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Il Piccolo, 27 novembre 2010 
 
SCUOLA. ALL’EINAUDI-MARCONI 
Badge e registro elettronico contestati dagli studenti

Contestano i badge presenze e l’iPad utilizzato come registro elettronico di classe. Agli studenti dell’Istituto tecnico Einaudi-Marconi di Staranzano la tecnologia non piace. Vorrebbero tornare al vecchio sistema cartaceo. Lo precisano in una nota in cui spiegano anche che l’occupazione del campetto scolastico avviata la scorsa settimana non è stata promossa per contestare l’indisponibilità degli insegnanti ad accompagnare le classi in gita, quanto per informare tutti gli studenti sulle conseguenze della riforma Gelmini all’interno dell’istituto (diminuzione ore di laboratorio, taglio dei fondi che portano alla riduzione delle cattedre, aumento degli alunni per classe, cambiamento degli indirizzi di studio). Gli studenti sottolineano che la maggior parte dei docenti ha apprezzato il comportamento tenuto dai ragazzi durante l’autogestione, ma affondano una stoccata all’indirizzo del dirigente scolastico che, a loro dire, con i badge e l’iPad «privilegia strumentazioni di dubbia utilità».
Di fatto ritengono superfluo strisciare all’ingresso a scuola il badge dal momento che poi, in classe, viene comunque fatto l’appello e compilato il registro cartaceo. Dove invece c’è il registro elettronico, i tempi per segnare presenze e assenze sull’iPad sono troppo dilatati,
«Siamo una scuola tecnica e tecnologica – risponde il preside Marco Fragiacomo – e avere la situazione delle presenze in un data base rientra negli obiettivi del nostro indirizzo. Forse i ragazzi non riescono a capirne il valore. In ogni caso sono iniziative che sono state approvate dal Consiglio d’istituto con parere favorevolissimo dei genitori».
Il dirigente riconosce che l’iPad ha presentato alcuni limiti, ma parla di problemi tecnici già risolti e ritiene l’impianto valido. «L’informatizzazione ci permette di risparmiare tempo a livello di segreteria – sottolinea -. L’obiettivo è comunicare tempestivamente con i genitori. Non si tratta certo di un controllo di poliziesco, è piuttosto un modo per informare. Se il sistema funzionerà, e lo sta facendo abbastanza bene, allora l’anno prossimo esporteremo il registro elettronico ad altre classi. In caso contrario, torneremo all’inchiostro e al calamaio. In ogni caso ritengo che la protesta sia espressione di una minoranza, non di tutti gli studenti». (s.b.)

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Il Piccolo, 27 novembre 2010 
 
IL TITOLARE: NESSUN RILIEVO, ABBIAMO DECISO NOI DI INTERROMPERE L’ESIBIZIONE 
Arriva la polizia e il bar spegne la musica 
Concerto stoppato al Carducci dopo che un residente si era lamentato per il rumore

L’archetto del violino è rimasto d’un colpo sospeso a mezz’aria. Il contrabbassista ha smesso di pizzicare le corde del suo strumento. Il djembe non ha più sussultato. Stop alla musica e concerto interrotto a metà per… l’arrivo della polizia. È accaduto l’altra sera al centralissimo bar Carducci, da consuetudine gremito di avventori all’ora dell’aperitivo. Verso le 21, allertata da una telefonata compiuta da un residente, la pattuglia si è precipitata al civico 83 di via Duca d’Aosta. Il motivo? Presto detto: musica troppo alta. Peccato che all’interno del locale, riconosciuto come una delle insegne storiche della città, non si stesse svolgendo un rave party bensì un assai meno movimentato concertino con tre musicisti, uno dei quali peraltro piuttosto noto in città, dal momento che si trattava del 36enne Simone D’Eusanio, originario di Monfalcone, oggi affermato violinista, con una carriera brillante che l’ha visto affiancare sul palco artisti del calibro di Elisa, Battiato Antonella Ruggiero, Elio, Alice ed Arisa. Solo un paio di settimane fa, giusto per citare un nome, D’Eusanio aveva suonato con Giusy Ferreri al Teatro Nuovo di Gradisca. L’altra sera, il repertorio proposto non annoverava certo la techno music, bensì una carrellata di motivi tzigani e folk, ricchi di virtuosismo e pathos. Infatti, i due agenti del locale commissariato di Polizia non hanno constatato alcunché di irregolare, sia sul fronte dei decibel che degli orari (mancava un’ora alle 22, quando solitamente si applica la sordina al Carducci). Ma il 37enne titolare del bar, Paolo Maritani, ha ugualmente deciso di far calare il sipario sull’esibizione del trio Cargo. «L’ho fatto per quieto vivere – ha commentato il giorno seguente Maritani – anche se i poliziotti non hanno mosso alcun rilievo. Purtroppo, ma non lo dico con spunto polemico, non è la prima volta che mi trovo davanti a simili lamentele». Solo un paio di settimane fa una donna era entrata nel locale, sempre di sera, e aveva scagliato contro il bancone dei bicchieri, in segno di irritazione. A quanto pare, dunque, la lotta dura ai decibel continua, tra il mugugno generale degli avventori, più o meno giovani. Vale la pena sottolineare, infatti, che giovedì la clientela riusciva tranquillamente a conversare all’interno del locale: segno che il volume non doveva essere poi così elevato. Non solo, tra gli avventori, aldilà dei giovani, figuravano anche imprenditori e professionisti come il geometra ed ex sindaco di San Canzian Fulvio Calligaris, il presidente della Bcc Carlo Feruglio o rappresentanti dello scenario politico quale il consigliere regionale del Carroccio Federico Razzini.
Ciononostante qualcuno ha avuto da ridire sulla movida, ponendo termine alla festa. Non è la prima volta che accade a Monfalcone, al punto che alcuni locali hanno chiuso con al musica e il clima che si respirava in via Sant’Ambrogio quando pullulava di giovani, provenienti perfino da Trieste e Gorizia, è ora solo un ricordo. Gli esercenti borbottano e reclamano la possibilità di lavorare, togliendo il bavaglio al d-j.
Viene da chiedersi: l’insopportabile rumore del silenzio renderà davvero tutti più felici o spegnerà la città?
Tiziana Carpinelli

Il Piccolo, 30 giugno 2010
 
CONDANNATO A 2 ANNI CON LA CONDIZIONALE: DEPOSITATE LE MOTIVAZIONI
«Lorito spendeva 800 euro al mese al Lotto» 
Secondo i giudici il vicequestore assumeva abitualmente cocaina ed era in crisi finanziaria

di CLAUDIO ERNÈ

In nome del popolo italiano i giudici del Tribunale di Trieste hanno dichiarato il vice questore Carlo Lorito «propenso al consumo di stupefacenti, in particolare cocaina». Lo si legge nelle motivazioni della sentenza con cui il dirigente della Polizia di Stato sospeso da quasi tre anni dal servizio, e il cui pensionamento è questione di pochi giorni, è stato condannato a due anni di carcere con la condizionale. Era accusato di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento. Ha fornito a spacciatori con cui era entrato in rapporti informazioni adatte a eludere l’inchiesta che li coinvolgeva e in cambio ha ottenuto cocaina.
Nelle 138 pagine redatte dai giudici Luigi Dainotti, Angela Gianelli e Francesco Antoni, vengono ripercorse tutte le tappe della clamorosa vicenda emersa pubblicamente il giorno dell’arresto del dirigente di polizia. Era il 16 novembre 2007.
Tutto il dibattimento – in cui erano coinvolti due altri imputati, Fabio Novacco e Andrea Sauro, anch’essi condannati rispettivamente a quattro anni e due anni di carcere – è ruotato attorno all’affare Lorito. Un capitolo della sentenza di condanna è dedicato proprio alla personalità di Carlo Lorito. Si evince «la figura di un uomo, di un funzionario di polizia, dotato sì di personalità e carisma, che però piega costantemente al soddisfacimento dei propri personali interessi. Indubbiamente nell’arco di tempo illuminato dalle indagini compiute, il Lorito ha attraversato un periodo per molti versi non facile, caratterizzato da una crisi di liquidità finanziaria, da una marcata propensione al gioco, nonché da un abituale consumo di sostanze stupefacenti». Questo scrivono i magistrati del Tribunale per soffermarsi poi sulle singole voci. Crisi di soldi, propensione al gioco, consumo di stupefacenti.
Lorito prima dell’arresto guadagnava 3.508 euro netti al mese, ma ne percepiva nella busta paga soli 2.807, più gli straordinari. La differenza veniva prelevata automaticamente alla fonte per coprire mese dopo mese due prestiti. La «forte propensione al gioco», come si legge nella sentenza, è direttamente collegata nella prospettazione del Tribunale a «puntatine sui cavalli e al gioco del Lotto a cui Lorito nell’ultimo periodo arrivava a destinare circa 800 euro al mese». Questa propensione nella sentenza viene ritenuta «evidentemente cagione di costanti e ingenti esborsi economici«, posto che Gerry Baglieri, il tabaccaio di Gorizia di cui il vicequestore era cliente, «non ha ricordato vincite significative da parte del Lorito».
La terza voce è rappresentata dal consumo di stupefacenti, sempre negato dall’imputato. «Che Lorito fosse un abituale assuntore di cocaina è stato dimostrato nel processo con una evidenza che non si stenta a definire solare e schiacciante».

Il video della sniffata nella pescheria di Deste al Villaggio del pescatore 

Il punto nodale dell’inchiesta e della condanna del vicequestore Carlo Lorito, è rappresentato dalla ripresa video effettuata il 15 novembre 2007 nel retrobottega della pescheria del Villaggio del pescatore in cui lavorava Diego Deste. Ecco come la sentenza ripercorre quell’episodio. «Il filmato mostra il Lorito che riceve una dose di cocaina e la ripone nel portafoglio; poi ”sniffa” un’altra dose di polvere bianca da lui stesa su un foglio di carta. Questa condotta – scrivono i tre magistrati – fa seguito a una conversazione nella quale il Lorito, come altre volte, aveva chiesto a Diego Deste il ’regalino’ di stupefacente con le consuete espressioni allusive».
Parecchie pagine sono dedicate ai rapporti tra il vicequestore e il suo principale accusatore. «I rapporti tra Diego Deste e Lorito si erano intensificati dopo l’incendio capitato a una pescheria di Sistiana. Per le indagini erano stati interrogati dagli inquirenti tutti i suoi familiari ma non lui e questo lo aveva indotto a ritenere che gli investigatori lo ritenessero l’autore dell’incendio. Aveva allora chiesto informazioni al Lorito se poteva vedere come mai c’erano questi interrogatori. Lorito lo aveva rassicurato dicendogli che avrebbe pensato lui a informarsi aggiungendo di stare attento a non parlare troppo al telefono perché verosimilmente era intercettato».

BLITZ DELL’ARMA A CORMONS
INCHIESTA 
FURTI 
Carabiniere arrestato, era a capo di una gang di ladri 
Rubavano gasolio nelle aziende. In manette anche quattro complici, di cui due minorenni
Prosegue l’indagine per individuare gli autori dei colpi nelle villette
Sorpresi in flagranza mentre versavano il carburante in una cisterna
 

di FRANCO FEMIA

CORMONS Smessa la divisa di carabiniere, si dedicava con quattro complici al furto di gasolio. Ma è stato pizzicato dagli stessi colleghi dell’Arma ed ora si trova rinchiuso in carcere, assieme ai complici, con l’accusa di furto aggravato. Si tratta di due giovani di nazionalità romena, due italiani tra cui una donna. Dei quattro arrestati due sono minorenni.
La gang si era specializzata in furti di gasolio che rubavano dalle cisterne di aziende, anche agricole, in varie parti dell’Isontino e poi rivendevano a prezzo stracciato. Si sa che il carabiniere arrestato, di cui non sono state fornite le generalità, è vicentino d’origine, presta servizio a Gorizia e risiede a Cormons.
L’arresto è avvenuto l’altra notte a Cormons. I ladri verso l’1.30 sono stati colti in flagranza mentre versavano il gasolio rubato in una cisterna che si trovava dislocata nel parcheggio interno della pizzeria ”Napoli Express”, in via Vino della Pace, i cui titolari sono completamente estranei alla vicenda.
I militari dell’Arma da giorni erano sulle tracce dei ladri e l’altra notte hanno teso la trappola con uno spiegamento di forze che comprendeva uomini del reparto operativo del Comando provinciale, della Compagnia di Gradisca e della stazione di Cormons.
Una volta fermato, il carabiniere-ladro è andato in escandescenze tanto che per calmarlo è stato richiesto l’intervento del 118 e un’ambulanza dal vicino Distretto sanitario di viale Venezia Giulia è accorsa sul posto. I sanitari hanno provveduto a calmarlo.
L’arresto dei ladri è stato confermato dalla Procura della Repubblica pur senza fornire ulteriori particolari. L’indagine è coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica dottor Enrico Pavone che, probabilmente oggi, chiederà al giudice delle indagini preliminari la convalida della custodia cautelare e anche il mantenimento in carcere degli arrestati maggiorenni, mentre per quanto riguarda i minorenni sarà la Procura dei minori di Trieste a decidere. Il gip avrà, poi, 48 ore di tempo per fissare l’udienza di convalida e decidere sull’arresto del carabiniere e dei suoi complici.
Erano giorni che l’Arma stava effettuando particolari controlli su tutto il territorio cormonese non solo per prevenire i furti, ma anche per identificare gli autori dei numerosi furti che sono stati commessi nelle ultime settimane nel Cormonese e che hanno destato preoccupazione nella popolazione. Ladri temerari che sono entrati nelle villette mentre i proprietari dormivano, alcuni sono stati stati sorpresi e sono riusciti a fuggire. In molti dei casi sono riusciti a portare a termine il colpo rubando soldi e gioielli.
L’indagine della Procura dovrà accertare se la banda arrestata l’altra notte ha compiuto furti nelle abitazioni oppure se questi sono opera di altri malviventi.
Intanto martedì prossimo, con rito direttissimo, sarà giudicato Josè Gasparato, il quarantenne sorpreso a rubare all’interno di un’auto dopo averne rotto il finestrino. L’uomo si trova attualmente agli arresti domiciliari.

