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Il Piccolo, 07 febbraio 2010 
 
BLITZ NOTTURNO DEI CARABINIERI IN DECINE DI ABITAZIONI 
Presi in casa e portati ai test anti-droga  
Minorenni accompagnati dai genitori. Sei denunciati per cessione, 21 segnalati per consumo
 
 
di LAURA BORSANI

Maxi-operazione antidroga sull’asse Grado-Monfalcone. Ventisette giovani dai 17 ai 23 anni sottoposti a controlli: sei sono stati denunciati in stato di libertà per cessione di stupefacenti, mentre tutti sono stati segnalati alla Prefettura di Gorizia quali assuntori.
Una mobilitazione finalizzata a contrastare il fenomeno del consumo di droga tra i giovani e i giovanissimi. Di fatto la prima di vasta portata, caratterizzata soprattutto da finalità educative, con l’obiettivo di disincentivare i ragazzi all’uso delle sostanze illecite e a mettere sul ”chi va là” le famiglie. Decine di ragazzi sono stati sottoposti al test delle urine. I minorenni accompagnati al Pronto soccorso di San Polo dai genitori. È stata un’operazione su larga scala. Prima dell’alba sono state perquisite, su ordine di esecuzione emesso dal Tribunale dei minori di Trieste e dal Tribunale di Gorizia, almeno trenta abitazioni, tra l’Isola, la città dei cantieri, toccando anche i comuni limitrofi come Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine. Sono stati quindi controllati ventisette giovani e giovanissimi, tra cui otto minorenni. L’intervento ha anche portato al sequestro di numerosi quantitativi di stupefacente, piccoli contingenti. Droghe leggere, hashish e marijuana. Complessivamente, sono stati rinvenuti 4 spinelli, 5,5 grammi di hashish, 14 semi e quattro piante di marijuana, 3,46 grammi di marijuana e altri 142 grammi di piante di marijuana essiccate, 16 semi di canapa indiana, 2 pasticche di ecstasy. Rinvenuto e sequestrato anche materiale legato al consumo della droga, in particolare 3 bilancini di precisione.
L’operazione è scattata alle 3 e si è conclusa attorno alle 16. Un monitoraggio che, partito da Grado, da dove già alcuni mesi fa avevano preso il via le indagini, si è poi allargato al Monfalconese. Uno schieramento di uomini e mezzi imponente, che ha coinvolto un’ottantina di militari di diverse stazioni dei carabinieri e una trentina di automezzi, con unità cinofile, un cane anti-droga in dotazione alla Guardia di finanza di Gorizia. Mobilitato anche il personale femminile della Polizia municipale di Grado. Una geografia investigativa piuttosto ampia, per la quale è pertanto intervenuto il coordinamento logistico della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, assieme al reparto operativo del Comando provinciale di Gorzia, alle Compagnie del capoluogo isontino e di Gradisca d’Isonzo. Il tutto rientra nell’ambito di un’indagine svolta tra l’ottobre scorso e gennaio 2010. Per la prima volta le verifiche su larga scala hanno compreso anche gli accertamenti sanitari: ieri mattina, a partire dalle 8, all’ospedale di San Polo sono affluiti numerosi giovani, sottoposti all’esame delle urine. I maggiorenni hanno firmato l’apposito modulo ai fini del consenso nel sottoporsi al test sanitario, mentre i minorenni sono stati accompagnati dai genitori. L’attività investigativa è in corso valutando le posizioni degli interessati.
L’indagine ha preso il via dalla stazione dei carabinieri di Grado, dove è nata l’attività informativa. È stata prima interessata, questa estate, la zona costiera, tra Grado e la frazione agricola di Fossalon. L’attività di contrasto alla droga si è espansa subito coinvolgendo le altre stazioni dei territori limitrofi, approdando a Monfalcone e nel mandamento.
Un controllo definito a carattere ”preventivo”. L’operazione, infatti, non si connota tanto dai quantitativi di stupefacente rinvenuti durante le perquisizioni nelle abitazioni, numerosi ma comunque di limitate proporzioni, quanto piuttosto dal valore dell’intervento esteso ad ampio raggio nel territorio. L’azione anti-droga è stata definita un segnale volendo incidere nella consapevolezza dei giovani, ai fini del recupero di un sano stile di vita. Una sorta anche di raccomandazione alle famiglie, sollecitate a mantenere l’attenzione verso i propri figli. È stato infatti rilevato lo spessore sociale dell’operazione, nel contrastare il fenomeno del consumo di stupefacenti tra i ragazzi nel mandamento.

«Molte famiglie ignoravano che il figlio fosse nel giro»  
Il colonnello Zuliani: «L’operazione è un utile campanello d’allarme»
 
 
È proprio sull’aspetto sociale che, dopo aver fornito i dati dell’importante operazione nata l’estate scorsa a Grado (sul totale delle perquisizioni che vedono coinvolte complessivamente solo due ragazze, ben 13 hanno riguardato l’Isola del Sole), il comandante provinciale dei carabinieri, Roberto Zuliani, si è soffermato. Ha fatto riferimenti e considerazioni altamente significative, soffermandosi in ogni caso sul fattore sociale e di prevenzione all’interno del quale è maturata l’operazione dei carabinieri eseguita ieri mattina.
«Tante famiglie – ha spiegato il comandante Zuliani – non immaginavano nemmeno che i figli consumassero droga, seppure leggera. È sbagliato – ha aggiunto il colonnello -, significa che i ragazzi hanno già intrapreso la strada sbagliata. Può essere una vita rovinata in partenza. Per i genitori, la nostra operazione di forte prevenzione deve essere un bel campanello d’allarme».
Sempre secondo il colonnello Zuliani, il loro intervento può contribuire a far uscire i giovani dalla pericolosa realtà legata agli stupefacenti, per orientarli verso stili di vita sani e più consoni.
Ma un ruolo fondamentale devono assumerlo comunque le famiglie, seppure anche in questa occasione, come del resto è accaduto anche in passato, non tutti reagiscono nello stesso modo. Metà dei genitori è rimasta sorpresa, ha rimproverato i figli assicurando un pronto interessamento. Un’altra metà pare, invece, si sia addirittura infastidita dall’arrivo a casa dei carabinieri quando ancora era buio.
L’azione messa in campo dalle forze dell’ordine, pertanto, assume una valenza sociale e educativa, volta proprio a contrastare il fenomeno dell’uso di stupefacenti, coinvolgendo gli stessi ragazzi a prendere coscienza dei comportamenti errati. (a.b.)

PARLA IL LEGALE  
«Accertamenti possibili solo se c’è il consenso»
 
 
Quanto avvenuto ieri mattina all’ospedale di San Polo pone una domanda: è lecito sottoporre chiunque, e soprattutto dei giovanissimi, a controlli sanitari per verificare se abbiano consumato sostanze stupefacenti? Lo è qualora ci sia il consenso da parte dell’interessato o, nel caso di un minorenne, quello dei genitori. A spiegarlo è l’avvocato monfalconese Riccardo Cattarini il quale chiarisce che l’esecuzione dell’esame sanitario è un atto, in linea di principio, ”non dovuto”. E che quindi il soggetto in questione, soprattutto se si tratta di un controllo legato all’eventuale consumo di sostanze stupefacenti, è libero di rifiutare il test sanitario.
«Per accertamenti di questo tipo – osserva il legale – è necessario il consenso che, quando si tratta di ragazzi minorenni, chiama in causa l’autorizzazione da parte dei genitori». E queste regole, secondo quanto affermato dal responsabile del Pronto soccorso, Claudio Simeoni, sono state rispettate con scrupolo sia dai carabinieri che dal personale sanitario.
«Va precisato comunque – precisa ancora il legale monfalconese – che il consumo di stupefacenti, qualora accertato anche attraverso un test sanitario, non costituisce di per sè un reato, presupponendo solo una semplice segnalazione a carico dell’assuntore».

L’attesa tra lacrime e sguardi bassi  
Il Pronto soccorso blindato dalle ”gazzelle” per tutta la mattina
 
 
Un via vai di ”gazzelle” continuo. A ondate, all’ospedale di San Polo. Quasi blindato per tutta la mattinata di ieri dalle pattuglie concentratesi al Pronto soccorso. Tra i pazienti in sala d’attesa, passavano giovani e ragazzini. Appena maggiorenni accompagnati anche dalla fidanzatina. E i minorenni seguiti dai genitori. C’è chi, tra gli utenti in attesa, li ha visti piangere.
La mobilitazione ha avuto inizio qualche ora dopo l’alba. Verso le 8 sono arrivate le prime pattuglie dei carabinieri. I ragazzi hanno così infilato l’ingresso del Pronto soccorso, dove sono stati sottoposti all’esame delle urine. Verso le 10.30 erano stati sottoposti al test sanitario una decina di giovani. Ma non era finita. Era solo un primo round. Gli operatori sanitari infatti erano stati preavvertiti: in arrivo c’erano altri giovani, alcune decine, da esaminare. Un afflusso, dunque, a scaglioni. «Sono arrivati a casa e ora siamo venuti in ospedale – ha detto una ragazzina che attendeva il suo fidanzato mentre stava eseguendo l’esame -. Non credo che tutti abbiano fatto consumo di droga. Magari sono stati coinvolti semplicemente attraverso i colloqui intercorsi con i cellulari».
I risultati degli esami non sono immediati, bisognerà attendere per avere riscontri precisi. Il test delle urine permette di verificare la presenza di tracce di stupefacente che, per gli oppiacei, permane nel soggetto consumatore anche per alcuni mesi.
Mattinata insolita, dunque, al Pronto soccorso, tra gli sguardi quantomeno incuriositi degli utenti, richiamati dal via vai delle forze dell’ordine. Tutto comunque si è svolto con estrema tranquillità. Sguardi preoccupati, ma anche i volti sereni di chi si sentiva ”a posto”. Uno scenario che, comunque, non fosse altro che per l’evidente presenza delle ”gazzelle” e dei militari, non è passato inosservato. All’ospedale, tra gli operatori sanitari, c’era chi osservava la particolare portata di questo ”monitoraggio sanitario”.
L’indagine anti-droga ha tratteggiato i comportamenti dei giovani, compagnie distinte ma che si intersecano, anche attraverso amici comuni. L’obiettivo, comunque, è chiaro: l’operazione messa in campo dai carabinieri intende lanciare uno specifico messaggio ai giovani e ai loro genitori. La priorità è dunque quella di arginare il fenomeno del consumo tra i giovani e i giovanissimi, ponendo l’accento proprio sulla responsabilizzazione sociale. Diventa importante, pertanto, la presa di coscienza da parte dei ragazzi, abituati oggi a gestire un’autonomia decisamente più ampia rispetto al passato. (l.bo.)

Il Piccolo, 08 febbraio 2010 

ASSESSORE ALLE POLITICHE SOCIALI 
Morsolin: «Reprimere con i ragazzi non serve, va fatta prevenzione»

«Questo tipo di operazione svolta dai carabinieri è più basato sulla repressione e sulla paura piuttosto che sui valori di condivisione della prevenzione, perseguiti invece dall’amministrazione comunale». Sono le parole dell’assessore alle Politiche sociali e giovanili Cristiana Morsolin (Rc), la quale si «mette nei panni di questi ragazzi che sono stati prelevati dalle loro case per essere condotti dalle forze dell’ordine in ospedale a fare gli esami».
«Non dev’essere stata una bella esperienza – commenta ancora l’amministratrice – ho letto che c’era anche chi piangeva. Fermo restando il fatto che si debba mantenere un atteggiamento di rigore estremo verso chi spaccia e trae profitto dalla diffusione degli stupefacenti, ritengo che la vera prevenzione si compia cercando di far capire i danni enormi che la droga può produrre nell’individuo. Perciò non penso che la repressione sia un’impostazione fruttuosa, in grado di arrecare, sul lungo termine, risultati significativi». «Bisogna – conclude Cristiana Morsolin – responsabilizzare i ragazzi, per fare in modo che la loro scelta di non utilizzare droghe sia consapevole». In quest’ottica, stando sempre all’assessore, il Comune ha negli anni portato avanti dei progetti di sensibilizzazione alla lotta contro le tossicodipendenze e l’abuso di alcol in sinsergia col Sert e altre strutture. (t.c.)

