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Il Piccolo, 14 marzo 2009 
 
Monfalcone, crollano i traffici in porto  
EFFETTI CRISI 
Frenano i metalli (-40%) e le automobili (-50%). Tengono cellulosa e cereali 
Il 2009 si prospetta difficile per lo scalo Fortemente ridotto anche il combustibile
 
 
di LAURA BLASICH

MONFALCONE Il porto di Monfalcone inizia a pagare in pieno la crisi che ha investito i settori cui è legata a doppio filo la maggior parte dei suoi traffici: complessivamente il dato di febbraio 2008 su 2009 registra un arretramento del 33%. Le frenata del settore siderurgico e dell’acciaio, che ha colpito importanti clienti di Portorosega, come Abs, ha rallentato soprattutto gli imbarchi di prodotti metallurgici (meno 40%, gli sbarchi chiudono alla pari e 205mila tonnellate movimentate), mentre il crollo delle vendite di automobili ha in pratica ridotto del 50% nel primo bimestre di quest’anno la movimentazione di rotabili da parte della Cetal, società controllata del gruppo partenopeo Grimaldi, che pure aveva chiuso il 2008 con un ampio positivo rispetto l’anno precedente.
L’unica voce in ripresa sembra quella della cellullosa (120mila tonnellate movimentate nel bimestre, pari a un più 13,71%), il cui traffico è legato all’industria cartaria, anche se merce rimane ancora stoccata nei piazzali del porto di Monfalcone. L’altro traffico in positivo, anche se dal peso ridotto, è quello dei cereali, all’imbarco nel mulino De Franceschi di Monfalcone. A migliorare il bilancio dello scalo fra l’altro in questo inizio d’anno non interviene il carbone sbarcato alla banchina della centrale termoelettrica E.On.
L’arrivo del combustibile, che dovrebbe comunque riprendere da questo mese, è stato fortemente ridotto tra gennaio e febbraio dalla fermata del gruppo 2 per la sostituzione dei trasformatori. Il 2009 si prospetta quindi come un anno decisamente difficile per il porto di Monfalcone, tuttora a vocazione quasi del tutto industriale, oltre che di transizione, visto che, pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, la gestione del demanio di Portorosega passa ora alla Regione.
Il gruppo Maneschi che ha acquistato alla fine di luglio del 2008 la Compagnia portuale di Monfalcone, la principale impresa autorizzata a operare in banchina a Portorosega, si sta quindi attrezzando ad attraversare un momento di cui non nasconde la difficoltà.
Da un lato continuando a operare per agganciare nuovi traffici, che potrebbero almeno in parte compensare la stasi di quelli storici e consolidati, dall’altro mettendo in atto tutte le azioni necessarie a superare la crisi con il minor numero di danni, anche dal punto di vista occupazionale. «Stiamo lavorando per portare due importanti nuovi traffici a Monfalcone – conferma Riccardo Scaramelli, vicepresidente della Compagnia portuale – e speriamo di attivarne uno dal primo di aprile, anche se siamo in concorrenza con altri porti. Purtroppo, mentre le ferrovie straniere abbassano i costi, quelle italiane li alzano. Noi, però, continueremo a combattere per essere vincitori in questa gara».
Scaramelli non nasconde come la crisi abbia raggiunto in pieno Monfalcone e, viste le dimensioni globali, stia creando dei problemi. «Non ci siamo però pentiti dell’investimento fatto – sottolinea -, perché il sistema creato da Monfalcone, Molo VII a Trieste e scalo ferroviario di Cervignano rimane un punto di forza e lo sarà soprattutto quando usciremo dalla crisi. In ogni caso ci stiamo organizzando per resistere a questo periodo con il supporto delle autorità, dei sindacati, delle forze interne e dei nostri clienti».
L’unico dato positivo di questo periodo, comunque, ammette il vicepresidente della Compagnia portuale e presidente dell’Interporto di Cervignano, è la ripresa dell’attività di taglio del legname che la Compagnia effettua all’interno della cartiera di San Giovanni di Duino e che si era bloccata in seguito all’infortunio mortale che ha avuto come vittima proprio un dipendente dell’impresa. I lavoratori impiegati nell’attività sono del resto una dozzina. Anche l’Azienda speciale per il porto si sta comunque muovendo per fronteggiare al meglio questo periodo. L’Aspm sta inoltre continuando a lavorare per realizzare il terminale di cabotaggio finanziato con 25 milioni di euro dal ministero delle infrastrutture e che ha catturato il concreto interesse di Minoan, di cui è proprietario all’80% il gruppo Grimaldi. Il progetto di Minoan, che a Monfalcone avrebbe dovuto avviare un trasporto di trailer, ha però di fatto subito un rallentamento a causa del peggioramento delle condizioni economiche generali.  
 
