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Il Piccolo, 17 dicembre 2010 
 
FINCANTIERI ATTACCA I SINDACATI. È SCONTRO SULLA SICUREZZA
Bono: «Più efficienza o il cantiere chiude» 
L’Ad denuncia un assenteismo del 16% e l’acquisizione di commesse in perdita 

di SILVIA ZANARDI

I toni sono da ultimatum: o si riga dritto, o la Fincantieri di Monfalcone chiude. E i presupposti di questa conclusione vengono elencati uno per uno: assenteismo superiore al 16%, percentuale di infortuni più alta qui che altrove, produttività neanche paragonabile a quella degli stabilimenti americani, perdite economiche importanti.
REPLICA. È questo il succo della replica di Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, alla lettera aperta della Rsu Fim, Fiom e Uilm alle istituzioni e all’azienda. Nel loro testo, i sindacati chiedevano un confronto sul grave infortunio dell’operaio Carlo Bevilacqua, travolto da un tubo di acciaio il 13 dicembre. Ma Bono, pur non minimizzando l’accaduto, ha colto l’occasione per far esondare un fiume in piena, che collega la possibile noncuranza dei lavoratori nel rispetto delle norme sulla sicurezza a un andamento del cantiere di Monfalcone, da sempre considerato fiore all’occhiello del Gruppo, tutt’altro che incoraggiante.
ATTACCO. L’ad parte con un attacco diretto alla Rsu definendo la lettera l’ennesima ”strumentalizzazione” di un episodio grave, quello dell’incidente, per imputare il verificarsi di tali eventi, come scriverà in seguito, «a un’asserita e generica compressione dei tempi di lavoro e dei costi». Ma, a questo, Bono ci arriva affermando convinto che l’operaio infortunato Carlo Bevilacqua, con 30 anni di esperienza, ha effettuato l’operazione di imbragatura dei tubi «di norma e in piena autonomia» e, più avanti nella lettera, mettendo in fila le iniziative che il cantiere monfalconese dedica alla tutela della salute dei lavoratori.
ASSENTEISMO. La compressione del lavoro e dei costi imputata all’azienda, per l’ad di Fincantieri, è però il pretesto per arrivare a un attacco secco all’efficienza dei lavoratori monfalconesi: «Il valore della prestazione media dei dipendenti dello stabilimento è assolutamente al di sotto dei minimi livelli accettabili, attestandosi su soglie di assenteismo superiore al 16%, con un totale di ore lavorate annue intorno alle 1.400 procapite», scrive Bono. E aggiunge: «In pratica è come se si lavorasse per nove mesi all’anno, a fronte di una retribuzione di 13 mensilità e con una produttività largamente inferiore a quella degli anni’90».
AMERICANI. E qui inizia a fare il paragone con gli stabilimenti americani di Fincantieri: «Negli Stati Uniti, in condizioni operative e climatiche più disagiate, e con standard impiantistici meno evoluti, il livello di prestazione si attesta a oltre 1800 ore procapite annue e un tasso di infortuni decisamente più basso». Come riporta una tabella allegata dallo stesso ad di Fincantieri alla lettera, nel 2009, nel cantiere americano di Sturgeon Bay sono stati registrati 79 casi di infortunio (su 550 dipendenti diretti) contro gli 833 (su 1025 dipendenti diretti) dello stabilimento di Panzano.
VALUTAZIONI. Bono, dunque, tira le somme: «Il cantiere di Monfalcone presenta uno dei livelli più elevati di assenteismo del Gruppo e la percentuale più alta di infortuni pur essendo il cantiere ove sono stati effettuati i più significativi investimenti e che usufruisce di spazi maggiori per poter svolgere le attività lavorative nelle migliori condizioni».
INTERVENTI. E arrivano altre riflessioni, con l’accusa al sindacato di non aiutare a diffondere senso di responsabilità fra i lavoratori: «Interventi, investimenti e programmi a nulla valgono se non accompagnati dalla consapevolezza che la sicurezza passa innanzitutto dall’adozione di corretti comportamenti individuali e soggettivi. L’azienda, proseguendo nel suo programma di interventi sulla sicurezza, non potrà prescindere dall’adottare azioni sempre più incisive nei confronti di coloro che che opereranno in maniera non adeguata alla propria professionalità o con negligenza».
QUALITÀ. Nello stabilimento, dice poi l’amministratore delegato, si stanno portando avanti i processi per il miglioramento della qualità nelle attività di saldatura, che riduce gradualmente l’utilizzo della molatura, processo in cui era impegnato l’operaio Carlo Bevilacqua al momento dell’infortunio.
COMMESSE. Ma il ragionamento di Bono vuole arrivare alla drastica riduzione delle commesse, che sta poi alla base delle profonde preoccupazioni dell’azienda sul futuro del cantiere di Monfalcone.«Fincantieri, nel corso del 2009-2010 ha acquisito, per il cantiere di Monfalcone, commesse a prezzi non remunerativi che hanno comportato perdite pesanti nel 2009 e ancora maggiori nel 2010», scrive. L’ad ne ha parlato ieri a La Spezia anche con il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani, in occasione del varo della nave ”Rossita”, prima portascorie nucleari realizzata da Fincantieri per Atomflot, ente per l’energia atomica della Federazione russa. «Superato il punto più basso della crisi adesso per Fincantieri sarà necessario approntare un piano industriale. Negli ultimi anni le commesse sono calate dell’85% e i segnali positivi riguardano lo stabilimento Usa», ha detto a Romani.
CONCLUSIONI. Sulla base delle criticità emerse nella lettera e sulla riduzione delle commesse monfalconesi, scatta invece il vero appello di Giuseppe Bono ai lavoratori di Fincantieri: «Chiedo a noi e a tutti voi, con preoccupazione, se qui sia ancora possibile svolgere un’attività cantieristica sostenibile per costi e qualità».

I sindacati: toni inaccettabili 
La reazione dei coordinatori nazionali cantieristica di Fiom, Fim e Uilm

di LAURA BORSANI

Toni e paragoni fuori luogo, inaccettabili e inopportuni. Le parole scritte dall’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, sono andate «oltre le righe». Così hanno commentato i coordinatori nazionali per la cantieristica di Fiom, Fim e Uilm. Alessandro Pagano, per la Fiom, parla di una «lettera agghiacciante». E aggiunge: «Sono rimasto stupefatto. Le Rsu di Monfalcone hanno posto criticità precise sulla scorta dell’infortunio avvenuto nello stabilimento. Ritengo sia legittimo collegare quanto è accaduto con la continua ricerca da parte dell’azienda di accelerare le operazioni di produzione. Sarà comunque l’autorità giudiziaria a far luce sull’evento. La questione di fondo resta la sicurezza sul posto di lavoro. Bono chiama in causa aspetti che non c’entrano con la riflessione proposta dai sindacati. Rivolge accuse pesanti facendo riferimento alla responsabilità del lavoratore rimasto gravemente ferito, che trovo inaccettabili. Così come è inaccettabile voler sostenere che si prendono commesse in perdita per fare lavorare il cantiere. Rifiutiamo la logica del ricatto all’americana. Cosa significa, poi, il riferimento circa la preoccupazione che a Monfalcone si possa ancora svolgere un’attività sostenibile per costi e qualità? Dobbiamo anche tacere fino a farci del male? Siamo completamente fuori strada. Ci attendiamo spiegazioni, anche al prossimo tavolo sulla navalmeccanica». Alberto Monticco, per la Fim, parla di «caduta di stile da parte di Fincantieri. Non dobbiamo dimenticare che un lavoratore ha subito un grave incidente. Se i ragionamenti dell’ad Bono sarebbero già criticabili in un contesto di normalità, risultano inaccettabili in questo frangente. Produttività, efficienza, costi esulano dal tema legato alla sicurezza, né vanno barattati, nel modo più assoluto. Vogliamo che le maestranze possano andare a lavorare e tornare a casa in salute. Il problema della tutela dei lavoratori, segnalato da tempo dalle Rsu di Monfalcone, va riproposto per l’intera filiera di Fincantieri, al fine di rimuovere le sacche critiche presenti nei siti produttivi». Mario Ghini, per la Uilm, osserva: «Premesso che sull’infortunio sarà la magistratura a fare chiarezza, ritengo che l’evento sia frutto di una concausa di fattori, legati ai tempi di produzione, ma anche alla mancanza di una reale cultura della sicurezza, sia da parte dell’azienda che dei sindacati. A Monfalcone è possibile e necessario continuare a produrre le più belle navi del mondo, come negli altri cantieri, ma senza mettere in secondo piano la sicurezza. Quanto all’assenteismo – conclude -, l’azienda ha tutti gli strumenti per perseguire eventuali negligenze. Né la produttività si raggiunge facendo leva sui costi e sui tempi, ma mettendo in campo le condizioni utili a operare al meglio».
 
INCONTRO CON LE RSU DI STABILIMENTO 
La giunta: siamo vicini ai lavoratori

La lettera dell’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha tenuto banco anche durante l’incontro avvenuto ieri mattina in stabilimento tra la giunta comunale e i rappresentanti delle Rsu. Che, peraltro, si sono riservati, non senza una lunga consultazione interna, un’adeguata e circostanziata risposta. I temi ambiente e sicurezza sono stati comunque al centro dell’incontro. I sindacati hanno chiesto alla giunta comunale di «occuparsi e preoccuparsi» di quanto accade nel cantiere, al fine di garantire una prospettiva di lavoro dignitosa, senza accontentarsi dei meri «volumi produttivi». Perchè, è stato rimarcato, «bisogna lavorare in sicurezza anche nei momenti difficili». Sul tappeto, dunque, è stato posto l’intero processo produttivo che «sta sfuggendo al controllo». Il vice sindaco Silvia Altran ha osservato, esprimendo solidarietà al lavoratore infortunato e ai familiari: «Abbiamo manifestato la nostra attenzione alle problematiche esposte e adesione alle iniziative che migliorino la qualità del lavoro. La sicurezza non può diventare un fattore secondario». L’assessore Cristiana Morsolin ha aggiunto: «È preoccupante quanto è stato prospettato. Trovo inoltre di una gravità assoluta la lettera scritta dall’ad Bono, che scarica ogni responsabilità sui lavoratori». 