LA MAXI-RETATA DEI CARABINIERI NEL MONFALCONESE E A GRADO
Allarme droga, il ”fumo” circola già alle Medie 
Il Sert: «A 13 anni i primi contatti con la cannabis». Spesso i genitori all’oscuro di tutto

LE REAZIONI
Per il vicesindaco Silvia Altran, serve una collaborazione a tutto campo per debellare un fenomeno sicuramente preoccupante.
Per l’assessore alle Politiche giovanili Cristiana Morsolin, non è con la repressione che si risolve la criticità. Serve piuttosto molta prevenzione.
Il Sert ammette che il fenomeno-droga sta interessando in città sempre più spesso ragazzi delle scuole medie, cosa che non accadeva fino a qualche anno fa.
 
L’OPERAZIONE
Perquisite nella notte tra venerdì e sabato scorsi trenta abitazioni tra Grado, Monfalcone, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine.
Sottoposti a test anti-droga all’ospedale di San Polo una trentina di ragazzi (due le ragazze) tra i 17 e i 23 anni.
Sei sono stati i giovani denunciati con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti, 21 quelli segnalati alla Prefettura di Gorizia come consumatori.

I CARABINIERI
«Numerose famiglie non sospettavano nemmeno che i figli facessero uso di droghe leggere. È grave, significa che i ragazzi hanno già intrapreso la strada sbagliata».
«Per queste famiglie, la nostra operazione deve rappresentare un campanello d’allarme per affrontare in tempo il problema».
«Solo metà delle famiglie, al nostro arrivo, ha rimproverato i figli, assicurando un immediato interessamento. Altri genitori si sono dimostrati addirittura infastiditi».

 
di LAURA BORSANI

Perquisizioni in trenta abitazioni del Monfalconese e di Grado, sei ragazzi denunciati per cessione di hashish e marijuana, altri 21 segnalati alla Prefettura dopo essere stati sottoposti a test clinici in ospedale. Tutta gente tra i 16 e i 22 anni. Ha fatto clamore in città l’operazione messa a segno dai carabinieri nella notte tra venerdì e sabato, che ha fatto emergere uno spaccato preoccupante della realtà monfalconese, quello della diffusione sempre più ampia delle droghe leggere. Un’operazione che, più che intercettare i canali della droga, ha voluto portare alla luce una situazione che, nella maggior parte dei casi, era sconosciuta anche alle famiglie direttamente interessate. Ma non al Sert dove queste dinamiche sono ben note e dove si conferma che il consumo di stupefacenti anche in città raggiunge fasce d’età sempre più basse. Già a partire dai 13 anni avviene il contatto con la droga. Fino a qualche anno fa la prima esperienza riguardava i sedicenni, adolescenti delle scuole superiori. Oggi tutto s’è spostato coinvolgendo nel fenomeno del consumo anche i ragazzini di terza media. Quasi una generazione a ritroso che oltrepassa la soglia della prima fumata.
È questo il quadro che tratteggia il responsabile del Sert di Monfalcone, Andrea Fiore, all’indomani dell’indagine anti-droga condotta dai carabinieri. «Purtroppo – osserva – l’operazione eseguita dalle forze dell’ordine conferma che i minorenni sono raggiunti sempre più dalle sostanze stupefacenti. È un dato preoccupante e costante. Seppure nel nostro territorio il fenomeno non raggiunga i livelli di guardia di altre città italiane, qui non siamo abituati a un aumento di situazioni e circostanze impensabili fino a qualche anno fa». Sostanze illegali, la cosiddetta cannabis, fanno breccia nella realtà della preadolescenza. Fiore lo considera anche lo specchio di una società rapidamente cambiata. Sono cambiati gli stili di vita, i ritmi della quotidianità, i rapporti generazionali. «Oggi – spiega Fiore – ci sono tredicenni che iniziano già a muoversi in ambienti che prima erano appannaggio dei ragazzi a partire dai 16 anni. È frutto anche della maggiore autonomia concessa dagli adulti. Frequentano le discoteche, si riuniscono la sera in piazza, godono insomma di una libertà, ma anche di una privacy, che solo fino a pochi anni fa veniva accordata ad un’età superiore. È naturale, pertanto, che i giovanissimi possano entrare prima in contatto con le sostanze stupefacenti. Si è spostata la disponibilità economica data ai propri figli. È normale possedere il cellulare. Ma beneficiano anche di una grande elasticità negli orari, oltre a gestire numerosi impegni. Fino a frequentare compagnie di giovani più adulti».
Non solo. È cambiata l’informazione. I giovanissimi conoscono l’esistenza della droga: «Pur in modo distorto – osserva il responsabile del Sert – hanno cognizione di causa sugli stupefacenti. Non siamo più ai tempi in cui il ragazzino delle medie viene avvicinato fuori dalla scuola con la caramella e non capisce di che si tratta. La droga la conoscono e ne vengono in contatto proprio durante le frequentazioni amicali. Di fatto, fanno già una scelta errata, ma in qualche modo consapevole». E i genitori? Cosa sanno dei propri figli? Si accorgono che la droga può essere entrata in casa? «Spesso non sono a conoscenza di quanto accade. Oppure, se ne hanno sentore, tendono a rimuovere l’eventuale problema. La vita è peraltro molto serrata. I giovani sono presi da innumerevoli impegni. Per loro il computer non ha segreti, ma i genitori ne vengono tenuti a parte».
Famiglie, insomma, alle prese con un dialogo difficile. A volte inesistente. Incomprensibile: «I genitori – continua Fiore – si trovano di fronte a figli adulti sotto il profilo dell’autonomia che ritengono invece ancora bambini, indifesi ed economicamente dipendenti. Si è separata la linea dello sviluppo psico-fisico, molto più accelerato, rispetto all’autonomia lavorativa, che invece si prolunga nel tempo».
Succede quindi che gli adulti continuano a considerare i figli piccoli e impreparati alla vita, mentre poi si accorgono che hanno assunto comportamenti adulti. «Per questo – aggiunge Fiore – i genitori, quando scoprono che il proprio figlio fa uso di stupefacenti, vanno in crisi». Ma Fiore evidenzia un altro aspetto: «Gli adulti hanno maggiore capacità di reagire e di recuperare i rapporti. Dopo lo sconcerto e il trauma iniziale, interviene la comprensione e la volontà di capire. Constatiamo, infatti, un aumento degli adulti che si riavvicinano ai nostri servizi, consapevoli di non avere gli strumenti per gestire fino in fondo queste situazioni, ma spinti a dare loro comunque le risposte necessarie per aiutarli a ripristinare uno stile di vita sano ed equilibrato».
 
IL VICESINDACO ALTRAN: «COLLABORAZIONE NECESSARIA PER FRONTEGGIARE IL PROBLEMA» 
L’indagine non è conclusa, altri accertamenti

Le indagini, sul fronte della detenzione di sostanze stupefacenti da parte di giovani, anche minorenni, nel Monfalconese non finisce qui. I carabinieri, infatti, continueranno a portare avanti le attività investigative sul territorio, attualmente in corso di evoluzione per valutare le posizioni dei singoli interessati. Questo tra lo sconcerto dei genitori, che nella maggior parte dei casi sono apparsi, agli operatori sanitari incaricati sabato mattina di svolgere i test di accertamento al San Polo, all’oscuro di tutto.
E proprio lo sconcerto delle famiglie non può non sollevare interrogativi sulle frequentazioni di molti, troppi, giovani che pur avendo apparentemente una vita irreprensibile, un ciclo di studi regolare, finiscono per scivolare nel baratro della droga. Possibile non accorgersi che il figlio ha iniziato a uscire con ”cattive compagnie”? Non notare segnali di cambiamento nell’umore? Di devianza dalle solite abitudini? Evidentemente sì, è possibile. Anche perché talvolta, nell’età critica dell’adolescenza, i giovani finiscono per respingere le comunicazioni con la famiglia.
«La chiave per affrontare questo tipo di problematiche è la collaborazione – spiega il vicesindaco e assessore all’Istruzione Silvia Altran -: è importante far emergere le situazioni a rischio, poiché i mercanti della droga cercano in ogni modo di insinuarsi laddove ci sono tanti giovani. E molto spesso è difficile, per un genitore, capire se il figlio sta frequentando qualche balordo». Per il vicesindaco «il massimo che si può fare è non far finta di non vedere». Il Comune, in tal senso, ha messo a punto una serie di progetti tesi a «intensificare la collaborazione tra strutture per fare prevenzione, pur non avendo l’ente locale un mandato specifico per una tale problematica, che compete invece all’Azienda sanitaria e al Sert». «L’importante – conclude – è responsabilizzare i ragazzi, un po’ come avviene anche con le lezioni dei patentini, per far capire che ogni azione ha delle conseguenze e che non si è più dei bambini. Non credo che a Monfalcone vi siano delle realtà particolarmente gravi: qui la droga si insinua esattamente come avviene nel resto del mondo. Putroppo non facciamo eccezione, ma nel nostro piccolo dobbiamo continuare a lottare contro la droga, sollevando in ogni sede possibile la criticità». (ti. ca.)

Il Piccolo, 09 febbraio 2010

La Camera penale: «Cerchiamo i veri trafficanti»
La maxi-retata dei carabinieri nel mirino degli avvocati: «Lo scopo è stato solo punitivo»
La protesta inviata a Maroni