Il Piccolo, 01 luglio 2010 
 
CORMONS. IL GASOLIO RUBATO VENIVA RIVENDUTO A 50 CENTESIMI IL LITRO 
Furti, al carabiniere concessi i domiciliari 
È stato sospeso dall’Arma. Il giudice ha rimesso in libertà gli altri componenti della banda
 

di FRANCO FEMIA

CORMONS Gli arresti sono stati convalidati delle indagini preliminari ma nessuno della banda del gasolio è rimasto in carcere. Anche il carabiniere – E. M., di 49 anni, le sue iniziali – ha lasciato ieri pomeriggio la casa circondariale di via Barzellini: il giudice gli ha concesso gli arresti domiciliari che sconterà nella sua abitazione cormonese. Libera invece la donna romena, mentre il complice ha l’obbligo della firma. Liberi a questo punto anche i due minorenni, che erano con i tre maggiorenni quando sono stati sorpresi nella notte tra lunedì e martedì dai carabinieri con 300 litri di gasolio appena rubato da un’azienda vinicola e da una ditta di verniciatura. Tutti restano, comunque indagati, per furto aggravato.
Il carabiniere, che era in forza a Gorizia anche se da alcuni mesi si trovava a riposo, è stato sospeso dall’Arma. Un provvedimento praticamente automatico dinanzi a un fatto così grave.
Le indagini, coordinate dal pm Enrico Pavone, continuano per verificare se la banda è responsabile anche dei numerosi furti compiuti nel Cormonese in questi ultimi mesi. Quello che è certo che il gruppo si era dedicato in particolare al furto di gasolio, che veniva sottratto dalle cisterne che si trovavano in molte aziende della zona. L’altra notte stavano versando in un capiente contenitore 300 litri di gasolio. Ma questa è una piccola parte di carburante rubato. Solo un’azienda agricola di Angoris aveva denunciato nelle settimane scorso un furto di ben 1000 litri di gasolio dalle cisterne in loro dotazione.
Gasolio che i malviventi in gran parte rivendevano a 50 centesimi al litro sul mercato clandestino e ad automobilisti compiacenti ben contenti di pagare la metà il carburante. Ma rischiano: se venissero scoperti scatterebbe per loro la denuncia di ricettazione.
I carabinieri, coordinati dal Comando provinciale diretto dal ten. col. Roberto Zuliani, da tempo erano sulle tracce dei ladri e la rete dispiegata l’altra notte ha dato i suoi frutti. Quando il gruppo si è presentato nel parcheggio della pizzeria ”Bella Napoli” – estranea comunque ai fatti .- per versare il gasolio rubato in una cisterna, sono stati bloccati dai carabinieri.

Monfalcone, 25 marzo 2010 

Operazione blu ritorno al futuro
Si va verso la conferma di ciò che fu denunciato un anno fa

L’udienza preliminare per il processo dell’operazione blu, che si è tenuta lo scorso 16 marzo al Tribunale di Gorizia, ha portato a risultati tanto attesi quanto previsti.Era chiaro, ad un anno di distanza dagli arresti che hanno costretto diversi attivisti dell’Officina sociale di via Natisone a due settimane di reclusione, che sancire e ridicolizzare il “grossolano errore” della questura goriziana con l’archiviazione totale del caso sarebbe stato inaccettabilmente eclatante e avrebbe ulteriormente compromesso l’immagine già troppo lesa degli inquirenti. È in quest’ottica che il proscioglimento, totale o parziale, di molti imputati, ha provato l’ennesimo ridimensionamento delle accuse e di tutto il teorema incriminatorio imbastito dal Pm Marco Panzeri insieme alla Squadra mobile del Commissariato e del nucleo operativo dei carabinieri di Monfalcone.A conti fatti, la definitiva archiviazione dell’art. 79 della legge sugli stupefacenti non è un particolare di poco conto: si trattava infatti dell’imputazione principale, la cornice in cui si iscriveva il quadro probatorio dellesupposte condotte illecite di spaccio e cessione di sostanze stupefacenti.
Invece, diversi attivisti sono stati prosciolti proprio dall’accusa “…di aver adibito dei luoghi di propria pertinenza al consumo e al traffico di sostanze stupefacenti..”; accusa che riguardava in particolare lo spazio autogestito dell’officina sociale e alcune case auto-assegnate. È fallito dunque il tentativo generalizzato di criminalizzare gli spazi sociali e le migliaia di persone che in questi anni hanno frequentato l’Officina rendendola viva e attiva sul territorio. Il giorno degli arresti le cronache locali non lanciavano solo a caratteri cubitali nomi e ipotesi di reato, ma anche, riportando quasi alla lettera l’ordinanza di carcerazione, sancivano lo spazio sociale come nodo nevralgico del narcotraffico di tutta la provincia. Eppure adesso il giudice per l’udienza preliminare ha definitamente sentenziato che tale circostanza, oltre a non emergere in nessun riscontro materiale, non corrisponde al vero.
É stata inoltre disposta l’apertura del processo vero e proprio, che si terrà il prossimo 16 luglio: quel giorno i 13 imputati rimasti, tutti militanti dell’officina sociale e soggetti attivi nella realtà politico-culturale del territorio, dovranno rispondere di singole imputazioni derivanti dalle sommarie informazioni testimoniali raccolte per due anni tra decine e decine di giovanissimi o persone che in maniera saltuaria hanno frequentato lo spazio sociale di via Natisone o il bar Tommaso di Monfalcone. In quella sede si potrà capire come, dove e perché certe informazioni sono state raccolte dagli inquirenti, soprattutto da quei carabinieri che, poche settimane dopo la scarcerazione dei sei compagni arrestati, sono stati a loro volta inquisiti, allontanati dalla loro sede di lavoro e in alcuni casi arrestati a loro volta. Questo aspetto potrebbe essere effettivamente il più interessante di tutta la vicenda, nonché il lato positivo della non archiviazione del processo. Possiamo essere certi che tante sorprese verranno allo scoperto anche in questa ulteriore fase del processo “operazione blu”. Il passaggio da imputati a parti lese non è particolarmente interessante: quello che ci interessa è continuare a ribaltare il punto della discussione per sottolineare come le operazioni repressive che si continuano a susseguire nel nostro territorio rappresentano la foglia di fico del sistema politico, economico e giudiziario in questo angolo di nordest. Come abbiamo detto davanti alle porte del tribunale il 16 marzo, ribadiamo che non c’è differenza tra il potere politico, quello economico/finanziario e quello giudiziario: tre pilastri su cui si basa il tessuto affaristico- mafioso che sta tentando di trarre massimo profitto dalla crisi economica in corso e contemporaneamente garantirsi la pace sociale e l’emarginazione di quei soggetti che da sempre rivendicano indipendenza e praticano la disobbedienza contro le logiche di sfruttamento e di precarizazzione della società.
Ridicolizziamo sul loro terreno e nei loro tribunali la retorica della legalità e della sicurezza pretendendo libertà, giustizia e dignità per tutti, soprattutto per chi come noi rivendica da sempre la propria colpevolezza.
Noi siamo colpevoli, colpevoli di non essere né spacciatori né confidenti, colpevoli di essere indipendenti, insofferenti al controllo e contro i proibizionismi..
Siamo colpevoli di praticare quello in cui crediamo. Siamo colpevoli di rivendicare la legalizzazione dei derivati dalla cannabis perché sappiamo che la canapa italiana può rappresentare una materia prima fondamentale all’interno di una svolta “green economy” sostenibile e dal basso. Rivendichiamo la possibilità dell’utilizzo della cannabis e dei suoi derivati nella ricerca farmaceutica e scientifica come praticato da molti altri paesi, europei e non.
E rivendichiamo anche la possibilità, per chi lo vuole, di coltivarsi e consumare in libertà un prodotto naturale e innocuo che viene utilizzato dall’umanità dall’alba dei tempi. Denunciamo il fatto che le politiche proibizioniste nella complessità di tutto il fenomeno non solo hanno prodotto e producono tutt’ora risultati contrari a quelli enunciati e perseguiti, ma sono funzionali ad una “economia sommersa” che fornisce liquidità al sistema economico globale, cosa non di poco conto soprattutto quando i bilanci ufficiali dei governi parlano di crisi economiche.
Rivendichiamo la fine del proibizionismo soprattutto per sconfiggere il narcotraffico, sviluppare e articolare servizi e progetti di accoglienza, riduzione del danno, inchiesta e intervento contro tutte le dipendenze perché il proibizionismo è l’arma migliore delle mafie come dei regimi autoritari e oscurantisti.
Lottiamo quotidianamente per altre politiche sociali, culturali ed economiche che sappiano aggredire alla radice le precarietà esistenziali e lavorative come il degrado culturale che sta alla base dell’espandersi delle diverse dipendenze e della marginalità sociale connesse.
Rivendichiamo soprattutto la fine di un sistema ipocrita di “mele marce” dove trafficanti, mafiosi e “inquirenti” costruiscono le loro fortune sulla pelle delle moltitudini di lavoratori precari, studenti e semplici consumatori a cui viene lasciato un mondo fatto di carcere, lacrime, sangue………e merda, tanta merda.
Fino a qui di merda ne abbiamo vista fin troppa.
Rimane una convinzione: questo processo non va avanti perchè gli inquirenti conoscevano gli imputati come spacciatori, ma perchè li conoscevano come aderenti ad uno spazio che intraprende battaglie con finalità sociali e politiche.

Operazione blu still in action.

Il Piccolo, 07 febbraio 2010 
 
BLITZ NOTTURNO DEI CARABINIERI IN DECINE DI ABITAZIONI 
Presi in casa e portati ai test anti-droga  
Minorenni accompagnati dai genitori. Sei denunciati per cessione, 21 segnalati per consumo
 
