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Il Piccolo, 27 aprile 2010
 
PRIMA UDIENZA AL TRIBUNALE DI GORIZIA: 85 I LAVORATORI DECEDUTI 
Amianto, partito il processo per 41 imputati 
Intanto a Palermo inflitti 16 anni di pena a tre ex amministratori Fincantieri

di FRANCO FEMIA

«Dopo anni di attesa, di fatica anche per far prendere coscienza del problema, s’inizia il processo. Mi pare che le prospettive siano buone e mi auguro che ora si proceda speditamente»: Rita Nadalino Nardi è la presidente dell’Associazione esposti amianto. È seduta in prima fila nello spazio riservato al pubblico per assistere all’avvio del maxiprocesso per 85 morti da amianto tra i lavoratori del cantiere di Monfalcone.
Una prima udienza caratterizzata da procedure preliminari, ma gestita con piglio dal giudice Matteo Trotta, che ha annunciato l’intenzione di procedere con speditezza con almeno 4 udienze al mese fino alla pausa feriale. La prossima udienza è fissata per il 10 maggio solo perché i difensori degli imputati, e anche di parti civili, hanno chiesto i termini per visionare i 12 faldoni di documenti che ieri il pm Luigi Leghissa ha fatto acquisire al già corposo fascicolo processuale. C’è la sensazione che il tribunale di Gorizia voglia procedere in fretta per recuperare il tempo perduto. Non sarà comunque un processo facile, richiederà i suoi tempi. Basta osservare gli oltre cento cartolari, che ieri occupavano una parte dell’aula, contenenti migliaia di atti che fanno parte dell’indagine della Procura.
Se a Gorizia si è all’inizio del maxi processo, il giudice monocratico di Palermo, Gianfranco Criscione, ha condannato ex amministratori di Fincantieri nel processo sulle morti bianche causate dall’amianto ai cantieri navali di Palermo. Sono state emesse sentenze pesanti, di 7 anni e mezzo, sei e tre anni nei confronti di tre imputati, che dovevano rispondere di omicidio colposo. Trentasette le vittime, colpite dall’asbestosi. Una sentenza che farà senza dubbio giurisdizione, come quella emessa un paio di anni fa dal tribunale di Venezia sempre per morte da amianto ai cantieri di Marghera.
Nel maxi-processo di Gorizia gli imputati sono 41: Giorgio Tupini e Vittorio Fanfani, ex presidenti di Italcantieri, Enrico Bocchini, ex presidente del cda, Corrado Antonini, ex direttore generale, Mario Panigliani, Manlio Lippi e Giancarlo Testa, ex direttori del cantiere, l’ex assessore provinciale al Lavoro Marino Visintin in qualità di ex responsabile del servizio di sicurezza, e poi Ervino Lenardon, Omero Blazei, Giampaolo Framarin e Livio Alfredo Minozzi (questi ultimi ex direttori del personale), Vittorio Bernardo Carratù e Roberto Schivi (ex direttori centrali del personale Italcantieri), Mario Bilucaglia e Mario Abbona (ex responsabili sicurezza). Gli altri imputati sono i presidenti o legali rappresentanti di ditte che operavano in subappalto al cantiere di Panzano: Roy Winston Rhode, Ronald Rhode, Liana Colamaria, Giovanni Giuricin, Oliviero Fragiacomo, Olinto Parma, Lino Crevatin, Renzo Meneghin, Gino Caron, Giuseppe Poggi, Giorgio Vanni, Antonio Datti, Saverio Dimacco, Cesare Casini, Italo Massenti, Aldo La Gioia, Glauco Noulian, Roberto Piccin, Peppino Massioli, Amedeo Lia, Curzio Tossut. Armando Brugnolo, Carlo Figanò, Attilio Dall’Osto, Ubaldo Conti.
Si sono costituti parti civili 55 gruppi familiari dei deceduti, il Comune di Monfalcone, la Provincia, la Regione, la Fiom Cgil, l’Inail, l’Associazione esposti amianto e il Codacons.

Il Piccolo, 28 aprile 2010
 
IL CASO. DOMANDE & RISPOSTE SUL MAXIPROCESSO 
Amianto, risarcimenti da oltre 100mila euro 
A favore dei congiunti dei cantierini deceduti a causa dell’asbestosi

di FRANCO FEMIA

Il maxi-processo per le morti da amianto ha preso avvio al tribunale di Gorizia con la prima udienza dedicata alle procedure preliminari. E ci vorranno ancora due udienze, la prima è fissata per il 10 maggio, per uscire dalla pastoie procedurali ed iniziare il dibattimento vero e proprio. Sono 41 gli imputati che devono rispondere di omicidio colposo per le morti di 85 lavoratori impiegati al cantiere navale di Panzano deceduti in questi ultimi anni per mesetelioma, il cancro alla pleura legato all’esposizione all’amianto sul posto di lavoro. Si tratta di tubisti, carpentieri meccanici, che lavoravano in ambienti che erano saturi di polvere di amianto senza le necessarie misure di sicurezza.
Ma qual è allo stato la situazione del procedimento? Vediamo di fare chiarezza.
1) Quanto durerà il processo?
Difficile fare delle previsioni. Le parti in causa sono molte ed anche i testi che saranno chiamati a deporre. Se il giudice, come ha anticipato, terrà mediamente un’udienza alla settimana, ragionevolmente si può pensare che il processo potrebbe durare un anno.
2) La recente sentenza del processo di Palermo potrebbe essere un precedente che può tornare utile al procedimento in corso a Gorizia?
In materia di amianto c’è ormai una consolidata giurisprudenza. La recente sentenza di Palermo è in linea con quelle emesse dai tribunali di Venezia e Torino che ormai attestano la rilevanza penale delle morti bianche dovute all’esposizione all’amianto sui posti di lavoro, in particolare nei cantieri dove si costruivano le navi.
3) Bisognerà attendere la fine del processo per il risarcimento alle parti civili?
Bisogna fare una distinzione. Chi ha scelto la via penale per ottenere giustizia dovrà attendere la sentenza e le decisioni del giudice che potrebbe assegnare una provvisionale immediatamente esecutiva e rinviare al giudice civile la definizione del contenzioso.
C’è però anche la via extragiudiziale di un accordo tra le parti, che alcuni familiari delle vittime hanno intrapreso con la Fincantieri. Una strada scelta da alcune parti civili, che hanno già ottenuto il risarcimento da parte di Fincantieri. Per altre parti sono attualmente in corso le trattative.
4) A quanto potrebbe ammontare il risarcimento?
Non c’è una cifra fissa. Ci sono molte variabili che vengono considerate. Dipende dall’età del lavoratore morto, ma soprattutto dalla durata della malattia, dal numero dei congiunti che si sono costituiti parte offesa. Si può comunque arrivare a 100-120mila euro per vittima.
5) Che interesse ha Fincantieri di trovare un accorto con le parti offese prima della conclusione del processo?
L’accordo comporta l’uscita dal processo delle parti offese e quindi un alleggerimento della posizione processuale da parte della Fincantieri sotto il profilo penale. È probabile quindi che durante il processo alcune delle 55 parti civili costituitesi si ritirino perché nel fratttempo hanno transato con l’azienda monfalconese.

Il Piccolo, 11 maggio 2010a
 
LA TRAGEDIA DELLE MORTI DI AMIANTO
Una vedova: non c’è perdono senza giustizia 
Nevia Buzzi: Lino se ne è andato a 58 anni, 4 giorni prima della pensione
Per 36 anni al lavoro nel cantiere, nel 2001 la scoperta della malattia e l’inizio di un calvario durato 8 mesi

di TIZIANA CARPINELLI

Lino è morto quattro giorni prima di andare in pensione. Lo aveva detto, l’aiuto primario di Venezia, alla moglie Nevia, vedova dell’amianto, che «entro Natale un angelo avrebbe vigilato su di lei e sui suoi tre figli». E così è stato. Lino Buzzi, sancanzianese, 36 anni indefessamente spesi entro le mura del cantiere navale di Panzano, è mancato il 26 novembre 2001, un lunedì, nel suo letto di casa, la famiglia stretta al capezzale. Aveva 58 anni. Lo ha ammazzato un tumore che non dà scampo: mesotelioma maligno alla pleura. Se lo piglia chi respira le fibre d’amianto. Gli esperti in camice bianco affermano che non si tratta di un cancro frequente, ma in zona già 2mila persone sono decedute per lo stesso male.
«Per sua fortuna e nostra grande disgrazia, mia e dei miei figli, se n’è andato in breve tempo – racconta la vedova Nevia Pacco, 62 anni, originaria di San Martino di Terzo d’Aquileia -: otto mesi di malattia e mio marito non c’era più. Non so quante volte, nelle preghiere, ho supplicato Dio che non soffrisse. Che non morisse soffocato, come muore chi è colpito da mesotelioma, e sono stata ascoltata: ha ceduto il cuore, Lino non ha patito, è spirato serenamente. L’unica mia consolazione». Nevia è una friulana. Di tempra forte. Una che non si perde d’animo, che si rimbocca le maniche e affronta le avversità a muso duro. Solo una volta ha pianto di fronte al marito e poi non l’ha fatto più per quattro anni. «Se n’è andato senza riscuotere neppure la liquidazione. Senza acquistare il camper con cui saremmo dovuti andare in gita a Firenze. Senza godersi quel po’ di vita che, dopo tante fatiche, gli spettava. È un’ingiustizia a cui non mi rassegnerò mai», aggiunge.
Lino Buzzi aveva iniziato nel 1965 a lavorare al cantiere come operaio tracciatore. Col gesso disegnava le sagome delle lamiere da tagliare per imbastire le grandi navi bianche. Un mestiere faticoso. D’estate gli s’incollavano le scarpe di gomma alla lastra di ferro, mentre d’inverno batteva i denti ai capricci della bora. Si era detto: «Devo migliorare la mia posizione». E così aveva riaperto i libri e si era messo a studiare. S’era iscritto ai corsi serali dell’istituto San Marco e aveva fatto tre anni in uno, diplomandosi al Nautico di Trieste. Grazie al titolo di studio era diventato capofficina e poi impiegato all’ufficio Cop (Controllo produzione). Si prodigava affinché i giganti del mare venissero su bene. Eseguiva anche i sopralluoghi a bordo dei sommergibili, fino all’ultimo varo del 1993. «Era appena rientrato da una trasferta ad Ancona – riferisce Nevia – e una notte mi svegliò all’improvviso, dicendomi che sentiva una fitta sotto la scapola destra. Lì per lì pensai a un malore passeggero, mai avrei sospettato una malattia di questo tipo. Fu straziante. Il 19 marzo la prima radiografia, che evidenziò un alone alla pleura. Poi il prelievo delle cellule, per vedere se fossero cancerogene». Esito positivo. Ricovero a Monfalcone per una videotoracoscopia. Ad aprile, la conferma che si trattava di mesotelioma pleurico. «Tornammo a casa, senza tuttavia rassegnarci – prosegue -. È una frase fatta, ma davvero la speranza è l’ultima a morire. Andammo a Milano, all’Istituto oncologico diretto da Veronesi. Il professor Pastorini, uno bravo, me lo disse chiaramente: ”Le prospettive sono due: il calvario ospedaliero oppure decidere di mollare tutto, andare alle Bahamas, e godere di quel po’ che resta”». Scelsero il calvario. Sapevano che non c’era speranza, ma optarono per le terapie. Seguì la tappa a Venezia. «Eravamo assistiti dal primario Vittorio Pagano – chiarisce – il reparto era ottimo. La ”sentenza” venne a giugno, il suo vice mi disse: ”A Natale avrete un angelo che veglierà su di voi”. Usò parole delicate, ma a me parve di sciogliermi sulla sedia. A lui non dissi nulla. E andammo avanti».
Lino iniziò la chemio al San Polo. Sei cicli, ma non andò oltre il quarto. «La terapia era un cocktail sperimentale di 7 farmaci diversi, provenienti dagli Usa – riferisce -. Inizialmente resistette, poi deperì sempre di più. Per l’organismo fu devastante. ”Se no xè per mi, almeno servirà a qualchidun altro”, diceva. È sempre stato un altruista. Ma i dolori si fecero più forti: andava avanti a bombole d’ossigeno e antidolorifici. Poi passò alla morfina. Gliela sminuzzavo, perchè non riusciva a deglutire». Morì a casa, per sua volontà. Era l’1 di notte, vicino aveva la moglie e i tre figli Andrea, Federica e Roberta. «Sarò sempre grata alla dottoressa Alessandra Cantarutti, che pur avendo un bimbo rimase con noi fino alla fine – aggiunge -. Lino è stato il primo e l’ultimo uomo che ho conosciuto: abbiamo trascorso 34 meravigliosi anni di matrimonio. Poi sono rimasta in apnea: per 4 anni non ho dormito, mi svegliavo a brevi intervalli e sentivo il suo respiro, mi voltavo a dargli un aiuto e lui non c’era. Avrei voluto stare male al posto suo, mai avrei pensato che se ne sarebbe andato prima di me. Non auguro a nessuno il mio calvario. Mi hanno salvato i nipotini». «Morire per colpa del lavoro è ingiusto – conclude la vedova, dal 2002 in prima linea con l’Associazione esposti amianto -. Lino non s’è mai scagliato contro l’azienda: era orgoglioso di lavorare al cantiere. Ma per me è insopportabile accettare d’aver perso un marito per questo. Sarò serena solo quando chi ha reso ciò possibile se ne assumerà le responsabilità. E non parlo solo di mio marito, ma di tutte le 2mila vittime dell’amianto. Perchè si sapeva ch’era nocivo. Il perdono è una grande cosa, ma non può esserci senza giustizia. Va resa dignità ai nostri morti che non pensavano di sacrificarsi al lavoro». Nevia è una donna di fede. Dopo aver pregato per una morte senza dolore, ora prega per i processi.
 
AMIANTO. CHIESTI DAL PUBBLICO MINISTERO 
Maxi-processo: 400 testi

Sono 400 i testimoni che sfileranno dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta. Tante sono le richieste di ammissione avanzate dal pubblico ministero al maxiprocesso per 85 morti dovute all’esposizione all’amianto, di cui ieri si è tenuta la seconda udienza tutta dedicata alle procedure preliminari. Pm, avvocati della parte civile e degli imputati hanno presentato nuova documentazione e l’ammissione dei testimoni. Anche la prossima udienza dell’8 giugno sarà dedicata alle repliche delle parti e alla richiesta di ammissione delle prove. L’avvio della fase dibattimentale è fissata per il 10 giugno: il pm Luigi Leghissa ha già anticipato che ascolterà due ufficiali di polizia giudiziaria che hanno condotto l’indagine e due consulenti chiamati a descrivere in generale l’organizzazione del lavoro all’interno del cantiere navale di Panzano e le figure professionali che vi operavano. Nelle successivi udienze – ne sono state fissate otto fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero interrogherà tra i 10-12 testi a seduta.
Al maxiprocesso per l’amianto gli imputati sono 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. (fra. fem.)

Il Piccolo, 12 maggio 2010
 
Amianto, primi indennizzi da parte di Fincantieri alle famiglie delle vittime 
Somme in alcuni casi superiori ai 100mila euro Perfezionati una dozzina di accordi, trattative in corso
L’intesa presuppone la rinuncia all’azione processuale

di TIZIANA CARPINELLI

Primi casi di accordo extragiudiziale tra Fincantieri e i familiari delle vittime dell’amianto. Una dozzina di situazioni, stando a quanto trapelato in questi giorni, ha già trovato soluzione transattiva tra le parti, determinando così il decadimento delle relative costituzioni di parte civile nei processi penali. Si è trattato, per ammissione stessa dei legali che hanno rappresentato le diverse posizioni, di trattative lunghe, complesse, delicate. Che hanno tenuto conto, nelle valutazioni economiche, di un’ampia serie di fattori e in primis la durata del decorso della malattia (dalla diagnosi al decesso) nonché il grado di relazione parentale con la vittima.
In ognuno dei casi il patto, controbilanciato dalla corresponsione di una somma di denaro che mediamente si è attestata sull’ordine delle decine di migliaia di euro (ma che in alcuni casi ha superato i 100mila), è servito a interrompere il procedimento in essere prima della decisione finale del giudice. L’accordo, che in senso tecnico si definisce ”stragiudiziale”, ha infatti forza di legge tra le parti, per cui, una volta raggiunta una determinata intesa, queste sono obbligate a rispettarlo. Tradotto in parole povere: si chiude il capitolo del processo penale e dunque di ogni ulteriore rivendicazione risarcitoria.
I casi concernono nuclei familiari composti per lo più da vedove e figli, ma anche solo da questi ultimi, residenti nel Monfalconese e, in percentuale minore, nella Bassa friulana. Alcune persone sono già state liquidate due mesi fa, altre hanno raggiunto l’accordo stragiudiziale negli ultimi giorni. Nella maggior parte delle situazioni si tratta di familiari il cui congiunto era deceduto a seguito di mesotelioma maligno alla pleura, ma figurano anche carcinomi al polmone.
A occuparsi della più parte di tali vertenze, dalle quali è scaturita (su proposta della Fincantieri) la formalizzazione di un vero e proprio ”protocollo” per la stima delle somme, sono stati tre avvocati che fin dall’inizio hanno assistito i parenti della vittime riunitisi nell’Associazione esposti amianto di Monfalcone: Ottavio Romano, Francesco Donolato e Amedeo Zamboni, i primi due con studio legale a Gorizia, il terzo del foro di Padova. Per almeno uno di loro, il raggiungimento della soluzione transattiva ha determinato di fatto la furioscita dal maxi-processo che si sta disputando al Tribunale di Gorizia.
Sotto il profilo degli accordi, in via generale, si sono aperti due fronti: uno davanti alla Direzione provinciale del Lavoro e l’altro in presenza appunto di giudizio civile. Per quest’ultima circostanza le conseguenze sono state due: il decadimento del giudizio civile e lo stralcio del giudizio penale, con la rinuncia alla costituzione di parte civile nel procedimento.
 
AMIANTO. VALUTAZIONI ECONOMICHE 
Un protocollo con le proposte

Trattative lunghe, avviate tempo addietro, per cercare di addivenire a un accordo. E poi la scelta finale, in capo esclusivamente alla famiglia, di uscire dal processo a fronte di una somma di denaro ritenuta accettabile. Può essere sinteticamente riassunto così il difficile percorso che ha portato una dozzina di persone, costituitesi parti civili, a fuoriuscire per sempre dai processi dell’amianto. «Gli accordi stragiudiziali – ha spiegato l’avvocato Ottavio Romano, che ha assistito sette di queste famiglie – si sono inseriti in controversie aperte in sede penale e civile. Non sono giunti in breve tempo, ma sono stati avviati mesi addietro, quando i legali della Fincantieri hanno dimostrato la disponibilità ad aprire questo tipo di dialogo. Il colloquio, avvenuto a più riprese, ha portato alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa che fissa dei parametri per le proposte inoltrate dall’azienda. Proposte che liberamente le persone offese hanno accettato o meno». Tali parametri potrebbero essere considerati anche per ulteriori accordi. «Mi preme sottolineare – ha concluso l’avvocato – che il lungo cammino intrapreso sul fronte giudiziale si deve all’Associazione esposti all’amianto, che dagli anni Novanta e fino a oggi si è battuta per queste persone».
«Per quanto mi riguarda – ha riferito a sua volta l’avvocato Francesco Donolato – ho assistito sette gruppi di persone, sei dei quali composti da familiari di vittime decedute in conseguenza di un mesotelioma maligno alla pleura, mentre il settimo concerneva un carcinoma. La scelta della soluzione transattiva è stata autonoma: mi sono astenuto dal dare suggerimenti, poichè mi è parso più corretto. Alla fine si sono trovati d’accordo nell’accettare la proposta, evidentemente perchè continuare in un’aula di tribunale procurava una sofferenza maggiore». Stando a Donolato, la corresponsione delle cifre ha tenuto conto di alcuni parametri come il decorso della malattia e il grado di parentela (una moglie percepisce una quota più alta rispetto a un figlio): «Non ci sono somme prefissate – ha concluso – ogni situazione va valutata singolarmente, alla luce della sua complessità. Posso dire, per esempio, che un decorso più lungo implica una quota maggiore». (ti.ca.)