L’INDOTTO
Eurogroup, fabbrica presidiata dai lavoratori messi in mobilità 
Dopo 50 anni chiude la Sprea storica azienda di pulizie: salvo il posto dei 21 dipendenti

Eurogroup ha annunciato di voler aprire la mobilità  alla fine della cassa integrazione straordinaria per tutti gli 80 dipendenti dello stabilimento del Lisert, inattivo ormai da mesi a causa della mancanza di commesse da parte di Fincantieri e di altri cantieri minori. La decisione della società, formalizzata in questi giorni al tavolo convocato in Assindustria con i sindacati dei metalmeccanici, ha suscitato però ieri la decisa reazione dei lavoratori riuniti in assemblea. Al termine dell’incontro con i propri rappresentanti e quelli delle segreterie provinciali di Fi, Fiom, Uilm, i dipendenti di Eurogroup non hanno lasciato la fabbrica, anzi. Lo stabilimento del Lisert verrà presidiato a oltranza per lanciare un chiaro “no” alla società agli esuberi, ma anche per evitare che possano essere fatti uscire dalla fabbrica macchinari e materiale utile alla produzione.
«Nell’incontro in Assindustria il liquidatore della società, Gianfranco Imperato, ha spiegato che non esistono prospettive industriali tali – afferma Fabio Baldassi della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – da consentire altre soluzioni. Stando al liquidatore, sarebbero ancora in corso delle trattative per l’acquisizione dello stabilimento, ma non in grado di fornire delle garanzie di occupazione nell’immediato».
Al tavolo in Assindustria i sindacati e le Rsu hanno già chiarito di essere contrari all’apertura della mobilità dopo la fine della Cigs (prevista con l’11 marzo 2011). Le organizzazioni di categoria hanno invece già  sollecitato l’utilizzo degli altri strumenti disponibili, cioé la cassa integrazione ordinaria, di cui sono a disposizione ancora 39 settimane, o la cassa integrazione in deroga. Questa rimarrà la posizione anche nel prossimo incontro in programma mercoledì, sempre nella sede degli Industriali a Gorizia, dove non è escluso si rechino anche i lavoratori dello stabilimento. «Sono arrabbiati e delusi, perché hanno creduto all’azienda sulla possibilità di una cessione a un’altra realtà  industriale», spiega Baldassi.
La vicenda di Eurogroup, il cui 35% del fatturato nel 2009 era legato a Fincantieri, non è l’unica a evidenziare le difficoltà in cui si trova l’indotto del colosso della cantieristica. In questi giorni i sindacati hanno firmato il passaggio di 21 lavoratori della Sprea alla Sgc. Niente di traumatico, ma resta il fatto che l’impresa di pulizie industriali lascia lo stabilimento di Panzano dopo 50 anni, mentre Beraud, altra realtà storica dell’appalto, non ha ancora certezze sulla continuità del lavoro a Monfalcone. L’Ugl Metalmeccanici ha invece dovuto mediare in un nuovo caso di mancato pagamento di stipendi. L’accordo siglato in questi giorni con la Isostar Montaggi garantirà che i sei dipendenti ottengano il saldo del mese di agosto e il versamento degli stipendi di settembre e ottobre.
Laura Blasich

Il Piccolo, 18 dicembre 2010 
 
Belci: «Bono peggio di Marchionne» 
Il segretario regionale della Cgil all’Ad: «Taccia per rispetto dei morti»

«Le parole di Bono a proposito dell’assenteismo e degli infortuni in Fincantieri destano indignazione». Franco Belci, segretario generale della Cgil, commenta così la lettera inviata inviata ai rappresentnati sindacli di Fim, Fiom e Uilm dall’amminisratore del gruppo navalmeccanico che, «sembra studiare per rappresentare una versione più arrogante e sguaiata di Marchionne». «Attribuire unicamente al lavoratore infortunato – con una sentenza preliminare che intende surrogare l’inchiesta della magistratura – le responsabilità dell’incidente e assimilare gli incidenti sul lavoro all’assenteismo – aggiunge Belci – costituisce una concezione aberrante e rappresenta la peggiore dimostrazione di una mentalità padronale che si sta diffondendo: il lavoratore è considerato un mero ingranaggio della produzione, fino a disprezzarne il rischio della vita e il rapporto di lavoro diviene una mera questione commerciale, senza alcuna attenzione per la persona». Belci sottolinea inoltre la «piena sintonia dell’ad di Fincantieri con quanto sostenuto dal ministro Tremonti quando ha affermato che la 626 è un lusso che il Paese oggi non si può permettere». La catena di infortuni sul lavoro di questi giorni, di cui uno mortale, dimostra, secondo il segretario generale della Cgil «quello a cui pochi pensano: c’è una tragica correlazione tra l’intensificazione dei ritmi di lavoro, la riduzione delle pause, la criminalizzazione della malattia, l’incremento dell’uso degli straordinari e l’aumento degli incidenti». «Perciò, per favore – conclude Belci – Bono taccia se non altro per rispetto dei morti». 
 
FINCANTIERI. DUE ORE DI SCIOPERO PER PROTESTARE CONTRO LA LETTERA DEI VERTICI AZIENDALI 
La Rsu: «Assenze? Questo è un lavoro pesante» 
Fim, Fiom e Uilm respingono l’accusa di scarsa produttività mossa dall’amministratore delegato

di LAURA BORSANI

La risposta immediata è stata lo sciopero proclamato dalle Rappresentanze sindacali unitarie Fim-Fiom-Uilm giovedì, lo stesso giorno in cui è stata diramata la lettera dell’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono. Il lavoro nello stabilimento di Panzano si è fermato ieri per due ore alla fine di ogni turno. La replica non s’è fatta attendere. Una contro-lettera che tira in ballo responsabilità acuendo lo scontro tra azienda e sindacati.
All’Ad le Rsu chiedono ”rispetto” respingendo quello che definiscono un «atteggiamento ricattatorio» avendo ventilato la chiusura del cantiere a causa dell’asserita scarsa produttività. «Le maestranze – affermano i sindacati – non sono più disposte a tollerare responsabilità che non hanno e giudizi fatti da chi dimostra di non conoscere profondamente le realtà di stabilimento». Replica punto su punto. A partire dall’assenteismo, che l’Ad ha quantificato essere a Monfalcone oltre il 16%. I sindacati per contro sollevano due aspetti, la salubrità dell’ambiente di lavoro e la correttezza delle certificazioni: «Bisognerebbe capire – ribattono – il motivo per il quale l’azienda presenta un computo di assenze così alto. A nostro avviso, gli elementi da considerare sono due. Il primo riguarda la salubrità dell’ambiente: in un posto di lavoro poco salubre ci si ammala e ci si infortuna di più. Il secondo aspetto è legato a pratiche non corrette da parte di chi certifica la malattia e l’infortunio: è preciso dovere dell’Ad denunciare e perseguire eventuali responsabilità in tal senso». Le Rsu si soffermano anche sul parallelo tra la cantieristica navale italiana e quella statunitense: «Il paragone proposto non ci pare buona pratica, né dal punto di vista del prodotto (navi da crociera da 130mila tonnellate di stazza lorda rispetto ai pattugliatori americani), né dal punto di vista della presenza sul posto di lavoro. Sull’assenteismo, soprattutto, le due realtà sono così profondamente diverse da non permettere alcuna comparazione attendibile. Negli Usa non esiste l’istituto della malattia, nemmeno l’infortunio, in quanto il welfare americano non è quello italiano. Forse l’Ad pensa che con il sistema americano ci possano essere due morti in meno?».
Altro tasto dolente: i sindacati chiamano in causa materiale non conforme e non meglio precisate indagini radiografiche sulla Queen Elizabeth, che «hanno messo letteralmente in ginocchio l’allestimento delle ultime due costruzioni». E spiegano: «Sulle questioni di qualità pensiamo che ai lavoratori non siano imputabili le situazioni disastrose registrate nell’ultimo periodo. Si tratta della sostituzione di un numero considerevole di tubi di materiale non conforme sulla costruzione 6151 e la questione delle radiografie, ascrivibili esclusivamente alle leggerezze della gestione aziendale. Facciamo notare come i lavoratori dello stabilimento di Monfalcone, nonostante l’oneroso carico di lavoro dovuto alle indagini radiografiche, siano ugualmente riusciti a consegnare nei tempi stabiliti la Queen Elizabeth, con uno sforzo collettivo encomiabile, che Bono non sa (o non vuole) riconoscere». I sindacati aggiungono: «Pensiamo che il decadimento dell’immagine e dell’affidabilità che i clienti si sono fatti della nostra azienda dipenda esclusivamente dagli ultimi aspetti che abbiamo riportato. Non possiamo accettare che la colpa venga addossata sulle spalle dei lavoratori».
Non è finita. Le Rsu parlano di «protocolli stilati tra direzione e sindacati sulla sicurezza il cui rispetto è stato troppo spesso disatteso»; di interventi, investimenti e programmi, citati dall’Ad Bono, «completamente vanificati dai comportamenti della direzione aziendale, tuttora latitante, sia in tema di sicurezza sia di qualità». E sulla molatura scandiscono: «La nostra posizione rimane chiara ed è stata esplicitata negli innumerevoli comunicati divulgati in azienda: vogliamo che venga fatta in modo sicuro e a fronte di investimenti». Non viene tralasciata neppure la questione-appalti: «In quella giungla di contratti e regole violate, i lavoratori sono quotidianamente sfruttati e ricattati. Non è più ammissibile che non si veda ciò che accade in quel mondo». I sindacati quindi chiariscono: «La nostra lettera aperta non si focalizzava solo sulle dinamiche e le responsabilità dell’ultimo grave incidente, ma intendeva denunciare questioni di carattere generale. Spesso l’Ad ha invocato la necessità di portare alla sua attenzione questioni di carattere gestionale, o di qualsiasi altro tipo, che fossero di impiccio al buon funzionamento dell’azienda. Ha sottolineato, anche pubblicamente, che le segnalazioni da parte del sindacato dovrebbero avere uno ”spirito proattivo”. La risposta, risibile e contestabile che abbiamo ricevuto, va nella direzione contraddittoriamente opposta». Infine, a proposito della «solerzia» con cui i suggerimenti dei lavoratori vengono acquisiti e resi pratici: «Sarebbe bello se così fosse – ribatte la Rsu -: verbali di riunioni, volantini e comunicati ufficiali testimoniano l’esatto contrario».
 
L’azienda rincara: «La difesa dei sindacati dimostra mancanza totale di argomenti» 

Fincantieri prende atto dei commenti seguiti alla lettera aperta indirizzata dall’Ad, Giuseppe Bono, alle Rsu di stabilimento e snocciola le sue risposte. «Negli interventi è totalmente assente ogni risposta sul merito delle questioni sollevate, da tanto tempo. Quando non si vuole entrare nel merito, si usano solo argomentazioni generiche e ovvie, sulle quali non si può che convenire. Ma questo ci porta a risolvere i problemi o a continuare ad ignorarli?». Al segretario regionale della Cgil, Franco Belci, rilancia: «Si è addirittura permesso di attribuire al dottor Bono un’insensibilità e un – asserito – mancato rispetto verso i morti, chiamati strumentalmente in causa con affermazioni che confermano l’incapacità di dialogare sui fatti e affrontare le questioni. Quando poi dall’appartenere a Fincantieri, “un’azienda pubblica”, si rivendica una posizione di privilegio, non ritiene il sindacato che sia un’offesa verso tutti gli altri lavoratori che non sono dipendenti di aziende pubbliche? E davvero si pensa che l’azienda pubblica possa operare diversamente dalle regole di mercato?».
Fincantieri ritiene inoltre «paradossale ciò che si dice dei colleghi americani che – e questo voleva dire l’Ad – sono solo più disciplinati e più attenti alle esigenze della propria e dell’altrui sicurezza. Negli Stati Uniti, non parliamo di Paesi in via di sviluppo, si lavora normalmente un numero di ore tali da cui non ci risulta, come dice il sindacato e Belci in particolare, derivi la «tragica correlazione tra l’intensificazione dei ritmi di lavoro, la riduzione delle pause, la criminalizzazione della malattia, l’incremento dell’uso degli straordinari e l’aumento degli incidenti». Circa il riferimento al fatto che i disagi siano provocati da condizioni «poco salubri», l’azienda osserva: «Non risulta che nello stabilimento e dallo stabilimento di Monfalcone si propaghino nel territorio malattie infettive». E ancora chiarisce: «Nessun “ricatto” emerge dalla lettera, ma solo un accorato e appassionato richiamo a riflettere sul futuro, per prepararlo tutti insieme e affrontarlo con il coraggio necessario, affinchè si eviti ciò che sta succedendo in tante aziende nazionali, e come anche Fincantieri rischia, che il nostro futuro venga portato via da altri Paesi». Fincantieri ricorda i notevoli investimenti, oltre 150 milioni di euro effettuati negli ultimi anni, in buona parte rivolti anche al miglioramento delle condizioni di lavoro.
E ancora: «Circa il tono di alcune frasi, al limite dell’offesa, rivolte all’Ad che si limitava solo a precisare le problematiche sollevate dalle Rsu, ricordiamo l’accordo del 10 febbraio scorso, sottoscritto tra la direzione del cantiere e le Rsu con l’intento di recuperare ordini già persi. Le Rsu si erano impegnate a “garantire il loro sforzo volto al comune obiettivo di consolidare l’affidabilità, la qualità, l’efficienza ed il rispetto dei tempi nei confronti delle società armatrici clienti ai quali offrono il massimo supporto per lo svolgimento delle proprie attività”. L’azienda ha fatto la sua parte riprendendosi con determinazione un ordine per due navi già destinate dal nostro cliente alla Germania, e portandole a Monfalcone. Continueremo in questa direzione, ricercando la collaborazione del sindacato che riteniamo un interlocutore indispensabile e al quale non chiediamo altro che essere parte attiva dell’azienda e non forza contraria. Il nostro vertice continua a considerare Fincantieri patrimonio dei lavoratori, ai quali bisogna sempre parlare con chiarezza e trasparenza, indicando le minacce e le misure atte a prevenirle o ad attenuarne gli effetti. Il momento è particolarmente duro e per uscirne bisogna abbandonare le solite posizioni preconcette, agendo invece con coesione e unità di intenti».