 
di LAURA BORSANI

Maxi-operazione antidroga sull’asse Grado-Monfalcone. Ventisette giovani dai 17 ai 23 anni sottoposti a controlli: sei sono stati denunciati in stato di libertà per cessione di stupefacenti, mentre tutti sono stati segnalati alla Prefettura di Gorizia quali assuntori.
Una mobilitazione finalizzata a contrastare il fenomeno del consumo di droga tra i giovani e i giovanissimi. Di fatto la prima di vasta portata, caratterizzata soprattutto da finalità educative, con l’obiettivo di disincentivare i ragazzi all’uso delle sostanze illecite e a mettere sul ”chi va là” le famiglie. Decine di ragazzi sono stati sottoposti al test delle urine. I minorenni accompagnati al Pronto soccorso di San Polo dai genitori. È stata un’operazione su larga scala. Prima dell’alba sono state perquisite, su ordine di esecuzione emesso dal Tribunale dei minori di Trieste e dal Tribunale di Gorizia, almeno trenta abitazioni, tra l’Isola, la città dei cantieri, toccando anche i comuni limitrofi come Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine. Sono stati quindi controllati ventisette giovani e giovanissimi, tra cui otto minorenni. L’intervento ha anche portato al sequestro di numerosi quantitativi di stupefacente, piccoli contingenti. Droghe leggere, hashish e marijuana. Complessivamente, sono stati rinvenuti 4 spinelli, 5,5 grammi di hashish, 14 semi e quattro piante di marijuana, 3,46 grammi di marijuana e altri 142 grammi di piante di marijuana essiccate, 16 semi di canapa indiana, 2 pasticche di ecstasy. Rinvenuto e sequestrato anche materiale legato al consumo della droga, in particolare 3 bilancini di precisione.
L’operazione è scattata alle 3 e si è conclusa attorno alle 16. Un monitoraggio che, partito da Grado, da dove già alcuni mesi fa avevano preso il via le indagini, si è poi allargato al Monfalconese. Uno schieramento di uomini e mezzi imponente, che ha coinvolto un’ottantina di militari di diverse stazioni dei carabinieri e una trentina di automezzi, con unità cinofile, un cane anti-droga in dotazione alla Guardia di finanza di Gorizia. Mobilitato anche il personale femminile della Polizia municipale di Grado. Una geografia investigativa piuttosto ampia, per la quale è pertanto intervenuto il coordinamento logistico della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, assieme al reparto operativo del Comando provinciale di Gorzia, alle Compagnie del capoluogo isontino e di Gradisca d’Isonzo. Il tutto rientra nell’ambito di un’indagine svolta tra l’ottobre scorso e gennaio 2010. Per la prima volta le verifiche su larga scala hanno compreso anche gli accertamenti sanitari: ieri mattina, a partire dalle 8, all’ospedale di San Polo sono affluiti numerosi giovani, sottoposti all’esame delle urine. I maggiorenni hanno firmato l’apposito modulo ai fini del consenso nel sottoporsi al test sanitario, mentre i minorenni sono stati accompagnati dai genitori. L’attività investigativa è in corso valutando le posizioni degli interessati.
L’indagine ha preso il via dalla stazione dei carabinieri di Grado, dove è nata l’attività informativa. È stata prima interessata, questa estate, la zona costiera, tra Grado e la frazione agricola di Fossalon. L’attività di contrasto alla droga si è espansa subito coinvolgendo le altre stazioni dei territori limitrofi, approdando a Monfalcone e nel mandamento.
Un controllo definito a carattere ”preventivo”. L’operazione, infatti, non si connota tanto dai quantitativi di stupefacente rinvenuti durante le perquisizioni nelle abitazioni, numerosi ma comunque di limitate proporzioni, quanto piuttosto dal valore dell’intervento esteso ad ampio raggio nel territorio. L’azione anti-droga è stata definita un segnale volendo incidere nella consapevolezza dei giovani, ai fini del recupero di un sano stile di vita. Una sorta anche di raccomandazione alle famiglie, sollecitate a mantenere l’attenzione verso i propri figli. È stato infatti rilevato lo spessore sociale dell’operazione, nel contrastare il fenomeno del consumo di stupefacenti tra i ragazzi nel mandamento.

«Molte famiglie ignoravano che il figlio fosse nel giro»  
Il colonnello Zuliani: «L’operazione è un utile campanello d’allarme»
 
 
È proprio sull’aspetto sociale che, dopo aver fornito i dati dell’importante operazione nata l’estate scorsa a Grado (sul totale delle perquisizioni che vedono coinvolte complessivamente solo due ragazze, ben 13 hanno riguardato l’Isola del Sole), il comandante provinciale dei carabinieri, Roberto Zuliani, si è soffermato. Ha fatto riferimenti e considerazioni altamente significative, soffermandosi in ogni caso sul fattore sociale e di prevenzione all’interno del quale è maturata l’operazione dei carabinieri eseguita ieri mattina.
«Tante famiglie – ha spiegato il comandante Zuliani – non immaginavano nemmeno che i figli consumassero droga, seppure leggera. È sbagliato – ha aggiunto il colonnello -, significa che i ragazzi hanno già intrapreso la strada sbagliata. Può essere una vita rovinata in partenza. Per i genitori, la nostra operazione di forte prevenzione deve essere un bel campanello d’allarme».
Sempre secondo il colonnello Zuliani, il loro intervento può contribuire a far uscire i giovani dalla pericolosa realtà legata agli stupefacenti, per orientarli verso stili di vita sani e più consoni.
Ma un ruolo fondamentale devono assumerlo comunque le famiglie, seppure anche in questa occasione, come del resto è accaduto anche in passato, non tutti reagiscono nello stesso modo. Metà dei genitori è rimasta sorpresa, ha rimproverato i figli assicurando un pronto interessamento. Un’altra metà pare, invece, si sia addirittura infastidita dall’arrivo a casa dei carabinieri quando ancora era buio.
L’azione messa in campo dalle forze dell’ordine, pertanto, assume una valenza sociale e educativa, volta proprio a contrastare il fenomeno dell’uso di stupefacenti, coinvolgendo gli stessi ragazzi a prendere coscienza dei comportamenti errati. (a.b.)

PARLA IL LEGALE  
«Accertamenti possibili solo se c’è il consenso»
 
 
Quanto avvenuto ieri mattina all’ospedale di San Polo pone una domanda: è lecito sottoporre chiunque, e soprattutto dei giovanissimi, a controlli sanitari per verificare se abbiano consumato sostanze stupefacenti? Lo è qualora ci sia il consenso da parte dell’interessato o, nel caso di un minorenne, quello dei genitori. A spiegarlo è l’avvocato monfalconese Riccardo Cattarini il quale chiarisce che l’esecuzione dell’esame sanitario è un atto, in linea di principio, ”non dovuto”. E che quindi il soggetto in questione, soprattutto se si tratta di un controllo legato all’eventuale consumo di sostanze stupefacenti, è libero di rifiutare il test sanitario.
«Per accertamenti di questo tipo – osserva il legale – è necessario il consenso che, quando si tratta di ragazzi minorenni, chiama in causa l’autorizzazione da parte dei genitori». E queste regole, secondo quanto affermato dal responsabile del Pronto soccorso, Claudio Simeoni, sono state rispettate con scrupolo sia dai carabinieri che dal personale sanitario.
«Va precisato comunque – precisa ancora il legale monfalconese – che il consumo di stupefacenti, qualora accertato anche attraverso un test sanitario, non costituisce di per sè un reato, presupponendo solo una semplice segnalazione a carico dell’assuntore».

L’attesa tra lacrime e sguardi bassi  
Il Pronto soccorso blindato dalle ”gazzelle” per tutta la mattina
 
 
Un via vai di ”gazzelle” continuo. A ondate, all’ospedale di San Polo. Quasi blindato per tutta la mattinata di ieri dalle pattuglie concentratesi al Pronto soccorso. Tra i pazienti in sala d’attesa, passavano giovani e ragazzini. Appena maggiorenni accompagnati anche dalla fidanzatina. E i minorenni seguiti dai genitori. C’è chi, tra gli utenti in attesa, li ha visti piangere.
La mobilitazione ha avuto inizio qualche ora dopo l’alba. Verso le 8 sono arrivate le prime pattuglie dei carabinieri. I ragazzi hanno così infilato l’ingresso del Pronto soccorso, dove sono stati sottoposti all’esame delle urine. Verso le 10.30 erano stati sottoposti al test sanitario una decina di giovani. Ma non era finita. Era solo un primo round. Gli operatori sanitari infatti erano stati preavvertiti: in arrivo c’erano altri giovani, alcune decine, da esaminare. Un afflusso, dunque, a scaglioni. «Sono arrivati a casa e ora siamo venuti in ospedale – ha detto una ragazzina che attendeva il suo fidanzato mentre stava eseguendo l’esame -. Non credo che tutti abbiano fatto consumo di droga. Magari sono stati coinvolti semplicemente attraverso i colloqui intercorsi con i cellulari».
I risultati degli esami non sono immediati, bisognerà attendere per avere riscontri precisi. Il test delle urine permette di verificare la presenza di tracce di stupefacente che, per gli oppiacei, permane nel soggetto consumatore anche per alcuni mesi.
Mattinata insolita, dunque, al Pronto soccorso, tra gli sguardi quantomeno incuriositi degli utenti, richiamati dal via vai delle forze dell’ordine. Tutto comunque si è svolto con estrema tranquillità. Sguardi preoccupati, ma anche i volti sereni di chi si sentiva ”a posto”. Uno scenario che, comunque, non fosse altro che per l’evidente presenza delle ”gazzelle” e dei militari, non è passato inosservato. All’ospedale, tra gli operatori sanitari, c’era chi osservava la particolare portata di questo ”monitoraggio sanitario”.
L’indagine anti-droga ha tratteggiato i comportamenti dei giovani, compagnie distinte ma che si intersecano, anche attraverso amici comuni. L’obiettivo, comunque, è chiaro: l’operazione messa in campo dai carabinieri intende lanciare uno specifico messaggio ai giovani e ai loro genitori. La priorità è dunque quella di arginare il fenomeno del consumo tra i giovani e i giovanissimi, ponendo l’accento proprio sulla responsabilizzazione sociale. Diventa importante, pertanto, la presa di coscienza da parte dei ragazzi, abituati oggi a gestire un’autonomia decisamente più ampia rispetto al passato. (l.bo.)

Il Piccolo, 08 febbraio 2010 

ASSESSORE ALLE POLITICHE SOCIALI 
Morsolin: «Reprimere con i ragazzi non serve, va fatta prevenzione»

«Questo tipo di operazione svolta dai carabinieri è più basato sulla repressione e sulla paura piuttosto che sui valori di condivisione della prevenzione, perseguiti invece dall’amministrazione comunale». Sono le parole dell’assessore alle Politiche sociali e giovanili Cristiana Morsolin (Rc), la quale si «mette nei panni di questi ragazzi che sono stati prelevati dalle loro case per essere condotti dalle forze dell’ordine in ospedale a fare gli esami».
«Non dev’essere stata una bella esperienza – commenta ancora l’amministratrice – ho letto che c’era anche chi piangeva. Fermo restando il fatto che si debba mantenere un atteggiamento di rigore estremo verso chi spaccia e trae profitto dalla diffusione degli stupefacenti, ritengo che la vera prevenzione si compia cercando di far capire i danni enormi che la droga può produrre nell’individuo. Perciò non penso che la repressione sia un’impostazione fruttuosa, in grado di arrecare, sul lungo termine, risultati significativi». «Bisogna – conclude Cristiana Morsolin – responsabilizzare i ragazzi, per fare in modo che la loro scelta di non utilizzare droghe sia consapevole». In quest’ottica, stando sempre all’assessore, il Comune ha negli anni portato avanti dei progetti di sensibilizzazione alla lotta contro le tossicodipendenze e l’abuso di alcol in sinsergia col Sert e altre strutture. (t.c.)

LA MAXI-RETATA DEI CARABINIERI NEL MONFALCONESE E A GRADO
Allarme droga, il ”fumo” circola già alle Medie 
Il Sert: «A 13 anni i primi contatti con la cannabis». Spesso i genitori all’oscuro di tutto

LE REAZIONI
Per il vicesindaco Silvia Altran, serve una collaborazione a tutto campo per debellare un fenomeno sicuramente preoccupante.
Per l’assessore alle Politiche giovanili Cristiana Morsolin, non è con la repressione che si risolve la criticità. Serve piuttosto molta prevenzione.
Il Sert ammette che il fenomeno-droga sta interessando in città sempre più spesso ragazzi delle scuole medie, cosa che non accadeva fino a qualche anno fa.
 
L’OPERAZIONE
Perquisite nella notte tra venerdì e sabato scorsi trenta abitazioni tra Grado, Monfalcone, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine.
Sottoposti a test anti-droga all’ospedale di San Polo una trentina di ragazzi (due le ragazze) tra i 17 e i 23 anni.
Sei sono stati i giovani denunciati con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti, 21 quelli segnalati alla Prefettura di Gorizia come consumatori.

I CARABINIERI
«Numerose famiglie non sospettavano nemmeno che i figli facessero uso di droghe leggere. È grave, significa che i ragazzi hanno già intrapreso la strada sbagliata».
«Per queste famiglie, la nostra operazione deve rappresentare un campanello d’allarme per affrontare in tempo il problema».
«Solo metà delle famiglie, al nostro arrivo, ha rimproverato i figli, assicurando un immediato interessamento. Altri genitori si sono dimostrati addirittura infastiditi».

