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Il Piccolo, 17 settembre 2010

INDOTTO FINCANTIERI 
Adriatica in cassa integrazione ma da cinque mesi 40 operai non percepiscono l’indennità 
Il sindacato sta lavorando con i servizi sociali del Comune per fronteggiare una situazione sempre più drammatica
Dopo la concessione della Cig alla Eaton e all’Eurogroup, in tutto oltre 300 dipendenti, la spettanze vengono anticipate dalle società

di LAURA BLASICH

Eaton ed Eurogroup hanno ottenuto, anche se in ritardo, il decreto ministeriale di concessione rispettivamente della cassa integrazione in deroga e di quella straordinaria. Nel frattempo le società hanno anticipato le indennità ai propri dipendenti. Quanto invece non sta ancora accadendo alla quarantina di lavoratori dell’Adriatica, impresa dell’indotto Fincantieri, che da cinque mesi sono in Cassa integrazione guadagni straordinaria da cinque mesi non hanno più visto un euro. «La situazione è gravissima, i lavoratori e le loro famiglie sono allo stremo – sottolinea il segretario della Fiom-Cgil, Thomas Casotto -. Stiamo lavorando con i Servizi sociali del Comune per capire come aiutare queste persone, ma ci siamo anche rivolti al sindaco Gianfranco Pizzolitto perché contatti il prefetto e si arrivi a sollecitare il ministero del Lavoro a firmare il decreto di concessione della cassa integrazione straordinaria. «Non è possibile che per un adempimento burocratico ci vogliano cinque mesi».
Quello dell’Adriatica è uno degli indicatori di quanto sia difficile in questo momento la situazione dell’indotto Fincantieri, compresso tra dilatazione dei tempi di produzione e riduzione dei costi delle commesse.
La Fiom-Cgil in questi giorni è stata contattata anche da lavoratori originari dell’ex Jugoslavia che non riescono a mettersi più in contatto con la propria impresa da agosto. In sostanza, la ditta sarebbe evaporata al sole estivo durante il periodo di rallentamento dell’attività dello stabilimento a causa delle ferie collettive. «Stiamo cercando di risalire ai titolari – spiega sempre Casotto -, perché in assenza di qualcuno che produca i documenti necessari i lavoratori non possono nemmeno presentare istanza di disoccupazione».
Il caso pare simile a quello che lo scorso anno coinvolse diversi lavoratori croati, che, dopo due mesi senza stipendio, si ritrovarono a chiedere ragione dei mancati pagamenti a un’impresa di fatto fantasma. Il sindacato punta quindi ad avere un nuovo incontro con Fincantieri sugli appalti, dopo quello tenuto prima delle ferie. Intanto il primo ottobre i lavoratori di Fincantieri si fermeranno per otto ore per lo sciopero nazionale indetto da Fim, Fiom, Uilm a difesa dell’unitarietà del gruppo. Lo sciopero sarà affiancato da una manifestazione a Roma davanti a Palazzo Chigi per sollecitare l’incontro richiesto da oltre quattro mesi alla presidenza del Consiglio dei ministri. Nel mirino dei sindacati c’è il mancato impegno nell’assegnazione di commesse pubbliche e la richiesta di un piano organico di rilancio e sviluppo del settore per superare l’attuale crisi. Sempre a Roma martedì avrà luogo intanto un convegno nazionale con le istituzioni locali (Regioni, Province e Comuni) sedi di cantiere sulle tematiche della cantieristica pubblica.

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Il Piccolo, 12 settembre 2010

CASO DENUNCIATO DALLA CISAL 
Negate le ferie a un bengalese 
Messo in cassa integrazione a parole dal datore di lavoro ha desiso di rivolgersi al prefetto