Il Piccolo, 09 giugno 2010

Maxi-processo amianto la parola agli inquirenti
Domani saranno ascoltati anche due pubblici ufficiali che svolsero le indagini

Il maxi-processo per morti d’amianto, che si celebra al Tribunale di Gorizia, domani entrerà nel vivo con l’inizio del dibattimento. I primi ad essere ascoltati tra i 400 testi citati da pubblica accusa, difesa e parti civili saranno due ufficiali di polizia che hanno condotto le indagini e due consulenti che saranno chiamati a descrivere in generale l’organizzazione del lavoro all’interno del cantiere navale di Panzano e le figure professionali che vi operavano.
Con l’udienza di ieri si è conclusa infatti la parte preliminare dedicata ancora alla richiesta delle ammissioni di prove presentate dalle varie parti, che sono state sostanzialmente accolte dal giudice monocratico Matteo Trotta. In particolare la pubblica accusa aveva presentato cinque faldoni di documenti riguardanti gli 85 morti da amianto.
Non sono stati accettati solo alcuni documenti, ritenuti dal giudice di non primaria importanza per il processo. Nelle successivi udienze – ne sono state fissate otto fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero interrogherà tra i 10-12 testimoni a seduta.
Al maxi-processo per l’amianto gli imputati sono 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano gli 85 morti per l’esposizione all’amianto durante il loro lavoro ai cantieri navali di Monfalcone. Intanto sono in corso tra Fincantieri e familiari delle vittime d’amianto trattative per trovare un accordo extragiudiziale sugli indennizzi. (fra. fem.)

Il Piccolo, 11 giugno 2010
 
Bianchi: «Dramma amianto esploso negli anni ’70» 
L’ex primario anatomopatologo sentito come consulente del pubblico ministero

È entrato nel vivo con il dibattimento il maxi-processo per morti d’amianto al Tribunale di Gorizia. Gli imputati sono 41, tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano 85 vittime a causa dell’esposizione all’amianto nei cantieri navali di Monfalcone. Intanto sono in corso tra Fincantieri e familiari delle vittime d’amianto trattative per trovare un accordo extragiudiziale sugli indennizzi.
A essere ascoltato tra gli altri, ieri, come consulente del pubblico ministero Valentina Bossi, è stato il professor Claudio Bianchi, già anatomo patologo dell’ospedale di Monfalcone, il medico che ha portato alla luce, alla fine degli anni Settanta, quanto stava accadendo nel cantiere di Monfalcone. Uno dei massimi esperti quindi in materia. Bianchi si è soffermato sugli aspetti medico-legali della questione. Ha spiegato il processo del mesotelioma della pleura, le sue connessioni dirette con l’esposizione all’amianto. E ha ricordato come i primi studi, a Monfalcone, sul rischio amianto siano iniziati negli anni Settanta. Mentre negli Stati Uniti sull’impiego della fibra erano state già espresse forti perplessità, tanto da far partire degli studi fin dal 1947. Sentito anche un secondo consulente dell’accusa, l’ingegner Umberto Laureni, docente all’Università di Trieste, per ricostruire l’impatto dell’utilizzo della fibra.
I primi a essere ascoltati, tra i 430 testi citati dall’accusa, dalla difesa e dalle parti civili, sono stati due ufficiali di polizia che hanno condotto le indagini. L’udienza è stata rinviata a lunedì. In quella sede è previsto l’ascolto di altri 12 testi, presentati dalla pubblica accusa, tra cui ex colleghi e parenti delle vittime. Nella precedente udienza si era conclusa la parte preliminare dedicata alle ammissioni di prove presentate dalle varie parti, sostanzialmente accolte dal giudice monocratico Matteo Trotta.
Cinque i faldoni di documenti riguardanti gli 85 morti da amianto presentati dalla pubblica accusa, quasi tutti accolti dal giudice. Nelle successive udienze – ne sono state fissate sette fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero intende interrogare una decina di testimoni a seduta.

Il Piccolo, 12 giugno 2010
 
SCAMBIO DI NOMI 
Amianto, nel dibattimento assente il professor Bianchi

Per un deprecabile errore, il nome del professor Claudio Bianchi è apparso nell’articolo di ieri come consulente del pubblico ministero per delineare le tappe della vicenda amianto a Monfalcone in relazione al maxi-processo amianto che vede sul banco degli imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili della sicurezza e resaponsabili di ditte che lavoravano all’interno del cantiere, per la morte di 85 lavoratori esposti alla fibra durante la loro attività lavorativa nello stabilimento, L’intervento è stato in realtà svolto da un altro professionista, non dal professor Bianchi che peraltro rientra nel novero degli esperti che saranno ascoltati dai giudici sulla vicenda.

Il Piccolo, 15 giugno 2010
 
«Ecco come si respirava l’amianto sulle navi» 
Il drammatico racconto dei testimoni nel maxi-processo per la morte di 85 lavoratori del cantiere

C’è chi, tra la decina di testi chiamati ieri a deporre al maxi-processo ripreso ieri al Tribunale di Gorizia, ha raccontato che tagliava l’amianto ma ne aveva scoperto solo dopo la pericolosità. Chi, ancora, lavorando sulle navi in costruzione, dovendo intervenire sulle tubazioni, staccava i rivestimenti in eternit. Altri, ancora, hanno raccontato che, a fine turno, spazzolavano le tute, per poi portarle a casa a lavare. E respiravano la fibra a pieni polmoni. È stata una lunga giornata quella di ieri, all’udienza del processo che vede imputati 41 tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Le parti offese rappresentano 85 vittime, a causa dell’esposizione all’amianto nello stabilimento di Monfalcone. L’udienza, alla fine, è stata riaggiornata al 29 giugno.
Ieri, dunque, la parola è passata agli ex lavoratori, anche ex colleghi a vario titolo delle vittime. Una decina, da tempo in pensione. Avevano iniziato per lo più a lavorare negli anni Sessanta, fino agli anni Ottanta, qualcuno anche fino agli anni Novanta. Un ex lavoratore si è presentato in aula con un respiratore, per le precarie condizioni di salute. I testi sono stati sottoposti ad una lunga trafila di domande, sia da parte della pubblica accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Valentina Bossi e Luigi Leghissa, sia dai legali delle parti civili. Quindi, è seguito il controinterrogatorio dei difensori degli imputati. Interrogativi, dunque, per scandagliare la realtà del cantiere dell’epoca. Non tutti i testimoni sono stati in grado di ricostruire con esattezza le circostanze, rispondendo con un «non ricordo».
Non sono mancate le obiezioni procedurali, avanzate dalle difese. Gli interrogativi erano sostanzialmente volti a comprendere le condizioni di lavoro nelle quali operavano le maestranze. È stato chiesto quali fossero le misure di sicurezza adottate in cantiere. S’è posta l’attenzione anche sull’aspetto legato alla prevenzione. E, ancora, è stato chiesto se c’erano impianti localizzati di aspirazione. Si è discusso altresì sui tempi di esposizione ai materiali, come pure sulla tempistica in ordine ai controlli sanitari. Le parti civili hanno insistito molto, tra l’altro, sull’aspetto informativo inerente le caratteristiche e la pericolosità dell’amianto. «Il quadro che si è tratteggiato – ha spiegato l’avvocato Paolo Bevilacqua, che rappresenta una delle parti civili – è che, in qualche modo, c’era consapevolezza di uno stato di disagio, di condizioni di lavoro per le quali non c’era però un’informazione specifica. Quindi, la pericolosità dell’amianto non era chiara. Ciò che è emerso è il fatto che le garanzie di sicurezza erano pochissime». Il controinterrogatorio delle difese ha spaziato dai controlli in azienda e sanitari, alla presenza in cantiere dei responsabili della sicurezza. (la.bo,)

Il Piccolo, 16 giugno 2010
 
IL RUOLO DI MARINO VISINTIN E MARIO BILUCAGLIA 
Processo amianto, il gup decide un supplemento d’indagine

Per comprendere come e quanto Marino Visintin e Mario Bilucaglia possano essere coinvolti, per le loro mansioni di responsabili del servizio di sicurezza all’interno del cantiere navale, nelle vicende legate all’impiego dell’amianto, dovrà essere avviata un’attività istruttoria che ricostruisca i complessi organigrammi esistenti nello stabilimento di Panzano, la ripartizione delle competenze e quindi i gradi di responsabilità nella presunta omissione dei controlli.
Lo ha deciso ieri il gup di Gorizia al termine dell’udienza preliminare resasi necessaria dopo che la Cassazione aveva annullato una precedente sentenza del gup di Gorizia, nel ”processo madre” celebrato lo scorso anno, che aveva mandato prosciolti i due funzionari.
La sentenza era stata impugnata davanti alla Suprema Corte dal pubblico ministero e la stessa Cassazione aveva quindi disposto che gli atti fossero rimessi a un nuovo giudizio.
La richiesta del pm di avviare un’attività istruttoria suppletiva, farà slittare il processo al prossimo 5 ottobre. Il giudice ha però anche deciso l’unificazione di tutti i procedimenti in cui erano stati coinvolti i due addetti alla sicurezza. Di fatto, secondo il legale di Visintin e Bilucaglia, l’avvocato Riccardo Cattarini, il ruolo dei due funzionari non era direttamente finalizzato a un controllo diretto sull’effettiva applicazione delle norme di sicurezza e tutela della salute all’interno del cantiere. Svolgevano di fatto una sorta di consulenza. E quindi, secondo il legale, erano da ritenersi estranei alle accuse a loro carico.

Il Piccolo, 29 giugno 2010
 
Malati di mesotelioma in costante aumento 
Dati preoccupanti E oggi riprende il processo amianto

Riprende oggi al Tribunale di Gorizia il maxi-processo sui decessi da amianto, che vede imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Le parti offese rappresentano 85 vittime, morte a causa dell’esposizione al minerale killer nello stabilimento di Monfalcone. La precedente udienza, che ha visto sfilare diversi test, è stata riaggiornata a oggi.
Intanto, dalla Notte bianca della Prevenzione, promossa all’ospedale San Polo dalla sezione isontina della Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt) sono emersi nuovi dati sull’epidemia di mesotelioma nelle Province di Gorizia e di Trieste, che si conferma mai sopita né pare mostrare segni di attenuazione. Ciò è emerso chiaramente dalla relazione di Diego Serraino, epidemiologo del Cro di Aviano. I dati raccolti dal Registro tumori regionale arrivano oggi fino al 2007 e sono proprio quelli più recenti, relativi al biennio 2006-2007, non ancora pubblicati, a destare il maggiore interesse perché forniscono informazioni del tutto nuove sul trend del tumore.
Si evidenzia infatti la diversità assai spiccata tra le province di Gorizia e Trieste da un lato e le province di Pordenone e Udine dall’altro. Nel Fvg l’epidemia di mesotelioma è infatti un fenomeno prettamente giuliano con incidenze che nei maschi sono da 7 a 15 volte superiori nelle Province giuliane rispetto a quelle di Udine e Pordenone. Quanto ai tumori polmonari, il dottor Serraino ha sottolineato che anche in Regione si nota come in altre parti d’Italia una tendenza alla diminuzione di incidenza nei maschi, diminuzione che è possibile mettere in relazione con le campagne antifumo partite negli anni ’80 del secolo scorso. Nel sesso femminile invece si rileva purtroppo una tendenza all’aumento.
Entrando nel dettaglio, dall’analisi dei dati precedenti si rileva come, nel 2004-2005, 9,9 uomini su 100mila risultassero affetti da mesotelioma. Nel 2006-2007 l’incidenza riscontrata è più elevata, pari a 15 su 100mila. Sempre nel 2006-2007, a Pordenone, il rapporto è stato invece di 1 su 100mila. A Udine 1 su 100mila. Nel 2004-2005 si sono avuti a Gorizia 30 casi di mesotelioma. Nel 2006-2007 38. (t.c.)

Il Piccolo, 30 giugno 2010
 
SFILANO I TESTIMONI AL MAXI-PROCESSO CHE SI CELEBRA A GORIZIA 
«Amianto? I sindacati sapevano» 
Parlano i cantierini: nessuno ci ha mai detto della pericolosità. Solo pochi usavano le mascherine

di FRANCO FEMIA

«Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione all’amianto»: Guido Clemente, fino al 1997 dipendente della Fincantieri e tra i tanti che sono andati in pensione anticipatamente con la legge sull’amianto, ha spiegato ieri al maxi-processo in corso di svolgimento al Tri bunale di Gorizia ome gli operai lavoravano alla costruzione delle navi nel cantiere di Panzano, gli accorgimenti di sicurezza che venivano adottati e al fatto che nessuno li aveva informati sui pericolo che correvano venendo a contatto con l’amianto.
«Tra noi operai si era cominciato a parlare della presenza dell’amianto a metà degli anni Settanta – ha detto Clemente, originario di San Pier d’Isonzo, ma residente a Villesse -, ma nessuno ci aveva informato sui rischi che correvamo. L’ho saputo solo al momento che mi è stato chiesto di andare in pensione, nel 1997. Se lo avessi saputo prima avrei senza dubbio cambiato lavoro. Ho visto diversi miei colleghi ed amici morire per colpa dell’amianto».
Clemente ha lavorato sulle navi come carpentiere anche se durante la trentennale presenza nei cantieri ha svolto anche altre mansioni ed ha lavorato pure, per un breve periodo, ai cantieri di Palermo. Ha spiegato che fino a metà degli anni Sessanta erano in pochi a usare mascherine e altri oggetti anti-infortuni, introdotti in modo massiccio negli anni successivi, anche se spesso gli operai, in particolare quelli che lavoravano in spazi angusti, spesso se li toglievano. In quegli anni vennero anche sostituiti i vecchi aspiratori con dei nuovi più grandi e più capaci.
C’era un servizio di sicurezza: tre persone giravano nel cantiere per effettuare dei controlli, ma è emerso che al di là di qualche rimbrotto non veniva elevata alcuna sanzione nei confronti di coloro che non utilizzavano le mascherine, i caschi o gli occhiali appositi per evitare di venir colpiti dalle schegge e altri oggetti.
Il maxi-processo all’amianto, presieduto dal giudice monocratico Matteo Trotta, riprenderà domani con un’altra udienza in cui saranno sentiti altri ex dipendenti della Fincantieri.

Il Piccolo, 01 luglio 2010 
 
AUTODIFESA DI EX SINDACALISTI E DELEGATI
«Non siamo complici del dramma-amianto» 
Francovig (ex Fiom): «Non è vero che sapevamo tutto, abbiamo pagato come gli altri»

di TIZIANA CARPINELLI

«Tutti, sapevano tutti». La frase riecheggia ancora nei corridoi del tribunale, tra i parenti delle vittime decedute e i cantierini superstiti alla silenziosa strage dell’amianto. Rimbalza nelle officine delle fabbriche, entro le mura di casa, dividendo le coscienze. Martedì, all’ultima udienza del maxi-processo che sui celebra a Gorizia, l’ex operaio Guido Clemente ha dichiarato: «Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione dell’amianto». Ma la risposta di chi rappresenta o ha rappresentato i lavoratori del cantiere è l’autodifesa: «Siamo stati testimoni ignoranti».
Perché a essersi ammalati e, in molti casi, a esser stati ghermiti dal mesotelioma, il tumore che non dà scampo a chi ha respirato per anni le fibre del minerale killer, sono stati anche loro, i sindacalisti. Lo afferma l’ex meccanico di bordo ed ex delegato Fiom-Cgil Luigino Francovig: «Dire che siamo stati responsabili pure noi è fin troppo facile, oggi: sono un esposto all’amianto e se avessi saputo del pericolo certo non sarei rimasto lì, non sono mica scemo! Il punto è un altro: siamo stati tutti testimoni ignoranti dell’amianto». Concorde Franco Buttignon, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu del cantiere di Panzano fino al 2005: «Tra trent’anni ci sarà chi dirà la stessa cosa per la lana di roccia, pur se in passato si è svolto un monitoraggio dell’ambiente e si è stretto un accordo con l’azienda, putroppo oggi disatteso».
Ma Duilio Castelli, il fondatore e presidente onorario dell’Associazione esposti amianto (Aea), colui che ha dato vita al movimento di tutela delle vittime e dei loro familiari, smentisce la tesi: «Io posso dire, perché l’ho vissuto sulla mia pelle, che i sindacati sapevano: quando nel 1971 mi ammalai di asbestosi e andai con il certificato, redatto dal medico, da uno dei rappresentanti dei lavoratori dell’epoca, Sergio Parenzan, per me uno dei migliori, lui, una volta viste le carte, si volse verso un suo collega e disse: ”Un altro”. Un altro cosa? Vuol dire che prima di me già altri operai erano andati da loro con lo stesso certificato, dunque perché non vennero presi dei provvedimenti fino al 1976?».
Francovig, ex sindacalista, la vede però diversamente: «Fa effetto, oggi, dire che il sindacato è responsabile dei decessi, ma ci si dimentica del fatto che, in quegli anni, il 95% degli operai risultava iscritto ai sindacati e che tra i delegati all’ambiente di allora c’erano persone che lavoravano a bordo e in mezzo all’amianto: se avessero saputo della nocività delle mansioni quotidianamente svolte sarebbero forse rimasti lì? Non credo. Ho sentito dire che passava la commissione deputata ai controlli e nessuno diceva niente per l’assenza di una mascherina. Se così è stato, non bisogna dimenticare che ogni persona deve essere responsabile della propria salute. Non si può decidere di osservare le regole solo se alle spalle si ha un controllore che vigila». «Né vanno scordate – conclude – le grandi lotte in cui i sindacati risultavano all’epoca impegnati: innanzitutto quella per la sicurezza sul posto di lavoro, visti i tassi elevati di mortalità, o per la necessità di disporre degli aspiratori di fumo per la salubrità degli ambienti. Nessuno, ripeto, nessuno era a conoscenza della pericolosità dell’amianto e dei suoi effetti a lungo termine».
Il fondatore dell’Aea, invece, ribadisce: «Il primo provvedimento venne preso appena nel 1976, nella salderia A, dove venivano saldati i pezzi dei sommergibili, che dovevano essere assemblati a una temperatura di 250 gradi. Risultava così pesante che gli operai lavoravano a turni di un’ora, alternando all’attività il riposo in una casupola lì vicino. Per evitare malori e ustioni veniva usata una tela d’amianto. Nel ’76 arrivò il dottor Gobbato della Medicina del lavoro di Trieste: vide l’ambiente e disse che c’era troppa polvere e che bisognava smettere di usare quella tela. Gli operai andarono a protestare dai sindacati e questi si rivolsero all’azienda, la quale replicò ch’erano appena stati presi altri appalti, sia per sommergibili che per navi, dunque si doveva continuare, modificando gradualmente nel tempo le modalità del lavoro. In seguito la tela venne sostituita con un’altra, di vetro-alluminio, che costava molto, 20mila lire a metro quadrato: a mio avviso non valeva niente e non aiutò più di tanto, nelle loro mansioni, i poveri saldatori. Sindacati e azienda si misero comunque d’accordo: dicono che la situazione andò avanti fino all’85, ma per me proseguì fino al ’90».

LA VECCHIA RSU PREFIGURA SCENARI ANALOGHI CON LA LANA DI ROCCIA 
Buttignon: le affermazioni vanno provate

«Qualsiasi lavoro in fabbrica solleva problemi di nocività: se sei in salderia e non usi mascherine o pettorine di pelle puoi avere delle conseguenze. Ciò che oggi sento dire sui sindacati a proposito dell’amianto, forse tra trent’anni verrà detto della lana di roccia e ciò nonostante sia stato promosso un monitoraggio e sottoscritto un accordo con l’azienda, pur se oggi disatteso perché mancano controlli». A parlare è Franco Buttignon, fino al 2005 coordinatore Rsu Fiom-Cgil: «Oggi tutti navigano su internet e si fanno un’idea, sulla base di ciò che leggono, della ”questione lana di roccia”. Ma noi, come delegati di fabbrica, a suo tempo fummo investiti del problema e facemmo spendere milioni all’azienda per compiere degli studi specifici, attraverso l’istituto Maugeri di Pavia e il dottor Zanin. Vennero analizzate le diverse fibre impiegate nelle lavorazioni e svolti i monitoraggi su ambienti e operai. Emerse che lavorare con la lana di roccia non equivaleva certo a mangiare un panino con la mortadella, tuttavia in presenza di accorgimenti e norme di sicurezza non provocava danni. Così il sindacato stipulò un accordo con l’azienda, per il rispetto delle regole, che oggi mi risulta non essere sempre osservate proprio a causa dell’assenza di controlli». «Un domani – conclude – potrà esserci un altro dottor Bianchi che apre un cadavere e trova delle fibre di lana di roccia e magari qualcuno proverà a dire che è colpa dei sindacati. Io sono entrato in fabbrica nell’81, dunque non ignoro dell’amianto. Tuttavia penso che le affermazioni devono essere innanzitutto comprovate, in sede processuale». (ti.ca.)