Messaggero Veneto, 14 marzo 2009 
 
La crisi frena ancora i traffici di Portorosega 
MONFALCONE
 
 
MONFALCONE. I dati del primo bimestre e del secondo mese 2009 hanno confermato i primi, forti effetti del calo della produzione industriale e della crisi economica mondiale sull’attività del porto di Monfalcone, che pur aveva chiuso il 2008 con un buon dato, visto che le tonnellate movimentate in banchina erano state, anche se di poco, superiori ai 4 milioni.
Se già a gennaio erano stati confermati gli influssi negativi del calo della produzione e dei consumi, con un -23,48% sul totale di sbarchi e imbarchi, rispetto al dato dello stesso mese 2008, anche febbraio ha purtroppo confermato il trend: sono state movimentate 245.230 tonnellate contro le 365.720 dello stesso mese 2008, pari a -32,95%.
Un dato che non ha bisogno di commenti sul significato, rispetto al calo di traffici e al suo legame con le attività industriali. Negativo anche il dato del bimestre gennaio-febbraio, che ha visto movimentare il 28,72% di merci in meno. I dati, forniti dall’Azienda speciale per il porto, parlano di 216.076 tonnellate sbarcate a febbraio contro 335.985 dello stesso mese 2008, pari a -35%, mentre sul bimestre il dato negativo si attesta al -28%.
Gli imbarchi di febbraio hanno visto partire dalle banchine di Portorosega 29.154 tonnellate contro le 29.735 del febbraio 2008, pari al 2% in meno, dato che sale al -27% con i dati del bimestre, che vedono imbarcate 55.150 tonnellate rispetto a 76.380 del bimestre 2008. L’unico dato positivo del bimestre riguarda lo sbarco della cellulosa, che ha registrato il 13.71% in più. Dato che però rischia di essere inficiato dal fatto che poi il materiale resta stoccato a lungo sui piazzali. Negativo anche il dato del combustibile, -65%, dato su cui ha influito il fatto che uno dei gruppi della centrale termoelettrica sia rimasto fermo per i lavori del desolforatore. Sempre sul bimestre negativo anche il dato del caolino, -70%, e dei prodotti metallurgici, -0,15% (all’imbarco lo stesso settore ha registrato un pesante -40%).
Sui cereali è pesata la cassa integrazione dei Molini De Francheschi. Decisamente negativi anche i dati del terminal auto (tra -59% e -36%).
«Confermiamo che la crisi fa sentire i suoi effetti, ma stiamo lavorando per agganciare traffici nuovi. Bisogna poi vedere quando partiranno, anche se uno potrebbe partire con aprile – spiega il vicepresidente della Compagnia portuale, Riccardo Scaramelli –. La crisi però è globale e ciò che è fermo qui lo è anche in Austria o in Germania».
Rispetto a possibili tagli occupazionali, Scaramelli dice che si sta effettuando una revisione interna che sarà affrontata però con il consenso dei dipendenti.

