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Il Piccolo, 15 luglio 2010
 
Indagini poco ortodosse, tre carabinieri a giudizio 
Nel mirino varie operazioni anti-droga. A processo anche il maresciallo Monagheddu
 

di LAURA BORSANI

Sette rinvii a giudizio e tre condanne: è questo il pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari Paola Santangelo del Tribunale di Gorizia in relazione all’inchiesta legata a metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga, e ritenuti ”poco ortodossi”, dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L’inchiesta nell’aprile dello scorso anno aveva quasi ”decapitato” il vertice della Compagnia di Monfalcone. Il rinvio a giudizio riguarda il comandante del Norm, maresciallo Domenico Monagheddu, attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. Andranno a dibattimento anche quattro ”collaboratori” dei carabinieri, orbitanti nel mondo della droga, Mara Zambon, 37 anni nata a Monfalcone e residente a Turriaco, Ivano Tiburzi, 32, residente a Grado, e Roberto Paronitti, 29, di Monfalcone. A processo, inoltre, l’avvocato Alessandro Ceresi, in relazione ad un presunto episodio di favoreggiamento.
È stato invece condannato, con rito abbreviato, il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata. Il Gup ha altresì concesso a entrambi le attenuanti generiche escludendo, nei confronti di Esposito, l’aggravante della ”recidiva infraquinquennale”: il 22enne, infatti, è in carcere a Gorizia in relazione alla rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Ha infine patteggiato, martedì, Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone: la pena è di due anni.
Sette imputati, dunque, all’avvio del processo che il giudice ha fissato per il 17 febbraio 2011. Rinvii a giudizio, ma anche capi di imputazione archiviati. Sei nei confronti del maresciallo Monagheddu, per i quali il Gup ha dichiarato il «non luogo a procedere». Dei 44 capi di accusa originari, si è scesi ai 28 attuali a carico del comandante del Norm, considerando il proscioglimento da una decina di ”accuse” già richieste dal Pubblico ministero. Restano le ipotesi di accusa per minacce e istigazione a commettere reato, calunnia, falso ideologico, e le accuse in ordine all’acquisto, vendita e cessione di stupefacenti, in relazione agli scambi di droga simulati da parte del maresciallo e dei suoi uomini del Norm, avvalendosi dell’intervento dei ”collaboratori”. Sostanzialmente, si tratta delle accuse espresse proprio da Bruno Esposito, oltre a quelle di Mara Zambon e di Claudio Boscarol. I carabinieri Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi sono stati invece prosciolti dal reato di minacce per non aver commesso il fatto.
Commenti chiaramente opposti, dai legali difensori dei due principali ”protagonisti” di questo procedimento, il capo del Norm e il suo principale accusatore.
«Dei 44 capi di imputazione originari, siamo scesi ai 28 attuali – ha dichiarato l’avvocato Gianni Morrone, che difende Monagheddu -. Sono di fatto rimaste in piedi accuse che è doveroso affrontare in sede dibattimentale, proprio al fine di dimostrarne l’infondatezza, ma anche di comprovare la stessa credibilità del mio assistito. Sono, comunque reati apparentemente numerosi poichè consequenzialmente collegati, ma sono relativi in realtà ad un unico episodio».
L’avvocato Ottavio Romano, che tutela Esposito e la moglie Rossitto, ha invece osservato: «Il giudice ha ritenuto credibili le dichiarazioni dei miei assistiti, l’impianto accusatorio è pertanto confermato in pieno. Accogliendo le attenuanti generiche e respingendo l’aggravante della ”recidiva” per Esposito, ha inoltre riconosciuto che la collaborazione dimostrata è stata importante e meritevole». Il legale che per i suoi assistiti aveva richiesto il proscioglimento preannuncia ricorso in Appello: «Intendo insistere sul fatto che i miei assistiti hanno agito indotti dallo stato di necessità legato alle minacce ricevute».

Il Piccolo, 17 luglio 2010
 
Il ministero della Difesa entra nel processo ai Cc 
Eventuali risarcimenti, accolta la richiesta di uno degli avvocati

Sarà citato in giudizio, a titolo di responsabile civile per eventuali risarcimenti dei danni, il Ministero della Difesa dal quale dipende il Corpo dell’Arma. È la richiesta presentata dall’avvocato Mirko Zambaldo, del Foro di Verona, durante l’udienza preliminare legata ai metodi di indagine adottati in alcune operazioni anti-droga dai Carabinieri del Nucleo operativo radiomobile di Monfalcone. Richiesta, dunque, accolta dal Gup Paola Santangelo. «Il ministero della Difesa – ha osservato il legale – potrà pertanto costituirsi responsabile civile al processo, attraverso l’Avvocatura dello Stato». La prima udienza è stata fissata per il 17 febbraio 2011.
Intanto, l’avvocato Zambaldo, che tutela gli interessi di Nadia Khribech, 43 anni, residente a Monfalcone, che martedì ha patteggiato la pena, precisa che la propria assistita è stata condannata ad un anno di reclusione e a 1500 euro di multa, con la sospensione della pena. «La mia assistita – ha spiegato il legale difensore – ha patteggiato in ordine alla sola accusa legata al possesso di 97 grammi di hashish. L’accusa più grave, invece, derivata dalle dichiarazioni di Mara Zambon, è stata archiviata».
Sette gli imputati chiamati a giudizio, tra i quali il maresciallo Domenico Monagheddu, comandante del Norm attualmente sospeso dal servizio, e i suoi sottoposti Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi. È stato invece condannato con rito abbreviato il 22enne operaio Bruno Esposito, il principale accusatore del maresciallo del Norm: la pena è di 2 anni e 9 mesi, oltre a 14mila euro di multa. Il giovane è attualmente in carcere a Gorizia, in relazione alla rapina ai danni del tassista Daniele Pilutti. Dieci mesi con la condizionale per la moglie Corrada Rossitto, 20 anni, incensurata.