Il Piccolo, 02 luglio 2010
 
NUOVI TESTI AL MAXI-PROCESSO 
Amianto, gli ex cantierini: si lavorava nella polvere

Le condizioni di lavoro in cantiere. «In mezzo alla polvere». E le protezioni o gli accorgimenti presenti in fabbrica. Sono sfilati altri 4 testi ieri, al Tribunale di Gorizia, nell’ambito del maxi-processo dedicato alle morti da amianto. Altri ex operai che hanno raccontato come operavano nel cantiere navale. È stata, insomma, ripercorsa ancora una volta la giornata-tipo nello stabilimento. L’udienza iniziata alle 9, si è chiusa verso le 17. Con l’avvocato Riccardo Cattarini a insistere per accelerare i tempi, di fronte alla presenza di oltre 350 testimoni. Alla fine, l’udienza, presieduta dal giudice monocratico Matteo Trotta, è stata riaggiornata a lunedì. In quella sede saranno ”calendarizzate” le udienze a partire da metà settembre fino a fine anno. Per questo mese di luglio sono previste una decina di udienze. Si parla in media di due udienze settimanali fino alla pausa delle ferie. Il maxi-processo vede imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano 85 vittime, morte a causa dell’esposizione al minerale-killer.
Nella precedente udienza aveva deposto anche Guido Clemente, fino al ’97 dipendente della Fincantieri e tra i tanti che sono andati in pensione anticipatamente con la legge sull’amianto. Aveva spiegato che «neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione all’amianto». Aveva anche spiegato che fino a metà degli anni Sessanta erano in pochi a usare mascherine e altri oggetti anti-infortuni, introdotti in modo massiccio negli anni successivi. In quegli anni vennero sostituiti i vecchi aspiratori con dei nuovi più grandi e più capaci.

Il Piccolo, 07 luglio 2010
 
Un teste: per i meccanici mascherina non obbligatoria 
Prosegue il maxi-processo per le morti da amianto che si celebra a Gorizia

Al maxi-processo per l’amianto, che si celebra al tribunale di Gorizia, continuano a sfilare dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta gli ex dipendenti dei cantieri di Monfalcone. Sono chiamati a testimoniare sulle condizioni di lavoro all’ex Italcantieri negli anni che vanno dal 1960 al 1990. Ieri in agenda c’erano sette testi, ma uno di questi, Lucio Deotto, nel frattempo è morto per una malattia professionale anche se non direttamente collegata all’esposizione all’amianto.
Una delle deposizioni più lunghe è stata quella di Renzo Tripodi, meccanico, dipendente dell’Italcantieri fino al 1980. Il teste, rispondendo a una lunga serie di domande fatta dal pubblico ministero Luigi Leghissa, parti civili e difesa, ha ricostruito le varie mansioni svolte dagli operai a bordo nave. In particolare il testimone ha descritto lo stato ambientale in cui operavano le maestranze sotto il profilo della salubrità. È emerso quanto dichiarato anche da altri testimoni nelle precedenti udienze e cioè che nel cantiere c’era carenza nelle misure di sicurezza in particolare negli anni Sessanta. Tripodi ha ricordato come ai meccanici l’azienda non imponeva l’uso della mascherina.
Non sono mancati vivace battibecchi tra difensori degli imputati e parti civili sulle varie domande che venivano poste. Come è noto 41 sono gli imputati tra ex dirigenti dell’Italcantieri, responsabili di ditte subappaltanti e responsabili della sicurezza, che devono rispondere di omicidio colposo per la morte di 85 dipendenti dei cantieri dovuta ad asbestosi, la malattia legata all’esposizione all’amianto.
Prima della pausa feriale sono in agenda ancora due udienze, il 12 e il 20 luglio nelle quali saranno sentiti altri dipendenti dei cantieri di Panzano. In tutto sono stati citati tra pm e difesa 400 testimoni. (fra. fem.)

Il Piccolo, 13 luglio 2010
 
INTERROGATORI AL MAXI-PROCESSO 
Un teste: «Già negli anni ’70 sapevamo del rischio-amianto»

Continua dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta, al tribunale di Gorizia, la sfilata dei testi al maxiprocesso per l’amianto. Sono ancora gli ex dipendenti del cantiere di Panzano protagonisti di questa fase del processo: lunghe deposizioni per spiegare, su richiesta del pm Luigi Leghissa, come si svolgeva il lavoro all’interno dello stabilimento navale negli anni in cui, secondo l’accusa, veniva usato l’amianto per coibentare parti delle navi. Ieri è toccato a Lucio Vittor, originario di San Canzian d’Isonzo ma residente a Duino, a sostenere un lungo interrogatorio. L’uomo, che ha operato nei cantieri nel settore sicurezza come vigile del fuoco, ha spiegato, anche su sollecitazione dei legali di parte civile e della difesa, come si svolgevano le varie fasi di lavorazione nella costruzione prima dei sommergibili e poi nelle navi commerciali. Ha confermato quanto riportato da altri testi nelle precedenti udienze, come già a metà degli anni Settanta si sapeva all’interno dei cantieri della pericolosità dell’amianto. La prossima udienza è in calendario martedì 20 luglio, poi ci sarà una lunga pausa feriale. Il processo riprenderà a settembre sempre con la deposizione dei testimoni. (fra. fem.)

Il Piccolo, 14 luglio 2010
 
Non provata la colpa dell’amianto, assolti i vertici del cantiere

Non è stata accertata con chiarezza se la malattia contratta da un ex dipendente dell’Italacantieri fosse causata principalmente dall’esposizione all’amianto oppure da altre patologie.
Così Giorgio Tupini, Vittorio Fanfani e Manlio Lippi, ex dirigenti dell’Italcantieri, sono stati assolti dall’accusa di lesioni seppure con la formula dubitativa dal giudice monocratico Emanuela Bigattin. È stato lo stesso pubblico ministero Luigi Leghissa a chiedere l’assoluzione, pur invocando il secondo comma dell’artico 350 del codice di procedura penale, alla luce della deposizione del consulente. Il perito aveva sostenuto che la parte lesa registrava un’alterazione della funzionalità respiratoria che poteva derivare da cause diverse da quella dell’asbestosi. L’uomo infatti, oltre ad essere un fumatore, soffriva pure di tubercolosi. Nel frattempo è deceduto e non è escluso che la sua vicenda, dal punto di vista giudiziario, si possa riaprire come ha anticipato il pm Leghissa e in qual caso anche la sua vicenda potrebbe rientrare in quei casi che vengono discussi al maxiprocesso all’amianto che si celebra dinanzi al giudice monocratico di Gorizia.
Non è la prima sentenza assolutoria che viene emessa dal tribunale di Gorizia in processo per lesioni correlate all’esposizione all’amianto. Si è tratto spesso di operai che soffrivano di placche pleuriche che allo stato attuale non è stato provato clinicamente siano provocate solamente dall’esposizione all’amianto, ma possono essere causate anche da altre patologie. (fra. fem.)

Il Piccolo, 22 settembre 2010

MAXI-PROCESSO. L’ACCUSA DI UN TESTE: «NESSUNO CI HA MAI DETTO CHE CORREVAMO RISCHI» 
Morti da amianto, si apre un nuovo filone 
Riguarda trenta decessi di ex cantierini. Il lavoro dei pm è ormai quasi completato

di FRANCO FEMIA

Conclusa la pausa feriale è ripreso al tribunale di Gorizia il maxi-processo per la morte di 86 lavoratori esposti all’amianto. L’udienza di ieri ha visto ancora protagonisti, come testimoni, ex dipendenti dei cantieri che hanno raccontato come fino agli anni Ottanta si svolgeva il lavoro nello stabilimento navale di Panzano tra fumi e polvere d’amianto con sistemi di protezione di fatto inesistenti.
Le testimonianze occuperanno ancora molte udienze di un processo che, se tutto procederà senza intoppi, durerà almeno un anno ancora.
Ma al secondo piano del Palazzo di giustizia la Procura continua il suo lavoro di indagine su molti altri casi di decessi causati dall’esposizione d’amianto e denunciato dai familiari delle vittime. Un nuovo filone di inchiesta sta per essere portato a termine e riguarda altri trenta decessi di ex cantierini tutti causati, secondo quanto accertato, dall’asbestosi.
Se il maxi-processo durerà per tutto il 2011 prima di arrivare a un sentenza, di amianto le aule di giustizia goriziane di amianto dovranno occuparsene per molti anni a venire. Le statistiche indicano che i decessi continueranno almeno fino al 2020.
Tornando all’attualità ieri. tra le testimonianze, c’è stata quella di Carmelo Cuscurrà, che ha lavorato come dipendente dei cantieri dal 1955 al 1983.
«Non ho mai sentito – ha detto interrogato dal pubblico ministero Valentina Bossi – della pericolosità dell’amianto anche se sapevamo bene di lavorare con questo materiale» «Ci hanno abbandonato – è stata a un certo punto la sua accusa – e nessuno si è preoccupato di noi. Non avevamo nè mascherine nè altri mezzi di protezione».
«Si lavorava anche di notte per far rispettare le scadenze degli appalti – ha detto Cuscurrà – perché eravamo orgogliosi del cantiere, che era la nostra prima casa»,
Il processo continuerà martedì prossimo e il giudice monocratico Matteo Trotta ha fissato altre tre udienze a ottobre, il 4, il 26 e il 28.
 
«Mio padre, vittima della fibra killer» 
La figlia di Antonio Deroia: «Si chiedeva quanto avrebbe dovuto soffrire»

Negli anni le vittime dell’amianto sono state talmente tante che ricordarle tutte, singolarmente, caso per caso, è impossibile. Sono poche le famiglie di Monfalcone e del mandamento che non hanno pianto per la scomparsa di uno o più cari. Tra i molti, oggi ricorre il primo anniversario dalla morte di Antonio Deroia. Aveva compiuto 77 anni da meno di un mese. Era nato a Lussinpiccolo il primo settembre del 1932 e per 40 anni aveva lavorato esclusivamente nel cantiere di Panzano. Sulla sua scheda personale, alla voce causa del decesso compare implacabile la dicitura mesotelioma pleurico. In altri termini: è una delle vittime dell’amianto.
La sua è una storia come tante altre e come tante altre è allo stesso modo tragica. A ricordarla a dodici mesi esatti dal giorno del lutto è la figlia Gabriella che vuole in questo modo tenere alta l’attenzione sul fenomeno. «A differenza di quanto capitato ad altre persone, morte senza sapere d’essere malate, lui era a conoscenza della malattia – dice la donna -. Gliel’avevano diagnosticata a febbraio e continuava a chiedere a me, a mia sorella Sabrina e a nostra madre Mirella, quanto ancora avrebbe dovuto soffrire prima di morire. È stata per tutti molto dura. È rimasto lucido fino all’ultimo. Il medico gli praticava la terapia del dolore a casa».
Dopo aver conseguito il diploma di perito navale all’Istituto Alessandro Volta di Trieste, Antonio Deroia era stato assunto in cantiere dove aveva lavorato come impiegato tecnico, capozona della Saldo carpenteria e per anni aveva inoltre fatto parte del colleggio direttivo dell’Anla, l’Associazione dei lavoratori anziani d’azienda. All’Anla aveva trovato innumerevoli amici e collaboratori, molti dei quali sono deceduti prematuramente a causa dell’amianto proprio come è successo a lui. (s.b.)

Il Piccolo, 29 settembre 2010
 
NUOVA UDIENZA A GORIZIA PER LA MORTE DI 85 CANTIERINI 
Amianto, al processo sfilano gli operai: «In mezzo alla polvere senza mascherina»

Prosegue al tribunale di Gorizia la deposizione dei testi nel maxi-processo all’amianto, che vede imputati 41 persone tra dirigenti dell’ex Italcantieri e responsabili delle ditte che avevano in subappalto lavori all’interno del cantiere navale. L’accusa è di omicidio colposo nei confronti di 85 operai deceduti a causa dell’esposizione all’amianto.
Sfilano dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta gli operai che hanno lavorato all’interno dello stabilimento di Panzano. Sono testimonianze che raccontano come si lavorava sulle navi negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, quando lavorare con l’amianto era prassi quotidiana senza le più elementari misure di sicurezza. Il leit-motiv è sempre lo stesso, uguale a quanto hanno raccontato i testi delle precedenti udienze: nessuno era a conoscenza delle pericolosità dell’amianto.
«Si lavorava in mezzo alla polvere, non si vedeva quasi niente e non si usava la mascherina – ha raccontato ieri un operaio andato in pensione nel 1988 dopo essere stato coibentatore, fabbro-nave e guardiafuochi – Gli aspiratori erano piccoli e insufficienti e quando, negli anni Settanta, furono installati altri più grandi, erano sprovvisti di filtri e facevano più male che bene».
Anche le ditte appaltanti non sapevano i danni causati dall’asbestosi. Lo ha confermato ieri il titolare di una ditta appaltante. Ha detto che gli operai venivano sottoposti una volta all’anno a una visita specialistica e solo dopo il 1992, grazie a una nuova normativa, venivano effettuati maggiori controlli e venivano usati mascherine, guanti e occhiali a protezione di chi lavorava sulle navi.
Il giudice ha fissato altre udienze il 4, 26 e 28 ottobre. Si procederà ancora all’assunzione di testi presi dall’elenco di 400 citati da parte del pubblico ministero e dagli avvocati difensori e di parte civile. (fra. fem.)

Il Piccolo, 10 giugno 2009 
 
LA FIOM CONTESTA IL TITOLARE DELLA DITTA E LA LEGA NORD  
«La Rsu bengalese è legittima»
 
 
La prima Rsu di una ditta degli appalti in Fincantieri formata esclusivamente da lavoratori stranieri, tutti del Bangladesh, non è nata per «fare meno fatica». È quanto ribatte la Fiom-Cgil al titolare dell’impresa di coibentazioni Adriatica, Michele Rizzo, secondo il quale i lavoratori del Bangladesh una volta si impegnavano di più e la nascita della Rsu sa quindi tanto di un pretesto.
«All’impresa Adriatica ricordiamo che aveva ed ha tutti gli strumenti di legge per intervenire, ma al sindacato non è pervenuta alcuna contestazione dell’elezione – afferma il segretario provinciale della Fiom-Cgil Thomas Casotto -. Posso peraltro assicurare che non è nostra volontà tutelare dei privilegi, mentre la società non si è presentata diverse volte in sede di conciliazione, quando si trattava di affrontare problemi sollevati dai lavoratori».
La Fiom ha una risposta comunque anche per il consigliere regionale della Lega Nord Federico Razzini, secondo cui una Rsu mono-etnica non è affatto un buon segnale di integrazione. «La Rsu è stata democraticamente eletta – dice Casotto -, come lo è stato il consigliere regionale. Credo quindi ci voglia rispetto per tutti. In quella ditta lavorano 40 persone e più di 30 sono del Bangladesh. Si sono presentati solo candidati del Paese asiatico e quindi non è stato possibile avere una Rsu anche con rappresentanti italiani. Non credo davvero si possa parlare di clan».
Il segretario provinciale della Fiom sottolinea inoltre come sia difficile parlare di integrazione nel momento in cui i lavoratori stranieri «sono spesso ghettizzati e costretti a vivere molte ore al giorno al di là delle regole, sul fronte retributivo con la paga globale e su quello della sicurezza».
«Poi, una volta usciti dal perimetro della grande fabbrica, si vorrebbe che questi cittadini sia ligi alle regole su cui non possono contare», afferma Casotto.
«In ogni caso il concetto di etnia porta con sé anche quelli della cultura e della tradizione di un popolo – conclude il segretario provinciale della Fiom -. Pare quindi strano che un partito come la Lega Nord proponga di abbandonarlo». (la.bl.)
 

Il Piccolo, 09 giugno 2009 
  
È UNA DITTA-FANTASMA QUELLA COINVOLTA NELLA VERTENZA  
Truffati e senza lavoro i 20 operai croati  
L’impresa non risulta iscritta nei registri del tribunale. Tutti verranno rimpatriati
 
 
Sono rimasti tutti senza lavoro gli operai croati, una ventina, dipendenti dell’Euronavimont, impresa dell’appalto entrata nello stabilimento Fincantieri con il consorzio veneto Cvm. La ditta ha cessato l’attività. ma di fatto sembra che non sia mai esistita. La protesta avviata due settimane fa dai lavoratori, stanchi di non essere pagati da mesi, ha fatto emergere una serie di gravi irregolarità, tali da configurare l’ipotesi di una truffa. L’impresa non risulta iscritta nel registro del Tribunale commerciale della Repubblica di Croazia e i lavoratori non sono stati pagati in modo regolare nemmeno rispetto le norme contrattuali croate. Parte dei lavoratori aveva sottoscritto un contratto, mentre altri avevano accordi solo verbali, ma poi si sono ritrovati con un contratto firmato da altri. È quanto ha spiegato l’avvocato croato che sta patrocinando i lavoratori, Katja Jajas, in una conferenza stampa convocata dalla Fiom-Cgil, che da subito si è fatta portavoce degli operai dell’Euronavimont, rientrati fra l’altro in patria grazie all’assessorato alle Politiche sociali, che ha acquistato i biglietti del pullman. La Fiom-Cgil continuerà a seguire i lavoratori, attraverso il proprio ufficio vertenze. «Vogliamo verificare – ha spiegato il segretario provinciale Thomas Casotto – se potranno rivalersi nei confronti del consorzio attraverso il quale l’impresa è entrata, forse presentando della documentazione irregolare, nello stabilimento Fincantieri. Valuteremo la posizione dei singoli lavoratori e poi adiremo alle vie legali se ciò si rendesse necessario».
Pur sottolineando la collaborazione avuta da Fincantieri, la Fiom ieri ha sferrato un pesante attacco a un sistema degli appalti che «come dimostra anche questo caso, non isolato, rischia di essere occasione di sfruttamento per i lavoratori e terreno di illegalità». La Fiom ieri ha quindi rilanciato una delle richieste contenute nella sua piattaforma per il rinnovo del contratto integrativo della società e cioé l’apertura di un tavolo di confronto con Fincantieri sulla questione appalti. «Non si può continuare a far finta di non sapere ciò che accade», ha aggiunto Casotto.
Laura Blasich

Messaggero Veneto, 09 giugno 2009 
  
Ditta croata fantasma, operai a casa  
Monfalcone: ventun dipendenti si sono ritrovati senza lavoro né tutela
 
 
MONFALCONE. La ditta Euronavimont non esiste o, meglio, esiste ma non è quella che è entrata in appalto nello stabilimento Fincantieri di Monfalcone: è soltanto un’omonima con la dicitura scritta in modo diverso.
La finta Euronavimont non compare nel registro del Tribunale commerciale della Repubblica di Croazia: di conseguenza non esistono i contratti di lavoro e i 21 dipendenti croati, o almeno le 21 persone che credevano di essere dipendenti, sono senza lavoro e senza tutela, visto che non erano iscritti al sindacato. Oltretutto si potrebbe profilare il reato di truffa per coloro che si sono spacciati come titolari della ditta inesistente e che avrebbero anche sottoscritto alcuni contratti di lavoro, ma l’esatta dinamica e le esatte responsabilità dovranno essere accertate, all’insaputa dei lavoratori.
Nel frattempo i 21 operai, all’oscuro di essere “finti dipendenti” e che a fine maggio hanno incrociato le braccia, decisi a non tornare nel cantiere navale a lavorare finché non avessero avuto le paghe dei mesi che avevano lavorato, sono dovuti tornare a casa perché sono stati sfrattati dagli appartamenti che avrebbe dovuto pagare la ditta. Per qualcuno il biglietto del pullman è dovuto essere pagato dai servizi sociali del Comune e dal sindacato italiano.
Ieri i 21 lavoratori, assieme al rappresentante provinciale della Fiom, Thomas Casotto, alle Rsu Fincantieri, al sindacalista croato Bruno Bulic, all’avvocato croato Katja Jajas, si sono incontrati nella sede della Fiom di Monfalcone per fare il punto sulla vicenda. Grazie all’interprete Tea Milicevic, è stato appunto spiegato come la ditta non esista e come il sindacato croato, sia pur disposto ad aiutare, ha le mani legate per il fatto che i lavoratori non sono iscritti ad alcuna sigla sindacale. Bulic ha spiegato anche come molte ditte croate operino sulle spalle dei lavoratori, non applicando i contratti dovuti, frammentando le aziende grandi in molte più piccole.
L’avvocato si è impegnato a proteggere i lavoratori e far avere loro quanto dovuto secondo il contratto collettivo italiano. «Alcuni hanno lavorato per 200-300 euro al mese», ha detto, spiegando come qualcuno risultasse aver firmato un contratto che non aveva assolutamente sottoscritto. Riconoscendo come a livello locale Fincantieri abbia dato piena disponibilità per trovare una soluzione, Casotto da parte sua ha puntato il dito contro il sistema degli appalti, le cui falle sono state evidenziate proprio da questa vicenda.
 