Il Piccolo, 19 dicembre 2010

IL SINDACO: IN QUESTO MOMENTO DI CRISI È QUANTOMAI NECESSARIO FARE SQUADRA 
«Le provocazioni di Bono servono solo a dividere» 
Pizzolitto prende le distanze dai contenuti della lettera dell’amministratore delegato di Fincantieri

di LAURA BORSANI

«Il miglioramento della produttività non può che passare attraverso l’organizzazione aziendale. E la sicurezza sul posto di lavoro oltrechè un fattore di civiltà è anche elemento di competitività». Il sindaco Gianfranco Pizzolitto propone una riflessione ”a tutto campo”, dopo lo scontro tra sindacati e Fincantieri. Sul tappeto c’è dell’altro, a proposito del piano Unicredit sul superporto presentato a Roma e che il sindaco ha definito come una valida diversificazione alla cantieristica navale. Assoporti ha prospettato possibili censure a livello europeo sul progetto. Il sindaco osserva: «Lascia perplessi il fatto che oggi a lanciare le accuse siano coloro che non hanno mai creduto all’iniziativa. Queste prese di posizione dimostrano il disagio di chi è rimasto fuori».
Il sindaco, dunque, prende le distanze da Fincantieri, a proposito di sicurezza e di metodiche aziendali. Quanto all’atteggiamento assunto dall’Ad Giuseppe Bono osserva: «A mio avviso, bisogna spingere verso una chiamata generale a ”fare squadra”, invece vedo solo provocazioni che acuiscono la già difficile situazione. Le scelte generali che Bono ha assunto sono apprezzabili e vanno in direzione della difesa dell’azienda. A Monfalcone si è mosso bene, garantendo nuove commesse. Per questo sono perplesso e diviso: da una parte rilevo la capacità manageriale, ma dall’altra l’incongruenza nell’affrontare adeguatamente i problemi concreti».
Il sindaco pone alcune premesse precisando che il suo vuole essere un contributo alla riflessione, consapevole del momento di difficoltà in cui versa Fincantieri. Esprime inoltre il suo senso di appartenenza alla città: «Sono in linea con le Rappresentanze sindacali unitarie, sono solidale con i lavoratori. Sto con la mia gente, non dimentichiamo che siamo di fronte a un grave infortunio».
Quindi entra nel merito delle questioni. «Se si vuole parlare di produttività – osserva Pizzolitto -, si deve tener conto di due aspetti: la crisi economica non l’ha prodotta il lavoro, ma la finanza e il capitale. È importante riconoscere questo concetto, altrimenti si finisce con l’attribuire al lavoro e ai lavoratori responsabilità che non hanno. È altrettanto fondamentale fare riferimento al fattore organizzativo aziendale, sgomberando il campo da soggettività ed emozioni: diversamente sarebbe come dare degli scansafatiche alle maestranze».
Il sindaco aggiunge: «Il miglioramento della produttività è legato soprattutto all’efficienza organizzativa. E la sicurezza deve rappresentare anche un fattore di competitività, legata alla stessa immagine di Fincantieri. Ritengo, inoltre, che sia il momento di ragionare rispetto alle metodiche aziendali: credo che i numerosi appalti alla fine possano compromettere il percorso di miglioramento della sicurezza e della qualità del prodotto. Venendo meno la fidelizzazione tra le ditte e l’azienda, per assecondare le condizioni poste dall’armatore c’è il rischio di sottoporre le imprese ad una reazione che incide negativamente sulla qualità produttiva».
Pizzolitto chiama quindi in causa il rapporto con la comunità: «È fondamentale che il territorio rimanga coeso continuando a credere nella capacità dell’azienda. Provocare il sindacato e raffreddare i rapporti con la comunità può comportare danni. L’azienda – conclude – ha lanciato il suo grido d’allarme, ma l’ha fatto in modo sbagliato. Tuttavia, l’appello va raccolto e ora ciascuno, nel rispetto degli specifici ruoli, deve contribuire a fare la sua parte senza dimenticare le premesse che richiamano al rispetto del lavoro e che legano la produttività all’efficienza organizzativa».

Il Piccolo, 20 dicembre 2010 
 
Gherghetta: servono imprenditori, non padroni 
«È pericoloso voler applicare le logiche americane al nostro sistema produttivo»
ASSENTEISMO E SICUREZZA IN FINCANTIERI: IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA ATTACCA L’AD

di LAURA BORSANI

Il primo pensiero del presidente Enrico Gherghetta è rivolto a Carlo Bevilacqua, infortunatosi giovedì scorso in cantiere, e alla sua famiglia. Quindi osserva lapidario: «La Provincia di Gorizia è con i lavoratori di Fincantieri». Parte da questo ”imperativo categorico” per lanciare un messaggio forte, all’indomani dello scontro tra i sindacati e l’azienda. E avverte: «È un errore pensare di portare sul territorio non solo isontino ma anche italiano, le logiche di Marchionne, perchè la sua filosofia parte da una società, quella americana, che non è la società italiana». Gherghetta si rivolge a tutti coloro che definisce «gli imitatori» del manager della Fiat. Non solo all’amministratore delegato, Giuseppe Bono, ma a tutti gli imprenditori: «L’appello che rivolgo è chiaro: attenti a cosa fate perchè la realtà italiana non è affatto quella americana. In Italia non abbiamo lavoratori che hanno una mansione, ma maestranze che possiedono un vero e proprio mestiere. E la qualità dell’offerta delle imprese si basa in modo preponderante sulla capacità professionale dei nostri lavoratori. Tanto è vero – aggiunge – che in Italia si usa un termine che non esiste da nessun’altra parte al mondo: il patrimonio umano».
Parole decise, quelle del presidente Gherghetta, che abbandona ogni diplomazia quando si tratta di difendere i lavoratori del territorio. Una posizione esplicita, dunque, rispetto ai contenuti riportati dall’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, nella sua lettera inviata ai sindacati.
Gherghetta osserva: «I nostri lavoratori fanno la differenza: il made in Italy è sinonimo di fantasia e di creatività, ma anche di tradizione artigianale costruita nei secoli e che ha permesso di garantire una qualità del prodotto che tutti ci invidiano. Il patrimonio umano è il nostro valore aggiunto». Il presidente evidenzia un altro aspetto: «La filosofia sostenuta da Marchionne non ha nè capo, nè coda poichè nessuno dei motivi per i quali oggi l’impresa è in crisi è da imputare al lavoro e ai lavoratori. Parliamo di spostamenti di risorse dai Paesi emergenti, di capitale, di finanza, ma nessuno di questi elementi è collegato al lavoro perchè tutto è invece collegato al profitto. I veri responsabili sono la speculazione finanziaria e l’idea di mercificazione del denaro».
Gherghetta pertanto scandisce: «Proporre un nuovo sistema di relazioni industriali pensato sulla delegittimazione di una parte delle sue componenti, è un controsenso sia dal punto di vista politico che economico. Se oggi c’è bisogno di costruire nuovi margini di produttività, la strada è una sola: sedersi attorno a un tavolo e addivenire a un accordo sindacale. Abbiamo bisogno di imprenditori e non di padroni». Gherghetta aggiunge: «In provincia abbiamo sancito un accordo politico-economico sul progetto del superporto che ha visto l’unità del territorio. Forse sarebbe il caso di copiare questa esperienza, anzichè gettare la croce addosso su chi lavora e produce». Il presidente si sofferma anche sulla questione della sicurezza: «Se in una fabbrica un dipendente si fa male, una delle cause sicuramente è l’organizzazione del lavoro. Anzichè pertanto scrivere lettere, invito l’Ad di Fincantieri a mettere mano all’organizzazione aziendale».
 
DURO APPELLO DEI SINDACATI  
La Cgil provinciale: «Il governo intervenga sulle esternazioni di Bono»

«Se il governo svolgesse il suo ruolo di mediatore tra le parti, considerato che Fincantieri è controllata dallo Stato, la Cgil isontina chiederebbe subito la revoca del mandato all’amministratore delegato Giuseppe Bono». Il sindacato non fa sconti alla posizione assunta dall’ad di Fincantieri dopo l’ultimo grave incidente verificatosi nello stabilimento di Monfalcone e ritiene, anzi, che non dovrebbe farli nemmeno la comunità  isontina e regionale. «Le sue dimissioni non dovremmo chiederle solo noi rappresentanti dei lavoratori – afferma la Cgil provinciale -, ma anche tutta la comunità isontina e di buona parte del Friuli Venezia Giulia, che devono scandalizzarsi per quanto accaduto: è vero che il cantiere è stato e continua a essere una richezza per questo territorio, ma è anche vero che il prezzo pagato in cento e passa anni di presenza è stato altissimo, in caduti sul lavoro e soprattutto per le centinaia di persone decedute per l’uso dell’amianto che si è fatto in quello stabilimento». A Fincantieri, la Cgil chiede quindi un passo indietro e una maggiore attenzione al valore della vita umana, anzichè a quello della Borsa. (la. bl.)

Il dramma di Carlo Bevilacqua, solo fra un anno saprà se potrà riacquistare l’uso delle gambe

Ci vorrà almeno un anno per capire se Carlo Bevilacqua, il 51enne rimasto infortunato giovedì scorso durante le operazioni di imbragatura delle guide lavavetri, nell’ambito dell’allestimento della Carnival Magic, potrà riacquistare l’uso delle gambe. L’uomo ha riportato una frattura scomposta tra la decima e l’undicesima vertebra. All’Unità spinale dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico durato 5 ore. L’operazione è riuscita, ma ora per Carlo Bevilacqua si è aperta una strada costellata di incognite. Perchè il percorso di recupero è tutt’altro che semplice e breve. Insomma, una via Crucis per il lavoratore e la sua famiglia, la moglie Roberta e un figlio di 20 anni, ai quali è improvvisamente e drammaticamente cambiata la vita.
«È una situazione molto difficile – ha spiegato la moglie Roberta che anche ieri è rimasta a lungo in ospedale, a fianco del marito -. L’intervento è andato bene, ma non si può sapere se e quando potrà riacquistare l’uso delle gambe. Ora è disteso, bloccato a letto, non avverte alcuna sensibilità agli arti inferiori. Non è chiaro quale sia il danno reale arrecato al midollo spinale. Ha anche riportato la frattura al naso, oltre a ferite alla parte sinistra della testa e in fronte. Purtroppo, ci vorrà tempo, si parla almeno di un anno per poter capire quale sarà l’effettivo recupero. Credo che tuttavia sarà molto difficile per Carlo tornare a camminare come prima».
Roberta racconta con toni pacati, dignitosi, ma tradisce tutta l’angoscia di una famiglia costretta a misurarsi con il dolore e le incognite del domani. E la rabbia nel tentare di capire cosa sia accaduto: «Carlo non ricorda molto dell’incidente – spiega -, ha visto cadere quel tubo che lo ha colpito alla schiena. È stato un attimo. Poi è finito con il volto a terra, senza riuscire a ripararsi. È esperto, ha lavorato trent’anni in cantiere, sa governare le gru. È per questo che non capisco. Certo, sarà la magistratura a chiarire le circostanze, ma non riesco proprio a capacitarmi, considerata la prudenza e la perizia di mio marito». Roberta aggiunge: «Carlo lo ha detto spesso: in questi ultimi tempi in cantiere si lavora male, la sicurezza è un problema reale. Non c’è più rispetto per le persone, si ragiona solo a commesse. A mio figlio ha detto: in cantiere non ci andrai mai». Roberta, spiega, è stata subito ricevuta dal direttore dell’azienda che le ha manifestato solidarietà. Tuttavia, non si sottrae dal commentare quanto espresso dall’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono: «Ho trovato le sue dichiarazioni inopportune. In questo terribile momento, non era proprio il caso. Vorrei incontrare il signor Bono per fargli vedere in quali condizioni ci siamo ridotti». (la.bo.)