Monfalcone, 25 marzo 2010 

Operazione blu ritorno al futuro
Si va verso la conferma di ciò che fu denunciato un anno fa

L’udienza preliminare per il processo dell’operazione blu, che si è tenuta lo scorso 16 marzo al Tribunale di Gorizia, ha portato a risultati tanto attesi quanto previsti.Era chiaro, ad un anno di distanza dagli arresti che hanno costretto diversi attivisti dell’Officina sociale di via Natisone a due settimane di reclusione, che sancire e ridicolizzare il “grossolano errore” della questura goriziana con l’archiviazione totale del caso sarebbe stato inaccettabilmente eclatante e avrebbe ulteriormente compromesso l’immagine già troppo lesa degli inquirenti. È in quest’ottica che il proscioglimento, totale o parziale, di molti imputati, ha provato l’ennesimo ridimensionamento delle accuse e di tutto il teorema incriminatorio imbastito dal Pm Marco Panzeri insieme alla Squadra mobile del Commissariato e del nucleo operativo dei carabinieri di Monfalcone.A conti fatti, la definitiva archiviazione dell’art. 79 della legge sugli stupefacenti non è un particolare di poco conto: si trattava infatti dell’imputazione principale, la cornice in cui si iscriveva il quadro probatorio dellesupposte condotte illecite di spaccio e cessione di sostanze stupefacenti.
Invece, diversi attivisti sono stati prosciolti proprio dall’accusa “…di aver adibito dei luoghi di propria pertinenza al consumo e al traffico di sostanze stupefacenti..”; accusa che riguardava in particolare lo spazio autogestito dell’officina sociale e alcune case auto-assegnate. È fallito dunque il tentativo generalizzato di criminalizzare gli spazi sociali e le migliaia di persone che in questi anni hanno frequentato l’Officina rendendola viva e attiva sul territorio. Il giorno degli arresti le cronache locali non lanciavano solo a caratteri cubitali nomi e ipotesi di reato, ma anche, riportando quasi alla lettera l’ordinanza di carcerazione, sancivano lo spazio sociale come nodo nevralgico del narcotraffico di tutta la provincia. Eppure adesso il giudice per l’udienza preliminare ha definitamente sentenziato che tale circostanza, oltre a non emergere in nessun riscontro materiale, non corrisponde al vero.
É stata inoltre disposta l’apertura del processo vero e proprio, che si terrà il prossimo 16 luglio: quel giorno i 13 imputati rimasti, tutti militanti dell’officina sociale e soggetti attivi nella realtà politico-culturale del territorio, dovranno rispondere di singole imputazioni derivanti dalle sommarie informazioni testimoniali raccolte per due anni tra decine e decine di giovanissimi o persone che in maniera saltuaria hanno frequentato lo spazio sociale di via Natisone o il bar Tommaso di Monfalcone. In quella sede si potrà capire come, dove e perché certe informazioni sono state raccolte dagli inquirenti, soprattutto da quei carabinieri che, poche settimane dopo la scarcerazione dei sei compagni arrestati, sono stati a loro volta inquisiti, allontanati dalla loro sede di lavoro e in alcuni casi arrestati a loro volta. Questo aspetto potrebbe essere effettivamente il più interessante di tutta la vicenda, nonché il lato positivo della non archiviazione del processo. Possiamo essere certi che tante sorprese verranno allo scoperto anche in questa ulteriore fase del processo “operazione blu”. Il passaggio da imputati a parti lese non è particolarmente interessante: quello che ci interessa è continuare a ribaltare il punto della discussione per sottolineare come le operazioni repressive che si continuano a susseguire nel nostro territorio rappresentano la foglia di fico del sistema politico, economico e giudiziario in questo angolo di nordest. Come abbiamo detto davanti alle porte del tribunale il 16 marzo, ribadiamo che non c’è differenza tra il potere politico, quello economico/finanziario e quello giudiziario: tre pilastri su cui si basa il tessuto affaristico- mafioso che sta tentando di trarre massimo profitto dalla crisi economica in corso e contemporaneamente garantirsi la pace sociale e l’emarginazione di quei soggetti che da sempre rivendicano indipendenza e praticano la disobbedienza contro le logiche di sfruttamento e di precarizazzione della società.
Ridicolizziamo sul loro terreno e nei loro tribunali la retorica della legalità e della sicurezza pretendendo libertà, giustizia e dignità per tutti, soprattutto per chi come noi rivendica da sempre la propria colpevolezza.
Noi siamo colpevoli, colpevoli di non essere né spacciatori né confidenti, colpevoli di essere indipendenti, insofferenti al controllo e contro i proibizionismi..
Siamo colpevoli di praticare quello in cui crediamo. Siamo colpevoli di rivendicare la legalizzazione dei derivati dalla cannabis perché sappiamo che la canapa italiana può rappresentare una materia prima fondamentale all’interno di una svolta “green economy” sostenibile e dal basso. Rivendichiamo la possibilità dell’utilizzo della cannabis e dei suoi derivati nella ricerca farmaceutica e scientifica come praticato da molti altri paesi, europei e non.
E rivendichiamo anche la possibilità, per chi lo vuole, di coltivarsi e consumare in libertà un prodotto naturale e innocuo che viene utilizzato dall’umanità dall’alba dei tempi. Denunciamo il fatto che le politiche proibizioniste nella complessità di tutto il fenomeno non solo hanno prodotto e producono tutt’ora risultati contrari a quelli enunciati e perseguiti, ma sono funzionali ad una “economia sommersa” che fornisce liquidità al sistema economico globale, cosa non di poco conto soprattutto quando i bilanci ufficiali dei governi parlano di crisi economiche.
Rivendichiamo la fine del proibizionismo soprattutto per sconfiggere il narcotraffico, sviluppare e articolare servizi e progetti di accoglienza, riduzione del danno, inchiesta e intervento contro tutte le dipendenze perché il proibizionismo è l’arma migliore delle mafie come dei regimi autoritari e oscurantisti.
Lottiamo quotidianamente per altre politiche sociali, culturali ed economiche che sappiano aggredire alla radice le precarietà esistenziali e lavorative come il degrado culturale che sta alla base dell’espandersi delle diverse dipendenze e della marginalità sociale connesse.
Rivendichiamo soprattutto la fine di un sistema ipocrita di “mele marce” dove trafficanti, mafiosi e “inquirenti” costruiscono le loro fortune sulla pelle delle moltitudini di lavoratori precari, studenti e semplici consumatori a cui viene lasciato un mondo fatto di carcere, lacrime, sangue………e merda, tanta merda.
Fino a qui di merda ne abbiamo vista fin troppa.
Rimane una convinzione: questo processo non va avanti perchè gli inquirenti conoscevano gli imputati come spacciatori, ma perchè li conoscevano come aderenti ad uno spazio che intraprende battaglie con finalità sociali e politiche.

