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Il Piccolo, 18 novembre 2009 
 
I TAGLI DEL PIANO SOCIO-SANITARIO  
«Non si tocca la Risonanza donata dai cittadini»  
Il sindaco: «Ma questa volta non ci saranno guerre di campanile per difendere gli ospedali» 
RISCHIO DI DECLASSAMENTO PER LE DUE STRUTTURE DELL’AZIENDA ISONTINA
 
 
di FABIO MALACREA

Contro il Piano socio-sanitario regionale non ci saranno guerre di campanile. Monfalcone e Gorizia difenderanno insieme i loro ospedali, minacciati dai tagli. Niente colpi bassi, questa volta. Passati i tempi degli sgambetti reciproci, delle interferenze politiche che avevano bloccato per vent’anni il completamento del San Polo, della ”guerra” delle risonanze magnetiche. Monfalcone, la sua risonanza magnetica, se l’è comprata da sola. Anzi, a pagarla sono stati i 10mila cittadini che tra il 1999 e il 2003 hanno contribuito a una raccolta di fondi, mettendo insieme 900mila euro. Una somma enorme. Tanto che 100mila euro avanzarono e furono utilizzati per l’acquisto di un tomografo a coerenza ottica per Oculistica. Anche Gorizia, all’epoca, ebbe la sua risonanza: a pagargliela fu la Fondazione CariGo. Ora, secondo il piano regionale, i due ospedali rischiano di perdere le risonanze, come altri servizi importanti che verrebbero destinati solo agli ospedali di prima fascia: il Punto nascita (ce ne sono due in provincia, ne resterà uno) e la Medicina del lavoro, ad esempio.
Si rischia una nuova guerra tra poveri? Il sindaco Gianfranco Pizzolitto lo esclude: «Le battaglie di campanile sono un pericolo incombente. E proprio sulla sanità le abbiamo già vissute, purtroppo a nostre spese. Il rischio c’è. Ma sarebbe un errore colossale che Monfalcone e Gorizia andassero all’assalto da sole. Sarebbe il suicidio della sanità isontina. Il nostro compito è difendere, uniti, le competenze acquisite dalle due città in campo sanitario. Che non sono poche. I nostri sono ospedali che funzionano, presentano parametri di utilizzo ideali, hanno un bacino d’utenza importante, ben superiore a quello strettamente geografico. Sfido a trovare sprechi di gestione».
E la risonanza magnetica che i monfalconesi si sono pagati da soli? Che fine farà? «Pretendere di togliere a Monfalcone un’apparecchiatura che la stessa città ha donato all’ospedale sarebbe una beffa nella beffa. Non lo potremo mai accettare. Ma non sarò mai trascinato in una guerra di campanile su questa questione. Mai come ora Monfalcone e Gorizia devono essere disposte a battersi insieme per difendere la loro sanità».
«Sarebbe l’ennesima beffa – aggiunge il presidente della Provincia, Enrico Gherghetta -. La risonanza magnetica, è vero, è stata acquistata dalla gente di Monfalcone. Ma spesso i programmi ad ampio spettro non tengono conto di questioni romantiche. Cosa dovrebbero dire i gradesi che, dopo essersi costruiti e aver pagato di tasca propria un ospedale, se lo sono visto chiudere. E quelli di Cormons. È una logica perversa. In passato analoghi piani erano almeno mirati alla razionalizzazione dei costi. Adesso l’obiettivo è solo andare al potenziamento della sanità privata. Prevedo una grande mobilitazione contro questo piano. E non solo per la risonanza magnetica di Monfalcone che rappresenta senza dubbio il caso più clamoroso. Ma sarebbe una disfatta se dovessimo pensare di marciare da soli contro il nemico. Insomma, la risonanza non si tocca. Ma nemmeno il Punto nascita di Gorizia, che è a rischio. E nemmeno la Medicina del lavoro».
Monfalcone non intende innescare un altro braccio di ferro con Gorizia come quello tra gli anni ’80 e il 2000, proprio sulla sanità. Fu la guerra degli ospedali, risoltasi a favore di Monfalcone con il completamento e l’avvio del San Polo. Protagonista dell’impresa l’ex consigliere regionale Gianpiero Fasola che, da paladino a difesa dell’opera assieme a un gruppo di medici monfalconesi, ingaggiò una lotta furibonda con l’allora assessore regionale democristiano alla Sanità Mario Brancati, goriziano, che bloccava il progetto. Arrivando a subentrargli nell’incarico. Un finale da fantapolitica ma terribilmente reale. Monfalcone ebbe il suo ospedale, vent’anni dopo.

IL DIALOGO. GORIZIA: NON È PIÙ IL TEMPO DELLE CONTRAPPOSIZIONI  
Romoli propone «un patto indissolubile»  
«Solo se saremo uniti potremo ottenere i risultati che tutti ci attendiamo»
 
 
«È necessario che Gorizia e Monfalcone stringano un patto indissolubile in difesa della sanità provinciale. È finito il tempo delle guerre di campanile. Solo se saremmo uniti in questa battaglia otteremo i risultati che ci attendiamo».
Il sindaco di Gorizia Ettore Romoli non ha dubbi sulle strategie da adottare per difendere lo sgretolamento delle potenzialità dei due poli dell’ospedale provinciale. Ma avverte: «Mi sembrano in ogni caso eccessivi certi allarmismi. Mi rifiuto di credere che la Regione sia effettivamente intenzionata a smantellare la risonanza magnetica di Monfalcone acquistata dai cittadini e quella di Gorizia che ha ancora molti anni davanti di utilizzo».
Romoli parla di sanità provinciale anziché di sanità isontina come fanno altri politici di Gorizia. Differenza non solo linguistica, anzi. È di profonda sostanza politica. Non a caso all’unità per fronteggiare la battaglia della sanità il sindaco si appella anche «ai partiti di opposizione» a Gorizia.
Ieri intanto incontro interlocutorio tra l’assessore regionale alla Sanità Vladimir Kosic e la Conferenza dei sindaci, tenutosi ieri mattina a Codroipo. Kosic ha delineato a grandi linee il nuovo piano sanitario regionale senza entrare nei dettagli del documento. Lo farà nella prossima riunione già convocata per il 30 novembre, sempre a Codroipo. Alla riunione era presente l’assessore comunale di Gorizia Silvana Romano, nella sua qualità di presidente del gruppo ristretto dei sindaci dell’Isontino. La Romano nei prossimi giorni convocherà sia il gruppo ristretto che l’Ambito socio-sanitaria per esaminare il piano regionale e raccogliere proposte e suggerimenti da portare alla Conferenza dei sindaci del 30 novembre.
La Romano comunque ha già anticipato che «il problema economico della sanità non si risolve con tagli nei piccoli ospedali, ma con una razionalizzazione dei doppioni esistenti in Friuli Venezia Giulia come la presenza di due cliniche universitarie o due cardiochirurgie». «I tagli negli ospedali di rete – ha aggiunto la Romano – non fanno altro che depauperare il territorio senza risolvere il problema». (re.go.)