Assunto a tempo indeterminato da un’impresa locale dell’indotto Fincantieri, ma senza poter godere di ferie e permessi malattia. E’ quanto è capitato ad H.S. originario della città di Sharat Pur in Bangladesh, che un mese fa si è visto comunicare solo a parole dal suo datore di lavoro di essere stato messo in cassa integrazione ordinaria a causa dello scarico di lavoro. «Ho chiesto una comunicazione scritta – afferma -, ma non mi è mai stata fornita».
L’uomo, sposato e con due figli, residente in provincia, non ci sta però a essere un lavoratore di serie C, come si definisce, e ha deciso di rivolgersi al sindacato, pronto anche a portare il suo caso all’attenzione del prefetto di Gorizia. «La mia preoccupazione è forte in quanto sono padre di famiglia e ho a carico una moglie e due figli», dice H. S., che però ha deciso di difendere i propri diritti, nonostante il suo datore di lavoro l’avrebbe cercato di convincere a non rivolgersi al sindacato.
«Sono convinto – prosegue l’uomo – che il sindacato cui mi osno rivolto, la Cisal, risolverà la mia situazione. Se non verrà risolta, comunque, per salvaguardare la mia famiglia sono disposto a recarmi dal prefetto per spiegare che a chi lavora onestamente in Italia come me con un contratto a tempo indeterminato devono essere riconosciute tutele e diritti e non deve essere trattato come uno schiavo». H. S. sa di altri lavoratori del Bangladesh nelle sue stesse condizioni che, però «stanno nel silenzio e nell’anonimato perché hanno paura che appena dicono qualche cosa il datore di lavoro usi l’arma del licenziamento diretto».
Il segretario provinciale della Cisal, Fabrizio Ballaben sottolinea come la sua organizzazione si batta «contro ogni forma di sfruttamento del lavoro clandestino e minorile, per la piena dignità dei lavoratori immigrati, secondo una programmazione delle opportunità di lavoro che tenga comunque conto dell’obiettivo primario della piena occupazione dei cittadini italiani». «Per quanto riguarda i diritti – aggiunge Ballaben – questi devono essere tali per qualsiasi soggetto e i datori di lavoro debbano rispettare anche se essi provengono dal Bangladesh». La Cisal preannuncia quindi che difenderà i diritti dei lavoratori, compresi quelli del suo assistito originario del Bangladesh, in qualsiasi sede, anche quella giudiziaria, se necessario. (la. bl.)

Il Piccolo, 03 agosto 2010
 
Scoperta un’evasione di 8 milioni 
Intercettati dalla Gdf cinque imprenditori praticamente sconosciuti al Fisco 
Rilasciavano regolari fatture ma poi omettevano le successive dichiarazioni

Un’evasione fiscale superiore agli 8 milioni di euro, tra Iva, imposte sui redditi e Irap, messa in atto da cinque imprenditori, è stata scoperta dalla Gdf di Gorizia. In particolare l’attività investigativa ha consentito di segnalare ai competenti uffici finanziari, nel complesso, circa 8 milioni di euro di base imponibile sottratta a tassazione, ai fini delle imposte dirette, e 5,2 milioni ai fini dell’Irap, nonché di formulare proposte di recupero dell’Iva evasa pari complessivamente a oltre 700mila euro. L’indagine ha riguardato, tra le altre, una ditta di meccanica che opererebbe nel Monfalconese nell’indotto di Fincantieri e una ditta cittadina di riparazioni di apparecchiature elettroniche e tv, per la quale sarebbe stata rilevata un’evasione di 200mila euro. Le altre tre ditte si troverebbero nell’Isontino. La maxi-evasione è emersa nel corso di cinque verifiche fiscali che hanno interessato i settori della meccanica generale, della manutenzione e riparazione di macchine speciali e delle prestazioni di design. Secondo quanto accertato, sarebbe stata omessa la dichiarazione al Fisco di operazioni imponibili effettivamente poste in essere, individuate attraverso la ricostruzione del volume d’affari conseguito dai cinque contribuenti sottoposti all’attività ispettiva, ricostruzione che è stata possibile mediante controlli incrociati presso i clienti e indagini bancarie. I contribuenti controllati, pur emettendo regolari fatture, non provvedevano poi a presentare le dichiarazioni fiscali, rimanendo di fatto sconosciuti al Fisco. Le attività ispettive, che sono state concluse nei giorni scorsi, sono scaturite dal monitoraggio effettuato dai finanzieri sulle attività economiche in provincia, sia mediante l’incrocio di dati ed elementi informativi contenuti nelle numerose banche-dati in possesso degli stessi investigatori, sia attraverso il controllo economico del territorio, garantito dalle pattuglie. Il risultato raggiunto consentirà ora la rideterminazione della base imponibile effettivamente realizzata e in gran parte non dichiarata.
I contribuenti controllati, in effetti emettevano regolarmente le fatture al termine dei lavori effettuati, ma successivamente non provvedevano a presentare le conseguenti e dovute dichiarazioni fiscali. Di fatto quindi per il Fisco erano degli sconosciuti e potevano confidare nella maggior difficoltà, in tal modo, di essere individuati da parte degli organi inquirenti.