Operazione blu still in action.

BASTA CON LA RETORICA SU SICUREZZA E LAGALITA’
PRETENDIAMO GIUSTIZIA, LIBERTA’ E DIGNITA’
PRESIDIO AL TRIBUNALE DI GORIZIA
Martedì 16 MARZO ORE 12

Martedì 16 marzo andrà in scena l’udienza preliminare per la denominata “Operazione Blu”.
Sono 19 gli imputati coinvolti personalmente da un’operazione mediatico-inquisitoria che, in più di due anni di indagini, ha visto utilizzare strumentazioni tecniche di indagine ultratecnologiche e ultracostose in pieno stile americano da telefilm “CSI”. Un’operazione che ha indirettamente coinvolto altre decine e decine di giovani che
per parecchi mesi hanno dovuto subire convocazioni volanti da parte degli inquirenti, telefonate minatorie sui propri cellulari e tutta una serie di violazioni palesi e violente di qualsiasi codice di procedura, oltre che di qualsiasi regola etica e professionale.

Sarebbe semplice anche in questo caso usare l’arma dell’ironia per nascondere il consueto sdegno e la rabbia per il malfunzionamento (o il “funzionamento deviato”, come dice qualcuno) degli organi dello Stato. Ma in questo processo non si può scherzare.
In primo luogo perché, in ogni caso, le pene previste per il tipo di reato contestato vanno dai 6 ai 20 anni di reclusione. In secondo luogo perché quanto accaduto ai 19 imputati continua ad accadere ad altre decine e decine di normali cittadini, indagati sulla parola di confidenti palesemente non attendibili, minacciati, intercettati,
perquisiti e poi gettati in pasto alla gogna pubblica, come accaduto ai giovani fatti sfilare al pronto soccorso alcune settimane fa.
All’interno di questo quadro – indipendentemente dal ritenerla una vergogna o giustificarlo sulla base di convinzioni dogmatiche ed ideologiche – rimane una domanda che dovrebbero porsi tutti i cittadini di questa provincia. Una domanda pesante come un macigno: non è dato capire, infatti, come mai in un territorio, dove risiede il
potere giudiziario più disagiato e disastrato di tutto il Nord Italia, si trovino tempo, soldi e personale sempre a disposizione nel fare mega retate per le quali lo sforzo e la spesa sono rilevanti (così come le esposizioni mediatiche e retoriche), ma i cui risultati sono nulli, se non addirittura controproducenti, in termini della pretesa lotta al narcotraffico.

Ed è questa la vera indignazione che ci porta a volere manifestare pubblicamente in concomitanza di questa udienza preliminare.
Infatti se è vero che da un lato si attacca in maniera deliberata, cosciente e smodata le vite private degli studenti, delle famiglie e di normali cittadini, dall’altro è anche pubblicamente sancita la non volontà del potere giudiziario di affrontare le vere e tragiche emergenze che questo territorio soffre.
Amianto e inquinamento, il sistema degli appalti del mondo del lavoro, la speculazione edilizia e gli affitti in nero, le emergenze ambientali, la corruzione e le truffe ai danni dei migranti. Cancri che esistono nel nostro territorio e che tutti conoscono, ma per i quali le indagini non arrivano mai – o non vengono mai portate – a conclusioni significative e risolutive.
Siamo stati sempre convinti, e dopo la “retata del nulla” di alcune settimane fa lo siamo ancora di più, che in realtà tali tendenze rientrino in una strategia complessiva di criminalizzazione di aree sempre maggiori di popolazione, basata sulla volontà di invadere le vite dei giovani e delle loro famiglie, con l´obiettivo dichiarato di tenere in stato di ansia perenne e paura un territorio intero: infatti alla retorica della legalità e sicurezza, oggi si aggiunge anche la prevenzione (?) del crimine e dell’educazione ai giovani fatta dai carabinieri.
Martedì 16 marzo manifesteremo non solo per continuare a resistere a questo delirio securitario, ma anche per lanciare un messaggio chiaro ad un territorio che ormai sembra arreso all’evidenza della deriva, sia della politica che del “corpo giudiziario”.
E’ giusto e sacrosanto pretendere giustizia come anche è giusto riprendersi libertà e dignità.

