’attività o comperare una casa nel Paese d’origine. Se poi uno si trova bene, magari si ferma anche in Italia, ma è l’eccezione, non la regola».
Tra le criticità individuate da Mark, c’è quella dall’abitazione. Da quando sono stati fissati dei limiti sul numero di persone che possono occupare un dato appartemento, le comunità straniere sono andate in crisi. Di questo se n’è parlato anche nel corso della prima riunione della Consulta stranieri convocata ieri mattina nell’ex Libreria Mondadori di via Sant’Ambrogio. «Prima due fratelli potevano dividere l’affitto di un appartamento vivendo con le rispettive famiglie, oggi non possono più farlo. Devono prendere una casa loro. Ma l’affitto non si dimezza e non riescono a sostenere le spese. Ecco allora che mogli e figli devono rimpatriare». (s.b.)

Il Piccolo, 10 ottobre 2010

INCONTRO A VICENDA TRA AZIENDA E SINDACATI DI TUTTI GLI STABILIMENTI
Ansaldo: finita la cassa, 6 nuovi assunti
Buone prospettive anche dopo la perdita della commessa per i motori delle nuove unità Fincantieri

Persa la commessa per la costruzione dei motori elettrici per le nuove unità Fincantieri, Ansaldo Sistemi Industriali guarda comunque avanti, cercando spazi su nuovi mercati. È quanto emerso ieri a Vicenza nell’incontro tra la società e i rappresentanti sindacali di tutti gli stabilimenti italiani. Per Monfalcone il carico di lavoro è assicurato fino alla metà del 2011, anche se ancora con qualche interrogativo. La cassa integrazione ordinaria, alla quale Asi è ricorsa dall’inizio dello scorso marzo fino a fine settembre, è comunque alle spalle e Asi ha annunciato di voler effettuare 5-6 nuovi inserimenti in stabilimento a copertura delle esigenze dei reparti e del turn-over. «Monfalcone ha una buona saturazione della produzione fino alla fine dell’anno – spiega Maurizio Vesnaver, coordinatore Fiom-Cgil nella Rsu di stabilimento -, mentre per i primi sei mesi dell’anno ci sono ancora in ballo delle offerte significative. C’è qualche problema sull’acquisizione dei motori di grande taglia con problemi sul fronte della produzione, ma anche dei margini di guadagno».
Al tavolo Asi ieri ha affermato di aver perso la commessa per Fincantieri, andata a una realtà tedesca della statunitense L-3 Communications, la cui proposta è stata giudicata migliore sotto il profilo dei costi, pare, rispetto a quella presentata da Ansaldo assieme a Siemens. Asi continua però a lavorare assieme a Fincantieri sullo sviluppo di piattaforme eoliche off-shore. Lo stabilimento Ansaldo di Monfalcone ha già ultimato comunque il prototipo di generatore eolico che la società intende mettere sul mercato, confermando di puntare sul mercato delle energie rinnovabili. «Come Rsu rimane una certa preoccupazione – dichiara Vesnaver -, perchè servirebbe un carico di lavoro significativo per avere una certa tranquillità nel 2011. Conforta la continuità degli investimenti da parte della società non solo sulle infrastrutture, ma anche su processo e prodotto, oltre che sulla sicurezza e l’ambiente». I sindacati sono d’accordo con Asi sulla necessità di puntare sul miglioramento dell’efficienza e della qualità dei prodotti per fronteggiare la concorrenza asiatica. L’Ugl Metalmeccanici ieri ha incontrato a un tavolo separato la società, dopo che la Fim, su indicazione della propria segreteria nazionale, aveva minacciato di abbandonare l’incontro se così non fosse stato.
Laura Blasich

Il Piccolo, 25 settembre 2010
 
LA DECISIONE COMUNICATA UFFICIALMENTE AI SINDACATI GIOVEDÌ SCORSO 
Chiude la Roto-cart, 28 operai in strada 
La fabbrica attiva al Lisert sospenderà la produzione entro la fine dell’anno

