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Il Piccolo, 11 ottobre 2010

FENOMENO IN CONTROTENDENZA DOPO ANNI DI MASSICCIA IMMIGRAZIONE
Stranieri, primi segnali di fuga dalla città
Colpita dalla crisi soprattutto la numerosa comunità bengalese. Bambini ritirati da scuola

di LAURA BORSANI

Stranieri? Per la prima volta si inverte la tendenza in città. Perchè non solo rallentano gli arrivi, ma è iniziato anche un fenomeno migratorio. Numeri piccoli in termini assoluti, comunque significativi: poco meno di un centinaio, da gennaio a settembre, si sono trasferiti. Metà sono bengalesi. E in buona parte, a rientrare nel Paese d’origine, sono donne e bambini. Le famiglie così si dividono, poichè a lasciare la città sono per prime proprio le donne, che non lavorano, e la prole. Ciò sta portando anche a ritiri di bambini dalle scuole, in primis la Duca d’Aosta e la media Giacich, da tempo caratterizzate da alti tassi di presenza di alunni stranieri (uno su quattro), avendo impostato una specifica attività di integrazione.
È un fenomeno inedito per Monfalcone, legato alla crisi. Uomini che si spostano in un altro Paese in cerca di occupazione. E i nuclei familiari si assottigliano di fronte alla difficoltà economica. L’inversione di tendenza non è passata inosservata. Negli ultimi mesi gli stranieri già iscritti all’anagrafe ed emigrati all’estero sono stati 63, di cui 32 donne e 31 uomini. La metà è bengalese, 34 in tutto, di cui 23 donne e 11 uomini. Seguono i croati (7 uomini e una donna), i macedoni (5) e i kosovari (4, di cui 3 donne).
Cifre ancora insignificanti sotto il profilo statistico, ma tali da far riflettere una città abituata a costanti flussi migratori con una presenza straniera che resta importante. A Monfalcone il rapporto è di un cittadino straniero su sette. Dal 2008 al 2009 i non italiani sono passati dal 13,2% al 14,6% della popolazione residente totale. E dopo il picco del 2007, c’è stata una flessione in termini assoluti del volume complessivo dei nuovi arrivati. Dei 28.043 abitanti di Monfalcone registrati al 31 dicembre scorso, 4.096 sono stranieri. Nel 2008 erano 3.713. La comunità più numerosa resta quella bengalese, che, a livello mandamentale è a quota 1529, seguita dai bosniaci (480), romeni (672) e croati (595). Il fenomeno in controtendenza può essere legato alla perdita del lavoro.
«I motivi per cui questi stranieri risultano emigrati all’estero – osserva l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin – possono essere riconducibili a diversi fattori, tra i quali anche il disagio economico. Incrociando altri dati, inoltre, notiamo un comportamento specifico espresso dalla comunità più numerosa, quella bengalese. In alcuni casi i bambini non frequentano più le nostre scuole. In momenti difficili come quello attuale, prima se ne vanno le donne e i loro figli, poi, gli uomini. Per le altre etnie, specie quella croata e macedone, gli spostamenti riguardano soprattutto gli uomini in cerca di occupazione».
Ma ad affrontare la crisi sono anche numerosi stranieri stanziali, ormai radicati in città. Per loro, in particolare i bengalesi, che spesso lavorano alle dipendenze di ditte in appalto a Fincantieri, i problemi si moltiplicano. Non c’è solo la questione legata alla garanzia degli ammortizzatori sociali. L’aggravante è costituita dal fatto che gli stranieri non possono accedere ad interventi di sostegno.
«La legge regionale sul Fondo di solidarietà esclude gli stranieri – spiega la Morsolin -. Si evidenziano pertanto situazioni in cui lavoratori dipendenti di una stessa azienda in crisi hanno possibilità diverse, creando di fatto un’evidente disparità di trattamento».

LO SOSTIENE IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA IMMIGRATI
«I dati ufficiali sottostimano l’esodo»

«Gli stranieri che sono tornati a casa, sono molti di più rispetto a quelli indicati nei dati ufficiali del Comune». Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark, ne è certo. Il presidente della Consulta stranieri spiega però che nessuno parte con l’idea di non tornare. «Al momento la situazione economica è difficile per tutti – dice -. La mancanza del lavoro non permette al capofamiglia di mantenere la moglie e i figli. In Bangladesh un po’ per tradizione, un po’ per orgoglio, si pensa che il maschio debba mantenere tutti, così per evitare situazioni imbarazzanti chi perde il lavoro fa rientrare i propri cari perché a casa la vita costa di meno».
«Chi è in possasso di un permesso di soggiorno a tempo indeterminato o a lungo periodo – prosegue il presidente della Consulta – è obbligato a tornare in Italia entro un anno per non perderlo».
Mukter ricorda in ogni caso che c’è anche il fenomeno opposto. Che cioé normalmente gli immigrati emigrano non con il proposito di fermarsi all’estero per tutta la vita, piuttosto si spostano con l’idea di rientrare appena possibile. «Tutti vengono con un programma di una decina d’anni. L’idea è di mettere da parte un po’ di denaro per poi aprire un’attività o comperare una casa nel Paese d’origine. Se poi uno si trova bene, magari si ferma anche in Italia, ma è l’eccezione, non la regola».
Tra le criticità individuate da Mark, c’è quella dall’abitazione. Da quando sono stati fissati dei limiti sul numero di persone che possono occupare un dato appartemento, le comunità straniere sono andate in crisi. Di questo se n’è parlato anche nel corso della prima riunione della Consulta stranieri convocata ieri mattina nell’ex Libreria Mondadori di via Sant’Ambrogio. «Prima due fratelli potevano dividere l’affitto di un appartamento vivendo con le rispettive famiglie, oggi non possono più farlo. Devono prendere una casa loro. Ma l’affitto non si dimezza e non riescono a sostenere le spese. Ecco allora che mogli e figli devono rimpatriare». (s.b.)

Monfalcone – Uniti contro la crisi
Verso la manifestazione del 16 ottobre.. e oltre

Incontro Pubblico a Monfalcone, sabato 9 Ottobre, ore 14.30.
Sala Convegni, Scuola di Musica Vivaldi
via G. Galilei 93/A, Monfalcone (Gorizia)

partecipano:

Giorgio Cremaschi, Segreteria Nazionale FIOM
Luca Tornatore, Ass. Ya Basta! Italia

Introduce:
Cristian Massimo

Siamo lavoratori precari nel mondo definibile genericamente “del sociale e della cultura”. Più nel dettaglio, lavoriamo con contratti di collaborazione e di lavoro a progetto, siamo lavoratori para-autonomi o i mitologici “soci-lavoratori” del lavoro cooperativo. Siamo anche piccoli padroni di noi stessi, lavoriamo con partita Iva o ritenuta d’acconto. A tutti gli effetti siamo padroni dei nostri mezzi di produzione, messi a lavoro nelle varie forme dell’appalto, del concorso, del bando di gara. Nella nostra giornata lavorativa prestiamo tutto il nostro tempo, la nostra passione, il nostro sapere, in definitiva la nostra vita, a quegli enti e a quelle istituzioni, che scaricano sul cosiddetto privato sociale quei lavori, immateriali e di relazione, tanto necessari quanto indispensabili, che l’Ente pubblico non è più in grado di svolgere, ma di cui deve garantire la presenza proprio per la sua stessa ragion d’essere.

Riteniamo quindi giusto definirci come lavoratori indispensabili alla società ed in particolare al territorio in cui viviamo e lavoriamo. Non solo per quanto riguarda l’ambito dei servizi essenziali alle persone: siamo contemporaneamente attori e strumenti di quello “Stato Sociale” in via di possibile ridefinizione e costantemente aggredito dal “mercato” che necessita sempre più di mettere a servizio del profitto anche l’ambito dei bisogni e dei “servizi”. Ci sentiamo indispensabili anche perché costituiamo materialmente quella rete di garanzie sociali minime che le trasformazioni del mercato del lavoro e degli ambiti di produzione utilizzano come parafulmine o valvola di sfogo all’interno della crisi per la miriade di “danni collaterali” che la precarietà, l’assenza di forme di garanzie sociali e l’esclusione dagli ambiti di produzione scaricano sul territorio e sulla società.
Riteniamo insomma di essere quelle figure lavorative che oggi, in questo tipo di economia, più di chiunque altro contribuiscono alla creazione di ricchezza e di profitto, alla crescita di ricchezza diffusa o di produttività calcolata in termini di PIL. Eppure viviamo l’estrema contraddizione di essere fondamentali e di venire descritti come nullafacenti, eterni giovani che non vogliono ancora trovare un vero lavoro come invece hanno fatto i nonni e i padri. Tale contraddizione diviene insopportabile ancor di più in una città e in un territorio che ancora oggi si definiscono “operai” e che, nelle parole delle forze politiche classiche, della sinistra e non solo, ritiene che l’unica risposta possibile alla crisi sia il rilancio di una generica “politica industriale”.
Una crisi che, quindi, è prima di tutto identitaria, nella difficoltà di esprimere un nuovo potenziale collettivo, una possibile fuoriuscita dalla crisi sociale, economica e culturale nell’ottica di un cambio radicale dei concetti di lavoro, cittadinanza, economia e collettività.

