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Il Piccolo, 13 giugno 2010
 
Sconcezze in piazza, scoppia il caso Rocca Rock 
L’assessore Benes:«Inammissibile il turpiloquio in un concerto con soldi pubblici»
 

di TIZIANA CARPINELLI

Concerto ad alta gradazione rock ma infarcito di parolacce e volgarità in piazza: esplode il ”caso Marongiu” a Monfalcone, scandalo bisiaco in salsa musicale. Sotto i riflettori del recente Rocca Rock, la due-giorni di esibizioni sul salotto buono a cura dell’associazione Territorio e Libertà (in quota leghista), si è consumata domenica scorsa una performance applaudita dai giovanissimi ma apertamente contestata dalle generazioni più mature, rappresentate da anziani e famiglie, le quali non hanno esitato a sollevare la cornetta per protestare contro testi conditi di scurrilità e la presenza di una band che nel suo repertorio ha titoli blasfemi. I brani in questione sono quelli cantati da ”Marongiu & i Sporcaccioni”, artisti del rock demenziale che non disdegnano il ricorso a una fraseologia boccaccesca (sul genere Skiantos) per descrivere, con approccio critico, le magagne del territorio. Nel mirino non solo di alcuni cittadini, ma anche di esponenti del centrosinistra, sono finiti termini quali ”mona”, ”usél” e altri analoghi.
Bacchettoni, si dirà. I ”Marongiu”, dopotutto, contano circa 300 fan nel mandamento e dunque sono molto amati dal pueblo giovane. Il punto è che l’aver proposto, attingendo a contributi pubblici, questo tipo di concerto ha fatto sollevare molti sopraccigli e ha aperto una riflessione sulla tipologia di offerta culturale promossa da Territorio e libertà e accolta dal Comune. Prefigurando così uno scontro tra lo stesso ente locale e la Lega. L’assessore alla Cultura Paola Benes, del resto, lo dice a chiare lettere: «Io sono rimasta in piazza, per l’occasione piena di gente e colori, fino alle 21.30 e dunque non ho visto gli Sporcaccioni. Non posso, tuttavia, condividere i loro testi, poiché sono contraria al turpiloquio e alla presa per i fondelli del credo religioso. Le canzonacce si cantavano anche ai miei tempi, ma tra le quattro mura di casa, non certo in una pubblica piazza e a spese della collettività». Altro aspetto negativo, rimarcato dall’assessore, la sporcizia lasciata: «Io non sono affato contraria all’impiego del salotto buono, ma pretendo che gli organizzatori si comportino come gli alpini: fatta la festa si tira su tutto e si lascia il posto meglio di come lo si è trovato. Invece, nei pressi dei gazebo, ho notato diverse macchie di grasso (tutte pulite venerdì da una ditta specializzata chiamata dagli organizzatori, ndr)». Ma Benes non si ferma e lancia l’affondo: «Ho portato Razzini sul posto e ho mostrato cosa il sodalizio, sotto la sua egida, ha lasciato. Certo, siamo ormai in campagna elettorale e dunque il Carroccio si sta dando da fare organizzando feste e sportelli padani, tuttavia è il caso di garantire prima i servizi essenziali, come l’attività della Biblioteca, portata avanti con fatica dall’amministrazione. Per carità, più iniziative ci sono meglio è, ma certi testi diseducativi vanno stigmatizzati».

Marongiu: «E dire che ci siamo moderati» 
«Nessuna volgarità in piazza. Abbiamo voluto evitare i testi più scabrosi»

E dopo le ”Mitiche Pirie” e il memorabile ”Sardon day 2007” a Barcola, tocca a ”Marongiu & i Sporcaccioni” finire sulla graticola. Ma il leader della band, Claudio Marongiu, 28 anni, turriachese la prende con filosofia, perché anche «i Rolling Stones e Bob Dylan hanno detto le parolacce e la cosa peggiore sarebbe invece non poterle dire, perchè si tratterebbe di censura». Proprio domani i ”Marongiu” andranno in studio per registrare il loro primo lavoro discografico (autoprodotto) dal titolo ”Suicidi, preghiere e Sagre de Paese”, che uscirà tra un mese. «Nella nostra esibizione in piazza – spiega – non rintraccio alcuna volgarità gratuita: le undici canzoni selezionate volutamente non hanno attinto al repertorio più controverso del complesso, proprio per non dare adito a problemi di sorta. Può essere che sia stato travisato l’impeto dell’esibizione ma non abbiamo onestamente offerto un brutto spettacolo: il re dello show è stato il rock&roll». «Certo – prosegue – i nostri testi non hanno la complessità intellettuale di quelli di De Gregori, ma non abbiamo mai usato un meccanismo di umorismo semplicistico: non si è mai inteso usare la parola ”merda” per buttarla lì così, solo per far ridere il pubblico. La parola colorita viene sempre usata come provocazione,per descrivere criticamente la realtà». «Garantisco – conclude Marongiu – che ci siamo ”autocensurati”, per quest’esibizione, evitando i testi più scabrosi. Tra le 11 canzoni, forse la più scurrile è stata ”Babate de paese”, che volutamente irride certi atteggiamenti e certe mentalità». (ti.ca.)

Saullo contesta alla Regione il contributo di 25mila euro 
«Il taglio generalizzato dei fondi non ha toccato Territorio e Libertà»

«Non mi risulta che l’associazione ”Territorio e Libertà” abbia mai realizzato prima iniziative di interesse pubblico per l’intrattenimento. Personalmente rilevo che il contributo annuale di 25mila euro, erogato dalla Regione al sodalizio, è cospicuo e che, per contro, nell’ultimo biennio eventi e attività centrali della programmazione comunale come Onde mediterranee, il teatrale o la biblioteca sono state pesantemente tagliate». A parlare è il consigliere di Prc Alessandro Saullo, presidente della commissione consiliare Cultura: «Le riduzioni di fondi sono state così pesanti da mettere in pericolo eventi radicati come la Notte bianca, sempre allestita in sinergia con il Comune. Eppure nelle mani di una sola associazione si è affidata la gestione di un intero festival musicale. Anche a Staranzano la tre giorni di Summerlab è a rischio per via dei finanziamenti. Ed è chiaro che alla base ci sono precise scelte politiche: non ho nulla contro i concerti della scorsa settimana perchè è sempre bello vedere gente in piazza, ma varrebbe la pena salvaguardare il patrimonio culturale consolidato in tanto tempo, piuttosto che disperderlo riproponendo eventi degli anni ’90».
«Sono patetici – replica il consigliere regionale leghista Federico Razzini – per anni le sinistre hanno occupato militarmente tutte le associazioni d’Italia. Una volta tanto che un sodalizio culturale non mangia soldi e con poco più di 10mila euro riesce a realizzare una due-giorni di musica a loro dà fastidio! Si tratta di una associazione apartitica volta a promuovere il territorio: io vi risulto iscritto come semplice cittadino. Il Comune dovrebbe solo ringraziare il sodalizio perché è riuscito a portare tanta gente in piazza e a far esibire gruppi locali, di solito sempre bistrattati. Non solo: ha dato lavoro agli esercenti e addirittura, a differenza degli ”amici” no-global, ha scopato la piazza per non lasciarla sporca. Tra parentesi, con tutti i soldi versati per le tasse poteva anche farlo Iris». E ”Marongiu”? «A parte qualche espressione colorita non è stato offeso nessuno – replica Razzini – e mi fa ridere che la sinistra, campione delle trasgressioni, in questa circostanza si dimostri così bacchettona! Il sindaco si è detto contento e anche i cittadini». (t.c.)

Il Piccolo, 14 giugno 2010
 
POLEMICA DOPO L’ESIBIZIONE IN PIAZZA DI ”MARONGIU & i sporcaccioni”
Concerto-turpiloquio bocciato dai parroci 
Don Lorenzini: «Spettacolo sconcertante». Don Ostroman: «Volgarità sempre fuori luogo»

di LAURA BORSANI

Condanne, richiami al rispetto del senso di civiltà e dell’educazione dalla Chiesa. Reazioni risentite e sconcertate anche dai rappresentanti politici di area cattolica, come i componenti dell’Unione di Centro, che preannunciano un’interrogazione in Consiglio comunale per denunciare l’«inopportunità di spendere soldi pubblici per una iniziativa, ospitata in piazza della Repubblica, comunque diseducativa e volgare». E attacchi incrociati. Con Federico Razzini a difendere a spada tratta ”Rocca Rock” che ha portato sul palco i ”Marongiu & i Sporcaccioni”, e l’associazione organizzatrice di cui fa parte, ”Territorio e Libertà”, mettendo sul piatto «la trasparenza dei fondi» e la bontà dell’iniziativa, nel segno della promozione sociale e della volontà di «dare spazio e valorizzare i giovani». Mentre l’esponente di Rifondazione comunista, Roberto Antonaz, chiama in causa, a proposito di contributi regionali, i bonus dei consiglieri.
Scoppia la polemica e si alza un polverone attorno allo spettacolo rock, che nella sua due-giorni, ha ospitato i bisiachi della musica demenziale, molto seguiti dai giovani del mandamento, con il loro repertorio ”purgato”, limitato a parolacce e volgarità, rispetto a brani ben più forti e dissacranti. Termini coloriti, ha spiegato lo stesso leader della band, Claudio Marongiu, utilizzati come provocazione per descrivere criticamente la realtà. Scurrilità che hanno registrato contestazioni non solo tra chi si è ritrovato in piazza ad ascoltare. Sotto accusa è l’opportunità o meno di proporre una musica alternativa e provocatoria a un pubblico richiamato in piazza, dove non si sono concentrati solo i fans del rock, ma anche famiglie con i propri bambini. C’è poi la questione di fondo: che stile di vita può passare tra i giovani, quando i messaggi rasentano il limite del blasfemo? Condanne dunque giungono dalla Chiesa, ma anche richiami al dovere educativo degli adulti. Il parroco del Duomo di Sant’Ambrogio, don Fulvio Ostroman, è lapidario: «Ogni forma di volgarità è sempre fuori luogo. Se si crede così di fare cultura e spettacolo, siamo fuori strada. È una questione di rispetto, umano, delle regole civili e delle diverse sensibilità». Don Ostroman aggiunge: «È semplicemente musica demenziale. Gente che fa passare per cultura ciò che non è, perchè la cultura è un’espressione nobile». Prende a prestito poi le parole pontificie sottolineando: «Il peccato più grande dell’umanità è l’ignoranza».
E il parroco del Santissimo Redentore di via Romana, don Rino Lorenzini: «È sconcertante che una manifestazione del genere si sia svolta davanti ad un pubblico eterogeneo. Si fosse trattato di un concerto riservato ai giovani, si poteva anche capire, ma non lo ritengo assolutamente opportuno pensato in questi termini». Don Lorenzini aggiunge: «I giovani hanno bisogno di essere educati al maggior rispetto, sia dal punto di vista religioso, che sotto il profilo civile. Le loro manifestazioni dovrebbero rientrare in questo contesto». Il parroco di San Nicolò, don Gilberto Dudine, invece sostiene: «Non entro nel merito del concerto poichè non ero presente, nè possiedo gli elementi e gli strumenti tecnici per valutare queste forme di espressione musicale. I contenuti spinti fotografano tuttavia una parte della realtà giovanile. È un dato di fatto. Un modo di vivere che non ritengo giusto giudicare, ma al quale ci dobbiamo accostare. Siamo noi che dobbiamo aiutare i giovani a capire proponendo un modello diverso, dicendo loro altro. Bisogna far arrivare piano piano i giovani a vedere anche gli aspetti e i messaggi positivi». Il vicesindaco, Silvia Altran, getta acqua sul fuoco: «Quanto è accaduto era nelle cose, nella tipologia della manifestazione. Non ci trovo nulla di straordinario o di particolarmente scandaloso. Non sono contraria a priori a dire qualche parolaccia. La protesta dei giovani passa anche attraverso espressioni colorite, è sempre stato così. L’ironia e la provocazione sono insite nella natura dei giovani che si trovano ad affrontare le difficoltà e le contraddizioni della vita. Condannabile è la bestemmia. Piuttosto – continua – è l’inopportunità del contesto nel quale il concerto si è svolto, uno spettacolo in piazza dov’erano presenti anche famiglie e bambini. È il principio del rispetto delle diverse posizioni e delle diverse sensibilità che si possono essere accostate a quella manifestazione che l’organizzazione avrebbe dovuto considerare. Non stigmatizzo pertanto il fatto in sè, ma il non aver tenuto conto che la piazza è di tutti».
 