Il Piccolo, 05 gennaio 2011

DITTA IMPEGNATA NELLE COIBENTAZIONI DELLE NAVI ALLA FINCANTIERI 
Koifer, in 40 da due mesi senza stipendio 
L’azienda: i soldi arriverranno la prossima settimana. Rientrato lo sciopero già programmato

Gli 80 lavoratori di Eurogroup hanno affrontato il Natale con la prospettiva di finire in mobilità. I 40 di Koifer, altra impresa dell’indotto Fincantieri, attiva questa direttamente nello stabilimento di Monfalcone, lo hanno trascorso con lo spettro di vedersi pignorato l’appartamento o di essere sfrattati. Dopo aver già faticato per vedersi pagati gli stipendi arretrati di agosto, settembre e ottobre, i dipendenti della ditta di Staranzano, legata a Demont, sotto l’albero non hanno trovato le agognate buste paga di novembre, dicembre e quella relativa alla tredicesima (o per qualcuno al trattamento di fine rapporto). «In compenso siamo sempre andati a lavorare, anche a cavallo delle feste di fine anno, anche oggi», ha detto qualcuno dei lavoratori nella tarda mattinata di ieri, all’esterno dell’ingresso del cantiere navale di Panzano. Negli occhi molta rabbia, ma anche la paura di perdere una possibilità di lavoro. Gran parte dei dipendenti di Koifer sono stranieri, affiancati però anche dipendenti italiani.
Nonostante i timori, la volontà di farsi sentire per ottenere una risposta dall’azienda alla fine aveva avuto comunque il sopravvento.
Sotenuti dalla segreteria provinciale dell’Ugl Metalmeccanici, che da tempo segue la vicenda, i lavoratori avevano deciso di proclamare ieri uno sciopero di otto ore, affiancato da un volantinaggio all’esterno dello stabilimento navalmeccanico. La reazione dei lavoratori ha smosso l’azienda e, soprattutto, Demont, per la quale Koifer effettua lavorazioni di isolamento a bordo della Carnival Magic, la maxi-passeggeri che sarà consegnata alla fine di aprile. «Dai responsabili di Demont i lavoratori hanno avuto l’assicurazione che gli arretrati saranno pagati la prossima settimana», ha riferito ieri Mauro Marcatti, della segreteria provinciale dell’Ugl Metalmeccanici. I 40 dipendenti di Koifer hanno così ritirato lo sciopero ieri, pur restando sul piede di guerra. «Quando è stato firmato l’accordo per il pagamento del mese di ottobre, ci era stato detto che una cosa del genere non si sarebbe più ripetuta», ha ricordato ieri uno dei lavoratori dell’impresa. Per tutti quest’ultimo periodo è stato un vero e proprio incubo. «Ci sono le famiglie, le bollette da pagare, i mutui o gli affitti – ha detto un lavoratore -. Ci sono scadenze che vanno rispettate, sennò rischiamo anche di perdere la casa». Ai dipendenti in cassa integrazione ordinaria non è andata meglio, perché l’impresa non ha anticipato gli importi dovuti dall’Inps che ha versato le indennità relative a giugno, luglio e agosto solo in ottobre. La situazione contingente è resa ancora più pesante dalla preoccupazione sulla continuità del lavoro per Koifer all’interno del cantiere navale di Monfalcone, dopo la conclusione dell’attività a bordo di Magic.
«Il problema sono le prospettive – ha detto ieri uno dei dipendenti dell’impresa -. Io ho 64 anni e chi mi dà lavoro, se Koifer chiude? Rischio di non poter arrivare alla pensione». L’Ugl Metalmeccanici ieri ha sottolineato anche di confidare in un intervento di Fincantieri, perché la vicenda trovi una conclusione positiva per i lavoratori coinvolti.

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Il Piccolo, 14 dicembre 2010 
 
INFORTUNIO IN FINCANTIERI 
Grave operaio travolto da una trave sulla ”Magic” 
Frattura vertebrale per Carlo Bevilacqua, 51 anni. Operato all’Unità spinale di Udine
UN PESANTE MANUFATTO SI È SGANCIATO DALL’IMBRAGATURA E HA INVESTITO L’ADDETTO

di LAURA BORSANI

Grave infortunio sul lavoro, ieri mattina, attorno alle 8, sulla ”Carnival Magic” nello stabilimento Fincantieri. Un imbragatore di 51 anni, Carlo Bevilacqua di Monfalcone, è stato travolto da una trave metallica, lunga una decina di metri, subendo un trauma cranico, lo schiacciamento del bacino e la frattura di due vertebre. Rischia un gravissimo danno alla funzionalità degli arti inferiori. Già nella tarda mattinata di ieri, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico nell’Unità spinale dell’ospedale di Udine, dove è stato trasferito con l’elicottero dell’Elisoccorso, atterrato in banchina accanto alla passeggeri. A investire Bevilacqua è stata una guida di sostegno dei ”cesti” lavavetri della nave, una sorta di rotaia di ferro semicurva di mezzo quintale, precipitata da circa 8 metri. La guida metallica era stata sollevata da una gru per raggiungere il ponte 15 di ”Magic”, in allestimento in banchina. L’operatore a terra, accortosi che le due rotaie che aveva appena imbragato dando l’okay al sollevamento, si erano sfilate, ha tentato di allontanarsi dall’area per evitare di esserne travolto. Ma una delle due guide gli è invece finita addosso, non è chiaro se colpendolo direttamente o di rimbalzo, facendolo cadere a terra e battere la testa.
Carlo Bevilacqua, esperto imbragatore, dipendente Fincantieri nel settore da almeno trent’anni, è stato colpito alla schiena e al bacino. Un impatto violento: l’uomo è rimasto a terra in una pozza di sangue. Sempre cosciente, tanto da provvedere a chiamare al cellulare i familiari, ma lamentando di non sentire più le gambe, secondo quanto riferito dai colleghi presenti sul luogo dell’infortunio.
Immediati sono stati i soccorsi, con l’intervento dell’elicottero del 118 che ha trasferito l’operaio all’Unità spinale dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine dove, in tarda mattinata, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico.
Le rappresentanze delle Rsu di stabilimento Fim, Fiom e Uilm, hanno proclamato lo sciopero, con presidio della portineria per bloccare l’attività dello stabilimento. Lo sciopero ha riguardato il primo turno, dalle 10 fino alle 14.
Un evento, dunque, drammatico, che ha riproposto il problema legato alla sicurezza sul posto di lavoro, riaccendendo le preoccupazioni da parte delle maestranze e dei rappresentanti sindacali, a poco più di un mese peraltro da un altro infortunio avvenuto nella nuova panel-line, memori altresì dell’incidente che nell’aprile del 2008 costò la vita ad un lavoratore dell’appalto croato.
Sull’infortunio è stata aperta un’indagine, affidata alla Polizia del locale Commissariato intervenuta sul posto assieme ai funzionari dell’Azienda sanitaria. Stando alle informazioni fornite dall’azienda, le modalità dell’incidente vengono al momento confermate nelle linee essenziali ipotizzate. Il lavoratore era dunque alle prese con le operazioni di imbragatura. Una volta sistemate le due guide lavavetri, ha quindi dato il ”via libera” al sollevamento del materiale. Durante il trasferimento, le guide si sono sfilate precipitando. È da accertare se una di queste rotaie abbia travolto direttamente o indirettamente l’operatore che, tra l’altro, si stava allontanando dall’area essendosi accorto che non tutto stava procedendo per il verso giusto. Anche l’azienda ha aperto un’inchiesta interna per l’accertamento delle cause dell’infortunio.
(ha collaborato Laura Blasich).

L’ASSESSORE CRISTIANA MORSOLIN 
Il Comune protesta: «Episodio gravissimo»

L’amministrazione comunale di Monfalcone giudica «gravissimo» quanto accaduto ieri in Fincantieri a Monfalcone. Una posizione dura nei confronti della società  navalmeccanica quella assunta dall’ente locale e di cui si fa portavoce, a nome del sindaco, l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin. «La linea, sempre più praticata anche a livello nazionale, in base alla quale la sicurezza sul lavoro è responsabilità esclusiva e diretta del lavoratore – sottolinea l’assessore Morsolin – non è accettabile. Vanno messe invece in campo tutte le misure necessarie per tutelare i lavoratori, in questo caso diretti e indiretti».
Su questo fronte Fincantieri, secondo l’assessore, «ha ancora delle lacune, dimostrate dai precedenti infortuni mortali o gravissimi di cui è stato teatro il cantiere navale in questi ultimi anni».
Secondo Emiliano Zotti responsabile dell’area lavoro di Rifondazione «davanti all’ennesimo grave infortunio avvenuto in Fincantieri non possiamo che constatare quale altissimo prezzo venga pagato dai lavoratori alle logiche della produzione. L’infortunio infatti, stando alle prime ricostruzioni, era evitabile se si fosse attuata una differente organizzazione del lavoro, più rispettosa dei metodi e dei tempi della sicurezza. In queste ore all’operaio Bevilacqua va la nostra solidarietà e gli auguri di un pronto recupero dal grave infortunio subito. (la.bl.) 
 