Il Piccolo, 04 giugno 2009 
 
INTERVENTO DIRETTO DI FINCANTIERI  
Operai croati senza paga, ora arriva anche lo sfratto
 
 
Si sta facendo sempre più difficile la situazione dei venti croati, che hanno lavorato per due mesi nello stabilimento Fincantieri senza essere pagati, con contratto croato da 500 euro mensili, dalla loro impresa, l’Euronavimont, entrata nel cantiere attraverso il consorzio con la Cvm di Mestre. In questi giorni, in parte festivi, l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin è tornata a essere contattata dal sindacato, che dal 26 maggio, quando è esploso il caso, sta seguendo la vicenda. «I lavoratori sono allo stremo, quanto a risorse finanziarie – sottolinea la Morsolin -, e credo che per molti di loro si tratti di ottenere quanto dovuto per poi fare rientro in patria». In questi giorni i lavoratori se la sarebbero cavata grazie alla disponibilità della mensa dello stabilimento, davanti al quale sarebbero invece comparsi i proprietari degli alloggi in cui sono sistemati i dipendenti dell’Euronavimont. «Il titolare dell’impresa, da quanto spiega la Fiom, non avrebbe pagato nemmeno loro – riferisce l’assessore – e quindi i proprietari si sarebbero fatti vivi, minacciando di cambiare la serratura e non far più entrare i lavoratori». L’incontro di lunedì pomeriggio con il titolare dell’impresa, pure croata, di Buje, non sarebbe andato a buon fine, anche se il versamento dello stipendio di maggio, dopo quello di aprile, pare in dirittura d’arrivo. Fincantieri ha rinnovato ieri le proprie pressioni sull’impresa, che dovrebbe quindi aver fatto partire i bonifici relativi allo stipendio di maggio sui conti correnti dei lavoratori. La società si è attivata già la scorsa settimana per verificare la situazione e individuare una soluzione. Resta da vedere se è quanto avverrà in via definitiva prima della fine della settimana. (la.bl.)

Il Piccolo, 29 maggio 2009
 
SODDISFATTO L’ASSESSORE ALLE POLITICHE SOCIALI. LIVA (CGIL): ESEMPIO DA ESTENDERE A TUTTE LE DITTE DELL’APPALTO FINCANTIERI
La creazione di una Rsu bengalese importante segnale d’integrazione

 
di LAURA BLASICH

La rappresentanza sindacale tutta composta da lavoratori originari del Bangladesh, dipendenti di una ditta esterna di Fincantieri, la Adriatica, che da anni si occupa di lavori di coibentazione sulle navi, vuole essere solo il primo passo verso un’estensione della capacità delle maestranze degli appalti di avere voce per far rispettare i propri diritti. «Se non si riescono ad avere controlli puntuali e a modificare l’attuale sistema degli appalti, in cui sono presenti evidenti anomalie – spiega il segretario provinciale della Cgil, Paolo Liva -, allora è giusto dare ai lavoratori la possibilità di difendersi attraverso lo strumento del sindacato. Non si risolve il problema generale, ma perlomeno si consente ai lavoratori di vivere con più dignità». Soddisfazione viene espressa anche dall’assessore comunale alle Politioche sociali, Crisitana Morsolin, che ritiene il fatto un importante segnale di integrazione sociale della comunità asiatica presente in città. Inoltre, la nascita di una Rsu in un’impresa media che opera all’interno del cantiere navale di Monfalcone non è cosa da poco e lo è ancora meno se si tiene conto, appunto, che a formarla sono lavoratori stranieri, immigrati che di solito vengono utilizzati per lavorazioni poco “ambite” dagli italiani come quella della coibentazione. L’obiettivo della Fiom, alla quale i lavoratori si sono iscritti, e della Cgil è però quello di fare in modo che questo sia appunto solo un primo passo. Pur sapendo che gli sforzi effettuati nell’arco degli ultimi anni per raggiungere lo stesso risultato non ha prodotto molti frutti. Qualcosa, però, forse sta cambiando. «Speriamo in ogni caso che la prefettura riconvochi al più presto il tavolo del Protocollo di trasparenza – afferma Liva -, perché i sindacati non hanno potuto parteciparvi per impegni già presi e reali. E’ fuori da ogni dubbio che il sindacato per primo, e a lungo da solo, abbia creduto in questo strumento per il cui funzionamento ora nutriamo delle preoccupazioni». Stando al segretario provinciale della Cgil, le anomalie negli appalti Fincantieri ci sono sempre e «non si può affermare che la situazione è sotto controllo per il numero di imprese presenti in stabilimento e quando si arriva al quarto-quinto livello di appalto nella fase di allestimento». Il quadro, per quel che riguarda il controllo, potrebbe essere migliore, soprattutto in una fase di crisi come quella attuale, se il numero di ditte nate nel territorio fosse superiore all’attuale. «Dagli ultimi dati in nostro possesso solo il 12% delle imprese operanti in cantiere invece è regionale», sottolinea Liva. La nascita di una Rsu all’interno di una ditta dell’appalto e composta tutta da lavoratori del Bangladesh rappresenta comunque un segnale importante anche per l’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin. «Dimostra che c’è voglia di integrazione e di essere parte attiva di questa comunità – afferma l’assessore Morsolin -. E’ evidente comunque quanto sia importante il lavoro che il sindacato sta svolgendo per far capire ai lavoratori di darsi una rappresentanza e che ci sono diritti esigibili. Si tratta di una crescita che va a vantaggio di tutti: basta pensare agli aspetti legati alla sicurezza sul lavoro. Il fatto che un lavoratore in generale abbia un salario dignitoso consente a tutta la società di vivere in modo più sereno e quindi più “sicuro”». Per sostenere e migliorare l’inserimento nella comunità l’amministrazione comunale ha realizzato negli ultimi anni non solo corsi di lingua italiana per stranieri, ma anche, lo scorso anno, un corso di sicurezza per lavoratori immigrati. Il prossimo passo rimane quello della costituzione della Consulta degli stranieri. L’obiettivo è quello di arrivare all’elezione dei componenti della consulta da parte della comunitià straniera residente in città, e ormai pari al 13% della popolazione totale, a settembre.

«Ma adesso lavorano molto meno di un tempo»
Parla il titolare della ditta dove metà degli operai è di origine asiatica

 
«La presenza di un sindacato bengalese nella ditta non mi scompone minimamente. Lavoro in appalto in Fincantieri dalla metà degli anni Novanta, ho sempre fatto il mio dovere e rispettato le regole. Nessuno mi può accusare di inadempienze». Chi parla è Michele Rizzo, titolare della ditta di coibentazione Adriatica, e presidente, tra l’altro, dell’omonima società di calcetto di cui la ditta e sponsor. Nella sua ditta composta da una quarantina di dipendenti, che per metà sono originari del Bangladesh, si è costituita una Rsu tutta asiatica. E’ amareggiato non perché ha il sindacato “in casa”, novità assoluta per una ditta dell’appalto, ma perché il tutto ha l’aria di essere un pretesto, afferma, per lavorare di meno. Per questo usa, infatti, nei loro confronti dei lavoroati bengalesi giudizi piuttosto severi. «Purtroppo – spiega Rizzo – da un po’ di mesi a questa parte il loro modo di lavorare e cambiato. Non lavorano più come una volta. Abbiamo scadenze e tempi da rispettare e hanno rallentato di molto le loro prestazioni. Insomma non fanno il loro dovere e pretendono ancora di più». «E quando spieghi loro – aggiunge Rizzo – che sono indietro con il lavoro forse minacciano di andare dai sindacati. Inoltre spesso sono in malattia e invece vanno in giro con i loro amici. Così proprio non va. Alcuni altri bengalesi dissentono da queste posizioni e non hanno aderito a questo sindacato». Come ha spiegato Rizzo, la maggior parte dei bengalesi, anche gli ultimi arrivati, prima implorano di avere un lavoro, poi una volta dentro, dopo un mese cominciano a stare a casa. «Mollano il lavoro – c onclude Rizzo – proprio per un’inezia. Una volta non era così».
Ciro Vitiello

Il Piccolo, 28 maggio 2009 
  
SALE LA TENSIONE TRA LE DITTE CHE OPERANO NELLO STABILIMENTO DI PANZANO  
Appalti, è nata la prima Rsu di bengalesi  
Intervento di Fincantieri per sollecitare i pagamenti agli operai croati in sciopero da due giorni
 
 
di LAURA BLASICH

Il mondo degli appalti Fincantieri inizia ad alzare la testa. Almeno compatibilmente con l’esigenza di non mettere a rischio il proprio posto di lavoro. Stanno emergendo azioni spontanee di rivendicazione dei propri diritti, come quella avviata dalla ventina di lavoratori croati della Euronavimont che martedì, e pure ieri, si sono rifiutati di entrare nel cantiere navale di Panzano, dopo aver lavorato due mesi gratuitamente per il loro datore di lavoro, pure croato. Ma sono anche le centinaia di lavoratori bengalesi del cantiere, impiegati in una miriade di ditte soprattutto nel settore delle coibentazioni, che cominciano a organizzarsi. I primi a farlo sono stati quelli di una piccola ditta esterna che si è data la prima Rappresentanza sindacale unitaria tutta bengalese e targata Fiom-Cgil. Un passaggio difficile e coraggioso, visto che avrebbe provocato immediate reazioni da parte del titolare, un italiano, che non avrebbe apprezzato molto l’iniziativa tanto da minacciare di chiudere la ditta, con l’ovvia conseguenza di lasciare a casa i dipendenti ”rei” di aver voluto darsi una rappresentanza in grado di confrontarsi con la proprietà. E proprio nel timore di ritorsioni a danno dei lavoratori la Fiom-Cgil, che ha seguito da vicino la vicenda con la speranza di promuovere una maggiore sindacalizzazione e quindi una maggiore tutela dei lavoratori dell’appalto, ha cercato in tutti i modi di non dare pubblicità alla nomina della prima Rsu composta da lavoratori del Bangladesh.
In stabilimento gli uomini originari del Paese asiatico sono impiegati soprattutto in attività di coibentazione e proprio in questi giorni il sindacato era ritornato sull’esigenza di applicare quanto previsto nel protocollo siglato con Fincantieri per garantire la sicurezza dei lavoratori impegnati nella lavorazione. L’immigrazione dal Bangladesh, iniziata nella seconda metà degli anni ’90, rimane legata a doppio filo all’attività dello stabilimento Fincantieri. Sul flusso di cittadini dal Paese asiatico, fattosi sempre più consistente e tale da portare la presenza della comunità a Monfalcone a quota 1.265 componenti (dato fine 2008), ha aperto da tempo un’indagine, proprio per le dimensioni del fenomeno, la Questura di Gorizia. L’inchiesta pare finalizzata ad accertare non siano stati utilizzati canali o procedure irregolari per favorire l’arrivo in città di cittadini bangladesi. La questura avrebbe quindi effettuato un’analisi delle dinamiche interne alla comunità, che ruota, almeno in parte, attorno ad alcune associazioni create da connazionali, oltre che ai negozi e ai call-center gestiti sempre da persone del Bangladesh.
Intanto Fincantieri ha avviato un confronto con il consorzio formato da Cvm di Mestre ed Euronavimont di Buje, nell’Istria croata, la cui ventina di dipendenti ha deciso di non entrare in stabilimento fino a quando non riceverà gli stipendi arretrati. Il responsabile del personale del cantiere navale, Luca Fabbri, avrebbe incontrato brevemente i lavoratori entrando in stabilimento e poi nel cantiere navale i sindacati. Stando a Fincantieri, sono stati chiariti tutti i punti in discussione e un pagamento delle competenze spettanti ai lavoratori era atteso tra ieri e oggi. Si sta quindi arrivando a una soluzione della vicenda, scoppiata martedì, quando i lavoratori dell’Euronavimont hanno iniziato a protestare in blocco, lamentando di essere al lavoro da due mesi nello stabilimento senza essere pagati dal proprio datore di lavoro. In base, comunque, a un contratto croato: la paga ammonta a 3.500 kune, 500 euro soltanto. A fronte di questo caso Fincantieri ribadisce quindi ancora una volta l’importanza del dialogo e di un confronto costruttivo con i sindacati, e non solo, che è facilitato dall’esistenza di un tavolo dedicato come quello fornito dal Protocollo di trasparenza, convocato la scorsa settimana dalla prefettura di Gorizia e al quale le organizzazioni dei lavoratori non hanno partecipato a causa di altri impegni.

Messaggero Veneto, 28 maggio 2009 
 
Lavoratori croati ancora senza paga  
Fincantieri: prosegue la vertenza di 21 dipendenti della Euronavimon
 

MONFALCONE. Non ci sarebbero ancora novità positive per gli operai croati della Euronavimon di Buje che martedì, stanchi di lavorare ormai da 5 mesi senza paga, hanno manifestato la loro rabbia dinanzi alla Fincantieri. Si sono seduti sul marciapiede davanti allo stabilimento di Panzano, rifiutandosi di entrare e lavorare se non fossero stati pagati.
Ma a ieri nulla ancora era cambiato e ai lavoratori non era stata ancora versata la paga dovuta. Fincantieri, che già martedì era venuta a conoscenza della protesta, aveva confermato che i lavoratori lamentavano i mancati pagamenti da 4 mesi e aveva affermato di voler chiarire la questione.
Ieri infatti i rappresentanti aziendali hanno incontrato i sindacati per fare il punto della vicenda ed è stato anche contattato il Consorzio delle imprese che operano nello stabilimento per cercare una soluzione. “In cantiere però – ha detto il portavoce dell’azienda – sono presenti solo da un mese. Faremo i necessari accertamenti su questo mese, ma non possiamo essere responsabili per le lavorazioni fatte fuori cantiere».
Il gruppo di lavoratori croati, dipendenti della ditta istriana che in Fincantieri è consorziata con la Cvm di Mestre, anche ieri è rimasto fuori dello stabilimento, dove hanno informalmente incontrato il direttore del personale, Luca Fabbri. I 21 dipendenti della ditta istriana che si occupa di saldo-carpenteria nella nave in bacino, sono stati assunti a inizio 2009, ma sarebbero arrivati a Monfalcone a marzo. Hanno sempre lavorato pur non essendo pagati e in attesa che fossero completate le pratiche per il permesso di soggiorno. Anche se assunti, non hanno mai visto lo stipendio, neanche quando hanno cominciato a lavorare nel cantiere navale. Nel frattempo sono stati alloggiati a Monfalcone, dove risultano essere domiciliati, in un appartamento messo a disposizione dalla ditta, ma in cui dovevano stare in sei-sette in due camere.
Secondo quanto hanno riferito, il titolare aveva trattenuto libretto di lavoro, codice fiscale, permesso di soggiorno, lasciando loro solo il passaporto. Fatto che aveva creato problemi nel momento in cui uno dei lavoratori, per esempio, si era dovuto recare in pronto soccorso e non aveva potuto presentare i documenti necessari. I sindacati sottolineano come in questo periodo sono sempre più numerosi e costanti i casi di lavoratori che si rivolgono all’apposito sportello per chiedere conto di mancati pagamenti, di ferie non concesse o chiedono di avere la dovuta tutela personale.
“Mai come in questo periodo – dicono – lo sportello sindacale è subissato di richieste, anche perché sono più numerosi i lavoratori che trovano il coraggio di denunciare situazioni di sfruttamento”.

Il Piccolo, 27 maggio 2009 
 
SOTTO ACCUSA LA SITUAZIONE DELLE DITTE PRIVATE NELLO STABILIMENTO DI PANZANO  
Da cinque mesi senza paga, croati in sciopero  
Il loro salario è di 500 euro. Il sindacato denuncia l’episodio, la Fincantieri avvia un’indagine
 
 
di LAURA BLASICH

Una ventina di cittadini croati hanno lavorato per due mesi nello stabilimento Fincantieri di Panzano per un’impresa croata, realizzando blocchi e operando come saldatori e carpentieri a bordo dell’Azura P&O che sta crescendo in bacino e sarà varata ormai a breve. Senza però mai essere pagati, anche se il compenso mensile previsto era di 3500 kune, che tradotto in moneta unica europea fa 500 euro. E non sono stati pagati nemmeno nei tre mesi precedenti, pur a disposizione essendo stati già stati assunti. Dopo essere arrivati alla fine del mese e aver constatato che sui conti correnti non era arrivato alcun bonifico, i lavoratori della Euronavimont di Buje, nell’Istria croata, in cantiere consorziata con la Cvm di Mestre, ieri mattina si sono rifiutati di entrare nello stabilimento, dichiarando che non avrebbero mosso un passo fino a quando non sarebbero stati pagati.
I delegati della Fiom-Cgil li hanno trovati ad attendere sul marciapiede antistante l’ingresso e hanno subito avvisato l’Ufficio personale, mentre la segreteria provinciale Fiom-Cgil ha segnalato il caso agli organi competenti in modo da verificare eventuali irregolarità nel trattamento dei lavoratori, assunti con contratto e buste paga croati. Fincantieri, cui risulta che i dipendenti dell’Euronavimont sono presenti in stabilimento non da due, ma da un solo mese, ha sottolineato di voler avviare tutte le verifiche necessarie sul caso, come avvenuto sempre anche in altri stabilimenti di fronte a episodi simili. I lavoratori, alcuni originari dell’Istria e di Fiume, altri di altre zone della Croazia, hanno raccontato anche di essersi visti trattenere tutti i documenti dal datore di lavoro, tranne quello di identità, cioé il passaporto.
«Ci trattiene il libretto di lavoro, il codice fiscale, il permesso di soggiorno – ha spiegato ieri Zeljko che, originario di Fiume, da tempo lavora in Italia -. Se i carabinieri mi fermano cosa dico? Qualcuno ha avuto quindi difficoltà anche per quel che riguarda l’assistenza sanitaria». A Monfalcone i lavoratori sono stati sistemati in alcuni appartamenti a spese dell’impresa. «Ci siamo ritrovati però in sei-sette in appartamenti di due camere», ha detto un altro dipendenti dell’Euronavimont. A monte ci sono però appunto i mancati pagamenti dello stipendio. «Non abbiamo visto niente per i tre mesi che abbiamo aspettato in Croazia di poter venire a Monfalcone – racconta Zeljko -, ma nemmeno dopo e io ad aprile ho lavorato 194 ore. Sono tanti anni che lavoro in Italia, prima a Porto Viro, poi a Spilimbergo, anche per la Cimolai, e non mi è mai capitata una cosa del genere. Se voglio lavorare gratis, posso farlo anche a Fiume». «Buttatela fuori dal cantiere la ditta, così il titolare non prende in giro altra gente», sono arrivati a dire alla fine i lavoratori, dopo che un ultimo tentativo di convincimento da parte del datore di lavoro è naufragato. «Non entriamo, finché non siamo pagati», hanno detto i dipendenti dell’Euronavimont. «Se questo è il modello di Fincantieri per gli appalti, cioé che i lavoratori non siano pagati, è inaccettabile», ha detto il coordinatore della Fiom nella Rsu. «Abbiamo deciso di inviare una segnalazione agli organismi competenti per verificare eventuali irregolarità – ha spiegato invece il segretario provinciale Fiom Thomas Casotto -. Questo caso conferma come nel cantiere di Monfalcone ci siano maglie molto larghe sugli appalti: ci sono imprese che chiudono senza avvertire i loro dipendenti e riceviamo segnalazioni continue da parte di lavoratori delle ditte che ci costringono a rivolgersi all’Ispettorato del lavoro».