CRITICHE DAL CENTROSINISTRA SUL CONTRIBUTO A ”TERRITORIO E LIBERTÀ” 
Razzini: «Sodalizi in quota Rc super-sovvenzionati»

Fondi pubblici per finanziare l’associazione ”Territorio e Libertà”. È l’altro fronte della polemica aperta attorno a ”Rocca Rock”. L’Unione di Centro solleva la questione che intende far approdare in Consiglio comunale. E Rifondazione, con Roberto Antonaz, rinnova la condanna al meccanismo dei bonus ai consiglieri regionali ai quali si lascia libera facoltà di destinazione. Perchè Antonaz è convinto: «Ritengo che i soldi con i quali è stata finanziata ”Territorio e Libertà” siano riconducibili ai bonus previsti per i consiglieri regionali, nell’ambito del bilancio. È una pratica che definisco immorale, contro la quale ho consumato innumerevoli e furibonde battaglie. Era iniziata 12 anni fa, con l’allora assessore Arduini, della Lega Nord, per rabbonire i consiglieri di opposizione ai fini dell’approvazione del bilancio senza ostruzionismi. Questo meccanismo, oltre a scaricare sull’assessorato competente scelte di destinazione che possono comportare contestazioni, altera di fatto la procedura di assegnazione dei contributi che invece sottostanno a precisi criteri».
Antonaz aggiunge: «Il problema non è ”Rocca Rock”, non c’è nulla di male a proporre manifestazioni di questo genere. Ritengo inoltre che i gruppi musicali locali vadano valorizzati. Né peraltro amo la censura. Ho sempre pensato che la provocazione sia un elemento progressivo, può essere anche una forma di scuotimento. Piuttosto, mi chiedo come siano stati gestiti i soldi e se e quanti ne abbiano ricevuti i gruppi musicali chiamati ad esibirsi».
Ma Federico Razzini non ci sta agli attacchi ricevuti. Interviene a nome di ”Territorio e Libertà” di cui fa parte: «Voglio chiarire che l’intera manifestazione, tra allestimento, permessi, tasse, pubblicità e il pagamento dei gruppi musicali, è costata 12mila euro. Voglio inoltre ricordare che l’associazione quest’anno ha subito un taglio del 40% dei contributi: nel 2009, infatti, ne aveva ricevuti 25mila, nel 2010, invece, 15mila». Quindi rilancia: «Ci si scandalizza per questo contributo, del tutto trasparente e legittimo, quando associazioni come ”Onde Mediterranee”, in quota Rifondazione, hanno ricevuto per anni dallo stesso Antonaz dieci volte tanto, per proporre gruppi africani e asiatici semi-sconosciuti. Mi chiedo in che tasche siano finiti quei soldi». Razzini spiega: «La nostra è un’associazione aperta a tutti, non chiede tessere e fa promozione sociale volendo dare spazio ai giovani del territorio. Rifiutiamo le etichette. Il prossimo anno riproporremo ”Rocca Rock” chiamando anche alcuni big di questo genere musicale». Razzini conclude: «Il Comune non ci ha dato una lira, solo la piazza, spesso concessa per manifestazioni che definire tali è un eufemismo. Voglio inoltre far notare all’assessore Benes che abbiamo ripulito la piazza a regola d’arte, utilizzando perfino le scope per raccogliere i mozziconi di sigaretta. Successivamente, abbiamo incaricato una ditta specializzata, pagata 500 euro, per rimuovere le macchie di grasso». (la.bo.)

Il Piccolo, 18 giugno 2010
 
Concerto-turpiloquio. Udc: la piazza è di tutti 
Il cantante della band incriminata difende le proprie scelte artistiche

 
«Non ci deve essere posto per questo genere di spettacoli, ovvero per il turpiloquio, nel salotto buono della città». Così il consigliere dell’Udc Antonello Murgia interviene sul ”caso Marongiu”, vale a dire sull’esibizione degli Sporcaccioni, musicisti del rock demenziale, in piazza della Repubblica, due domeniche fa: «Non c’erano – prosegue – solo ragazzini, che magari apprezzano quel gruppo demenziale, ma anche famiglie, persone adulte e bambini». Il Rocca Rock dunque approderà sui banchi del Consiglio comunale, probabilmente già durante la prossima seduta. A portare avanti la discussione saranno i consiglieri dell’Unione di centro, lo stesso Murgia, e il suo collega Giuliano Antonaci, con un’interrogazione al vetriolo. «Non è possibile – aggiunge il consigliere – assistere a spettacoli pagati dalla gente, visto che il contributo destinato all’associazione ”Territorio e Libertà” era regionale, quando a farla da padroni sono la volgarità e le parolacce». Rilancia Antonaci: «Come capogruppo del gruppo misto e cattolico dico che c’è da vergognarsi per quanto accaduto in piazza. A Monfalcone c’è chi cerca di dare il meglio di sè per favorire l’integrazione e l’educazione. Come risposta si deve assistere a uno spettacolo, aperto a tutti, imbevuto di turpiloquio da parte di un gruppo musicale per certi versi anche blasfemo. Quello spettacolo ha offeso una consistente parte della popolazione monfalconese, quella che si riconosce nell’educazione, nei principi morali cattolici e nella serietà».
Dopo la forte presa di posizione del mondo cattolico non può essere che articolata la replica di Claudio Marongiu, leader dell’omonima band tacciata di ”volgarità”: «L’ignoranza è una condizione naturale che entro certi limiti può essere corretta da educazione e cultura. L’uomo è la più corrotta delle bestie e l’unica a essere bugiarda rispetto ai suoi reali bisogni. È la creatività il peccato più grande e spesso non si tarda a reprimerla. Ci si dovrebbe informare sulle origini del rock demenziale, più nobili di quanto si creda, almeno nei suoi principi. Il demenziale nasce dal surreale, per citare Freak Antoni degli Skiantos, e dunque reputo il ’900 un secolo interessante. Io, che sono un ignorante, non smetto mai di prender ispirazione da esso, sia in musica che in letteratura». «Non si demolisce un concerto senza avervi assistito – conclude Marongiu, in scena con gli Sporcaccioni domani all’”All in” di Villa Vicentina. – Qualora mi capitasse di vedere i nostri detrattori in prima fila allora presterei più attenzione a ciò che dicono. Riguardo alla presunta barbarie dei testi, ma di cosa credono che parlino i brani dei gruppi tribali, i bluesman o i jazzman se non di sesso, amore e morte, gli unici argomenti possibili per raccontare la vita?». (ti.ca.)

Il Piccolo, 28 giugno 2010
 
LO SPETTACOLO IN PIAZZA 
Dopo Marongiu, ecco i Thc Benes: «Ma niente parolacce»

«E speriamo che non dicano parolacce». Chiosa così, l’assessore alla Cultura Paola Benes, l’annuncio del gradito ritorno dei ”Thc” in piazza, l’irriverente gruppo che, cantando le cover di celeberrimi brani in bisiaco, prende allegramente per i fondelli vizi e virtù dei monfalconesi. Nel mirino della band, giusto per dirne una, sono finite perfino le ”vigilesse de Monfalcon”. Canzoni in stile goliardico, insomma, con messaggi che denunciano il disagio giovanile. Di qui la raccomandazione dell’assessore alla Cultura, che ha già avuto il suo bel da fare con la recente performance sul salotto buono di ”Marongiu & i Sporcaccioni”, in scena durante Rocca Rock. Come noto, gli esponenti locali del rock demenziale erano stati tacciati di volgarità e criticati da alcuni rappresentanti del mondo cattolico per i contenuti della loro discografia. La cosa aveva sollevato un polverone a livello politico, con una forte presa di posizione da parte di alcuni consiglieri dell’Unione di centro. L’auspicio, almeno da parte del Comune, è che il concerto dei ”Thc” possa essere seguito anche da un pubblico composto da famiglie. Tra i brani più conosciuti ”Mama me drogo”, ”Inquietudine”, ”Ramadam” e ”La baba de goma”. Il gruppo è formato da tre monfalconesi ”doc”: Papa Sec (al secolo Stefano Marini) e Pinter Ray (Stefano Cosmini) le voci, Kakame (Donatello Di Taranto) alle tastiere. (t.c.)

Il Piccolo, 02 luglio 2010
 
LA PRESIDENZA DEL VIVALDI 
La nomina di Razzini scatena una bufera 
Brandolin e Brussa: carica incompatibile. L’assessore Benes: poca correttezza
L’istituto musicale riconosciuto quale ente d’interesse regionale che gode di finanziamento

La nomina del consigliere regionale della Lega Nord Federico Razzini alla presidenza dello storico istituto di musica «Vivaldi» di Monfalcone ha suscitato una vera e propria bufera. L’assessore comunale alla Cultura, Paola Benes, auspica un rapporto trasparente che abbia come obiettivo Monfalcone «e non un tornaconto elettorale personale». Certo è che il Vivaldi si tinge di un bel verde padano (nel nuovo direttivo infatti, figura anche Stefano Mattiussi, militante del Carroccio, collaboratore de ”la Padania, ma anche laureato in Conservazione dei beni culturali e al Dams di Udine). Critiche sulla nomina giungono anche dai consiglieri regionali del Pd Franco Brussa e Giorgio Brandolin. «Troviamo davvero singolare – affermano – che Razzini, nel suo tentativo di accreditarsi come referente della cultura locale, abbia assunto la carica di presidente del Vivaldi. Un’istituzione benemerita, che in questi anni ha saputo ritagliarsi un ruolo sicuramente importante nel panorama musicale regionale».
«La singolarità di questo atto deriva dal fatto che, come noto, il Vivaldi è stato riconosciuto quale ente di interesse regionale, appunto nel campo musicale e, come tale, è inserito nella tabella regionale che, anno dopo anno, con l’approvazione del Bilancio regionale, la Regione finanzia». Per Brandolin e Brussa risulta evidente l’incompatibilità di una presidenza in capo a un consigliere regionale per un’associazione finanziata dalla Regione. I due consilgieri del Pd non risparmiano critiche: «Dobbiamo dire, peraltro, che Razzini è recidivo, dato che egli fa già parte del cda di un’associazione di promozione sociale e culturale, Territorio e Libertà, di recente costituzione, che si è già distinta per due davvero interessanti iniziative di carattere culturale. La prima è la pubblicazione de “Il serpente”, noto opuscolo di satira pesante e di gossip, che da quest’anno accompagna con edizioni separate la più nota “Cantada”, edita dalla Pro loco in occasione del Carnevale; la seconda è il sostegno al “RoccaRock”, una due giorni di concerti dove si è distinto il gruppo “Marongiu e i sporcaccioni”, artisti del rock demenziale che non disdegnano il ricorso a una fraseologia boccaccesca e che più di qualche disagio e protesta ha creato nei cittadini e nelle istituzioni monfalconesi. Il tutto potrebbe anche apparire non condivisibile, ma lecito, il problema è che l’associazione Territorio e Libertà ha ricevuto 25mila euro dalla Regione, su precisa indicazione di Razzini».
L’assessore Benes dal canto suo punta il dito anche su Gigliola Maturo, l’unico consigliere del cda non dimissionario. «Le ho parlato il giorno prima dell’assemblea dei soci. C’è stato uno scambio di informazioni su tutto, tranne che sulla questione più importante, e cioé che erano già stati presi contatti con il consigliere Razzini. Non c’è stata trasparenza e non c’è stata correttezza nei confronti del Comune che con il Vivaldi ha in essere una convenzione che anche per quest’anno porterà all’istituto 5mila euro». L’assessore è quindi intenzionata a non sostituire il componente del cda nominato dal Comune, Duilio Russi, dimessosi a fine maggio assieme all’ex presidente Massimo Gabellone e agli altri consiglieri, Andrea Montagnani e Sergio Pelaschiar, per divergenze sulla riorganizzazione del Vivaldi da attuare per fronteggiare il taglio dei contributi pubblici. «Chiederò a Russi, che ha un quadro della situazione pregressa, di ritirare le dimissioni e rimane nel direttivo», conclude Paola Benes.