TUONA IL MEGAFONO NELLO STABILIMENTO PER ANNUNCIARE LO SCIOPERO. ADESIONE ANCHE DA PARTE DEI LAVORATORI DELLE DITTE PRIVATE 
«Tutti fuori». Scatta alle 10 l’esodo di migliaia di tute blu 
Luxic: «Questo è l’epilogo delle nostre richieste cadute nel vuoto». Gherghetta: «L’organizzazione del lavoro va rivista»

di SILVIA ZANARDI

A passo lento. Con la scritta ”Fincantieri” alle spalle e una fila di colleghi davanti, tutti diretti verso la città. Qualcuno è saltato in fretta sulla sua bici, altri si sono fatti strada a lungo il marcipiede bagnato dal nevischio. Chi gesticolando, chi accendendosi una sigaretta.
Hanno mollato attrezzi, gru e imbragature attorno alle dieci: operai, tanti, centinaia. Un esodo infinito di uomini con i volti tirati, le tute da lavoro sporche di ferraglia, gli elmetti blu sotto il braccio: qualcuno se lo è tenuto in testa. Hanno risposto al richiamo di un megafono che, di prima mattina, si è messo a gridare: «Uscite tutti, andiamo via. Un nostro collega ha avuto un incidente sulla Carnival, sta male. Oggi non si lavora, scioperiamo». La voce era quella di Moreno Luxic, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu di stabilimento.Quanto detto al megafono lo ha ripetuto ai colleghi e ai giornalisti poco dopo, quando ormai stavano uscendo tutti e il cantiere navale di Monfalcone era già semideserto: «Abbiamo fatto presente all’azienda più e più volte che per sollevare i manufatti ci vogliono le ceste omologate, ma non siamo mai stati ascoltati. E questo è il risultato: un nostro collega ha avuto un incidente grave e non è che il tragico epilogo di richieste finite nel vuoto».
Accanto a lui, stesso berretto di lana, Andrea Holjar (Uilm): «Allo sciopero hanno aderito in tanti, sia i lavoratori diretti della Fincantieri, sia quelli delle ditte in appalto. Siamo compatti». Nel giorno di sciopero per il collega Carlo Bevilacqua, che è rimasto schiacciato sotto una trave di metallo, negli occhi degli operai si legge una sola frase: «Poteva succedere il peggio. Di lavoro non si può morire».
«Ancora un incidente grave, e ancora alla Fincantieri. Non è un caso, qui siamo di fronte a una pericolosità oggettiva», dice il presidente della Provincia Enrico Gherghetta. «Significa che l’azienda deve riflettere e deve porsi con maggiore attenzione nei confronti dei suoi lavoratori: non si può finire sotto un pezzo di ferro imbragato male, non è ammissibile. C’è qualcosa che non va alla base dell’organizzazione aziendale», aggiunge.
Mentre, sulla Carnival, l’operaio Carlo Bevilacqua cercava di sottrarsi alla caduta violenta di quella maledetta trave, l’eurodeputata Debora Serracchiani incontrava gli operatori portuali per discutere del futuro dello scalo monfalconese. Con lei, c’era il segretario del circolo Pd di Monfalcone e consigliere comunale Paolo Frisenna: «A quanto si è detto, Carlo Bevilacqua è un operaio esperto e questo può escludere che l’incidente sia avvenuto per un errore umano. C’è anche da augurarsi che non dipenda da falle nella sicurezza garantita dall’azienda e che si sia verificato per un fatalità sfortunata». E aggiunge: «Spetta a chi di competenza accertarlo, ma siamo preoccupati: non si può pensare allo sviluppo industriale se gli operai mettono la loro vita a rischio ogni giorno».

Il Piccolo, 15 dicembre 2010 
 
RESTA GRAVE L’OPERAIO, SOTTOPOSTO A INTERVENTO CHIRURGICO ALLA SPINA DORSALE 
«Troppi infortuni in cantiere, ora basta» 
La Rsu scrive all’ad Bono, al sindaco e ai presidenti di Regione e Provincia 
 
di SILVIA ZANARDI

L’hanno operato al midollo spinale, ma è ancora presto per dire se Carlo Bevilacqua tornerà a camminare. Un elicottero dell’ospedale Civile di Udine è venuto a prenderlo di urgenza lunedì mattina alla Fincantieri, dopo che una pesante trave di alluminio lo ha travolto mettendo a rischio la sua vita. Era andato a lavorare come tutti i giorni, ma l’imbragatura di una gru si è sfilata all’improvviso ed è stata questione di pochi secondi.
I suoi colleghi, quelli nuovi e quelli di vecchia data, che hanno iniziato a lavorare con lui trent’anni fa, sono in costante contatto con la moglie per avere notizie sull’esito dell’intervento. Si confida nell’ipotesi migliore, ma già conforta che Carlo Bevilacqua non sia in pericolo di vita.
Sulla scia dello sciopero immediato, indetto subito dopo il suo infortunio fra gli operai della Fincantieri, hanno aderito quasi tutti, i rappresentanti di Rsu Fim, Fiom e Uilm chiedono alle istituzioni di intervenire, di far sentire la loro voce a difesa della sicurezza sul lavoro che, se messa a repentaglio o trascurata, può portare a tragici incidenti appesi alla fatalità.
Quello che ha portato in sala operatoria Carlo Bevilacqua, non è primo a scatenare l’ira dei lavoratori dello storico cantiere navale di Monfalcone. Prima di lui, nel 2010, un lavoratore è stato investito da una lama mentre cercava di sbloccare un manufatto che si era incastrato tra due rulli e un secondo rischiava di rimanere ucciso come Yuko Jerco nel 2008, schiacciato da una lamiera in una normale giornata di lavoro.
I rappresentanti sindacali della Fincantieri hanno scritto una lettera aperta indirizzata a Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, a Renzo Tondo, governatore del Friuli Venezia Giulia, a Enrico Gherghetta, presidente della Provincia di Gorizia, e a Gianfranco Pizzolitto, sindaco di Monfalcone.
«Tre gravi incidenti hanno aperto il 2010, solo fortunamente senza gravi conseguenze per i lavoratori. Nel corso di quest’anno sono state fatte da parte nostra almeno cinque segnalazioni alla medicina del lavoro, dove venivano evidenziate gravi e ripetute violazioni delle norme di sicurezza. Rimane aperta a oggi la questione molatura, bollata spesso come mancanza di volontà da parte di lavoratori di svolgere quel tipo di attività», scrivono i sindacati.
«Ci sono stati anche tre infortuni dalle dinamiche drammatiche, due dei quali avrebbero potuto avere gravi conseguenze. L’ultimo risale a lunedì 13 dicembre, dove un lavoratore è rimasto colpito alla schiena dalla caduta di un tubo durante le operazioni di sollevamento. Con molta probabilità il nostro collega rimarrà tutta la vita seduto su una sedia a rotelle», aggiungo. E concludono: «Crediamo che alla base di tutto questo ci sia una gestione sbagliata dei cicli produttivi, basati essenzialmente sulla compressione dei tempi di lavoro e dei costi e questa noncuranza si riflette sulla risorsa più importante dell’azienda: i lavoratori. Chiediamo all’amministratore delegato di Fincantieri di operare in tempi strettissimi al fine di mettere l’azienda, la Stabilimento di Monfalcone, in condizioni di sicurezza e di legalità degni di un paese civile».

Il Piccolo, 18 novembre 2010 
 
FINCANTIERI. L’AZIENDA: IN CORSO MONITORAGGI. SOLO AL TERMINE FAREMO UNA VALUTAZIONE 
Molatura, rischio di un altro caso-amianto 
I sindacati: nessuno è in grado di garantire che le polveri inalate oggi non provochino malattie in futuro

di LAURA BORSANI

Nuovo sciopero ieri mattina sulla questione-molatura, che questa volta ha bloccato per 4 ore l’allestimento della Carnival Magic. E sul tappeto resta l’interrogativo di fondo: chi può garantire che la procedura lavorativa non determini nel tempo patologie ai danni dei lavoratori? Che tra 15-20 anni non ci si trovi di fronte a conseguenze non previste, come accaduto per l’amianto? Una tragedia, l’amianto, che ha mietuto e continua a mietere vittime, per le quali si sono moltiplicati i processi.
È dunque sulla sicurezza e sulla salute che i sindacati non intendono concedere sconti. Polveri, vibrazioni e rumori sono condizioni di lavoro per le quali si pretendono interventi e investimenti complessivi, al fine di ridurre al massimo i rischi. I sindacati, hanno ribadito ieri, non sono contro la molatura a priori, consapevoli, sostengono, che questa attività è diventata necessaria ai fini produttivi. Ma sul piano della sicurezza alzano le richieste nei confronti dell’azienda. Che ieri ha ritenuto eccessivo e non pertinente il paragone con l’amianto, trattandosi di un materiale, la fibra di ferro, ben diverso dal minerale, e di un’attività, la molatura, che vanta abbondante esperienza e letteratura in materia di conoscenza e prevenzione. «Questa lavorazione è un passaggio obbligato per la realizzazione delle navi-passeggeri – dice l’azienda -. Ma la priorità resta la sicurezza. La salute dei lavoratori non è in discussione. Tanto è vero che, d’accordo con i sindacati, fin dall’inizio si è mossa coordinandosi in modo trasparente con l’Ass deputata al controllo delle norme in materia di ambiente e sicurezza». Solo a conclusione dei monitoraggi, ha aggiunto l’azienda, è possibile affrontare una valutazione complessiva.
Ma i sindacati non sono convinti. Il rappresentante della Rsu-Fiom, Moreno Luxich, osserva: «Non sappiamo quali eventuali conseguenze questo tipo di lavorazione possa determinare nel tempo. Certo è che sono previste patologie correlate, visto e considerato che la polvere non va inalata e non bisogna starci a contatto». «Il punto di contraddizione – continua – è che fino a poco tempo fa la molatura non si poteva eseguire, come concordato dalla Medicina del lavoro, dalla direzione aziendale e dai rappresentanti dei lavoratori. Ora, per esigenze di produzione, diventa necessaria. Non siamo disposti a rischiare. Né ci soddisfa il fatto che l’azienda intende ragionare sulla base della sperimentazione avviata al fine di monitorarne i rischi. A nostro avviso, si tratta di un campionamento inadeguato, previsto in aree lavorative, come la salderia, dove non c’è sufficienza di elementi di indagine. È necessaria invece un’analisi approfondita dell’intera questione». Luxich aggiunge: «Abbiamo sottoscritto innumerevoli accordi sulla sicurezza, per i quali abbiamo dovuto combattere nel farli rispettare. Per questo attendiamo una proposta credibile e concreta».
Michele Zoff, della Rsu-Fim, rilancia: «Un accordo su un processo lavorativo che bene non fa non lo sottoscrivo: chi mi dice che, tra 20 anni, non si determineranno conseguenze a causa dell’inalazione delle polveri? Non siamo contrari alla molatura se prevista con i dovuti requisiti di sicurezza. Vogliamo essere certi che la salute dei lavoratori verrà opportunamente protetta. Una cosa è l’attività di molatura sporadica, altro se diventa sistematica. La salvaguardia della sicurezza e della salute restano le priorità del sindacato». Andrea Holjar, della Rsu-Uilm, concorda: «Quanto sappiamo realmente sui danni che nel tempo può procurare questa procedura lavorativa? È questa incertezza il motivo principale della nostra battaglia. Siamo consapevoli che la molatura va fatta, ma, considerato che è stata ritenuta un’attività a rischio, bisogna fare il possibile per evitare che polveri, vibrazioni e rumori possano portare a malattie professionali. Si tratta di limitare al massimo le possibili conseguenze, attraverso impianti di aspirazione e l’isolamento rispetto ad altre lavorazioni». Holjar conclude: «Non capisco perchè l’azienda si riservi un confronto con i sindacati subordinandolo agli esiti delle indagini-campione avviati sulla molatura. Parliamone e cerchiamo di raggiungere la soluzione migliore. Del resto, investire sulla sicurezza è un risparmio per tutti, per la comunità intera. Cerchiamo dunque di tutelare il più possibile la salute dei lavoratori».
 