Non vi è possibilità alcuna, e per fortuna, verrebbe da dire, che dagli ambiti della politica istituzionale e dei partiti nasca un sogno, una suggestione o un desiderio di riforma radicale dell’esistente.

Aspettare una nuova svolta nella politica industriale significa proprio questo: assenza completa di immaginario se non nei termini ridicoli della nostalgia per un passato di cui nessuno sente la mancanza, arrivando addirittura a sperare che il “mercato” coincida totalmente e completamente con lo Stato, nell’illusione che esso possa risolvere questa crisi che egli stesso ha tenacemente voluto, pianificato e strutturato.

Sarebbe ridicolo, se non fosse che si parla di noi, del nostro territorio, della nostra città, della nostra vita.
Per questo decidiamo di organizzarci, sappiamo che aspettare oggi una risposta dai piani alti della politica, rappresenta il suicidio.
Le situazioni drammatiche in cui versano gli operai sono esemplificative del futuro che ci attende. Lavoratori radicalmente diversi da noi, classiche figure del mercato del lavoro di questi territori che intorno a loro hanno costruito quella identità collettiva che richiamavamo sopra, identità gloriosa per lunghi tratti, sempre più marginale, addomesticata, residuale e oggi considerata addirittura parassitaria.
Non ci è mai interessato essere metalmeccanici o operai classici. Ad essere sinceri, ci siamo rifiutati caparbiamente di esserlo. In ogni caso, comprendiamo bene come la crisi occupazionale delle grosse e medie aziende operaie non è un dramma solo per chi la vive in maniera diretta con la cassa integrazione o con la messa in mobilità quando non addirittura col licenziamento. Dal nostro ambito di lavoro vediamo costantemente come la crisi delle aziende significhi drastico ridimensionamento del reddito, aumento dell’esclusione sociale, aumento degli affitti o dei mutui e, quindi, di sfratti e pignoramenti, aumento della diffusione delle dipendenze sia legali che illegali, lavoro nero, sfruttamento, razzismo e frustrazione. La crisi produce emergenze sociali continue a cui né il mercato né la politica sono in grado di dare risposte. Al contrario, emergenze sociali così stratificate e persistenti tracimano dall’emergenza sociale e sconfinano nell’emergenza penale, come impariamo da chi di noi lavora nei servizi sociali di prossimità o nel volontariato carcerario. Emergenza sicurezza, emergenza carceri, emergenza immigrazione e centri di detenzione sono l’altra faccia della stessa medaglia. La crisi svuota le fabbriche e contemporaneamente riempie le carceri .
A questo scenario riteniamo doveroso opporci, prima di tutto come liberi cittadini ma anche come rete organizzata degli operatori sociali e culturali, perché vogliamo essere uniti contro la crisi ma anche perché vogliamo vivere e non sopravvivere dentro una crisi che sappiamo essere non solo strutturale, ma molto più radicale di quanto possa dimostrare la mera conta delle ore di cassa integrazione. Non vi è una fine o un ritorno al passato, non vi è mediazione possibile dentro questa crisi, non ci sono scappatoie o soluzioni individuali, di “categoria” né tanto meno aziendali: la crisi colpisce globalmente il territorio, i suoi abitanti, la loro identità e le loro relazioni sociali.
Vediamo nell’assemblea auto-convocata del 9 ottobre a Monfalcone la possibilità di iniziare un nuovo percorso di discussione e organizzazione. Un nuova fase costituente capace di costruire un ambito politico dove studenti, operai in cassa integrazione, migranti, operatori della cultura e del sociale, senza casa e tanti altri possano riconoscersi principalmente come vittime della stessa crisi ma anche come potenziali attori di un nuovo inizio.
Chiediamo a tutti di partecipare all’assemblea di Monfalcone assumendo l’appello “Uniti contro la crisi” lanciato a livello nazionale come stimolo alla riflessione.
Chiediamo di intervenire con suggestioni, idee e proposte sia in forma organizzata che individuale, non solo per rivendicare i propri bisogni e chiedere solidarietà alle varie vertenze già in essere, ma bensì nel tentativo di allargare lo sguardo e il ragionamento aldilà delle lotte e vertenze proprie per immaginare una possibile ricomposizione di un tessuto sociale e lavorativo sempre più frazionato e diviso sulle grandi problematiche che riguardano non solo una categoria, non solo un azienda ma tutta il nostro territorio e la vita di tutti.

Il Piccolo, 09 ottobre 2010 
 
OGGI AL ”VIVALDI” 
Giorgio Cremaschi parla di precariato

Ci sarà anche Giorgio Cremaschi, ex leader nazionale della Fiom a discutere della crisi che colpisce giovani e meno giovani, lavoratori precari e con il posto fisso. L’appuntamento è per questo pomeriggio dalle 14.30 alle 18 nella sala Vivaldi di via Galilei, promosso dalla Rete degli operatori sociali e culturali precari organizzati. L’evento, dal titolo ”Uniti contro la crisi, uniti dentro la crisi” vedrà la partecipazione, oltre che di Cremaschi, anche di Luca Tornatore, ricercato precario impegnato recentemente nelle lotte contro gli Ogm in Fvg. L’assemblea ha come obbiettivo di costruire una rete di relazioni e confronto tra tutte le componenti sociali e del mondo del lavoro che nel nostro territorio soffrono la crisi nei termini della cassa integrazione e dell’espulsione dal mercato del lavoro, ma anche la precarietà, il lavoro a progetto, la catena dei sub-sub appalti.
All’ assemblea sono stati invitati ad intervenire nel dibattito anche i collettivi studenteschi, i precari della ricerca e della formazione, i gruppi organizzati della precarietà dell’informazioni e del giornalismo, e le associazioni di culturali e del volontariato. (e.o.)

Il Piccolo, 20 settembre 2010

Fincantieri, tensione sui tagli. Appello di Bagnasco 
L’arcivescovo di Genova: tutelare i lavoratori. Martedì i sindacati convocano i sindaci e le regioni
LA CRISI DEI CANTIERI
Il gruppo triestino ribadisce che nessuna decisione è stata ancora presa A Riva Trigoso le Rsu annunciano l’occupazione degli stabilimenti