Il Piccolo, 17 marzo 2009 
 
RIDUZIONE DI ORGANICI: IPOTESI DI INTESA TRA GRUPPO MANESCHI E SINDACATI  
Il porto frena, 23 in mobilità nella Compagnia  
Giovedì la decisione dell’assemblea dei lavoratori. Prevista anche una decina di esodi incentivati
 
 
di LAURA BLASICH

Il netto calo dei traffici nel porto di Monfalcone, che ha chiuso il primo bimestre del 2009 a meno 29% rispetto lo stesso periodo del 2008, avrà ripercussioni sul fronte dell’occupazione. La Compagnia portuale e i sindacati hanno raggiunto un’ipotesi di intesa che prevede, tra l’altro, il ricorso alla mobilità per un massimo dei 23 dei 121 dipendenti dell’impresa. I lavoratori esprimeranno il loro parere sulla bozza di accordo giovedì, in assemblea, ma il sindacato di categoria aveva già ricevuto il mandato a trattare per tentare di gestire al meglio i problemi di organico provocati dalla diminuzione dell’attività portuale. Il numero del personale che potrebbe essere coinvolto è stato calcolato tenendo conto dell’anzianità, cioé di quanti lavoratori potrebbero raggiungere la prima finestra utile al pensionamento nell’arco di 20 mesi (anche se la legge ne garantisce 36). La maggior parte della ventina di addetti, che in ogni caso potranno aderire alla proposta di mobilità in modo del tutto volontario, è quindi data da ex soci della Compagnia portuale, trasformatasi poi in impresa negli scorsi anni a fronte della normativa sul lavoro portuale. L’ipotesi di accordo raggiunta con il gruppo Maneschi, che ha acquistato la società alla fine del luglio del 2008 e già controlla il Molo VII di Trieste e l’Interporto di Cervignano, è costruita comunque su altri due punti. Gli strumenti individuati per governare al meglio la necessità di adeguare gli organici all’attuale carico di lavoro consistono anche nel sostegno a esodi volontari, che sarebbero quindi incentivati, come del resto la mobilità, e nel distacco di alcuni dipendenti in altre imprese autorizzate a operare in banchina. In questo caso si tratterebbe di una decina di persone, che manterrebbero in ogni caso il rapporto di dipendenza con la Compagnia portuale. Le procedure previste dalla bozza di accordo che sarà sottoposta al parere dei lavoratori, dovrebbero rimanere aperte per 12 mesi dalla firma e in ogni caso fino alla fine del 2010.
Si tratta del periodo ritenuto o auspicato sufficiente a superare la crisi che ha investito l’industria e sta quindi colpendo in modo molto serio anche uno scalo che alle attività produttive è legato strettamente. Ripercussioni sotto il profilo occupazionale stanno riguardando già fra l’altro l’Alto Adriatico, impresa autorizzata a operare in articolo 17 all’interno del porto e che dallo scorso anno si è occupata anche della movimentazione dei rotabili dai traghetti al piazzale e viceversa per conto della Cetal del gruppo partenopeo Grimaldi. Il calo del 50% del traffico di automobili nei primi due mesi di quest’anno rispetto lo stesso periodo del 2008 ha intanto provocato la mancata riconferma di alcuni contratti a termine.
L’operazione in fase di conclusione con la Compagnia portuale sembra però far sperare al sindacato che ci possa essere un recupero di questi lavoratori all’interno di Portorosega dove, visto anche l’utilizzo del distacco, non dovrebbero entrare nuovi addetti. A soffrire è comunque in generale il mondo dei trasporti, a partire da quelli su gomma. È quindi confermata fino a dopo Pasqua la cassa integrazione ordinaria che sta interessando dallo scorso mese una decina di autisti della Cunja. La frenata del settore siderurgico e dell’acciaio, che ha colpito importanti clienti di Portorosega, come Abs, ha rallentato soprattutto gli imbarchi di prodotti metallurgici (meno 40% nel bimestre), mentre il crollo delle vendite di automobili ha in pratica ridotto del 50% la movimentazione di rotabili. L’unica voce in ripresa sembra quella della cellullosa, anche se merce rimane ancora stoccata nei piazzali più a lungo del solito. L’altro traffico in positivo, anche se dal peso ridotto per il porto, è quello dei cereali all’imbarco nel mulino De Franceschi, la cui attività non pare in questo momento in sofferenza, come avveniva invece un anno fa. In porto inoltre continua a creare un clima di incertezza la mancanza di un percorso ancora chiaro per il trasferimento della gestione del demanio dallo Stato alla Regione.