di TIZIANA CARPINELLI

Avvocati uniti contro la maxi-retata dei carabinieri. Dura reprimenda della Camera penale di Gorizia che ieri è intervenuta – contestandola aspramente – sull’operazione condotta nella notte a cavallo tra venerdì e sabato da 80 militari coordinati dal comando locale. Bilancio: 30 perquisizioni domiciliari, una trentina di giovanissimi sottoposti ai test antidroga, sei persone denunciate per cessione e 21 segnalate alla Prefettura come consumatori. Modico, il quantitativo di sostanze stupefacenti sequestrate.
Alla luce dei «davvero scarsi esiti» (sono le parole usate dall’ordine), i penalisti puntano il dito sia contro la natura delle indagini, ritenute finalizzate a colpire giovani consumatori di cannabis anziché i trafficanti, sia contro i metodi, che avrebbero avuto scarso rispetto «del personale diritto» a rifiutarsi di eseguire gli accertamenti sanitari predisposti dall’autorità giudiziaria. Non solo: gli avvocati contestano il carattere definito preventivo dell’operazione, poichè lo strumento penale mai dovrebbe, a loro dire, sostituirsi a quello di assistenza sociale. Sottolineando infine come il diritto alla riservatezza sia stato completamente calpestato, dando in pasto all’opinione pubblica le indagini e dunque esponendo al rischio di individuazione le persone coinvolte, tra cui anche dei minorenni.
Davanti a questi elementi, la Camera penale di Gorizia in una corposa delibera a firma del presidente Riccardo Cattarini e indirizzata, tra gli altri, al ministro dell’Interno Roberto Maroni, ai rappresentanti locali del Parlamento e al prefetto Maria Augusta Marrosu esprime «estrema preoccupazione per l’utilizzo di uno strumento delicato e assai invasivo quale quello dell’indagine penale», in situazioni che paiono invece «appartenere a forme di disagio sociale e che dunque debbono trovare giusta soluzione in interventi di natura educativa ed assistenziale, non già in operazioni di polizia». Operazioni che, «in particolare in piccoli centri, sembrano inevitabilmente destinate a criminalizzare i destinatari degli interventi medesimi», con il «rischio concreto di venire in seguito inseriti in reali circuiti criminali».
«I davvero scarsi esiti dell’operazione – si legge nella nota -, sempre per come riportati dalla stampa (sequestro di quantità pressochè irrilevanti di sostanze stupefacenti, a prima vista riconducibili a consumo personale, non a traffico di stupefacenti) e unitamente alla vasta eco che gli operanti hanno deciso di dare alla stessa sugli organi di informazione, lasciano presumere, salve successive emergenze attualmente non note, che l’operazione sia stata concepita e condotta con il fine principale di colpire giovani consumatori delle cosiddette “droghe leggere” e non personaggi di rilevante spessore criminale».
«Non può non destare preoccupazione – prosegue la Camera penale – la dichiarazione dei Comandi dell’Arma secondo la quale l’operazione intera fosse finalizzata a dichiarati scopi politico sociali, quali quello di “incidere sulla consapevolezza dei giovani, ai fini di recupero di un sano stile di vita”». A non convicere gli avvocati anche il fatto che gli accertamenti sanitari che la legge dichiara assolutamente volontari sarebbero stati eseguiti, su richiesta dei carabinieri, da reparti ospedalieri deputati alla medicina d’urgenza previa “firma di un modulo”: «Tali modalità non sembrano tranquillizzare circa il diritto insopprimibile, in quanto disposto chiaramente dalla legge, di rifiutarsi di eseguire gli accertamenti sanitari che sono stati proposti».
I penalisti, pur confermando l’«estrema fiducia» nell’Arma e nel suo «ruolo insostituibile nel garantire la convivenza sociale e la persecuzione dei reati», ribadiscono che «l’indagine e il processo penale non sono né strumenti di difesa sociale né forme di attuazione di politiche sociali». Ciò in considerazione che lo stesso legislatore non identifica come reato penalmente perseguibile il consumo di sostanze stupefacenti, reputando invece una tale condotta meritevole appunto di interventi di natura sociale ed assistenziale, non repressiva. Gli avvocati, infine, ribadiscono la volontarietà degli accertamenti sanitari, che «non può essere conculcata e anzi va attentamente verificata dal personale sanitario che gli stessi accertamenti è chiamato ad eseguire». Invitando le istituzioni, e in particolare la magistratura requirente, «a vigilare affinché le indagini per stroncare l’immondo commercio di sostanze stupefacenti siano effettivamente indirizzate nei confronti di trafficanti e di traffici di sensibile portata» e «affinchè i diritti dei cittadini siano rispettati sia quanto alla riservatezza personale, sia quanto al segreto delle indagini giudiziarie». La delibera della Camera penale è stata notificata, oltre che al ministro dell’Interno, al prefetto e ai rappresentanti locali del Parlamento, anche ai consiglieri regionali isontini, al procuratore di Gorizia, al comandante provinciale dei Carabinieri ed è stata comunicata all’Unione delle Camere penali italiane. La maxi-retata non è piaciuta neanche agli operatori del Sert: «Cosa si voleva dimostrare? – dice il responsabile, dottor Andrea Fiore – Capire la portata del fenomeno droga tra i giovani? Al Sert lo sapevamo benissimo. La repressione, in questo caso, pur condotta con metodi legittimi, serve a poco, soprattutto quando il risultato è ben poca cosa. Più utile sarebbe stroncare i canali dello spaccio che viaggiano sull’asse Nova Gorica-Isontino-Monfalcone».

DON FULVIO, PARROCO DI SANT’AMBROGIO
«Uno shock che ha svegliato le famiglie»

«Si deve lavorare molto sulle famiglie, per mettere fine a un certo lassismo educativo che rischia di far saltare tutti i ruoli, altrimenti è la fine». Solo le parole di don Fulvio Ostroman, parroco del duomo di Sant’Ambrogio, intervenuto ieri mattina sulla vicenda della maxi-operazione dei carabinieri che ha fatto emergere sabato un fenomeno nuovo: il proliferare della droga tra giovani e giovanissimi. «Ci vuole tanta pazienza e determinazione da parte delle famiglie – prosegue -: sono cose, queste, che si ipotizzavano, ma di cui non si avevano le prove. Ora la verità è venuta a galla e la mia riflessione è che i ragazzi sono lasciati troppo a lungo da soli. Un papà deve fare il padre e una mamma la madre: entrambi si devono occupare dei figli e seguirli con attezione». «Quella dei carabinieri è stata certamente un’azione shock – conclude il sacerdote – ma è servita a svegliare le coscienze. La cosa triste è che se alcuni genitori si sono arrabbiati e hanno preso subito provvedimenti, altri invece sono rimasti indifferenti. È importante ritornare a educare i giovani ai valori veri, insegnando ciò che è bene e ciò che è male, come la droga». (t.c.)

PARLA UNO STUDENTE DEL LICEO ”BUONARROTI”
«I danni del fumo sono sottovalutati dai ragazzi»

«Tra i miei compagni di scuola c’è più di qualcuno che fuma, certo. Come ci sono alcuni che mischiano ”canne” e alcolici. Il fenomeno esiste, anche se lo vedo più come un fenomeno occasionale. Alle feste, in particolari occasioni». Chi parla è Alberto, liceale. Ieri, nella sua famiglia, non si è parlato d’altro. «Non conosco i ragazzi che sono stati fermati. Ne ho sentito parlare da amici di amici. È stata una cosa che ha fatto molto rumore negli ambienti scolastici, si sono preoccupati un po’ tutti i genitori». Come è il tuo rapporto con i tuoi su questo problema? «Il mio è buono, se ne parla. Presumo che altri non abbiano questa facilità di dialogo in famiglia». Tra i tuoi amici c’è la consapevolezza che la droga, sia pure leggera, sia un danno alla salute? «Il punto sta proprio qui. Dai discorsi che sento, dalla disinvolura con cui si fuma, la sensazione è che non ci sia una conoscenza sufficiente, o meglio, che ci sia una netta sottovalutazione. Non so per quale ragione. Probabilmente non ci si pone il problema. Non escludo che sia un fatto legato all’età: ci si ritiene invulnerabili. Chiamiamola incoscienza?».
Cosa ti sembra dell’operazione di sabato notte? «Senz’altro ha sollevato un polverone in tutto il mondo giovanile. Ritengo che i carabinieri volessero mettere a segno un’azione dimostrativa». E il risultato è stato raggiunto? «Sotto questo aspetto senz’altro. Se invece voleva essere un’azione preventiva, forse si potevano avvisare informalmente le famiglie dei ragazzi coinvolti marginalmente. Credo che nessun genitore se ne sarebbe stato con le mani in mano».

Il Manifesto, 10 febbraio 2010

MONFALCONE. Iniziativa «educativa» dei Carabinieri a carico di 27 ragazzi
Prelevati da casa di notte per fare il test antidroga

di Orsola Casagrande

Si sono presentati nelle prime ore del mattino. Come accade solitamente. I carabinieri friulani hanno suonato i campanelli di ventisette abitazioni, a Monfalcone e comuni limitrofi come Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine. Cercavano ragazzi tra i diciassette e i ventitre anni. Il mandato era prelevarli e portarli al pronto soccorso a fare degli esami per verificare la presenza di sostanze stupefacenti.
Una vicenda che ha dell’inaudito, anche se a Monfalcone c’è chi cinicamente dice «siamo ormai abituati alle novità». È stata un’operazione su larga scala partita dal Tribunale dei minori di Trieste e dal Tribunale di Gorizia. Un’operazione finalizzata, come hanno ammesso gli stessi carabinieri, a contrastare il fenomeno del consumo di
droga tra i giovani e i giovanissimi.
Dunque un’operazione con finalità educative. Tanto che nel comunicato dei carabinieri, come riportato dalla stampa locale e dalla delibera emessa lunedì dalla Camera Penale di Gorizia e firmata dal presidente, Riccardo Cattarini, si legge che l’operazione intendeva «dare un segnale volendo incidere sulla consapevolezza dei giovani
ai fini del recupero di un sano stile di vita… e una sorta anche di raccomandazione alle famiglie sollecitandole a mantenere l’attenzione verso i propri figli, rilevando così lo spessore sociale dell’operazione medesima». Parole che hanno subito suscitato la reazione della Camera Penale di Gorizia, che infatti nella sua delibera esprime
«preoccupazione per la dichiarazione dei Comandi dell’Arma secondo la quale l’operazione intera sarebbe stata finalizzata a dichiarati scopi politico sociali, siccome evidente esercizio di una funzione politico sociale che un ordinamento democratico ed attento ai diritti dei cittadini non può e non deve affidare alle Forze dell’Ordine». La delibera prosegue ricordando che «accertamenti sanitari che la legge prevede come assolutamente volontari sarebbero stati eseguiti, su richiesta dei Carabinieri, da reparti ospedalieri deputati alla medicina d’urgenza, con corrispondente impegno degli stessi per fini diversi da quelli istituzionali, previa, sempre secondo la stampa, “firma di un modulo”; tale modalità di esecuzione degli accertamenti sanitari non sembra, tuttavia, tranquillizzare circa la piena consapevolezza, da parte degli interessati, del diritto insopprimibile, in quanto disposto chiaramente dalla legge, di rifiutarsi di sottoporsi agli accertamenti sanitari che sono stati loro proposti».
Il fatto che nessuno dei ragazzi (o dei genitori, nel caso dei minorenni) abbia negato il consenso va letto evidentemente con un certo shock che chiaramente ha colpito le famiglie, svegliate alle tre del mattino. L’operazione è andata avanti fino alle quattro del pomeriggio. Quanto all’esito: sei persone sono state denunciate per cessione,
ventuno sono state segnalate come consumatori alla prefettura. Modico il quantitativo di stupefacenti sequestrato.
Ma il comandante provinciale dei carabinieri, Roberto Zuliani, ha ribadito il fattore sociale e di prevenzione all’interno del quale è maturata l’operazione dei suoi uomini. Le cronache locali citano il comandante: «Tante famiglie non immaginavano nemmeno che i figli consumassero droga, seppure leggera. È sbagliato – ha aggiunto il comandante – significa che i ragazzi hanno già intrapreso la strada sbagliata. Può essere una vita rovinata in partenza. Per i genitori, la nostra operazione di forte prevenzione deve essere un bel campanello d’allarme».
Carabinieri che si sostituiscono alla politica? Non è un caso che la delibera della Camera Penale si dica estremamente preoccupata per «l’utilizzo, che pare in questa occasione verosimilmente avvenuto, di uno strumento delicato e assai invasivo come quello dell’indagine penale, riservato all’accertamento dei reati, in situazioni che paiono, anche a prima vista, decisamente appartenenti – a tutto concedere – a forme di disagio sociale giovanile che debbono trovare giusta soluzione e supporto in interventi di natura educativa ed assistenziale, non già in operazioni di polizia che, in particolare in piccoli centri, sembrano inevitabilmente destinate a criminalizzare i destinatari dell’intervento, con il rischio che costoro vengano in seguito inseriti in reali circuiti criminali». A Gorizia, come a Monfalcone in questi giorni non si parla d’altro che di quanto accaduto.
L’Officina Sociale, storico centro sociale della città di Fincantieri, ha organizzato per giovedì della prossima settimana un incontro con tutte le realtà cittadine e non solo.