Il Piccolo, 19 novembre 2009 
 
I primari uniti: Cardiologia non si tocca  
Preoccupazioni anche sul futuro della Rianimazione così come indicato nel piano della Regione
 
 
Mantenere a Gorizia e Monfalcone l’eccellenza nelle prestazioni sanitarie di base, salvaguardando i reparti come Terapia intensiva e Cardiologia (Ucic) che la Proposta del piano sanitario 2010-2012 intende privare dei posti-letto (una quindicina) sostituendoli con un’Area di emergenza come già avviene negli ospedali di Tolmezzo e San Daniele. Si punta altresì al riconoscimento delle professionalità acquisite e consolidate, che costituiscono un ”valore aggiunto” per il presidio ospedaliero. E ancora, la salvaguardia dei livelli di efficienza che hanno sempre contraddistinto le nostre strutture.
La ”battaglia” dei medici riuniti nell’Associazione per la sanità della Venezia Giulia (Asvg), che raccoglie i primari di entrambi gli ospedali, di cui si fa portavoce il dottor Claudio Rieppi, direttore del Laboratorio di analisi dell’Ass Isontina, intende proporre un metodo di lavoro sulla bozza di piano regionale con lo spirito di chi coglie la sfida del confronto costruttivo. Perchè se è necessaria la riorganizzazione del sistema sanitario, così come era prevista dalla legge regionale 13 del ’95 per ragioni di sostenibilità economica, i ”correttivi” da adottare non devono penalizzare la qualità del servizio offerto alla popolazione.
I medici della neonata Asvg, che l’altro ieri si sono riuniti al San Polo, propongono uno specifico e oculato percorso, volto a modificare gli aspetti ritenuti incongruenti. Un percorso avviato in sintonia con i vertici dell’Ass Isontina, che vuole bandire ogni logica di campanile tra le strutture di Monfalcone, Gorizia e soprattutto con l’Azienda ospedaliera di Trieste, con la quale peraltro sono in atto da tempo servizi e collaborazioni integrati. Il tutto, dunque, nell’interesse primario degli utenti, prevedendo anche ”percorsi garantiti” nell’ambito dell’ospedale del capoluogo regionale, in ordine ai servizi di più elevata complessità non offerti in loco.
Un primo documento è scaturito l’altro ieri dai medici dell’Asvg: «L’approvazione del nuovo piano sociosanitario regionale – viene spiegato – lancia una nuova sfida per gli ospedali di Trieste, Gorizia e Monfalcone. Rappresenta un primo tentativo, dopo l’approvazione della legge regionale 13/’95, di razionalizzare l’offerta sanitaria. Riteniamo sia una sfida da cogliere e da governare per garantire una buona sanità ai cittadini di quest’area nei prossimi anni». I medici sottolineano: «Bisogna rifuggire dalla tentazione di leggere il futuro con le categorie del passato e in particolare rifuggire dagli antagonismi, Gorizia contro Monfalcone o Isontino contro Trieste. Occorre un progetto che sappia guardare all’intera Area». Da qui le 4 idee guida: garantire l’eccellenza nelle funzioni di base delle tre sedi; garantire la presa in carico del paziente e successivamente i percorsi nelle funzioni di più elevata complessità; garantire ai professionisti che lavorano nelle tre sedi la partecipazione alla progettazione e alla realizzazione dei percorsi diagnostici e terapeutici; garantire, infine, l’efficienza delle strutture. Un dibattito, dunque, che i medici definiscono costruttivo, al fine di giungere a scelte ragionevoli «per assicurare ai pazienti dell’area una sanità migliore e di garantire ai professionisti di Monfalcone, Gorizia e Trieste uguale dignità e pari opportunità di crescita professionale dalla sede principale di lavoro».

Il Piccolo, 21 novembre 2009 
 
SARÀ INVIATO IN REGIONE  
Pronto un odg per la difesa dell’ospedale
 
 
Il Consiglio comunale di Monfalcone inviterà l’assessore regionale alla Sanità a valutare lo stato dei servizi sanitari e sociosanitari del Monfalconese che presentano carenze di personale sanitario e strutturali, non riscontrabili in altre realtà regionali e metta in atto tutte le misure necessarie per porvi rimedio. Lo prevede un ordine del giorno dal titolo ”Emergenze all’ospedale di San Polo: misure urgenti per servizi sull’orlo del collasso”, che sarà presentato dalla presidente della commissione Sanità Barbara Zilli in una delle prossime riunioni, da inviare anche al presidente Tondo, ai consiglieri regionali eletti nella provincia di Gorizia e a tutti i consiglieri della terza Commissione regionale.
Barbara Zilli parte dalel proteste venute di recente dalla popolazione per le forti criticità nell’accesso ad alcuni servizi dell’ospedale di San Polo e in particolare per l’esecuzione macchinosa dei prelievi del sangue, per l’accesso al Pronto soccorso dove, oltre alle lunghe attese, si è registrata anche la soppressione dell’auto medicalizzata, e per l’accesso a Medicina, costantemente sovraffollata. Un tanto a fronte della costante carenza di personale nel Punto prelievi, che effettua in media 200 prelievi al giorno con picchi di 300 e di una situazione analoga al Laboratorio dove, alla luce del blocco del turnover deciso dalla Regione, si rischia di dover ridurre drasticamente l’attività. Difficile anche la situazione del Pronto soccorso che vede in media 26mila casi l’anno con una dotazione di personale non parametrata sulla base dei dati epidemiologici e del bacino di utenza realmente servito ma sulla base della popolazione residente.
Il quadro è completato da un reparto di Medicina costantemente sovraffollato nonostante la degenza media sia stata portata, nell’ultimo biennio da 7,7 e 6,9 giorni, da una casa di riposo che conta 135 persone in attesa a fronte di 141 posti, da un’assistenza domiciliare d’ambito che presenta per la prima volta quest’anno una lista di attesa. «Si sta assistendo – conclude l’odg – a un progressivo indebolimento dell’ospedale di Monfalcone e, se non vi si porrà rimedio, si arriverà a uno svuotamento dello stesso». 

Messaggero Veneto, 21 novembre 2009 
 
Il piano sanitario regionale preoccupa politici e cittadini. Anche il Pd interviene per tutelare il San Polo che rischia un ridimensionamento  
Monfalcone, scatta l’allarme ospedale «I servizi sono sull’orlo del collasso»
 