FINCANTIERI. SCIOPERO DI 4 ORE. ANCORA ASTENSIONI IN VISTA 
Bloccato l’allestimento di Magic

La vertenza sull’uso della molatura nelle aree dedicate alla saldatura delle lamiere nello stabilimento Fincantieri di Monfalcone ieri ha bloccato per quattro ore l’allestimento della Carnival Magic, il nuovo colosso dei mari la cui consegna all’armatore è programmata per la fine del prossimo aprile. Le Rsu Fim, Fiom, Uilm hanno proclamato un nuovo sciopero di due ore accompagnato dal presidio degli scaloni di accesso alla nave da crociera, ormeggiata alla riva E del cantiere navale di Panzano.
Stando alle organizzazioni sindacali, l’adesione dei lavoratori è stata molto alta, mentre l’azienda, riservandosi una valutazione complessiva, ha parlato di partecipazione comunque inferiore alle azioni di protesta precedenti. Sempre i sindacati hanno spiegato che non si è verificato alcuno scontro verbale con gli addetti delle imprese in appalto, che hanno in sostanza il monopolio delle fasi conclusive di allestimento delle navi passeggeri costruite a Monfalcone. Le Rsu Fim, Fiom, Uilm non allentano quindi la pressione. Ai tavoli di confronto la società ha dichiarato che applicherà la normativa in materia di sicurezza alla nuova prassi. Un’affermazione che ai sindacati non basta. I sindacati ribadiscono come i responsabili per la sicurezza (Rls) e delegati ogni giorno sono costretti a segnalare violazioni delle prescrizioni su coibentazione, pitturazione, sull’utilizzo dell’spirazione di saldatura e sull’uso massiccio della mola, che, soprattutto nelle aree di bordo, viene fatto con regolarità.
A Fincantieri i sindacati chiedono quindi non di fermarsi a quanto previsto dalla normativa.
«In mancanza di risposte accettabili la vertenza proseguirà», ha chiarito ieri Luxich. Dopo i tre scioperi inanellati nel corso delle ultime settimane e il blocco dello straordinario, che sabato si è tradotto anche nel presidio dell’ingresso del cantiere navale, le Rsu Fim, Fiom, Uilm lunedì pomeriggio hanno del resto deciso di mettere in campo altre azioni di protesta.
Allo sciopero di ieri potrebbero quindi fare seguito nuove iniziative e non è escluso che i sindacati decidano di cercare di coinvolgere la comunità. Resta da vedere se invece una fetta di lavoratori aderirà a una vertenza a oltranza, in un momento che rimane estremamente delicato, per i dipendenti diretti e soprattutto per i lavoratori dell’appalto. Lo sciopero di ieri è stato comunque proclamato da Fim, Fiom, Uilm in seguito al mandato ricevuto dalle maestranze nell’assemblea di un paio di settimane fa. In vista, per il momento, non sembrano esserci un nuovo incontro con la società sulla questione della molatura, il cui impiego è stato sottoposto nelle scorse settimane al monitoraggio della Medicina del Lavoro, dell’Azienda sanitaria e della Fondazione Maugeri.

Il Piccolo, 04 novembre 2010 
 
INFORTUNIO NELLA NUOVA PANEL-LINE DELLO STABILIMENTO NAVALE DI PANZANO 
Operaio ferito, scattano 2 ore di sciopero 
Escluse complicazioni per il dipendente diretto Pietro Carnese, carpentiere di 28 anni

Imprigionato con una gamba tra un rullo e un pannello mentre spostava una lamiera nella nuova panel-line: un infortunio simile a quello che nell’aprile 2009 era costato la vita al croato Juko Jerko, ha visto coinvolto ieri un dipendente diretto di Fincantieri, il carpentiere Pietro Carnese, 28 anni. L’uomo è stato soccorso dall’ambulanza di servizio nello stabilimento e trasferito all’ospedale di San Polo. I controlli ai quali è stato sottoposto non hanno rilevato complicazioni, tanto che già oggi Carnese potrebbe essere dimesso con una prognosi di pochi giorni. Ma sono state la dinamica dell’incidente e l’analogia con l’episodio mortale del 2009 a far scattare la protesta della Rsu che ha proclamato uno sciopero nelle ultime due ore di ogni turno. «A un anno e mezzo dall’infortunio nella nuova linea pannelli e che ci ha visto piangere il nostro collega Jerko – scrive la Rsu Fim-Fiom-Uilm – la realtà si è riproposta. Due coincidenze troppo simili perché si possano attribuire al caso. Un lavoratore Fincantieri è rimasto infatti imprigionato con la gamba tra la rulliera e una lama durante lo spostamento di un pannello. Un pannello che non avrebbe dovuto muoversi ma, rimasto agganciato a un secondo manufatto, avanzava causando l’incidente. Il lavoratore è stato ricoverato all’ospedale. Questo grave episodio è emblematico e mette in evidenza il comportamento dell’azienda sulle disposizioni di sicurezza, sottolineando ancora una volta come principale responsabile delle violazioni delle regole sia Fincantieri. Passa, con queste logiche sempre più pressanti, l’idea che sia il profitto al centro dell’interesse aziendale, e non i lavoratori».
Fincantieri, dal canto suo, declina ogni responsabilità sull’accaduto. In una lettera affissa in bacheca nello stabilimento l’azienda rileva come «l’infortunio è riconducibile a comportamenti di singoli soggetti non consoni alle regolari modalità di lavoro che hanno originato condizioni di non adeguata sicurezza. In particolare – rileva l’azienda – il posizionamento dei pannelli sulla linea è stato attuato non rispettando le necessarie distanze tra pannelli al fine di consentire il corretto impiego delle attrezzature utilizzate per la traslazione. L’azienda si riserva di adottare i provvedimenti necessari nei confronti dei responsabili dell’accaduto». (f.m.)

Il Piccolo, 14 novembre 2010

IL 22 SI CHIUDE LA CASSA INTEGRAZIONE 
Fincantieri, presidio di protesta ai cancelli 
Sempre più duro lo scontro tra azienda e sindacati sulla sicurezza nel posto di lavoro

La vertenza aperta da Fim, Fiom, Uilm sulle modalità  di uso della molatura all’interno dello stabilimento Fincantieri di Monfalcone si fa sempre più dura, mentre si avvicinano scadenze produttive importanti. Dopo lo sciopero di mercoledì, che ha bloccato i diversi settori del cantiere navale durante buona parte della giornata, l’annuncio del presidio di ieri, organizzato per rafforzare il blocco dello straordinario, ha vuotato lo stabilimento, come accade ormai di rado al sabato mattina. I lavoratori, sia dipendenti sia, in numero maggiore, delle imprese dell’appalto, non si sono nemmeno avvicinati all’ingresso del cantiere navale. Perlomeno di prima mattinata. Qualcuno si è fatto vivo attorno alle 9, sperando magari che i rappresentanti delle organizzazioni sindacali se ne fossero già andati, cosa che non è avvenuta, se non verso le 11, ed è stato pertanto convinto a non entrare. Magari dopo uno scambio di battute dal tono teso. «Perché non scioperate a oltranza? E i problemi che ci sono sulla nave in bacino a quelli ci pensate?», ha detto un operaio di una ditta esterna. Il nodo, però, stando a Fim, Fiom, Uilm, sta anche qua: evitare di allargare le maglie degli accordi esistenti in materia di sicurezza e salute che, secondo i isndacati, sono già di difficile applicazione, soprattutto nelle aree in cui operano le imprese dell’appalto e del subappalto. Dopo che l’ultimo incontro con la società, martedì scorso in stabilimento non ha segnato dei passi avanti rispetto le richieste avanzate dai sindacati (presentazione di un piano di investimenti, modifica dei cicli produttivi) per mettere in piena sicurezza l’impiego della molatura contestualmente alle lavorazioni di saldatura, le azioni di pressione sembrano destinate a proseguire nei prossimi giorni. Le Rsu si ritroveranno domani per fare il punto e decidere come proseguire la vertenza. Intanto si avvicinano scadenze produttive importanti. Una data ancora non c’è, ma pare che Carnival Magic, il nuovo colosso in realizzazione su commissione di Carnival Cruise Line, varato a fine agosto, debba effettuare i primi test in mare aperto già nel corso del prossimo mese. L’ultimazione della nave da crociera, lunga 306 metri, larga 42 e alta 64, con una stazza lorda di 130mila tonnellate e una velocità massima di 23 nodi, è prevista per aprile del 2011, visto che la crociera inaugurale nel Mediterraneo salperà da Venezia il primo maggio. Ormai imminente è anche l’impostazione in bacino del primo blocco della gemella di Magic e Dream, che la società armatrice ha deciso di chiamare “Breeze”, cioè brezza. La realizzazione della super-nave da crociera è programmata per l’estate del 2012 e non dovrebbe subire ritardi, anche se i motori diesel a essa destinati saranno dirottati sulla Costa Fascinosa, già in costruzione in bacino nello stabilimento Fincantieri di Marghera. I propulsori in costruzione alla Wartsila di Trieste per Breeze sono del resto identici, modello W46 a 12 cilindri, ai sei affondati a settembre a 20 metri di profondità al largo di Venezia.
L’impostazione del primo blocco è condizionata comunque anche dalla conclusione degli interventi di manutenzione straordinaria che stanno interessando il bacino del cantiere navale di Monfalcone, dove alla fine della prossima settimana si chiuderà la cassa integrazione ordinaria per tutti i lavoratori ancora coinvolti. Il rientro delle maestranze è previsto per il 22 novembre, mentre il giorno successivo a Roma si terrà un incontro di gruppo tra società e sindacati sui carichi di lavoro, dove dovrebbe emergere se i “buchi” nella produzione degli altri stabilimenti del gruppo saranno tamponati con un trasferimento di personale a Monfalcone.

Il Piccolo, 12 ottobre 2010 
 
IMPEGNO MASSIMO DEL TRIBUNALE DI GORIZIA SUL FRONTE DELL’ESPOSIZIONE DEI LAVORATORI NEI CANTIERI NAVALI 
Amianto, scatta un nuovo maxi-processo 
Riguarderà altre 35 vittime della fibra-killer. Entro il 2011 completate altre due o tre inchieste

di FRANCO FEMIA

Il tribunale di Gorizia sarà duramente impegnato nei prossimi anni sul fronte dei processi legati all’esposizione all’amianto. Da sei mesi è stato avviato il mega-processo per 85 morti da amianto tra i lavoratori del cantiere di Panzano con 41 imputati, e si profila all’orizzonte un nuovo procedimento per altre 35 vittime sempre per l’assunzione del minerale killer. La Procura della Repubblica ha in questi giorni informato gli indagati – sono sempre i vertici dell’ex Italcantieri – della chiusura dell’indagine. Ora i difensori hanno tempo 40 giorni per presentare memorie, nuova documentazione o chiedere l’interrogatorio degli indagati. Successivamente i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio degli indagati per omicidio colposo. Spetterà poi al gup fissare l’udienza preliminare e fissare, nel caso di rinvio a giudizio, il processo che si celebrerà sempre dinanzi a un giudice monocratico.
Ma il lavoro della Procura della Repubblica – la vicenda amianto è seguita dai pubblici ministeri Luigi Leghissa e Valentina Bossi – non finisce qui. Ci sono altre due o tre inchieste che procedono e che saranno presumibilmente completate entro il 2011.
D’altra parte le denunce per presunta morte causata dall’asbestosi continuano a giungere sul tavolo della Procura goriziana e secondo alcune statistiche ogni anno muoiono nel Friuli Venezia Giulia 60 persone per mesetelioma della pleura legato all’assunzione di amianto. E si ritiene che tra gli ex lavoratori dei cantieri si avranno decessi fino al 2020 come scriviamo a parte.
Alla Procura, diretta dalla dottoressa Caterina Ajello, per sveltire le inchieste sull’amianto è stato creato un pool di dieci persone che è costituito dai sostituti procuratori Luigi Leghissa e Valentina Bossi, da sei appartenenti alla forze dell’ordine (in gran parte carabinieri), due dirigenti del servizio di prevenzione e sicurezza sull’ambiente del lavoro dell’Azienda sanitaria isontina. C’è poi a disposizione un consulente informatico e, grazie a un server fornito dalla Regione, la Procura sta informatizzando tutto quanto è necessario per snellire il lavoro legato all’esposizione all’amianto. Si tratta di ricostruire 40 anni di storia dei cantieri, dal tipo e dalle modalità di costruzione delle navi, dai vertici apicali che si si sono succeduti in questi anni nello stabilimento di Panzano. E si tratta poi di memorizzare e incrociare migliaia di dati riferiti ai lavoratori e allo loro mansioni, il materiale documentale in possesso dei magistrati.
Si stanno raccogliendo e informatizzando anche le testimonianze fornite dai familiari e dai colleghi degli dipendenti deceduti divise anche per periodi di lavoro. Una mole di lavoro notevole che si sta dimostrando utile nelle udienze del maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia e che oggi prevede una nuova udienza.
Dinanzi al giudice monocratico dottor Matteo Trotta sfileranno come testi ancora ex dipendenti dei cantieri che racconteranno la loro esperienza lavorativa sulle navi realizzate nel bacino di Panzano.
 