di PIERCARLO FIUMANÓ

TRIESTE Si apre una settimana delicata e tesa sul fronte Fincantieri dopo la pubblicazione della bozza del piano industriale 2010-2014 che prevede la chiusura degli stabilimenti di Riva Trigoso (Genova) e Castellammare di Stabia (Napoli) e tagli per 2500 unità. Il piano ”valorizza” Monfalcone che costituirà un polo delle navi da crociera assieme a Marghera e quindi viene risparmiata dalle conseguenze del riassetto. Ma in Campania e Liguria il clima è pesante. Domani i sindacati hanno convocato un tavolo sulla cantieristica con i sindaci e le regioni coinvolte dal piano. Già proclamate 8 ore di sciopero per il primo ottobre con manifestazione a Roma.
A Genova scende in campo il cardinale Bagnasco: il presidente della Cei e arcivescovo di Genova fa un appello a tutela dei lavoratori della Fincantieri.
Da Trieste Fincantieri, come abbiamo riportato ieri, ribadisce di “non aver preso alcuna decisione, e comunque prima di procedere in qualsiasi direzione di aver ben presente la necessità di aprire una discussione con sindacato e istituzioni”. Giorgio Cremaschi, leader nazionale della Fiom (intervista a parte), replica che la bozza di piano ”non è negoziabile” e chiede di aprire un tavolo nazionale sulla cantieristica.
Mentre cresce la mobilitazione di tutte le sigle sindacali e dei vari esponenti di partito, dal Pd al Pdl, all’Udc, la tensione resta alta a Genova dove il cardinale Bagnasco fa appello alle autorità: «Genova non deve assolutamente perdere nessuno dei suoi luoghi di lavoro tradizionali della sua imprenditoria, e la Fincantieri è certamente un punto di eccellenza della nostra storia di ieri e di oggi» afferma il cardinale nel suo appello. «Ho fiducia che il peggio sia scongiurato – dice il porporato – e che possa, non soltanto continuare questo luogo lavorativo per tanti operai, tanti dipendenti e le loro famiglie, ma addirittura possa essere ulteriormente potenziato. È quello che auspico e che auspichiamo tutti. Spero ci siano segnali in questa direzione».
Intanto la Rsu dello stabilimento di Riva Trigoso, dalla quale dipendono 800 persone e 400 lavoratori di ditte esterne, ha già annunciato per domani l’occupazione della direzione ed un’assemblea con sciopero. E i lavoratori di Palermo (in base al piano nello stabilimento non si farebbero più costruzioni navali ma solo trasformazioni e riparazioni con un forte ridimensionamento) fanno sapere di essere «pronti a lottare anche con azioni clamorose».
Il gruppo triestino, che guarda alla maxi-offerta fatta per aggiudicarsi il maxi-contratto da 5 miliardi di dollari negli Stati Uniti, resta impegnato in una doppia partita fra Roma e Bruxelles. Le ”promesse mancate” sul fronte delle commesse pubbliche sul mercato domestico (dalle carceri galleggianti ai pattugliatori) hanno convinto i vertici di Fincantieri che è arrivato il momento di giocare una partita difficile ma considerata necessaria per rafforzare la propria leadership mondiale quando finalmente i mercati ripartiranno. Per questo -come ha sottolineato il gruppo -”è doveroso studiare tutte le soluzioni alternative”.
A Bruxelles tutti i tentativi dei colossi della cantieristica di aprire un confronto sul settore fino a oggi sono rimasti inascoltati. A Roma la mancata nomina del ministro allo Sviluppo economico ha creato un vuoto di responsabilità dopo le promesse dell’allora ministro Scajola su progetti avveniristici come le carceri galleggianti. Di fatto in piena crisi Fincantieri non è rimasta a guardare. Fra dicembre 2009 e maggio 2010 il gruppo si è aggiudicato le uniche 3 navi da crociera commissionate sul mercato oltre a un mega yacht di 140 metri.
 
Il Paese sta rinunciando a un altro settore industriale strategico invece di puntare sugli investimenti
Cremaschi (Fiom): piano inaccettabile Il governo apra un tavolo sulla cantieristica

TRIESTE «Il piano Fincantieri non è negoziabile. Aprire un confronto sul mantenimento degli otto cantieri navali e sull’occupazione significherebbe rimettere in discussione dopo anni i princìpi stessi delle relazioni sindacali nel gruppo». Il leader nazionale della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, Giorgio Cremaschi, si prepara a una dura battaglia sulla ristrutturazione annunciata di Fincantieri.
L’azienda sostiene di non avere preso alcuna decisione e di essere pronta a negoziare.
Incontreremo i vertici Fincantieri a giorni. Questo piano sarebbe la presa d’atto di un disastro. Lo scontro sulla produttività ha allontanato l’attenzione dai problemi reali dell’azienda: struttura industriale, investimenti, capacità produttiva. Non dimentichiamo poi che Fincantieri è controllata, attraverso Fintecna, dal ministero del Tesoro. Il licenziamento di 2500 persone significa, compresi i lavoratori degli appalti, il taglio di 7.500 posti effettivi. Una operazione di questo tipo non è solo responsabilità dell’azienda e del suo management ma anche del governo. Significa che il governo, in assenza di una politica industriale seria, licenzia 7500 persone. É inaccettabile.
Cosa chiede la Fiom?
Un anno fa, al tavolo del ministero dello Sviluppo economico, il governo prese impegni precisi per il rilancio della cantieristica. Impegni che sono stati disattesi mentre attendiamo ancora la nomina del nuovo ministro. Da mesi chiediamo di avviare un tavolo sulla crisi di Fincantieri a Palazzo Chigi ma il ministero è assente. La Fiom chiede commesse e non promesse. Non si può reggere la struttura industriale complessa di Fincantieri in una pura logica di mercato. Parliamo di un gruppo che è patrimonio industriale del Paese e per il suo rilancio servono investimenti pubblici. Governo e azienda devono farsi parte attiva di un processo industriale che non può essere lasciato alla spontaneità del mercato.
Nel concreto?
La strada è solo una: il governo apra un tavolo sulla cantieristica navale, si faccia un piano di investimenti pubblici per la salvaguardia dei cantieri, coinvolgendo le regioni. L’Italia sta rinunciando a un altro settore industriale strategico.
La Fiat, e poi Fincantieri. La grossa industria sta affrontando il costo della crisi.
La Fiat sta imponendo da mesi il nodo della produttività del lavoro sviando l’attenzione rispetto ai problemi reali dell’azienda. Lo dimostra il fatto che lo stabilimento di Castellammare, che dovrebbe essere chiuso, secondo il Lingotto aveva i più alti livelli di produttività. Va detto però che la Fincantieri, al contrario della Fiat, non ci ha mai chiesto di cancellare il contratto nazionale. Nella vicenda Fiat, come in Fincantieri, brilla però l’assenza del sistema Paese. La fabbrica macchine di Torino sta abbandonando l’Italia mentre Francia e Germania aumentano la produzione di auto senza chiedere sacrifici ai lavoratori. Marchionne va a produrre in Serbia perchè in Italia manca totalmente una politica industriale. E anche Fincantieri va a investire negli Stati Uniti.
I cantieri di Monfalcone, secondo questa bozza di piano, andranno a costituire un polo produttivo per le navi da crociera con Marghera. É un passo in avanti?
Io vedo strategicamente un indebolimento di Monfalcone e Marghera anche se questi due cantieri non sono stati toccati dal piano. Fincantieri produceva navi di tutti i tipi: mercantile, militare, crociere. Questo piano ridimensionerebbe la forza strategica e industriale del gruppo. E di conseguenza indebolirebbe anche Monfalcone.
Lei ha detto di essere preoccupato per le conseguenze sociali del piano.
L’impatto sociale è drammatico, in Liguria e soprattutto in Campania dove temo una rivolta sociale. É una situazione drammatica. Martedì assieme a tutti gli enti locali e le regioni dei cantieri, con il Friuli Venezia Giulia e i sindaci delle città, chiederemo l’avvio di un confronto immmediato con Palazzo Chigi e e l’azienda. Il primo ottobre ci sarà uno sciopero di otto ore con manifestazione nazionale a Roma, peraltro programmato da tempo.
Sarà un autunno caldo con numerose industrie colpite dalla crisi?
Ci hanno detto che bastava che gli operai rinunciassero a un po’ di diritti e salario per uscire dalla crisi che invece è la crisi di tutto il sistema industriale. I governi europei hanno sostenuto il sistema industriale per migliorare impianti e qualità dei prodotti. L’Italia si è limitata a destinare risorse solo alla cassa integrazione. Stiamo precipitando in una nuova crisi industriale per il colpevole atteggiamento della nostra classe dirigente industriale e politica. (pcf)

DUE STABILIMENTI CHIUSI. 2450 TAGLI 
Cosa prevede la bozza di piano del gruppo
 

TRIESTE La chiusura di due cantieri e tagli per quasi 2.450 addetti. È quanto prevederebbe il piano industriale 2010-2014 di Fincantieri. Il cantiere di Castellamare sarebbe chiuso e riconvertito in una marina turistica; stessa sorte per quello militare di Riva Trigoso, che vedrebbe le sue produzioni meccaniche trasferite a Sestri Ponente, a sua volta dimezzato. Monfalcone diventa un polo delle crociere assieme a Marghera: «Scopo fondamentale è quello di salvaguardare al massimo i livelli occupazionali ed evitare quindi di dover ricorrere a strumenti di natura non congiunturale. pertanto è doveroso studiare tutte le possibili misure alternative».