Il Piccolo, 13 luglio 2010
 
La Fiom denuncia la ”liberatoria” 
Fincantieri smentisce. Incontro a fine mese anche su questo problema

Si riunirà forse già a fine luglio il tavolo sugli appalti previsto dal contratto di Fincantieri. La società ha dato la disponibilità all’incontro, sollecitato da Fiom-Cgil che ha denunciato la ricomparsa nel cantiere della ”liberatoria”.
In sostanza, stando alla Fiom, i lavoratori dell’indotto che volessero spostarsi dalla propria impresa a un’altra che fornisce condizioni migliori non possono farlo, a meno che la ditta di partenza non dia il proprio assenso. La regola non ha alcun fondamento normativo, ma i dipendenti alla fine vi si attengono, sostiene la Fiom-Cgil, perchè minacciati di non trovare più alcun impiego non solo nello stabilimento di Monfalcone, ma in tutti i cantieri del gruppo. La pratica della liberatoria pareva ormai scomparsa, da una decina d’anni circa. Il sindacato ha iniziato a ricredersi alcuni mesi fa, quando nella sede di via Pacinotti è arrivato un lavoratore originario dell’ex Jugoslavia. «Ci chiedeva con insistenza ”la carta per poter andare in altra ditta” e noi a dirgli che un documento del genere non esiste proprio, è illegale», racconta il segretario provinciale della Fiom-Cgil Thomas Casotto.
Poteva essere un caso isolato. In questi giorni, però, nella bacheca di un’impresa dell’indotto è apparsa una nota in cui si afferma che «chi si licenzia da qualsiasi ditta di Fincantieri non potrà lavorare in tutti i cantieri d’Italia». «L’impresa, in aggiunta, sostiene nella nota affissa in bacheca che la posizione sarebbe condivisa da Fincantieri – afferma il segretario provinciale della Fiom Casotto -. Se fossi Fincantieri, denuncerei l’impresa per quanto dichiarato e cercherei di mettere ordine nel mondo degli appalti, come stiamo chiedendo da tempo». La società da parte sua dichiara che la pratica della liberatoria è scomparsa da dieci anni nello stabilimento invitando la Fiom ad assumersi la responsabilità di quanto affermato. (la.bl.)

Il Piccolo, 06 agosto 2010
 
INCONTRO AZIENDA-SINDACATI 
Rischio di 500 esuberi nell’indotto Fincantieri 
Fim, Fiom e Uilm temono un duro impatto sociale e chiedono garanzie

Il sindacato teme per la deriva che rischia di prendere l’indotto Fincantieri. E lo ha manifestato in un vertice con l’azienda svoltosi in Confindustria a Gorizia. Secondo le stime di Fincantieri, l’indotto produrrà almeno 500 esuberi strutturali. Per cui Fim, Fiom e Uilm chiedono un particolare impegno da parte dell’azienda e delle istituzioni «nell’affrontare quello che per i prossimi anni sarà un passaggio delicatissimo della situazione industriale e sociale del territorio».
Attualmente sono circa 3500 i lavoratori dell’indotto Fincantieri, picco massimo in vista della consegna della ”Queen Elizabeth” a settembre, ma questo numero è destinato a scendere successivamente attorno alle 3000 unità per poi ridursi a circa 2300/2500 da gennaio 2011 in poi.
Nel corso della riunione, le parti sono scese nel dettaglio dei carichi di lavoro previsti per le ditte in appalto, delle modalità di gestione degli ammortizzatori sociali, della ottimizzazione dei servizi interni quali mensa, spogliatoi e trasporti, della situazione di alcune aziende storiche dell’appalto Fincantieri.
Secondo i sindacati, vanno stabilite modalità di fruizione e di anticipo dei trattamenti di cassa integrazione per i lavoratori dell’indotto. «In assenza di tali misure – è stato detto – c’è il rischio di ritrovarsi centinaia di casi simili a quello che ha coinvolto Eaton in questi mesi». Fim, Fiom e Uilm hanno quindi ribadito «la prioritaria importanza che va data all’azione di legalità e trasparenza dell’indotto: i casi di palesi irregolarità a cadenza ormai quotidiana – è stato detto – confermano che la rete preventiva ha maglie troppo larghe e che altri devono essere gli strumenti messi in campo». È stato anche chiesto che i trasporti interni vengano resi fruibili anche per i lavoratori dell’indotto e che siano migliorate le condizioni degli spogliatoi. Apprezzamento da parte del sindacato è venuto per la disponibilità manifestata da Fincantieri a fare il possibile per il rispetto della legalità degli appalti interni. Ma il sindacato chiede un salto di qualità in questo delicato settore.