 
MONFALCONE. Il piano sanitario regionale sta provocando forti preoccupazioni a Monfalcone, sia nel mondo politico, sia tra i cittadini che temono di vedere fortemente ridimensionato il loro ospedale. E al proposito la capogruppo del Pd, Barbara Zilli ha presentato un urgente ordine del giorno, dedicato a “Emergenze all’ospedale di San Polo: misure urgenti per servizi sull’orlo del collasso”.
«Sembra che l’ospedale si prepari al declassamento e allo svuotamento» è il lapidario commento di Barbara Zilli che chiede al consiglio comunale di pronunciarsi «affinché l’assessore regionale alla sanità valuti lo stato dei servizi sanitari e socio-sanitari del monfalconese che presentano carenze di personale sanitario e strutturali non riscontrabili in altre realtà regionali e metta in atto tutte le misure necessarie per porvi rimedio».
L’odg, che sarà inviato al presidente della giunta regionale ai consiglieri regionali eletti nella Provincia di Gorizia e a tutti i consiglieri della terza Commissione consiliare regionale, osserva come da parte di cittadini del mandamento monfalconese siano state lamentate forti criticità nell’accesso ad alcuni servizi dell’ospedale di San Polo e in particolare «per l’esecuzione dei prelievi del sangue dove, dal momento della richiesta di prenotazione-registrazione (eliminacode al Cup) al momento del prelievo, passano, di norma, due ore o più; per l’accesso al Pronto soccorso dove, oltre alle lunghe attese tipiche di quasi tutti i servizi regionali, si è registrata la soppressione dell’auto medicalizzata in alcune giornate; per l’accesso al reparto di medicina, che risulta quasi costantemente sovraffollato, con la conseguenza che spesso alcuni pazienti devono essere sistemati come “fuori reparto”, cioè in altri reparti».
Ricorda come il Punto prelievi, che esegue in media 200 prelievi al giorno con picchi anche di 300, presenta una costante carenza di personale «poiché, per una simile mole di attività, dovrebbero essere aperte almeno sei postazioni, ma di norma ne sono aperte tre per carenza di personale. La situazione del centro prelievi è speculare a quella del laboratorio: alla luce del blocco del turnover deciso dalla Regione il Laboratorio rischia di dover ridurre drasticamente l’attività e quindi limitare gli accessi ai prelievi poiché sono in fase di pensionamento due dirigenti e il numero dei tecnici è molto scarso tanto che basta una malattia per mettere in crisi l’attività».
In merito al Pronto soccorso spiega che in media vengono osservati 26.000 casi l’anno e serve un bacino di utenza che è superiore ai residenti del distretto «poiché a una forma consistente di trasfertismo tipica delle realtà industriali vi si somma la presenza del porto e dell’autostrada, nonché l’attrazione esercitata nei confronti dell’altipiano carsico triestino. Inoltre vi è una maggiore complessità di interventi dovuta sia alla presenza della terapia intensiva sia dall’accesso di infortuni quantificabili in più di 2.500 l’anno». La dotazione del personale del pronto soccorso, così come confermato recentemente dal primario, non è parametrizzata sulla base dei dati epidemiologici e del bacino di utenza realmente servito ma sulla base della popolazione residente, così medici e infermieri sono costretti a turni estenuanti per coprire i quali ultimamente è stato soppresso anche il servizio dell’auto medicalizzata.
Inevitabile l’accenno al reparto di medicina costantemente sovraffollato, fenomeno è legato a un costante incremento del numero dei ricoveri, ma acuito da difficoltà alla dimissione legate alla presenza di una quota significativa di “casi sociali” che non trovano spazio in strutture territoriali.

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Il Piccolo, 01 luglio 2009 
 
ISPEZIONE IN FINCANTIERI DELLA MEDICINA DEL LAVORO DELL’AZIENDA SANITARIA  
Operai a rischio, evacuata la Azura  
Rsu: sulla nave assenti gli impianti per l’estrazione dei fumi. L’azienda: rilievi minimi, il lavoro continua
 
 
di LAURA BLASICH

Le lavorazioni a bordo della Azura P&O, varata venerdì scorso e trasferita alla riva E dello stabilimento Fincantieri di Monfalcone il giorno dopo, ieri sono state bloccate, almeno in parte. Questa volta, però, a causare lo stop non è stato uno sciopero, ma l’intervento della Medicina del lavoro dell’Azienda sanitaria. Il servizio per la prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro ha effettuato infatti un sopralluogo a bordo dell’unità, come avviene abbastanza di routine, trovando però carenze tali, stando a quanto riferisce la Fiom-Cgil, nei locali della sala macchina a poppa e in un’area di prua da disporne l’immediata evacuazione. Quanto poi l’ufficio sicurezza di Fincantieri ha provveduto a mettere in pratica, invitando con gli altoparlanti i lavoratori presenti nel settore della maxi-passeggeri a scendere a terra. L’area è stata interdetta, sempre secondo quanto riferisce la Fiom, fino a quando non sarà messa in sicurezza sotto il profilo ambientale. «Nella sala macchine la Medicina del lavoro ha riscontrato l’assenza assoluta dell’impiantistica provvisoria di estrazione fumi – afferma Moreno Luxich, coordinatore della Fiom nella Rsu di stabilimento -, mentre a prua sono state segnalate uscite di emergenza non idonee. Il servizio dell’Azienda sanitaria ha quindi deciso l’evacuazione immediata della sala macchine». Luxich sottolinea come gli Rls, cioè i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, avessero segnalato da tempo gravi carenze rispetto la ponteggiatura, l’uso dei dispositivi di protezione individuale e l’impiantistica per l’estrazione fumi a bordo dell’Azura, che si trovava quindi ancora in bacino. «La situazione che è stata riscontrata ad esempio su intero cofano, l’area in cui passano i camini, dal ponte 4 al ponte 17, era disastrosa – aggiunge Luxich – dal punto di vista della sicurezza. Se questi quindi sono i frutti dell’accordo sottoscritto da Fincantieri con l’Ispesl sulla sicurezza, ci chiediamo che valenza abbia rispetto la salvaguardia della salute e della vita dei lavoratori del cantiere navale». Quanto accaduto in stabilimento viene confermato da Luca Furlan, coordinatore della Uilm nella Rsu e segretario provinciale dell’organizzazione sindacale. «I delegati fanno quanto possono per sensibilizzare l’azienda sul tema della sicurezza – afferma Furlan – che Fincantieri del resto sostiene di ritenere una priorità. Andremo a indagare cos’è accaduto e speriamo che non finisca tutto in un palleggiamento di responsabilità. Nel caso in cui la causa fosse addebitabile a un’impresa esterna, vorremmo che Fincantieri prendesse una posizione forte, ma a carico della ditta, e non magari di singoli lavoratori, per ottenere il pieno rispetto della normativa in materia di sicurezza».
Fincantieri da parte sua sottolinea come l’ispezione dei tecnici della Uopsal dell’Azienda sanitaria isontina si sia conclusa con una richiesta all’azienda di «ottemperare ad alcune attività a bordo della Azura nei prossimi giorni rispetto a illuminazione, estrazione fumi e camminamenti» e come le aree coinvolte non siano state assolutamente precluse alle lavorazioni in corso vista la lieve entità dei rilievi. «L’unità è appena uscita dal bacino – fa inoltre presente la società – e oggi (ieri, ndr) è stata oggetto di un’ispezione il cui esito imputiamo a una gestione della commessa piuttosto travagliata a causa delle agitazioni sindacali dei mesi passati». Fincantieri ricorda come lo stabilimento di Monfalcone nei mesi scorsi abbia ottenuto il certificato di standard B+ sulla sicurezza, il più alto mai raggiunto da un cantiere navale nel mondo. «Suscita perplessità ed è singolare che l’azione ispettiva abbia avuto luogo guarda caso alla vigilia di una riunione del Protocollo di trasparenza – aggiunge la società – e soprattutto che la stampa abbia appreso dell’accesso degli ispettori prima ancora che arrivassero in stabilimento. Questo lascia spazio alla riflessione sulla spettacolarizzazione che si vuol dare a dinamiche che di per sé rientrano nella normale prassi industriale di un cantiere navale».