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Il Piccolo, 01 aprile 2010
 
ALLA SCUOLA ELEMENTARE MULTIETNICA BATTISTI
LA CERIMONIA 
Accanto all’albero festa con deposizione delle uova, poi il sentito omaggio alla collega
Bambini costretti a tornare in classe al momento del rito. La preside: «Evitate diseguaglianze religiose» 
«Benedire l’ulivo discrimina», allontanati 200 alunni
 

di TIZIANA CARPINELLI

Quando per paura di discriminare si rischia di provocare una conseguenza peggiore. È il caso di una cerimonia iniziata con le migliori intenzioni e diventata poi oggetto di polemica. Protagonisti, loro malgrado, gli alunni di una scuola elementare.
I FATTI. Sabato mattina alla «multietnica» Battisti («multietnica» è la definizione data ieri da una insegnante) duecento bambini si raccolgono attorno a un ulivo appena piantato per ricordare una maestra prematuramente scomparsa tre mesi prima. Ma al momento della benedizione cristiana, impartita da don Chino Raugna, tornano in classe, senza assistere al rito.
LE VERSIONI. Due le versioni di quanto accaduto. La prima: il ”ritiro” degli alunni è ricondotto al fatto che, all’interno dell’istituto, vi sono parecchi scolari di fede diversa da quella cattolica e dunque, in rispetto a tutti i credo, si è deciso di rivolgere la parentesi spirituale solo agli adulti (familiari, colleghi e amici della defunta, l’insegnante 59enne Rosanna Cavallaro). La seconda versione è invece che il ”ritiro” rappresenta un preciso intendimento didattico: la necessità, secondo quanto riferito dalle docenti, di non turbare i bambini trattando temi delicati come il lutto. Resta il fatto che tra i duecento figuravano anche i trenta ragazzini delle quinte che, la maestra Rosanna, l’hanno conosciuta bene, prima della malattia. Ragazzini che si erano affezionati all’insegnante, l’avevano presa per mano chissà quante volte, le avevano portato chi un fiore chi un disegno sulla cattedra. Eppure sabato, anche a questi ultimi, è stato detto di tornare in classe.
PERCHÉ? La benedizione è un’invocazione di bene per qualcosa o qualcuno e l’ulivo è la pianta simbolo universale della pace. Dunque, perché privare i bambini dall’assistere alla benedizione? Più di un genitore, in città, si è interrogato sull’opportunità del ”ritiro”. Tutto questo parlare, alla fine, è giunto all’orecchio del consigliere regionale della Lega Nord, Federico Razzini, che ha presentato un’interrogazione sollevando il caso a livello regionale. Monfalcone, città che ospita decine di nazionalità diverse (gli stranieri sono il 14,61% della popolazione) e accoglie una numerosa comunità musulmana (solo i bengalesi sono 1.437), non può esimersi dal riflettere su quanto avvenuto sabato.
LA SCUOLA. Un episodio, per Maria Raciti, dirgente del circolo didattico Duca d’Aosta, in cui è inserita la Battisti, dettato da ragioni di «equità e uguaglianza»: «È una decisione presa volutamente: la nostra scuola è aperta all’integrazione e all’inclusione». Alla luce delle etnie presenti nel plesso «si è pensato di non discriminare chi non si ritrova nei riti cattolici: anche quando compio gli auguri di Pasqua e Natale faccio molta attenzione alle parole, per non offendere alcuno». Ma questa sensibilità, non rischia di produrre effetti indesiderati? «Sono tranquilla e serena per questa decisione – ha concluso -. Bisogna entrare anche nella cultura degli altri: per questo a scuola pensiamo di aver compiuto una cosa a fin di bene. Il fatto che nessun bimbo abbia assistito al rito è garanzia di assoluta eguaglianza. Io devo seguire regole valide per tutti. Per un bambino che avrebbe voluto assistere alla benedizione ce ne sarebbe potuto essere un altro di avviso diverso. Riportandoli tutti in classe abbiamo impedito discriminazioni».
 
RELIGIONE. SI RICORDAVA UNA DOCENTE SCOMPARSA DA POCO 
«Non si è voluto turbare gli alunni» 
È la versione delle maestre: «Troppo pesante il tema della morte»
 

«Le cose sono andate un po’ diversamente da come le si vogliono dipingere». La difesa delle maestre, per la cerimonia di sabato scorso, è partita da queste parole. «Intanto – ha affermato l’insegnante Sonia Regovini, collega e amica di Rosanna Cavallaro – si è trattato di due momenti contigui ma ben distinti: prima c’è stata la festa dei bambini, che con canti, disegni e dei ”pensierini” hanno celebrato la piantumazione dell’ulivo, sistemato nel giardino. Poi, terminato il momento di allegria, insegnanti, amici, ex colleghi e anche qualche genitore si sono raccolti in una preghiera, guidati da don Chino Raugna, sacerdote e docente di religione che è stato molto vicino a Rosanna in questi anni».
La maestra Sonia ha ribadito che i due eventi «hanno assunto significati diversi: per i piccoli si trattava di una festa, infatti all’albero hanno posto anche delle uova, in occasione della Domenica delle Palme, mentre per gli adulti l’intento era quello di ricordare una persona che putroppo non c’è più».
Rosanna Cavallaro, laureata in lingue straniere, era deceduta lo scorso dicembre, all’ospedale San Polo, dopo una lunga e inesorabile malattia, assistita con amore dal marito Enzo
. «A noi è sembrato poco opportuno condividere con dei bambini di 6 anni dei temi delicati come quello della perdita di un caro – ha aggiunto -. Poi, se proprio si vuole strumentalizzare l’episodio, lo si faccia pure, ma è ben triste. La cerimonia è stata molto semplice e toccante. E credo che abbia fatto piacere anche ai familiari. Non è durata più di 15 minuti e gli ultimi 5 sono stati rivolti alla benedizione, cui hanno preso parte adulti laici e non».
«Polemizzare su questa cosa – ha concluso l’insegnante – è un’offesa per la scuola: è sconcertate ricondurre tutto a problemi di discriminazione. Noi insegnati eravano pienamente soddisfatti per come sono andate le cose, poichè si è trattato di un momento commovente. Ripeto: mi rattrista profondamente apprendere di queste polemiche e strumentalizzazioni».
Che tuttavia la questione religiosa in qualche modo c’entrasse è stato confermato anche da fonti interne alla scuola: «Indubbiamente ci sono problematiche legate ai culti, abbiamo tanti bambini che non sono cattolici e non possiamo fare discriminazioni: non si può mica costringere qualcuno a uscire e qualcun altro no! Esiste la privacy, per questo sono tornati in classe tutti in gruppo. Non si deve sapere chi fa religione e chi no: tutti devono essere uguali».
In effetti, come sottolineanto anche dalle preside del comprensivo didattico, Maria Raciti, c’è molta attenzione alle dinamiche educative che coinvolgono la sfera personale del credo: da tempo il circolo Duca d’Aosta ha inserito nel programma di lezioni l’ora ”alternativa” alla religione cattolica. Al momento dell’iscrizione, infatti, alle famiglie viene richiesto se i figli praticheranno l’insegnamento cattolico o meno. E una volta presa la decisione, i ragazzi restano o escono, durante quell’ora, dalla classe. Per seguire la lezione di un sacerdote oppure seguire altre discipline con un diverso insegnante. (ti.ca.)

Il Piccolo, 02 aprile 2010
 
BENEDIZIONE. PARLA UN INSEGNANTE LAICO DI RELIGIONE 
«Ma ai funerali non ci vanno anche gli atei?»

Certo fa riflettere la vicenda della scuola elementare Battisti. Fa riflettere perchè la ”precauzione” presa della maestre e dettata – come spiegato dalla dirigente scolastica Maria Raciti – dall’esigenza di non commettere discriminazioni tra alunni cattolici, musulmani, atei, induisti e via discorrendo, stride invece con gli atteggiamenti che si riscontrano in altri istituti, dove gli allievi sono più grandi e la ”diversità” culturale è un concetto già assimilato e in qualche modo digerito.
Non è un caso che, non di rado, stando a quanto riferito dall’insegnante (laico) di religione Giuseppe Zampini, docente alle scuole professionali dell’Isip, gli studenti musulmani partecipino all’ora di religione. «Sì accade – conferma – e pure spesso. La prima volta che mi sono trovato davanti a una tale circostanza, e si trattava di due sorelle albanesi, ho voluto chiedere le ragioni della frequenza. Ho ricevuto questa risposta: ”Siamo venute a vivere in Italia e vogliamo conoscere la cultura di questo Paese”. Dunque una motivazione seria di confronto».
«Il principio che ha mosso le maestre – commenta il professore – è valido: non si invita una persona di una religione diversa ad assistere a un rito che non le è proprio, tuttavia qui non si trattava di prendere parte attiva a un culto, bensì di essere presenti a una benedizione. Naturalmente la benedizione è un momento di preghiera, ma è pur vero che vi sono atei che si recano a un funerale senza per questo professare una fede o ritenersi offesi da qualcosa».
Il professor Zampin, che in passato a insegnato nelle scuole triestine, osserva come «questa sia una zona dove la stragrande maggioranza della popolazione è cattolico-cristiana» e dunque «la soluzione migliore forse sarebbe stata, a questo punto, quella di informare i genitori della benedizione e richiedere il consenso delle famiglie, per evitare ogni problema».
«Mi pare – conclude – che questa situazione sia piuttosto simile al caso scoppiato sulla rimozione del crocifisso: un simbolo, questo, che in realtà non turba minimamente i musulmani». (ti.ca.)