 
di LAURA BORSANI

Perquisizioni in trenta abitazioni del Monfalconese e di Grado, sei ragazzi denunciati per cessione di hashish e marijuana, altri 21 segnalati alla Prefettura dopo essere stati sottoposti a test clinici in ospedale. Tutta gente tra i 16 e i 22 anni. Ha fatto clamore in città l’operazione messa a segno dai carabinieri nella notte tra venerdì e sabato, che ha fatto emergere uno spaccato preoccupante della realtà monfalconese, quello della diffusione sempre più ampia delle droghe leggere. Un’operazione che, più che intercettare i canali della droga, ha voluto portare alla luce una situazione che, nella maggior parte dei casi, era sconosciuta anche alle famiglie direttamente interessate. Ma non al Sert dove queste dinamiche sono ben note e dove si conferma che il consumo di stupefacenti anche in città raggiunge fasce d’età sempre più basse. Già a partire dai 13 anni avviene il contatto con la droga. Fino a qualche anno fa la prima esperienza riguardava i sedicenni, adolescenti delle scuole superiori. Oggi tutto s’è spostato coinvolgendo nel fenomeno del consumo anche i ragazzini di terza media. Quasi una generazione a ritroso che oltrepassa la soglia della prima fumata.
È questo il quadro che tratteggia il responsabile del Sert di Monfalcone, Andrea Fiore, all’indomani dell’indagine anti-droga condotta dai carabinieri. «Purtroppo – osserva – l’operazione eseguita dalle forze dell’ordine conferma che i minorenni sono raggiunti sempre più dalle sostanze stupefacenti. È un dato preoccupante e costante. Seppure nel nostro territorio il fenomeno non raggiunga i livelli di guardia di altre città italiane, qui non siamo abituati a un aumento di situazioni e circostanze impensabili fino a qualche anno fa». Sostanze illegali, la cosiddetta cannabis, fanno breccia nella realtà della preadolescenza. Fiore lo considera anche lo specchio di una società rapidamente cambiata. Sono cambiati gli stili di vita, i ritmi della quotidianità, i rapporti generazionali. «Oggi – spiega Fiore – ci sono tredicenni che iniziano già a muoversi in ambienti che prima erano appannaggio dei ragazzi a partire dai 16 anni. È frutto anche della maggiore autonomia concessa dagli adulti. Frequentano le discoteche, si riuniscono la sera in piazza, godono insomma di una libertà, ma anche di una privacy, che solo fino a pochi anni fa veniva accordata ad un’età superiore. È naturale, pertanto, che i giovanissimi possano entrare prima in contatto con le sostanze stupefacenti. Si è spostata la disponibilità economica data ai propri figli. È normale possedere il cellulare. Ma beneficiano anche di una grande elasticità negli orari, oltre a gestire numerosi impegni. Fino a frequentare compagnie di giovani più adulti».
Non solo. È cambiata l’informazione. I giovanissimi conoscono l’esistenza della droga: «Pur in modo distorto – osserva il responsabile del Sert – hanno cognizione di causa sugli stupefacenti. Non siamo più ai tempi in cui il ragazzino delle medie viene avvicinato fuori dalla scuola con la caramella e non capisce di che si tratta. La droga la conoscono e ne vengono in contatto proprio durante le frequentazioni amicali. Di fatto, fanno già una scelta errata, ma in qualche modo consapevole». E i genitori? Cosa sanno dei propri figli? Si accorgono che la droga può essere entrata in casa? «Spesso non sono a conoscenza di quanto accade. Oppure, se ne hanno sentore, tendono a rimuovere l’eventuale problema. La vita è peraltro molto serrata. I giovani sono presi da innumerevoli impegni. Per loro il computer non ha segreti, ma i genitori ne vengono tenuti a parte».
Famiglie, insomma, alle prese con un dialogo difficile. A volte inesistente. Incomprensibile: «I genitori – continua Fiore – si trovano di fronte a figli adulti sotto il profilo dell’autonomia che ritengono invece ancora bambini, indifesi ed economicamente dipendenti. Si è separata la linea dello sviluppo psico-fisico, molto più accelerato, rispetto all’autonomia lavorativa, che invece si prolunga nel tempo».
Succede quindi che gli adulti continuano a considerare i figli piccoli e impreparati alla vita, mentre poi si accorgono che hanno assunto comportamenti adulti. «Per questo – aggiunge Fiore – i genitori, quando scoprono che il proprio figlio fa uso di stupefacenti, vanno in crisi». Ma Fiore evidenzia un altro aspetto: «Gli adulti hanno maggiore capacità di reagire e di recuperare i rapporti. Dopo lo sconcerto e il trauma iniziale, interviene la comprensione e la volontà di capire. Constatiamo, infatti, un aumento degli adulti che si riavvicinano ai nostri servizi, consapevoli di non avere gli strumenti per gestire fino in fondo queste situazioni, ma spinti a dare loro comunque le risposte necessarie per aiutarli a ripristinare uno stile di vita sano ed equilibrato».
 
IL VICESINDACO ALTRAN: «COLLABORAZIONE NECESSARIA PER FRONTEGGIARE IL PROBLEMA» 
L’indagine non è conclusa, altri accertamenti

Le indagini, sul fronte della detenzione di sostanze stupefacenti da parte di giovani, anche minorenni, nel Monfalconese non finisce qui. I carabinieri, infatti, continueranno a portare avanti le attività investigative sul territorio, attualmente in corso di evoluzione per valutare le posizioni dei singoli interessati. Questo tra lo sconcerto dei genitori, che nella maggior parte dei casi sono apparsi, agli operatori sanitari incaricati sabato mattina di svolgere i test di accertamento al San Polo, all’oscuro di tutto.
E proprio lo sconcerto delle famiglie non può non sollevare interrogativi sulle frequentazioni di molti, troppi, giovani che pur avendo apparentemente una vita irreprensibile, un ciclo di studi regolare, finiscono per scivolare nel baratro della droga. Possibile non accorgersi che il figlio ha iniziato a uscire con ”cattive compagnie”? Non notare segnali di cambiamento nell’umore? Di devianza dalle solite abitudini? Evidentemente sì, è possibile. Anche perché talvolta, nell’età critica dell’adolescenza, i giovani finiscono per respingere le comunicazioni con la famiglia.
«La chiave per affrontare questo tipo di problematiche è la collaborazione – spiega il vicesindaco e assessore all’Istruzione Silvia Altran -: è importante far emergere le situazioni a rischio, poiché i mercanti della droga cercano in ogni modo di insinuarsi laddove ci sono tanti giovani. E molto spesso è difficile, per un genitore, capire se il figlio sta frequentando qualche balordo». Per il vicesindaco «il massimo che si può fare è non far finta di non vedere». Il Comune, in tal senso, ha messo a punto una serie di progetti tesi a «intensificare la collaborazione tra strutture per fare prevenzione, pur non avendo l’ente locale un mandato specifico per una tale problematica, che compete invece all’Azienda sanitaria e al Sert». «L’importante – conclude – è responsabilizzare i ragazzi, un po’ come avviene anche con le lezioni dei patentini, per far capire che ogni azione ha delle conseguenze e che non si è più dei bambini. Non credo che a Monfalcone vi siano delle realtà particolarmente gravi: qui la droga si insinua esattamente come avviene nel resto del mondo. Putroppo non facciamo eccezione, ma nel nostro piccolo dobbiamo continuare a lottare contro la droga, sollevando in ogni sede possibile la criticità». (ti. ca.)

Il Piccolo, 09 febbraio 2010

La Camera penale: «Cerchiamo i veri trafficanti»
La maxi-retata dei carabinieri nel mirino degli avvocati: «Lo scopo è stato solo punitivo»
La protesta inviata a Maroni

di TIZIANA CARPINELLI

Avvocati uniti contro la maxi-retata dei carabinieri. Dura reprimenda della Camera penale di Gorizia che ieri è intervenuta – contestandola aspramente – sull’operazione condotta nella notte a cavallo tra venerdì e sabato da 80 militari coordinati dal comando locale. Bilancio: 30 perquisizioni domiciliari, una trentina di giovanissimi sottoposti ai test antidroga, sei persone denunciate per cessione e 21 segnalate alla Prefettura come consumatori. Modico, il quantitativo di sostanze stupefacenti sequestrate.
Alla luce dei «davvero scarsi esiti» (sono le parole usate dall’ordine), i penalisti puntano il dito sia contro la natura delle indagini, ritenute finalizzate a colpire giovani consumatori di cannabis anziché i trafficanti, sia contro i metodi, che avrebbero avuto scarso rispetto «del personale diritto» a rifiutarsi di eseguire gli accertamenti sanitari predisposti dall’autorità giudiziaria. Non solo: gli avvocati contestano il carattere definito preventivo dell’operazione, poichè lo strumento penale mai dovrebbe, a loro dire, sostituirsi a quello di assistenza sociale. Sottolineando infine come il diritto alla riservatezza sia stato completamente calpestato, dando in pasto all’opinione pubblica le indagini e dunque esponendo al rischio di individuazione le persone coinvolte, tra cui anche dei minorenni.
Davanti a questi elementi, la Camera penale di Gorizia in una corposa delibera a firma del presidente Riccardo Cattarini e indirizzata, tra gli altri, al ministro dell’Interno Roberto Maroni, ai rappresentanti locali del Parlamento e al prefetto Maria Augusta Marrosu esprime «estrema preoccupazione per l’utilizzo di uno strumento delicato e assai invasivo quale quello dell’indagine penale», in situazioni che paiono invece «appartenere a forme di disagio sociale e che dunque debbono trovare giusta soluzione in interventi di natura educativa ed assistenziale, non già in operazioni di polizia». Operazioni che, «in particolare in piccoli centri, sembrano inevitabilmente destinate a criminalizzare i destinatari degli interventi medesimi», con il «rischio concreto di venire in seguito inseriti in reali circuiti criminali».
«I davvero scarsi esiti dell’operazione – si legge nella nota -, sempre per come riportati dalla stampa (sequestro di quantità pressochè irrilevanti di sostanze stupefacenti, a prima vista riconducibili a consumo personale, non a traffico di stupefacenti) e unitamente alla vasta eco che gli operanti hanno deciso di dare alla stessa sugli organi di informazione, lasciano presumere, salve successive emergenze attualmente non note, che l’operazione sia stata concepita e condotta con il fine principale di colpire giovani consumatori delle cosiddette “droghe leggere” e non personaggi di rilevante spessore criminale».
«Non può non destare preoccupazione – prosegue la Camera penale – la dichiarazione dei Comandi dell’Arma secondo la quale l’operazione intera fosse finalizzata a dichiarati scopi politico sociali, quali quello di “incidere sulla consapevolezza dei giovani, ai fini di recupero di un sano stile di vita”». A non convicere gli avvocati anche il fatto che gli accertamenti sanitari che la legge dichiara assolutamente volontari sarebbero stati eseguiti, su richiesta dei carabinieri, da reparti ospedalieri deputati alla medicina d’urgenza previa “firma di un modulo”: «Tali modalità non sembrano tranquillizzare circa il diritto insopprimibile, in quanto disposto chiaramente dalla legge, di rifiutarsi di eseguire gli accertamenti sanitari che sono stati proposti».
I penalisti, pur confermando l’«estrema fiducia» nell’Arma e nel suo «ruolo insostituibile nel garantire la convivenza sociale e la persecuzione dei reati», ribadiscono che «l’indagine e il processo penale non sono né strumenti di difesa sociale né forme di attuazione di politiche sociali». Ciò in considerazione che lo stesso legislatore non identifica come reato penalmente perseguibile il consumo di sostanze stupefacenti, reputando invece una tale condotta meritevole appunto di interventi di natura sociale ed assistenziale, non repressiva. Gli avvocati, infine, ribadiscono la volontarietà degli accertamenti sanitari, che «non può essere conculcata e anzi va attentamente verificata dal personale sanitario che gli stessi accertamenti è chiamato ad eseguire». Invitando le istituzioni, e in particolare la magistratura requirente, «a vigilare affinché le indagini per stroncare l’immondo commercio di sostanze stupefacenti siano effettivamente indirizzate nei confronti di trafficanti e di traffici di sensibile portata» e «affinchè i diritti dei cittadini siano rispettati sia quanto alla riservatezza personale, sia quanto al segreto delle indagini giudiziarie». La delibera della Camera penale è stata notificata, oltre che al ministro dell’Interno, al prefetto e ai rappresentanti locali del Parlamento, anche ai consiglieri regionali isontini, al procuratore di Gorizia, al comandante provinciale dei Carabinieri ed è stata comunicata all’Unione delle Camere penali italiane. La maxi-retata non è piaciuta neanche agli operatori del Sert: «Cosa si voleva dimostrare? – dice il responsabile, dottor Andrea Fiore – Capire la portata del fenomeno droga tra i giovani? Al Sert lo sapevamo benissimo. La repressione, in questo caso, pur condotta con metodi legittimi, serve a poco, soprattutto quando il risultato è ben poca cosa. Più utile sarebbe stroncare i canali dello spaccio che viaggiano sull’asse Nova Gorica-Isontino-Monfalcone».

DON FULVIO, PARROCO DI SANT’AMBROGIO
«Uno shock che ha svegliato le famiglie»

«Si deve lavorare molto sulle famiglie, per mettere fine a un certo lassismo educativo che rischia di far saltare tutti i ruoli, altrimenti è la fine». Solo le parole di don Fulvio Ostroman, parroco del duomo di Sant’Ambrogio, intervenuto ieri mattina sulla vicenda della maxi-operazione dei carabinieri che ha fatto emergere sabato un fenomeno nuovo: il proliferare della droga tra giovani e giovanissimi. «Ci vuole tanta pazienza e determinazione da parte delle famiglie – prosegue -: sono cose, queste, che si ipotizzavano, ma di cui non si avevano le prove. Ora la verità è venuta a galla e la mia riflessione è che i ragazzi sono lasciati troppo a lungo da soli. Un papà deve fare il padre e una mamma la madre: entrambi si devono occupare dei figli e seguirli con attezione». «Quella dei carabinieri è stata certamente un’azione shock – conclude il sacerdote – ma è servita a svegliare le coscienze. La cosa triste è che se alcuni genitori si sono arrabbiati e hanno preso subito provvedimenti, altri invece sono rimasti indifferenti. È importante ritornare a educare i giovani ai valori veri, insegnando ciò che è bene e ciò che è male, come la droga». (t.c.)