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Il Piccolo, 05 novembre 2008 
 
IL SINDACO: «PIÙ CONTROLLI CONTRO L’INQUINAMENTO»  
Centrale, filtri anti-carbone in funzione  
A2A conferma di voler completare la riconversione a metano
  
 
I desolforatori commissionati da Endesa Italia per abbattere le emissioni dei due gruppi a carbone della centrale termolettrica di Monfalcone sono già entrati in funzione, mentre il percorso per la riconversione a gas dei due gruppi alimentati a olio combustibile non si è arenato. E A2A, che dal primo gennaio subentrerà a E.On nella proprietà del più grande impianto energetico della regione, intende rispettare il programma avviato a suo tempo da Endesa Italia per mettere al banbo i due gruppi alimentati a olio combustibile, peraltro già ora scarsamente utilizzati.
Lo afferma il sindaco Gianfranco Pizzolitto, rispondendo di fatto a Legambiente che in questi giorni aveva espresso le sue preoccupazioni sul rispetto dell’accordo siglato da Endesa con Regione e Provincia nel 2004 per l’ambientalizzazione dell’impianto a fronte dei cambiamenti subiti dalla proprietà della centrale in questi ultimi mesi. Legambiente aveva inoltre chiesto rassicurazioni sulle emissioni di diossina dell’impianto. «Ho incontrato due volte in modo ufficiale i massimi vertici di A2A – ha affermato il sindaco -, ponendo soprattutto il problema della conversione a gas dei due gruppi funzionanti a olio combustibile. Ho chiarito inoltre che l’amministrazione comunale e la comunità monfalconese possono ragionare con i nuovi insediati solo a patto che l’accordo siglato da Endesa nel 2004 sia rispettato nella sua totalità. In caso contrario ho spiegato altrettanto nettamente che l’amministrazione comunale e la comunità sono pronte a scendere in guerra».
Risolto il contenzioso tra il committente e l’impresa realizzatrice, comunque, i due desolforatori a calcare-gesso progettati per ridurre le emissioni di anidride solforosa dei due gruppi alimentati a carbone sono entrati in funzione, riferisce il sindaco. Il percorso autorizzativo della nuova sezione a ciclo combinato alimentata a gas da 815 megawatt che andrà a sostituire i due gruppi a olio da 320 megawatt di potenza ciascuno non si è inoltre fermato. «Mancano l’Aia, cioé l’Autorizzazione integrata ambientale, e il decreto finale del ministero dello Sviluppo economico – prosegue il sindaco -. La conferenza dei servizi relativa all’Aia era già stata convocata ed è stata poi rinviata. Credo però che sarà riunita a breve, dando la possibilità di completare l’iter e vedere partire i lavori».
L’Aia, fra l’altro, sottolinea Pizzolitto, comprenderà anche un piano di monitoraggio ambientale con un’azione combinata tra azienda, Arpa e ministero dell’Ambiente. «A quel punto esisterà uno strumento di natura oggettiva attraverso il quale la situazione sarà costantemente monitorata», spiega il sindaco. Per raggiungere l’obiettivo ci vorrà però almeno un anno e quindi il sindaco ha chiesto ad Arpa di fornire nel frattempo ogni quattro mesi i dati sulle emissioni della centrale termoelettrica in contraddittorio con quelli rilevati dalla rete di monitoraggio gestita sul territorio dalla proprietà dell’impianto.
«In questo modo sarà fugata la possibilità che esista qualsiasi rischio per la salute dei cittadini e l’ambiente», afferma Pizzolitto, che ha contattato Arpa anche per avere dei dati puntuali sulle emissioni di diossina della centrale termoelettrica, finita alla ribalta nelle scorse settimane dopo la pubblicazione del dato che attribuisce all’impianto la produzione del 3,7% di tutta la diossina dispersa nell’aria in Italia. Una quota di emissioni niente affatto trascurabile, visto che rappresenta più del doppio della diossina prodotta in tutta l’Austria.
La Provincia ha fra l’altro già deciso di riunire la Commissione grandi impatti per approfondire il parametro riportato dall’Inventario nazionale delle emissioni (l’Ines), redatto direttamente dal Ministero dell’ambiente, nel quale viene riportato il coefficiente del 3,7%.
«Vogliamo chiarezza, anche perché questa tipologia di impianti – prosegue il sindaco – in linea di massima non produce emissioni di questo genere». Pizzolitto conta quindi di fornire una risposta puntuale a Legambiente anche su questo fronte nell’arco dei prossimi giorni.