Esattamente come ci hanno insegnato le vedove dell’amianto, i cassaintegrati che salgono sui silos per non venir truffati dalle multinazionali, e i precari che continuano ad occupare le case sfitte dell’ Ater, non ci arrendiamo allo stato di cose e all’arroganza delle caste, ma rivendichiamo con forza quello che siamo, quello che pensiamo e quello che abbiamo fatto in anni di lotte sociali a fianco degli ultimi e dei dimenticati di questo territorio.
Non pretendiamo giustizia da un sistema di “mele marce”, come ciclicamente emerge, ma la vera giustizia la vogliamo costruire ancora assieme agli sfruttati e alle vere vittime della “legalità e della  sicurezza” che questi poteri deviati ci vorrebbero imporre.

Appuntamento martedì 16 marzo ore 12 -Tribunale “disagiato” di Gorizia.

OPERAZIONE BLU IN ACTION

 

Il Piccolo, 16 marzo 2010
 
Retata anti-droga, oggi prima udienza e presidio di protesta

A un anno di distanza, si terrà stamattina, al Tribunale di Gorizia, l’udienza preliminare legata all’«Operazione Blu», che nel febbraio 2009 portò all’arresto di sei giovani, in seguito a un blitz eseguito dalla Mobile di Gorizia e dal Commissariato di Monfalcone assieme ai carabinieri, in particolare al Centro a bassa soglia di via Natisone. Oltre alle 6 persone accusate di consumo e cessione di stupefacenti, hashish e marijuana, erano stati coinvolti altri giovani. Si parla di 19 indagati complessivi.
In occasione dell’udienza preliminare, oggi alle 12 è in programma un presidio davanti al Tribunale. Una ”testimonianza di protesta”, ha spiegato il presidente provinciale dei Verdi, Mauro Bussani, tra i promotori dell’inziativa: «Sono 19 le persone coinvolte da un’operazione che, in più di due anni di indagini, ha visto utilizzare ingenti risorse. L’operazione ha indirettamente coinvolto altre decine e decine di giovani attraverso procedure da ritenersi quantomeno dubbie. Ma in questo processo – continua – non si può scherzare: le pene previste per il tipo di reato contestato vanno dai 6 ai 20 anni di reclusione. In secondo luogo, quanto accaduto continua ad accadere ad altri normali cittadini. Un esempio recente, l’operazione nei confronti dei giovani fatti sfilare al Pronto soccorso».
La protesta si riassume in una domanda: «Come mai in un territorio dove risiede il potere giudiziario più disagiato del Nord Italia, si trovino tempo, soldi e personale nel fare maxi-retate, ma i cui risultati sono nulli, se non controproducenti, in termini della pretesa lotta al narcotraffico? Se da un lato si attaccano le vite private degli studenti, delle famiglie e dei cittadini, dall’altro è anche pubblicamente sancita la non volontà del potere giudiziario di affrontare le vere emergenze del territorio».

Il Piccolo, 17 marzo 2010
 
UDIENZA PRELIMINARE PER IL BLITZ DEL FEBBRAIO 2009 
Droga al Centro blu, 3 condannati e 13 a giudizio 
Tre prosciolti da tutte le accuse. Un patteggiamento e due riti abbreviati davanti al Gup