Il Piccolo, 26 maggio 2010
 
FULMINE A CIEL SERENO ALLA FINCANTIERI
Capobianco lascia la direzione, torna De Marco 
Cambio al vertice: il nuovo responsabile sarà affiancato da Quintano proveniente da Ancona
L’azienda: decisione per razionalizzare le competenze

Fulmine a ciel sereno nella stanza dei bottoni alla Fincantieri di Monfalcone. Con decorrenza da ieri, Paolo Capobianco, 58 anni, ingegnere navalmeccanico, non è più direttore dello stabilimento di Panzano, il maggiore dei nove cantieri dell’intero gruppo, che conta circa 1.800 dipendenti diretti, a cui si aggiungono i 2.500 lavoratori delle ditte private impiegate nell’indotto. L’avvicendamento è stato firmato dall’amministratore delegato Giuseppe Bono. Capobianco ha assunto l’incarico di vicedirettore della Corporate sviluppo industriale, con sede a Trieste, il cui vertice è rappresentato da Carlo De Marco, ora nominato nuovo direttore ad interim della Fincantieri di Monfalcone. Sarà supportato da Antonio Quintano, attuale dirigente del cantiere di Ancona, il quale si occuperà in particolare della realizzazione dei programmi produttivi. Quintano è stato vicedirettore del polo di Marghera, dove lo stesso Capobianco – nato a Monfalcone – si era trasferito nel 2002 per impugnare il timone dello stabilimento navale veneto.
Secondo quanto reso noto da Fincantieri, «alla luce dell’esperienza maturata a Marghera e a Monfalcone, Capobianco sarà chiamato a mettere in rete tutte le conoscenze acquisite». Resta il fatto che la fulmineità dell’ordine di servizio partito dall’ad Bono ha fatto sussultare sulle sedie più di un dirigente del gruppo. Una prassi di questo tipo, che ha praticamente azzerato i termini di avviso, risulta infatti assolutamente inusitata. Tant’è che la notizia è circolata molto rapidamente, ieri, tra le alte sfere. È consuetudine che i cambi di ruoli di vertice siano comunicati con un certo anticipo, cosa che, pare, in questo caso non è avvenuta.
«L’avvicendamento – ha proseguito ancora il gruppo – rappresenta una volontà e una necessità di razionalizzazione delle competenze, alla luce anche dell’attuale frangente di scarico produttivo». Ad Ancona, infatti, la mole di lavoro risulta sicuramente ridimensionata rispetto alla realtà monfalconese. Di qui la necessità di ”esportare” Quintano in sedi al momento più opportune.

Il Piccolo, 26 maggio 2010
 
PANZANO. PER L’AZIENDA L’AVVICENDAMENTO ALLA DIREZIONE TRA CAPOBIANCO E DE MARCO E’ DEL TUTTO NORMALE 
«Cantiere, cambio al vertice in una fase delicata» 
Holjar (Uilm): proprio ora che la Cig toccherà il Montaggio. Luxich (Fiom): scelte legate agli scarichi di lavoro