Il Piccolo, 10 novembre 2009 
 
CENTRALE. LA SOCIETÀ RESPINGE LE ACCUSE DI INQUINAMENTO  
A2A pronta a entrare nella partita-nucleare  
Il presidente Zuccoli precisa: «Il ministero deve ancora decidere se e dove saranno realizzati gli impianti»
 
 
di NICOLA COMELLI

«La centrale di Monfalcone dispone della certificazione europea Emas, e questo significa che l’impatto ambientale rientra nei limiti previsti dalla normativa». A2A, dopo le preoccupazioni che in questi ultimi giorni sono piovute dall’una e dall’altra parte del confine (da parte dei primi cittadini di Monfalcone e Nova Gorica, Pizzolitto e Brulc), interviene per dire la sua sull’impianto che recentemente ha rilevato da E.On. Anche per ricordare che, sul nucleare, «intende essere della partita». Del resto, il presidente della multiservizi bresciano-milanese, Giuliano Zuccoli, si era esposto già da tempo sul questo tema, affermando in diverse occasioni, che la società che guida «è pronta a giocare un ruolo attivo in materia di politica energetica nazionale».
Anche se, ricordano da A2A, «se, e dove, le centrali nucleari verranno realizzate nel nostro Paese lo deciderà il Governo, e più precisamente il ministero per lo Sviluppo economico. Non certo noi». Al momento, la società intende concentrarsi sul piano di riconversione ”pulita” della centrale monfalconese. Un piano, ricordano dalla multiutility, «del quale sono a conoscenza tutti gli enti locali, a cominciare dal sindaco di Monfalcone, che sa perfettamente quali sono gli interventi messi in calendario e gli investimenti previsti». Al momento, comunque, la certificazione Emas garantisce «la massima copertura di natura ambientale».
Periodicamente, spiegano i tecnici della società, «gli esperti dell’ente certificatore si recano negli impianti che richiedono, o sono già in possesso, della certificazione, per verificare che strutture, procedure di gestione e modalità di funzionamento rispettino gli standard previsti. E se qualcosa non torna allora il ”diploma di qualità ambientale” viene immediatamente sospeso, fino a quando tutti i parametri non rientrano nei limiti previsti».
Emas è l’acronimo di Eco-management and audit scheme: si tratta di uno strumento volontario (ma non obbligatorio) del quale possono fare richiesta oltre che le aziende, comprese quelle medio piccole, anche le pubbliche amministrazioni. Nel Friuli Venezia Giulia, sulla base dei dati pubblicati sul sito internet dell’Ispra (www.isprambiente.it), l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, costola operativa del ministero dell’Ambiente, sono 18 i siti in possesso di questa certificazione. Fra queste, per l’appunto, la centrale termoelettrica monfalconese di A2A, il cui codice certificativo è IT-000068.
La data della prima registrazione risale al 31 luglio 2001, mentre il certificato oggi posseduto dall’impianto scadrà il prossimo 30 maggio. Entro quella data, in altre parole, riceverà la visita degli ispettori che dovranno esaminere se i requisiti Emas permangono, oppure no. Ad aver verificato la rispondenza ai protocolli Emas è stata la Certiquality srl, società specializzata in questo genere di verifiche, accreditato dal 1998 dal ministero dell’Ambiente (codice di accreditamento IT-V-001) per questo genere di indagini. Come detto, a possedere la certificazione, in regione, figurano anche alcune organizzazioni: tra queste, oltre a diverse amministrazioni comunali (nessuna della provincia di Gorizia però), anche il Consorzio per lo sviluppo industriale di Monfalcone e la multiservizi triestino – padovana AcegasAps.
 