Messaggero Veneto, 27 maggio 2009 
  
Monfalcone. La protesta  
Lavoratori croati fuori del cantiere: non ci pagano
 
 
MONFALCONE. Si sono seduti sul marciapiede davanti allo stabilimento navale di Monfalcone, rifiutandosi di entrare e lavorare se non fossero stati pagati. Il gruppo di lavoratori croati, ma originari anche dell’Istria e di Fiume, dipendenti della Euronavimont di Buje (Istria) e che nello stabilimento Fincantieri sono consorziati con la Cvm di Mestre, si è stancato di essere sfruttato e ha messo in atto la sua protesta, spinto dalla rabbia e dalla disperazione.
I 21 dipendenti della ditta istriana che si occupa di saldo-carpenteria nella nave attualmente in bacino sono stati assunti all’inizio del 2009, ma sarebbero arrivati a Monfalcone a marzo. Hanno sempre lavorato pur non essendo pagati e in attesa che venissero completate le pratiche per il permesso di soggiorno. Anche se assunti non hanno mai visto i pagamenti dello stipendio, neanche quando hanno cominciato a lavorare nel cantiere navale. Nel frattempo sono stati alloggiati a Monfalcone, dove risultano essere domiciliati, in un appartamento messo a disposizione dalla ditta, ma in cui dovevano stare in sei o sette in due camere.
Ieri però si sono stancati e si sono seduti fuori dello stabilimento navale, chiedendo di essere pagati e non accettando la proposta del titolare, Branko Micoli, di proseguire nel lavoro a fronte dell’assicurazione di essere pagati “domani”, cioè oggi. «Non entriamo finché non paga», hanno detto, spiegando che il titolare aveva trattenuto libretto di lavoro, codice fiscale, permesso di soggiorno, lasciando loro solo il passaporto. Fatto che aveva creato qualche problema nel momento in cui uno dei lavoratori, per esempio, si era dovuto recare in pronto soccorso e non aveva potuto presentare i documenti necessari.
«Se voglio lavorare gratis, posso farlo anche a Fiume», ha detto uno dei lavoratori, con amarezza e ricordando che sono stati assunti con un contratto di lavoro croato, che prevede il pagamento di 3.500 kune il mese pari a 500 euro. Una miseria, ma che sarebbe almeno qualcosa se i pagamenti fossero avvenuti. Alle voci dei croati si sono aggiunte poi le voci di qualche collega che ha suggerito che la ditta «venga buttata fuori dal cantiere, almeno non prendono in giro altra gente». Fincantieri, venuta a conoscenza della protesta, ha confermato che i lavoratori lamentano i mancati pagamenti da quattro mesi.
«In cantiere però – ha detto il portavoce dell’azienda – sono presenti solo da un mese. Faremo i necessari accertamenti su questo mese, ma non possiamo essere responsabili per le lavorazioni fatte fuori cantiere».
«Se questo è il modello produttivo di Fincantieri – hanno affermato i rappresentanti della Rsu Fiom, che hanno segnalato la questione all’ufficio personale –, è inaccettabile. Verificheremo la regolarità dei pagamenti rispetto alle norme italiane. È già capitato che alcune persone non fossero pagate, che la ditta poi fosse chiusa senza alcun preavviso e che queste stesse persone fossero rimaste da un momento all’altro fuori dal cantiere. Mai come in questo periodo lo sportello sindacale è subissato di richieste e ci si deve rivolgere all’ispettorato del lavoro». Il coinvolgimento degli organismi competenti per verificare le regolarità di pagamento è stato annunciato anche dal segretario provinciale Fiom Cgil, Thomas Casotto, che conferma come gli operai siano in Italia solo con contratto di lavoro croato.
«Ciò dimostra come in cantiere siano larghe le maglie degli appalti. Cercheremo di aiutare questi lavoratori, ma non esiste solo questa vicenda e solo questo problema. Ci sono anche in piedi la questione della sicurezza e delle ore lavorate. C’è da chiedersi – conclude – se questa deregolamentazione sia funzionale all’intero sistema organizzativo di stabilimento».

Il Piccolo, 09 settembre 2009 
 
CANTIERE  
Carpentieri croati senza stipendio
 
 
Sono rimasti senza lavoro a inizio giugno, dopo aver lavorato oltre due mesi nel cantiere navale per una ditta esterna, l’Euronavimont di Buje, ma a tre mesi di distanza dalla loro protesta e dal coinvolgimento dei rappresentanti sindacali italiani, i 22 carpentieri croati stanno ancora cercando di ottenere quanto loro dovuto. E’ quanto afferma Zeljko Matovina, di Fiume, uno dei lavoratori che all’inizio di giugno hanno deciso di non entrare più nello stabilimento Fincantieri, dove stavano lavorando da oltre due mesi senza aver visto la paga, che in ogni caso sarebbe stata allineata, al contratto croato. In sostanza il salario si sarebbe aggirato sui 500 euro al mese, mentre i costi dell’alloggio avrebbero dovuto essere sostenuti dal datore di lavoro. Come poi non è avvenuto, almeno in parte, visto che poi i lavoratori si sono trovati anche “sfrattati” dagli appartamenti in cui erano stati sistemati, perché l’affitto non era stato pagato. La Fiom-Cgil, che si è fatta carico della vicenda, conferma come la vertenza aperta con l’impresa croata non abbia ancora prodotto alcun risultato. «Il nostro legale sta valutando anche se sia possibile rivalersi nei confronti del consorzio veneto Cvm con cui l’Euronavimont era entrata in cantiere», spiega il segretario provinciale della Fiom, Casotto.

20-12-1991 Usi delle fibre di vetro isolanti.

Problematiche igienico-sanitarie – Istruzioni per il corretto impiego.

Circolare Ministero della Sanità n. 172

20 dicembre 1991 s.o. GU n. 298

Annotazioni: non vengono riportate alcune tabelle e figure, il testo è rimasto invariato.

– i n d i c e –
CAPITOLO I: LE FIBRE DI VETRO
– Identità
– Proprietà chimiche e fisiche
– Produzione
– Caratteristiche manufatti
– Tipi di utilizzazione
– Esposizione umana
– Concentrazioni ambientali
– Metodiche analitiche
CAPITOLO II: VALUTAZIONI IGIENICO-SANITARIE ED AMBIENTALI
– Effetto cancerogeno
– Effetti non cancerogeni
CAPITOLO III: LA LEGISLAZIONE
– In Italia
– Nella CEE
CAPITOLO IV: CONCLUSIONI E PROPOSTE OPERATIVE
– Conclusioni
– Proposte operative

 
CAPITOLO I: LE FIBRE DI VETRO

Nell’ambito della famiglia delle fibre minerali artificiali, quelle di vetro sono senza dubbio tra le più diffuse essendo largamente impiegate soprattutto nel settore dell’edilizia sia pubblica che privata per gli isolamenti e per gli impianti di aerazione.
Tale impiego comporta, tuttavia, che sia tenuto sotto controllo di problema dell’esposizione dei lavoratori che operano nelle industrie produttrici di dette fibre e dei relativi manufatti o che provvedono alle successive fasi di assemblaggio, di manutenzione oppure di demolizione.
Va inoltre considerata con attenzione l’esposizione potenziale alle dispersioni ambientali di tali fibre da parte della popolazione che risiede negli ambienti in cui siano stati utilizzati manufatti costruiti utilizzando le fibre minerali artificiali di cui sopra.
Con maggiore frequenza, da parte di operatori sanitari delle UU.SS.LL., o da parte di istituzioni pubbliche e private si è posto il quesito a questo Ministero per conoscere quali siano, sotto il profilo igienico-sanitario, gli eventuali problemi connessi all’uso e/o all’esposizione passiva alle fibre di vetro contenute in tali prodotti o manufatti.
Il maggiore dubbio sollevato in tali quesiti è se tali fibre possano comportare un rischio per la salute umana paragonabile a quello posto dalle fibre di amianto.
Proprio allo scopo di fare chiarezza su tale delicato aspetto questo Ministero ha innanzitutto richiesto uno specifico parere da parte della Commissione consultiva tossicologica nazionale (CCTN) la quale, dopo attento esame della problematica, ha espresso il proprio avviso nel luglio 1990 (tale parere è stato riconfermato nel luglio 1991).
Sulla base di tale parere questo Ministero ritiene di poter innanzitutto affermare che non sia giustificato sotto il profilo scientifico porre sullo stesso piano le “fibre di amianto” e le “fibre di vetro” e che di conseguenza non sia appropriato ipotizzare per queste ultime misure cautelative di livello pari a quelle che si pongono per le prime.
L’utilizzazione delle fibre di vetro può comportare peraltro taluni aspetti di natura sanitaria da disciplinare opportunamente, al fine di assicurare, attraverso un corretto impiego dei manufatti ottenuti con tali fibre, un sufficiente livello di tutela della salute pubblica (dei lavoratori e della popolazione in genere), nonché di salvaguardia dell’ambiente. Pertanto questo Ministero ha elaborato, con l’ausilio di un gruppo di studio ad hoc, il documento tecnico allegato alla presente circolare, in merito al quale è stato anche acquisito il parere favorevole del Consiglio superiore di sanità.
Tale documento rappresenta lo strumento di riferimento per il coretto impiego delle fibre di vetro sotto il profilo igienico-sanitario ed ambientale sia per gli operatori del settore che per le pubbliche autorità chiamate ad esercitare azioni di controllo e di vigilanza nella materia di che trattasi.
Questo Ministero è a disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti o precisazioni, nonché; per l’approfondimento e lo studio di eventuali problemi di natura tecnica che dovessero emergere a seguito dell’applicazione della presente circolare.

I.1 – Identità
Le fibre minerali artificiali vetrose (MMVF), vengono prodotte partendo da materiali come vetro, rocce naturali o altri minerali. Esse vengono classificate facendo riferimento al materiali di partenza.
La lana di scoria, la lana di roccia e la lana di vetro o i filati di vetro sono prodotti da loppe, rocce naturali o vetro, rispettivamente.

I.2 – Proprietà chimiche e fisiche
Mentre le fibre naturali hanno una struttura cristallina, le fibre minerali artificiali in esame sono costituite da silicati amorfi.
Esse normalmente sono addittivate con un legante ed un olio per la riduzione di polveri e per migliorarne la manipolazione.
Le fibre tessili invece possono contenere speciali appretti agenti in superficie in funzione antiabrasiva.
Le fibre destinate ad usi particolari possono essere prodotte anche senza alcun additivo.
Una caratteristica delle fibre di vetro, che le differenzia dalle fibre minerali naturali (in particolare dall’asbesto), consiste nell’impossibilità di separarsi longitudinalmente in fibrille di più piccolo diametro. Esse si spezzano solo trasversalmente producendo frammenti più corti. Di conseguenza i diametri delle fibre a cui possono essere esposti lavoratori ed utilizzatori dipende solo dalla distribuzione dimensionale dei diametri nel manufatto originale, mentre le lunghezze sono influenzate dal tipo di interventi meccanici cui viene sottoposto il manufatto.
Inoltre il materiale vetroso va incontro a processi di lisciviazione, cosicché la sua “durability” (capacità cioè di un composto di rimanere inalterato nei liquidi biologici) è al contrario di quella degli asbesti, limitata nel tempo. La valutazione del significato, in termini sanitari, della durability del materiale vetroso è tuttora oggetto di discussione nella comunità scientifica, e si richiedono ulteriori ricerche per giungere a conclusioni definitive.

I.3 – Produzione
In base a quanto rappresentato dagli operatori del settore risulta che i moderni processi produttivi della lana di vetro sono molto simili fra loro come principio di funzionamento; essi però differiscono per le caratteristiche dei materiali primari, per i controlli e per l’automazione dei sistemi di mescola e per particolari tecnici, molti dei quali brevettati o sottoposti a segreto industriale. L’elemento come è costituito da un sistema di dosaggio e mescola dei componenti, da un forno continuo generalmente elettrico, da un crogiolo provvisto di canali di alimentazione, dalle macchine di fibraggio e dai sistemi di assiemaggio e rifinitura della fibra in relazione al tipo di prodotto richiesto.
In base ai dati forniti dagli operatori medesimi:
– l’andamento della produzione nazionale e del mercato di fibre di vetro isolanti nel periodo 1986-1990 è risultato essere il seguente:

—————————————————————
                  FIBRE DI VETRO – ITALIA
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ANNO        Produzione nazionale   + Import        Mercato
                 tonn.               tonn.          tonn.
—————————————————————
1990             28.000              1.000         29.000
1989             28.400                600         29.000
1988             27.100                600         27.700
1987             26.400                600         27.000
1986             26.000              1.000         27.000
—————————————————————

 

– la distribuzione produttiva relativa al 1990 (detto valore nel periodo 1986-1990 è rimasto, in percentuale, sostanzialmente immutato) è risultata essere la seguente:

—————————————————————–
                 PRODUZIONE NAZIONALE – 1990
                               Tonnellate       % sul totale
—————————————————————–
Feltri                           11.000             39,3
Pannelli a.d. (*)                 6.000             21,4
Pannelli b.d. (**)                7.000             24,0
Coppelle                          2.000              7,1
Materassi                         1.000              3,6
Altri prodotti                    1.000              3,6
                    Totale       ——          ——–
                                 28.000            100
—————————————————————–
 (*) Alta densità (**) Bassa densità
I.4 – Caratteristiche dei manufatti
I campi di applicazione delle fibre e dei relativi manufatti sono definiti dalle specifiche caratteristiche:
temperature massime di impiego: dipendono dal tipo di materiale con cui è costituita la fibra e dal tipo di appretto. Sotto questo aspetto le lane minerali presentano temperature di impiego più elevate. Le fibre di vetro nude possono lavorare fino a temperature dell’ordine di 550 °C, mentre quelle apprettate presentano valori massimi legati al tipo di resina utilizzata;
conduttività termica: migliora al diminuire del diametro delle fibre e presenta un valore minimo ad una densità definita in relazione alla temperatura media di impiego. Il materiale non fibrato che costituisce una zavorra inefficiente e fastidiosa nella manipolazione dei manufatti, è sempre presente nella lana di roccia e di scorie e totalmente assente in quelle di vetro di buona qualità;
consistenza del materiale fibrato: l’apprettatura e successiva polimerizzazione costituiscono un legame fra le fibre fornendo una rigidezza, una coesione ed una dimensione al manufatto finale.
La tecnologia attuale della produzione della fibra di vetro permette di ottenere un prodotto ottimizzato sotto molteplici aspetti.
La composizione chimica delle materie prime di carica del forno è scelta e rigorosamente controllata durante la produzione, al fine di ottenere un magma di viscosità appropriata per un corretto fibraggio ed un prodotto chimicamente inerte e stabile nel tempo.
Il diametro delle fibre è scelto sufficientemente piccolo per motivi di conduttività termica, di isolamento acustico e di morbidezza del prodotto.
Lo spettro dei diametri e la percentuale di materiale non fibroso rappresenta un elemento importante di giudizio sulla bontà del materiale fibrato. In ogni caso negli ambienti di produzione, per maggiore tranquillità, vengono applicati aspiratori e filtri nelle zone dove la lavorazione può produrre la liberazione di spezzoni di fibre sotto forma di polvere.
MANUFATTI IN FIBRA DI VETRO
Per le applicazioni nei settori dell’edilizia e dell’industria viene prodotta e messa sul mercato la seguente gamma di manufatti:
Manufatti resinati.
Feltri.
Pannelli leggeri.
Pannelli pesanti.
Coppelle.
Stampati.
Manufatti non resinati (per tubazioni ed apparecchi ad alta temperatura).
Feltri trapuntati su supporti vari.
Lana sciolta.
Fibre nodulate (per riempimento intercapedini).
In particolare il materiale che l’industria propone per le applicazioni si trova sotto una delle seguenti forme:
materiale sfuso costituito dalla fibra apprettata con olio minerale; quest’ultimo rende il prodotto più gradevole al tatto ed ha funzione antispolerio;
feltro costituito da fibre trattate con resine termoindurenti, nudo o incollato su uno o due supporti costituiti da polipropilene metallizzato, carta kraft bitumata o politenata, velo di vetro ecc.;
feltro trapuntato costituito da fibre apprettate con olio minerale e fissate per trapuntatura a vari tipi di supporto (rete metallica e supporti vari);
pannello costituito da fibre trattate con resine termoindurenti, a volte nudo o incollato su uno o due lati a supporto del tipo di quelli usati per il feltro; la rigidezza del pannello dipende dalla densità apparente del manufatto e dalla percentuale di resina adottata;
coppelle manufatti cilindrici costituiti da fibre trattate con resine termoindurenti disposte tra cilindri concentrici;
conglomerati di fibre minerali con composti organici (quali colanti, amidi, cellulosa, perlite, ecc.) con decori superficiali e strati di vernice su entrambe le faccie e sui lati, costituenti manufatti usati nell’architettura di interni (pareti e controsofittature sospese).
I materiali isolati vengono dotati, in fase di produzione od in fase di messa in opera di accessori e rivestimento estetico protettivi quali ad esempio:
veli di vetro colorati e/o films in PVC per controsoffitti, veli di vetro per rivestimento interno di canali, lastre di cartongesso per contropareti, sacchetti in politene o similari per manufatti destinati ad essere usati su doghe forate o direttamente appesi in ambiente (baffles).

I.5 – Tipi di utilizzazioni del materiale in lana di vetro, ecc.
Il materiale semilavorato descritto può essere installato nei seguenti casi:
Isolamento termico di fabbricati
Esso si trova inserito entro le pareti esterne di un edificio; è protetto, o comunque non esposto su tutti i lati da due muri, da un muro e da una lastra di cartongesso o similare per applicazioni dall’interno, da un rivestimento leggero per isolamento dall’esterno.
L’isolamento delle coperture effettuato con feltri stesi nei sottotetti non praticabili sulle solette o nell’oditura del tetto; con materiali più rigidi per coperture piane o sottotetti praticabili; in questi ultimi due casi un massetto superiore protegge il materiale dai danni provocati dal pedonamento.
L’isolamento dei solai sulla superficie inferiore (solai di copertura o pilotis) è effettuato con feltri o pannelli sostenuti da una controsoffittatura a volte con contemporanee caratteristiche acustiche.
L’isolamento degli impianti è effettuato con coppelle, per le tubazioni e di piccoli involucri, e con feltri o materiale sfuso per i grossi involucri, comprese le caldaie; il materiale è comunque esteriormente coperto con un materiale plastico o metallico (fasciature in PVC, involucri in PVC o in alluminio o in garza gessata o infine da pannelli di lamiera di acciaio).
Applicazioni acustiche
Il materiale ha applicazioni sia nel campo dell’isolamento acustico fra ambienti, sia come assorbitore del suono; nel primo caso si sfrutta la differenza di impendenza fra il materiale fibroso ed un altro materiale rigido posto sul percorso del suono; nel secondo caso si sfrutta l’assorbimento del suono che penetra negli interstizi tra le fibre. Come conseguenza nel primo caso l’applicazione tipica è con materiale inserito entro strutture rigide, mentre nel secondo con materiale a vista.
Per l’isolamento acustico, il materiale, prevalentemente in forma di pannelli, è inserito fra due paramenti di protezione (lastre in cartongesso, fogli in laminato plastico, ecc.) per costituire tramezzi o porte con adeguate caratteristiche di isolamento acustico.
Per l’assorbimento il materiale, opportunamente trattato in superficie, viene utilizzato come controsoffitto a vista o inserito entro le canalizzazioni degli impianti di ventilazione o condizionamento; un’ultima soluzione è quella di disporre i feltri al di sopra di controsoffittature in lamiera forata.
Altre applicazioni
Come pannello in conglomerato di lana minerale e composti organici, con caratteristiche puramente estetiche associate o meno a proprietà custiche e tagliafuoco, viene usato per la costituzione di pareti o controsoffittature sospese.

I.6 – Esposizione umana
L’esposizione alle fibre vetrose riguarda da una parte gli ambienti di lavoro, dall’altra l’ambiente di vita in generale.
In particolare, per quanto riguarda gli ambienti di lavoro si deve distinguere tra quelli dove si producono le fibre, quindi gli stabilimenti industriali, e quelli dove si effettuano applicazioni industriali, ad esempio, durante le varie fasi di installazione dei manufatti.
Per quanto riguarda le problematiche legate all’inquinamento dell’ambiente di vita, queste sono da mettere in relazione alla sempre più diffusa applicazione che le fibre di vetro hanno negli isolamenti e negli impianti di aerazione, sia in edifici pubblici che privati.