di FABIO MALACREA

Una pena patteggiata, due condanne con pena sospesa, cinque proscioglimenti e tredici rinvii a giudizio. È questo il responso dell’udienza preliminare, svoltasi ieri davanti al Gup Massimo Vicinanza (pm Luigi Leghissa), legata all’Operazione Blu, condotta nel febbraio dello scorso anno da agenti della Mobile, del Commissariato e dai carabinieri, che portò all’arresto di sei giovani e alla denuncia di altri tredici, tutti gravitanti attorno all’Officina sociale di via Natisone, per reati connessi con la cessione, la detenzione e lo spaccio di hashish e marijuana. Un’operazione giunta al termine di due anni di indagini, controlli e pedinamenti che ha suscitato clamore, molto discussa e contestata all’epoca dai Verdi e dalle varie frange dei no-global, coinvolgendo anche don Andrea Gallo, il prete della comunità di San Benedetto al Porto di Genova. Contestata anche ieri da una trentina di giovani, per gran parte dell’Officina sociale, che hanno manifestato davanti al Tribunale di Gorizia. L’udienza ha coinvolto uno stuolo di avvocati, non tutti presenti ieri: Ferrucci, Ginaldi, Iacono, Pacorig, Battello e Galletta.
A scegliere la strada del patteggiamento è stato Denis Nanut, 26 anni: per lui un anno di reclusione e 4000 euro di multa, con sospensione della pena. Condannati con rito abbreviato, invece, Andrea Raffo, 34 anni, e Enrico Iaiza, 26: il primo a 8 mesi e 4000 euro di multa, il secondo a 5 mesi e 20 giorni e 4000 euro di multa. Per entrambi la pena è stata sospesa. Cinque gli imputati prosciolti già in sede di udienza preliminare, tre da tutte le imputazioni: Luciano Capaldo per cessione di stupefacenti e per aver adibito il Centro sociale di via Natisone a luogo di convegno di persone che consumavano sostanze stupefacenti, Cristian Catalano, 24 anni, e il senegalese Adma Drame Diop, 27, per cessione di stupefacenti. Prosciolti anche Cristian Massimo, 33 anni, e Francesco Francioso, 32, dall’accusa di aver adibito le loro abitazioni a luogo di consumo di droga.
Questi ultimi, però, sono stati rinviati a giudizio per altre imputazioni legate alla cessione di stupefacenti. E tutti rinviati a giudizio anche gli altri coinvolti nell’Operazione Blu e a suo tempo arrestati o denunciati a piede libero con imputazioni legate alla cessione alla detenzione e allo spaccio di stupefacenti: gli arrestati all’epoca del blitz – i fratelli Mario e Claudio Puglisi, 36 e 41 anni, Juan Perani, 41 anni, Stefano Micheluz, 37, oltre a Francesco Francioso e Cristian Massimo -, il rumeno Baniamin Pavel Bandean, 25 anni, Paolo Mucelli, 45, Mauro Bussani, 41, Alessandro Giorgi, 34, Giulio Stabile, 23, Davide Rocco, 33, e Sarah Nanut, 25. L’udienza collegiale è stata fissata il 16 luglio prossimo, con inizio alle 9.

La protesta dei giovani dell’Officina sociale davanti agli agenti in tenuta anti-sommossa

Ad attendere i partecipanti alla ”testimonianza di protesta” davanti al Tribunale di Gorizia c’erano una decina di agenti e carabinieri in tenuta anti-sommossa. La ”testimonianza” però c’è stata ugualmente, sul marciapiede opposto. I giovani, una trentina, si sono schierati dietro uno striscione di protesta, indossando magliette azzurre sulle quali era riportato il titolo del ”Piccolo” sull’operazione che, mesi fa, ha coinvolto l’Arma dei carabinieri. È stato Cristian Massimo, uno dei sei giovani tratti in arresto, a impugnare un megafono e a annunciare le ragioni della protesta. Un’operazione tanto clamorosa quanto inutile, ha detto, visto il ”parto” finale. Tra i partecipanti anche il reponsabile dei Verdi Mauro Bussani, tra gli indagati, che ha rilevato come l’operazione («un’inutile forzatura») abbia fatto emergere «il nulla a fronte di un territorio in cui i problemi da affrontare con il massimo impegno in sede giudiziaria e inquirente sono ben altri, come le stragi di amianto, le infiltrazioni della malavita e il vilipendio ambientale del territorio. L’ex consigliere regionale dei Verdi Alessandro Metz, pure presente alla manifestazione, ha espresso preoccupazione per il ripetersi di inchieste giudiziarie e di operazioni «volte a criminalizzare persone coinvolte in eventi marginali, come dimostrato dalla recente retata anti-droga che ha portati 27 ragazzi a sottoporsi a test all’ospedale», ma anche come «i metodi usati nella circostanza dalle forze dell’ordine e l’inutile spiegamento di uomini e mezzi siano stati a loro volta al centro di un’inchiesta che ha coinvolto l’Arma dei carabinieri».
«Si impegnano risorse e personale quando poi – ha aggiunto Metz – il risultato sul piano pratico è praticamente uguale a zero, viste le quantità irrisorie di sostanze stupefacenti sequestrate. Si privilegiano le inchieste-spettacolo – ha concluso Metz – invece di andare a toccare altri aspetti contraddittori e ben più gravi del nostro territorio». (f.m.)

Il Piccolo, 17 luglio 2010
 
A CAUSA DELL’IMPEDIMENTO DI UN LEGALE 
Droga al Centro Blu, il processo non riparte 
Subito un rinvio alla prossima settimana: a giudizio 13 imputati dopo le tre condanne

È stata rinviata alla prossima settimana, a causa dell’impedimento di un avvocato della difesa, l’udienza collegiale in relazione al processo legato all’«Operazione Blu» condotta nel febbraio dello scorso anno dagli agenti della Mobile, del Commissariato e dei Carabinieri, che portò all’arresto di 6 giovani e alla denuncia di altri 13, gravitanti attorno all’Officina sociale di via Natisone. I reati contestati sono connessi alla cessione, detenzione e spaccio di hashish e marijuana. L’operazione, al termine di 2 anni di indagini, aveva suscitato clamore, discussa e contestata all’epoca dai Verdi e dai rappresentanti e sostenitori dell’Officina sociale, coinvolgendo anche don Andrea Gallo, prete della comunità di San Benedetto al Porto di Genova.
A giudizio dunque ci sono 13 imputati, a vario titolo: i fratelli Mario e Claudio Puglisi, Juan Perani, Stefano Micheluz, il rumeno Beniamin Pavel Bandean, Paolo Mucelli, Mauro Bussani, Alessandro Giorgi, Giulio Stabile, Davide Rocco e Sarah Nanut. Cristian Massimo e Francesco Francioso dovranno rispondere solo delle imputazioni legate alla cessione di stupefacenti. Durante l’udienza preliminare, nel marzo scorso erano scaturite tre condanne. Aveva patteggiato Dennis Nanut, a fronte di 1 anno di reclusione e 4mila euro di multa, pena sospesa. Condannati con rito abbreviato Andrea Raffo (8 mesi e 4mila euro di multa) ed Enrico Iaiza (5 mesi e 20 giorni e 4mila euro di multa), per entrambi pena sospesa. Prosciolti invece Luciano Capaldo, Cristian Catalano e il senegalese Adma Drame Diop, nonchè Cristian Massimo e Francioso dall’accusa di aver adibito le loro abitazioni a luogo di consumo di droga. (la.bo.)