NEL 1965 L’ENTRATA IN FUNZIONE DEL PRIMO GRUPPO  
Convivenza difficile da 44 anni

 
È da oltre quarant’anni che un quartiere di Monfalcone è costretto a convivere con una centrale termoelettrica. Ma è da 26 – da quando cioè sono stati raddoppiati i gruppi alimentati a olio combustibile – che l’impatto sui circa 500 residenti nelle abitazioni circostanti si è fatto più pesante alimentando critiche, fino alla costituzione di un Comitato. La coabitazione comunque è sempre difficile: all’inizio per il problema dell’amianto, utilizzato ampiamente nell’impianto. Poi per le ricadute di macchie oleose, di varie sostanze inquinanti e di polveri di carbone sulle abitazioni. Quindi per il rumore prodotto dall’impianto.
Preoccupazioni sono emerse anche per la salute della gente residente attorno al quartiere. Al punto che l’Ass e il Comune hanno provveduto a effettuare una monitoraggio sanitario sulla popolazione. Centinaia i cittadini sottoposti a esami clinici, circa due anni fa, che hanno però fornito dati rassicuranti.
La centrale, realizzata da Enel e passata in anni recenti prima a Endesa, quindi a E.On. e ad A2A, si trova lungo la sponda orientale del canale Valentinis su un’area di venti ettari. È costituita da quattro gruppi che funzionano indipendentemente con potenza complessiva di 976 megawatt. Le sezioni 1 e 2, alimentate sia a carbone che a olio combustibile sono entrate in esercizio nel 1965 e nel 1970, mentre le sezioni 3 e 4, a olio combustibile nel 1983 e nel 1984. È stato in quegli anni che l’impianto è diventato il più potente della regione. Anche grazie alle battaglie di Comitato, associazioni ambientaliste e Comune, l’impianto è stato sottoposto negli anni a vari interventi per ridurne l’impatto sia isolando i cumuli di carbone, sia limitando l’impiego dei gruppi alimentati a olio combustibile. All’inizio del 2008, poi, sono entrati in servizio i desolforatori per l’abbattimento delle emissioni di biossido di zolfo delle sezioni a carbone.
Per la centrale sono già stati previsti investimenti, già autorizzati e corredati di valutazione di impatto ambientale. È destinato a slittare però proprio il progetto più importante sul tappeto, costituito dalla dismissione dei due gruppi alimentati a olio combustibile, i più inquinanti. La loro chiusura, con la contestuale installazione di un nuovo gruppo alimentato a metano di 815 megawatt, così da portare la potenza complessiva dell’impianto a circa 1140 megawatt, era prevista entro il 2011. Ma A2A ha deciso di rivedere il progetto, ritenendo di andare anche a una modifica del gasdotto di 17 chilometri tra Villesse e la centrale. Tutto ciò dovrebbe far slittare l’intervento al 2013, termine ultimo concesso dal ministero. (f.m.)