Il Piccolo, 21 settembre 2010
 
«Sacrificio ridotto» spera Pizzolitto 
Il sindaco confida in una ripresa della crocieristica

Il sindaco Gianfranco Pizzolitto si riserva le valutazioni al rientro da Roma, ma non lo nega: «Ci sarà una ripercussione sui lavoratori dell’indotto, ma ritengo che sarà un impatto più contenuto rispetto alle maestranze dirette, trattandosi di persone che non risiedono solo nel Monfalconese. Molte ditte potranno sparire rendendo difficile la garanzia degli ammortizzatori. Certo, sono preoccupato. Già ci troviamo in una situazione al limite, con il rischio di acuire la tensione sociale e di impoverire lo stesso sviluppo produttivo a livello territoriale». Pizzolitto tuttavia mantiene un certo ottimismo: «Mi auguro che il mercato della crocieristica possa riprendere, nel settore turistico legato alle navi bianche ci sono ancora spazi di sviluppo».
Timori e preoccupazioni esprimono anche i rappresentanti della Rsu di Fincantieri, Moreno Luxich, Michele Zoff e Andrea Holjar, nella prospettiva di un possibile calo delle commesse che «si trasformeranno in un problema sociale».
I sindacati intanto lo hanno già proposto: chiamare a raccolta nell’ambito del tavolo provinciale i consorzi delle imprese di appalto affinchè si «facciano carico» di anticipare la cassa integrazione, poi rimborsata dall’Inps, per fronteggiare gli ipotizzati scarichi produttivi. La riduzione di 500-600 unità rispetto alle circa 3000 maestranze esterne rischia di aprire nel territorio una evidente tensione sociale. Per questo i sindacati chiamano in causa non solo le imprese, ma anche le istituzioni e i rappresentanti politici per «gestire con serietà e in modo oculato quelle che potranno essere le ripercussioni, mettendo in campo un adeguato sistema di ammortizzamento sociale e di salvaguardia delle imprese. Si rivolgono a Fincantieri affinchè «faccia la sua parte» anche ai fini di una «selezione dell’indotto di qualità», comprendendo pertanto gli aspetti legati al trattamento salariale e la stessa sicurezza. 
 
REAZIONI PREOCCUPATE ALLA BOZZA DI PIANO INDUSTRIALE PRESENTATA DA FINCANTIERI 
Tagli all’indotto, si teme l’emergenza sociale 
Ieri un’ora di sciopero proclamato dalla Rsu. Seicento trasfertisti in meno previsti entro aprile

di LAURA BORSANI

Un’ora di sciopero subito, proclamato ieri alla fine di ogni turno. La bozza del piano industriale di Fincantieri non ha risparmiato reazioni anche nello stabilimento di Panzano. Perchè se le linee prospettate dal Gruppo tra il 2010 e il 2014 profilando la chiusura degli stabilimenti di Riva Trigoso e Castellammare di Stabia, a fronte di un taglio di 2500 lavoratori diretti, intendono invece valorizzare Monfalcone quale polo delle navi da crociera assieme a Marghera, dai sindacati della Rsu di stabilimento è scaturita un’immediata risposta: Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato un primo sciopero convocando per domani un’assemblea retribuita per discutere delle questioni interne allo stabilimento.
I sindacati pongono dubbi sulla gestione dei tagli prefigurati, ma soprattutto sulla tenuta dell’indotto a Monfalcone, per il quale si parla di una riduzione tra le 500 e le 600 unità da qui fino ad aprile 2011. Un’«emergenza sociale» con il timer per una città già alle prese con la crisi e, non ultima, la tensione abitativa. Oggi i coordinatori della Rsu, Moreno Luxich, Michele Zoff e Andrea Holjar saranno a Roma per partecipare al tavolo convocato sulla cantieristica. Ci sarà anche il sindaco Gianfranco Pizzolitto. Il primo ottobre, sciopero nazionale, le organizzazioni sindacali monfalconesi saranno a Roma per richiedere un incontro a Palazzo Chigi, «al fine di conoscere le intenzioni del Governo sul comparto della navalmeccanica».
I sindacati, hanno spiegato in una nota Fim, Fiom e Uilm, vogliono ribadire la «dura e ferma condanna nei confronti di questa azienda che si dimostra totalmente inaffidabile». L’orizzonte è denso di interrogativi. Ci si chiede, ha osservato il segretario provinciale della Fiom, Thomas Casotto, se i tagli prefigurati non possano avere ripercussioni locali, come «il trasferimento di blocchi di produzione nei siti in crisi» o «lo spostamento dei lavoratori in esubero a Monfalcone»: «L’azienda – ha ricordato Casotto – ha sempre sostenuto di essere un Gruppo unico. Vogliamo pertanto capire come verrà gestita questa critica situazione».
E in parallelo si profila la questione-indotto per il quale viene prospettata una riduzione tra le 500 e le 600 unità fino ad aprile 2011: «Lo ha dichiarato l’azienda – ha confermato Casotto assieme al segretario provinciale Uilm, Luca Furlan – prima delle ferie, in occasione del tavolo provinciale istituito sull’appalto». La prospettiva è pesante, poichè potrebbe coinvolgere non solo immigrati e trasfertisti, comunque già radicati in città, ma anche monfalconesi ”autoctoni”, dipendenti delle ditte esterne. Il rischio è di andare incontro ad una recrudescenza della «tensione sociale». Si temono contraccolpi legati in primis alla tutela dei lavoratori e alle misure in ordine agli ammortizzatori. Per le piccole e medie aziende potrebbe significare la «sospensione delle maestranze a zero euro, considerate le modalità e i tempi burocratici che, in relazione alla cassa integrazione in questo settore – hanno osservato Casotto e Furlan – possono durare dai 4 ai 6 mesi». Sul tappeto c’è anche la questione legata alle dinamiche e al livello di professionalità dell’indotto che, in un contesto di crisi e di abbattimento dei costi, pone il problema della salvaguardia delle aziende sane, e, conseguentemente, dello stesso standard di qualità dello stabilimento.
 
NELLO STABILIMENTO DI PANZANO IMPEGNATI POCO PIÙ DI 5000 LAVORATORI 
Sono 350 le imprese con tremila addetti 
I ”diretti” ormai meno di 1700. Forza-lavoro sempre più sbilanciata verso l’appalto

Nel cantiere navale di Monfalcone lavorano circa cinquemila addetti, come a metà degli anni ’70, il decennio delle superpetroliere e dell’inizio dell’ultima più pesante crisi dello stabilimento, trascinatasi però durante tutto il decennio successivo. Delle cinquemila persone che ogni giorno varcano i cancelli dello stabilimento, però, nemmeno 1700 ormai sono dipendenti diretti di Fincantieri: il resto è frammento tra una miriade di imprese dell’indotto, legate da loro in consorzi o catene di subappalti.
In queste settimane, con una nave ormai vicinissima alla consegna, la ”Queen Elizabeth”, una in fase di allestimento, la ”Carnival Magic”, e una di cui è iniziata la produzione, la gemella di Magic, in cantiere sono presenti oltre tremila dipendenti di circa 350 imprese esterne, con una specializzazione che spazia dalla carpenteria all’arredamento di interni.
Nonostante i tentativi del sindacato, che anche nella seconda metà degli anni ’90 chiedeva un freno al ricorso all’appalto e nuove assunzioni dirette per raggiungere il tetto dei duemila dipendenti, il numero della forza lavoro diretta è andata via via erodendosi nell’arco degli ultimi dieci anni.
Nel 2001 i ”cantierini” erano ancora 1950, di cui quasi la metà di recentissima assunzione a causa del massiccio esodo dovuto al riconoscimento dell’esposizione all’amianto. L’anno dopo erano scesi, però, a 1880 per contrarsi ancora, anche se in modo graduale, fino a toccare i 1820 nel 2007. A gennaio 2010 i lavoratori diretti erano oltre un centinaio in meno, 1711 per l’esattezza, e il decremento ha avuto un effetto diretto anche sul numero dei delegati sindacali chiamati a rappresentare i ”cantierini”. Al rinnovo della Rsu questa volta, scesi i dipendenti diretti sotto il tetto delle 1800 unità, c’erano infatti da assegnare 18 seggi invece dei 21 del precedente mandato. All’orizzonte comunque si sta profilando un ridimensionamento anche del settore dell’appalto, la cui sofferenza si sta del resto già facendo evidente nel corso di questi mesi.
«Per ora rimaniamo a quanto affermato da Fincantieri e cioè alla prospettiva che ci siano 5-600 posti a rischio nell’indotto», afferma Moreno Luxich, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu di stabilimento. Con quale impatto sociale sulla città è difficile stabilire. (la.bl.)