PARLA UNO STUDENTE DEL LICEO ”BUONARROTI”
«I danni del fumo sono sottovalutati dai ragazzi»

«Tra i miei compagni di scuola c’è più di qualcuno che fuma, certo. Come ci sono alcuni che mischiano ”canne” e alcolici. Il fenomeno esiste, anche se lo vedo più come un fenomeno occasionale. Alle feste, in particolari occasioni». Chi parla è Alberto, liceale. Ieri, nella sua famiglia, non si è parlato d’altro. «Non conosco i ragazzi che sono stati fermati. Ne ho sentito parlare da amici di amici. È stata una cosa che ha fatto molto rumore negli ambienti scolastici, si sono preoccupati un po’ tutti i genitori». Come è il tuo rapporto con i tuoi su questo problema? «Il mio è buono, se ne parla. Presumo che altri non abbiano questa facilità di dialogo in famiglia». Tra i tuoi amici c’è la consapevolezza che la droga, sia pure leggera, sia un danno alla salute? «Il punto sta proprio qui. Dai discorsi che sento, dalla disinvolura con cui si fuma, la sensazione è che non ci sia una conoscenza sufficiente, o meglio, che ci sia una netta sottovalutazione. Non so per quale ragione. Probabilmente non ci si pone il problema. Non escludo che sia un fatto legato all’età: ci si ritiene invulnerabili. Chiamiamola incoscienza?».
Cosa ti sembra dell’operazione di sabato notte? «Senz’altro ha sollevato un polverone in tutto il mondo giovanile. Ritengo che i carabinieri volessero mettere a segno un’azione dimostrativa». E il risultato è stato raggiunto? «Sotto questo aspetto senz’altro. Se invece voleva essere un’azione preventiva, forse si potevano avvisare informalmente le famiglie dei ragazzi coinvolti marginalmente. Credo che nessun genitore se ne sarebbe stato con le mani in mano».

Il Manifesto, 10 febbraio 2010

MONFALCONE. Iniziativa «educativa» dei Carabinieri a carico di 27 ragazzi
Prelevati da casa di notte per fare il test antidroga

di Orsola Casagrande

Si sono presentati nelle prime ore del mattino. Come accade solitamente. I carabinieri friulani hanno suonato i campanelli di ventisette abitazioni, a Monfalcone e comuni limitrofi come Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine. Cercavano ragazzi tra i diciassette e i ventitre anni. Il mandato era prelevarli e portarli al pronto soccorso a fare degli esami per verificare la presenza di sostanze stupefacenti.
Una vicenda che ha dell’inaudito, anche se a Monfalcone c’è chi cinicamente dice «siamo ormai abituati alle novità». È stata un’operazione su larga scala partita dal Tribunale dei minori di Trieste e dal Tribunale di Gorizia. Un’operazione finalizzata, come hanno ammesso gli stessi carabinieri, a contrastare il fenomeno del consumo di
droga tra i giovani e i giovanissimi.
Dunque un’operazione con finalità educative. Tanto che nel comunicato dei carabinieri, come riportato dalla stampa locale e dalla delibera emessa lunedì dalla Camera Penale di Gorizia e firmata dal presidente, Riccardo Cattarini, si legge che l’operazione intendeva «dare un segnale volendo incidere sulla consapevolezza dei giovani
ai fini del recupero di un sano stile di vita… e una sorta anche di raccomandazione alle famiglie sollecitandole a mantenere l’attenzione verso i propri figli, rilevando così lo spessore sociale dell’operazione medesima». Parole che hanno subito suscitato la reazione della Camera Penale di Gorizia, che infatti nella sua delibera esprime
«preoccupazione per la dichiarazione dei Comandi dell’Arma secondo la quale l’operazione intera sarebbe stata finalizzata a dichiarati scopi politico sociali, siccome evidente esercizio di una funzione politico sociale che un ordinamento democratico ed attento ai diritti dei cittadini non può e non deve affidare alle Forze dell’Ordine». La delibera prosegue ricordando che «accertamenti sanitari che la legge prevede come assolutamente volontari sarebbero stati eseguiti, su richiesta dei Carabinieri, da reparti ospedalieri deputati alla medicina d’urgenza, con corrispondente impegno degli stessi per fini diversi da quelli istituzionali, previa, sempre secondo la stampa, “firma di un modulo”; tale modalità di esecuzione degli accertamenti sanitari non sembra, tuttavia, tranquillizzare circa la piena consapevolezza, da parte degli interessati, del diritto insopprimibile, in quanto disposto chiaramente dalla legge, di rifiutarsi di sottoporsi agli accertamenti sanitari che sono stati loro proposti».
Il fatto che nessuno dei ragazzi (o dei genitori, nel caso dei minorenni) abbia negato il consenso va letto evidentemente con un certo shock che chiaramente ha colpito le famiglie, svegliate alle tre del mattino. L’operazione è andata avanti fino alle quattro del pomeriggio. Quanto all’esito: sei persone sono state denunciate per cessione,
ventuno sono state segnalate come consumatori alla prefettura. Modico il quantitativo di stupefacenti sequestrato.
Ma il comandante provinciale dei carabinieri, Roberto Zuliani, ha ribadito il fattore sociale e di prevenzione all’interno del quale è maturata l’operazione dei suoi uomini. Le cronache locali citano il comandante: «Tante famiglie non immaginavano nemmeno che i figli consumassero droga, seppure leggera. È sbagliato – ha aggiunto il comandante – significa che i ragazzi hanno già intrapreso la strada sbagliata. Può essere una vita rovinata in partenza. Per i genitori, la nostra operazione di forte prevenzione deve essere un bel campanello d’allarme».
Carabinieri che si sostituiscono alla politica? Non è un caso che la delibera della Camera Penale si dica estremamente preoccupata per «l’utilizzo, che pare in questa occasione verosimilmente avvenuto, di uno strumento delicato e assai invasivo come quello dell’indagine penale, riservato all’accertamento dei reati, in situazioni che paiono, anche a prima vista, decisamente appartenenti – a tutto concedere – a forme di disagio sociale giovanile che debbono trovare giusta soluzione e supporto in interventi di natura educativa ed assistenziale, non già in operazioni di polizia che, in particolare in piccoli centri, sembrano inevitabilmente destinate a criminalizzare i destinatari dell’intervento, con il rischio che costoro vengano in seguito inseriti in reali circuiti criminali». A Gorizia, come a Monfalcone in questi giorni non si parla d’altro che di quanto accaduto.
L’Officina Sociale, storico centro sociale della città di Fincantieri, ha organizzato per giovedì della prossima settimana un incontro con tutte le realtà cittadine e non solo.

Il Piccolo, 10 febbraio 2010
 
DROGA LE REAZIONI ALLA DELIBERA DELLA CAMERA PENALE DI GORIZIA 
Maxi-retata, la Procura difende i carabinieri 
Caterina Ajello: «È nelle funzioni delle forze dell’ordine eseguire interventi di prevenzione»

di TIZIANA CARPINELLI

«La prevenzione rientra tra le funzioni esercitate dalle forze dell’ordine: lo sancisce il Codice di procedura penale». All’indomani della bufera sollevata dalla delibera emessa dal presidente della Camera penale di Gorizia Riccardo Cattarini, attraverso cui gli avvocati isontini hanno contestato nel metodo e nelle finalità l’operazione a contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti condotta da un’ottantina di carabinieri all’alba di sabato scorso tra Monfalcone e Grado, Caterina Ajello, procuratore capo del Tribunale di Gorizia, mette i puntini sulle ”i”. E specifica che uno dei compiti demandati agli organi di polizia giudiziaria è non solo quello di prendere notizia dei reati e di individuarne gli autori, ma anche di impedire che di ulteriori ne vengano commessi. Insomma, portando a galla il consumo di droga da parte di giovani e giovanissimi nel mandamento, si sarebbe comunque impedito che questi proseguissero nella strada intrapresa. «In cancelleria non sono ancora stati depositati i verbali delle perquisizioni – esordisce Ajello – quindi non posso esprimere giudizi su situazioni che oggettivamente non conosco. Mi risulta comunque che tre quarti delle perquisizioni svolte dai carabinieri abbiano avuto esito positivo».
Il numero uno della Procura della Repubblica sottolinea che «le forze dell’ordine hanno anche la funzione di prevenire la commissione di ulteriori reati, così come prescritto all’articolo 55 del Codice di procedura penale». Quanto poi alla critica sollevata dai penalisti circa le modalità perseguite attraverso gli accertamenti sanitari svolti al San Polo per stabilire o escludere il consumo di droga da parte delle persone finite della rete dei carabinieri, il procuratore capo commenta: «Mi risulta che i test possano essere eseguiti solo previo assenso del soggetto, dunque tramite apposito modulo». «Francamente – aggiunge – io non vedo nulla di anomalo in questa operazione. I carabinieri hanno proceduto alle perquisizioni sulla base di provvedimenti fissati da magistrati, ovvero di precisi decreti emessi dalla Procura della Repubblica di Gorizia e dal Tribunale dei minori di Trieste». Hanno eseguito gli ordini. «Putroppo – sostiene Ajello – quello della droga non è un fenomeno ”stoppabile”, anzi pare radicato e attraversa la società. Non è una realtà, dunque, che può essere eliminata: le operazioni di questo tipo servono come deterrente ad altre persone, per capire che è opportuno desistere dal consumo e spaccio di droga».
Il procuratore capo di Gorizia, pur non avendo ancora ricevuto dalla Camera penale di Gorizia la lettera in questione, rivolta tra gli altri anche al ministro dell’Interno Roberto Maroni, nega che vi sia stata la volontà di colpire qualcuno o qualcosa (i penalisti avevano invece contestato le finalità della maxi-retata affermando che a essere perseguiti erano stati, nella fattispecie, i consumatori di droghe leggere piuttosto che i trafficanti di stupefacenti). «Che il fenomeno della droga non sia circoscritto a Gorizia o a Monfalcone ma interessi trasversalmente l’intero Paese è evidente – conclude Ajello -: basta andare al Sert, poi, per rendersi conto della portata di questa triste realtà».
 
Luise: «L’operazione è servita perché l’emergenza è reale»

Non sono mancate le reazioni politiche sulla maxi-retata che ha investito il mandamento. «Condivisibile – esordisce Michele Luise di Obiettivo Monfalcone – la presa di posizione della Camera penale, soprattutto laddove dice che l’azione ha fatto emergere forme di disagio sociale che purtroppo colpiscono anche il nostro territorio e che dunque la soluzione va ricercata in interventi di carattere educativo-assistenziale e non punitivo». «A puntino anche l’intervento di don Fulvio – prosegue – quando dice che si deve lavorare sulla famiglia. Però, se molto dipende dai genitori, è da dirsi che anche la nostra realtà non fa ben sperare: incertezza economica, precariato e divorzi non sono certo il terreno più adatto per consentire la crescita di bambini sufficientemente equipaggiati ad affrontare la vita». «La scuola – conclude – deve fare la sua parte: il liceale intervistato ieri dice, fra le altre cose, che non tutti sanno che ogni tipo di stupefacente fa male e che le droghe leggere si possono consumare senza effetti collaterali. Sarebbe allora un errore concentrarsi sugli scarsi esiti dell’operazione, se si fa riferimento unicamente alle sostanze: la retata risulterà comunque utile se avrà portato all’attenzione il fatto che anche qui esiste un’emergenza». Di tutt’altro tono, invece, l’intervento del coordinamento provinciale di Sinistra Critica: «Nel Medioevo c’era la gogna per l’esposizione dei colpevoli al pubblico lubidrio, oggi si può essere prelevati all’alba dai carabinieri e condotti in ospedale per un test delle urine, sotto gli occhi dei curiosi. Attribuire a tale modalità un carattere “sociale” o “educativo” rende palese a quale aberrazione è arrivata la cultura proibizionista in Italia. Tanto più che, nella fattispecie, si sta parlando di ragazzi minorenni o poco più che maggiorenni che per la legge sono innocenti fino alla conclusione di un eventuale processo e relativa condanna». «Alla pratica del controllo basata sulle le operazioni spettacolari – conclude Sc – crediamo sia necessario rispondere con un movimento antiproibizionista di massa, per arrivare alla legalizzazione delle droghe leggere. Per inciso questo significherabbe anche togliere alla criminalità organizzata una lauta fonte di guadagno». (t.c.)