– Situazioni nelle quali si può venire in contatto con le fibre indicate
Le situazioni nelle quali si può venire a contatto con le fibre di vetro sono le seguenti:
in stabilimento all’atto della produzione sia della fibra che del prodotto,
durante l’immagazzinamento, sia in stabilimento che presso rivenditori ed in cantiere,
durante il trasporto del prodotto,
durante le fasi di lavorazioni successive alla produzione.
durante le fasi di rifinitura del prodotto,
durante l’installazione nell’edificio,
durante l’uso del fabbricato.
Il contatto può avvenire per inalazione di piccoli spezzoni di fibre sotto forma di polvere dispersa in atmosfera o per contatto della pelle con il prodotto.
I piccoli spezzoni di fibra si producono prevalentemente all’atto del taglio dei pannelli o dei feltri e possono essere emessi sia durante il taglio, sia in occasione di movimenti del materiale e che provochino passaggio di aria attraverso le superfici di taglio. In relazione al punto e), durante tali operazioni, anche se di durata limitata nell’arco del turno di lavoro, sono state riscontrate concentrazioni elevate di polverosità. Si tratta di frammenti di lana di vetro, ma anche di particelle che per il loro rapporto lunghezza/diametro >3 rientrano nel campo delle fibre.

– Produzione di polveri di fibre durante la lavorazione
La produzione della fibra di vetro è oggi effettuata con macchinari altamente meccanizzati e nei quali l’uomo non interviene che come osservatore del buon funzionamento delle attrezzature.
La maggiore concentrazione di fibre in atmosfera si riscontra lungo la linea produttiva con anche una ridotta presenza di fibre di diametro inferiore a 5 micron.
Anche la produzione del semilavorato è effettuata da macchine automatiche nelle quali l’uomo supervisiona più da vicino le operazioni, soprattutto quelle di taglio, dove peraltro sistemi di aspirazione estraggono localmente i residui di taglio e li riciclano all’interno del processo produttivo.
L’imballaggio è un’altra operazione nella quale si riscontra la presenza ravvicinata di persone addette.
Ultima zona dove sono presenti fibre in concentrazione simile o superiore a quella della zona produttiva è la zona immagazzinamento.

– Produzione di polveri durante l’installazione
Le operazioni nelle quali si possono produrre e disperdere in atmosfera polveri contenenti fibre, sono sostanzialmente le seguenti:

————————————————————————-
     OPERAZIONI                                     ESEMPI
————————————————————————-
Taglio……………………..Attività industriali ed artigianali che
                                utilizzano i manufatti
Rifilatura………………….Produttori di automobili e mezzi
                                ferroviari
 Sagomatura Scanalatura Fustellatura e fresatura Compressione
————————————————————————-

 

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     OPERAZIONI                                        ESEMPI
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Piallatura e battitura             Cappotti ai fabbricati
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Violenta compressione              Imballaggio
                                   Montaggio con compressione
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Esposizione a correnti d’aria      Condotte di impianti di condizionamento
                                   Silenziatori a setti
                                   Insufflaggio filtri d’aria
                                   Trasporto con carrelli veloci
—————————————————————————-
Applicazioni a soffitto o a        Montaggio e smontaggio controsoffittature
pareti (spolverio per caduta)      Baffles nudi sospesi
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Movimentazione ed applicazione     Isolamento solai non praticabili,
in spazi angusti e senza           tubazioni in cavedi
ventilazione
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– Produzione di polveri durante la demolizione di installazioni provviste di materiale in lana di vetro, ecc.
La demolizione di installazione od apparecchiature isolate con materiali fibrati può provocare uno spolverio ben superiore a quello in fase di installazione per i seguenti motivi:
il materiale può essere strappato, disfatto, compresso e manomesso senza preoccupazione, in quanto non dovrà essere ricuperato.
i locali entro cui si lavora sono angusti (locali caldaie, cavedi, cunicoli) ovvero la posizione del materiale è particolarmente negativa per lo spolverio (controsoffitti).
il materiale asportato presenta caratteristiche di vetustà sia come prodotto, sia come contenuto in sostanze estranee (polveri, fuliggine o incombusti).
[indice]

I.7 – Concentrazioni ambientali
[NDR: tabelle omesse]

Livelli di esposizione negli ambienti di lavoro
Nonostante un metodo di riferimento per la determinazione delle MMVF aerodisperse negli ambienti di lavoro sia stato introdotto solo recentemente, numerose indagini ambientali sono state effettuate negli impianti produttivi di lana di vetro e roccia; nella tabella 1 sono riportate le concentrazioni medie di fibre respirabili riscontrate in impianti europei per la produzione di lana di roccia e di vetro, in diversi periodi.
I valori delle medie aritmetiche calcolati in indagini su diversi impianti sono tra loro abbastanza omogenei e danno valori intorno a 1/10 di fibra per cm3; si differenzia il valore trovato nel 1980 su un impianto di produzione di lana di roccia con un valore molto prossimo ad una fibra per cm3.
Nelle tabelle 2, 3, 4 e 5 dono indicati i risultati delle indagini effettuate in tre stabilimenti in Italia; i risultati sono divisi tra prelievi per stabilire l’inquinamento dell’aria degli ambienti di lavoro e prelievi per valutare l’esposizione lavorativa degli addetti nei tre stabilimenti esaminati. Per un dettaglio espositivo i risultati sono stati suddivisi anche per le diverse aree lavorative degli stabilimenti e, per quanto riguarda gli addetti, per le differenti mansioni.
Interessante risulta l’esame dimensionale delle fibre rilevate con indicazione delle presenze percentuali delle fibre nelle varie classi granulometriche (tab. 6); si evidenzia come le fibre più presenti (circa l’80%) sono quelle con diametri tra 1 e 5 micron mentre le lunghezze più frequenti sono tra 10 e 30 micron. In una ulteriore tabella (n. 7) sono riportate le concentrazioni di MMMF aerodisperse nelle fasi applicative.; in queste situazioni, in qualche caso, si sono riscontrati valori abbastanza elevati, e comunque sempre al di sotto di una fibra, soprattutto allorché i materiali erano costituiti da lane minerali friabili.
Livelli di esposizione negli ambienti di vita
La valutazione dell’eventuale inquinamento da fibre di vetro dell’ambiente di vita deve tener conto di due situazioni tra loro ben differenti:
la prima situazione è quella che si riferisce all’ambiente di vita in generale, agli spazi aperti dove si è già detto le fonti inquinanti sono essenzialmente dovute alle emissioni degli stabilimenti di produzione ed alle emissioni più diffuse, legate alle fasi di installazione di manufatti e, soprattutto, alle fasi di demolizione dei manufatti contenenti le lane di vetro e di roccia;
la seconda situazione è quella che si verifica nell'”indoor”, dove l’inquinamento da fibre di vetro può essere dovuto all’impiego di vari materiali coibentanti nelle canalizzanti di conduzione di aria condizionata. Per quanto riguarda la prima situazione una valutazione dell’inquinamento è tutt’altro che facile.
Le indagini per il controllo della presenza di fibre aerodisperse possono essere fatte utilizzando sistemi di analisi che fanno ricorso alla microscopia elettronica a scansione con sistemi di analisi puntuale a raggi X; sono sistemi di analisi particolarmente laboriosi e costosi. Sono stati spesso utilizzati per il controllo della presenza delle fibre di amianto, ma molto pochi sono i casi di indagini finalizzate al controllo delle fibre di vetro.

Nel 1971 fu eseguita una ricerca per valutare le dispersioni di fibre vetrose, all’esterno di tre edifici, originate dalla possibile erosione da sistemi di trasporto d’aria rivestiti con pannelli in fibre di vetro.
Furono prelevati alcuni campioni d’aria di livello dei tetti posti nel campus dell’Università californiana di Berkeley, nonché altri campioni d’aria in altre zone.
Il metodo analitico è stato la microscopia ottica a contrasto di fase e l’analisi petrografica.
Le concentrazioni medie delle fibre vetrose a livello dei tetti sono risultate dell’ordine dello 0,27 ff/l (fibre per litro) con un intervallo compreso tra 0,05 e 1,2 ff/l.
I risultati di queste ultime determinazioni potevano però includere anche fibre differenti da quelle di vetro ed avevano perciò carattere solo indicativo.

Lo stesso autore ha pubblicato nel 1976 i risultati di uno studio successivo nel quale i livelli atmosferici delle fibre vetrose sono stati determinati in 36 campioni di aria/ambiente prelevati i varie località della California.
I conteggi delle fibre vetrose sono stati eseguiti combinando i conteggi a microscopio ottico delle fibre con diametri maggiori di 2,5 micron, con i conteggi a microscopio elettronico delle fibre con diametri uguali o minori di 2,5 micron.
La concentrazione media delle fibre vetrose è risultata di 2,6 ff/l ed era circa 1/3 del materiale fibroso totale nei campioni.

Uno studio del 1985 riporta i risultati di un’indagine finalizzata a determinare l’entità dell’inquinamento da fibre vetrose in una località rurale ed in tre città nella Germania Federale. Sono stati prelevati da 9 a 21 campioni di aria/ambiente in ciascuna posizione, le analisi dei campioni sono state eseguite con il TEM (Transmission Electron Microscope).
La concentrazione media delle fibre vetrose variava da un minimo di 0,04 ff/l nella località rurale ad un massimo di 1,7 ff/l in una delle tre città. I diametri medi delle fibre vetrose erano compresi nell’intervallo tra 0,25 a 0,89 micron.

Altre indagini sono state condotte ma senza un riferimento preciso alle fibre di vetro, in quanto mirate al controllo della presenza delle fibre minerali, sia naturali che artificiali, e tra quelle artificiali non è possibile conoscere l’apporto delle fibre vetrose.

Per quanto riguarda l’inquinamento da fibre vetrose negli ambienti confinati (“indoor”) si è già detto che questo è direttamente correlato al rilascio di fibre da coibentazioni per l’isolamento e da filtri negli impianti di aerazione.
In una recente rassegna vengono riportati (tab. 8) i risultati di una serie di indagini effettuate in ambienti confinati per la valutazione di MMMF.

La Clinica del lavoro di Milano ha eseguito alcune indagini in spazi confinati al fine di valutare le dispersioni di fibre vetrose da soffitti coibentati da MMMF.
Sono state controllate le stazioni sotterranee della metropolitana milanese e vari uffici in un industria metalmeccanica.
Nella metropolitana milanese 14 stazioni presentavano controsoffittature in vari tipi di mianto e 4 stazioni in fibre vetrose.
I pannelli vetrosi contenevano fibre con diametri compresi tra 15 e 8 micron con limitate proporzioni (0,5-3%) di fibre vetrose respirabili.
In queste stazioni sono stati eseguiti complessivamente 18 campionamenti ambientali statici; le determinazioni sono state eseguite con microscopia ottica a contrasto di fase.
I risultati possono essere così sintetizzati: in una stazione (6 prelievi) le concentrazioni atmosferiche delle fibre vetrose respirabili sono risultate comprese nell’intervallo tra 1,5 e 1.0 ff/l, nelle restanti stazioni tali concentrazioni sono risultate tutte inferiori a 1 ff/l.

Gli uffici dell’industria metalmeccanica in numero di 15, presentavano ai soffitti coibentature in fibre vetrose con diametri per il 95% circa compresi tra 20 e 5 micron; in 2 uffici tali coibentature erano visivamente deteriorate.
Negli uffici con coibentature integre le concentrazioni numeriche nell’atmosfera delle fibre vetrose “regolamentate” sono risultate comprese tra 2,2 1,1 ff/l; negli uffici con coibentature deteriorate le concentrazioni sono risultate comprese tra 2,8 e 2,4 ff/l.

Alcuni autori hanno effettuato delle prove in una galleria del vento appositamente studiata per valutare il grado di inquinamento causato dai pannelli in lana di vetro utilizzati per la coibentazione.
Si è dimostrato che pannelli non trattati determinano un inquinamento calcolato tra 200/500 ff/l per mq di superficie esposta alla movimentazione dell’aria. Le prove effettuate su superfici trattate con velo hanno fatto rilevare una dispersione di fibre del tutto trascurabile, non valutabile a livello quantitativo e comunque dello stesso ordine di grandezza del fondo.

I.8 – Metodiche d’analisi
È da poco tempo che il controllo dell’esposizione negli ambienti di lavoro alle fibre minerali artificiali viene effettuato attraverso il conteggio delle singole fibre con un’indicazione delle caratteristiche dimensionali delle stesse per una valutazione di quelle respirabili (fibre regolamentate, lunghezze maggiori di 5 micron, diametri minori di 3 micron e rapporti di allungamento maggiori o uguali di 3). Fino a poco tempo fa infatti il controllo, mirato soprattutto agli impianti di produzione, veniva effettuato attraverso una valutazione ponderale del materiale particolato aerodisperso.
È da poco tempo pertanto che sono stati messi a punto dei metodi d’analisi per la valutazione del numero di fibre aerodisperse, come quello di riferimento introdotto per iniziativa del WHO (1981) che è un metodo di microscopia ottica in contrasto di fase. Per la valutazione dell’inquinamento da fibre nell’ambiente di vita l’impiego della microscopia ottica a contrasto di fase non è più sufficiente ma si deve ricorrere alla microscopia elettronica a scansione (SEM) o alla microscopia elettronica a trasmissione (TEM).
Per valutare il livello di contaminazione di fibre vetrose nell’ambiente di vita si conteggiano le fibre con le dimensioni di quelle regolamentate, essendo il limite inferiore del diametro compatibile con il potere risolutivo del microscopio utilizzato che si ricorda è, a livello teorico, per il microscopio a contrasto di fase di 0,25 micron, per il SEM 0,05 micron, e il TEM 0,005 micron.
È evidente come la differente possibilità risolutiva dei 3 apparecchi analitici sopra riportati condizioni fortemente le valutazioni finali e come di conseguenza la microscopia analitica a trasmissione con il maggior potere risolutore e capacità di identificazione (TEM con area selezionata a diffrazione di elettroni (SAED) e analisi ai raggi X a dispersione di energia o a dispersione di lunghezza d’onda (EDXA) sia la metodica migliore per l’analisi delle fibre nell’inquinamento generico dove le fibre vetrose costituiscono solo una piccola frazione di particolati aerodispersi fibrosi e non.

CAPITOLO II: VALUTAZIONI IGIENICO-SANITARIE ED AMBIENTALI
Vengono esaminati separatamente l’effetto cancerogeno e gli altri effetti di interesse sanitario.

II.1 – Effetto cancerogeno
La valutazione dell’effetto cancerogeno associato alla esposizione a fibre minerali artificiali è basato essenzialmente sulle conclusioni espresse dalla Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) con la monografia n. 43 del 1988.
Nel luglio 1990 si è espressa al riguardo anche la Commissione consultiva tossicologica nazionale dei Ministero della sanità, mentre una discussione approfondita è tuttora in corso presso la C.E.E. da parte dell’apposito “Gruppo classificazione ed etichettatura delle sostanze pericolose”.

IARC
La cancerogenicità per l’uomo delle fibre minerali è stata oggetto di una serie di studi epidemiologici, passati in rassegna dalla IARC (1988), che ha formulato le seguenti conclusioni:
non è stato osservato alcun aumento della frequenza del mesotelioma fra i lavoratori addetti alla produzione di fibre artificiali;
per quanto attiene il tumore polmonare, la situazione può essere così riassunta:
Lana di vetro
Il principale studio sui lavoratori della lana di vetro condotto negli U.S.A. ha mostrato un leggero incremento della mortalità per tumori respiratori, rispetto ai tassi di riferimento della popolazione locale. La mortalità per tumori respiratori aumentava con il tempo trascorso dalla prima esposizione, ma non era correlata con la durata dell’esposizione né con una stima dell’entità dell’esposizione a fibre, pesata per il tempo.
Una sottocorte costituita dai lavoratori esposti a fibre di piccolo diametro mostrava un più elevato rapporto standardizzato di mortalità per tumori respiratori, rispetto ai soggetti non esposti; tale rapporto aumentava con il tempo trascorso dalla prima esposizione. Né l’incremento complessivo né alcuno di questi trend risultava significativo in termini statistici.

Nello studio europeo multinazionale, complessivamente non si verificava alcun eccesso di mortalità per tumore polmonare, rispetto ai tassi regionali. La mortalità per tumore polmonare mostrava un incremento statisticamente non significativo con il tempo trascorso dalla prima esposizione, ma non era correlata con la durata dell’esposizione o con diverse fasi tecnologiche implicanti diversità nell’intensità e qualità dell’esposizione.

Uno studio dei lavoratori della lana di vetro in Canada mostrò una mortalità per tumore polmonare sostanzialmente accresciuta, significativa in termini statistici, ma non correlata con il tempo trascorso dalla prima esposizione né con la durata dell’esposizione.
Filamento di vetro
Fra i lavoratori del filamento di vetro dello studio americano, non si osservò alcun eccesso di tumori respiratori, e nello studio europeo non si ebbero eccessi di tumore polmonare; in nessun dei due studi si ebbero correlazioni con il tempo trascorso dalla prima esposizione né con la durata dell’esposizione. Nello studio americano inoltre non si osservava alcun trend con una stima dell’esposizione pesata per il tempo.
Lana di roccia e lana di scoria
Negli studi considerati non è stato possibile distinguere gli effetti dell’esposizione a lana di roccia e lana di scoria. Ci si riferisce pertanto ad entrambe con la notazione “lana di roccia-scoria”.

Lo studio relativo agli addetti alla lana di roccia-scoria negli U.S.A. per il vecchio processo produttivo Batch ha mostrato un incremento della mortalità per tumori respiratori statisticamente significativo, rispetto ai tassi locali. In questa coorte, tuttavia, non c’era correlazione con il tempo trascorso dalla prima esposizione, la durata dell’esposizione ed una stima dell’esposizione a fibre pesata per il tempo.

Nello studio europeo è stato rilevato un complessivo eccesso della mortalità per tumore del polmone rispetto ai tassi regionali, non significativo statisticamente ed un incremento della mortalità con il tempo trascorso dalla prima esposizione, anch’esso statisticamente non significativo. Non vi era relazione fra la mortalità per tumore polmonare e la durata dell’esposizione. I tassi di mortalità per tumore polmonare più altri, statisticamente significativi, furono osservati in corrispondenza a durate di follow-up superiori ai 20 anni fra persone con prima esposizione durante la più primitiva fase tecnologica (cioè, prima dell’introduzione dei leganti ad olio e durante l’impiego di metodi di trattamento di tipo Batch). Soprattutto in questa fase la scoria veniva usata come materia prima, si è osservata una significativa tendenza al decremento della mortalità per cancro del polmone con l’introduzione dei leganti a olio e dei moderni metodi di produzione automatizzati. La presenza di amianti, bitume, pece e formaldeide come contaminanti dei luoghi di lavoro non ha potuto spiegare l’eccesso di tumore polmonare.

Combinando gli studi statunitense ed europeo, si è osservato un significativo eccesso di mortalità per tumore polmonare per i lavoratori della lana di roccia-scoria prodotta con lavorazione in Batch.
Non si è ritenuto verosimile che gli accresciuti tassi di mortalità per tumore polmonare fossero il risultato di confondimento dovuto al fumo di sigaretta, sebbene questo non sia stato direttamente misurato negli studi di coorte.
Successivamente alla comparsa della monografia IARC, sono stati pubblicati due ulteriori contributi inerenti al problema: il primo negli Stati Uniti ed il secondo in Canada i cui risultati non appaiono modificare il quadro generale che emerge dalla monografia IARC, riassumibile nella valutazione di “inadeguata evidenza di cancerogenicità per l’uomo” della lana e dei filamenti di vetro, e di “limitata evidenza di cancerogenicità per l’uomo” per la lana di roccia-scoria, sempre per il processo produttivo Batch.

Per quanto attiene le ricerche di cancerogenesi sperimentale, la IARC ha fornito le seguenti valutazioni:
    sufficiente evidenza di cancerogenicità per la lana di vetro e le fibre ceramiche negli animali da laboratorio;
    limitata evidenza di cancerogenicità per la lana di roccia negli animali da laboratorio;
    inadeguata evidenza di cancerogenicità per i filamenti di vetro e la lana di scoria negli animali da laboratorio.