Il Piccolo, 22 settembre 2010
 
PIANO INDUSTRIALE DI FINCANTIERI: PIZZOLITTO E I SINDACATI A ROMA
Il sindaco: «Nuove tensioni, non lasciateci soli» 
«Povertà destinate a crescere anche in città, i Comuni non sono in grado di fronteggiarle»

di LAURA BORSANI

Monfalcone rischia di perdere 600 posti di lavoro nel settore dell’indotto di Fincantieri riversando una nuova ”emergenza” nella comunità. Quella di ieri a Roma, in occasione del convegno organizzato sulla cantieristica navalmeccanica, non è stata solo la giornata della solidarietà ai colleghi di Castellammare e di Riva Trigoso. L’impatto occupazionale e sociale si ripercuoterà anche in città. La convinzione corale è che «il Governo deve finalmente fare la sua parte». Compresa Fincantieri, che, come ha invitato lo stesso sindaco Gianfranco Pizzolitto, è chiamata a «ragionare profondamente» sulla metodica della esternalizzazione e sugli impatti economici, produttivi e sociali. La preoccupazione, dunque, non si è limitata a quei siti che la bozza di piano industriale di Fincantieri ha individuato nel prospettare un esubero di 2500 lavoratori diretti. Monfalcone ha ”serrato le fila”. Gli effetti ricadranno inevitabilmente sull’indotto. Seicento lavoratori che potranno trovarsi senza occupazione e senza protezioni ai fini degli ammortizzatori. Gli scenari prospettati non sono rosei. Aziende, specie del subappalto, che potranno «sciogliersi come neve al sole». Lavoratori chiamati a una difficile ricollocazione sul territorio. Alberto Urban e Paolo Frisenna, del Coordinamento Pd di Fincantieri, lo hanno evidenziato, in una nota, parlando di un «improbabile ritorno a casa di trasfertisti e di immigrati, comunque inseriti in città, che scaricheranno tutti gli effetti sociali sulla comunità locale». Nuovi disagi e povertà, ha osservato il sindaco Pizzolitto, che i Comuni, «considerati solo come centri di spesa fuori controllo, non sono messi in grado di fronteggiare».
E preoccupazione nei confronti di chi, come gli immigrati, «non ha una rete familiare – ha detto Moreno Luxich, della Rsu-Fiom – e, oltre a dover confrontarsi con le difficoltà di integrazione, potrebbe rischiare di rimanere senza lavoro e senza sostegni economici. Ciò non dovrà accadere, la nostra attenzione sarà massima su questo fronte, senza tralasciare l’orizzonte più generale in prospettiva futura».
Ieri a Roma le Organizzazioni sindacali, con i coordinatori della Rsu di Fincantieri, Moreno Luxich, Michele Zoff e Andrea Holjar, era presenti al completo. Quanto alle istituzioni, l’unico rappresentante del Friuli Venezia Giulia, è stato il sindaco Pizzolitto. La Regione assente rispetto agli altri rappresentanti provenienti dalle altre località italiane. Lo ha annotato Pizzolitto, facendo riferimento alla portata della questione in campo. Lo hanno evidenziato anche i sindacati. Luxich ha osservato come «è stato più volte dichiarato da tutti che lo stabilimento di Fincantieri produce oltre il 52% del Pil provinciale». «Non si è visto nessun assessore regionale – ha aggiunto Zoff -. È preoccupante, in un periodo così difficile per la cantieristica e per le criticità occupazionali e sociali che ne possono derivare».
Pizzolitto ha lanciato chiari segnali. «Non avevo intenzione di intervenire – ha esordito -, poichè ritengo che la situazione di Monfalcone sia migliore rispetto al contesto generale. Poi però, ascoltando i miei colleghi, ho constatato che la presenza di Monfalcone fosse invece indispensabile, così come un mio intervento». Il sindaco ha spiegato: «Non ci si salva solo con la solidarietà, ma attraverso una riflessione comune e condivisa, che ponga la cantieristica quale segmento essenziale del sistema industriale italiano. La crisi non l’ha provocata il lavoro, ma la finanza e il capitale, purtuttavia ricade sul lavoro». Pizzolitto ha poi evidenziato: «Non si tratta di chiedere un sostegno assistenzialistico per la cantieristica, ma di salvaguardare un sapere industriale quale parte integrante del sistema-Paese». E in ravvicinata prospettiva, l’affacciarsi delle «nuove povertà». Pizzolitto ha ribadito la preoccupazione verso le «emergenze destinate a crescere». Sottolineando la necessità di «rimanere uniti», s’è rivolto a Fincantieri quando ha posto la questione delle esternalizzazioni per le quali «è importante una riflessione profonda, anche sugli effetti dentro il cantiere e rispetto al mercato. Il rischio è che si spezzi il delicato equilibrio tra i benefici derivanti dalla presenza del cantiere e gli impatti sociali e di integrazione che ne scaturiscono». E ancora: «Non si capisce lo sforzo dell’azienda – ha concluso – che, cogliendo la tendenza anticiclica del mercato, ha acquisito nuove commesse nella consapevolezza che all’uscita della crisi si sarebbe trovata a competere con i migliori strumenti, quando poi prospetta un piano di ristrutturazione. Attenzione a non farci cogliere impreparati».

OGGI A RONCHI 
Volantinaggio sulla ”305” I lavoratori della De Rigo protestano per il contratto

Rallentamenti al traffico oggi, dalle 14 alle 16, lungo la statale, davanti allo stabilimento De Rigo Refrigeration, a Ronchi dei Legionari. La Rsu Fiom Cgil dell’azienda ha infatti indetto uno sciopero di due ore, a sostegno del Contratto collettivo nazionale unitario dei metalmeccanici del 2008, disdetto da Federmeccanica. Lo sciopero rientra nell’ambito delle indicazioni sindacali nazionali, che hanno già proclamato un ”pacchetto” di 4 ore complessive di sciopero, da effettuarsi entro il 16 ottobre. La mobilitazione, dunque, si articolerà oggi pomeriggio dalle 14 alle 16 (il turno della mattina si asterrà dal lavoro le ultime due ore), con la distribuzione di uno specifico volantino attraverso il quale vengono spiegati ai cittadini i motivi della protesta.
Il volantino esordisce: «Gentile signora e signore, ci scusiamo per il disagio che vi stiamo arrecando, ma siamo costretti a questa forma di protesta per difendere il nostro Contratto collettivo nazionale. Ancora una volta, e questa volta in modo veramente grave, viene messo in atto un tentativo di cancellare diritti fondamentali sanciti dal Contratto. E ancora una volta, ai lavoratori non viene data la possibilità di decidere del proprio futuro». Per la De Rigo, che conta 160 dipendenti, è la prima iniziativa prevedendo un secondo sciopero entro il 16 ottobre.

VERTICE IN ASSINDUSTRIA PER DEFINIRE IL FUTURO DELLO STABILIMENTO IN LIQUIDAZIONE 
Ipotesi di vendita dell’Eurogroup in crisi

Il futuro dello stabilimento del Lisert di Eurogroup rimane incerto, mentre il tempo stringe, perchè la cassa integrazione straordinaria che coinvolge i 75 dipendenti scade tra sei mesi. Nell’incontro di ieri nella sede di Assindustria di Gorizia l’azienda, posta in liquidazione a luglio, ha informato i rappresentanti dei sindacati dei metalmeccanici che continuano i rapporti con gli istituti di credito e che le banche stanno supportando i suoi progetti. Proseguono anche i contatti con possibili acquirenti della realtà industriale del Lisert, specializzata nella produzione di manufatti in acciaio e lega per il mercato della cantieristica italiana. Non è esclusa però al momento nemmeno la possibilità di individuare un’impresa che utilizzerebbe lo stabilimento del Lisert da affittuaria. L’azienda ieri non ha fatto nomi, vista la delicatezza della trattativa in corso, assicurando a Fim, Fiom e Uilm di voler concludere il percorso in atto nel più breve tempo possibile.
«L’azienda è consapevole che la cassa integrazione straordinaria scade a marzo – spiega Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – e che sei mesi non sono molti per definire un’eventuale cessione dello stabilimento».
Anche ieri Eurogroup ha ribadito come il riassorbimento dei lavoratori sia un punto fermo del dialogo avviato con i possibili subentranti. Al momento i lavoratori in Cigs impiegati a Monfalcone sono scesi a 75, perchè una decina circa di addetti ha deciso di utilizzare la mobilità volontaria per trovare una nuova occupazione. «I lavoratori legati allo stabilimento sono quindi ancora molti e per questo ci auguriamo che i contatti di Eurogroup vadano a buon fine – aggiunge Baldassi -. Lo stabilimento è comunque recente e collocato in una posizione strategica, l’area portuale-industriale del Lisert». Le difficoltà di Eurogroup sono iniziate lo scorso anno sull’onda di quelle del mercato della cantieristica. Il fatturato di Eurogroup nel 2009 era legato per il 35% a Fincantieri e la discontinuità del carico di lavoro degli stabilimenti del gruppo avevano già provocato lo scorso anno il ricorso alla cassa integrazione ordinaria per quasi una novantina di dipendenti. (la.bl.)