Il Piccolo, 02 luglio 2009 
  
DOPO I DEFICIT RISCONTRATI DAGLI ISPETTORI DELLA MEDICINA DEL LAVORO  
Fincantieri, ripristinate le condizioni di sicurezza operai di nuovo al lavoro a bordo di Azura P&O
 
 
Dopo il sopralluogo degli ispettori della Medicina del lavoro dell’Ass, che aveva riscontrato alcuni deficit nell’impiantistica di bordo, la Azura già ieri è tornata del tutto agibile ai lavoratori. Secondo Fincantieri, le dichiarazioni sull’episodio da parte della Fiom-Cgil di stabilimento «risultano assolutamente prive di fondamento», soprattutto se si considera, aggiunge la società, che il coordinatore dell’organizzazione nella Rsu «martedì non era presente in cantiere». Fincantieri sottolinea inoltre che l’impiantistica provvisoria di estrazione fumi, secondo la Fiom del tutto assente, «era presente, funzionante e in fase di potenziamento, dal momento che la nave è stata trasferita dal bacino di costruzione alla banchina d’allestimento appena sabato». «La decisione di allontanare i lavoratori dalla sala macchina è stata inoltre decisa, aggiunge la società, non dai tecnici della Medicina del lavoro, ma dalla direzione di stabilimento e, come tiene a precisare Fincantieri, «limitatamente alla sola area di apparato motore e non all’intera nave, al fine di avviare immediatamente l’adeguamento degli impianti». Al coordinatore della Fiom nella Rsu, Moreno Luxich (che si riferiva a una situazione pregressa), l’azienda contesta inoltre le affermazioni sulla situazione di scarsa sicurezza riscontrata all’interno del cofano, cioè i locali che attraversano verticalmente la nave dai motori fino al fumaiolo, «nemmeno oggetto di sopralluogo – sottolinea Fincantieri – da parte dei tecnici». «Stupisce allora che sia stata data così tanta enfasi a un’attività ispettiva che rientra nella normale prassi industriale – conclude Fincantieri -, e che per la sua finalità dovrebbe avvenire senza preavviso, ma soprattutto stupisce, e preoccupa, la circostanza che la notizia dell’operazione, molto prima ancora che essa avesse inizio, fosse nota a a ”terzi” prima ancora che a Fincantieri». Se la società precisa, la Cgil regionale replica sostenendo che «è grave e inaccettabile il tentativo di Fincantieri di dirottare sul conflitto in corso sul contratto integrativo le proprie responsabilità riguardo alla mancanza di misure e dispositivi di sicurezza rilevata dall’Uopsal (Unità operative di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro) dell’Ass Isontina a bordo della nave Azura». «L’azienda, in questo modo, intende distogliere l’attenzione da significative e oggettive mancanze su procedure previste per legge – afferma il segretario generale della Cgil del Friuli Venezia Giulia, Franco Belci -, rilevate da tempo dai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e implicitamente ammesse dalla dirigenza di Fincantieri. Quanto alle modalità  di diffusione della notizia relativa all’ispezione, ignoro come questa sia giunta alla stampa. Non mi scandalizza certo, in ogni caso, che in materia di sicurezza tutto avvenga alla luce del sole. Molto meglio eventuali “eccessi di trasparenza” che episodi di connivenza tra funzionari preposti alla sicurezza e imprenditori, come quelli recentemente emersi a Piacenza. Episodi, è opportuno precisarlo, certamente non riferibili a Fincantieri». Da parte sua la Fiom di stabilimento sottolinea che gli ispettori della Uopsal sono entrate nel cantiere navale di Panzano alle 10 di martedì e non alle 14 e quindi «le misure per tutelare i lavoratori a bordo dell’Azura erano già state assunte nella tarda mattinata». La Failms-Cisal ha preannunciato di voler chiedere un incontro urgente all’azienda per comprendere cosa sia accaduto martedì e la portata dei rilievi effettuati dall’Uopsal.
Laura Blasich

Il Piccolo, 04 luglio 2009 
 
IL CASO AZURA  
Fim e Fiom a Fincantieri: «Intollerabile l’attacco al delegato della Rsu»
 
 
«L’attacco personale rivolto dalla Fincantieri al coordinatore della Fiom è intollerabile. Moreno Luxich, infatti, in virtù del suo ruolo e della sua funzione, rappresenta l’intera organizzazione sindacale. Attaccare lui equivale ad attaccare i lavoratori». Secche le dichiarazioni di Fim e Fiom che, in un comunicato congiunto, replicano alla società dopo le recenti polemiche sul sopralluogo degli ispettori della Medicina del lavoro dell’Ass a bordo della Azura.
Continua così il ping pong di repliche e contro-repliche tra sindacati e Fincantieri. L’altro ieri l’azienda aveva definito «prive di fondamento» le critiche avanzate dai rappresentanti dei lavoratori in merito alla sicurezza dell’impiantistica all’interno della sala macchine dell’imbarcazione. E ora le sigle sindacali rimandano le accuse al mittente, mettendo i nodi della questione sul tavolo. «L’azienda ha dichiarato che Luxich non avrebbe potuto esprimersi sull’ispezione perché non presente nello stabilimento – si legge nel comunicato congiunto -. Peccato che il coordinatore della Fiom è riuscito a ricevere dai delegati le informazioni necessarie anche mentre si trovava a Roma per partecipare a una riunione di coordinamento, grazie – sottolineano ironicamente i sindacalisti – ai mezzi tecnologici dei nostri tempi, cioè i cellulari».
Continua l’affondo: «Sulle questioni di merito Fincantieri non ha più argomenti per giustificare una situazione ”ambiente e sicurezza” che sembra esserle sfuggita di mano. Perciò sposta l’attenzione dal problema bollando come mentitore chi osa denunciare la cruda realtà; questa volta è capitato a Luxich, domani potrebbe toccare a qualcun altro». Fim e Fiom, infine, polemicamente domandano: «Perché il giorno successivo all’ispezione tutte le maestranze sono state invitate a non salire a bordo di Azura per l’intera mattinata?».
A mantenere accesa la querelle è la stessa Fincantieri, che risponde: «L’azienda non ha mai inteso avanzare accuse personali nei confronti di Moreno Luxich, ma si è limitata a puntualizzare la propria posizione, respingendo delle critiche che erano pervenute dal coordinatore Fiom. Il fatto che Luxich fosse a Roma non rappresenta di certo un problema; però allora sarebbe stato meglio se avesse ricevuto telefonicamente le informazioni corrette. All’interno dello stabilimento esistono delle figure responsabili della sicurezza (le Rls, ndr.), chiamate a segnalare all’azienda le eventuali anomalie riscontrare. È questa la normale dialettica interna e auspichiamo che a questo si possa ritornare. Sulla decisione di non far entrare in sala macchine i lavoratori dopo l’ispezione, il motivo è charo: per velocizzare i lavori di potenziamento degli impianti si sono dovuti lasciare liberi quegli spazi». (e. c.)