Integrando le valutazioni relative agli studi epidemiologici e a quelli sperimentali, la IARC ha effettuato la seguente classificazione:
    – lana di vetro: possibile cancerogeno per l’uomo (gruppo 2B);
    – lana di roccia: possibile cancerogeno per l’uomo (gruppo 2B);
    – lana di scoria: possibile cancerogeno per l’uomo (gruppo 2B);
    – filamenti di vetro: non classificabili per quanto attiene la loro cancerogenicità per l’uomo (gruppo 3).

CCTN
La Commissione consultiva tossicologica nazionale, dopo aver lungo esaminato il problema, nel luglio 1990 ha espresso il proprio parere.
Essa ha ritenuto di non inserire le fibre di vetro e la lana di vetro, la lana di roccia, la lana di scoria e le fibre ceramiche nella “lista dei cancerogeni”: in quanto le evidenze epidemiologiche disponibili attualmente ed il tipo ed il risultato degli esperimenti sugli animali non permettono di concludere che “esiste una convincente evidenza di cancerogenicità” che è la condizione imprescindibile per l’inserimento nella succitata lista.

La predetta Commissione, poi, tenuto conto da un lato dei complessi problemi di interpretazione che si pongono circa i dati sperimentali sugli animali e dall’altro della mancanza di indizi di cancerogenicità per l’uomo, ha classificato le fibre di vetro in categoria 3, mentre ha posto in categoria 1, e quindi nella lista dei cancerogeni, esclusivamente la tecnica di produzione delle fibre di lana di roccia e/o di scoria a Batch e ciò in base ad evidenze epidemiologiche di un eccesso di umori polmonari tra i lavoratori addetti a detto particolare tipo di produzione; va sottolineato che detto arcaico procedimento (Batch) non viene più utilizzato da tempo in Italia.

C.E.E.
In sede C.E.E. il Gruppo classificazione ed etichettatura delle sostanze pericolose ha già effettuato un primo esame dei prodotti in questione senza peraltro pervenire ancora ad una conclusione.
L’orientamento attuale è comunque quello di prendere in considerazione le fibre minerali artificiali (diametro medio ≶3 micron) secondo la nomenclatura IUPAC ovvero secondo la nomenclatura ISO (fibre tessili, lana di vetro, lana di roccia, lana minerale, lana di scoria, fibre ceramiche).
Dalla scheda tecnica in discussione si rileva come allo stato attuale della discussione si ipotizzi di classificare ed etichettare tutte le sostanze in questione con il simbolo Xn (Nocivo), con la frase R40 (Possibilità di effetti irreversibili) e con le frasi S22 (Non respirare le polveri) ed S36/37 (Usare indumenti protettivi e guanti adatti).

II.2 – Effetti non cancerogeni
Negli ambienti di lavoro

I principali studi sugli effetti delle fibre di vetro nell’uomo sono stati pubblicati a partire dalla fine degli anni sessanta, quando era già trascorso un periodo sufficiente dall’inizio della produzione perché potessero essere rilevati effetti cronici, qualora fossero esistiti.
Le manifestazioni descritte erano, e sono state confermate fino ai giorni nostri, in particolare a carico della cute, con prurito molto intenso, della mucosa delle prime vie respiratore, e delle congiuntive con senso di trafittura agli occhi.
Può essere ormai confermata la possibile insorgenza, in operatori che manipolano fibre di vetro e/o lana di vetro e/o lana di roccia, di rinite, faringite, bronchite acuta e di una dermatosi che riconosce un meccanismo irritativo e non allergico.
La eventuale sensibilizzazione con manifestazioni cliniche cutanee deve essere messa in relazione con il possibile contatto con sostanze leganti di rivestimento, come ad esempio resine epossidiche. Nei luoghi di produzione tuttavia alcuni casi sono stati descritti. Sono stati riportati sette casi di asma correlata con il lavoro in un impianto di fabbricazione di fibre di vetro a filamento continuo. È la prima volta che compare questa segnalazione in letteratura per questo tipo di produzione e gli autori non sono riusciti ad identificare l’agente causale anche con prove di broncostimolazione usando diversi agenti chimici e/o sostanze riscontrabili sul posto di lavoro. Precedentemente sono stati descritti due casi di una sintomatologia asmatica attribuita a fibre di vetro. Il primo occorso in un lavoratore di una industria di tessuti di vetro (la sintomatologia scompariva con il cessare dell’esposizione).
Il secondo rilevato in cinque operatori tessili in U.R.S.S. ma l’autore ritiene di non poter escludere altri possibili fattori ambientali o condizioni non professionali.
Il problema degli effetti non neoplastici delle fibre vetrose sull’apparato respiratorio di persone esposte per motivi di lavoro non è ancora stato risolto in modo conclusivo ed esauriente, nonostante la mole di ricerche compiute da numerosi autori ed i workshops internazionali dell’WHO/IARC tenuti a Copenhagen nel 1982 e 1986.
Nella conferenza WHO/IARC del 1982 vi erano però dati sufficienti a suggerire la possibilità che piccole opacità polmonari, evidenziabili radiograficamente tendano ad aumentare in prevalenza con l’anzianità lavorativa. In definitiva il rapporto tra una possibile interstiziopatia e/o polmonari attribuite con fondata probabilità.
A sostenere l’ipotesi si pongono le segnalazioni relative a piccoli gruppi di lavoratori esposti, portatori di manifestazioni patologiche pleuriche e/o polmonari attribuite con fondata probabilità all’azione delle fibre di vetro.

Anche da noi ci si è impegnati da tempo sulla questione e già in altre occasioni è stato possibile fornire contributi.
Nel 1988 la casistica della Clinica del lavoro di Milano si è arricchita attraverso l’osservazione di un numero maggiore di lavoratori ed una sua revisione ha offerto l’opportunità di riproporre risultati meritevoli di riflessione. I soggetti studiati sono stati tutti esposti professionalmente a fibre vetrose ed impiegati in mansioni o settori in cui, a causa delle operazioni svolte, la dispersione ambientale di dette fibre è da ritenersi reale non solo in base alla valutazione della tecnologia attuata, delle operazioni svolte e delle modalità operative, ma anche per la frequente denuncia di prurito cutaneo e di sintomi irritativi oculari e laringei. È ragionevolmente da escludersi una esposizione professionale anche ignorata ad asbesto, non solo per la particolare cura prestata nella raccolta e valutazione dei dati anamnestici, lavorativi, sulla cui attendibilità, peraltro, sono sempre lecite prudenti riserve, ma anche per l’assenza dei tradizionali indicatori di esposizione (corpuscoli) e di effetto (alveolite neutrofila/eosinofila) che caratterizzano i lavoratori esposti all’asbesto.

I risultati finora emersi dimostrerebbero comunque una lesività in genere non rilevante sul piano clinico-funzionale; rimane peraltro, il dubbio che in alcuni soggetti dotati di particolare suscettibilità si possano osservare effetti abnormi ed inconsueti.

Nel 1989 alcuni autori hanno portato le loro osservazioni a conferma della possibilità che le fibre di vetro possano condurre ad una fibrosi polmonare, anche se non di grande estensione. Si trattava di due operai esposti per 14 e 16 anni a talora elevate concentrazioni di polvere in un impianto di produzione di lana di vetro e dai quali è stata diagnosticata fibrosi polmonare.

Al termine di quanto detto, è necessario risottolineare perché le fibre di vetro non hanno comportamento sovrapponibile a quello di asbesto. Bisogna notare che almeno due sono le caratteristiche chimico-fisiche che distinguono le fibre di vetro di quelle di asbesto: innanzitutto, le prime si fissurano sempre trasversalmente, potendo così arrivare a perdere anche le caratteristiche di fibra mentre le seconde solo in senso longitudinale.
Inoltre il materiale vetroso va incontro a processi di lisciviazione cosicché la sua “durability” (capacità cioè di un composto di rimanere inalterato nei liquidi biologici) è, al contrario di quella degli asbesti, limitata nel tempo.

Negli ambienti di vita
Nel rapporto OMS (1988) si legge che, esclusi alcuni casi isolati di sintomi respiratori e di dermatiti associate con l’esposizioni a fibre minerali artificiali in ambienti domestici o in uffici e due limitati studi su effetti oculari e respiratori in uffici e scuole, non esistono in letteratura dati su effetti sfavorevoli sulla popolazione in generale.
Non esistono inoltre studi specifici sulla popolazione in generale su mortalità o cancro a seguito di esposizione a fibre minerali artificiali.

Sulla base dei dati disponibili è pertanto impossibile stimare quantitativamente i rischi associati all’esposizione ambientale della popolazione generale a tali fibre.
Tuttavia i livelli di tali fibre misurati nell’ambiente in genere e negli ambienti “indoor”, risultano notevolmente più bassi rispetto ai livelli di esposizione occupazionale in passato associati con ipotizzati rischi di cancro polmonare.

CAPITOLO III: LA LEGISLAZIONE
III.1 – In Italia

In Italia l’attuale assetto normativo in tema di tutela nella salute non fa alcuna menzione specifica al problema delle fibre di vetro.
Si tratta del resto di una tematica di recente interesse e sviluppo, che non poteva evidentemente essere trattata dal legislatore nel 1955-56, epoca in cui sono state emanate le norme quadro sulla sicurezza e sull’igiene del lavoro, costituite soprattutto dai decreti del Presidente della Repubblica n. 303/56 e n. 547/55.
Non si trova accenno al problema specifico neppure nel TESTO UNICO SULL’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA PER GLI INFORTUNI E MALATTIE PROFESSIONALI emanato nel 1965 e che, per quanto riguarda le malattie professionali, tratta in modo dettagliato della tutela dalla silicosi ed asbestosi.
Le fibre di vetro non sono neppure menzionate nel decreto ministeriale 18 aprile 1973 (ELENCO DELLE MALATTIE PER LE QUALI E’ OBBLIGATORIA LA DENUNCIA CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO E LE MALATTIE PROFESSIONALI) né il decreto del Presidente della Repubblica 9 giugno 1975, n. 482 (NUOVA TABELLA DELLE MALATTIE PROFESSIONALI NELL’INDUSTRIA), di modo che occorre rifarsi, da un punto di vista legislativo a norme generali di igiene e di tutela della salute.

Tali norme sono costituite dall’art. 2087 del CODICE CIVILE, che stabilisce l’obbligo, per l’imprenditore, di “adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Ne consegue che, dovendosi fare riferimento ad “esperienza” e “tecnica”, sono da ritenersi applicabili, in tema di prevenzione, tutti quegli accorgimenti e quelle tecnologie di più recente introduzione la cui adozione limita il rischio per gli operatori.

Altre norme di rilievo, da considerare nel caso specifico, sono costituite dagli artt. 4, 5, 2, 48 del decreto del Presidente della Repubblica n. 303/56 (NORME GENERALI SULL’IGIENE DEL LAVORO).
In particolare, nell’art. 4 si stabilisce che “i datori di lavoro, dirigenti e preposti che esercitano, dirigono o sovraintendano alle attività (ove sia addetto almeno un lavoratore subordinato, ad eccezione di quelle svolte a bordo delle navi mercantili, a bordo degli aeromobili, nell’esercizio delle cave e torbiere, e nelle imprese industriali e commerciali gestite direttamente dal titolare con il solo aiuto dei membri della famiglia con lui conviventi e le aziende agricole gestite direttamente dal proprietario, affittuario o enfiteuta che coltivi direttamente il fondo con l’aiuto dei membri della famiglia conviventi anche se per brevi periodi occupi manodopera stagionale) devono attuare le misure d’igiene previste nel decreto del Presidente della Repubblica n. 303/56, rendere edotti i lavoratori dei rischi specifici cui sono esposti, portare a loro conoscenza i modi di prevenire i danni derivanti dai predetti rischi, fornire ai lavoratori i necessari mezzi di protezione, disporre ed esigere che i singoli lavoratori osservino le norme d’igiene ed usino i mezzi di protezione messi a loro disposizione”.
Nell’art. 5 poi, si stabiliscono obblighi per i lavoratori, consistenti nell'”osservare, oltre le norme del decreto del Presidente della Repubblica n. 303/56, le misure disposte dal datore di lavoro ai fini dell’igiene, usare con cura i dispositivi tecnico-sanitari e gli altri mezzi di protezione predisposti o forniti dal datore di lavoro, segnalare al datore di lavoro, al dirigente o ai preposti le deficienze dei dispositivi e dei mezzi di protezione, non rimuovere o modificare detti dispositivi e mezzi di protezione, senza averne ottenuta l’autorizzazione”.
L’art. 21 concerne la difesa contro le polveri di qualunque genere, ed è applicabile in tutti i contesti produttivi citati in precedenza ove si sviluppino polveri di qualunque tipo e tossicità. È reso obbligatorio, per il datore di lavoro “adottare i provvedimenti atti ad impedire o a ridurre, per quanto è possibile, lo sviluppo e la diffusione delle polveri nell’ambiente di lavoro” stabilendosi però che “le misure da adottare devono tener conto della misura delle polveri e della loro concentrazione nell’atmosfera” e che, “ove non sia possibile sostituire il materiale polveroso, si devono adottare procedimenti lavorativi in apparecchi chiusi ovvero muniti di sistemi di aspirazione e di raccolta delle polveri, atti ad impedirne la dispersione”.
Inoltre, la pulizia dovrebbe essere effettuata preferibilmente con aspiratori (art. 15) ed i sistemi di aspirazione dovrebbero essere, per quanto possibile, localizzati.
Il legislatore ha anche previsto che molte lavorazioni, e segnatamente quelle edili, non possano attuare le misure tecniche indicate, in linea generale, nel decreto del Presidente della Repubblica n. 303/56. In tal caso, sempreché non vi sia pericolo per il vicinato, gli organi di vigilanza possono esonerare il datore di lavoro dagli obblighi già descritti, prescrivendo, in sostituzione ed ove sia necessario, mezzi personali di protezione.

Ne deriva, per le attività industriali che espongono ad inalazione di fibre di vetro o contatto con le stesse, l’opportunità che i lavoratori dipendenti vengano tutelati attraverso l’adempimento delle citate norme. È da tener presente il rilevante ruolo che assumono gli organi di vigilanza, non solo ai fini delle valutazioni previste dall’art. 21, ma anche ai fini dell’art. 48 dello stesso decreto del Presidente della Repubblica che, in tema di procedure autorizzative per i nuovi impianti, dispone che “chi intende costruire, ampliare o adattare un edificio o un locale per adibirlo a lavorazioni industriali cui debbano presumibilmente essere addetti più di 3 operai, è tenuto a darne notizia alla U.S.L., mediante lettera raccomandata o in altro modo equipollente. La notifica deve contenere una descrizione dell’oggetto delle lavorazioni, delle principali modalità delle stesse e delle caratteristiche dei locali e degli impianti (quindi anche costruttive), corredata da disegni in quanto occorrano. La U.S.L. può chiedere ulteriori dati e prescrivere modificazioni ai progetti dei locali, degli impianti e delle modalità delle lavorazioni, quando lo ritenga necessario” e tenendo conto “delle cautele che possono essere necessarie per la tutela del vicinato”. Nell’articolo di legge, emanato in un’epoca in cui era operante il medico provinciale, si precisa che l’organo di vigilanza deve prendere gli opportuni accordi con il medico provinciale o con l’ufficiale sanitario al fine di coordinare l’adozione dei provvedimenti di rispettiva competenza.

Al momento attuale, si ritiene di poter affermare che la U.S.L., nella quale sono confluiti i poteri di vigilanza ed amministrativi in precedenza esercitati dall’Ispettorato del lavoro e dagli ufficiali sanitari, deve decidere su tali questioni investendo sia gli uffici di prevenzione, igiene e sicurezza negli ambiente di di lavoro, sia gli uffici di igiene pubblica.

Ma il ruolo di rilievo che assumono le UU.SS.LL. nell’attività di prevenzione si desume anche dal dettato dell’art. 20 della legge n. 833/78, ove si stabilisce che “gli interventi di prevenzione, concernenti la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di misure necessarie ed idonee a tutelare la salute e l’integrità fisica dei lavoratori, connesse alla particolarità del lavoro e non previste da specifiche norme di legge, sono effettuati sulla base di esigenze verificate congiuntamente con le rappresentanze sindacali ed il datore di lavoro, secondo le modalità previste dai contratti o accordi collettivi applicati nell’unità produttiva”.
In passato tale norma è stata in qualche caso ritenuta la fonte del potere di “disposizione”, in precedenza previsto per gli ispettori del lavoro (art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 520/55) e, secondo alcune interpretazioni, non più specificatamente assegnato agli ispettori UU.SS.LL., ai quali invece sarebbero stati espressamente “estesi” i poteri di accesso (art. 8, secondo comma del decreto del Presidente della Repubblica n. 520/55) e la facoltà di diffida (art. 9 cit. decr.).
Questa interpretazione, peraltro controversa, del potere dispositivo, è stata desunta anche sulla base del fatto che la legge n. 833/78 prevede che “contro i provvedimenti adottati dal personale ispettivo, nell’esercizio delle funzioni di ispezione e controllo relativamente all’applicazione della legislazione sull’igiene e sulla sicurezza del lavoro, è ammesso ricorso al presidente della giunta regionale.” Si è di conseguenza ragionato che, non potendosi ipotizzare alcun ricorso contro una diffida ad adempiere ad una disposizione (sia pure di nuovo tipo). Ad una previsione, in altre parole, che consentisse all’ispettore U.S.L. di scrivere una norma nuova ove non esisteva alcuna previsione legislativa.
Di fatto la maggior parte delle UU.SS.LL. ha continuato e continua ad esercitare, nel corso dell’attività ispettiva, il potere di disposizione, così come è stabilito dall’art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 520/55 secondo una diversa interpretazione giuridica degli articoli 9 e 27 del decreto del Presidente della Repubblica n. 616/77 e 21 (quarto comma) della legge n. 833/78 anche a causa del fatto che la giurisprudenza amministrativa è alquanto carente in merito.
Recentemente però, una sentenza del Consiglio di Stato (n. 939/89 – IV Sezione) ha espressamente escluso per le UU.SS.LL. la possibilità di emanare prescrizioni (o “disposizioni”) in carenza di una norma preesistente, ritenendo quindi abolito l’ampio potere di disposizione ex art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 520/55.
La dottrina sulla base di questa sentenza, ha in linea di massima condiviso l’orientamento del Consiglio di Stato, facendo però rilevare come, alla luce della disposizioni dell’art. 2087 del codice civile, sarebbe sempre possibile emanare delle “prescrizioni” (o “disposizioni”) purché, come ben ricordato del Consiglio di Stato, queste non si risolvano in un generico richiamo al rispetto delle norme, ma siano correttamente articolate attraverso l’indicazione specifica dei provvedimenti tecnici da adottare che l’ispettore deve esternare, sotto la sua responsabilità, nell’ambito della stessa prescrizione. Sotto questo profilo, è ben rilevare che eventuali circolari ministeriali come pure i suggerimenti degli organi scientifici nazionali costituiscono un valido riferimento che può essere utilizzato nella “prescrizione” alla luce del precetto sancito dall’art. 2087 del codice civile, secondo il quale le misure di sicurezza devono essere adottate secondo “l’esperienza e la tecnica” (e quindi devono essere al passo con le più recenti acquisizioni scientifiche).

In ogni caso, la difficoltà di interpretazione della normativa su esposta e la carenza di precise previsioni regolamentari su una vasta gamma di nuovi fattori reali o presunti di rischio, ha determinato, in tutto il territorio nazionale, un variegato e difforme orientamento da parte delle diverse UU.SS.LL., che hanno basato il loro operato, in assenza di univoche direttive centrali, su interpretazioni giuridiche locali e su convincimenti e valutazioni più o meno restrittive a seconda delle variabili culturali, politiche e tecniche esistenti nel territorio.

Il problema delle fibre di vetro è particolarmente complesso perché allo stato attuale non sono compiutamente definiti gli effetti patogeni a lungo termine; conseguentemente, anche a causa del vuoto legislativo, possono essere intraprese, da parte delle UU.SS.LL., differenti iniziative volte a tutelare i soggetti esposti in modo da determinare confusione ed incertezze operative da parte di cittadini, imprenditori ed autorità locali (che sempre si riferiscono, in linea di massima, ad organi tecnici quali dovrebbero essere le UU.SS.LL.).