Il Piccolo, 23 settembre 2010
 
Finita la ”cassa” all’Asi rischio di ferie forzate 
L’azienda ha comunicato ai sindacati che le prospettive di lavoro per ora sono incerte

Con la fine del mese si chiude il ricorso alla cassa integrazione ordinaria all’Ansaldo sistemi industriali, dove si era aperta con il primo marzo. Una decisione che l’azienda ieri ha annunciato ai rappresentanti delle Rsu e delle segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm e Ugl, ma che non fa il paio con una netta ripresa degli ordini dello stabilimento di Panzano.
L’azienda è riuscita a stoppare la Cigo cercando di compattare le attività produttive così da mantenere a un buon livello i carichi di lavoro. Come ha spiegato ieri ai rappresentanti dei lavoratori, Asi si riserva di gestire eventuali difficoltà attraverso l’utilizzo delle ferie.
Le prospettive per lo stabilimento di Monfalcone rimangono al momento molto “volatili”. I margini per il 2010 sono bassi e la tendenza, stando a quanto emerso nell’incontro, è che non ci sia un miglioramento su questo fronte con il passare del tempo. Il carico di lavoro acquisito per il 2011 è per il momento inferiore a quello su cui lo stabilimento di Panzano ha potuto contare nel corso di quest’anno, ma è anche vero che ci sono diverse commesse in ballo e che strutturalmente un certo quantitativo di offerte si concretizza a dicembre. Nell’incontro di ieri Asi non ha fornito alcuna notizia certa sulla realizzazione, in partnership con Siemens, di motori per le prossime due navi da crociera che Fincantieri realizzerà a Monfalcone.
«L’azienda ha riferito di non aver ancora avuto un diniego ufficiale da Fincantieri – spiega Mauro Marcatti della segreteria provinciale dell’Ugl, presente ieri al tavolo di confronto -. Certo è che più passa il tempo, più pare probabile che l’ordine sia andato ad altri».
Nonostante un mercato che offre molte meno certezze rispetto a due anni fa, Ansaldo sistemi industriali ha programmato per il 2011 non solo il completamento del nuovo capannone (per il quale sta investendo attorno ai 15 milioni di euro), ma anche l’eliminazione di tutte le coperture in eternit presenti sui fabbricati più datati. Si tratta di diverse migliaia di metri quadri di cemento-amianto la cui bonifica richiederà  da parte di Asi la spesa di alcune centinaia di migliaia di euro.
Prosegue anche l’impegno sul fronte della formazione sui temi della sicurezza. Asi del resto punta a ottenere la certificazione Ohsas 18001 (Occupational health and safety assessment specification) proprio in materia di sicurezza e salute sul lavoro. (la. bl.)
 
Il Piccolo, 23 settembre 2010
 
Il segretario generale Fiom alle assemblee in cantiere 
Landini domani a Panzano per parlare del piano di ridimensionamento

Sarà il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, a parlare domani, anche per conto di Fim-Cisl e Uilm, nelle assemblee convocate nello stabilimento Fincantieri di Monfalcone in preparazione dello sciopero nazionale di 8 ore del primo ottobre, proclamato per chiedere la salvaguardia dei cantieri del gruppo e dell’occupazione.
Anche a livello locale Fim, Fiom, Uilm si stanno intanto attivando per portare più lavoratori possibile a Roma alla manifestazione che affiancherà lo sciopero. I sindacati stanno già organizzando dei pullman per raggiungere la capitale e consentire la partecipazione all’iniziativa di protesta.
Le ipotesi di ridimensionamento emerse in questi giorni hanno intanto tenuto banco anche nelle assemblee con i lavoratori che Fim, Fiom e Uilm avevano già programmato per fare il punto sul ricorso alla cassa integrazione ordinaria e sull’erogazione del premio di efficienza.
Un migliaio di lavoratori si sono riuniti ieri mattina, ascoltando in silenzio l’illustrazione dell’insieme di notizie apparse a partire dallo scorso fine settimana e l’esito del convegno di Roma sul futuro della cantieristica che ha messo attorno allo stesso tavolo i rappresentanti istituzionali delle aree in cui sono insediati gli stabilimenti Fincantieri.
Nell’aria ieri era palpabile la preoccupazione delle tute blu, nonostante il carico di lavoro acquisito dal cantiere navale di Panzano e la sua situazione logistica lo mettano al riparo dai tagli. Anche a Monfalcone si attende quindi con ansia l’incontro programmato per lunedì tra i vertici societari e i segretari nazionali di Fim, Fiom, Uilm.
Nell’assemblea retribuita di ieri si è parlato comunque anche del ricorso alla cassa integrazione ordinaria che al momento coinvolge circa 150 lavoratori di Fincantieri e che dovrebbe concludersi alla fine dell’anno. «Anche su questo fronte, però, non abbiamo una chiarezza totale», sottolinea Moreno Luxich, coordinatore della Fiom nella Rsu di stabilimento.

Il Piccolo, 25 settembre 2010
 
IL LEADER DEI METALMECCANICI FIOM A MONFALCONE ALLE ASSEMBLEE DI PANZANO 
LANDINI 
IL FUTURO 
In città la rabbia dei cantierini del Sud 
Minacciata l’occupazione di strade contro la chiusura dello stabilimento di Castellammare
Nuovo incontro a Roma sindacati-azienda sull’organizzazione del gruppo
«Non cadremo nel tranello di chi vuole dividere i lavoratori
 
di LAURA BORSANI

«Siamo pronti alla battaglia per difendere il nostro posto di lavoro. E a venire a Monfalcone e a Marghera ad occupare le strade, visto che, come sostiene l’amministratore delegato Bono, i due cantieri sono i fiori all’occhiello del Gruppo». L’alta tensione tra i lavoratori di Castellammare, di fronte agli esuberi prospettati dalla bozza di piano industriale di Fincantieri, rischia di riversarsi sulla città. La ”finestra” aperta sui dipendenti del cantiere campano durante la trasmissione ”Annozero”, ha lanciato toni pesanti, soprattutto quando un lavoratore ha tirato in ballo proprio Monfalcone e Marghera. Rabbia rieccheggiata ieri, mentre a Panzano è giunto il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. Con ciò insinuando il timore che si possa arrivare a una guerra tra lavoratori, in un momento delicato anche per il cantiere di Monfalcone, per il quale, dopo la cassa integrazione che ha coinvolto i lavoratori diretti, ora l’azienda ha prospettato lo scarico produttivo nell’indotto ipotizzando 500-600 dipendenti a rischio. Al termine della prima assemblea con le maestranze, Landini ha osservato: «Nessun stabilimento della Fincantieri deve sentirsi al sicuro. Sinceramente – ha risposto alla domanda se Monfalcone non sarà davvero interessata da eventuali ristrutturazioni – non riesco a vedere quale cantiere possa oggi ritenersi tranquillo e possa pensare di essere fuori dai problemi». Il leader della Fiom ha sottolineato la necessità del «rispetto degli accordi in vigore», quello di gruppo siglato in aprile-luglio 2009 e quello del dicembre 2009 sancito al ministero dello Sviluppo economico, nei quali veniva chiarito che gli 8 cantieri non si toccano, come i posti di lavoro. Un impegno dichiarato dallo stesso ad Giuseppe Bono a Monfalcone in occasione della consegna di Azura. «Da questi accordi vogliamo partire per conoscere le reali intenzioni di Fincantieri», ha continuato Landini facendo riferimento all’incontro previsto lunedì a Roma con l’ad di Fincantieri. «Non può essere una trattativa il presunto esubero di 2500 lavoratori». E la guerra tra lavoratori? «Credo che rappresenti un tentativo del Governo, attraverso le politiche che sta perseguendo. Non siamo affatto disponibili a cadere in questi tranelli». Il segretario generale ha ricompreso anche i lavoratori dell’indotto a proposito dei 600 posti a rischio. Ha poi evidenziato: «Dopo tante parole e illazioni sulla stampa, ora contano i fatti. Ci aspettiamo coerenza. Fincantieri e il Governo devono fare la loro parte. Non è una rivendicazione, è un invito preventivo a rispettare gli accordi».
Landini, accolto da un’assemblea «partecipata, nella quale abbiamo ottenuto la condivisione sulla proposta del sindacato», s’è detto «fiducioso» nella riuscita dello sciopero previsto il 1° ottobre: «C’è la consapevolezza di evitare logiche di competizione tra lavoratori e stabilimenti. Il punto vero resta l’assunzione da parte del Governo e di Fincantieri di decisioni finalizzate alla salvaguardia e all’investimento nella cantieristica nel nostro Paese. Rivendicheremo un tavolo alla Presidenza del Consiglio che tolga ogni idea di tagli o ridimensionamenti».
Il segretario provinciale della Fiom, Thomas Casotto, ha ribadito il ”no” alla messa in discussione dei posti di lavoro: «L’azienda deve applicare gli accordi anche per l’indotto», ha detto, facendo altresì riferimento a contratti solidali per i lavoratori esterni. Ha ricordato la richiesta ai Consorzi delle imprese d’appalto al fine di anticipare la cassa integrazione. Mauro Brumat ha aggiunto: «Buona parte dei lavoratori dell’indotto, in virtù della legge sulla residenza, non possono neppure accedere ai fondi regionali». E Moreno Luxich (Rsu-Fiom): «Ci siamo impegnati raggiungendo una posizione comune, che va verso la battaglia volta a mantenere tutti i siti produttivi. È una situazione molto seria, anche se a Monfalcone c’è maggiore tranquillità. Al Governo chiediamo un serio piano industriale». Il segretario provinciale della Fim, Gianpiero Turus, ha continuato: «Il piano ha ben poco di industriale se prospetta lo smantellamento di una parte dei cantieri. E se fino a poco tempo fa le dichiarazioni del Governo parlavano di un settore strategico, ci attendiamo risposte conseguenti». Ha quindi avvertito: «Non cadiamo nella trappola della divisione tra cantieri e lavoratori. Se il piano industriale serve a questo, non ci stiamo». Un concetto ripreso da Luca Furlan (Rsu-Uilm): «Il cantiere è uno solo, è Fincantieri Italia. Dobbiamo essere compatti per non prestare il fianco all’azienda e al Governo».