Messaggero Veneto, 10 marzo 2009 
 
A rischio la sede dell’Inail  
L’allarme dei sindacati: in città e a Gorizia semplici sportelli 
POLEMICHE A MONFALCONE 
L’appello dei rappresentanti dei lavoratori ai sindaci e alle forze politiche «Dimenticati i molti infortuni, le morti da amianto, le presenze industriali»
 
 
MONFALCONE. Monfalcone e Gorizia rischiano di perdere le proprie sedi Inail, Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. O meglio, rischiano di vederle declassate e ridotte a meri sportelli senza poteri direttivi o decisionali. Una prospettiva improponibile per una città come Monfalcone e per una provincia come quella isontina dove si fanno i conti con un tasso di infortuni altissimo.
E con la tragedia delle morti e degli esposti all’amianto, con una forte densità di presenze industriali, non ultima quella di Fincantieri e delle ditte dell’indotto. Dinanzi al silenzio delle istituzioni, che già un anno fa erano state avvisate su quanto sarebbe potuto succedere, l’allarme è lanciato ancora dai segretari provinciali di Cgil, Paolo Liva, Cisl, Umberto Brusciano, e Uil, Giacinto Menis. Non ci sono ancora date per il declassamento, ma la cosa sarebbe certa, vista la delibera 500 del 24 dicembre 2007 con cui il Cda di Inail ha approvato il progetto del nuovo ordinamento dell’istituto, dando concretezza ai tagli previsti dalla Finanziaria 2007.
La delibera prevede che dal 1º gennaio 2009 s’inizino la razionalizzazione delle sedi e il declassamento da serie A a B delle sedi di Gorizia, Asti, Battipaglia, Benevento, Gallarate, Imperia, Ivrea, Lodi, Ragusa e Sondrio. Parametro di riferimento i 26 mila “pezzi a portafoglio”, cioè le pratiche per infortunio e malattia aperte negli uffici Inail: Gorizia ne ha 13.500, è sotto la soglia e quindi va declassata e accorpata a Trieste.
«Peccato che non siano conteggiate la pratiche sull’amianto», dicono amari i sindacati, che chiedono a sindaci e forze politiche di intervenire. Annunciano poi di aver chiesto un incontro con l’Inail regionale e di voler inviare una lettera al presidente del Comitato di vigilanza Inail, Lotito. Anche perché ritengono assurdo giustificare i tagli con le politiche di risparmio, visto che Inail ha avuto un avanzo di cassa di 13.236 milioni, «avanzo assurdo per un ente che opera nel sociale e dovrebbe tendere al pareggio di bilancio».
«La perdita delle funzioni di un ente che dovrebbe fare anche opera di prevenzione – dice Liva – è una scelta che non possiamo condividere. È importante per un ente come questo stare vicino ai lavoratori, tanto che avevamo chiesto l’apertura di uno sportello nello stabilimento Fincantieri. Perdere la sede di Monfalcone significa perdere la capacità di monitoraggio degli infortuni, ma anche la possibilità di fare politiche adeguate di formazione, perdere professionalità e forse anche posti di lavoro». Sottolinea che Inail deve avere capacità ispettive e perderne la presenza vanificherebbe anche Protocollo di legalità e relative sinergie tra Inail, Insp e forze dell’ordine.
Menis non ha dimenticato di spiegare che la provincia ha già perso «pezzi importanti quali Banca d’Italia e telefonia» e ora si prospetta la perdita di Inail «in un territorio che ha il triste primato di infortuni sul lavoro e malattie connesse col modo di lavorare. Perderebbe così anche senso il Comitato provinciale di controllo, che non costa niente perché non ha gettoni presenza e che non avrebbe più con chi confrontarsi. Noi reagiremo con grande forza».
Che tutto si basi solo su ragioni di risparmio e non di necessità è evidenziato da Brusciano, che indica come il taglio avvenga per un ufficio che «attiene alla tutela dei lavoratori e della salute».
Cristina Visintini

Il Piccolo, 10 marzo 2009 
 
L’Inail passa sotto Trieste, sindacati mobilitati  
«Si rischia una riduzione della prevenzione e dei controlli sulle imprese». Il nodo amianto
 
 
di LAURA BLASICH

L’Inail della provincia di Gorizia sta per essere declassato. Si tratta di una perdita pesante per un territorio che continua a essere «maglia nera» per numero di infortuni sul lavoro in rapporto alla popolazione attiva e in cui di malattie professionali, soprattutto legate all’esposizione all’amianto, si continua a morire. Il quarto polo industriale del Friuli Venezia Giulia, perché tale è l’area di Monfalcone, non potrà quindi più contare su un punto di riferimento adeguato alle sue esigenze non solo in materia di assicurazione e riabilitazione dopo un infortunio sul lavoro, ma anche di prevenzione e controllo del rispetto delle regole da parte delle imprese. L’Inail ha un ruolo ispettivo che a Monfalcone è stato inoltre accentuato dal coinvolgimento dell’istituto nel Protocollo di trasparenza degli appalti dello stabilimento Fincantieri assieme all’Inps, all’Ass e alle forze dell’ordine. Le segreterie provinciali di Cgil, Cisl e Uil hanno preannunciato non a caso ieri di volersi muovere a tutti i livelli per tentare di revocare quanto deciso dalla legge Finanziaria del 2007 e poi sancito da una delibera dell’allora commissario straordinario dell’istituto assicurativo. Le segreterie provinciali dei sindacati hanno già richiesto un incontro con il direttore dell’Inail regionale Maria Ines Colombo e hanno preannunciato il coinvolgimento delle istituzioni, a iniziare dai sindaci «primi responsabili della salute dei loro cittadini». I segretari provinciali di Cgil Paolo Liva, Cisl Umberto Brusciano e Uil Giacinto Menis hanno comunque sottolineato di essere finora rimasti soli in questa battaglia, visto che gli appelli a prestare attenzione al futuro dell’Inail provinciale lanciati lo scorso anno sono caduti nel vuoto. Al momento non esiste ancora una data per il passaggio effettivo dell’Inail di Gorizia e Monfalcone sotto Trieste, anche se in altri territori italiani l’operazione è già scattata, visto che il termine era fissato per il primo gennaio di quest’anno. «Il declassamento coinvolge altri sedi, tra le quali quelle di Asti, Lodi, Imperia – ha spiegato ieri Liva -, oltre alla provincia di Gorizia, sempre ai primi posti per incidenza degli infortuni e per malattie professionali. Con queste caratteristiche essere declassati vuol dire essere penalizzati». Secondo l’Inail, la riorganizzazione decisa due anni fa non trova fra l’altro motivo in una riduzione dei costi, visto che l’istituto ha un avanzo di cassa di 13.236 milioni di euro. «Ci chiediamo che fine farà senza una dirigenza autonoma – ha proseguito ieri Liva – la capacità, già scarsa dell’Inail, di fare prevenzione e monitoraggio degli infortuni e di formare il proprio personale, una quarantina di persone tra le due sedi dell’Isontino». Come hanno sottolineato Brusciano e Menis, il sindacato non ne fa una battaglia di campanile, in una provincia che ha già perso «pezzi» come la sede della Banca d’Italia, ma di tutela dei lavoratori e per questo chiede una decisa presa di posizione al territorio e ai suoi rappresentanti politici, sia di centrodestra sia di centrosinistra. Di fatto l’istituto avrebbe fissato in 26mila il numero di pratiche necessario per mantenere l’autonomia, mentre Gorizia arriva poco sopra della metà, attorno alle 13.500. «La questione di fondo è che però si dovrebbe ragionare per tipologia e gravità di infortunio e malattia professionale», ha rilevato Paolo Orzan, presidente del Comitato provinciale di controllo, organismo, a costo zero, che rischia di scomparire, assieme alla possibilità di monitoraggio dell’attività dell’istituto da parte di assicurati e datori di lavoro.