Il Piccolo, 12 febbraio 2010
 
PROMOSSA DAGLI ATTIVISTI DELL’OFFICINA SOCIALE CON GLI OPERATORI ANTIDROGA 
Mobilitazione contro la maxi-retata

di TIZIANA CARPINELLI

Si è conquistata la ribalta nazionale, la maxi-retata messa a segno una settimana fa dai carabinieri per contrastare il fenomeno di spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti tra giovani e giovanissimi. La dura reprimenda emessa dalla Camera penale di Gorizia a firma del presidente Riccardo Cattarini ha raccolto a livello locale l’appoggio di esponenti politici ed è stata ripresa anche dal ”Manifesto”, dove si è commentato che «la vicenda ha dell’inaudito». In città non si parla d’altro e non è escluso, sulla scia del clamore suscitato dall’operazione (sei persone denunciate per cessione, ventuno segnalate come consumatori alla Prefettura) e dalla solidarietà espressa dai penalisti, che i genitori dei ragazzi caduti nella rete dei militari prendano pubblicamente posizione con una lettera. Nel mirino degli avvocati la finalità ”preventiva” della retata, finalità che non spetterebbe, sempre stando alla categoria, ai carabinieri bensì ad altre istituzioni. Un punto, questo, smentito da Caterina Ajello, procuratore capo del Tribunale di Gorizia, la quale ha indicato nell’articolo 55 del Codice di procedura penale il presupposto dell’attività preventiva della polizia giudiziaria, la quale interviene per «impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori». Ma già nella delibera camerale, i penalisti avevano sottolineato come lo stesso legislatore non definisse penalmente perseguibile, e dunque un reato, il consumo di sostanze stupefacenti, reputando invece una tale condotta meritevole appunto di interventi di natura sociale ed assistenziale, non repressiva.
Mobilitazione giunge anche dall’Officina sociale di Largo Isonzo: «Stiamo organizzando per giovedì un incontro con gli operatori del Bassa soglia – spiega Mauro Bussani, segretario provinciale dei Verdi – e un avvocato per spiegare la questione anche da un punto di vista giuridico. Siamo scandalizzati ma anche arrabbiati per questa operazione di ”prevenzione”. Si tratta forse di un esperimento? È il caso di stroncarlo sul nascere. Simili interventi sono plausibili quando si va a intercettare un grosso canale di spaccio, ma non per colpire dei ragazzi, senz’altro rimasti terrorizzati dalla retata». «Le modalità di esecuzione dell’azione, il possibile venir meno della riservatezza verso le persone coinvolte, la sostanza dell’intervento teso a colpire non già i trafficanti e spacciatori, rischia, a mio avviso, anziché di perseguire la finalità sociale, di complicarla – così il consigliere regionale Pd Franco Brussa -. Credo, allora, che la politica e le istituzioni, debbano partire da questo fatto per porre seriamente in essere le iniziative volte a spiegare e prevenire l’uso, nei giovanissimi, di droghe. Fermo restando che la famiglia è fondamentale, non secondaria può essere l’azione educatrice della scuola e di altre realtà a contatto con il mondo giovanile. L’informazione sui danni della droga, il rappresentare modelli diversi da quelli oggi imperanti sui media, il recupero di un sano stile di vita, sono, a mio giudizio, la base da cui partire».

Il Piccolo, 13 febbraio 2010

Ma i carabinieri sono anche assistenti sociali?

Ho letto su “Il Piccolo” dell’ ampia operazione notturna recentemente condotta da 80 carabinieri, con imponente dispiego di forze e di mezzi, che ha portato non all’arresto di mafiosi, malavitosi e trafficanti e al sequestro di ingenti quantitativi di armi ed eroina, ma solo al ritrovamento di qualche grammo di materiale classificato come stupefacente “leggero”. L’operazione si è rivelata in pratica un fallimento, fatto accettabile e comprensibile se non avesse anche comportato l’irruzione notturna in abitazioni private e il fermo di una trentina di adolescenti sottoposti successivamente a test delle urine in una struttura pubblica. Sono della ferma opinione che i giovani e le loro famiglie abbiano subito una violenza doppiamente intollerabile perchè inutile e sproporzionata ad eventuali responsabilita tutte da dimostrare, con lesioni della loro dignità personale che potrebbero lasciare tracce profonde nella loro personalità, trattandosi di adolescenti e non di criminali incalliti. Ritengo che la gestione di fenomeni come quelli del consumo finale di alcolici e stupefacenti, specie nel caso delicato degli adolescenti, dovrebbe essere il più possibile essere affrontato e valutato ai vari livelli della società civile (famiglia, scuola, operatori sociali). Alle forze dell’ordine spetterebbero piuttosto il controllo e la repressione del grande traffico e dello spaccio di narcotici. È avvenuto invece il contrario, anzi peggio. L’operazione è stata giustificata con le “finalità educative” della stessa, atta a favorire il “recupero di uno sano stile di vita” nei giovani, con i carabinieri nel ruolo inedito di educatori ed assistenti sociali. Forse c’e’ stata un po’ di confusione. Speriamo che, con questa logica, i carabinieri non finiscano ad insegnare nelle scuole, e gli insegnanti e le assistenti sociali a reprimere i traffici di eroina e armi. Vorrei vivere in un Paese in cui ci sia stima e rispetto e non distacco o timore verso le forze dell’ordine, non per intenderci, come in Messico, dove uno ha paura della Polizia per la sua arbitraria violenza. Questa fiducia nelle forze dell’ordine da parte dei cittadini, che credo sia tutta nell’intereresse delle stesse forze dell’ordine, presuppone però equilibrio e moderazione nei comportamenti di queste ultime. Azioni come quelle dell’altra notte, per la disproporzione tra i mezzi messi in campo, i metodi, e gli obbiettivi raggiunti non vanno purtroppo in questa direzione, e così si spiega, forse, il fatto per cui molti genitori invece di manifestare viva riconoscenza siano invece rimasti “infastiditi” per l’irruzione notturna.
Pierluigi Selvelli
San Canzian

Il Piccolo, 14 febbraio 2010 
 
Potenziare la prevenzione

Desta certamente una certa sorpresa, ponendo conseguentemente qualche interrogativo, l’azione posta in essere e il conseguente ampio risalto dato all’operazione che ha visto impegnati i carabinieri della provincia di Gorizia nei confronti di una trentina di ragazzi, alcuni minorenni. Del resto, 80 carabinieri in divisa impegnati, su 30 automezzi, con i cani, che prelevano, di notte, decine di ragazzi portandoli all’ospedale per farli sottoporre al test antidroga, unito alla perquisizione delle loro abitazioni, non poteva passare inosservato. L’Arma dei carabinieri ha inteso spiegare tale azione anche con la necessità di “dare un segnale, volendo incidere sulla consapevolezza dei giovani ai fine del recupero di un sano stile di vita… e una sorta anche di raccomandazione alle famiglie sollecitandole a mantenere l’attenzione verso i propri figli, rilevando così lo spessore sociale dell’operazione medesima”. Non spetta certo alla politica intervenire nel merito di un’operazione di polizia che evidentemente appare lecita e che rientra nelle finalità di contrastare l’uso di stupefacenti tra i giovani, anche se lasciano un po’ perplessi i modi scelti, che sembrano più propri di un’azione tesa a sventare ed arrestare azioni criminali di ben altra portata. Ma, come detto, siccome alla politica spetta un altro compito, è su questo che intendo intervenire, rilevando come appaia poco condivisibile l’azione delle forze dell’ordine giustificata in una “funzione sociale”. È noto, infatti, come tale funzione possa nascere solo dalla rappresentazione di un disagio sociale, sul quale si può e si deve intervenire piuttosto con altri soggetti, in particolare quelli operanti nel mondo sanitario, sociale, culturale. Le modalità di esecuzione dell’azione, il venir meno della riservatezza verso le persone coinvolte, la sostanza dell’intervento teso a colpire non già i trafficanti e spacciatori, rischia, a mio avviso, anziché di perseguire questa finalità, di complicarla. Credo, allora, che la politica, le istituzioni, debbano partire da questo fatto per porre seriamente in essere una serie di iniziative volte a spiegare e prevenire l’uso, presso i giovanissimi, di droghe. Fermo restando come fondamentale in tale processo, appaia la famiglia, non secondaria può essere l’azione educatrice della scuola e di altre realtà sociali e istituzionali a contatto con il mondo giovanile. L’informazione sui danni della droga; il rappresentare modelli diversi da quelli oggi imperanti sui media (il caso Morgan solo per citare l’ultimo); il recupero di un sano stile di vita, sono, a mio giudizio, la base da cui partire. Il lavoro da fare è molto, anche qui da noi, e l’azione posta in essere dai carabinieri lo sta a dimostrare, ma risulterà davvero vano se, di fronte all’accaduto, sapremo solo stupirci e al massimo limitarci, a seconda delle proprie convinzioni, ad esprimere un giudizio di merito. Ciò che serve davvero è partire dalla consapevolezza che i nostri figli ricevono oggi, da noi adulti, troppe volte segnali contrastanti su ciò che è giusto e ciò che non lo è, su ciò che è lecito e ciò che è vietato, su ciò che davvero serve alla loro crescita personale, sociale e culturale, rispetto a ciò che di facile ed effimero può essere, invece, l’inizio del non ritrovare più sé stessi. Per assurdo, ma poi non tanto, se un minorenne finisce per drogarsi, siamo noi adulti ad aver fallito. Forse basterebbe questa consapevolezza per riuscire a cambiare le cose.
Franco Brussa
Gorizia
 
Retata sconcertante

Leggo in questi giorni prese di posizione, tutte legittime, in merito alla “retata” dei carabinieri sul fronte del fenomeno “droga”. Da ex appartenente ai reparti speciali antidroga dell’Arma dei carabinieri desidero dire la mia sulla vicenda in questione che, a mio modesto avviso, ha generato ulteriore insicurezza e personalmente sconcerto. Fermo restando la non condivisibilità dell’operazione, quello che mi sfugge, leggendo i vari interventi, se l’operazione era legittima perché sono stati “imposti” ai ragazzi degli stampati da sottoscrivere per l’avvio di accertamenti medici, “atte ad accertare un eventuale uso di sostanze stupefacenti”? Semplice: hanno manlevato da ogni responsabilità di qualsiasi carattere tutti coloro che hanno operato. Mi ha dato la parvenza di “attività promozionale” mascherando di fatto un trattamento sanitario obbligatorio, previsto per legge solamente in specifici casi. Da genitore, quello che mi ha dato da pensare è come l’autorità procedente abbia potuto pensare di sostituirsi alla potestà genitoriale (costituzionalmente garantita) ed a tutti gli enti preposti quale il Sert. È legittimo il dubbio sollevato dagli avvocati della Camera penale di Gorizia. Questa iniziativa merita maggiore approfondimento a tutela di tutti. Un’azione repressiva così come riportata dai mass media mi fa tornare in mente un periodo buio della nostra storia italiana. Spero di sbagliarmi. Non posso scindere la suddetta vicenda dalla visita del questore effettuata nella nostra città di Monfalcone. L’autorità ha rassicurato la giunta e ilcConsiglio comunale che, in base ai dati sulla diffusione dei reati in provincia di Gorizia, la città può considerarsi, con i suoi alti e bassi, sicura. E condivido. Però eccepisco una contraddizione, sollevata dal responsabile sindacale del Siulp e dallo stesso questore. Il primo afferma che Monfalcone, per i suoi problemi relativi alla sicurezza, dovrebbe essere sede di questura (!) snocciolando una serie di problematiche che vanno dalla carenza di uomini e mezzi (e io aggiungo di coordinamento con le altre forze di polizia L.121/81) ad altri di aspetto sindacale, mentre, l’Illustrissimo signor questore afferma che il rapporto forze dell’ordine-cittadini è in linea, se non maggiore del resto d’Italia. Chi avrà ragione? Penso che il tema della sicurezza, sia negli ambienti domestici e sia nei luoghi pubblici ha assunto una rilevanza sociale notevole. È da considerare la profonda dicotomia tra due aspetti fondamentali: il grado di vittimizzazione e la percezione dell’insicurezza. Che si tratti di due fenomeni distinti e non interdipendenti è ormai dimostrato dai dati statistici. Credo che bisognerà promuovere azioni tese a ridurre la vittimizzazione, senza però aumentare l’allarme e l’insicurezza, intervenendo quindi anche sulla percezione della sicurezza come fenomeno a se stante. In tale ottica è più che mai necessario attuare la centrale operativa unica, da tanto tempo “pubblicizzata” al fine di razionalizzare al meglio le potenzialità strutturali ed operative delle singole Forze di polizia, ottimizzando l’impiego e la distribuzione delle rispettive risorse umane. Da qui la necessità di rispondere a una sempre più avvertita esigenza di sicurezza. Il sentimento dell’insicurezza è soprattutto un sentimento “popolare”, un sentimento di strada.
Francesco Di Fiore
Monfalcone

Il Piccolo, 15 febbraio 2010
 
NUOVA PRESA DI POSIZIONE SULL’OPERAZIONE DEI CARABINIERI 
Prc: «La prevenzione sulla droga non si fa con le retate»