Il Piccolo, 10 febbraio 2010
 
DROGA LE REAZIONI ALLA DELIBERA DELLA CAMERA PENALE DI GORIZIA 
Maxi-retata, la Procura difende i carabinieri 
Caterina Ajello: «È nelle funzioni delle forze dell’ordine eseguire interventi di prevenzione»

di TIZIANA CARPINELLI

«La prevenzione rientra tra le funzioni esercitate dalle forze dell’ordine: lo sancisce il Codice di procedura penale». All’indomani della bufera sollevata dalla delibera emessa dal presidente della Camera penale di Gorizia Riccardo Cattarini, attraverso cui gli avvocati isontini hanno contestato nel metodo e nelle finalità l’operazione a contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti condotta da un’ottantina di carabinieri all’alba di sabato scorso tra Monfalcone e Grado, Caterina Ajello, procuratore capo del Tribunale di Gorizia, mette i puntini sulle ”i”. E specifica che uno dei compiti demandati agli organi di polizia giudiziaria è non solo quello di prendere notizia dei reati e di individuarne gli autori, ma anche di impedire che di ulteriori ne vengano commessi. Insomma, portando a galla il consumo di droga da parte di giovani e giovanissimi nel mandamento, si sarebbe comunque impedito che questi proseguissero nella strada intrapresa. «In cancelleria non sono ancora stati depositati i verbali delle perquisizioni – esordisce Ajello – quindi non posso esprimere giudizi su situazioni che oggettivamente non conosco. Mi risulta comunque che tre quarti delle perquisizioni svolte dai carabinieri abbiano avuto esito positivo».
Il numero uno della Procura della Repubblica sottolinea che «le forze dell’ordine hanno anche la funzione di prevenire la commissione di ulteriori reati, così come prescritto all’articolo 55 del Codice di procedura penale». Quanto poi alla critica sollevata dai penalisti circa le modalità perseguite attraverso gli accertamenti sanitari svolti al San Polo per stabilire o escludere il consumo di droga da parte delle persone finite della rete dei carabinieri, il procuratore capo commenta: «Mi risulta che i test possano essere eseguiti solo previo assenso del soggetto, dunque tramite apposito modulo». «Francamente – aggiunge – io non vedo nulla di anomalo in questa operazione. I carabinieri hanno proceduto alle perquisizioni sulla base di provvedimenti fissati da magistrati, ovvero di precisi decreti emessi dalla Procura della Repubblica di Gorizia e dal Tribunale dei minori di Trieste». Hanno eseguito gli ordini. «Putroppo – sostiene Ajello – quello della droga non è un fenomeno ”stoppabile”, anzi pare radicato e attraversa la società. Non è una realtà, dunque, che può essere eliminata: le operazioni di questo tipo servono come deterrente ad altre persone, per capire che è opportuno desistere dal consumo e spaccio di droga».
Il procuratore capo di Gorizia, pur non avendo ancora ricevuto dalla Camera penale di Gorizia la lettera in questione, rivolta tra gli altri anche al ministro dell’Interno Roberto Maroni, nega che vi sia stata la volontà di colpire qualcuno o qualcosa (i penalisti avevano invece contestato le finalità della maxi-retata affermando che a essere perseguiti erano stati, nella fattispecie, i consumatori di droghe leggere piuttosto che i trafficanti di stupefacenti). «Che il fenomeno della droga non sia circoscritto a Gorizia o a Monfalcone ma interessi trasversalmente l’intero Paese è evidente – conclude Ajello -: basta andare al Sert, poi, per rendersi conto della portata di questa triste realtà».
 
Luise: «L’operazione è servita perché l’emergenza è reale»

Non sono mancate le reazioni politiche sulla maxi-retata che ha investito il mandamento. «Condivisibile – esordisce Michele Luise di Obiettivo Monfalcone – la presa di posizione della Camera penale, soprattutto laddove dice che l’azione ha fatto emergere forme di disagio sociale che purtroppo colpiscono anche il nostro territorio e che dunque la soluzione va ricercata in interventi di carattere educativo-assistenziale e non punitivo». «A puntino anche l’intervento di don Fulvio – prosegue – quando dice che si deve lavorare sulla famiglia. Però, se molto dipende dai genitori, è da dirsi che anche la nostra realtà non fa ben sperare: incertezza economica, precariato e divorzi non sono certo il terreno più adatto per consentire la crescita di bambini sufficientemente equipaggiati ad affrontare la vita». «La scuola – conclude – deve fare la sua parte: il liceale intervistato ieri dice, fra le altre cose, che non tutti sanno che ogni tipo di stupefacente fa male e che le droghe leggere si possono consumare senza effetti collaterali. Sarebbe allora un errore concentrarsi sugli scarsi esiti dell’operazione, se si fa riferimento unicamente alle sostanze: la retata risulterà comunque utile se avrà portato all’attenzione il fatto che anche qui esiste un’emergenza». Di tutt’altro tono, invece, l’intervento del coordinamento provinciale di Sinistra Critica: «Nel Medioevo c’era la gogna per l’esposizione dei colpevoli al pubblico lubidrio, oggi si può essere prelevati all’alba dai carabinieri e condotti in ospedale per un test delle urine, sotto gli occhi dei curiosi. Attribuire a tale modalità un carattere “sociale” o “educativo” rende palese a quale aberrazione è arrivata la cultura proibizionista in Italia. Tanto più che, nella fattispecie, si sta parlando di ragazzi minorenni o poco più che maggiorenni che per la legge sono innocenti fino alla conclusione di un eventuale processo e relativa condanna». «Alla pratica del controllo basata sulle le operazioni spettacolari – conclude Sc – crediamo sia necessario rispondere con un movimento antiproibizionista di massa, per arrivare alla legalizzazione delle droghe leggere. Per inciso questo significherabbe anche togliere alla criminalità organizzata una lauta fonte di guadagno». (t.c.)

Il Piccolo, 12 febbraio 2010
 
PROMOSSA DAGLI ATTIVISTI DELL’OFFICINA SOCIALE CON GLI OPERATORI ANTIDROGA 
Mobilitazione contro la maxi-retata

di TIZIANA CARPINELLI

Si è conquistata la ribalta nazionale, la maxi-retata messa a segno una settimana fa dai carabinieri per contrastare il fenomeno di spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti tra giovani e giovanissimi. La dura reprimenda emessa dalla Camera penale di Gorizia a firma del presidente Riccardo Cattarini ha raccolto a livello locale l’appoggio di esponenti politici ed è stata ripresa anche dal ”Manifesto”, dove si è commentato che «la vicenda ha dell’inaudito». In città non si parla d’altro e non è escluso, sulla scia del clamore suscitato dall’operazione (sei persone denunciate per cessione, ventuno segnalate come consumatori alla Prefettura) e dalla solidarietà espressa dai penalisti, che i genitori dei ragazzi caduti nella rete dei militari prendano pubblicamente posizione con una lettera. Nel mirino degli avvocati la finalità ”preventiva” della retata, finalità che non spetterebbe, sempre stando alla categoria, ai carabinieri bensì ad altre istituzioni. Un punto, questo, smentito da Caterina Ajello, procuratore capo del Tribunale di Gorizia, la quale ha indicato nell’articolo 55 del Codice di procedura penale il presupposto dell’attività preventiva della polizia giudiziaria, la quale interviene per «impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori». Ma già nella delibera camerale, i penalisti avevano sottolineato come lo stesso legislatore non definisse penalmente perseguibile, e dunque un reato, il consumo di sostanze stupefacenti, reputando invece una tale condotta meritevole appunto di interventi di natura sociale ed assistenziale, non repressiva.
Mobilitazione giunge anche dall’Officina sociale di Largo Isonzo: «Stiamo organizzando per giovedì un incontro con gli operatori del Bassa soglia – spiega Mauro Bussani, segretario provinciale dei Verdi – e un avvocato per spiegare la questione anche da un punto di vista giuridico. Siamo scandalizzati ma anche arrabbiati per questa operazione di ”prevenzione”. Si tratta forse di un esperimento? È il caso di stroncarlo sul nascere. Simili interventi sono plausibili quando si va a intercettare un grosso canale di spaccio, ma non per colpire dei ragazzi, senz’altro rimasti terrorizzati dalla retata». «Le modalità di esecuzione dell’azione, il possibile venir meno della riservatezza verso le persone coinvolte, la sostanza dell’intervento teso a colpire non già i trafficanti e spacciatori, rischia, a mio avviso, anziché di perseguire la finalità sociale, di complicarla – così il consigliere regionale Pd Franco Brussa -. Credo, allora, che la politica e le istituzioni, debbano partire da questo fatto per porre seriamente in essere le iniziative volte a spiegare e prevenire l’uso, nei giovanissimi, di droghe. Fermo restando che la famiglia è fondamentale, non secondaria può essere l’azione educatrice della scuola e di altre realtà a contatto con il mondo giovanile. L’informazione sui danni della droga, il rappresentare modelli diversi da quelli oggi imperanti sui media, il recupero di un sano stile di vita, sono, a mio giudizio, la base da cui partire».

Il Piccolo, 13 febbraio 2010

Ma i carabinieri sono anche assistenti sociali?

Ho letto su “Il Piccolo” dell’ ampia operazione notturna recentemente condotta da 80 carabinieri, con imponente dispiego di forze e di mezzi, che ha portato non all’arresto di mafiosi, malavitosi e trafficanti e al sequestro di ingenti quantitativi di armi ed eroina, ma solo al ritrovamento di qualche grammo di materiale classificato come stupefacente “leggero”. L’operazione si è rivelata in pratica un fallimento, fatto accettabile e comprensibile se non avesse anche comportato l’irruzione notturna in abitazioni private e il fermo di una trentina di adolescenti sottoposti successivamente a test delle urine in una struttura pubblica. Sono della ferma opinione che i giovani e le loro famiglie abbiano subito una violenza doppiamente intollerabile perchè inutile e sproporzionata ad eventuali responsabilita tutte da dimostrare, con lesioni della loro dignità personale che potrebbero lasciare tracce profonde nella loro personalità, trattandosi di adolescenti e non di criminali incalliti. Ritengo che la gestione di fenomeni come quelli del consumo finale di alcolici e stupefacenti, specie nel caso delicato degli adolescenti, dovrebbe essere il più possibile essere affrontato e valutato ai vari livelli della società civile (famiglia, scuola, operatori sociali). Alle forze dell’ordine spetterebbero piuttosto il controllo e la repressione del grande traffico e dello spaccio di narcotici. È avvenuto invece il contrario, anzi peggio. L’operazione è stata giustificata con le “finalità educative” della stessa, atta a favorire il “recupero di uno sano stile di vita” nei giovani, con i carabinieri nel ruolo inedito di educatori ed assistenti sociali. Forse c’e’ stata un po’ di confusione. Speriamo che, con questa logica, i carabinieri non finiscano ad insegnare nelle scuole, e gli insegnanti e le assistenti sociali a reprimere i traffici di eroina e armi. Vorrei vivere in un Paese in cui ci sia stima e rispetto e non distacco o timore verso le forze dell’ordine, non per intenderci, come in Messico, dove uno ha paura della Polizia per la sua arbitraria violenza. Questa fiducia nelle forze dell’ordine da parte dei cittadini, che credo sia tutta nell’intereresse delle stesse forze dell’ordine, presuppone però equilibrio e moderazione nei comportamenti di queste ultime. Azioni come quelle dell’altra notte, per la disproporzione tra i mezzi messi in campo, i metodi, e gli obbiettivi raggiunti non vanno purtroppo in questa direzione, e così si spiega, forse, il fatto per cui molti genitori invece di manifestare viva riconoscenza siano invece rimasti “infastiditi” per l’irruzione notturna.
Pierluigi Selvelli
San Canzian