BENEDIZIONE. FESTA AL SAN MICHELE: LE DIFFERENZE DI RELIGIONE NON HANNO SUSCITATO PAURE 
Il crocifisso non ha fatto tremare i bengalesi

Quasi un centinaio di cittadini del Bangladesh si sono ritrovati all’oratorio San Michele per festeggiare l’indipendenza del loro Paese dal Pakistan. ”Sovrastata”, se così si può dire, da un crocifisso, non di grandi dimensioni, ma pur visibile. La festa era di natura laica, i partecipanti di fede musulmana, e il contenitore no, visto che l’oratorio è parte integrante della parrocchia di Sant’Ambrogio e accoglie corsi di catechismo per bambini, adolescenti e adulti, gli scout. I simboli della religione cristiana sono quindi ovunque nell’edificio di via Mazzini e sono decisamente presenti, anche visivamente. La presenza del crocifisso non sembra però aver minimamente infastidito uomini e donne del Bangladesh che all’oratorio si sono riuniti per ricordare la fine di una guerra e premiare chi vi ha partecipato, ma anche parlare di dono del sangue, su iniziativa fra l’altro della Bag, associazione dei bangladeshi attiva in città che aveva promosso l’appuntamento. Trovando, va detto, la disponibilità della parrocchia ad affittare la sala. Il presidente della Bag Islam Md Jahirul ha ribadito a più riprese in questi giorni come la volontà sia quella di collaborare con l’amministrazione comunale e di vivere assieme alla comunità locale in modo sereno e partecipe. Guerre di religione, in sostanza, la comunità bangladesha locale non ha alcuna intenzione di ingaggiarle, anche se la sua consistenza (1400 persone) non è un dato trascurabile. Intanto dalla riflessione su una guerra di indipendenza dal Pakistan, sono usciti pensieri e immagini di pace, prodotte dai piccoli della scuola dell’infanzia Duca d’Aosta e dei ragazzi delle due medie cittadine. (la.bl.)

Il Piccolo, 03 aprile 2010
 
Frisenna (Pd): «Razzini si deve vergognare» Ranieri (Idv): «Solo veleni»

Reazioni piccate da parte della maggioranza, che replica senza mandarle a dire agli interventi del consigliere regionale leghista Federico Razzini, il quale rincara oggi la dose affermando: «Il fatto era già di per sè grave, ma ancora più allucinante è la presunta motivazione addotta dalle insegnanti. È veramente preoccupante che i nostri bambini debbano sottostare a simili condizionamenti di evidente matrice post-sessantottina: concordo con don Ostroman sul fatto che il problema non siano gli islamici bensì l’assurda anomia valoriale di certa parte della scuola italiana».
«Il consigliere Razzini – ribatte Paolo Frisenna, segretario del Pd – si deve solo vergognare per la strumentalizzazzione che sta cercando di fare su un episodio che al di là delle diverse versioni fornite appare quale un caso di eccessiva cautela da parte dei nostri docenti nei confronti delle sensibilità dei bambini e delle loro famiglie». Il coordinatore monfalconese sottolinea come il corpo docente lavori con dedizione all’educazione dei bambini, rappresentando «oggi più che mai un punto di riferimento della comunità». «La cultura – spiega – secondo cui allontanare il diverso, disprezzare l’altro, calpestare le leggi e utilizzare senza alcuna remora qualsiasi strumento è utile per accendere lo scontro appartiene solo alla Lega». Se a Monfalcone, ritiene Frisenna, «nonostante la campagna d’odio del Carroccio, convivono in pace diverse etnie» è anche grazie al «faticoso e caparbio lavoro che il corpo insegnanti svolge». «Episodi come quello accaduto – conclude – sono solo una delle tante conseguenze del veleno che la Lega e Razzini stanno iniettando nelle vene della nostra città»,
«È scandaloso non il gesto delle maestre – sottolinea Sandro Ranieri, segretario Idv – ma lo sfruttamento politico della vicenda e l’estremismo che porta addirittura a invocare sanzioni disciplinari verso le insegnanti. Una ingerenza tanto più vergognosa perchè non si riferisce a una mancanza nell’ambito didattico, ma ad un atto di religiosità che esula del tutto dai piani formativi di un qualsiasi istituto scolastico». (t.c.)
 
Biasiol: nessuna censura alle maestre 
Il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale getta acqua sul fuoco

«Al momento la condotta degli insegnanti non è oggetto di alcun provvedimento da parte dell’Ufficio scolastico provinciale e mi auguro che non lo sia nemmeno per il futuro: non vorrei che la vicenda si ingigantisse ancor di più».
A parlare così è il dirigente Pietro Biasiol, il quale sottolinea come all’interno di ogni istituto vi sia un’autonomia scolastica e dunque come la valutazione sulle condotte da adottare nelle singole situazioni pertenga al corpo docenti. Detto ciò, comunque, Biasiol non manca di esprimere alcune osservazioni: «Vi è un criterio da adottare in simili casi ed è quello impiegato per il problema del crocifisso: innazitutto va svolto un distinguo essenziale tra eventi a valenza strettamente confessionale e quelli a valenza culturale, per i quali non si possono porre problemi di discriminazione. Nei primi bisogna primariamente rispettare le diversità ed è questo il motivo per il quale durante l’ora di religione prende parte alla lezione soltanto chi ha espresso un consenso. Nei secondi, invece, si considera che difficilmente le condotte del caso possono suscitare la mortificazione di chi ha un credo diverso». «Pur avendo distanza dai fatti – prosegue – ritengo che la cerimonia della Battisti abbia avuto una valenza prettamente culturale, risultando incentrata attorno all’albero dell’ulivo. Ma immagino che le maestre abbiano fatto delle valutazioni diverse, dettate da circostanze specifiche. Spetta alla scuola e alla preside, eventualmente, approfondire le indagini su quanto accaduto». Ma non si potrebbe adottare un decalogo di comportamento? «Il decalogo c’è già – replica Biasiol – ed è ascrivibile a disposizioni e regolamenti che ci sono e vengono senz’altro applicati. Non va dimenticato che l’istituto gode di un’autonomia nel realizzare la propria offerta didattica e che conosce in via principale le sue esigenze. Le maestre rispondono eventualmente alla scuola dei comportamenti tenuti». (ti.ca.) 

Visto il tono che sta assumendo la discussione in merito al caso delle maestre della scuola di via XXIV Maggio a Monfalcone in occasione della benedizione di un ulivo, voglio esprimere la mia piena solidarietà coi docenti che, a mio parere, si sono comportati con molto “grano salis”, unicamente attenendosi a comportamenti consigliati da autorevoli pareri dell’Avvocatura dello Stato, per questo tipo di situazioni, e ripresi pure dall’Arcidiocesi di Bologna come indicazioni per gli insegnanti d religione. Tali docenti sono invece stati apostrofati su queste pagine come miopi ed ottusi, è quindi chiaro che è in atto una vera campagna intimidatoria nei loro confronti, e nei confronti di quanti nella scuola o in altri contesti pubblci, intendano nel futuro assumere comportamenti rispettosi dei diversi orientamenti religiosi o culturali. Per concludere a me pare evidente che nella fase recessiva in cui si trova la politica italiana, alcuni abbiano scelto non di rafforzare il sentimento di appartenenza ad una unica comunità che assume nuovi volti ed aspetti, ma lavorino unicamente per disgregare e contrapporre solo per tornaconto elettorale.
Raffaele Polimeno, Monfalcone

Il consigliere regionale della Lega Nord Federico Razzini si deve solo vergognare per la strumentalizzazzione che sta cercando di fare su un episodio che, al di là delle diverse versioni fornite, appare quale un caso di eccessiva cautela da parte dei nostri docenti nei confronti delle sensibilità dei bambini e delle loro famiglie. La cultura secondo cui allontanare il diverso, disprezzare l’altro, calpestare le leggi e utilizzare senza alcuna remora qualsiasi strumento per accendere lo scontro appartiene solo a Razzini e alla Lega. Il corpo docente della nostra città ogni giorno lavora con sacrificio e dedizione all’educazione dei bambini, rappresenta oggi più che mai un punto di riferimento della nostra comunità. Se a Monfalcone, nonostante la campagna d’odio della Lega, convivono in pace diverse etnie è anche grazie al faticoso e caparbio lavoro che il corpo insegnante svolge nelle nostre scuole. Episodi come quello accaduto sono solo una delle tante conseguenze del veleno che la Lega e Razzini stanno iniettando nelle vene della nostra città. Razzini sta distruggendo il tessuto civile della nostra comunità, colpendo tutte le persone che hanno da sempre garantito che Monfalcone fosse un bel posto dove vivere, minandone i principi fondanti, calpestandone le tradizioni dell’accoglienza e della benevolenza di cui Monfalcone è sempre stata ricca. Razzini deve solo vergognarsi, sta conducendo la città in un baratro di medioevali barbarie. Sono evidentemente lontani i tempi e gli insegnamenti di chi era capace di raccogliere ad Assisi tutte le genti di ogni culto e cedo per guardare ad un obiettivo comune di pace e convivenza.
Paolo Frisena, Monfalcone

Sabato 27 marzo, alla scuola Battisti di Monfalcone, si è tenuta una piccola, semplice cerimonia. Nel mese di dicembre era venuta a mancare, a causa di un male incurabile, una maestra della nostra scuola. Così, le insegnanti ed alcuni genitori hanno pensato di comperare e poi piantare, nel giardino della scuola, un albero di olivo a perenne ricordo di questa persona che tanto affetto aveva lasciato dietro di sè tra i colleghi e gli alunni. Il motivo della scelta di questa pianta era legato alla sua capacità di creare una modesta ma importante ricchezza, ovvero l’olio, e quindi un qualcosa di fondamentale per il nostro modo di vivere, e poi la longevità e quindi la possibilità che questa pianta potesse perpetuare per molti anni il ricordo della persona cui è stata dedicata. A metà mattina – presenti il vedovo della scomparsa, le maestre ed alcuni genitori – sono arrivati gli alunni che hanno letto alcune brevi lettere indirizzate alla maestra scomparsa e hanno intonato tutti insieme la canzone “Ci vuole un fiore” . Poi hanno seppellito i bigliettini con i loro messaggi di addio accanto alle radici dell’albero assieme ad alcune simboliche uova decorate con motivi pasquali. Alla fine sono rientrati in classe per assistere alle lezioni. Tra gli invitati a questa mesta e breve cerimonia vi era il un sacerdote, già insegnante della stessa scuola e collega della defunta, che ha acconsentito ad un breve momento di benedizione di questa pianta e del simbolo che essa rappresentava. Questa cerimonia ha voluto essere un momento di raccoglimento interno alla scuola Battisti, non aveva niente a che fare con le celebrazioni della Pasqua o con altre ricorrenze religiose e comunque non aveva un carattere prettamente religioso: era il ritrovarsi di un insieme di amici di varie generazioni, uniti nel ricordo si una persona che ci ha lasciati troppo presto. Per questo ed altri motivi si è preferito riservare la parte religiosa, peraltro durata pochi minuti, ai soli adulti presenti. Vi erano le ragioni legate all’aspetto più funereo della cerimonia, per altri versi solare e serena, e vi era l’aspetto didattico. E vi era tra gli altri anche l’aspetto religioso, vi sono bambini di molte etnie e di varie religioni non sembrava il caso di imporre una cerimonia cattolica non preventivamente annunciata alle famiglie, quando lo spirito dell’incontro, lo ripeto ancora, non era prettamente religioso, per un fatto di sensibilità. È stata una cerimonia semplice e bella, commovente, solare, spontanea, allietata da un bel sole e di canti dei bimbi. Una cerimonia che sicuramente la nostra maestra avrebbe gradito. Questo è stato. Non abbiamo niente di cui vergognarci, niente di cui doverci scusare di fronte a nessuno, non ci sarà nessun insegnante da perseguire o da punire. Mi dispiace, per chi ha bisogno di trovare la malizia a tutti i costi, per chi è così misero d’animo da volersi appigliare ad una cerimonia di bambini per trovare pretesti per fomentare la divisione razziale e religiosa a fini politici. La scuola Battisti, come tutto il circolo della Duca d’Aosta, è il luogo dell’accoglienza. È una scuola che si occupa della integrazione e di fronte a questo compito troppo spesso, dalla comunità e dalle Istituzioni, è lasciata sola. Ci dispiace che l’unico momento nel quale ci si accorge di noi è quando si trova il pretesto per criticare.
Massimo Bulli, presidente del Consiglio di Circolo della direzione didattica di via Duca d’Aosta