Il Piccolo, 26 settembre 2010

SI APRE IN CITTÀ UNA NUOVA EMERGENZA CHE RISCHIA DI DIVENTARE ESPLOSIVA SOTTO IL PROFILO SOCIALE 
Crisi Fincantieri, colpiti 600 operai dell’indotto 
La Fiom: esuberi strutturali. Da qui a marzo 2011 saranno travolti autoctoni, trasfertisti e immigrati

di LAURA BORSANI

Seicento lavoratori dell’indotto che da qui fino a marzo del 2011 rischiano di restare a casa. Famiglie ”autoctone”, ma anche immigrati e trasfertisti comunque radicati da tempo in città. Ciò che la Fincantieri ha prospettato ai sindacati prevedendo lo scarico produttivo che si potrà ripercuotere pesantemente sulle imprese dell’appalto, è destinato a tradursi in una nuova emergenza sociale. Si parla infatti di 600 esuberi ”strutturali”, come ha spiegato il segretario provinciale della Fiom, Thomas Casotto, per i quali pertanto non è neppure previsto il reintegro, provocando non solo l’acuirsi delle tensioni, «ma anche un depauperamento professionale, frutto del ”gioco al ribasso” sui costi tra le imprese esterne». Il sindacalista mette in conto l’«esasperato ricorso all’appalto, che ha prodotto un arcipelago di micro-imprese, molte difficialmente rintracciabili. Si pone quindi un problema di malfunzionamento della macchina-Stato, anche ai fini del trattamento economico dei lavoratori».
Casotto parla di «lavoratori di serie A e di serie B» che «solo un adeguato monitoraggio e controllo, garantendo una indistinta tutela dell’occupazione, delle regole e della qualità professionale, può colmare». E aggiunge: «Intendiamo chiedere anche lo sblocco delle assunzioni interne per ridurre la forbice tra lavoratori diretti ed esterni. Abbiamo già perso un centinaio di unità: l’organico previsto dovrebbe essere di 1800 dipendenti».
Insomma, l’incertezza è decisamente aperta e ben poco prevedibile nei suoi reali contraccolpi. Compresa la situazione interna al cantiere, poiché, dice Casotto, «le dinamiche di questa crisi sono così fluttuanti e complesse che nessuno può sentirsi oggi immune».
Per la città, dunque, si profilano nuove povertà e tensioni sociali, considerato che per molti lavoratori dell’indotto si porrà il problema di poter assicurare gli ammortizzatori sociali. Il rischio è quello di trovarsi senza lavoro e senza reddito, in attesa mesi di poter percepire la cassa integrazione. I sindacati insistono pertanto sulle ”contromisure” per prevenire situazioni limite: il coinvolgimento al tavolo sull’appalto istituito in Confindustria dei Consorzi delle ditte d’appalto ai fini dell’anticipazione della cassa integrazione. Ma anche i contratti solidali, la ”cassa” spalmata su tutti i lavoratori.
L’impatto pertanto si profila pesante per la comunità se non migliorerà l’andamento del mercato in fatto di acquisizioni di ulteriori commesse. Anche perché, non sarà neppure così ”automatico”, né consistente l’esodo delle famiglie verso i propri paesi di origine. «Molti lavoratori – spiega Casotto – sono ormai radicati. Vi sono immigrati bengalesi, ad esempio, residenti sul territorio da oltre dieci anni. Lavorano da tempo, pagano i contributi e, magari, percepiscono meno del dovuto». A questi si affiancano i trasfertisti, presenti in città anche da 20 anni. La prospettiva di un acuirsi della tensione sociale è concreta. Anzi, il fenomeno s’è già affacciato, non ultimo il caso di Adriatica, storica azienda d’appalto di Fincantieri, con 40 lavoratori che da aprile non percepiscono la cassa integrazione.
L’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, è ben consapevole della criticità della situazione. Attualmente almeno 200 famiglie sono alle prese con le difficoltà economiche legate alla perdita del lavoro. Situazioni per le quali, «il Comune – dice l’assessore – non può che offrire misure-tampone e limitate. Ci troviamo di fronte a veri e propri drammi umani. La realtà è già pesante e l’indotto è entrato in sofferenza almeno da un anno». «Ai nostri servizi sociali – continua la Morsolin – arrivano famiglie locali e straniere senza distinzione. È un errore distinguere i lavoratori. In città ci sono bengalesi, croati, cittadini dei Paesi dell’Est che hanno investito sul territorio, pagano le tasse e hanno acquistato casa accendendo i mutui. Bisogna evitare la ”guerra tra poveri”. Se non si interviene a livello istituzionale più ampio, regionale e statale, anche in termini di rilancio dello sviluppo produttivo, la crisi rischia di spezzare indistintamente tutte le famiglie».
Povertà che si aggiungono ad altre povertà. Tenendo conto di un altro aspetto: gli extracomunitari non hanno neppure accesso al contributo del Fondo di solidarietà. L’assessore Morsolin osserva: «Considerata la situazione di crisi, abbiamo anche istituito un regolamento prevedendo i cosiddetti ”casi in deroga”, ossia, l’accesso al contributo regionale per i cassaintegrati, attualizzando il parametro Isee, rendendolo conforme alla difficoltà economica intervenuta con la perdita del lavoro. Ma anche questa misura non è applicabile agli extracomunitari». E intanto, qualche famiglia lascia la città. I dati più recenti indicano un calo delle residenze degli stranieri. Le famiglie residenti a giugno risultavano 616 rispetto alle 671 dell’aprile 2009.
 
Lavori socialmente utili, in Comune cassaintegrati di Eaton, Eurogroup e Sbe, ma anche licenziati Ineos