Il Piccolo, 14 febbraio 2010 
 
Potenziare la prevenzione

Desta certamente una certa sorpresa, ponendo conseguentemente qualche interrogativo, l’azione posta in essere e il conseguente ampio risalto dato all’operazione che ha visto impegnati i carabinieri della provincia di Gorizia nei confronti di una trentina di ragazzi, alcuni minorenni. Del resto, 80 carabinieri in divisa impegnati, su 30 automezzi, con i cani, che prelevano, di notte, decine di ragazzi portandoli all’ospedale per farli sottoporre al test antidroga, unito alla perquisizione delle loro abitazioni, non poteva passare inosservato. L’Arma dei carabinieri ha inteso spiegare tale azione anche con la necessità di “dare un segnale, volendo incidere sulla consapevolezza dei giovani ai fine del recupero di un sano stile di vita… e una sorta anche di raccomandazione alle famiglie sollecitandole a mantenere l’attenzione verso i propri figli, rilevando così lo spessore sociale dell’operazione medesima”. Non spetta certo alla politica intervenire nel merito di un’operazione di polizia che evidentemente appare lecita e che rientra nelle finalità di contrastare l’uso di stupefacenti tra i giovani, anche se lasciano un po’ perplessi i modi scelti, che sembrano più propri di un’azione tesa a sventare ed arrestare azioni criminali di ben altra portata. Ma, come detto, siccome alla politica spetta un altro compito, è su questo che intendo intervenire, rilevando come appaia poco condivisibile l’azione delle forze dell’ordine giustificata in una “funzione sociale”. È noto, infatti, come tale funzione possa nascere solo dalla rappresentazione di un disagio sociale, sul quale si può e si deve intervenire piuttosto con altri soggetti, in particolare quelli operanti nel mondo sanitario, sociale, culturale. Le modalità di esecuzione dell’azione, il venir meno della riservatezza verso le persone coinvolte, la sostanza dell’intervento teso a colpire non già i trafficanti e spacciatori, rischia, a mio avviso, anziché di perseguire questa finalità, di complicarla. Credo, allora, che la politica, le istituzioni, debbano partire da questo fatto per porre seriamente in essere una serie di iniziative volte a spiegare e prevenire l’uso, presso i giovanissimi, di droghe. Fermo restando come fondamentale in tale processo, appaia la famiglia, non secondaria può essere l’azione educatrice della scuola e di altre realtà sociali e istituzionali a contatto con il mondo giovanile. L’informazione sui danni della droga; il rappresentare modelli diversi da quelli oggi imperanti sui media (il caso Morgan solo per citare l’ultimo); il recupero di un sano stile di vita, sono, a mio giudizio, la base da cui partire. Il lavoro da fare è molto, anche qui da noi, e l’azione posta in essere dai carabinieri lo sta a dimostrare, ma risulterà davvero vano se, di fronte all’accaduto, sapremo solo stupirci e al massimo limitarci, a seconda delle proprie convinzioni, ad esprimere un giudizio di merito. Ciò che serve davvero è partire dalla consapevolezza che i nostri figli ricevono oggi, da noi adulti, troppe volte segnali contrastanti su ciò che è giusto e ciò che non lo è, su ciò che è lecito e ciò che è vietato, su ciò che davvero serve alla loro crescita personale, sociale e culturale, rispetto a ciò che di facile ed effimero può essere, invece, l’inizio del non ritrovare più sé stessi. Per assurdo, ma poi non tanto, se un minorenne finisce per drogarsi, siamo noi adulti ad aver fallito. Forse basterebbe questa consapevolezza per riuscire a cambiare le cose.
Franco Brussa
Gorizia
 
Retata sconcertante

Leggo in questi giorni prese di posizione, tutte legittime, in merito alla “retata” dei carabinieri sul fronte del fenomeno “droga”. Da ex appartenente ai reparti speciali antidroga dell’Arma dei carabinieri desidero dire la mia sulla vicenda in questione che, a mio modesto avviso, ha generato ulteriore insicurezza e personalmente sconcerto. Fermo restando la non condivisibilità dell’operazione, quello che mi sfugge, leggendo i vari interventi, se l’operazione era legittima perché sono stati “imposti” ai ragazzi degli stampati da sottoscrivere per l’avvio di accertamenti medici, “atte ad accertare un eventuale uso di sostanze stupefacenti”? Semplice: hanno manlevato da ogni responsabilità di qualsiasi carattere tutti coloro che hanno operato. Mi ha dato la parvenza di “attività promozionale” mascherando di fatto un trattamento sanitario obbligatorio, previsto per legge solamente in specifici casi. Da genitore, quello che mi ha dato da pensare è come l’autorità procedente abbia potuto pensare di sostituirsi alla potestà genitoriale (costituzionalmente garantita) ed a tutti gli enti preposti quale il Sert. È legittimo il dubbio sollevato dagli avvocati della Camera penale di Gorizia. Questa iniziativa merita maggiore approfondimento a tutela di tutti. Un’azione repressiva così come riportata dai mass media mi fa tornare in mente un periodo buio della nostra storia italiana. Spero di sbagliarmi. Non posso scindere la suddetta vicenda dalla visita del questore effettuata nella nostra città di Monfalcone. L’autorità ha rassicurato la giunta e ilcConsiglio comunale che, in base ai dati sulla diffusione dei reati in provincia di Gorizia, la città può considerarsi, con i suoi alti e bassi, sicura. E condivido. Però eccepisco una contraddizione, sollevata dal responsabile sindacale del Siulp e dallo stesso questore. Il primo afferma che Monfalcone, per i suoi problemi relativi alla sicurezza, dovrebbe essere sede di questura (!) snocciolando una serie di problematiche che vanno dalla carenza di uomini e mezzi (e io aggiungo di coordinamento con le altre forze di polizia L.121/81) ad altri di aspetto sindacale, mentre, l’Illustrissimo signor questore afferma che il rapporto forze dell’ordine-cittadini è in linea, se non maggiore del resto d’Italia. Chi avrà ragione? Penso che il tema della sicurezza, sia negli ambienti domestici e sia nei luoghi pubblici ha assunto una rilevanza sociale notevole. È da considerare la profonda dicotomia tra due aspetti fondamentali: il grado di vittimizzazione e la percezione dell’insicurezza. Che si tratti di due fenomeni distinti e non interdipendenti è ormai dimostrato dai dati statistici. Credo che bisognerà promuovere azioni tese a ridurre la vittimizzazione, senza però aumentare l’allarme e l’insicurezza, intervenendo quindi anche sulla percezione della sicurezza come fenomeno a se stante. In tale ottica è più che mai necessario attuare la centrale operativa unica, da tanto tempo “pubblicizzata” al fine di razionalizzare al meglio le potenzialità strutturali ed operative delle singole Forze di polizia, ottimizzando l’impiego e la distribuzione delle rispettive risorse umane. Da qui la necessità di rispondere a una sempre più avvertita esigenza di sicurezza. Il sentimento dell’insicurezza è soprattutto un sentimento “popolare”, un sentimento di strada.
Francesco Di Fiore
Monfalcone

Il Piccolo, 15 febbraio 2010
 
NUOVA PRESA DI POSIZIONE SULL’OPERAZIONE DEI CARABINIERI 
Prc: «La prevenzione sulla droga non si fa con le retate»

«Gli esigui risultati ottenuti non possono certamente qualificare l’operazione come una vittoria nella lotta al narcotraffico. Preoccupa la paventata volontà di esercitare un ruolo educativo attraverso l’emissione di provvedimenti penali, per definizione riservati alla repressione, non certo all’educazione». Interviene a muso duro, sulla vicenda della maxi-retata dei carabinieri, la segreteria provinciale di Rifondazione comunista. Che con una nota entra nel merito del ruolo preventivo ed educativo delle recenti operazioni di polizia giudiziaria, svolte con un considerevole dispiego di uomini e mezzi, finalizzate a contrastare il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti tra giovani e giovanissimi.
«Lascia estremamente perplessi – così Rc – leggere che azioni penali, operazioni di polizia giudiziaria e provvedimenti di perquisizione domiciliare uniti a disposizioni di accertamento sanitario, sarebbero state effettuate con fine preventivo ed “educativo”. Le modalità della messa in atto, così come descritte dalla stampa, e l’atteggiamento con il quale la notizia delle indagini è stata presentata pubblicamente, non sembrano infatti finalizzati a colpire il traffico di stupefacenti, quanto piuttosto a intimidire il mondo giovanile, agire in senso diffusamente repressivo, criminalizzare un intero mondo, certamente carico di contraddizioni, anche proprie dell’età, ma non certo criminale».
Per la segreteria provinciale di Rc, «un’attività di prevenzione è quella di dare alla persona consapevolezza e informazione sui rischi per la salute dell’abuso di sostanze psicoattive e rendere attivi percorsi di contatto e comunicazione con gruppi e soggetti a rischio, attraverso politiche di inclusione della marginalità, di relazione a bassa soglia, di pratiche di rete con gli ambienti scolastici, familiari, di pari». «Insomma – si legge ancora nella nota – con la costruzione di un circuito di promozione sociale positiva. All’opposto c’è l’idea che l’educazione si attui utilizzando come leva la paura per l’immanenza di un’azione penale e repressiva. L’azione di repressione “esemplare” che valga come monito per un’intera generazione. Quest’idea nasconde un pesante fardello ideologico; l’implicita ammissione di un’incapacità comunicativa e relazionale tra l’istituzione, in ultima analisi lo stato, e un intero mondo giovanile rispetto al quale si pratica solo l’atteggiamento del punitivo censore che è incompatibile con quello dell’educatore».
«Probabilmente – conclude Rc – è bene invece che le due azioni, quella educativa e quella repressiva rimangano ben separate. Che siano i servizi di promozione sociale, i servizi sanitari territoriali, le scuole, le unità operative dedicate agli adolescenti, i soggetti della prevenzione, adatti al carico comunicativo e di rete, da soli in grado di attivare ed eventualmente “allarmare” rispetto a situazioni di rischio. L’azione penale, invece, ci auguriamo che contrasti e reprima chi si arricchisce grazie al narcotraffico, al crimine, alla sofferenza di altri. Ci sembra, questa divisione dei ruoli, un miglior servizio per la comunità».

Il Piccolo, 18 febbraio 2010
 
STRASCICHI DELLA MAXI-RETATA 
Dibattito sulla droga all’Officina sociale Interviene Cattarini
 

Il dibattito sulla maxi-retata dei carabinieri, condotta nella notte a cavallo tra venerdì 6 e sabato 7 febbraio da 80 militari coordinati dal comando locale, si riapre stasera all’Officina sociale di via Natisone 1. Dopo la reprimenda della Camera penale di Gorizia e le prese di posizione politiche sull’operazione dei militari – che ha portato a 30 perquisizioni domiciliari, con una trentina di giovanissimi sottoposti ai test antidroga, sei persone denunciate per cessione e 21 segnalate alla Prefettura come consumatori – gli operatori del Centro Bassa Soglia hanno indetto alle 20 un incontro sul tema ”Sostanze stupefacenti: ordine pubblico o questione culturale e sanitaria?”.
«A un anno dalla famosa Operazione Blu – scrivono in una nota i promotori – che vide alcune persone ristrette della propria libertà per sedici giorni con pesanti accuse, successivamente destrutturate dal tribunale del riesame di Trieste, il territorio del basso isontino ritorna a essere protagonista nel subire operazioni di polizia definite contro il narcotraffico, ma che lasciano grossi dubbi su efficacia e obiettivi reali».
All’iniziativa interverrà anche il presidente della Camera penale l’avvocato Riccardo Cattarini, il quale riferirà del documento emesso dall’organo a seguito della maxi-retata, illustrando in particolare la sfera dei diritti del cittadino relativamente al delicato tema. Non mancherà l’intervento dell’operatore del Drop in Luciano Capaldo, il quale invece parlerà di sostanze stupefacenti, lotta al narcotraffico, società del consumo, ricerca del piacere, carcere sovraffollato e diritti civili. Un rappresentante dell’Unione degli studenti, invece, offrirà il punto di vista studentesco sulla questione del consumo e dell’informazione relativa alla droga, mentre un responsabile del Centro Sociale Rivolta di Marghera (Venezia) forniranno un’esperienza di osservazione ”dal basso” e di intervento nei contesti di musica elettronica. Il dibattito proseguirà in forma assembleare. Per informazioni si può consultare il seguente portale: rete-operatori-fvg@googlegroups.com.
L’operazione antidroga era scattata sull’asse Grado-Monfalcone. Ventisette giovani dai 17 ai 23 anni erano stati sottoposti a controlli: sei erano stati denunciati in stato di libertà per la cessione di stupefacenti, mentre tutti erano stati segnalati alla Prefettura di Gorizia quali assuntori. L’intervento aveva anche portato al sequestro di numerosi quantitativi di stupefacente, ma in piccoli contingenti. Droghe leggere, hashish e marijuana. Complessivamente erano stati rinvenuti 4 spinelli, 5,5 grammi di hashish, 14 semi e quattro piante di marijuana, 3,46 grammi di marijuana e altri 142 grammi di piante di marijuana essiccate, 16 semi di canapa indiana e 2 pasticche di ecstasy. I carabinieri avevano sottolineato soprattutto la finalità educativa della retata, con l’obiettivo di disincentivare i ragazzi all’uso delle sostanze illecite e allertare le famiglie. (ti.ca.)