Il Piccolo, 18 aprile 2010
 
VIAGGIO TRA GLI STRANIERI DI MONFALCONE
Bangla-boom, è asiatico un bambino su quattro 
Il sociologo: «È un’ondata che può provocare reazioni xenofobe». Razzini: «La città non è attrezzata»
 
di TIZIANA CARPINELLI

È bangla-boom a Monfalcone: una culla su quattro veste il fiocco di nazionalità bangladesha. L’andamento demografico, nella ”fotografia” scattata al 31 dicembre 2009, riserva inattese sorprese, suscettibili sul lungo termine di comportare svolte significative sulla componente sociale della città. Infatti, il 22,8% dei bambini con meno di un anno di età, residenti sul territorio, è di origine bangladesha, mentre il 26,8% della comunità asiatica ha meno di 15 anni e rappresenta l’11,2% del totale degli adolescenti. Un andamento che dà la cifra dei fenomeni migratori (oltre il 5% della popolazione monfalconese proviene dal Bangladesh) e prospetta scenari inediti.
L’ANALISI. «Innanzitutto – esordisce il professor Alberto Gasparini, direttore dell’Istituto di sociologia internazionale di Gorizia – se proiettiamo in avanti l’attuale situazione demografica assistiamo a un ”ribaltamento” della società, con una comunità che se non deterrà la maggioranza assoluta avrà comunque teoricamente tutte le carte in regola per afferrarla. Ciò tuttavia non basta: il mondo esterno, costituito dalla cantieristica, dai flussi migratori e più in generale dall’economia, cambia continuamente, incidendo sul quadro. Il futuro? Imprevedibile». «La comunità bengalese – precisa – è giunta qui in conseguenza della ricerca di manovalanza legata alla Fincantieri: è sufficiente una trasformazione dei cicli produttivi per rispostare le masse, mutando nuovamente gli assetti. I giovani, infatti, se perdono il lavoro non sono in grado di riconvertirsi nei servizi o nell’artigianato locali e quindi non hanno altra chance rispetto a una nuova migrazione».
I RISCHI. «Un fenomeno demografico così consistente – afferma il sociologo – può ingenerare un’ondata xenofoba nella popolazione locale, che vedendosi numericamente superata può reagire con siffatti meccanismi. Insomma, o integrazione o guerra. D’altro canto, la stessa comunità bengalese potrebbe trasformarsi, una volta conscia dei propri diritti, in una minoranza riottosa. Allora, davanti alle sue rivendicazioni, la società tenderà a escluderla, originando reazioni che potrebbero essere perfino di una certa forza. Adesso, come è naturale che sia, la componente asiatica se ne sta buona, ma resta un nucleo isolato, estraneo all’integrazione al pari dei cinesi».
IL FUTURO. Cosa fare, dunque? «Tutto dipende – spiega Gasparini – dai rapporti che si instaurano. Certo una violenza anche verbale o giornalistica non giova, mentre una politica di accettazione delle regole e di integrazione sì». In realtà in città non vi sono mai state risse tra bisiachi e membri della comunità bangladesha. Come neppure matrimoni. «Ed è difficile che avvengano, ci saranno invece con la seconda generazione – replica – quando l’effettiva integrazione entrerà nel vivo. Quest’ultima infatti darà il via alle prime unioni miste, ai contrasti tra la propria tradizione e quella della comunità locale. Comunque ci vuole soprattutto apertura. E rispetto delle reciproche culture. La comunità bengalese, investita dal cambiamento, dovrà fare un grosso sforzo per riconoscere i valori di tutti, che vanno condivisi, in particolare per quanto concerne il ruolo della donna e dei figli».
IL COMUNE. «Si tratta – commenta l’assessore all’Istruzione e vicesindaco Silvia Altran – di un processo che ha già interessato i paesi del Nord Europa, dunque non siamo i primi a doverlo affrontare. La concentrazione massima è sull’approccio linguistico: non è possibile che i genitori non acquisiscano rapidamente lo strumento della lingua per comunicare. Noi siamo il paese ospitante, abbiamo le nostre regole e chi viene qui ad abitare deve sottostare a esse. Detto ciò, vale la pena sottolineare che nella nostra regione il calo demografico è particolarmente evidente, dunque le nuove natalità arrecano almeno una boccata d’ossigeno: saranno questi bebè, un domani, a pagare le future pensioni agli anziani. L’impegno, già avviato da tempo con le Pari opportunità, va nell’ottica di un sostegno alle giovani famiglie di Monfalcone, per dare la possibilità alle donne di fare figli».
«Le strutture messe a disposizione dal Comune sono adeguate – ha chiarito – prova ne sia che vi sono dei ragazzi bengalesi che frequentano agevolmente il liceo. La comunità asiatica favorisce lo studio dei più giovani: vedono ciò come un utile strumento d’apprendimento e integrazione, a dispetto di quanto avviene invece con la comunità dei cinesi in Toscana».
L’OPPOSIZIONE. «Nessuno contesta la presenza di immigrati, fisiologica nelle regioni del Nord – così il consigliere regionale leghista Federico Razzini -: il problema è che Monfalcone è diventata un punto di arrivo eccessivo, con strutture inadeguate ad assorbire un tale impatto. Per religione e cultura, quella bengalese non è una comunità di facile integrazione e dunque vi sono problemi evidenti. A differenza di quanto si riscontra con altre etnie europee e non, all’interno delle quali ci si sposa con cittadini bisiachi e si frequentano i locali del posto, i bengalesi si isolano e creano circuiti commerciali autoreferenziali. La Lega si augura innanzitutto che la Fincantieri riprenda ad assumere persone del posto e che chi viene qui si integri allineandosi ai costumi bisiachi e non viceversa».

STRANIERI. LA FOTOGRAFIA DEL FENOMENO 
Sono stati 172 i nuovi arrivi nell’ultimo anno 
A quota 1437 i componenti della più folta comunità extracomunitaria, il 26% under 15

A Monfalcone un bambino su quattro di quelli con meno di un anno di età  è di origine bangladesha. È un dato che dà la misura da un lato della portata che ha ormai assunto l’immigrazione dal Paese asiatico in città, dall’altro degli effetti che il fenomeno sta avendo sul tessuto sociale monfalconese. Irriconoscibile rispetto a dieci anni fa soltanto, visto che gli stranieri sono quasi il 15% della popolazione cittadina. La ”fotografia” è stata scattata al 31 dicembre: la suddivisione per classi di età del totale della popolazione residente, 28.043 persone, e di quella originaria del Bangladesh, 1437 componenti, fa emergere come quest’ultima sia giovanissima e tenda a crescere anche grazie a un numero sostenuto di nascite. In questi ultimi mesi l’incremento non sembra più dettato soprattutto dal lavoro, come negli anni passati (anche se i maschi sono 924 contro 513 femmine), ma appunto da nuove nascite, che da sole comunque non sono responsabili dell’ulteriore ampliamento della comuntà originaria del Bangladesh nel corso dell’intero 2009.
Si tratta di 172 appartenenti in più rispetto il 31 dicembre 2008 a confermare come, nonostante la crisi, Monfalcone abbia fatto ancora ”attrazione” e la comunità del Bangladesh si sia radicata, fronteggiando le difficoltà lavorative del capofamiglia grazie agli aiuti economici esistenti per maternità, affitti, Carta famiglia e a forti legami di solidarietà interni alla comunità stessa. Il 22,8% (50 su 219 piccolissimi) dei bambini con meno di un anno di età residenti in città è di origine bangladesha. Il 26,8% della comunità ha meno di 15 anni e rappresenta l’11,2% del totale dei ragazzi della stessa fascia d’età abitanti a Monfalcone, che sono in tutto 3553, pari al 12,3% dei residenti (percentuale in linea con la media regionale, ma ben sotto a quella francese del 18,7%, solo per fare un esempio europeo). Un altro 20% dei cittadini originari del Paese asiatico ha tra i 15 e i 25 anni. Si tratta di 287 ragazzi che sono il 12,5 dell’insieme dei giovani della stessa età iscritti all’anagrafe.
L’altra metà della comunità bangladesha ha meno di 45 anni, com’è logico, visto che l’immigrazione è spinta sempre dalla possibilità di trovare lavoro. Solo una sessantina di cittadini e cittadine del Bangladesh ha tra i 45 e i 64 anni, solo una ha 80 anni. La presenza di comunità ”giovani”, come quella del Bangladesh, ma non solo, sta però svecchiando solo in parte Monfalcone, dove il 26,4% della popolazione complessiva ha più di 65 anni e ben l’8,2% (2294 abitanti) ne ha più di 80. Dati che fanno comprendere come la città si trovi alle prese sia con le tensioni create dall’immigrazione sia con i problemi di doversi prendere cura di un numero consistente di anziani e di fronteggiare una società sempre più disgregata. In città al 31 dicembre sono risultati residenti sì 28.043 persone, suddivise però in 13.042 famiglie di cui 9920 con minori.
Di queste 820 sono composte da bambini e adolescenti e un solo genitore: 504 da un genitore e un minore, 264 da un genitore e due minori e 52 da un genitore e tre minori.

STRANIERI. L’ASSESSORE 
«È per questa ragione che il Punto nascita non si deve toccare»

«Non credo sia un dato negativo avere tanti bambini stranieri, soprattutto per una zona in cui la natalità è ancora bassissima e il saldo naturale della popolazione rimane sempre negativo». L’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin parte da qui per un paio di riflessioni, che questa volta non riguardano le difficoltà, che pure ci sono, create dalla massiccia immigrazione in città da Paesi comunitari, extracomunitari e da altre aree d’Italia. Il dato, secondo Cristiana Morsolin, in sostanza dimostra che in Italia fanno figli le donne che rimangono a casa. Le straniere del Bangladesh, ma anche le italiane, «sempre costrette a scegliere tra maternità e lavoro, perchè in questo Paese non si è mai attuata una seria politica di sostegno alla natalità, costruita su strutture, servizi e orari flessibili».
L’altra riflessione riguarda il futuro del ”Punto nascita” di Monfalcone, chiamato a rispondere ai cambiamenti come la città, ma che proprio a questi cambiamenti deve, almeno in parte, i numeri della sua attività. «Credo che il numero di parti di cittadine straniere nell’ospedale di Monfalcone sia un aspetto che non può essere trascurato o sottovalutato, quando si parla del futuro del punto nascita di Monfalcone», conclude l’assessore Morsolin.
 