Se Eaton ed Eurogroup rimangono in bilico, la Roto-cart, che da dieci anni a Monfalcone produce fazzoletti, asciugatutto per cucina e carta igienica, ha annunciato di voler chiudere lo stabilimento del Lisert con la fine dell’anno. A ritrovarsi senza lavoro nel giro di tre mesi saranno i 28 dipendenti. La società, che ha sede a Padova e possiede poco lontano un altro sito, a Piombino Dese, ha presentato la sua decisione, stando ai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil, «di punto in bianco» nell’incontro che ha avuto luogo giovedì nella sede dell’Assindustria di Gorizia. La fabbrica del Lisert, creata dieci anni fa per aggredire i mercati dell’Europa centro-orientale, avrebbe in sostanza perso la propria ragione d’essere, perché produzioni analoghe sarebbero nel frattempo state avviate in Polonia e Romania, con costi decisamente più competitivi. La società, come riferisce Tiziana Cozzi, che segue il settore cartario in provincia per la Fistel-Cisl, avrebbe quindi scelto di riposizionarsi sul mercato italiano, acquistando uno stabilimento in Toscana, nella zona di Pistoia. «Nell’ambito di una strategia del genere il mantenimento del sito di Monfalcone, decentrato rispetto al territorio nazionale, diventa quindi troppo oneroso, stando alla società – afferma Tiziana Cozzi -, soprattutto per quel che riguarda i costi dei trasporti». La Roto-cart, in base a quanto emerso nell’incontro all’Assindustria, si starebbe muovendo con molta velocità. Tra un mese e mezzo dovrebbe già prendere il via lo smantellamento delle linee di produzione e il trasferimento dei macchinari nel nuovo stabilimento toscano così da chiudere del tutto Monfalcone con il 31 dicembre. Poi la Roto-cart deciderà il futuro (vendita o locazione) della struttura del Lisert, che è di sua proprietà, ma rimarrà un guscio vuoto. Per le organizzazioni sindacali, che ieri hanno tenuto un’assemblea in stabilimento con i lavoratori (la Rsu è composta da un delegato della Cgil e uno della Cisl), l’obiettivo è quello di guadagnare più tempo possibile e, soprattutto, garantire la maggior copertura possibile quanto ad ammortizzatori sociali ai dipendenti. L’assemblea di ieri è stata convocata non solo per ufficializzare la decisione della società, ma anche per sentire le esigenze dei lavoratori in vista del nuovo incontro con Roto-cart che avrà luogo lunedì pomeriggio, sempre in Assindustria a Gorizia. I sindacati non nascondono comunque il proprio fastidio per il comportamento della società, che si è presentata al tavolo a cose fatte.
Laura Blasich

Il Piccolo, 26 settembre 2010

«Salviamo i dipendenti della Roto-cart» 
Appello di Prc a sindacati e istituzioni dopo l’annuncio della chiusura della fabbrica

«Nonostante sia una realtà relativamente piccola, la Roto-cart, che chiuderà entro la fine dell’anno lasciando per strada una trentina di lavoratori, merita le stesse attenzioni di altre situazioni di crisi che hanno colpito aziende di maggiori dimensioni». Ad affermarlo è il segretario del Partito della rifondazione comunista di Monfalcone-Staranzano Emiliano Zotti, il quale ricorda come «purtroppo in questo periodo si susseguono continue notizie negative dal fronte dell’occupazione e del mondo del lavoro. Tutti i settori produttivi presenti sul nostro territorio attraversando un periodo critico, preannunciato, ma non per questo meno drammatico».
Il segretario di Rifondazione afferma poi che «in questo periodo più di altri, ogni vertenza rappresenta un caposaldo contro la deindustrializzazione del nostro territorio» e si dice convinto che ”tutte le parti sociali coinvolte – amministrazioni locali, sindacati – ne siano consapevoli e si comporteranno di conseguenza, dando ai lavoratori di questo stabilimento lo stesso supporto e le stesse opportunità offerti in precedenza ad altri». Zotti aggiunge che è del tutto evidente che, in questo diffuso stato di crisi, una delle armi più efficaci per difendere i diritti dei lavoratori è l’unità. «Per questo – prosegue – ritengo che questi stati di crisi non vengano affrontati singolarmente, ma che sia necessario alimentare una rete di solidarietà e dialogo tra settori produttivi, anche appartenenti a categorie differenti». «Noi del Prc – conclude – siamo naturalmente vicini a questi lavoratori, pronti a dar loro il nostro supporto, e ci auguriamo che questa e le altre vertenze possano risolversi positivamente».

Il Piccolo, 11 ottobre 2010 
 
Due anni di ”cassa” ai 28 della Rotocart 
Una società pronta a riutilizzare l’impianto industriale

Rotocart emigra in Toscana, ma il fabbricato utilizzato per dieci anni per produrre fazzoletti di carta e asciugatutto da cucina troverà un riutilizzo nel corso del prossimo anno. Il Consorzio per lo sviluppo industriale, nella cui area di competenza del Lisert insiste il sito produttivo, ritiene che si siano create le condizioni perchè il capannone possa essere presto nuovamente occupato. Il Csim è stato coinvolto dalla stessa Rotocart in un’operazione utile a evitare che la struttura, realizzata appunto solo dieci anni fa, rimanga vuota a lungo, esponendosi quindi al degrado e anche a una perdita di valore.
Anche il Csim non si sbilancia sui possibili riutilizzatori del capannone, come già la società nell’ultimo incontro con i sindacati in cui è stato firmato l’accordo sul ricorso alla cassa integrazione straordinaria per i 28 lavoratori impiegati a Monfalcone. La speranza è che si possa trattare di operatori dello stesso settore cartario, anche se i macchinari finora impiegati per la lavorazione di carta tissue saranno trasferiti entro la fine dell’anno in Toscana. In attesa di una riconversione, che non seguirà immediatamente la chiusura della produzione, i 28 dipendenti di Rotocart potranno contare su 12 mesi di cassa integrazione straordinaria rinnovabili per altri 12. I lavoratori saranno inoltre coinvolti in percorsi di ricollocamento, che saranno attuati ricorrendo agli strumenti messi in campo da Regione e Provincia. Sono previsti comunque anche incentivi alla mobilità volontaria.

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