Il Piccolo, 14 marzo 2009 
 
L’ISTITUTO PRECISA  
L’Inail non ridurrà i servizi in provincia  
Unica novità, un funzionario anziché un dirigente
 
 
La sede di Gorizia dell’Inail è destinata ad avere in futuro un funzionario responsabile anzichè un dirigente, come avviene ora. Sarà questo l’unico cambiamento concreto previsto in seguito alla riorganizzazione degli uffici decentrati dell’istituto, annunciati di recente. Il cambiamento non influirà invece minimamente sui livelli del servizio reso all’utenza e soprattutto sulla quantità e qualità dei controlli per il rispetto delle norme antinfortunistiche nelle realtà industriali del territorio. La rassicurazione viene da Maria Ines Colombo, direttore regionale dell’Inail Friuli Venezia Giulia, dopo le recenti prese di posizione e le preoccupazioni espresse da Cgil, Cisl e Uil provinciali e dal consigliere regionale del Pd Franco Brussa che temevano uno scadimento del servizio prestato e parlavano di un declassamento della sede Inail di Gorizia.
Maria Ines Colombo non solo spiega quindi che il cambiamento sarà solo formale ed esclude che mai sia stata presa in considerazione l’ipotesi di chiusura delle sedi di Gorizia e di Monfalcone, peraltro mai paventata nè dai sindacati nè dalle forze politiche intervenute sul problema. «L’unico e solo cambiamento in vista – afferma la direttrice regionale dell’Inail – è l’affidamento della sede di Gorizia a un funzionario responsabile anziché a un dirigente. In nessun caso questo cambiamento influirà sugli standard del servizio reso all’utenza, rilevato come fra i migliori d’Italia nella rilevazione della Customer Satisfaction 2008, o sul presidio territoriale dell’istituto sul fenomeno infortunistico e in materia di prevenzione e sicurezza». Proprio questo era stato il timore dei sindacati a fronte della forte presenza industriale a Monfalcone e al problema degli esposti all’amianto.
«Tale cambiamento – afferma Maria Ines Colombo – si inserisce nella profonda riorganizzazione che sta coinvolgendo in diversa misura le strutture centrali e territoriali dell’Inail, comprese quelle del Friuli Venezia Giulia, nel quadro delle misure finalizzate al contenimento dei costi della pubblica amministrazione volute dal governo.
«Non va dimenticato – aggiunge la responsabile regionale dell’istituto – che negli ultimi anni l’organico nazionale e regionale si è fortemente ridimensionato. Con il nuovo assetto organizzativo l’Inail vuole continuare a garantire all’utenza il livello di qualità che ha sempre contraddistinto l’istituto e ciò tramite un rafforzamento delle attività istituzionali (“core”) basato su una razionalizzazione delle attività di supporto».

Il Piccolo, 23 marzo 2009 
 
QUESTA MATTINA A GORIZIA  
Inail declassato, un vertice  
I sindacati chiedono garanzie alla direzione provinciale
 
 
Le segreterie provinciali di Cgil, Cisl e Uil incontreranno oggi il direttore dell’Inail regionale Maria Ines Colombo per discutere del «declassamento» della sede provinciale dell’istituto. A fronte delle rassicurazioni già fornite dal direttore regionale, i sindacati continuano a giudicare l’operazione in modo negativo, viste le caratteristiche dell’area per quel che riguarda l’incidenza di infortuni sul lavoro e malattie professionali. Con ciò che ne consegue, anche in termini di carico di lavoro per l’istituto, se si pensa all’esposizione all’amianto. «Per noi si tratta di un declassamento – afferma il segretario Cgil, Paolo Liva – e quindi manteniamo un giudizio critico sulla riorganizzazione dell’Inail in provincia». Liva ritiene che questa operazione apra un precedente pericoloso rispetto allo spostamento di altri centri decisionali fuori dalla provincia.

Il Piccolo, 24 marzo 2009 
 
Inail declassato, sindacati contrari  
Chiesto un incontro ai sindaci di Gorizia e di Monfalcone
 
 
Il trasferimento della direzione dell’Inail di Gorizia a Trieste è ormai cosa fatta ed è quindi questione di pochi giorni. Lo ha confermato ieri il direttore regionale dell’istituto assicurativo Maria Ines Colombo ai segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil, Paolo Liva, Umberto Brusciano e Giacinto Menis, i quali avevano sollevato il problema in queste ultime settimane. Nel corso dell’incontro, la direzione regionale dell’Inail ha ribadito come l’accorpamento sia stato deciso dal consiglio di amministrazione dell’istituto in base al numero di pratiche in carico a ciascuna sede e come comunque non comporterà alcuna riduzione di organico o di sportelli aperti a Monfalcone o nel capoluogo provinciale. «L’Isontino rimane però una realtà con le sue specificità – ha ribadito ieri dopo il confronto il segretario della Cgil Liva -, che vanno dall’alta incidenza degli infortuni sul lavoro a quella di malattie professionali, vedi soprattutto quelle legate all’esposizione all’amianto. Le pratiche connesse all’esposizione, e non sono poche, non rientrano però tra quelle conteggiate per stabilire il volume di attività e quindi il mantenimento dell’autonomia o meno della direzione di Gorizia».
Il sindacato rimane contrario all’operazione decisa dall’Inail a livello nazionale e quindi chiederà un incontro con i sindaci di Monfalcone Gianfranco Pizzolitto e di Gorizia Ettore Romoli e con il presidente della Provincia di Gorizia Enrico Gherghetta per avviare un’azione congiunta contro quella che «rimane una perdita importante rispetto anche alla volontà di creare proprio a Monfalcone un centro di riferimento per le malattie asbestocorrelate». Il sindacato vorrebbe inoltre, che l’Inail sia promotore di un’azione più incisiva in materia di prevenzione e formazione sugli infortuni sul lavoro. (l.bl.)