Monfalcone, 20 febbraio 2010

Comunicato stampa in merito alla recente retata ai danni dei giovani dell’isontino da parte dei carabinieri

La recente retata dei carabinieri nei confronti di ragazzini minorenni o comunque molto giovani inducono ad alcune considerazioni in merito ad una deriva tutta tesa ad intaccare i diritti personali e che deve essere contrastata.
Va  sottolineato il fatto che, come da osservazione della Camera Penale di Gorizia, eventuali analisi  atte ad individuare la presenza di metaboliti cannabinoidi sono prima di tutto un atto volontario che non può essere arbitrariamente imposto come è successo in questa vicenda.
Essendo un atto volontario e non configurandosi alcuna urgenza – dato che la presenza delle tracce nelle urine è evidenziata fino a qualche settimana di distanza dall’assunzione – si ritiene che l’accompagnamento da parte dei Carabinieri dei ragazzi al Pronto Soccorso leda il necessario rispetto di tale struttura sanitaria, che deve essere utilizzata esclusivamente per prestazioni urgenti.
Se si vuole da una parte assicurare – come la Legge impone – il carattere volontario dell’accertamento e dall’altra non utilizzare impropriamente il Pronto Soccorso, l’iter da seguire deve essere quello dei consueti esami del sangue e delle urine: chi intende sottoporvisi deve recarsi  dal proprio medico di fiducia, per farsi fare la prescrizione, poi vada a pagare il ticket, infine si rechi al laboratorio.
Una tale procedura consentirebbe di far assumere la decisione al cittadino in piena autonomia, senza pressioni e/o condizionamenti.
Va, inoltre, ricordato che il modulo di consenso per sottoporsi ad accertamenti, proprio per il carattere sanitario che riveste, deve essere raccolto da un medico, il quale non può certamente delegare tale compito a personale non sanitario, quale è, almeno si spera, il carabiniere.
Se nel caso specifico il consenso è stato raccolto dai Carabinieri, va sottolineato che era compito del personale del Pronto Soccorso informare adeguatamente i giovani della corretta procedura.
Ovviamente non si vuole colpevolizzare i medici del pronto soccorso che è facile immaginare siano stati colti di sorpresa e impreparati a gestire la situazione creatasi.
Quello che invece si richiede con forza è che quanto prima la direzione sanitaria ospedaliera o dell’Azienda sanitaria “Isontina” intervenga per assicurare che tutti i servizi sanitari si attengano allo scrupoloso rispetto dei diritti di cittadinanza, assicurando la volontarietà di qualsiasi accertamento venga disposto.
Sulle presunte caratteristiche preventive ed educative di tale operazione c’è molto da discutere. E’ evidente che l’aspetto educativo è prerogativa di ben altri soggetti sociali che hanno le competenze per operare come la famiglia, la scuola, gli operatori sociali e sanitari, l’associazionismo di base. L’unico modello educativo condivisibile è quello teso a far emergere in positivo dai ragazzi le specifiche risorse insite in ciascuno per metterle a disposizione della collettività e sinceramente era auspicabile che dopo la scandalosa operazione denominata “Blu” di un anno fa le strade intraprese fossero diverse, quantomeno orientate com’è giusto nella direzione del grosso traffico e spaccio che è evidentemente da colpire.
Spiace constatare che ancora nell’anno 2010 resta valido il detto “forti con i deboli e deboli con i forti”.

Mauro Bussani, Presidente dei Verdi della provincia di Gorizia.

Il Piccolo, 23 gennaio 2010
 
L’ACCUSA: AVER ADOTTATO METODI POCO ORTODOSSI IN ALCUNE OPERAZIONI ANTIDROGA 
Carabinieri indagati, inchiesta chiusa dopo 9 mesi 
Coinvolti il maresciallo del Norm Monagheddu e 4 militari, tra cui il vicecomandante della Compagnia