Il Piccolo, 19 febbraio 2010
 
INTERROGAZIONE ALLA CAMERA E INTERPELLANZA AL SENATO 
Finisce in Parlamento la retata anti-spinelli

La vicenda legata alla recente operazione dei carabinieri che ha coinvolto 27 ragazzi tra i 17 e i 23 anni, residenti tra Grado e il Monfalconese, per verificare la presenza di sostanze stupefacenti, è approdata in Parlamento. Attraverso un’interrogazione presentata dai deputati Alessandro Maran ed Ettore Rosato, entrambi del Pd. Sono scesi in campo anche i senatori radicali, preannunciando la presentazione di una interpellanza. In entrambi gli atti viene citata la delibera emessa nei giorni scorsi dalla Camera penale di Gorizia, presieduta dall’avvocato Riccardo Cattarini, e trasmessa alle autorità competenti.
I deputati Maran e Rosato, ribadiscono che «l’indagine e il processo penale non sono nè strumenti di difesa sociale, nè di attuazione di politiche sociali, in particolare giovanili»; che «il consumo di stupefacenti e il possesso degli stessi finalizzato al consumo personale, nel nostro ordinamento, non costituiscono reato secondo la legge penale»; che, ancora, «la volontarietà degli accertamenti sanitari, quali quelli ai quali sarebbero stati sottoposti i giovani in questione, non può essere conculcata e deve essere attentamente verificata». Inoltre, evidenziano che «un accertamento sanitario deve essere, per precisa norma di legge, sempre solo eseguito su richieste di iniziativa dell’interessato o, se minore, dei suoi genitori» sottolineando infine che «deve essere comunque rispettata e tutelata da qualsiasi istituzione dello Stato la presunzione di non colpevolezza, garantita dalla Costituzione».
Maran e Rosato pertanto chiedono al ministro degli Interni «quali iniziative intende assumere al fine di vigilare affinchè le indagini per stroncare l’immondo commercio degli stupefacenti, indispensabili per assicurare la civile convivenza sociale e da tutti giudicate opportune, siano effettivamente indirizzate nei confronti di trafficanti e di traffici, non già di consumatori o detentori di stupefacenti per uso personale, che non hanno commesso alcun fatto punito dalla legge; affinchè, inoltre, i diritti dei cittadini siano scrupolosamente rispettati, sia quanto alla riservatezza personale, sia quanto al segreto delle indagini giudiziarie, sia quanto alla volontarietà degli accertamenti sanitari, sia soprattutto quanto alla presunzione di non colpevolezza di rango costituzionale».
Contestualmente, i radicali/Pd, Marco Perduca e Donatella Poretti e Giulio Manfredi, del Comitato nazionale Radicali Italiani, hanno definito l’operazione «una intollerabile violazione dell’habeas corpus, degna del più buio Medioevo, non di uno Stato di diritto quale l’Italia dice di essere, ma non è». Sull’intervento dei carabinieri, che ha portato al rinvenimento di semi e piante di maijuana, spinelli di hashish e due pasticche di ecstasy, Perduca e Poretti intendono quindi interpellare il ministro della Difesa per sapere su quali basi giuridiche si giustifica l’operazione.

Il Piccolo, 20 febbraio 2010
 
«Retata antidroga legittima ma inopportuna» 
L’avvocato Cattarini e Capaldo del Drop-in criticano l’operazione

La droga è una questione di ordine pubblico oppure socio-sanitaria? E non c’è forse un ”accanimento” di carattere repressivo, pur non previsto dalla legge, nei confronti dei giovani? È da questi ragionamenti che si è innescato, l’altra sera, all’Officina sociale di via Natisone, il dibattito attorno al tema stupefacenti, dopo l’operazione dei carabinieri, che ha coinvolto 27 ragazzi. È stato invitato l’avvocato Riccardo Cattarini, presidente della Camera penale di Gorizia, che sulla retata di pochi giorni fa, è intervenuta attraverso una delibera, richiamata da successivi atti parlamentari promossi dai deputati Alessandro Maran e Ettore Rosato e dai Radicali.
Cosa ha significato quell’operazione? Come è stata condotta? Il presidente della Camera penale si è soffermato sugli aspetti propriamente legislativi e sulla consapevolezza dei propri diritti, preannunciando la preparazione di una sorta di ”guida multidisciplinare”. L’avvocato ha chiarito: «La Camera penale riunisce gli avvocati penalisti in un organo trasversale, uniti dalla volontà di tutelare i diritti fondamentali attinenti alla libertà individuale». Ha aggiunto: «Ci è sembrato doveroso intervenire per questo episodio in virtù di precise ragioni. Non c’è stato nulla di illegale. Formalmente l’operazione è stata corretta. Ma le forze dell’ordine si sono caricate di un compito improprio, volendo intervenire con finalità educative e sociali». Modalità, dunque, e opportunità. Concentrando altresì l’attenzione sui test sanitari: «Tutti i trattamenti sanitari – ha osservato Cattarini – sono volontari, fatta eccezione per rare circostanze che richiedono procedure specifiche. Nel caso in questione, i ragazzi hanno prestato formalmente il consenso all’esecuzione del test delle urine. Ma resta da chiarire chi abbia ricevuto il consenso. Il titolare della ricezione dev’essere il medico, unico preposto ad esercitare l’attività sanitaria». Si è parlato anche dell’appropriatezza ai fini dell’accesso al Pronto soccorso, come ha spiegato Gianni Cavallini, medico dell’Ass Isontina: nella circostanza l’urgenza non era ravvisabile, considerati peraltro i lunghi tempi di permanenza della cannabis rispetto al momento dell’assunzione. E ancora, posto che «la droga è un commercio immondo», Cattarini ha distinto: una cosa è il narcotraffico, e la dipendenza può comportare anche reati contro il patrimonio. Altro è il consumo, che presuppone un approccio rieducativo, affidato ai servizi competenti».
L’operatore del servizio Drop-in, Luciano Capaldo, ha chiamato in causa il parallelo con la filosofia di Basaglia sostenendo la centralità della persona: «Si tratta di diritti civili che vanno salvaguardati. Chi usa droga, o ne è dipendente, resta una persona e ha diritto a un percorso di salute, non all’emarginazione». Si è parlato dei consumi in aumento esponenziale, di diverse tipologie di sostanze «entrate in un indifferenziato consumismo, grazie alla normativa vigente che le pone tutte sullo stesso piano», ha evidenziato Capaldo. «Più preoccupante – ha aggiunto – è il fatto che venga perseguito chi consuma». Posto l’accento anche sull’«accanimento inquirente nei confronti dei giovani, colpiti come fossero gli unici a far uso di stupefacenti, quando la droga coinvolge ben più larghe fasce d’età». Sulle conseguenze sociali, lavorative derivate dall’essere segnalato per consumo. E i servizi come il Sert che, «sotto il peso dei tagli di risorse, forniscono risposte sempre più generalizzate». Quindi il fattore-paura. Anastasia Barone, rappresentante degli studenti Uds, ha osservato: «Sono molto preoccupata per questo clima di repressione. A Trieste, all’inizio dell’anno scolastico, sono intervenute le forze dell’ordine con le unità cinofile. Mi chiedo se così si affrontano i problemi o se gli obiettivi possano essere altri». (la. bo.)

Il Piccolo, 21 febbraio 2010
 
OPERAZIONE ANTIDROGA 
Anche i legali triestini contro la maxiretata 
Sostegno all’iniziativa dei colleghi goriziani della Camera penale

Il Consiglio direttivo della Camera penale di Trieste ”Professor Sergio Kostoris” ha deliberato una nota a sostegno dell’omologo organismo della provincia di Gorizia, dopo la dura reprimenda sulla maxi-retata condotta dai carabinieri a contrasto del consumo e spaccio di sostanze stupefacenti tra giovani e giovanissimi nell’Isontino. Retata che ha portato a trenta perquisizioni domiciliari, con una trentina di giovanissimi sottoposti ai test antidroga, sei persone denunciate per cessione e ventuno segnalate alla Prefettura come consumatori.
Il consiglio direttivo triestino si è riunito l’11 febbraio scorso e ha esaminato quanto diffusamente riportato dagli organi di informazione, locale e non, a propostito della vasta operazione eseguita dall’Arma, che sarebbe stata finalizzata a scopi sociali. Nel farlo, dopo aver anche letto la delibera adottata dalla Camera penale di Gorizia l’8 febbraio (documento in cui, pur «confermando estrema fiducia nell’Arma dei carabinieri e nel suo ruolo insostituibile nel garantire la convivenza sociale attraverso la repressione dei reati», l’organismo manifesta «estrema preoccupazione per l’utilizzo di uno strumento delicato e assai invasivo come quello dell’indagine penale» per far fronte a situazioni al più collocabili nell’ambito del “disagio sociale”), esprime una condivisione dell’allarme manifestato dai penalisti goriziani.
La delibera, come noto, era stata firmata dal presidente Riccardo Cattarini e inoltrata, tra gli altri, al ministero dell’Interno. Condividendo le preoccupazioni manifestate circa le modalità e le tempistiche delle perquisizioni domiciliari avvenute, nonchè le argomentazioni addotte a proposito della sottoposizione dei ragazzi (anche minorenni) agli accertamenti diagnostici “volontari”, l’organo triestino ha dichiarato in una nota siglata dal segretario Elisabetta Burla e dal presidente Andrea Frassini «il proprio sostegno e la propria solidarietà» alla Camera penale di Gorizia, disponendo la diffusione dello scritto ancora una volta al Ministero dell’Interno, ma anche al Ministero della Salute, al Ministero della Gioventù, al Prefetto di Gorizia, al Procuratore della Repubblica di Gorizia, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Trieste, al Questore di Gorizia, al Comando Provinciale dei Carabinieri di Gorizia, all’Unione delle Camere Penali Italiane ed alle Camere Penali del Friuli Venezia Giulia. Il documento è stato firmato dal segretario (ti.ca.)