UNA STRAGE CHE NON ACCENNA A FERMARSI 
Picco di decessi tra il 2015 e il 2020

Di amianto si continua e si continuerà a morire. Una strage destinata a salire ancora, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui, ritengono gli studiosi, arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate.
I rapporti sanitari in materia parlano da soli sulla portata del fenomeno. Secondo i dati del Registro tumori del Friuli Venezia Giulia, infatti, l’incidenza del mesotelioma maligno, forma tumorale legata all’esposizione da amianto, non accenna a fermarsi. Nel biennio 2004-2005 sono stati registrati 30 casi nell’Isontino e 45 nel Triestino. Il tasso di incidenza grezza è di 16 casi ogni 100mila uomini e di 5,5 casi ogni 100mila donne nell’Isontino, mentre nella provincia di Trieste sono 18,8 casi ogni 100mila maschi e 1,2 casi ogni 100mila donne. Per quanto riguarda gli uomini, si tratta di un’incidenza, rispettivamente, di 8 e 9 volte superiore rispetto alla provincia di Pordenone. In assenza di esposizione all’amianto, il rapporto sarebbe di un caso per milione di abitanti.
Stando ai dati relativi al biennio 2006-2007, l’incidenza dei casi di mesotelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine e di Pordenone.
Il territorio continua dunque a pagare in modo drammatico la pesante esposizione da amianto vissuta non solo dai lavoratori di cantieristica e metalmeccanica, ma anche da mogli, madri o sorelle che ne lavavano le tute, come pure da lavoratrici dell’industria tessile.
E ancora, secondo gli epidemiologi, negli ultimi 30 anni sono circa 900 i decessi collegabili all’esposizione della ”fibra killer” a Monfalcone, e altri 900 casi a Trieste. Quindi 1800 persone decedute, 60 ogni dodici mesi per ognuno di questi trent’anni.
In regione, inoltre, sono 8.400 gli iscritti al Registro degli esposti amianto, di cui 5.032 per motivi professionali. Di questi, i cittadini della provincia di Trieste sono 2.877, mentre dell’Isontino sono 1321.

Il Piccolo, 13 ottobre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Ascoltati altri quattro testimoni
Stabilito il calendario delle udienze fino alla fine dell’anno

Sono stati ascoltati dalla 10 alle 17 senza sosta i quattro testimoni chiamati a deporre ieri al maxi-processo avviato dal Tribunale di Gorizia per stabilire la responsabilità di 85 morti per amianto. Sul banco degli imputati si trovano 41 persone che a vario titolo negli anni hanno lavorato per il cantiere di Panzano. L’udienza di ieri, e l’intero procedimento, rappresentano un vero e proprio tour de force per il giudice Matteo Trotta. E sarebbe stata ancora più lunga, se uno dei testimoni non fosse stato assente. Ciascuna con le sue peculiarità, le testimonianze sono tutte molto simili tra loro. Anche se le une somigliano alle altre, come ha fatto notare uno dei legali di parte civile, l’avvocato Francesco Donolato, «nel susseguirsi dei racconti, si aggiungono particolari sempre nuovi».
Il volume di informazioni da gestire è mostruoso. Per capire quanto lo sia, è sufficiente prendere in considerazione il numero di testimoni chiamati in aula dal pubblico ministero Luigi Leghissa: quasi 400.
Tra le altre cose, ieri le parti hanno stilato le date delle prossime udienze. La prima sarà quella del 26 alle 9.30. Da qui alla fine dell’anno se ne terranno quattro in novembre e altre quattro in dicembre. È plausibile che solo per ascoltare i testimoni ci vorrà un altro anno e mezzo. «È un processo faticosissimo – assicura l’avvocato Riccardo Cattarini, uno dei difensori -, forse è il più faticoso mai affrontato dal Tribunale di Gorizia e il giudice Trotta sta approfondendo moltissimo dedicando molte energie a questo procedimento. Siamo fiduciosi». (s.b.)

Il Piccolo, 27 ottobre 2010 
 
AL MAXI-PROCESSO DEPOSIZIONE DI UN SOTTUFFICIALE CHE HA OPERATO SULLA ”GARIBALDI” 
«Solamente nel 1992 siamo stati informati che l’esposizione al materiale era pericoloso per la nostra salute»
«La Marina ignorava la pericolosità dell’amianto»

di FRANCO FEMIA

Anche il personale della Marina militare che operava sulle navi in costruzione ai cantieri di Panzano non era stato informato della pericolosità che comportava l’esposizione all’amianto. Lo ha dichiarato Aimone Bariviera, capo di 3a classe della Marina, oggi in pensione, chiamato a deporre al maxi-processo per l’amianto. «Nessuno ci ha fornito notizie sull’amianto – ha detto – e lo abbiamo usato come qualsiasi altro materiale».
Bariviera era uno dei sottufficiali incaricati di controllare i lavori sulla portaelicotetri ”Garibaldi”, allora ammiraglia della flotta militare italiana, realizzata a Monfalcone dall’Italcantieri. «Ho saputo dei rischi per la salute che comportava l’esposizione all’amianto solamente nel 1992 quando è uscita la legge per il personale imbarcato che era stato a contatto con l’amianto», ha risposto Bariviera a una domanda che era stata rivolta dal pubblico ministero Luigi Leghissa.
Comunque anche sulla ”Garibaldi” è stato utilizzato l’amianto. Bariviera ha sottolineato che questo materiale veniva utilizzato nella guarnizioni dei tubi che conducevano acqua alta, negli scambiatori di calore e in un piccolo inceneritore di cui era fornita la nave. L’inceneritore, ha spiegato Bariviera, si trovava nell’area riservata della ”Garibaldi” e viene usato in caso di necessità di distruggere materiale riservato.
«Ho maneggiato l’amianto per lavori di manuntenzione – ha detto Bariviera – non solo sulla Garibaldi ma anche su altre navi su cui ho navigato».
Il sottufficiale della Marina è stato impiegato sulla ”Garibaldi” per oltre tre anni, fino al 1986 quando la portaelicotteri ha lasciato il cantiere di Panzano per raggiungere La Spezia ed entrare in piena attività. «Sulla nave lavorava una miriade di lavoratori – ha affermato Bariviera – con mansioni diverse, c’erano i coibentatori, gli elettricisti, i tubisti. Molti lavoravano nello stesso ambiente e le coibentazioni venivano fatte in contemporanea con altri lavori».
Bariviera, che non aveva alcun rapporto di dipendenza con l’Italcantieri, ha detto che quando si trovava sulla nave usava della mascherine, che gli venivano fornite dalla Marina militare e che anche gli operai portavano della mascherine mentre il personale adibito alla sicurezza usavano caschi gialli e i guardiafuochi uno rosso.
E domani si replica. Il giudice monocratico Matteo Trotta ha convocato tutti per le 9 nell’aula dell’ex Corte di assise, dove sfileranno ancora dei testi citati dal pubblico ministero. Si tratta ancora di ex dipendenti dei cantieri che hanno lavorato negli anni che vanno dal Sessanta al Novanta, chiamati a raccontare come era organizzato e in quali condizioni si svolgeva il lavoro sulle navi con particolare riferimento all’utilizzo dell’amianto.
Il processo, iniziato nel maggio scorso, vede imputati 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Tutti devono rispondere di omicidio colposo per la morte da asbestosi di 85 persone che hanno lavorato sulle navi.

Il Piccolo, 05 novembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO. NUOVE TESTIMONIANZE 
«Se avessi saputo che c’era l’amianto mi sarei licenziato»

di FRANCO FEMIA

«Se venivo a sapere che ai cantieri si usava l’amianto mi sarei licenziato perché ci tengo alla salute»: Sergio Veronesi, friulano di Bagnaria Arsa, per 30 anni dipendente dell’allora Italcantieri e sofferente di asbestosi, risponde così a un certo punto all’incalzare delle domande dell’avvocato Riccardo Cattarini, che nel maxiprocesso dell’amianto difende Bilucaglia e Visintin, due addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Tra il legale e il teste c’è stato anche un vivace battibecco proprio sulla conoscenza o meno della pericolosità dell’amianto e anche sui sistemi utilizzati per la prevenzione. «Nessuno mi obbligava a mettere l’elmetto o le mascherine – ha detto Veronesi -. Lo facevo di mia iniziativa per salvaguardare la mia salute».
Anche Giorgio Montini, di Sagrado, dipendente dell’Italcantieri dal 1974 al 2001, ha confermato al giudice di essere venuto a conoscenza della pericolosità dell’amianto solamente un paio di anni prima di andare in pensione. Montini, che svolgeva le mansioni di saldatore, ha illustrato l’ambiente in cui lavorava, la sala macchine, pieno di polvere e fumo provocati dal taglio e dalle saldature delle lamiere e che gli aspiratori non riuscivano a smaltire in modo sufficiente.
Sull’utilizzo delle mascherine, Montini ha confermato quanto hanno riferito nelle precedenti udienze da altri ex dipendenti dell’Italcantieri: erano in pochi a utilizzarle anche perché negli angusti spazi di lavoro era difficile tenerle per ore e spesso impedivano anche di usare l’elmetto. «Poi, spesso – ha detto il teste – il magazzino era sprovvisto. Quando c’era tanto fumo cercavo di coprirmi la bocca con degli stracci o dei fazzoletti».
Molte delle domande del pm Luigi Leghissa vertevano sulla coibentazioni che venivano fatte su alcune parti delle navi in costruzione. Ed è emerso che, almeno fino a metà degli anni Settanta come ha precisato Giuseppe Bertolissi, l’impasto di cemento e amianto veniva lavorato direttamente sul posto e usato per coibentare i tubi che portavano vapore o gli scarichi dei motori. Solamente negli anni successivi veniva usata lana di vetro e di roccia.
Il processo proseguirà martedì 9 novembre con una nuova udienza dedicata alla deposizione di testimoni.

Il Piccolo, 10 novembre 2010 
 
«Ho saputo del pericolo solo leggendo i giornali» 
Maxi-processo amianto, continua in aula la sfilata degli ex operai del Cantiere

di FRANCO FEMIA

«Noi lavoratori dei cantieri sapevamo che nella realizzazione delle navi veniva usato amianto già negli anni Settanta anche se nessuno ci aveva infomato sulla natura di questo materiale». Lo ha detto ieri, dinanzi al maxi-processo che si celebra al tribunale di Gorizia, Luciano Querci Della Rovere, che per quasi trent’anni ha lavorato sulle navi in costruzione a Panzano prima nel reparto officina e poi in salderia. «Ho sempre saputo che ai cantieri si usava l’amianto – ha detto Della Rovere, che aveva iniziato a lavorare all’Italcantieri nel 1971 -, ma nessuno ci aveva detto che era pericoloso. L’ho saputo anni dopo dai giornali». Amianto che veniva usato anche sui sommergibili. Veniva applicato infatti attorno ai boiler. Il teste ha pure ricordato che materiale di amianto veniva utilizzato per saldare le lamiere delle fiancate delle navi e questo avveniva ancora nella seconda metà degli anni Ottanta.
Della Rovere ha confermato che sui posti di lavoro funzionavano degli impianti di aerazione, ma spesso erano gli stessi operai a chiedere la loro chiusura perché il loro rumore era assordante.
Al processo in precedenza aveva deposto anche Gianpaolo Visintin, che aveva lavorato alcuni anni all’Italcantieri per una ditta esterna. Aveva il compito di dipingere e pulire le navi e ha ricordato di aver visto operai spruzzare all’interno delle navi una sostanza che aveva poi scoperto fosse amianto.
La prossima udienza è fissata per lunedì 15 novembre sempre per sentire ancora ex dipendenti dell’allora Italcantieri. Fino ad ora il pubblico ministero non ha rinunciato ad alcun teste di 400 indicati nella lista presentata all’inizio del processo.