di LAURA BORSANI

Chiuse le indagini per l’inchiesta che, nell’aprile scorso, aveva di fatto quasi decapitato la Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, con gli arresti domiciliari nei confronti del maresciallo Domenico Monagheddu, 40 anni, che allora guidava il Nucleo operativo radiomobile. Nell’indagine erano stati coinvolti altri quattro militari e anche alcune persone orbitanti attorno al mondo degli stupefacenti. Il procedimento è legato ai ”metodi” adottati nella gestione di alcune operazioni antidroga, relativi a episodi diversi. Assieme al maresciallo del Norm, attualmente in regime di libertà, l’inchiesta aveva coinvolto, tra gli altri 4 militari, anche il vicecomandante della Compagnia cittadina, il tenente Antonio Di Paolo. Tutti indagati a piede libero, a vario titolo, e già trasferiti ad altre sedi.
Le ipotesi di accusa sarebbero riconducibili a calunnia e minacce per commettere un reato, ma anche con aggravanti l’abuso e il falso in atti d’ufficio. Il procedimento ha quindi chiamato in causa almeno tredici persone. Voci e ipotesi circolate negli ambienti giudiziari accrediterebbero l’alleggerimento di una serie di posizioni.
Il pubblico ministero della Procura della Repubblica di Gorizia, Marco Panzeri, titolare dell’inchiesta, ha notificato alcuni giorni fa la comunicazione della chiusura delle indagini, che hanno riguardato anche l’esecuzione di due incidenti probatori. A questo punto, dal punto di vista procedurale, si aprono i termini per permettere di presentare eventuali richieste o memorie da parte dei difensori e di poter conoscere tutti gli atti relativi al procedimento. I legali hanno tempo una decina di giorni per presentare le proprie istanze. Tra il perfezionamento degli atti e i tempi di legge garantiti alle parti, potrebbero passare uno o due mesi di tempo prima degli ulteriori sviluppi.
Un’indagine complessa e articolata, per la quale ora sono attesi gli ulteriori elementi e dettagli.
L’inchiesta aveva preso avvio nei primi giorni dell’aprile scorso, in seguito alla denuncia al Comando provinciale da parte di un 21enne operaio tossicodipendente, Bruno Esposito, utilizzato come collaboratore dei carabinieri di Monfalcone, che aveva fatto riferimento proprio ai ”metodi” usati da questi ultimi. Al centro dell’inchiesta era così finito il personale della Compagnia cittadina, in ordine a presunte irregolarità inquadrabili nella pratica investigativa.
Bruno Esposito è attualmente detenuto in carcere a Gorizia, assieme ad Antonio Pica, 26 anni, di origine napoletana, in relazione alla rapina di un tassista monfalconese, Daniele Pilutti, avvenuta nel novembre scorso, quando l’uomo era in servizio alla stazione ferroviaria cittadina.
I due giovani erano stati individuati e arrestati dalla Polizia del locale Commissariato all’inizio di gennaio, a pochi giorni dalla condanna in relazione ad un furto tentato in un alloggio popolare in via 24 Maggio.

Il Piccolo, 24 gennaio 2010

DOPO LA CHIUSURA DELL’INCHIESTA CHE PORTÒ ALL’IMPUTAZIONE DI 14 PERSONE TRA CUI 5 MILITARI
Carabinieri, si sgonfia l’accusa per Di Paolo
Il difensore del vicecomandante della Compagnia: probabile la richiesta d’archiviazione

Sarebbero quattro, su 14 posizioni finite nell’inchiesta legata ai metodi d’indagine dei carabinieri del Norm della Compagnia di Monfalcone, ritenuti dalla pubblica accusa ”poco ortodossi”, le persone per le quali si prospetta la probabile richiesta di archiviazione da parte del pm, Marco Panzeri. Tra questi, rientrerebbe il vicecomandante, il tenente Antonio Di Paolo. L’ipotesi d’accusa, ha riferito il suo difensore, l’avvocato Giorgio Caruso del Foro di Udine, era quella di aver partecipato in parte alla redazione di una denuncia, effettuata da un ”informatore” dei carabinieri. Una contestazione che si sarebbe dunque sgonfiata durante uno degli incidenti probatori disposti durante l’inchiesta. Sempre nella possibile richiesta di archiviazione rientrerebbero anche l’appuntato dei carabinieri Lorenzo Carota e il responsabile della vigilanza della Fincantieri, Gino Carnevale. È il quadro che si tratteggia, all’indomani dell’avviso di chiusura delle indagini da parte del pm Marco Panzeri. La notifica riguarderebbe una decina di indagati, tra i quali il maresciallo Domenico Monagheddu, 40 anni, che all’epoca dei fatti, aprile dello scorso anno, guidava il Nucleo operativo radiomobile della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone. Per il maresciallo, difeso dall’avvocato Gianni Morrone del Foro di Padova, risulterebbe alleggerita la posizione, essendo stata richiesta l’archiviazione per una decina di capi d’imputazione. In piedi resterebbero le ipotesi accusatorie legate alle dichiarazioni di Bruno Esposito, attualmente in carcere a Gorizia per la rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Nella possibile archiviazione rientrerebbero anche due carabinieri del Norm e altri ”informatori”. È dalle notifiche di avviso per la chiusura delle indagini che si deduce la possibilità delle richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero. Dal punto di vista procedurale, si sono aperti i termini per la presentazione di eventuali richieste o memorie difensive da parte dei legali e la possibilità di accedere a tutti gli atti. L’inchiesta era scaturita nei primi giorni di aprile scorso in seguito alla denuncia al Comando provinciale da parte dell’operaio 21enne Bruno Esposito, utilizzato come collaboratore dai carabinieri di Monfalcone, che aveva chiamato in causa i ”metodi” usati da questi ultimi. Al centro dell’inchiesta era dunque finito il personale in servizio alla Compagnia di via Sant’Anna. Ne seguì il provvedimento degli arresti domiciliari per il maresciallo Monagheddu, ora in regime di libertà. Nell’indagine furono coinvolti, con il vicecomandante Antonio Di Paolo, anche altri quattro militari, tutti indagati a piede libero.