Ciò premesso, e sempre con riferimento alle norme volte a tutelare i lavoratori, vi è da dire che anche il decreto del Presidente della Repubblica n. 547/55 (NORMATIVA SULLA PREVENZIONE DEGLI INFORTUNI) reca norme generali di tutela che devono essere adempiute in lavorazioni a rischio. In particolare, si fa riferimento agli articoli 5 (rendere edotti i lavoratori autonomi dei rischi specifici esistenti nell’ambiente di lavoro in cui sono chiamati a prestare la propria opera), 379 (Indumenti di protezione da utilizzare nel corso di lavorazioni a rischio), 383 (Protezione delle mani), 387 (Maschere respiratorie) e soprattutto 374 (Manutenzione di edifici, opere ed impianti). In particolare, quest’ultimo articolo prescrive che “gli edifici, le opere destinate ad ambienti o posti di lavoro, compresi i servizi accessori, devono essere costruiti e mantenuti in buono stato di … conservazione e di efficienza in relazione alle condizioni di uso …”.

III.2 – Nella C.E.E.
In ambito di Comunità economica europea il problema delle fibre minerali e delle fibre di vetro è stato finora affrontato per i seguenti aspetti:
Controllo delle attività industriali contro l’inquinamento atmosferico
La DIRETTIVA N. 84/360/CEE datata 28 giugno 1984, che detta disposizioni i materia di prevenzione dell’inquinamento atmosferico da attività industriali, affronta il problema con la duplice ottica da un lato di limitare i rischi per la salute umana e per l’ambiente, dall’altro di stimolare le aziende produttrici al rispetto di obiettivi di qualità con riferimento a particolari inquinanti nell’aria.

L’applicazione della norma si basa su un sistema nazionale di tipo autorizzativo per taluni specifici impianti, tra cui sono annoverati gli impianti di produzione di fibre di vetro e di fibre minerali artificiali.
L’autorizzazione si basa sul rispetto di taluni parametri quali, l’adozione delle migliori tecnologie disponibili atte a migliorare la prevenzione dell’inquinamento atmosferico, il controllo delle immissioni di determinate sostanze tra cui le fibre di vetro, di roccia e di scoria ed il rispetto di determinati limiti di emissione.

La legge italiana di recepimento di tale direttiva è il decreto del Presidente della Repubblica n. 203 del 24 maggio 1988 e successive integrazioni.
Immissione sul mercato e classificazione di pericolo in applicazione delle regole generali contenute nella DIRETTIVA N. 67/548/CEE e successive modificazioni
Già da tempo è in corso di esame la classifica e l’etichettatura di pericolo delle fibre minerali e delle fibre di vetro. Nessuna decisione al riguardo è ancora stata assunta dal Comitato per l’adeguamento al progresso tecnico; attualmente l’ipotesi su cui si sta discutendo è quella di assegnare alle fibre con diametro medio inferiore a 3 micron il simbolo XN (Nocivo), la frase di rischio R40 (Possibilità di effetti irreversibili) ed i consigli di prudenza S22 (Non respirare le polveri) ed S36/37 (Usare indumenti protettivi e guanti adatti).

Oltre a quanto sopra specificato non risultano essere state intraprese od essere allo studio ulteriori iniziative, in particolare nell’ambito dell’applicazione della direttiva n. 76/769 sulle limitazioni d’uso o sui divieti di sostanze o di preparati pericolosi.

In materia di protezione dei lavoratori, va segnalato che la recente “DIRETTIVA CANCEROGENI”, adottata nel giugno 1990, non trova applicazione specifica nel settore delle fibre minerali artificiali e delle fibre di vetro; detta direttiva infatti copre esclusivamente i settori lavorativi dove si impiegano sostanze alle quali sia attribuita la frase di rischio R45 (Può provocare il cancro).

CAPITOLO IV: CONCLUSIONI E PROPOSTE OPERATIVE
IV.1 – Conclusioni
Da quanto in precedenza esposto si può ritenere che tra i vari isolanti presenti sul mercato, le fibre minerali artificiali ed in particolare le fibre di vetro, sembrerebbero essere quelle maggiormente utilizzate:
a detta degli operatori del settore le moderne tecnologie di produzione prevedono generalmente l’aggiunta di sostanze particolari che hanno la funzione di legare le fibre e di ridurre il rilascio di polveri; inoltre dette tecnologie di produzione moderne, molte delle quali brevettate o sottoposte a segreto industriale, sono ormai tutte di tipo continuo e non più a Batch come nei tempi passati almeno nel nostro Paese, e sono dotate di meccanismi e strumentazioni adeguati sotto il profilo della protezione della salute dei lavoratori e della salvaguardia ambientale.
Infine la produzione di fibre di vetro costituisce una realtà economica di primaria importanza a livello mondiale, europeo ed italiano. Tali fibre, infatti, trovano largo uso soprattutto in edilizia, nei settori dell’isolamento termico ed acustico, risultando sotto il profilo tecnologico materiali validi, soprattutto nei confronti della reazione al fuoco. Le fibre minerali non pongono il problema dell’emissione di gas tossici in caso di incendio, tipica degli isolanti plastici la cui introduzione è molto più recente ed i cui rischi sulla salute non sono stati ancora adeguatamente indagati;
le concentrazioni ambientali che possono determinare esposizione umana vanno considerate distintamente a seconda che si tratti di ambienti di lavoro ovvero ambienti abitativi:
Negli ambienti di lavoro generalmente i livelli di fibre riscontrabili in impianti di produzione sono contenuti e sufficientemente inferiori ai limiti TLV-ACGIH.
Viceversa le fasi di applicazione industriale dei manufatti contenenti fibre di vetro e fibre minerali artificiali danno luogo spesso a livelli di esposizione più elevati soprattutto in caso di lavori eseguiti in luoghi ristretti e non sufficientemente ventilati. La stessa situazione si riscontra durante le fasi di demolizione dove molto spesso si opera senza il rispetto di sia pur minime precauzioni.
Si può quindi ritenere che generalmente le moderne tecnologie di produzione dovrebbero essere in grado di garantire adeguata sicurezza per i lavoratori anche per l’esistenza di una severa normativa di prevenzione, mentre le fasi successive di installazione, manutenzione e demolizione richiedono metodologie di intervento appropriate, standardizzate ed opportunamente controllate.
Negli ambienti di vita le aerodispersioni interessano sia gli spazi chiusi che quelli aperti.
Negli spazi confinati in cui siano state eseguite coibentazioni in fibre vetrose l’entità delle loro aerodispersioni è direttamente correlata con:
    – l’impiego di materiali idonei;
    – la loro corretta installazione;
    – lo stato di conservazione (materiali integri o deteriorati).
In ogni caso i livelli di fibre vetrose respirabili, generalmente sono contenuti sia in funzione dell’elevato diametro delle fibre di vetro usate che della loro caratteristica peculiare di fratturarsi trasversalmente e con longitudinalmente.

Negli spazi aperti si ritrovano invece un numero estesissimo di fibre, sia naturali che artificiali, e tra queste anche le fibre vetrose. D’altra parte la difficoltà analitica di procedere all’individuazione ed al conteggio delle sole fibre vetrose rappresenta un problema per la valutazione dei livelli di esposizione, dovendosi necessariamente tener conto dell’effetto concomitante dell’esposizione ad altri tipi di fibre, alcune con azione biologica ancora sconosciuta, altre sicuramente patogene, come quelle di amianto;
la differenza delle fibre di vetro e delle fibre minerali artificiali, rispetto alle fibre minerali naturali, sta nel fatto che non si separano longitudinalmente in fibrille di più piccolo diametro, ma si spezzano solo trasversalmente producendo frammenti più corti; i diametri della fibra a cui quindi possono essere esposti i lavoratori e gli utilizzatori dipende solo dalla distribuzione dimensionale dei diametri nel manufatto originale, mentre le lunghezze sono influenzate dal tipo di interventi meccanici cui viene sottoposto il manufatto;
i metodi di prelievo e di analisi adottati sono diversi a seconda delle finalità che si intende perseguire.
Per operazioni di bonifica di ambienti che possono risultare contaminati (per es. impianti di produzione) si usa normalmente il metodo gravimetrico;
quando invece sia necessario effettuare controlli di esposizione si utilizzano metodi più selettivi che si basano sul principio della captazione delle fibre con filtri a membrana e sul successivo conteggio delle fibre al microscopio;
la valutazione del rischio cancerogeno si basa essenzialmente sulle conclusioni espresse dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) – monografia n. 43 del 1988, e dalla Commissione consultiva tossicologica nazionale (pareri del luglio 1991).

Le valutazioni della IARC sono così riassumibili:
sufficiente evidenza di cancerogenicità per la lana di vetro negli animali da laboratorio;
limitata evidenza di cancerogenicità per la lana di roccia negli animali da laboratorio;
inadeguata evidenza di cancerogenicità del filamento di vetro e della lana di scoria negli animali da laboratorio;
inadeguata evidenza di cancerogenicità della lana di vetro e del filamento di vetro nell’uomo;
limitata evidenza di cancerogenicità della lana di roccia-scoria nell’uomo.
La lana di vetro, la lana di roccia e la lana di scoria vengono quindi classificate nel gruppo 2B, mentre il filamento di vetro è classificabile nel gruppo 3.
A tal riguardo si ricorda che tra i gruppi di cancerogenesi definiti dalla IARC, al gruppo 2B (possibili cancerogeni) appartengono sostanze con limitata evidenza nell’uomo in assenza di evidenza sufficiente negli animali e sostanze con sufficiente evidenza negli animali ma con evidenza inadeguata o limitata nell’uomo, mentre al gruppo 3 appartengono sostanze non classificabili quanto a cancerogenicità per l’uomo.

Le valutazioni della CCTN sono così riassumibili:
esistenza di complessi problemi di interpretazione su taluni studi condotti su animali per via intratracheale e/o intrasierosa; peraltro la somministrazione intrasierosa è giudicata poco pertinente rispetto alle effettive forme di esposizione umana; – mancanza di indizi di cancerogenicità per l’uomo da parte delle fibre e filamenti di vetro e della lana di roccia;
mancanza di indizi di cancerogenicità per la produzione di fibre di lana di roccia e/o di lana di scoria successivamente alla introduzione degli “oil binders” nel processo produttivo;
evidenze epidemiologiche di un eccesso di tumori polmonari tra i lavoratori addetti alla produzione di fibre di lana di roccia e/o scoria in Batch;
mancanza di sufficienti elementi per caratterizzare i rischi cancerogeni delle fibre artificiali sulla esclusiva base delle loro dimensioni. Questi problemi debbono essere presi in considerazione anche in relazione a effetti non cancerogeni;
la CCTN ha quindi classificato in categoria 1 il processo produttivo delle fibre di lana di roccia e/o scoria in Batch, non più in uso in Italia e in categoria 3 la lana di vetro, la lana di roccia e la lana di scoria;
per quanto attiene ad altri effetti di interesse sanitario, può essere confermata la possibile insorgenza, in operatori che manipolano fibre di vetro e/o lana di vetro e/o lana di roccia, di irritazione oculare, rinite, faringite, laringite, bronchite acuta e di una dermatosi che riconosce un meccanismo irritativo, mentre è tuttora in discussione l’induzione di sintomatologia asmatica.
Si ritiene inoltre possibile una relazione fra esposizione a fibre di vetro ed insorgenza di alveolite, interstiziopatia e/o ispessimenti pleurici.
Sono infine segnalati casi di fibrosi polmonare in esposti ad elevate concentrazioni di lana di vetro, di rocce e di scorie;
sul piano legislativo, soprattutto in campo prevenzionistico negli ambienti di lavoro la vigente normativa italiana non fa alcuna menzione specifica al problema delle fibre di vetro. Occorre pertanto rifarsi a norme generali di igiene e di tutela della salute, quali l’art. 2087 del codice civile, gli articoli 4, 5, 21 e 48 del decreto del Presidente della Repubblica n. 303/56, nonchè gli articoli 5, 379, 383, 387 e 374 del decreto del Presidente della Repubblica n. 547/55.
Ovviamente spetta alle UU.SS.LL., nelle quali sono confluiti i poteri di vigilanza ed amministrativi in precedenza esercitati dagli ispettorati del lavoro e dagli uffici sanitari decidere su tali questioni, investendo sia gli uffici di prevenzione, igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro, sia gli uffici di igiene pubblica.
Nel maggio 1988, con il decreto del Presidente della Repubblica n. 203 emanato in recepimento della direttiva n. 84/360/CEE, sono state introdotte misure specifiche per il controllo delle attività industriali contro l’inquinamento atmosferico.
Nell’ambito del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sulle linee guida per il contenimento delle emissioni ai sensi dell’art. 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica sono stati fatti specifici riferimenti a tutti gli impianti industriali e, tra questi, anche a quelli di produzione di fibre di vetro e di fibre minerali artificiali.
Nessuna altra disposizione, anche comunitaria, sembra potersi attualmente applicare alla problematica in esame. In particolare va segnalato come la Comunità europea non abbia finora avviato azioni limitative o restrittive nei confronti delle fibre di vetro o delle fibre minerali artificiali nell’ambito dell’applicazione della direttiva n. 76/769 né risulta che altri Paesi comunitari abbiano finora emanato sui propri territori legislazioni specifiche al riguardo.

IV.2 – Proposte operative
Sulla base degli elementi esposti in precedenza si ritiene che possano essere avanzate le seguenti proposte operative:
Corretta informativa
Sarebbe opportuno dare informazione adeguata su quali sono, in base alla realtà scientifica finora acclarata, gli effettivi rischi connessi alla produzione, alla manipolazione ed all’uso delle fibre di vetro, in modo tale che gli operatori del settore, sia privati (produttori ed utilizzatori) che pubblici (strutture di controllo) possano adeguarvi i propri comportamenti in forma omogenea e responsabile.

Tale informativa dovrà sottolineare in particolare i seguenti aspetti:
lo stato attuale delle ricerche lascia presupporre che non si ravvisa al momento la necessità di limitare o proibire la fabbricazione e l’uso delle fibre di vetro.
Ciò è confermato dall’atteggiamento fin qui determinatosi in sede internazionale ed in particolare in sede C.E.E.;
allo stato attuale delle conoscenze, si può ritenere che non sia appropriato porre sullo stesso piano le “fibre di amianto” e le “fibre di vetro” ed ipotizzare quindi misure cautelative di pari livello che, pertanto, risulterebbero non giustificate;
le diverse fasi di produzione, installazione, manutenzione e demolizione di manufatti contenenti fibre di vetro richiedono l’adozione di metodologie di intervento appropriate e standardizzate, in modo da ridurre al minimo i rischi per gli operai addetti nonché per la popolazione in genere;
i problemi maggiori connessi alle fibre di vetro si riscontrano non tanto a livello produttivo quanto nelle successive fasi di applicazione e di utilizzo dei manufatti contenenti fibre di vetro nonché e soprattutto nelle fasi di demolizione.
Standardizzazione delle tecniche di produzione e di installazione
Attraverso la collaborazione con le associazioni professionali di categoria e con l’Ente nazionale di unificazione (UNI), è indispensabile la messa a punto di disposizioni operative cui attenersi nelle operazioni di applicazione manutenzione e rimozione dei manufatti contenenti fibre di vetro.
Sarà bene, infatti, curare le modalità di manipolazione e di posa per evitare ogni possibile inconveniente ed attenersi a quelle regole d’arte capaci di rendere il risultato corretto e duraturo.

I criteri generali si dovranno fondare sulla considerazione che:
la fibra, con il suo contorno di aria, costituisce solo l’isolante termico ed acustico; qualsiasi altra proprietà costituisce un elemento aggiuntivo che va realizzato con componenti previsti ad hoc (ad es. la finitura a vista va realizzata con un rivestimento, l’eliminazione di fenomeni di condensazione va ottenuta con barriere al vapore, la rigidità del paramento esposto va ottenuta con una protezione rigida provvista di propri ancoraggi, ecc.);
la fibra è legata solo per fornire consistenza al pannello (resistenza all’insaccamento, resistenza alla compressione, ecc.), ma non garantisce l’assoluto ancoraggio delle fibre in qualsiasi modalità di installazione e di manipolazione. E’ quindi da prevedere una opportuna protezione per l’utenza finale ed un’adeguata procedura soprattutto per le operazioni di scoibentazione per evitare l’inalazione delle polveri delle fibre liberatesi durante questa operazione.
In tale ottica dovranno comunque essere tenuti in conto i seguenti elementi:
negli ambienti di produzione di manufatti mantenere l’attuale strategia preventiva che viene considerata adeguata, evitando in ogni caso pericolosi fenomeni di allentamento nella sorveglianza;

durante le fasi di installazione:
usare il materiale delle dimensioni più idonee e protetto superficialmente su entrambe le facce. Per collocazione a soffitto, sopra doghe forate, usare materiale protetto con film plastici o rivestimenti con trattamento superficiale adatti ad evitare lo spolverio ovvero inserito entro sacchetti di politene; per i controsoffitti o i pannelli costituiti da conglomerati in fibre minerali e composti organici la superficie del taglio va ricoperta con una vernice o un appretto legante per le fibre;
evitare operazioni che inducano lo spolverio (taglio, rapida compressione, ecc.) soprattutto in ambienti piccoli e non ventilati;
effettuare le operazioni di taglio, fresatura, ecc., in ambienti aperti o ventilati o meglio ancora con aspirazioni nella zona di taglio, evitando attrezzi ad elevata velocità di taglio; per attrezzature da cantiere di elevata produttività l’aria aspirata deve essere filtrata prima di essere scaricata in ambiente o all’esterno;
nel caso che le operazioni b) e c) non potessero essere effettuate nelle condizioni indicate negli stessi paragrafi, è richiesto l’uso di una maschera filtro per tutte le persone che lavorano nello stesso ambiente.

Qualora le installazioni egli impianti siano stati effettuati con i criteri indicati ed usando i materiali adatti ad ogni applicazione, le concentrazioni di fibre dei materiali considerati risultano praticamente trascurabili e non possono esserci pericoli di esposizione all’inalazione di tali fibre.
Per maggiore sicurezza soprattutto all’atto dell’installazione, è conveniente privilegiare i prodotti dotati di rivestimenti sulle facce sia per i pannelli che per i feltri.
La scelta di installatori qualificati, anche considerando i suggerimenti dei produttori, costituisce una ulteriore garanzia.
Qualora venissero emesse norme UNI per l’uso di questi materiali, richiederne l’adozione.
In attesa di un processo di normalizzazione del settore, per l’individuazione di tecniche appropriate, si potrà utilmente fare riferimento ai suggerimenti tecnici riportati nelle esemplificazioni che seguono.

Si sottolineano le seguenti errate installazioni:

materiale fibroso disposto sopra controsoffittature forate; le fibre possono cadere attraverso i fori.
La soluzione consiste nell’adottare speciali rivestimenti in politene o con velo costituito da speciali fibre di vetro legate con resine particolari;
materiale fibroso nudo disperso entro canalizzazioni percorse dall’aria degli impianti di condizionamento; le fibre vengono staccate dall’aria e portate in ambiente.
La soluzione corretta consiste ancora nell’adottare speciali manufatti rivestiti con velo di fibre di vetro legate al fine di evitare l’erosione da parte dell’aria.
Se le velocità dell’aria vengono contenute entro i limiti prescritti non si hanno distacchi di fibra, come hanno dimostrato prove di laboratorio e tests condotti in impianti in esercizio.

Nelle figure che seguono sono indicate alcune installazioni corrette di isolante in fibra di vetro in pareti perimetrali, in sottotetti, in solette orizzontali ed in controsoffitti ed i conglomerati di fibre minerali e composti organici in controsoffittature, applicazioni nelle quali vengono realizzati i principi sopra esposti.
Il materiale asportato da riutilizzare verrà immagazzinato in una opportuna zona confinata. Prima del suo utilizzo ed in relazione allo stato di conservazione, subirà un trattamento di pulizia e di eventuale incapsulamento (irrorazione con idonee sostanze sigillanti, ripristino involucro esterno, apposizione eventuale di un ulteriore involucro, ecc.): la manipolazione e l’applicazione del materiale ritrattato avverrà adottando le stesse misure per il materiale di nuova fornitura.

U.O. Igiene e Salute nei Luoghi di Lavoro

http://www.usl4.toscana.it/dp/isll/lex/txt/cs911225.htm

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