di TIZIANA CARPINELLI

È dai ranghi sindacali che sono uscite, ieri, le prime reazioni al repentino cambio di timone alla Fincantieri di Monfalcone, dove l’altro giorno si è registrato l’avvicendamento di Paolo Capobianco, 58 anni, ingegnere navalmeccanico, dal ruolo di direttore dello stabilimento di Panzano. Andrà a ricoprire l’incarico di vicedirettore alla Corporate sviluppo industriale, con sede a Trieste. Un ruolo ritenuto dall’azienda più prestigioso e in linea con le competenze maturate nel suo cursus honorum. Pur messi a conoscenza, la sera prima, dell’ordine di servizio firmato dall’ad Giuseppe Bono, i rappresentanti delle sigle Fiom, Fim e Uilm sono letteralmente caduti dalle nuvole alla notizia del cambio di vertice. Infatti hanno chiesto ieri mattina un incontro urgente con la direzione dello stabilimento, la quale ha poi illustrato alla Rsu i mutati scenari, presenti lo stesso Capobianco e Carlo De Marco, nominato direttore ad interim (supportato da Antonio Quintano, dirigente proveniente da Ancona).
«È stata una decisione inaspettata – ha esordito Moreno Luxich (Fiom) -: prassi vorrebbe che comunicazioni di questo tipo venissero annunciate con un certo preavviso. Ci rendiamo conto, tuttavia, che si tratta di scelte dettate da contingenze economiche, legate agli scarichi di lavoro, ed è dunque alla luce di un tale quadro che reputo plausibile l’ottimizzazione delle risorse». «Con l’ex direttore Capobianco – ha proseguito – abbiamo avviato un percorso importante, teso alla gestione della Cassa integrazione, di fatto a tutt’oggi la criticità maggiore, e alla discussione sugli appalti, da affrontare a breve in Confindustria. Ebbene finora siamo riusciti a trattare questi aspetti con esito positivo: vi sono state, certo, delle dispute accese e a tratti perfino aspre, ma su tutti i punti si è riusciti a trovare una soluzione. Il nostro auspicio, dunque, è che si possa continuare sul solco tracciato da Capobianco. Poiché, pur nella distanza dei reciproci ruoli, non sono mai venuti meno il rispetto e la lealtà. Il dirigente ha saputo agire con senso di responsabilità, da buon interlocutore». «È stato un fulmine a ciel sereno – ha aggiunto Andrea Holjar (Uilm) – tanto più che l’ordine è arrivato nel momento il cui la Cigo entra nella fase sindacalmente più complessa, andando a toccare le aree del Montaggio e del Pre-montaggio, significativamente in mano alle ditte d’appalto, e a ridosso della verifica di giugno sull’integrativo. Non conosciamo le ragioni interne dell’avvicendamento, ma sappiamo che la motivazione è legata a scelte tecniche: ora Capobianco potrà mettere a frutto la sua grande esperienza seguendo tutti i cantieri. Noi ci siamo trovati bene: anche nello scontro si è dimostrata una persona leale».
E proprio il temperamento franco dell’ex direttore di stabilimento, stando a voci di corridoio, potrebbe aver influito nei rapporti con l’armatore che, in qualche modo, avrebbero a loro volta inciso sugli indirizzi. Ma la Fincantieri non ha inteso prestare il fianco a dietrologie, ribadendo anzi il prestigio dell’incarico assegnato a Capobianco: «Alla Corporate sviluppo e direzione industriale – rende noto il gruppo – egli potrà seguire l’efficientamento complessivo grazie al trasferimento delle pratiche e delle metodologie migliori perseguite nei diversi cantieri, dunque intervenendo sui processi e la qualità dei prodotti. Sulla scorta dell’esperienza maturata Capobianco potrà fare molto bene alla Corporate: continuerà a seguire il cantiere di Monfalcone, ma da un altro livello, superiore s’intende». Relativamente alla fulmineità dell’ordine di servizio, Fincantieri ha sottolineato che «si è trattato di un inter assolutamente normale, non c’è stato alcun taglio di teste: se si va dietro alle voci, allora già mesi fa Capobianco sarebbe dovuto finire in Liguria». «In realtà – ha chiosato – l’avvicendamento rappresenta solo la volontà di razionalizzare le competenze, alla luce dello scarico produttivo».
L’onestà intellettuale dell’ex direttore è stata tirata in ballo anche da Michele Zoff (Fim): «Ci ha lasciato un po’ perplessi l’improvviso colpo di scena, poichè il cambiamento, all’interno della Fincantieri, è sempre stato graduale. Io ho apprezzato molto, sotto il profilo umano, l’ingegner Capobianco: l’ho trovato leale, preparato, aperto al dialogo e sempre rispettoso dei ruoli». E il nuovo direttore ad interim, peraltro già dirigente a Panzano? «Tecnicamente competente e profondo conoscitore dell’ambiente – ha replicato -: non credo che avremo problemi».

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