Medicina del lavoro, personale all’osso  
Solo 8 tecnici disponibili, polizia e carabinieri costretti a integrare l’organico
 
 
Medicina del Lavoro è sotto organico. Tanto da non poter garantire la reperibilità che dovrebbe invece essere assicurata sull’intero territorio del Monfalconese nelle ore di chiusura dell’ufficio, e che quindi deve essere coperta da Polizia e carabinieri. E se da una parte l’Ass si dice disposta a prevedere un aumento della reperibilità per i tecnici presenti, dall’altra i sindacati sostengono che, con il personale esistente, non è possibile aumentare ancora i turni, già al limite. E la situazione, in un panorama che già è sotto pressione per via dei tanti gravi episodi degli ultimi mesi, rischia di farsi drammatica.
SITUAZIONE. Attualmente la Medicina del Lavoro può contare su 8 tecnici. Di questi, però, solo 5 possono contare sulla qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria, e quindi predisposti a eseguire le verifiche sui luoghi nei quali gli infortuni si verificano. Secondo i sindacati, la dotazione organica necessaria al servizio è di almeno 4 unità in più. «Con questa dotazione, la reperibilità prevista dalla normativa, di almeno due tecnici nel caso in cui l’infortunio si verifichi in orario non di ufficio, non può essere rispettata – spiega Antonella Della Montà (Cisl) -. Adesso sono le forze dell’ordine a ”tappare i buchi”, ma è una situazione che va assolutamente modificata».
PROVVEDIMENTI. Da parte dell’Ass, la disponibilità in realtà c’è. Ma solo ad aumentare la reperibilità, non a fare nuove assunzioni. «E questo è assurdo – spiega ancora la rappresentante della Cisl – visto che 5 soli tecnici non potrebbero mai garantire la totale copertura, e si troverebbero a dover attuare ben più delle sei reperibilità al mese previste dalla normativa». Per le sigle sindacali quindi la soluzione è una sola: nuove assunzioni, serve almeno un quarto dell’organico in più: da 8 quindi si deve passare a 12 addetti, e non solo. Tutti dovrebbero essere messi nelle condizioni di assumere la qualifica così da poter garantire il massimo della reperibilità. I sindacati lo chiederanno in una riunione il 30 marzo con l’Ass. La prima con la nuova direzione, che si spera potrà dare una risposta almeno a queste prime esigenze.
GLI INFORTUNI. La situazione di Monfalcone, in merito agli infortuni sul lavoro, non è certo rosea. In Fincantieri, a fronte di un calo complessivo di infortuni, l’anno scorso si sono verificati ben due eventi mortali, costati la vita al saldocarpentiere di una ditta privata, Yuko Jerko, e al tecnico di Fincantieri Mauro Michele Sorgo. L’ultimo infortunio di una certa gravità nello stabilimento navale si è verificato lo scorso dicembre, con la caduta di un operaio di una ditta esterna a Fincantieri nella zona delle ex capannette. Il 31 ottobre era toccato invece a un dipendente dello stabilimento della De Franceschi, caduto da un’altezza di tre metri durante le operazioni di pulizia. Infine, di recente, anche il grave incidente alla Cartiera di Duino, costato la vita a un operaio di 49 anni, stritolato dalla sega circolare per il taglio dei tronchi.
Elena Orsi

Il Piccolo, 17 aprile 2009 
 
Inps e Inail tagliano le sedi provinciali  
ISONTINO PENALIZZATO 
Declassate Gorizia e Monfalcone. Solo sportelli di front-office 
SERVIZI
  
 
Da centro direzionale a sportello di front-office. Sarà questo il futuro della sede Inail di Gorizia. Nel linguaggio della burocrazia viene definito «declassamento». Nella sostanza, si tratterà di un deciso ridimensionamento delle funzioni più importanti, nonostante le 13500 le pratiche aperte dall’ente nell’Isontino su infortuni o malattie professionali: ovvero, una ogni dieci abitanti. E un destino analogo si ipotizza possa riguardare l’Inps: la direzione provinciale è guidata da un responsabile vicario al quale, denuncia la Cgil, «non è nemmeno stato rinnovato l’incarico». Contro questa deriva insorgono tutte le sigle sindacali e gli enti locali, uniti dal Patto per lo sviluppo. Ieri mattina, in Provincia, hanno affilato le lame per quella che avrà i connotati di una vera battaglia istituzionale.
«E’ ora di dire basta a questa spogliazione continua di servizi e uffici pubblici che sta interessando il nostro territorio – ha detto senza troppi giri di parole il presidente della Provincia, Enrico Gherghetta -. Non è possibile che nell’area dove opera il più grande cantiere navale d’Europa e dove il tasso di infortuni sul lavoro è fra i più alti d’Italia l’Inail decida di procedere a un ridimensionamento della propria presenza». Da Roma, però, rispondono facendo parlare i numeri: le oltre 13mila pratiche aperte nell’Isontino sono esattamente la metà delle 26mila necessarie per vedere iscritta in categoria «A» una direzione periferica. E con Gorizia, passeranno in categoria «B» anche Asti, Battipaglia, Benevento, Gallarate, Imperia, Ivrea, Lodi, Ragusa e Sondrio. «Non si può ragionare solo in termini quantitivi – ha detto su questo punto l’assessore provinciale al Lavoro, Alfredo Pascolin -. Deve essere analizzato il contesto e le sue specificità. Un contesto, nel nostro caso, dove un abitante su dieci ha una pratica aperta con l’Inail». Analogo il punto di vista del sindaco di Gorizia, Romoli. «Abbiamo già perso la Banca d’Italia: non possiamo accettare che tutte le razionalizzazioni vengano fatte sempre sulla nostra pelle – ha evidenziato -. Ecco perché il Comune è in prima fila assieme alla Provincia e ai sindacati per evitare che questo disegno vada in porto». E a fianco del Comune di Gorizia si è già prontamente schierato il Comune di Monfalcone, con l’assessore Silvia Altran, che ha ricordato quanto «fondamentale sia la presenza dell’Inail». I più preoccupati per il declassamento sono però i sindacati. «A fronte delle 220 sedi che l’Inail ha su tutto il territorio nazionale, si è scelto di tagliare le spese spolpando dieci strutture – ha sottolineato Giacinto Menis, segretario provinciale della Uil – Si tratta di una foglia di fico, di un’ottimizzazione per modo di dire». Giovedì 7 maggio, su invito degli stessi rappresentanti dei lavoratori, verrà a Gorizia Franco Lotito, da poco tempo alla guida dell’Inail. In quell’occasione – questa è la sensazione – ci si giocherà il tutto per tutto per evitare il declassamento. Nel frattempo il Patto per lo sviluppo, coordinato dalla Provincia, si è già attivato per sensibilizzare i parlamentari del Friuli Venezia Giulia e i consiglieri regionali. E da Gherghetta e Romoli non viene esclusa l’ipotesi di andare a discutere della faccenda direttamente a Roma. Come anticipato, però, l’impoverimento dei servizi pubblici non pare si fermi all’Inail. «Sappiamo che l’Inps sta valutando l’ipotesi di trasferire la sua direzione isontina a Trieste. Qui rimarrebbe solo uno sportello di front office – ha rivelato Paolo Liva, numero uno della Cgil provinciale -. Siamo davvero preoccupati». Umberto Brusciano, della Cisl, invece ha messo il dito in un’altra piaga. «La prossima struttura pubblica a chiudere i battenti sembra sarà il carcere – ha fatto notare -. E dopo? Sarà la volta del Tribunale?”
Nicola Comelli 
 
LE REAZIONI AL PAVENTATO PROVVEDIMENTO  
«Deve intervenire il ministro Sacconi»  
Compagnon (Udc) presenterà un’interrogazione. Penalizzati soprattutto gli esposti all’amianto
 