Il Piccolo, 03 novembre 2008 
  
CENTRALE TERMOELETTRICA  
Nuova gru per lo sbarco di carbone
 
 
Un investimento di oltre 3 milioni di euro per una nuova gru portuale interamente progettata e costruita da imprese locali. È quello che interessa la centrale elettrica di Monfalcone e che si concretizzerà nei primi mesi del prossimo anno con l’approntamento di un nuovo e rivoluzionario sistema di scarico del carbone dalla banchina e il suo convogliamento verso la centrale. Il tutto in un più vasto programma di ammodernamento deciso da E-On, già Endesa, che punta a diversi obiettivi. Il nuovo macchinario sostituirà i due attuali ponti gru, ormai vetusti. Realizzeranno la gru l’Ardea e le Reggiane, l’una per la tramoggia, l’altra per la gru. Il nuovo «sistema» sarà operativo dal 2009. Si tratta di una struttura colossale: la tramoggia è alta 15 metri, larga 10, del peso di 150 tonnellate e dalla capacità di 200 metri cubi. La gru è alta 64 metri, larga 16, pesa 330 tonnellate e ha una portata di 16. La nuova gru consentirà di sveltire le operazioni di scarico del carbone per alimentare l’impianto di 160 megawatt della centrale, con una minor dispersione di polveri nell’atmosfera. Le manovre saranno effettuate all’interno di una cabina insonorizzata e con il semplice uso di un joystick. «È indubbio il vantaggio anche sotto il profilo economico – afferma Giuseppe Picini, responsabile dei grandi progetti di E-On – visto che lo scarico si svolgerà in tempi ridotti rispetto al passato con una minor permanenza delle navi e delle chiatte in banchina. Rilevante anche il riflesso nei confronti dell’indotto, visto che le due imprese che stanno lavorando e che hanno vinto una gara che vedeva impegnati competitor internazionali, sono entrambe locali e hanno dimostrato tutta la loro professionalità nel condurre l’operazione. La nuova gru avrà la possibilità di movimentare quasi il doppio del carbone che oggi viene scaricato usando due macchinari». Le operazioni di approntamento della gru inizieranno a metà gennaio e nello stesso periodo verranno accantonate le due già esistenti.
Luca Perrino
 

Messaggero Veneto, 03 novembre 2008 
 
«Impianto a biomasse, rischio inquinamento» 
STARANZANO
 
 
STARANZANO. Esprime perplessità nei confronti del progetto di impianto di biomasse che dovrebbe essere realizzato a Staranzano, in località Bistrigna dalla società Elettrostudio srl, ma chiarisce che la sua posizione non deriva da un giudizio preconcetto o in quanto estremista dell’ambiente, visto che l’impianto per alimentarsi userebbe olio vegetale, quindi fonte di energia rinnovabile e quindi assimilabile all’energie alternative previste dai parametri europei più moderni.
«La mia preoccupazione – spiega il consigliere comunale staranzanese di Alleanza nazionale, Alessandro Marega – riguarda invece alcuni punti che non sono chiari e riguardano l’eventuale inquinamento delle falde acquifere a cui non è stata data risposta. Visto la grandezza di questo impianto un problema è legato (e questa è una mia grossa preoccupazione) al prelievo dal sottosuolo di enormi quantità d’acqua necessaria al raffreddamento degli impianti e la gestione delle acque reflue».
Evidenzia poi come non sia chiaro come avverrà il trasporto del combustibile. Se avvenisse via ferrovia Marega non avrebbe nulla da ridire, ma se invece, come proposto dal segretario del Pd, servisse creare un impianto a tubazione, il rappresentante di An sarebbe nettamente contrario, visto che «sarebbe un’opera che porterebbe maggiori escavazioni e vincoli al territorio comunale. Altro fatto rilevante è che la società di gestione dell’impianto farà degli accordi a carattere pluriennale con l’amministrazione comunale e sarebbe il caso che la giunta comunale si attivasse per chiarire quali vantaggi i cittadini avrebbero da questo accordo. In ogni caso – prosegue – spero che questi accordi possano andare a favore di tutta la comunità attraverso congrue diminuzioni della bolletta energetica delle famiglie staranzanesi». Il progetto per l’impianto a biomasse dispone dei premi derivati dai cosiddetti “certificati verdi”, contributi erogati per la produzione di energia da fonti rinnovabili. «Ma terminata l’erogazione dei certificati, la centrale probabilmente sarà antieconomica e bisognerà pensare ad una ipotetica conversione o dismissione. E allora – chiede – chi se ne farà carico? Penso che si debba coinvolgere maggiormente la popolazione residente con una discussione serena e aperta evitando fratture ideologiche e di propaganda. Il mio non è un no assoluto, ma ritengo che sarebbe più utile attendere il piano energetico regionale, che quantificherà il fabbisogno energetico regionale e individuerà le zone dove installare impianti».

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