«Gli esigui risultati ottenuti non possono certamente qualificare l’operazione come una vittoria nella lotta al narcotraffico. Preoccupa la paventata volontà di esercitare un ruolo educativo attraverso l’emissione di provvedimenti penali, per definizione riservati alla repressione, non certo all’educazione». Interviene a muso duro, sulla vicenda della maxi-retata dei carabinieri, la segreteria provinciale di Rifondazione comunista. Che con una nota entra nel merito del ruolo preventivo ed educativo delle recenti operazioni di polizia giudiziaria, svolte con un considerevole dispiego di uomini e mezzi, finalizzate a contrastare il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti tra giovani e giovanissimi.
«Lascia estremamente perplessi – così Rc – leggere che azioni penali, operazioni di polizia giudiziaria e provvedimenti di perquisizione domiciliare uniti a disposizioni di accertamento sanitario, sarebbero state effettuate con fine preventivo ed “educativo”. Le modalità della messa in atto, così come descritte dalla stampa, e l’atteggiamento con il quale la notizia delle indagini è stata presentata pubblicamente, non sembrano infatti finalizzati a colpire il traffico di stupefacenti, quanto piuttosto a intimidire il mondo giovanile, agire in senso diffusamente repressivo, criminalizzare un intero mondo, certamente carico di contraddizioni, anche proprie dell’età, ma non certo criminale».
Per la segreteria provinciale di Rc, «un’attività di prevenzione è quella di dare alla persona consapevolezza e informazione sui rischi per la salute dell’abuso di sostanze psicoattive e rendere attivi percorsi di contatto e comunicazione con gruppi e soggetti a rischio, attraverso politiche di inclusione della marginalità, di relazione a bassa soglia, di pratiche di rete con gli ambienti scolastici, familiari, di pari». «Insomma – si legge ancora nella nota – con la costruzione di un circuito di promozione sociale positiva. All’opposto c’è l’idea che l’educazione si attui utilizzando come leva la paura per l’immanenza di un’azione penale e repressiva. L’azione di repressione “esemplare” che valga come monito per un’intera generazione. Quest’idea nasconde un pesante fardello ideologico; l’implicita ammissione di un’incapacità comunicativa e relazionale tra l’istituzione, in ultima analisi lo stato, e un intero mondo giovanile rispetto al quale si pratica solo l’atteggiamento del punitivo censore che è incompatibile con quello dell’educatore».
«Probabilmente – conclude Rc – è bene invece che le due azioni, quella educativa e quella repressiva rimangano ben separate. Che siano i servizi di promozione sociale, i servizi sanitari territoriali, le scuole, le unità operative dedicate agli adolescenti, i soggetti della prevenzione, adatti al carico comunicativo e di rete, da soli in grado di attivare ed eventualmente “allarmare” rispetto a situazioni di rischio. L’azione penale, invece, ci auguriamo che contrasti e reprima chi si arricchisce grazie al narcotraffico, al crimine, alla sofferenza di altri. Ci sembra, questa divisione dei ruoli, un miglior servizio per la comunità».

Il Piccolo, 18 febbraio 2010
 
STRASCICHI DELLA MAXI-RETATA 
Dibattito sulla droga all’Officina sociale Interviene Cattarini
 

Il dibattito sulla maxi-retata dei carabinieri, condotta nella notte a cavallo tra venerdì 6 e sabato 7 febbraio da 80 militari coordinati dal comando locale, si riapre stasera all’Officina sociale di via Natisone 1. Dopo la reprimenda della Camera penale di Gorizia e le prese di posizione politiche sull’operazione dei militari – che ha portato a 30 perquisizioni domiciliari, con una trentina di giovanissimi sottoposti ai test antidroga, sei persone denunciate per cessione e 21 segnalate alla Prefettura come consumatori – gli operatori del Centro Bassa Soglia hanno indetto alle 20 un incontro sul tema ”Sostanze stupefacenti: ordine pubblico o questione culturale e sanitaria?”.
«A un anno dalla famosa Operazione Blu – scrivono in una nota i promotori – che vide alcune persone ristrette della propria libertà per sedici giorni con pesanti accuse, successivamente destrutturate dal tribunale del riesame di Trieste, il territorio del basso isontino ritorna a essere protagonista nel subire operazioni di polizia definite contro il narcotraffico, ma che lasciano grossi dubbi su efficacia e obiettivi reali».
All’iniziativa interverrà anche il presidente della Camera penale l’avvocato Riccardo Cattarini, il quale riferirà del documento emesso dall’organo a seguito della maxi-retata, illustrando in particolare la sfera dei diritti del cittadino relativamente al delicato tema. Non mancherà l’intervento dell’operatore del Drop in Luciano Capaldo, il quale invece parlerà di sostanze stupefacenti, lotta al narcotraffico, società del consumo, ricerca del piacere, carcere sovraffollato e diritti civili. Un rappresentante dell’Unione degli studenti, invece, offrirà il punto di vista studentesco sulla questione del consumo e dell’informazione relativa alla droga, mentre un responsabile del Centro Sociale Rivolta di Marghera (Venezia) forniranno un’esperienza di osservazione ”dal basso” e di intervento nei contesti di musica elettronica. Il dibattito proseguirà in forma assembleare. Per informazioni si può consultare il seguente portale: rete-operatori-fvg@googlegroups.com.
L’operazione antidroga era scattata sull’asse Grado-Monfalcone. Ventisette giovani dai 17 ai 23 anni erano stati sottoposti a controlli: sei erano stati denunciati in stato di libertà per la cessione di stupefacenti, mentre tutti erano stati segnalati alla Prefettura di Gorizia quali assuntori. L’intervento aveva anche portato al sequestro di numerosi quantitativi di stupefacente, ma in piccoli contingenti. Droghe leggere, hashish e marijuana. Complessivamente erano stati rinvenuti 4 spinelli, 5,5 grammi di hashish, 14 semi e quattro piante di marijuana, 3,46 grammi di marijuana e altri 142 grammi di piante di marijuana essiccate, 16 semi di canapa indiana e 2 pasticche di ecstasy. I carabinieri avevano sottolineato soprattutto la finalità educativa della retata, con l’obiettivo di disincentivare i ragazzi all’uso delle sostanze illecite e allertare le famiglie. (ti.ca.)

Il Piccolo, 19 febbraio 2010
 
INTERROGAZIONE ALLA CAMERA E INTERPELLANZA AL SENATO 
Finisce in Parlamento la retata anti-spinelli

La vicenda legata alla recente operazione dei carabinieri che ha coinvolto 27 ragazzi tra i 17 e i 23 anni, residenti tra Grado e il Monfalconese, per verificare la presenza di sostanze stupefacenti, è approdata in Parlamento. Attraverso un’interrogazione presentata dai deputati Alessandro Maran ed Ettore Rosato, entrambi del Pd. Sono scesi in campo anche i senatori radicali, preannunciando la presentazione di una interpellanza. In entrambi gli atti viene citata la delibera emessa nei giorni scorsi dalla Camera penale di Gorizia, presieduta dall’avvocato Riccardo Cattarini, e trasmessa alle autorità competenti.
I deputati Maran e Rosato, ribadiscono che «l’indagine e il processo penale non sono nè strumenti di difesa sociale, nè di attuazione di politiche sociali, in particolare giovanili»; che «il consumo di stupefacenti e il possesso degli stessi finalizzato al consumo personale, nel nostro ordinamento, non costituiscono reato secondo la legge penale»; che, ancora, «la volontarietà degli accertamenti sanitari, quali quelli ai quali sarebbero stati sottoposti i giovani in questione, non può essere conculcata e deve essere attentamente verificata». Inoltre, evidenziano che «un accertamento sanitario deve essere, per precisa norma di legge, sempre solo eseguito su richieste di iniziativa dell’interessato o, se minore, dei suoi genitori» sottolineando infine che «deve essere comunque rispettata e tutelata da qualsiasi istituzione dello Stato la presunzione di non colpevolezza, garantita dalla Costituzione».
Maran e Rosato pertanto chiedono al ministro degli Interni «quali iniziative intende assumere al fine di vigilare affinchè le indagini per stroncare l’immondo commercio degli stupefacenti, indispensabili per assicurare la civile convivenza sociale e da tutti giudicate opportune, siano effettivamente indirizzate nei confronti di trafficanti e di traffici, non già di consumatori o detentori di stupefacenti per uso personale, che non hanno commesso alcun fatto punito dalla legge; affinchè, inoltre, i diritti dei cittadini siano scrupolosamente rispettati, sia quanto alla riservatezza personale, sia quanto al segreto delle indagini giudiziarie, sia quanto alla volontarietà degli accertamenti sanitari, sia soprattutto quanto alla presunzione di non colpevolezza di rango costituzionale».
Contestualmente, i radicali/Pd, Marco Perduca e Donatella Poretti e Giulio Manfredi, del Comitato nazionale Radicali Italiani, hanno definito l’operazione «una intollerabile violazione dell’habeas corpus, degna del più buio Medioevo, non di uno Stato di diritto quale l’Italia dice di essere, ma non è». Sull’intervento dei carabinieri, che ha portato al rinvenimento di semi e piante di maijuana, spinelli di hashish e due pasticche di ecstasy, Perduca e Poretti intendono quindi interpellare il ministro della Difesa per sapere su quali basi giuridiche si giustifica l’operazione.

Il Piccolo, 20 febbraio 2010
 
«Retata antidroga legittima ma inopportuna» 
L’avvocato Cattarini e Capaldo del Drop-in criticano l’operazione

La droga è una questione di ordine pubblico oppure socio-sanitaria? E non c’è forse un ”accanimento” di carattere repressivo, pur non previsto dalla legge, nei confronti dei giovani? È da questi ragionamenti che si è innescato, l’altra sera, all’Officina sociale di via Natisone, il dibattito attorno al tema stupefacenti, dopo l’operazione dei carabinieri, che ha coinvolto 27 ragazzi. È stato invitato l’avvocato Riccardo Cattarini, presidente della Camera penale di Gorizia, che sulla retata di pochi giorni fa, è intervenuta attraverso una delibera, richiamata da successivi atti parlamentari promossi dai deputati Alessandro Maran e Ettore Rosato e dai Radicali.
Cosa ha significato quell’operazione? Come è stata condotta? Il presidente della Camera penale si è soffermato sugli aspetti propriamente legislativi e sulla consapevolezza dei propri diritti, preannunciando la preparazione di una sorta di ”guida multidisciplinare”. L’avvocato ha chiarito: «La Camera penale riunisce gli avvocati penalisti in un organo trasversale, uniti dalla volontà di tutelare i diritti fondamentali attinenti alla libertà individuale». Ha aggiunto: «Ci è sembrato doveroso intervenire per questo episodio in virtù di precise ragioni. Non c’è stato nulla di illegale. Formalmente l’operazione è stata corretta. Ma le forze dell’ordine si sono caricate di un compito improprio, volendo intervenire con finalità educative e sociali». Modalità, dunque, e opportunità. Concentrando altresì l’attenzione sui test sanitari: «Tutti i trattamenti sanitari – ha osservato Cattarini – sono volontari, fatta eccezione per rare circostanze che richiedono procedure specifiche. Nel caso in questione, i ragazzi hanno prestato formalmente il consenso all’esecuzione del test delle urine. Ma resta da chiarire chi abbia ricevuto il consenso. Il titolare della ricezione dev’essere il medico, unico preposto ad esercitare l’attività sanitaria». Si è parlato anche dell’appropriatezza ai fini dell’accesso al Pronto soccorso, come ha spiegato Gianni Cavallini, medico dell’Ass Isontina: nella circostanza l’urgenza non era ravvisabile, considerati peraltro i lunghi tempi di permanenza della cannabis rispetto al momento dell’assunzione. E ancora, posto che «la droga è un commercio immondo», Cattarini ha distinto: una cosa è il narcotraffico, e la dipendenza può comportare anche reati contro il patrimonio. Altro è il consumo, che presuppone un approccio rieducativo, affidato ai servizi competenti».
L’operatore del servizio Drop-in, Luciano Capaldo, ha chiamato in causa il parallelo con la filosofia di Basaglia sostenendo la centralità della persona: «Si tratta di diritti civili che vanno salvaguardati. Chi usa droga, o ne è dipendente, resta una persona e ha diritto a un percorso di salute, non all’emarginazione». Si è parlato dei consumi in aumento esponenziale, di diverse tipologie di sostanze «entrate in un indifferenziato consumismo, grazie alla normativa vigente che le pone tutte sullo stesso piano», ha evidenziato Capaldo. «Più preoccupante – ha aggiunto – è il fatto che venga perseguito chi consuma». Posto l’accento anche sull’«accanimento inquirente nei confronti dei giovani, colpiti come fossero gli unici a far uso di stupefacenti, quando la droga coinvolge ben più larghe fasce d’età». Sulle conseguenze sociali, lavorative derivate dall’essere segnalato per consumo. E i servizi come il Sert che, «sotto il peso dei tagli di risorse, forniscono risposte sempre più generalizzate». Quindi il fattore-paura. Anastasia Barone, rappresentante degli studenti Uds, ha osservato: «Sono molto preoccupata per questo clima di repressione. A Trieste, all’inizio dell’anno scolastico, sono intervenute le forze dell’ordine con le unità cinofile. Mi chiedo se così si affrontano i problemi o se gli obiettivi possano essere altri». (la. bo.)