Il Piccolo, 24 febbraio 2010

Lettere

La recente retata dei carabinieri nei confronti di ragazzini minorenni o comunque molto giovani inducono ad alcune considerazioni in merito ad una deriva tutta tesa ad intaccare i diritti personali e che deve essere contrastata. Va sottolineato il fatto che, come da osservazione della Camera Penale di Gorizia, eventuali analisi atte ad individuare la presenza di metaboliti cannabinoidi sono prima di tutto un atto volontario che non può essere arbitrariamente imposto come è successo in questa vicenda. Essendo un atto volontario e non configurandosi alcuna urgenza – dato che la presenza delle tracce nelle urine è evidenziata fino a qualche settimana di distanza dall’assunzione – si ritiene che l’accompagnamento da parte dei Carabinieri dei ragazzi al Pronto Soccorso leda il necessario rispetto di tale struttura sanitaria, che deve essere utilizzata esclusivamente per prestazioni urgenti. Se si vuole da una parte assicurare – come la Legge impone – il carattere volontario dell’accertamento e dall’altra non utilizzare impropriamente il Pronto Soccorso, l’iter da seguire deve essere quello dei consueti esami del sangue e delle urine: chi intende sottoporvisi deve recarsi dal proprio medico di fiducia, per farsi fare la prescrizione, poi vada a pagare il ticket, infine si rechi al laboratorio. Una tale procedura consentirebbe di far assumere la decisione al cittadino in piena autonomia, senza pressioni e/o condizionamenti. Va, inoltre, ricordato che il modulo di consenso per sottoporsi ad accertamenti, proprio per il carattere sanitario che riveste, deve essere raccolto da un medico, il quale non può certamente delegare tale compito a personale non sanitario, quale è, almeno si spera, il carabiniere. Se nel caso specifico il consenso è stato raccolto dai Carabinieri, va sottolineato che era compito del personale del Pronto Soccorso informare adeguatamente i giovani della corretta procedura. Ovviamente non si vuole colpevolizzare i medici del pronto soccorso che è facile immaginare siano stati colti di sorpresa e impreparati a gestire la situazione creatasi. Quello che invece si richiede con forza è che quanto prima la direzione sanitaria ospedaliera o dell’Azienda sanitaria “Isontina” intervenga per assicurare che tutti i servizi sanitari si attengano allo scrupoloso rispetto dei diritti di cittadinanza, assicurando la volontarietà di qualsiasi accertamento venga disposto. Sulle presunte caratteristiche preventive ed educative di tale operazione c’è molto da discutere. È evidente che l’aspetto educativo è prerogativa di ben altri soggetti sociali che hanno le competenze per operare come la famiglia, la scuola, gli operatori sociali e sanitari, l’associazionismo di base. L’unico modello educativo condivisibile è quello teso a far emergere in positivo dai ragazzi le specifiche risorse insite in ciascuno per metterle a disposizione della collettività e sinceramente era auspicabile che dopo la scandalosa operazione denominata “Blu” di un anno fa le strade intraprese fossero diverse, quantomeno orientate com’è giusto nella direzione del grosso traffico e spaccio che è evidentemente da colpire. Spiace constatare che ancora nell’anno 2010 resta valido il detto “forti con i deboli e deboli con i forti”.

Mauro Bussani, presidente dei Verdi della provincia di Gorizia

Il Piccolo, 03 marzo 2010
 
L’INTERVENTO DELL’AVVOCATO CATTARINI 
Critiche sulla retata anti-spinello, imbarazzo delle forze dell’ordine

Non potevano mancare riferimenti alla recente maxi-retata antidroga dei carabinieri che ha portato una trentina di ragazzi – alcuni minorenni – a sottoporsi in massa ai test anti-droga al Pronto soccorso del San Polo e alla conseguente segnalazione come consumatori di hashish e marijuana. A contestare il metodo, pur rinnovando la stima e la fiducia nell’Arma dei carabinieri, è stato l’avvocato Riccardo Cattarini, presidente della Camera penale di Gorizia, che ha investito del caso anche il ministero dell’Interno. «Mi rendo conto che i carabinieri fanno ciò che qualcuno dice loro di fare – ha detto il legale – e non mi sognerei mai di mettere in dubbio la legittimità di quanto accaduto, ma mi pare almeno discutibile che problemi e circostanze che sarebbero di competenza delle politiche sociali vengano delegati invece alle forze di polizia». Le affermazioni di Cattarini, intervenuto sul palco per annunciare che sabato alle 10, nella sala consiliare della Provincia, ci sarà un dibattito sul problema-giustizia promosso dal Pd, con la partecipazione sua, del segretario provinciale del Pd Omar Greco, del parlamentare Alessandro Maran e di Debora Serracchiani, sono state raccolte con ”gelo” dalle forze dell’ordine presenti in prima fila. Poco prima, invece, era stato il presidente dell’Ascom Glauco Boscarolli, a dare un giudizio favorevole sull’operazione condotta dai carabinieri definendola opportuna, quanto meno per aver consentito a numerose famiglie di rendersi conto di una situazione pericolosa in cui si stavano cacciando i loro figli. (f.m.)

Il Piccolo, 06 marzo 2010
 
OGGI AL SAN POLO 
Maxi-retata antidroga conferenza dei radicali

Oggi alle 11, davanti al Pronto soccorso dell’ospedale San Polo, i radicali terranno una conferenza stampa, a seguito della retata dei carabinieri il 7 febbraio tra Monfalcone e Grado. Nel corso dell’operazione 27 giovani tra cui diversi minorenni sono stati oggetto di una perquisizione domiciliare e successivamente portati al Pronto soccorso, per essere sottoposti ad esami tossicologici. «Come già sottolineato dai senatori Marco Perduca, Donatella Poretti e Giulio Manfredi nella loro interrogazione in Parlamento, si tratta di un’intollerabile violazione dell’habeas corpus, degna del più buio Medioevo e non di uno Stato di diritto», sottolineano i promotori. Il consigliere dei Verdi di Trieste, Alfredo Racovelli, e il coordinatore regionale dei radicali, Marco Gentili, hanno quindi osservato: «Ci chiediamo se il personale sanitario abbia verificato la volontarietà piena e assoluta dei giovani a sottoporsi agli accertamenti. Nè si comprende come si possa configurare un intervento di urgenza, visto che il caso in questione non può rispecchiare una situazione di rischio per la salute del singolo».

Il Piccolo, 07 marzo 2010
 
Retata anti-spinello, esposti alle Procure 
Iniziativa di verdi e radicali. Nel mirino il consenso dei giovani ai test sanitari

di LAURA BORSANI

Esposto inviato alle Procure di Trieste e di Gorizia, segnalazioni al direttore generale dell’Ass Isontina, Gianni Cortiula, al direttore dell’ospedale di San Polo, Andrea Gardini, ma anche al presidente dell’Ordine dei medici di Gorizia, Roberta Chersevani, e al Comando regionale dei carabinieri. L’operazione anti-droga eseguita dai carabinieri il 7 febbraio scorso, che ha coinvolto 27 ragazzi, di cui anche minorenni, sottoposti a perquisizione domiciliare e accompagnati al Pronto soccorso per essere sottoposti al test delle urine, sortisce un nuovo effetto. L’azione è stata promossa e illustrata ieri mattina, durante una conferenza stampa tenutasi all’esterno del San Polo, dal consigliere comunale dei Verdi per la pace del Comune di Trieste, Alfredo Racovelli, e dal coordinatore regionale del Partito Radicale, Marco Gentili, presente anche il responsabile di Officina sociale, Mauro Bussani. Facendo ingresso al Pronto soccorso, hanno anche tentato di cercare un confronto con gli operatori sanitari. Dopo la deliberazione della Camera penale di Gorizia, cui hanno fatto seguito l’interrogazione parlamentare del Pd, con i deputati Alessandro Maran e Ettore Rosato, e l’interpellanza dei senatori radicali/Pd, Marco Perduca e Donatella Poretti, l’operazione anti-droga approda sul tavolo dei procuratori capo Michele Dalla Costa di Trieste, e Caterina Ajello di Gorizia. Sul tappeto gli accertamenti sanitari eseguiti nei confronti dei ragazzi, in relazione al consenso volontario: «Gli accertamenti sanitari – ha spiegato Racovelli – secondo la normativa vigente, devono avere carattere assolutamente volontario. Riteniamo che il titolare della ricezione del consenso a sottoporsi ad accertamento debba essere un sanitario (medico, infermiere o altra figura presente nella struttura sanitaria) e non un carabiniere. Il personale sanitario dovrebbe essere in condizione di verificare l’assoluta volontarietà del soggetto a sottoporsi ai test sanitari, libero da condizionamenti esterni». È stata altresì sollevata la questione legata alla funzione istituzionale del Pronto soccorso: «È preposto – ha detto Racovelli – a corrispondere con tempestività ai casi di urgenza per lo stato di salute dei cittadini. L’organizzazione di questa unità operativa prevede che all’accesso il soggetto sia sottoposto a procedure di triage, per definire il livello di urgenza della prestazione. Nei casi di non urgenza è, peraltro, prevista l’erogazione del ticket». Il 7 febbraio i giovani sarebbero stati accompagnati al Pronto soccorso dai carabinieri, con atto di assenso già firmato: «Riteniamo che il personale sanitario non abbia potuto verificare, per evidente condizionabilità, la volontarietà piena e assoluta dei giovani a sottoporsi al test. Inoltre, considerato che l’eventuale esito positivo dell’accertamento è riscontrabile, secondo le sostanze, tra le 48 ore e alcune settimane dal consumo, non si comprende come si potesse configurarne l’urgenza. Non risulta poi che sia stata attivata in alcun modo una consulenza specialistica con il Dipartimento delle dipendenze. Non configurandosi pertanto una situazione di rischio immediato per la salute dei giovani, si chiede se nel caso in questione non fosse, invece, preferibile che l’accertamento eventuale avvenisse secondo le normali procedure non urgenti». Marco Gentili, ha ricordato l’interpellanza dei senatori radicali/Pd presentata al Governo e al ministero della Difesa, per sapere «su quali basi giuridiche si giustifica l’operazione dei carabinieri», ricordando anche l’intervento delle forze delle forze dell’ordine, il 19 maggio 2008, nella struttura in cui è ospitato il Drop-in. Bussani ha riportato le riflessioni di alcuni genitori coinvolti: «Se si voleva dare un segnale educativo, bastava una telefonata e la convocazione nelle sedi inquirenti».

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Il Piccolo, 29 luglio 2009 
 
UFFICIALE IL PASSAGGIO DI PROPRIETÀ  
Fantuzzi-Reggiane in mani Usa  
Referendum in Fincantieri: sì alla linea Fiom sull’integrativo
 
 
È ufficiale: il gruppo Fantuzzi-Reggiane comprendente anche lo stabilimento di Monfalcone è stato acquisito dalla Terex. Presenti i rappresentanti sindacali e i segretari territoriali di Fiom e Uilm, e due rappresentanti della società Usa, è stata confermata la chiusura del closing e quindi il passaggio di proprietà del gruppo da Fantuzzi-Reggiane a Terex. Già oggi nello stabilimento di Monfalcone i sindacati terranno assemblee. Dopo le ferie collettive, dal 24 agosto sono previste ancora 5 settimane di cassa integrazione ordinaria a rotazione.
I lavoratori della Fincantieri di Monfalcone, intanto, hanno approvato a larga maggioranza la linea Fiom sia per quanto riguarda l’ipotesi di piattaforma contrattuale nazionale, sia in relazione ai ”ritocchi” concordati dalla Fiom con l’azienda relativi all’integrativo già firmato da Fim e Uilm. Lo rileva l’esito del doppio referendum che la Fiom ha organizzato nel cantiere di Monfalcone. Per quanto riguarda la piattaforma nazionale hanno preso parte alla consultazione 773 dipendenti su 1281 aventi diritto (60,3%). I sì sono stati l’82,3% (773) i no il 15,5% (120); 127 invece i lavoratori dell’appalto partecipanti, con larga maggioranza di sì (89,8%). Per quanto riguarda l’integrativo i votanti sono stati 774 su 1281 aventi diritto (60,4%), i sì 625 (80,75%), i no 138 (17,83%).