STRANIERI. È VENUTO A MANCARE IL SOSTEGNO DI FINCANTIERI 
E proprio ora se ne va il mediatore sociale

Negli ultimi quattro anni aveva funzionato come cassa di compensazione per rapporti di vicinato sempre più tesi a Monfalcone. Prima di rivolgersi al giudice di pace c’era finora la possibilità di tentare una composizione delle vertenze attraverso il servizio di mediazione sociale creato dal Comune nel 2006. Già da un paio di settimane, però, il servizio è sospeso senza che vi sia al momento una prospettiva di riattivazione in tempi brevi. Il motivo? «Semplicemente la mediatrice sociale Astride Devetti è stata assunta a tempo indeterminato dall’Azienda sanitaria Isontina – spiega l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin – e rimpiazzare una figura professionale unica in regione e creata attraverso una formazione specifica non è così semplice». Soprattutto se i fondi che garantivano l’esistenza del servizio non ci sono più.
«Fincantieri non ha rinnovato il sostegno all’attività perchè sta lavorando assieme al Comune per presentare un progetto condiviso in fatto di sociale alla Regione», afferma l’assessore Morsolin. Al momento, quindi, non esiste alcuna prospettiva di andare all’indizione di un bando per trovare un nuovo mediatore sociale. «Non siamo però del tutto sguarniti – sottolinea l’assessore -, perchè da gennaio possiamo contare su due mediatori linguistico-culturali, incaricati di agevolare il dialogo con le comunità straniere residenti in città». Anche per quel che riguarda la comprensione delle tradizioni e usanze della popolazione locale o comunque italiana. La maggior parte degli interventi di mediazione negli ultimi due anni era stato richiesto proprio per incomprensioni sorte tra italiani e stranieri, spesso dirimpettai di pianerottolo. I due mediatori linguistici, Sharna Aktir per la comunità del Bangladesh e Bozidar Stanisic per quella proveniente dai Paesi dell’ex Jugoslavia, hanno senz’altro un altro compito, ma la loro presenza è comunque importante in una città in cui quasi il 15% dei residenti è straniera. Durante tutto l’anno i due mediatori lavoreranno a supporto dei servizi comunali con maggiore afflusso di utenza, quindi servizi sociali, anagrafe, tributi e attività educative.

Il Piccolo, 15 dicembre 2009
 
INIZIATIVA DELLA FIOM CHE VUOLE COINVOLGERE ANCHE FIM E UILM 
Manifestazione sindacale in difesa dei lavoratori del Bangladesh

I sindacati stanno pensando di organizzare una manifestazione a sostegno dei lavoratori e della comunità originari del Bangladesh che vivono a Monfalcone, ritenuti ingiusto bersaglio di attacchi e polemiche. A spingere per l’iniziativa è in particolare la Fiom-Cgil, che spera però possa essere organizzata in modo unitario all’inizio del nuovo anno, visto che sulla questione esiste una posizione senza incrinature da parte dei sindacati dei metalmeccanici. Assieme Fim, Fiom e Uilm intervengono intanto per «ricordare che questi lavoratori, in buona parte occupati nello stabilimento di Fincantieri, lavorano a Monfalcone e qui pagano le tasse, qui mandano i figli a scuola e a questo territorio danno una parte della loro vita». Persone che spesso lavorano con maggiori sacrifici, secondo i sindacati. «Questi lavoratori molto spesso fanno lavori pesanti, pericolosi e sporchi, lavori che altri non sarebbero disposti a fare – sottolineano le segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm -. Spesso subiscono violazioni contrattuali. Noi crediamo invece che i lavoratori stranieri regolari debbano avere gli stessi diritti, gli stessi doveri e le stesse tutele dei lavoratori italiani, nelle fabbriche per cui lavorano e fuori dalle fabbriche nei paesi in cui vivono». (la. bl.)

Messaggero Veneto, 18 dicembre 2009
 
La vicinanza dei sindacati ai bengalesi: a gennaio manifestazione di solidarietà 
 
MONFALCONE. In riferimento a quanto apparso sulla stampa nei giorni scorsi e al dibattito aperto sulla questione bengalese a Monfalcone, le segreterie provinciali Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm-Uil esprimono solidarietà e vicinanza alla popolazione bengalese e a quanti, immigrati presenti sul territorio, vengono ormai quotidianamente bersagliati e attaccati sulla stampa e sul web. L’obiettivo, su proposta avanzata dalla Fiom che auspica però la presenza anche delle altre sigle sindacali metalmeccaniche, è di organizzare a gennaio una manifestazione pubblica di solidarietà nei confronti della comunità bengalese.
«Abbiamo infatti motivo di pensare che debba essere considerato il contesto sociale ed economico di riferimento per un dibattito costruttivo e completo sulla situazione bengalese. Innanzi tutto perché anche loro come noi si impegnano ogni giorno per il benessere della società in cui viviamo e, in secondo luogo, perché conosciamo molto bene le condizioni di quei lavoratori. Vorremmo ricordare a tutti – dicono le segreterie sindacali provinciali – che questi, in buona parte occupati nello stabilimento di Fincantieri, concorrono a costruire le navi più belle e più grandi del mondo, le navi che sono il vanto di questa città e che portano in giro per il mondo il nome dell’Italia. Lavorano a Monfalcone e qui pagano le tasse, qui mandano i figli a scuola e a questo territorio danno una parte della loro vita. Lavorano come noi, anzi, con maggiori sacrifici».
Vengono quindi ribaditi alcuni aspetti che forse non tutti conoscono, ma che i sindacati denunciano quotidianamente. «Questi lavoratori molto spesso fanno lavori pesanti, pericolosi e sporchi, lavori che altri non sarebbero disposti a fare. Spesso subiscono violazioni contrattuali, mancati pagamenti, orari di lavoro disumani, mancata fornitura degli indumenti e delle protezione adatte, vessazioni fisiche e psicologiche. Tutto questo li rende lavoratori ricattabili, con meno diritti e tutele. Crediamo invece che i lavoratori stranieri regolari debbano avere gli stessi diritti, gli stessi doveri e le stesse tutele, nelle fabbriche per cui lavorano, e fuori dalle fabbriche nei paesi in cui vivono. Devono essere considerati una risorsa importante per il nostro territorio (che da più di 100 anni è un territorio di migrazioni), per la nostra economia e per la nostra cultura».
Fim, Fiom e Uilm sono convinte che le posizioni come quelle apparse sulla stampa fomentino un senso di insicurezza immotivata e facciano passare l’idea che la società non debba includere soggetti diversi. «Quindi, pur rendendoci conto che quello dell’integrazione e dell’inclusività sia certamente un percorso lungo e difficile, restiamo convinti che fenomeni come questo non possano semplicemente essere ignorati o negati». (cr.v.)

Il Piccolo, 06 dicembre 2009
 
LA CITTÀ VISTA DAI TRASFERTISTI 
«All’inizio è stato difficile, ma qui si sta bene»  
Le testimonianze di quanti hanno lasciato il Meridione. Oggi l’integrazione è una realtà
 

di ELISA COLONI

«Il 7 giugno 1996 il mio datore di lavoro mi dice: ”Se vuoi continuare a lavorare per me devi salire al Nord”. Non mi resta altra scelta! Così mi trasferisco, inizio a lavorare nel cantiere navale di Monfalcone, almeno 12 ore al giorno, per riuscire a tornare dalla mia famiglia a Palermo nei weekend. Fino alla decisione di restare: tra il ’96 e il ’97 vivo a Monfalcone senza mia moglie, poi porto tutta la famiglia su. Prendiamo una casa in affitto e, nel 2006, finalmente ci decidiamo e compriamo un appartamento qui. E adesso sono felice, felicissimo di aver preso quella scelta».
Parola di trasfertista. E a ritrovarsi in questa storia sono sicuramente in tanti. La trafila, per i trasfertisti, è infatti quasi sempre la stessa. Si fanno coraggio, mettono un po’ di roba in valigia e lasciano moglie e figli piccoli a casa, salutandoli con la speranza di tornare presto. Sbarcano a Monfalcone, entrano in cantiere, quasi sempre trainati da un parente o un amico, e poi, contrariamente alle aspettative, decidono di restarci in pianta stabile.
Allora ridiscendono a Napoli, Taranto, Palermo, prendono moglie e figli, e li portano ”su”. E in quella che ai loro occhi appare come una città cara, fredda e un po’ chiusa, ma allo stesso tempo tranquilla e dotata di ottimi servizi, iniziano una nuova vita. Mandano a scuola i figli, che si integrano quasi immediatamente con i bimbi monfalconesi e diventano mezzi – o tutti – bisiachi. Alcune prime impressioni nelle parole di un trasferista di Taranto, giunto nella Città dei cantieri nel ’97: «Arrivai qui perché sapevo che c’era lavoro. E lo trovai subito, in cantiere. Il primo impatto con la città? Non è stato proprio positivo… Faceva molto freddo. I negozi erano pochi e chiudevano troppo presto. Però avevo notato che c’erano tantissime banche, benzinai e bar. E che tutto era tranquillo, la gente educata: tutti facevano tranquillamente la fila negli uffici postali e nei negozi».
Com’è Monfalcone vista attraverso gli occhi dei lavoratori emigrati dal Sud? A raccontarlo sono gli stessi protagonisti, i trasfertisti napoletani, pugliesi e siciliani arrivati in questa città attratti dalle buone prospettive di lavoro offerte dal cantiere navale di Panzano. I nonni e i papà che hanno vissuto i piccoli e grandi drammi del distacco semi-forzato dalla propria terra si aprono a figli e nipoti, attraverso un libro. Un volume che contiene un sorta di maxi-intervista collettiva da cui emergono vizi e virtù di Monfalcone, vista, appunto, attraverso gli occhi dei trasfertisti. Il libro si intitola ”I mestieri e la formazione di una comunità” e raccoglie i frutti del progetto sul centenario del cantiere, che ha coinvolto oltre 1400 studenti delle scuole cittadine. Tra i tanti contributi c’è anche quello delle classi 3A e 3B della scuola elementare Battisti, del circolo didattico della Duca d’Aosta (anno scolastico 2007-2008) che si sono fatti raccontare da nonni e padri la loro esperienza.
E tra le pieghe di queste storie, impresse sulla carta con parole semplici, si incrociano le storie e le fatiche di tanti operai, alle prese con i frutti di una scelta di vita non facile, ma in fin dei conti giudicata positiva. Perché, come afferma secco uno dei narratori, «dove c’è il lavoro c’è tutto». Per capire quanto sia importante, dal punto di vista numerico, il fenomeno a Monfalcone, bastano alcuni numeri. Dei papà dei bimbi delle due classi della Battisti che hanno realizzato le ”interviste”, ben 16 su 36 lavorano nello stabilimento Fincantieri di Panzano, come dipendenti diretti o nelle aziende dell’indotto. Per capirci: il 45% dei padri dei bambini oggi si guadagna da vivere grazie alla costruzione della navi da crociera.
Di questi, molti sono, appunto, trasfertisti. Arrivati soprattutto nei primi anni Novanta, questi operai meridionali si sono dovuti adattare ali clima (inteso in tutti i sensi) della più fredda Bisiacaria. «Integrarsi, per i nostri bambini, è molto più semplice e veloce di quanto non sia stato per noi, arrivati qui da adulti – raccotano alcuni papà nel libro -. Nonostante i monfalconesi siano brave persone, tranquille e pazienti, c’è sempre qualcuno che è contro i meridionali, che non ci vede di buon occhio». Forse, raccontano i trasfertisti, oggi l’aria che tira è un po’ migliorata, ma negli anni Novanta, quando i lavoratori del Sud sono sbarcati a Monfalcone in maniera massiccia, erano in tanti – dicono – a storcere il naso. 
 