 
Il declassamento delle sedi Inail di Gorizia e Monfalcone, punto di riferimento quest’ultima per centinaia di lavoratori che hanno subito l’esposizione all’amianto, finisce ora all’attenzione del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.
Il parlamentare dell’Unione di centro, Angelo Compagnon, segretario regionale dell’Udc, ha presentato un’interrogazione in cui chiede al ministro Sacconi di chiarire se intende intervenire per «scongiurare ogni ipotesi di declassamento e chiusura delle sedi Inail di Gorizia e Monfalcone». I criteri adottati dal consiglio di amministrazione dell’Inail, sottolinea Compagnon, non tengono conto della «complessità di una realtà particolarmente delicata, quale quella esistente nella città di Monfalcone e nei suoi cantieri navali, realtà che rappresenta uno dei maggiori poli industriali, energetici e logistici del Friuli Venezia Giulia e dell’intero sistema Paese».
«Vorrei ricordare al ministro Sacconi anche che il territorio del Monfalcone ha registrato un altissimo numero di malattie professionali e decessi legati all’uso dell’amianto – afferma il deputato dell’Udc – ed ha recentemente pagato conseguenze esiziali in tema di infortuni sul lavoro». Angelo Compagnon, ricorda anche che l’Inail è uno dei soggetti sottoscrittori del Protocollo di trasparenza sugli appalti in Fincantieri, siglato all’inizio di novembre del 2007 e attivato nel dicembre del 2008. «A conferma del ruolo fondamentale svolto dall’istituto in sede locale – aggiunge il deputato dell’Udc – per quanto riguarda il controllo del rispetto delle regole sulla sicurezza da parte delle imprese. Le sedi territoriali dell’Inail, oltre a essere un punto di riferimento per l’assicurazione e la riabilitazione dagli infortuni, rappresenta un sistema di strutture essenziali per ciò che attiene la prevenzione e il rispetto delle normative in materia».
Al ministro del Lavoro il deputato chiede perciò se intenda intervenire, e con tempestività, per scongiurare ogni ipotesi di declassamento delle sedi isontine dell’Inail, che, in base alla riorganizzazione decisa dall’istituto, dipendono da Trieste e saranno quindi «governate» da un funzionario e non più da un dirigente.
Laura Blasich

Il Piccolo, 08 dicembre 2008 
 
INFORTUNI SUL LAVORO  
Una vera cultura della sicurezza
  
 
È passato esattamente un anno dall’incendio di Torino alla Thyssen Krupp, dove 7 lavoratori sono morti bruciati vivi, uno di essi dopo un’agonia atroce durata oltre 20 giorni. Sono cose che non si possono dimenticare e che toccano la coscienza di tutti i cittadini. In una realtà come la nostra, in cui accanto a fabbriche di medie e piccole dimensioni, c’è un colosso come Fincantieri, in cui gli infortuni e gli incidenti sono purtroppo all’ordine del giorno, è necessario diffondere la vera cultura della sicurezza, che non si fonda sulle telecamere, ma sulla formazione dei lavoratori alla prevenzione. Per questo è importante che, proprio nel nostro territorio, sia attiva la Medicina del Lavoro, che gli organici siano adeguati, che i dirigenti siano esperti, come era Tina Zanin, che dopo oltre 30 anni, da quel servizio è stata rimossa, senza spiegazioni logiche. Il segretario provinciale della Cgil auspica che vi sia una presa di posizione su questi temi e che,anche a livello politico, ci si impegni perché arrivino maggiori risorse alla Uopsal e controlli più accurati e costanti negli stabilimenti. Il gruppo consigliare del Forum di Gorizia non può che aderire a questo invito: siamo convinti che vadano tutelati tutti i lavoratori, quelli delle industrie, quelli del pubblico impiego, quelli della scuola, i precari. Contro di loro è in piedi un attacco senza precedenti, per distogliere l’attenzione da una verità chiara e lampante: la crisi economica non l’hanno creata i dipendenti che, anzi, negli anni, hanno aumentato la produttività in tutti i settori, ma finanzieri ed industriali imbroglioni ed incapaci, che adesso chiedono ulteriori sacrifici a chi li sta facendo da sempre.
Anna Di Gianantonio
consigliere comunale Forum di Gorizia

Messaggero Veneto, 07 dicembre 2008 
 
Liva (Cgil): snobbata Medicina del lavoro 
 
MONFALCONE. Partendo dall’ordine del giorno presentato a Gorizia da Rifondazione comunista e che riguarda i problemi della prevenzione e della sicurezza sul lavoro nell’Isontino – in particolare il ruolo dell’Azienda sanitaria e della Fincantieri –, il segretario provinciale della Cgil, Paolo Liva, torna a intervenire su un argomento che da tempo il sindacato denuncia, ovvero il depauperamento della Medicina del lavoro locale, l’isolamento e la difficoltà dei rappresentanti per la sicurezza nei luoghi di lavoro più a rischio, come la Fincantieri. «Siamo rimasti inascoltati», afferma Liva, auspicando che i partiti all’opposizione sia nei Comuni di Gorizia e di Monfalcone sia anche al governo nell’amministrazione regionale diano il loro contributo.
Nella discussione di questi giorni sulle “Linee per la gestione del Servizio sanitario regionale 2009” è fondamentale, infatti, che la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro continui a essere considerata tra i livelli essenziali di assistenza e quindi non sia interessata dai vincoli previsti delle Finanziarie.
«Tutti i ritardi che hanno riguardato l’applicazione delle delibere regionali 2002 e 2006 che garantivano risorse economiche e rafforzamento degli organici nelle Medicine del lavoro non hanno alcuna giustificazione, pertanto debbono attuarsi entro il 2008», aggiunge il segretario isontino della Cgil, evidenziando come sia necessario che una percentuale precisa di risorse del Fondo sanitario regionale venga specificamente dedicata alla tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, potenziando il numero degli organici necessari alle Uopsal basandoli sulla reale densità industriale delle aree e sul numero degli infortuni che si verificano, prevedendo l’aumento dei controlli nelle aziende.
«La Regione deve assumersi l’impegno di verificare la destinazione effettiva delle risorse assegnate e intervenire nelle Aziende sanitarie inadempienti anche non erogando i premi legati agli obiettivi, destinati ai direttori generali. Proseguendo l’impegno anche in sede regionale su queste linee guida che riteniamo fondamentali – conclude Liva –, potremmo ottenere qualche strumento in più per combattere la piaga degli infortuni sul lavoro e delle morti bianche».

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Monfalcone, la denuncia
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Il Manifesto, 15 maggio 2008

L'altra Monfalcone scende in piazza
Carta n.21, 6 giugno 2008

Fincantieri, muore operaio,
sciopero generale

L'Unità OnLine, 16 ottobre 2008

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La costruzione
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Di Maurizio Pagliassotti

Lavoro Killer.
Di Fabrizio Gatti

Il caso Fincantieri:
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Di Roberto Greco

La peste di Monfalcone.
Di Angelo Ferracuti

Monfalcone:
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Di Giulio Tarlao


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