Il Piccolo, 21 febbraio 2010
 
OPERAZIONE ANTIDROGA 
Anche i legali triestini contro la maxiretata 
Sostegno all’iniziativa dei colleghi goriziani della Camera penale

Il Consiglio direttivo della Camera penale di Trieste ”Professor Sergio Kostoris” ha deliberato una nota a sostegno dell’omologo organismo della provincia di Gorizia, dopo la dura reprimenda sulla maxi-retata condotta dai carabinieri a contrasto del consumo e spaccio di sostanze stupefacenti tra giovani e giovanissimi nell’Isontino. Retata che ha portato a trenta perquisizioni domiciliari, con una trentina di giovanissimi sottoposti ai test antidroga, sei persone denunciate per cessione e ventuno segnalate alla Prefettura come consumatori.
Il consiglio direttivo triestino si è riunito l’11 febbraio scorso e ha esaminato quanto diffusamente riportato dagli organi di informazione, locale e non, a propostito della vasta operazione eseguita dall’Arma, che sarebbe stata finalizzata a scopi sociali. Nel farlo, dopo aver anche letto la delibera adottata dalla Camera penale di Gorizia l’8 febbraio (documento in cui, pur «confermando estrema fiducia nell’Arma dei carabinieri e nel suo ruolo insostituibile nel garantire la convivenza sociale attraverso la repressione dei reati», l’organismo manifesta «estrema preoccupazione per l’utilizzo di uno strumento delicato e assai invasivo come quello dell’indagine penale» per far fronte a situazioni al più collocabili nell’ambito del “disagio sociale”), esprime una condivisione dell’allarme manifestato dai penalisti goriziani.
La delibera, come noto, era stata firmata dal presidente Riccardo Cattarini e inoltrata, tra gli altri, al ministero dell’Interno. Condividendo le preoccupazioni manifestate circa le modalità e le tempistiche delle perquisizioni domiciliari avvenute, nonchè le argomentazioni addotte a proposito della sottoposizione dei ragazzi (anche minorenni) agli accertamenti diagnostici “volontari”, l’organo triestino ha dichiarato in una nota siglata dal segretario Elisabetta Burla e dal presidente Andrea Frassini «il proprio sostegno e la propria solidarietà» alla Camera penale di Gorizia, disponendo la diffusione dello scritto ancora una volta al Ministero dell’Interno, ma anche al Ministero della Salute, al Ministero della Gioventù, al Prefetto di Gorizia, al Procuratore della Repubblica di Gorizia, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Trieste, al Questore di Gorizia, al Comando Provinciale dei Carabinieri di Gorizia, all’Unione delle Camere Penali Italiane ed alle Camere Penali del Friuli Venezia Giulia. Il documento è stato firmato dal segretario (ti.ca.)

Il Piccolo, 24 febbraio 2010

Lettere

La recente retata dei carabinieri nei confronti di ragazzini minorenni o comunque molto giovani inducono ad alcune considerazioni in merito ad una deriva tutta tesa ad intaccare i diritti personali e che deve essere contrastata. Va sottolineato il fatto che, come da osservazione della Camera Penale di Gorizia, eventuali analisi atte ad individuare la presenza di metaboliti cannabinoidi sono prima di tutto un atto volontario che non può essere arbitrariamente imposto come è successo in questa vicenda. Essendo un atto volontario e non configurandosi alcuna urgenza – dato che la presenza delle tracce nelle urine è evidenziata fino a qualche settimana di distanza dall’assunzione – si ritiene che l’accompagnamento da parte dei Carabinieri dei ragazzi al Pronto Soccorso leda il necessario rispetto di tale struttura sanitaria, che deve essere utilizzata esclusivamente per prestazioni urgenti. Se si vuole da una parte assicurare – come la Legge impone – il carattere volontario dell’accertamento e dall’altra non utilizzare impropriamente il Pronto Soccorso, l’iter da seguire deve essere quello dei consueti esami del sangue e delle urine: chi intende sottoporvisi deve recarsi dal proprio medico di fiducia, per farsi fare la prescrizione, poi vada a pagare il ticket, infine si rechi al laboratorio. Una tale procedura consentirebbe di far assumere la decisione al cittadino in piena autonomia, senza pressioni e/o condizionamenti. Va, inoltre, ricordato che il modulo di consenso per sottoporsi ad accertamenti, proprio per il carattere sanitario che riveste, deve essere raccolto da un medico, il quale non può certamente delegare tale compito a personale non sanitario, quale è, almeno si spera, il carabiniere. Se nel caso specifico il consenso è stato raccolto dai Carabinieri, va sottolineato che era compito del personale del Pronto Soccorso informare adeguatamente i giovani della corretta procedura. Ovviamente non si vuole colpevolizzare i medici del pronto soccorso che è facile immaginare siano stati colti di sorpresa e impreparati a gestire la situazione creatasi. Quello che invece si richiede con forza è che quanto prima la direzione sanitaria ospedaliera o dell’Azienda sanitaria “Isontina” intervenga per assicurare che tutti i servizi sanitari si attengano allo scrupoloso rispetto dei diritti di cittadinanza, assicurando la volontarietà di qualsiasi accertamento venga disposto. Sulle presunte caratteristiche preventive ed educative di tale operazione c’è molto da discutere. È evidente che l’aspetto educativo è prerogativa di ben altri soggetti sociali che hanno le competenze per operare come la famiglia, la scuola, gli operatori sociali e sanitari, l’associazionismo di base. L’unico modello educativo condivisibile è quello teso a far emergere in positivo dai ragazzi le specifiche risorse insite in ciascuno per metterle a disposizione della collettività e sinceramente era auspicabile che dopo la scandalosa operazione denominata “Blu” di un anno fa le strade intraprese fossero diverse, quantomeno orientate com’è giusto nella direzione del grosso traffico e spaccio che è evidentemente da colpire. Spiace constatare che ancora nell’anno 2010 resta valido il detto “forti con i deboli e deboli con i forti”.

Mauro Bussani, presidente dei Verdi della provincia di Gorizia

Il Piccolo, 03 marzo 2010
 
L’INTERVENTO DELL’AVVOCATO CATTARINI 
Critiche sulla retata anti-spinello, imbarazzo delle forze dell’ordine

Non potevano mancare riferimenti alla recente maxi-retata antidroga dei carabinieri che ha portato una trentina di ragazzi – alcuni minorenni – a sottoporsi in massa ai test anti-droga al Pronto soccorso del San Polo e alla conseguente segnalazione come consumatori di hashish e marijuana. A contestare il metodo, pur rinnovando la stima e la fiducia nell’Arma dei carabinieri, è stato l’avvocato Riccardo Cattarini, presidente della Camera penale di Gorizia, che ha investito del caso anche il ministero dell’Interno. «Mi rendo conto che i carabinieri fanno ciò che qualcuno dice loro di fare – ha detto il legale – e non mi sognerei mai di mettere in dubbio la legittimità di quanto accaduto, ma mi pare almeno discutibile che problemi e circostanze che sarebbero di competenza delle politiche sociali vengano delegati invece alle forze di polizia». Le affermazioni di Cattarini, intervenuto sul palco per annunciare che sabato alle 10, nella sala consiliare della Provincia, ci sarà un dibattito sul problema-giustizia promosso dal Pd, con la partecipazione sua, del segretario provinciale del Pd Omar Greco, del parlamentare Alessandro Maran e di Debora Serracchiani, sono state raccolte con ”gelo” dalle forze dell’ordine presenti in prima fila. Poco prima, invece, era stato il presidente dell’Ascom Glauco Boscarolli, a dare un giudizio favorevole sull’operazione condotta dai carabinieri definendola opportuna, quanto meno per aver consentito a numerose famiglie di rendersi conto di una situazione pericolosa in cui si stavano cacciando i loro figli. (f.m.)

Il Piccolo, 06 marzo 2010
 
OGGI AL SAN POLO 
Maxi-retata antidroga conferenza dei radicali

Oggi alle 11, davanti al Pronto soccorso dell’ospedale San Polo, i radicali terranno una conferenza stampa, a seguito della retata dei carabinieri il 7 febbraio tra Monfalcone e Grado. Nel corso dell’operazione 27 giovani tra cui diversi minorenni sono stati oggetto di una perquisizione domiciliare e successivamente portati al Pronto soccorso, per essere sottoposti ad esami tossicologici. «Come già sottolineato dai senatori Marco Perduca, Donatella Poretti e Giulio Manfredi nella loro interrogazione in Parlamento, si tratta di un’intollerabile violazione dell’habeas corpus, degna del più buio Medioevo e non di uno Stato di diritto», sottolineano i promotori. Il consigliere dei Verdi di Trieste, Alfredo Racovelli, e il coordinatore regionale dei radicali, Marco Gentili, hanno quindi osservato: «Ci chiediamo se il personale sanitario abbia verificato la volontarietà piena e assoluta dei giovani a sottoporsi agli accertamenti. Nè si comprende come si possa configurare un intervento di urgenza, visto che il caso in questione non può rispecchiare una situazione di rischio per la salute del singolo».

Il Piccolo, 07 marzo 2010
 
Retata anti-spinello, esposti alle Procure 
Iniziativa di verdi e radicali. Nel mirino il consenso dei giovani ai test sanitari

di LAURA BORSANI

Esposto inviato alle Procure di Trieste e di Gorizia, segnalazioni al direttore generale dell’Ass Isontina, Gianni Cortiula, al direttore dell’ospedale di San Polo, Andrea Gardini, ma anche al presidente dell’Ordine dei medici di Gorizia, Roberta Chersevani, e al Comando regionale dei carabinieri. L’operazione anti-droga eseguita dai carabinieri il 7 febbraio scorso, che ha coinvolto 27 ragazzi, di cui anche minorenni, sottoposti a perquisizione domiciliare e accompagnati al Pronto soccorso per essere sottoposti al test delle urine, sortisce un nuovo effetto. L’azione è stata promossa e illustrata ieri mattina, durante una conferenza stampa tenutasi all’esterno del San Polo, dal consigliere comunale dei Verdi per la pace del Comune di Trieste, Alfredo Racovelli, e dal coordinatore regionale del Partito Radicale, Marco Gentili, presente anche il responsabile di Officina sociale, Mauro Bussani. Facendo ingresso al Pronto soccorso, hanno anche tentato di cercare un confronto con gli operatori sanitari. Dopo la deliberazione della Camera penale di Gorizia, cui hanno fatto seguito l’interrogazione parlamentare del Pd, con i deputati Alessandro Maran e Ettore Rosato, e l’interpellanza dei senatori radicali/Pd, Marco Perduca e Donatella Poretti, l’operazione anti-droga approda sul tavolo dei procuratori capo Michele Dalla Costa di Trieste, e Caterina Ajello di Gorizia. Sul tappeto gli accertamenti sanitari eseguiti nei confronti dei ragazzi, in relazione al consenso volontario: «Gli accertamenti sanitari – ha spiegato Racovelli – secondo la normativa vigente, devono avere carattere assolutamente volontario. Riteniamo che il titolare della ricezione del consenso a sottoporsi ad accertamento debba essere un sanitario (medico, infermiere o altra figura presente nella struttura sanitaria) e non un carabiniere. Il personale sanitario dovrebbe essere in condizione di verificare l’assoluta volontarietà del soggetto a sottoporsi ai test sanitari, libero da condizionamenti esterni». È stata altresì sollevata la questione legata alla funzione istituzionale del Pronto soccorso: «È preposto – ha detto Racovelli – a corrispondere con tempestività ai casi di urgenza per lo stato di salute dei cittadini. L’organizzazione di questa unità operativa prevede che all’accesso il soggetto sia sottoposto a procedure di triage, per definire il livello di urgenza della prestazione. Nei casi di non urgenza è, peraltro, prevista l’erogazione del ticket». Il 7 febbraio i giovani sarebbero stati accompagnati al Pronto soccorso dai carabinieri, con atto di assenso già firmato: «Riteniamo che il personale sanitario non abbia potuto verificare, per evidente condizionabilità, la volontarietà piena e assoluta dei giovani a sottoporsi al test. Inoltre, considerato che l’eventuale esito positivo dell’accertamento è riscontrabile, secondo le sostanze, tra le 48 ore e alcune settimane dal consumo, non si comprende come si potesse configurarne l’urgenza. Non risulta poi che sia stata attivata in alcun modo una consulenza specialistica con il Dipartimento delle dipendenze. Non configurandosi pertanto una situazione di rischio immediato per la salute dei giovani, si chiede se nel caso in questione non fosse, invece, preferibile che l’accertamento eventuale avvenisse secondo le normali procedure non urgenti». Marco Gentili, ha ricordato l’interpellanza dei senatori radicali/Pd presentata al Governo e al ministero della Difesa, per sapere «su quali basi giuridiche si giustifica l’operazione dei carabinieri», ricordando anche l’intervento delle forze delle forze dell’ordine, il 19 maggio 2008, nella struttura in cui è ospitato il Drop-in. Bussani ha riportato le riflessioni di alcuni genitori coinvolti: «Se si voleva dare un segnale educativo, bastava una telefonata e la convocazione nelle sedi inquirenti».

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