Si chiamano Lsu, Lavori socialmente utili, e a Monfalcone sono risultati davvero tali. Sia per il Comune, che anche nel settore delle manutenzioni è riuscito a realizzare interventi altrimenti da lasciare a data da destinarsi, sia per i lavoratori, tutti dipendenti di imprese locali, Eaton, la scomparsa Ineos, Eurogroup, Sbe, dalla cui crisi e difficoltà sono rimasti coinvolti. Il bilancio, a poco meno di un anno dall’attivazione dei primi progetti, è più che positivo, secondo l’assessore ai Servizi tecnici, Giordano Magrin, che dal dicembre 2009 ha potuto contare su una squadra di cinque Lsu, da marzo poi guidati da un tecnico, dipendente di Eaton e quindi in cassa integrazione in deroga, sempre “assunto” tramite gli Lsu. Nella fase iniziale i lavoratori (tre di Eaton e due di Ineos, quest’ultimi sostituiti a luglio da uno di Eurogroup e uno di Sbe) sono stati impiegati soprattutto a supporto delle squadre lavori del Comune. Poi sono stati elaborati alcuni progetti specifici, che la squadra di Lsu, finalmente dotata di un coordinatore, ha gestito in autonomia. Si è trattato della riverniciatura e risistemazione della staccionata dell’intera pista ciclabile lungo il canale De Dottori: 1.885 metri lineari di rencinzione in legno affiancati inoltre dalla manutenzione della passerella, sempre in legno, che scavalca il corso d’acqua per congiungere il tracciato ciclabile con via Pacinotti. Il secondo progetto, come spiega il caposquadra Ugo Biasiol, è consistito invece nel censimento e nel rifacimento delle panchine in legno disseminate nei giardini, aree verdi e piazze di Monfalcone. In tutto 266 sedute (su un totale di 314 panchine presenti in città in zone pubbliche) di cui 212 sono state risistemate. La squadra degli Lsu si è occupata nel corso dell’estate anche di quelle collocate in piazza della Repubblica o nel giardino dell’Unicef. «Dove, purtroppo, negli scorsi mesi siamo dovuti intervenire almeno quattro volte per riparare i danneggiamenti subiti dalla staccionata e dai giochi», osserva Ugo Biasiol. La squadra lavori “aggiunta” non ha invece potuto fare altro in queste ultime settimane che portare via i resti di panchine e tavolo quasi del tutto distrutti nell’area verde ai piedi della Rocca.
Il team è infine occupato nel mettere in sicurezza e ripristinare dal punto di vista estetico i giochi per bambini dei giardini pubblici. Il giardino “campione” è stato quello di via Cellottini, completato all’inizio della settimana, e la squadra si prepara a passare a quello a fianco del duomo, soggetto appunto a continui danneggiamenti. In tutto il Comune di Monfalcone ha creato 17 posti di Lsu grazie ai fondi della Regione, che ha coperto l’80% dei costi. In tutto gli Lsu hanno richiesto un finanziamento complessivo di 148.500 euro.
Laura Blasich

Il Piccolo, 17 settembre 2010

INDOTTO FINCANTIERI 
Adriatica in cassa integrazione ma da cinque mesi 40 operai non percepiscono l’indennità 
Il sindacato sta lavorando con i servizi sociali del Comune per fronteggiare una situazione sempre più drammatica
Dopo la concessione della Cig alla Eaton e all’Eurogroup, in tutto oltre 300 dipendenti, la spettanze vengono anticipate dalle società

di LAURA BLASICH

Eaton ed Eurogroup hanno ottenuto, anche se in ritardo, il decreto ministeriale di concessione rispettivamente della cassa integrazione in deroga e di quella straordinaria. Nel frattempo le società hanno anticipato le indennità ai propri dipendenti. Quanto invece non sta ancora accadendo alla quarantina di lavoratori dell’Adriatica, impresa dell’indotto Fincantieri, che da cinque mesi sono in Cassa integrazione guadagni straordinaria da cinque mesi non hanno più visto un euro. «La situazione è gravissima, i lavoratori e le loro famiglie sono allo stremo – sottolinea il segretario della Fiom-Cgil, Thomas Casotto -. Stiamo lavorando con i Servizi sociali del Comune per capire come aiutare queste persone, ma ci siamo anche rivolti al sindaco Gianfranco Pizzolitto perché contatti il prefetto e si arrivi a sollecitare il ministero del Lavoro a firmare il decreto di concessione della cassa integrazione straordinaria. «Non è possibile che per un adempimento burocratico ci vogliano cinque mesi».
Quello dell’Adriatica è uno degli indicatori di quanto sia difficile in questo momento la situazione dell’indotto Fincantieri, compresso tra dilatazione dei tempi di produzione e riduzione dei costi delle commesse.
La Fiom-Cgil in questi giorni è stata contattata anche da lavoratori originari dell’ex Jugoslavia che non riescono a mettersi più in contatto con la propria impresa da agosto. In sostanza, la ditta sarebbe evaporata al sole estivo durante il periodo di rallentamento dell’attività dello stabilimento a causa delle ferie collettive. «Stiamo cercando di risalire ai titolari – spiega sempre Casotto -, perché in assenza di qualcuno che produca i documenti necessari i lavoratori non possono nemmeno presentare istanza di disoccupazione».
Il caso pare simile a quello che lo scorso anno coinvolse diversi lavoratori croati, che, dopo due mesi senza stipendio, si ritrovarono a chiedere ragione dei mancati pagamenti a un’impresa di fatto fantasma. Il sindacato punta quindi ad avere un nuovo incontro con Fincantieri sugli appalti, dopo quello tenuto prima delle ferie. Intanto il primo ottobre i lavoratori di Fincantieri si fermeranno per otto ore per lo sciopero nazionale indetto da Fim, Fiom, Uilm a difesa dell’unitarietà del gruppo. Lo sciopero sarà affiancato da una manifestazione a Roma davanti a Palazzo Chigi per sollecitare l’incontro richiesto da oltre quattro mesi alla presidenza del Consiglio dei ministri. Nel mirino dei sindacati c’è il mancato impegno nell’assegnazione di commesse pubbliche e la richiesta di un piano organico di rilancio e sviluppo del settore per superare l’attuale crisi. Sempre a Roma martedì avrà luogo intanto un convegno nazionale con le istituzioni locali (Regioni, Province e Comuni) sedi di cantiere sulle tematiche della cantieristica pubblica.

Il Piccolo, 12 settembre 2010

CASO DENUNCIATO DALLA CISAL 
Negate le ferie a un bengalese 
Messo in cassa integrazione a parole dal datore di lavoro ha desiso di rivolgersi al prefetto

Assunto a tempo indeterminato da un’impresa locale dell’indotto Fincantieri, ma senza poter godere di ferie e permessi malattia. E’ quanto è capitato ad H.S. originario della città di Sharat Pur in Bangladesh, che un mese fa si è visto comunicare solo a parole dal suo datore di lavoro di essere stato messo in cassa integrazione ordinaria a causa dello scarico di lavoro. «Ho chiesto una comunicazione scritta – afferma -, ma non mi è mai stata fornita».
L’uomo, sposato e con due figli, residente in provincia, non ci sta però a essere un lavoratore di serie C, come si definisce, e ha deciso di rivolgersi al sindacato, pronto anche a portare il suo caso all’attenzione del prefetto di Gorizia. «La mia preoccupazione è forte in quanto sono padre di famiglia e ho a carico una moglie e due figli», dice H. S., che però ha deciso di difendere i propri diritti, nonostante il suo datore di lavoro l’avrebbe cercato di convincere a non rivolgersi al sindacato.
«Sono convinto – prosegue l’uomo – che il sindacato cui mi osno rivolto, la Cisal, risolverà la mia situazione. Se non verrà risolta, comunque, per salvaguardare la mia famiglia sono disposto a recarmi dal prefetto per spiegare che a chi lavora onestamente in Italia come me con un contratto a tempo indeterminato devono essere riconosciute tutele e diritti e non deve essere trattato come uno schiavo». H. S. sa di altri lavoratori del Bangladesh nelle sue stesse condizioni che, però «stanno nel silenzio e nell’anonimato perché hanno paura che appena dicono qualche cosa il datore di lavoro usi l’arma del licenziamento diretto».
Il segretario provinciale della Cisal, Fabrizio Ballaben sottolinea come la sua organizzazione si batta «contro ogni forma di sfruttamento del lavoro clandestino e minorile, per la piena dignità dei lavoratori immigrati, secondo una programmazione delle opportunità di lavoro che tenga comunque conto dell’obiettivo primario della piena occupazione dei cittadini italiani». «Per quanto riguarda i diritti – aggiunge Ballaben – questi devono essere tali per qualsiasi soggetto e i datori di lavoro debbano rispettare anche se essi provengono dal Bangladesh». La Cisal preannuncia quindi che difenderà i diritti dei lavoratori, compresi quelli del suo assistito originario del Bangladesh, in qualsiasi sede, anche quella giudiziaria, se necessario. (la. bl.)

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Parlano di noi

Monfalcone, la denuncia
corre sul blog

Il Manifesto, 15 maggio 2008

L'altra Monfalcone scende in piazza
Carta n.21, 6 giugno 2008

Fincantieri, muore operaio,
sciopero generale

L'Unità OnLine, 16 ottobre 2008

Inchieste

La costruzione
della grande nave.

Di Maurizio Pagliassotti

Lavoro Killer.
Di Fabrizio Gatti

Il caso Fincantieri:
giungla d'appalto.

Di Roberto Greco

La peste di Monfalcone.
Di Angelo Ferracuti

Monfalcone:
l'emergenza casa.

Di Giulio Tarlao


Morire di cantiere

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