Il Piccolo, 16 novembre 2010

Maxi-processo amianto Gli operai: «Ecco come si lavorava in Cantiere»

Nuova udienza dedicata al maxi-processo legato all’esposizione all’amianto, al Tribunale di Gorizia. Anche ieri sono sfilati i testimoni, presentati dalla pubblica accusa, con il pm Luigi Leghissa, per raccontare come si lavorava in cantiere. Persone che, direttamente o indirettamente, hanno operato all’exItalcantieri, su navi, sommergibili, ma anche in terraferma. Lavoratori diretti e dipendenti delle ditte d’appalto. Sul tappeto resta la ricostruzione delle condizioni di lavoro, in relazione in particolare alla salubrità, alla sicurezza e all’adozione o meno di mezzi e attrezzature, come le mascherine, volte a prevenire situazioni di disagio e per la salvaguardia della salute.
Anche le testimonianze rese ieri davanti al giudice monocratico Matteo Trotta, hanno tratteggiato un quadro pressochè unitario: la scarsa conoscenza circa la pericolosità del minerale, per la quale ne conseguiva anche una poco accurata prevenzione, in fatto di misure di idonea protezione. Quasi tutti hanno osservato: «si respiravano polveri». Certo, spesso i ricordi riportati sono sfumati, trattandosi di circostanze lontane nel tempo, oppure riferite da testimoni poi deceduti.
Sono già fissate le udienze del 2, 9 e 14 dicembre, durante le quali saranno ascoltati circa 5-6 testi alla volta. Il 2 dicembre, inoltre, sarà reso noto il calendario per i mesi di gennaio e febbraio 2011. La volontà è quella di accelerare il procedimento, con due udienze alla settimana.

Il Piccolo, 07 dicembre 2010 
 
Amianto causa della morte, una certezza già 21 anni fa 
In una sentenza del pretore di Udine la relazione tra esposizione e il decesso di un cantierino
STRAGE CHE CONTINUA
IL DRAMMA 
Il caso riguardava un operaio di Fiumicello che aveva lavorato a Panzano. L’Inail venne condannata a risarcire la vedova

di FRANCO FEMIA

Una correlazione tra l’asbestosi, provocata da inalazione di polveri d’amianto, e il tumore alla pleura era stata accertata ancora 21 anni fa da un giudice che aveva condannato l’Inail a pagare le ”rendite superstiti” alla vedova di un operaio al cantiere navale di Panzano morto per mesetelioma. Era l’ottobre del 1989 quando il pretore di Udine, dottor Carchio, aveva dato ragione a Giuliana Zuppel, moglie di Lionello Bugni, di 56 anni, residente a Fiumicello, deceduto tre anni prima, condannando l’Inail, che aveva sempre disconosciuto il nesso di casualità tra l’asbestosi, quale malattia professionale, e il decesso del cantierino. Erano stati il primario di servizio di Fisiopatologia respiratoria e Pneumologia sociale dell’ospedale di Udine e l’anatomopatologo che aveva eseguito l’autopsia, a sostenere che l’asbesto svolge una diretta azione timore nei riguardi del carcinoma del polmone e soprattutto del mesetelioma della pleura.
Era stata stata quella del giudice Carchio la prima sentenza in regione in materia di amianto, che aveva allora suscitato scalpore. La Fim-Cisl, che aveva assistito la signora Zuppel nell’azione legale con l’avvocato Luigi Genovese, aveva diffuso un volantino per sostenere come le preoccupazioni del sindacato avanzate ancora a metà degli anni settanta erano giuste. «Ci avevano accusato di fare del terrorismo psicologico – si legge – ma alla fine si è dovuto riconoscere che le prove che portavamo a sostegno di questa tesi erano fondate».
Ma quella sentenza, ritenuta esplosiva, rimase per molti anni lettera morta. Ci volle la forte azione dell’Associazione esposti all’amianto non solo per tener vivo il problema, ma anche per sollecitare la magistratura a intervenire e a dar corso agli 800 e passa esposti presentati alla Procura. Si sono dovuti attendere quasi venti anni, e l’intervento del presidente della Repubblica, per veder partire il maxiprocesso dinanzi al tribunale di Gorizia con 41 imputati di omicidio colposo – i vertici dell’allora Italcantieri e i responsabili delle ditte subappaltanti – nei confronti di un’ottantina di lavoratori del cantiere ucciso dall’amianto.
Ma non pochi operai, come riportano alcune testimoni sentiti al processo, sono stati informati solamente negli anni Novanta del pericolo legato all’esposizione all’amianto.
 
IL DRAMMA. A GENNAIO LA RICHIESTA DI ALTRI RINVII A GIUDIZIO 
In arrivo un altro maxi-processo

Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il piccolo delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone. (fra. fem.)

Il Piccolo, 10 dicembre 2010 
 
«L’amianto non ci faceva paura» 
Nei primi anni ’70 non c’era una percezione del rischio in cantiere

di FRANCO FEMIA

«Si, agli inizi degli anni Settanta si parlava di amianto all’interno dei Cantieri, ma in forma leggera, non c’era ancora la percezione della sua pericolosità»: a dichiararlo ieri dinanzi al giudice monocratico, Lino Rossetti, che ha lavorato per 37 anni, dal 1952 al 1989, nello stabilimento di Panzano come saldatore elettrico, uno dei testi che ha deposti al maxiprocesso.
Rossetti era uno dei 140 delegati di fabbrica ma più volte, dinanzi alle richieste rivoltegli ieri in aula dal pm Valentina Bossi e dagli avvocati della difesa Borgna e Cattarini, ha sostenuto che nei primi anni ’70 anche il sindacato non aveva sollevato il problema della pericolosità dell’amianto. Era stata svolta in quegli anni una ricerca epidemiologica ma su vari gli aspetti legati alla tutela del mondo del lavoro. Era emersa una relazione di poche paginette in cui non compariva il problema amianto. In base a quella ricerca era intervenuta anche la medicina del lavoro, che aveva fatto eseguire delle visite mediche a campione ai lavoratori, che erano stati sottoposti a esami pneumologici e spirometrici e dell’udito per valutare l’esistenza di malattie professionali. Ma anche allora, secondo Rossetti, nessun allarme era stato lanciato sulla pericolosità all’esposizione all’amianto. E sul fatto che il sindacato non avesse approfondito il tema, il teste ha sostenuto che la sua funzione all’interno del cantiere era quella di far rispettare gli accordi aziendali.
Dalla testimonianza di Rossetti è emerso, comunque, che sebbene si fosse a conoscenza che gli operai erano in contatto con l’amianto, il suo pericolo era stato sottovalutato o considerato come uno dei tanti problemi legati alla tutela dell’ambiente e dei lavoratori come la polverosità creata dai fumi o la rumorosità. «Se qualcuno ci avesse informato della reale pericolosità dell’esposizione all’amianto – ha detto Rossetti – certamente avremmo chiesto la sua eliminazione».
La prima sentenza che riconosce l’esposizione all’amianto come malattia professionale porta la data dell’ottobre1989 e la firma di un giudice del lavoro di Udine, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, ma allora in un volantino della Fim-Cisl si leggeva che da 15 anni si parlava all’interno della fabbrica della pericolosità dell’amianto.

Il Piccolo, 15 dicembre 2010 
 
«Maschere protettive? Ce le compravamo noi» 
Altre testimonianze di ex dipendenti al maxiprocesso amianto

Continua la sfilata di operai ed ex lavoratori dell’Italcantieri dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta chiamati a testimoniare nel maxi-processo per l’amianto. Si ripercorre, anche con queste testimonianze, gli ambienti di lavoro al cantiere di Panzano, dove si utilizzava l’amianto nella costruzione delle navi. I testi citati ieri hanno confermato come fino a metà degli anni Settanta veniva usato l’amianto a protezione delle condutture, delle caldaie e di altre parti sensibili della nave per prevenire gli incendi. E a manipolare in misura maggiore l’amianto, o meglio il cemento-amianto, erano per la maggior parte dipendenti di ditte esterne. «Era noto agli operai – ha affermato un capo reparto, in servizio all’Italcantieri fino al 1985 – che veniva usato l’amianto e ho saputo che era pericoloso dopo gli anni Ottanta da ambienti sindacali».
Sulla prevenzione è stato ribadito che non tutti indossavano mascherine, ma c’erano del tipo speciali che venivano usate da chi lavorava in ambienti molto polverosi. Ma c’era chi le mascherine se le comperava a proprie spese, come ha riferito un addetto alle pulizie dipendente di una ditta esterna. Solo in secondo tempo le forniva l’Italcantieri, ma mai la ditta di cui era dipendente. Anche le tute di lavoro degli operai solo dagli anni Settanta venivano lavate a cura dell’Italcantieri.
Sulle visite mediche è stato confermato che venivano effettuate regolarmente e che erano più frequenti per quegli operai a rischio di malattie professionali. E quegli stessi operai percepivano un’indennità riconosciuta proprio per chi faceva lavori ritenuti più nocivi.
Il processo è stato aggiornato al prossimo anno. Il dottor Trotta ha fissato per i primi due mesi del 2011 sei udienze: si riprenderà il 18 gennaio per continuare il 24 e il 31 gennaio; tre udienze anche a febbraio: l’uno, il 22 e il 24. E protagonisti saranno ancora i lavoratori dei cantieri. (fra.fem.)

Il Piccolo, 22 dicembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Mancata sorveglianza in tre rinviati a giudizio 
Nuovo filone al Tribunale, sotto accusa i responsabili della sicurezza nel cantiere

Aperto ieri mattina al Tribunale di Gorizia un altro filone sulle morti per amianto del maxi-processo dai contorni ancora da definire e sul quale si sta occupando la magistratura goriziana. Il Gip Paola Santangelo ha infatti rinviato a giudizio Marino Visintin, Mario Bilucaglia e Mario Abbona, addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Il magistrato contesta ai tre la mancata sorveglianza sul luogo di lavoro, e cioè al cantiere navale di Panzano. Non si tratta di un nuovo reato, Visintin, Bilucaglia e Abbona sono già imputati nel maxi-processo. L’udienza si terrà il 22 febbraio, quando riprenderà il processo. La decisione del rinvio a giudizio dei tre da parte del giudice per le indagini preliminari è dovuta al fatto che al processo è stata ammessa anche la causa relaitva a un’altra vittima dell’amianto. Secondo il legale di Visintin e Bilucaglia, l’avvocato Riccardo Cattarini, il ruolo dei due funzionari non era direttamente finalizzato a un controllo diretto sull’effettiva applicazione delle norme di sicurezza e tutela della salute all’interno del cantiere. Svolgevano di fatto una sorta di consulenza. E quindi, secondo il legale, sono da ritenersi estranei alle accuse mosse a loro carico.
Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone.

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Il Manifesto, 15 maggio 2008

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