Il Piccolo, 24 giugno 2010

L’ACCUSA: OPERAZIONI ANTI-DROGA CONDOTTE CON METODI ”POCO ORTODOSSI” 
PROCEDIMENTO 
L’inchiesta sui carabinieri approda in Tribunale 
Il 13 luglio l’udienza preliminare. Al vaglio una decina di posizioni tra militari e informatori
Nell’aprile del 2009 venne quasi decapitato il comando della Compagnia

di LAURA BORSANI

Udienza preliminare, davanti al Gup, al Tribunale di Gorizia, martedì 13 luglio, in relazione all’inchiesta legata ai metodi di indagine dei carabinieri del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Monfalcone, ritenuti ”poco ortodossi” dalla pubblica accusa. Al vaglio del giudice per le udienze preliminari ci sarebbero una decina di posizioni, anche ”informatori” e persone estranee all’Arma, per le quali sarà deciso l’eventuale rinvio a giudizio. Tra questi c’è il maresciallo Domenico Monagheddu, 40 anni, che, all’epoca dei fatti, aprile dello scorso anno, guidava il Norm della Compagnia dei carabinieri cittadina. La posizione del maresciallo risulta alleggerita, essendo stata richiesta l’archiviazione per una decina di capi di imputazione. In piedi restano invece le ipotesi di accusa legate alle dichiarazioni di Bruno Esposito, peraltro finito in carcere a Gorizia per la rapina ai danni del tassista monfalconese Daniele Pilutti. Sempre Esposito era stato anche condannato in relazione ad un tentato furto in un’abitazione di via 24 Maggio.
Sono invece usciti dall’inchiesta altri indagati nella vicenda. Tra questi il vicecomandante della Compagnia dell’Arma monfalconese, il tenente Antonio Di Paolo, per il quale è stata richiesta l’archiviazione. L’ipotesi di accusa nei suoi confronti era quella di aver partecipato in parte alla redazione di una denuncia, effettuata da un ”informatore” dei carabinieri. Archiviazione anche per l’appuntato Lorenzo Carota e per il responsabile della vigilanza di Fincantieri, Gino Carnevale.
L’inchiesta era scaturita nei primi giorni di aprile scorso, in seguito alla denuncia al Comando provinciale da parte dell’operaio 21enne Bruno Esposito, utilizzato come collaboratore dai carabinieri di Monfalcone, che aveva chiamato in causa i ”metodi” usati da questi ultimi. Al centro dell’indagine era dunque finito il personale in servizio alla Compagnia di via Sant’Anna. Ne seguì il provvedimento degli arresti domiciliari per il maresciallo Monagheddu, poi rimesso in libertà. Nell’inchiesta furono coinvolti, con il vicecomandante Antonio Di Paolo, anche altri quattro militari, tutti indagati allora a piede libero.
Il Comando provinciale dei carabinieri che indagava sulla Compagnia cittadina. Una situazione complessa e delicata, che aveva duramente colpito proprio la squadra del Nucleo operativo radiomobile, fino a interessare lo stesso numero 2 della Compagnia.

Il Piccolo, 14 luglio 2010
 
CARABINIERI SOTTO ACCUSA PER I METODI D’INDAGINE 
Monagheddu, oggi il Gip decide sulla richiesta di rinvio a giudizio

Il Gip del Tribunale di Gorizia deciderà oggi se rinviare o meno a giudizio il maresciallo dei carabinieri Domenico Monagheddu e i suoi due colleghi Nicola Di Tria e Giuliano Giacobbi, coinvolti nella clamorosa inchiesta che, nell’aprile dello scorso anno, li aveva coinvolti assieme ad alcuni informatori e a persone estranee all’Arma. Al centro dell’indagine i presunti metodi ”poco ortodossi” dei carabinieri del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Monfalcone, in relazione a episodi legati al traffico di droga. Al vaglio del giudice per le udienze preliminari ci sono una decina di posizioni. Nell’udienza preliminare di ieri, svoltasi in una cappa d’afa che ha messo a dura prova magistrati, avvocati e imputati, il Pm Panzeri ha comunque chiesto il rinvio a giudizio per Monagheddu con le accuse di calunnia, falso, falsa testimonianza e concorso in cessione di stupefacenti, nonchè per Di Tria e Giacobbi per i metodi che, secondo l’accusa, sarebbero stati usati nel corso di operazioni sempre legate al traffico di stupefacenti. Particolarmente accesa la schermaglia tra accusa e difesa per la posizione relativa a Monagheddu, per il quale i legali hanno già chiesto il proscioglimento. Sempre nell’udienza di questa mattina il Gip sarà chiamato a decidere sulla richiesta di rito abbreviato avanzata dall’operaio 21enne Bruno Esposito, utilizzato all’epoca come collaboratore dai carabinieri di Monfalcone, e dalla sua compagna Corrada Rossitto, e su due richieste di patteggiamento. Già decisa invece l’archiviazione per quanto riguarda la posizione di un militare dell’Arma e di un legale, pure entrati nell’inchiesta, e del responsabile della sicurezza dello stabilimento della Fincantieri di Monfalcone, Gino Carnevale. Dall’inchiesta sono già usciti anche altri indagati. Tra questi il vicecomandante della Compagnia dell’Arma monfalconese, il tenente Antonio Di Paolo: l’ipotesi di accusa nei suoi confronti era quella di aver partecipato in parte alla redazione di una denuncia, effettuata da un ”informatore” dei carabinieri.

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