LA STORIA DI ALDO BUCARELLA 
Un gallipolino maestro di ”bisiac”
 
«Mio padre? Era gallipolino, ma da quando sono nato l’ho sempre sentito parlare in bisiaco impeccabile. Lui è un perfetto esempio di trasfertista di immediata integrazione». A parlare è Aldo Bucarella, noto scrittore e culture del bisiac, figlio di un operaio pugliese arrivato a Monfalcone nel 1927 e che per quarant’anni ha fatto il saldatore in cantiere.
«Mio padre Giovanin è arrivato in Bisiacaria a 15 anni con l’aiuto di uno zio, che faceva il guardiano nello stabilimento di Panzano. Lui, a sua volta, era arrivato a Monfalcone perché aveva combattutto qui la Grande guerra. Mio padre era un uomo aperto, estroverso, sapeva adattarsi a ogni situazione e se la cavava benissimo con quattro strumenti musicali. È così che ha trovato lavoro nello stabilimento di Panzano: ha conosciuto l’allora maestro della banda del cantiere, che lo ha aiutato a entrare. A 18 anni è tornato a Gallipoli e ha chiesto la mano di mia madre, conosciuta qualche anno prima, ed è risalito con lei, portandosi dietro i suoi due fratelli e le due sorelle, e pure un fratello di mia madre. Tutti loro (gli uomini, ndr.) sono entrati in cantiere; di lavoro ce n’era, eccome, per tutti».
Pare strano pensare che uno dei più conosciuti cultori del dialetto bisiaco sia bisiaco di ”nuova generazione”, portandosi nel dna le proprie radici pugliesi. Eppure è così. La storia di Aldo Bucarella e della sua famiglia è, infatti, quella di tante altre persone a Monfalcone. Storie di integrazione più o meno facile, più o meno riuscita, che hanno contribuito a fare di questa città ciò che oggi è: un mix multiculturale e multilinguistico.
A commentare gli alti e bassi di un’integrazione necessaria e vitale per il bene stesso di Monfalcone è anche il sindaco Gianfranco Pizzolitto, che spiega: «I processi migratori vissuti dai nonni dei bimbi che oggi vanno a scuola e quelli odierni sono molto diversi. Quaranta o trent’anni fa gli arrivi sul nostro territorio erano più graduali, più controllati, più lenti. Mentre oggi, a causa delle dinamiche demografiche mondiali, l’impatto dell’immigrazione segue logiche diverse: è più forte, massiccio, complesso. E questo può generare, spesso, sentimenti striscianti di razzismo. Sentimenti che, purtroppo, esistono anche nella nostra città. Una volta erano diretti ai meridionali; oggi, invece, verso chi è esteriormente più diverso, come i bengalesi. E la cosa mi intristisce molto. Ricordiamoci infatti che l’integrazione, o meglio, l’inclusione, sono gli strumenti ineludibili per riuscire a gestire al meglio i cambiamenti demografici e sociali che, necessariamente, riguardano e riguarderanno sempre di più tutte le città del mondo». (el.col.)

Messaggero Veneto, 06 dicembre 2009 

Scuole, libro sulla storia di Monfalcone 
E’ il frutto del lavoro degli studenti per il centenario del cantiere navale

 
MONFALCONE. Monfalcone ha voglia di guardarsi dentro, di diventare protagonista della sua storia e di non subire il progresso, ma di vivere un avvenire più partecipato e un presente più intelligente. È questo il vero significato del libro “I mestieri e la formazione di una comunità. Monfalcone 1908-2008”, esito dei lavori realizzati con le scuole monfalconesi nel corso dell’anno dedicato al centenario del cantiere navale, curato dallo storico Giulio Mellinato, ma creato dai ragazzi, dalle famiglie e dagli insegnanti.
Il libro, che sarà presentato giovedì 17 dicembre, alle 18, nella sala conferenze della biblioteca, «lascia un’eredità che più della somma delle parti, superiore alle aspettative e importante per la cultura monfalconese», spiega Mellinato, ricordando che dalle iniziali 10 classi che si erano pensate di coinvolgere, al progetto hanno lavorato ben 70 classi e 1.400 ragazzi, coinvolgendo le famiglie, i padri, i nonni, chi ha vissuto la formazione di quella che è l’attuale città.
«Si è capito che la struttura del cantiere ha creato la struttura della città, che via via il sistema è cambiato cambiando anche la comunità: 100 anni di trasformazione della fabbrica, sono 100 anni di trasformazione della società. Non si è lavorato con uno schema prettamente scientifico, ma i ragazzi stessi sono divenuti attori e protagonisti e hanno creato la loro storia, lavorando con metodi diversi, ma mai banali», dice ancora Mellinato, soddisfatto per l’esito del progetto, che ha dato vita lo scorso anno ad una mostra bellissima allestita nel mercato coperto di via della Resistenza e che è stato seguito da tre assessori alla cultura diversi (Piredda, Trivigno, Benes), «fatto che altrove, avrebbe comportato dei cambiamenti di rotta, ma che invece a Monfalcone è proseguito secondo l’idea originale, dimostrando che era un’idea importante».
«Non vogliamo che questi risultati vadano persi e auspico – ha precisato l’assessore alla cultura Paola Benes – che si riesca a creare un gruppo di lavoro con gli insegnanti per approfondire gli aspetti della storia contemporanea di Monfalcone. Il senso è – conclude – che il Centenario non si esaurisca in una mera celebrazione, ma sia punto di partenza per un ragionamento sulla città».

Il Piccolo, 19 dicembre 2009
 
Nella classe più multietnica bisiachi e musulmani fanno assieme il presepe 
Scolari e insegnanti hanno voluto trascorrere una giornata con gli anziani della Casa di riposo
INTEGRAZIONE NELLA SCUOLA 
L’esempio della quinta A dell’elementare Duca d’Aosta: su 22 bambini solo due sono bisiachi, gli altri vengono dal Sud d’Italia e da 7 Paesi diversi

di ELISA COLONI

Scuola elementare Duca d’Aosta, quinta A: la classe più multietnica del più multietnico istituto monfalconese. Basta un dato: dei 22 bambini presenti, solo due sono bisiachi. Ben 11, cioè esattamente la metà, provengono da altri Paesi: Bangladesh, Serbia, Bosnia, Marocco, Macedonia, Croazia e Romania. Gli altri sono napoletani e siciliani. Scene che fino a dieci anni fa, a Monfalcone, non si vedevano, ma che oggi stanno diventando di routine.
Problemi di integrazione e rispetto reciproco, almeno all’apparenza, non ci sono. E osservare questi studenti in erba, cattolici, protestanti, musulmani e ortodossi, mentre maneggiano le statuine del presepe come se niente fosse, fa un certo effetto. «Per loro è normale – spiega l’insegnante, Annamaria Furfaro -. Dal primo giorno di scuola tentiamo di insegnare loro, oltre alla lingua e alla cultura italiana, il senso della tolleranza, della condivisione, del rispetto: è l’unico modo per riuscire a gestire un numero così alto di stranieri».
Ecco, dunque, un esempio di quell’integrazione di cui tanto si parla a suon di slogan, ma che alla fine rimane relegata in un angolo. Pensare alle grandi polemiche sul crocifisso in aula e al costante scontro politico sull’immigrazione, davanti a quest’aula zeppa dei bambini del domani, fa quasi sorridere. La quinta A della Duca d’Aosta (che complessivamente conta 150 studenti immigrati) è la dimostrazionne di come nella vita reale ci si trovi spesso davanti alla necessità di adeguarsi rapidamente alle difficoltà e ai cambiamenti, e di come la realtà cittadina vada molto, ma molto più veloce della politica.
Ieri mattina è stata la volta della festa di Natale per i bimbi della quinta A, solitamente organizzata dentro le mura scolastiche, ma quest’anno trasferita alla casa di riposo di via Crociera. Gli alunni hanno fatto compagnia a un gruppo di anziani, leggendo un racconto a questi nonni monfalconesi per un giorno, in mancanza dei loro nonni, quelli veri, rimasti nei Paesi d’origine. E vedere come i più piccoli riescono a parlarsi e comunicare senza bisogno di articolate mediazioni, a volte può spiazzare. «Tutti i bimbi della mia classe – spiega ancora Annamaria Furfaro – sono nati all’estero e arrivati qui senza sapere una singola parola di italiano. Ma sono come spugne: ci mettono al massimo un anno per imparare bene la lingua. E comunque, sin dal primo giorno, assimilano vocaboli e concetti a una velocità incredibile. Qui le identità e le religioni sono ben chiare: ognuno ha la propria e la condivide con gli altri. Ci si scambiano informazioni sulle feste reciproche, sulle tradizioni, si raccontano ricchezze e lati oscuri della propria terra». E di lati oscuri, purtroppo, nell’infanzia di questi bambini, ce ne sono stati tanti. «In Marocco – spiega uno degli alunni, Ayoub – se non si sa rispondere a una domanda in classe ti picchiano». «Anche in Bangladesh – aggiunge Niloy -. Ti colpiscono le mani con un bastone. Ma non solo. Io qui a Monfalcone posso andare in giro da solo, mentre in Bangladesh non potevo farlo mai. Lì può succedere che degli uomini ti fermino, ti carichino in macchina e ti prendano gli organi per venderli, strappandoti gli occhi, ad esempio».
La preside della Duca d’Aosta, Maria Raciti, spiega: «Quello che inizialmente sembrava un handicap per il nostro istituto oggi si è rivelato una ricchezza. La Duca d’Aosta è un esempio di scuola dell’inclusione. Quella dell’integrazione è una sfida sociale difficile, per cui noi siamo preparati, anche grazie al supporti di mediatori culturali e di progetti specifici. Da un po’ di tempo, tra l’altro, traduciamo alcune delle circolari per i genitori in varie lingue straniere». Uno dei progetti rivolti agli immigrati si chiama ”Glicine”, per anni gestito da Mara Grani. Si tratta di corsi personalizzati per i bambini che non parlano italiano. Corsi di lingua, mediazione e interculturalità.

Il Piccolo, 01 dicembre 2009
 
DUEMILA FANS HANNO ADERITO ALLE DUE PAGINE: UNA CONTRO E L’ALTRA A DIFESA DELLA COMUNITÀ ASIATICA  
Il caso-bengalesi divide la città su Facebook  
Accuse reciproche di razzismo ed eccessivo lassismo. Le dimissioni di Luise tengono banco nel dibattito
 
 
di FABIO MALACREA

La ”piazza dei bangla” divide Monfalcone su Facebook. A colpi di accuse di razzismo e controaccuse di eccessivo lassismo. Un dibattito che coinvolge ormai quasi duemila persone: 1030 i fan messi assieme da ”Monfalcone pulita, piazza vecchia e senza bangla”, la pagina polemica che ha aperto il dibattito sul web, alla quale è stata subito appiccicata l’etichetta di razzista soprattutto per i toni di alcuni interventi. E 818 i membri della pagina antagonista, ”Monfalcone pulita nei cervelli”, che si definisce ”gruppo di resistenza civile per chi vuole pensare alla Monfalcone di domani e non a quella di ieri”, messo in piedi da Arturo Bertoli, ex consigliere dei verdi e dei Cittadini di Monfalcone, ormai lontano dalla politica attiva. E proprio oggi, al Centro giovani, Bertoli e amici si incontreranno nella prima convention per conoscersi e dibattere il tema della ”deriva razzista” contro una comunità pacifica e lavoratrice in cui la città rischia di precipitare.
Al centro della polemica a distanza c’è piazza della Repubblica – quella rinnovata tre anni fa – che è diventata il centro di ritrovo della comunità bengalese cittadina. Secondo il fondatore di ”Monfalcone pulita, piazza vecchia e senza bangla”, l’obiettivo iniziale era una critica alla nuova piazza: sporca e disordinata, diventata il punto di ritrovo di tanti stranieri. Al via del dibattito però i toni razzisti non si sono fatti attendere. Gli ultimi di questi giorni. Livio: «Ciò che sta avvenendo si commenta da solo. Vedrete in futuro le conseguenze di tanta tolleranza, sulla vostra pelle non sulle vostre parole. Grazie politici monfalconesi». Gigi: «Ma perchè una buona volta non andiamo a dirglielo ai nostri politici e agli imprenditori». Molto attivi soprattutto gli studenti, i liceali, ma anche chi è critico verso le posizioni più estreme.
Proprio i liceali, gli altri, sono diventati lo zoccolo duro del gruppo antagonista ”Monfalcone pulita nei cervelli”. Che in poche settimane è riuscito a raccogliere un bottino di fans quasi pari a quello avversario. Molto più ”alto” il tono del dibattito. Che non manca di trattare il caso Luise, l’assessore alla Sicurezza dimissionario. Scrive Bertoli: «L’assessore Luise se ne va. Non è riuscito a garantire la sicurezza a Monfalcone che voleva ottenere con le sue ordinanze su bici, sputi e accattoni. La notizia è fresca e io mi sento più insicuro: cosa faccio adesso se vedo una bici appoggiata al muro, se incontro un francese (sputacchiano mentre parlano…) o se qualcuno allunga una mano e mi chiede un euro?». Replica Fabio: «Penso che non sia stato il senso del dovere a muovere Luise. Immagino una sua nuova collocazione che gli offre il massimo dei ruoli ricopribili a Monfalcone».
Ma spazio viene dato anche alla questione moschea e alla raccolta di firme promossa dalla Lega. C’è chi propone una contromanifestazione, che non c’è stata, altri che si appellano alla tolleranza. Silvia: «Sono convinta che la tolleranza sia uno degli ingredienti della nostra libertà e che il pensiero leghista sia quanto di più ottuso. Questi banchetti nascono con intenzione primaria di creare tensione e discordia».
Ma è sulla difesa diretta dei diritti degli immigrati del Bangladesh che il dibattito si accende. Un’altra Silvia: «I bengalesi sono persone di un’altra etnia che cercano di rifarsi una vita. Probabilmente qualcuno non sa che cinquant’anni fa eravamo noi italiani a fare gli immigrati fino alle coste dell’Australia. Ci chiamavano sporchi italiani e le condizioni di vita erano indecenti. Ma non abbiamo ancora capito niente?».
Insomma, dibattito aperto e contrapposizione sempre più netta. E il caso – quello della ”piazza dei bangla” – intanto è finito sulla stampa nazionale e sulla Rai.
 
Il Piccolo, 01 dicembre 2009
 
CONVENTION DI ”MONFALCONE PULITA NEI CERVELLI”  
Il dibattito oggi esce dal web
 
 
Dopo aver raccolto oltre 800 iscritti in pochi giorni, in risposta al gruppo ”Monfalcone pulita, piazza vecchia e…. senza bangla”, il gruppo ”Monfalcone pulita nei cervelli” esce da Facebook ed entra nella città reale. Lo fa dando un appuntamento a tutti i suoi iscritti per oggi, dalle 17.45 alle 20, al Centro giovani di viale San Marco. Un luogo non casuale: il sito Facebook di risposta a quello anti-bengalesi è nato anche dalla constatazione che molti studenti, soprattutto liceali, avevano dato voce al gruppo ”contestatore”. Ecco perchè quelli di ”Monfalcone pulita nei cervelli” hanno inteso dare un segno chiaro e indire la sua prima uscita pubblica in un luogo che tradizionalmente è dedicato ai giovani della città. La motivazione della riunione è chiara: «Incominciare a pensare alla Monfalcone di domani che non può essere quella che vorrebbe la Lega. Cosa fare per iniziare a ragionare e a metterci del nostro? Primo incontro della Monfalcone positiva».
Già confermata la partecipazione di molti rappresentanti politici locali: l’assessore ai Lavori Pubblici di Staranzano Michele Rossi e quello all’Urbanistica Maurizio Negrari, il consigliere comunale Emiliano Zotti, il vicesindaco di Monfalcone Silvia Altran, il consigliere comunale di Staranzano Flavio Pizzolato, Vincenzo Incarnato, solo per citarne alcuni. Ciò che però salta all’occhio è l’adesione di molti ragazzi delle scuole cittadine, specie del Liceo, che evidentemente si sono sentiti tirati in ballo e non ci stavano a essere bollati come razzisti. Molti hanno anche partecipato alle discussioni che in queste settimane, dopo la nascita del gruppo, sono sorte sulla pagina web. Una risposta, quella del gruppo ”Monfalcone pulita”, anche all’iniziativa della Lega Nord che aveva installato un gazebo in piazza per raccogliere firme contro la moschea. (e.o.)

Il Piccolo, 02 dicembre 2009
 
INCONTRO DEI SOSTENITORI DEL GRUPPO ”MONFALCONE PULITA… NEI CERVELLI”  
«Vogliamo una città che dialoga e costruisce»  
La piazza «si riempie con le iniziative». Sui bengalesi: «Sono qui per lavorare»
 
 
Puntare a una Monfalcone diversa da quella «pensata da Razzini», creando un’idea diversa da «io per il mio e il meno fortunato crepi». Questo l’obiettivo della prima riunione ”non virtuale” del gruppo ”Monfalcone pulita… nei cervelli”, che da Facebook è sbarcata nella realtà. E già alla sua prima uscita i bersagli non sono mancati. C’è chi ha parlato di «campagna di stampa contro gli stranieri». C’è chi ha dato addosso all’amministrazione comunale, che pensando alla piazza come il ”salotto buono”, di fatto lo pensa come intoccabile per tutti i cittadini. Non c’erano tutte le 120 persone che hanno aderito su Facebook all’iniziativa, ma almeno la metà sì, ieri, alla sala dell’Istituto Vivaldi, dove gli organizzatori del gruppo, Arturo Bertoli e Tiziano Pizzamiglio, hanno rivelato la loro idea di partire con una serie di appuntamenti fissi per «evitare una deriva oscurantista come quella che si sta verificando in questi mesi».
Una situazione per la quale Dario Antonaz ha chiamato in causa le responsabilità dell’amministrazione comunale ma anche dei media. «L’amministrazione comunale – ha aggiunto – dovrebbe parlare di problemi veri, non inseguire la Lega Nord in campagne in cui è irraggiungibile». Chiaro riferimento alle ordinanze sulla sicurezza, che hanno «sanzionato comportamenti chiaramente identificati come quelli degli stranieri».
Per quanto riguarda la piazza, una risposta è stata data dall’ex sindaco Adriano Persi. «La piazza non è mai stata usata, è sempre stata più un simbolo: se si vuole cambiare, allora la si deve riempire di iniziative». Per quanto riguarda i bengalesi, invece, «si deve considerare che sono comunque persone venute qui per lavorare, questo la gente lo deve capire. Perchè molti di quelli che hanno firmato contro la moschea non sanno neppure perchè lo hanno fatto: spesso, per puro istinto di sopravvivenza». Punto sottolineato da più interventi è stato poi la presenza di molti giovani nel gruppo avverso (”Monfalcone pulita, piazza vecchia e…. senza bangla”), specie delle scuole locali.
«Dobbiamo invitarli a partecipare a questi incontri, per capire cosa stanno facendo. Dov’è il cristianesimo in questi frangenti? Dov’è il buon Gesù del ”bussate e vi sarà aperto?”». Come ha spiegato l’insegnante goriziano Paolo Mileta, «quello che più mi colpisce è che molti di questi sono miei ex alunni che provengono da famiglie di trasfertisti o bosniaci, insomma persone che, loro stesse, hanno vissuto un’emigrazione». Come mai? «Perchè c’è paura, il malessere viene dalla pancia delle persone e non dal cervello delle persone. Sulle radici di queste paure si deve ragionare», ha detto Bettina Binsau, tedesca residente a Monfalcone da vent’anni. Quello a cui si deve puntare, quindi, è creare uno spirito costruttivo, discutendo dei problemi veri della città e del modo in cui risolverli. E su tutto questo, un appello: che non sia dia per scontato che ormai si stia consegnando Monfalcone alla destra. (e.o.)

Il Piccolo, 18 gennaio 2010
 
SPORTELLO DEI MEDIATORI LINGUISTICI 
In servizio interprete bengalese 
Lavorerà in casa-albergo a supporto dell’ufficio del servizio sociale

Da venerdì gli uffici comunali possono contare su un aiuto per comunicare al meglio con gli stranieri residenti a Monfalcone. La prima dei due mediatori linguistici di cui l’amministrazione Pizzolitto ha deciso di avvalersi ha iniziato la propria attività, supportando l’ufficio del servizio sociale nella casa albergo di via Crociera, dove si stanno raccogliendo le domande per la Carta famiglia. È una donna originaria del Bangladesh, da cui proviene la comunità straniera più consistente di Monfalcone con i suoi 1420 appartenenti (dato del 31 ottobre 2009). L’altro mediatore, che entrerà in servizio da oggi, è invece di madrelingua serbo-croata, secondo quanto richiesto dall’amministrazione all’associazione Mediatori di comunità di Udine che si è aggiudicata l’incarico, dopo un paio di tentativi di gara andati deserti. Le persone provenienti dai Paesi dell’ex Jugoslavia e abitanti a Monfalcone sono in tutto quasi 1300 e rappresentano di fatto la seconda comunità straniera in città (a fine ottobre i croati erano 406, i macedoni 373, i bosniaci 327, i serbi 177). L’attivazione del servizio è un obiettivo perseguito con impegno e caparbietà dall’amministrazione e dall’assessorato alle Politiche sociali, convinti dell’utilità di uno strumento in grado di agevolare la comunicazione e togliere spazio ai malintesi e alle incomprensioni. Il mediatore linguistico ha il compito di supportare gli uffici comunali nel rapporto con i cittadini, stranieri e italiani, anche individuando nuove figure di mediazione linguistica tra i cittadini della comunità. Il servizio deve anche facilitare e rafforzare relazioni efficaci tra l’utenza immigrata e i servizi comunali, e non solo, presenti nel territorio, oltre a delineare percorsi in grado di diffondere nelle comunità straniere la conoscenza della lingua e delle consuetudini locali. L’obiettivo è pure quello di promuovere un più esteso e razionale utilizzo dei servizi pubblici da parte dei cittadini stranieri, individuando anche percorsi di prevenzione e mediazione sociale dei conflitti tra le diverse comunità e di contrasto alle discriminazioni. In generale, il servizio punta a promuovere la crescita di relazioni positive tra cittadini e rafforzare le competenze dei migranti in termini di diritti-doveri. (la. bl.)

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Il Manifesto, 15 maggio 2008

L'altra Monfalcone scende in piazza
Carta n.21, 6 giugno 2008

Fincantieri, muore operaio,
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L'Unità OnLine, 16 ottobre 2008

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Di Maurizio Pagliassotti

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Il caso Fincantieri:
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