Messaggero Veneto, 29 luglio 2009 
 
Monfalcone. L’attesa fumata bianca è arrivata ieri a Reggio Emilia: la società americana ha acquisito ufficialmente il gruppo Fantuzzi-Reggiane  
Arriva la Terex, gli stipendi sono salvi
 
 
MONFALCONE. È stato decisivo l’incontro di ieri, a Reggio Emilia, per il gruppo Fantuzzi-Reggiane e quindi per lo stabilimento di Monfalcone: convocato dall’azienda, l’incontro è servito per ufficializzare l’acquisizione del gruppo da parte della statunitense Terex.
Alla presenza dei rappresentanti sindacali e quindi anche dei rappresentanti delle segretarie territoriali isontine di Fiom e Uilm, ma anche due rappresentanti della società americana, è stata confermata la notizia della chiusura del closing e quindi del passaggio di proprietà del gruppo da Fantuzzi-Reggiane alla statunitense Terex, passaggio che allenta la tensione dopo mesi di forte preoccupazione per il futuro del gruppo e dei lavoratori, dopo il tira e molla delle banche e dopo la grave crisi di liquidità in cui è stato catapultato anche il sito monfalconese e che aveva spinto i lavoratori, qualche settimana fa, a chiedere un incontro prima con il sindaco di Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto e poi con il Prefetto di Gorizia.
«Dopo la cautela dei giorni scorsi, oggi possiamo finalmente dire che la notizia è certa: Fantuzzi-Reggiane è passata in proprietà alla Terex. Devono ancora essere precisate molte cose e sarà fatto in base a dati ufficiali, ma l’importante è che si ripartirà e che Terex ha già confermato di voler fare un’iniezione di liquidi. Ciò – ha detto Fabio Baldassi della segretaria Fiom Cgil, parlando anche a nome degli altri colleghi – permette di guardare con serenità ai prossimi mesi soprattutto perché vengono confermati gli stipendi dei dipendenti.
La nostra paura era appunto che ciò non succedesse, invece Terex ha confermato la volontà di proseguire l’attività e di aver deciso di acquisire Fantuzzi-Reggiane proprio per la serie di prodotti collocati in diversi mercati».
Insomma esistono potenzialità certe anche per lo stabilimento monfalconese di essere forti sui mercati e poter reggere e superare la crisi, anche perché dall’incontro non sono emerse brutte sorprese riguardo al bond: l’azienda americana, subentrando come controparte degli obbligazionisti, rimborserà l’ultima tranche del bond in scadenza, per un impegno complessivo (acquisizione compresa) di 170 milioni di euro. Una cifra inferiore alla valutazione di 215 milioni di euro, alla base del pre-accordo dell’estate del 2008.
Già oggi nello stabilimento di Monfalcone i sindacati terranno assemblee informative con i lavoratori. Dopo le ferie collettive, dal 24 agosto sono previste ancora 5 settimane di cassa integrazione ordinaria a rotazione e comunque da gestire secondo le esigenze produttive. Soddisfazione è stata espressa anche dal segretario provinciale della Uilm, Luca Furlan che ricorda come «ci siamo spesi tutti per salvare l’azienda, abbiamo retto per 14 mesi, anche arrivando a momenti allo scontro con i lavoratori, che hanno però capito come era necessario anche stare fermi per il bene dell’azienda. Comunque ora si dovranno capire le intenzioni della nuova proprietà il piano industriale, le intenzioni per il gruppo e per Monfalcone. Terex sembra azienda seria, che potrebbe fare di tutto per rilanciare un gruppo con professionalità e potenzialità che sarebbe peccato perdere».
Soddisfatto per la conclusione dell’acqusizione anche il segretario provinciale della Failms-Cisal, Fabrizio Ballaben che lamenta però di aver appreso la notizia da Internet sul giornale interattivo degli investitori “Milano Finanza”.
«C’è molto stupore e dispiacere perché le notizie non sono giunte da chi si era impegnato formalmente in prefettura di Gorizia a fornirmi le notizie sull’evolversi della situazione dell’azienda – ha affermato riferendosi al segretario provinciale della Fiom-Cgil e ricordando come avesse chiesto di essere informato anche al sindaco, così come le altre sigle sindacali –, ma a oggi le informazioni non sono pervenute».
Cristina Visintini

Il Piccolo, 02 agosto 2009 
 
Reggiane, chiesta una proroga della ”cassa” fino a novembre La Failms: «L’azienda dia risposte» 
Il segretario Ballaben: «La vendita a Terex gestita in silenzio dalla proprietà»
  
 
«Siamo soddisfatti per il risultato raggiunto, che si sia rasserenata la situazione alla luce dell’acquisto della società americana Terex della Reggiane. Ma siamo, per contro, ampiamente amareggiati perchè le notizie non le abbiamo assunte da fonti ufficiali. Chi si era preso l’impegno di informarci nel tavolo di confronto in Prefettura a Gorizia, non lo ha fatto. È un comportamento scorretto nei confronti di tutti i lavoratori». A prendere posizione, all’indomani della sigla del closing di cessione, attraverso il quale la Terex è subentrata alla famiglia Fantuzzi nell’ambito del Gruppo Fantuzzi Reggiane e Noell Crane, è la Failms-Cisal, con il segretario regionale Fabrizio Ballaben. «L’altro ieri – ha spiegato – ci siamo incontrati nella sede istituzionale a Trieste con l’assessore regionale al Lavoro, Rosolen, mentre era assente poichè in ferie il capo del personale della Reggiane. Durante l’incontro abbiamo espresso la soddisfazione per l’acquisizione da parte della società americana, ma abbiamo evidenziato il fatto che non ci sia pervenuta alcuna informazione ufficiale. Alla Regione abbiamo chiesto, attraverso l’assessore Rosolen, di avere ulteriori informazioni sullo sviluppo della situazione, facendo presente che in sede istituzionale dovrà avvenire un incontro per capire quale sarà la gestione della fase transitoria e la futura programmazione lavorativa della nuova azienda americana». Una richiesta di chiarimento anche a fronte del fatto che la Reggiane Cranes and Plants Spa, che in città ha uno stabilimento con una settantina di dipendenti, tra operai e impiegati, ha comunicato la richiesta di una proroga della cassa integrazione ordinaria dal 24 agosto fino al 2 novembre. Nella comunicazione ai sindacati, infatti, si legge: «Data l’attuale situazione in cui continuano a persistere comprovate difficoltà legate ad una crisi temporanea di mercato, ai sensi dell’articolo 5, legge 164/1975, ci troviamo costretti a chiedere la proroga della cassa integrazione ordinaria per lo stabilimento di Monfalcone per il periodo dal 24 agosto al 2 novembre».
Il segretario Ballaben aggiunge: «Il rammarico, in questa vicenda, è che il nostro ricercare in tutti i modi l’unione sindacale per il bene dei lavoratori della aziende venga svilito dall’atteggiamento ostruzionistico di dirigenti di altre organizzazioni sindacali, frutto di determinate strategie politiche. Atteggiamento che crea solo un danno agli effettivi destinatari della nostra attività istituzionale, e cioè i lavoratori. Auspichiamo che si consolidi una netta differenza tra il far sindacato e il far politica, e che non ci siano deleterie e deprecabili commistioni tra le due attività».

Il Piccolo, 15 ottobre 2009 
 
Reggiane, prolungata la cassa integrazione  
Ricorso alla Cigo fino al 20 novembre per 70 dipendenti
  
 
Si prolunga il ricorso alla cassa integrazione ordinaria alla Reggiane Cranes&Plants di Monfalcone, acquisita assieme al resto della società dalla statunitense Terex lo scorso mese di luglio. Nonostante il ripianamento dei debiti, la situazione di Reggiane non si è ancora stabilizzata e azienda e sindacati hanno firmato in questi giorni il ricorso alla Cigo per altre sette settimane. Fino al 20 novembre i 70 dipendenti dello stabilimento del Lisert continueranno a lavorare solo due giorni alla settimana, benché un certo carico di lavoro ci sia. «L’azienda aveva proposto in prima battuta di rinnovare la cassa integrazione per 11 settimane – spiega Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – e a zero ore. Quanto abbiamo respinto in assenza di un piano industriale da parte della nuova proprietà e anche perchè in questo modo saremmo andati a esaurire tutte e 52 le settimane di Cigo utilizzabili». Reggiane ha poi accettato la richiesta dei sindacati dei metalmeccanici di prorogare la cassa integrazione per un periodo più breve, confermando la modalità degli ultimi mesi, cioè tre giorni a casa e due al lavoro.
«Lo stabilimento di Monfalcone ha ancora un carico di lavoro discreto – aggiunge Baldassi -, come pure quello di Lentigione in Emilia, mentre qualche problema in più c’è a Reggio Emilia. Rimane quindi fondamentale discutere quanto prima il piano industriale con Terex». In piazza ieri è invece scesa la ”Rete dignità e lavoro”, nata a Monfalcone per dare voce alle centinaia di lavoratori che in provincia sono finiti in cassa integrazione ordinaria e straordinaria o in mobilità. (la.bl.)

Il Piccolo, 26 novembre 2009
 
LA DECISIONE SOTTOSCRITTA DAI SINDACATI DOPO UN INCONTRO CON LA PROPRIETÀ  
Alla Reggiane altre 10 settimane di ”cassa”
 
 
Nello stabilimento monfalconese di Reggiane-Terex la cassa integrazione ordinaria rimarrà aperta per altre dieci settimane, concludendosi solo alla fine di gennaio. La misura richiesta dalla società per tutti i siti produttivi acquisiti da Fantuzzi alla fine dello scorso luglio è stata avallata dai sindacati dei metalmeccanici nell’incontro di lunedì a Reggio Emilia. L’impegno che Terex si è assunta è però quello di incontrare nuovamente Fim, Fiom, Uilm attorno alla metà di gennaio e in quella sede precisare le prospettive e soprattutto le strategie per il 2010 e gli anni a seguire.
All’incontro era presente Thomas Ostermann nominato all’inizio di settembre vicepresidente e managing director di Terex Cranes, con responsabilità di gestire in particolare Reggiane, la società di più recente acquisizione. «La società ha chiesto ancora alcune settimane di tempo per chiudere le sue verifiche sulla situazione di Reggiane – spiega Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom, presente all’incontro di Reggio -. L’intesa è stata raggiunta, ma è ormai non più prorogabile l’avvio di un confronto sul futuro, perché con la fine gennaio saranno finite le 52 settimane di Cigo a disposizione per tamponare gli scarichi di lavoro. All’inizio dell’anno la società dovrà necessariamente illustrare i propri programmi». Nello stabilimento di Monfalcone, dove si producono grandi gru portuali gommate e la cassa è stata utilizzata per tre giorni alla settimana, si continua in ogni caso a lavorare per rispettare i tempi di consegna delle commesse. La forza lavoro dello stabilimento negli ultimi due anni di incertezza e difficoltà  finanziaria di Fantuzzi è del resto scesa da oltre 80 a una settantina di lavoratori. (la. bl.)

Il Piccolo, 11 maggio 2010
 
CONCLUSA LA CIGO ALLA TEREX CON L’ARRIVO DI NUOVE COMMESSE 
Detroit, ”cassa” prorogata di sei settimane 
Il provvedimento coinvolgerà sino a un massimo di trenta dei 150 dipendenti

La crisi è tutt’altro che alle spalle per le fabbriche del Monfalconese. Come Ansaldo sistemi industriali, anche la Detroit di Ronchi dei Legionari, appartenente al gruppo De Rigo che produce banchi frigo per grandi realtà commerciali, prolunga il ricorso alla cassa integrazione ordinaria. Dopo le prime sette settimane, azienda e sindacati dei metalmeccanici hanno siglato l’accordo per estendere la Cigo di altre sei settimane e raggiungere così il periodo della chiusura estiva per ferie. Le modalità del ricorso alla cassa integrazione ordinaria non si sono comunque appesantite rispetto al mese di marzo. L’intesa sottoscritta da azienda e rappresentanti dei lavoratori coinvolgerà quindi sempre un massimo di 30 dei 150 dipendenti della fabbrica.
La cassa integrazione viene anticipata dalla società e sarà utilizzata a rotazione. Detroit aveva utilizzato la cassa integrazione, sempre ordinaria, nel corso del 2009, ma era stata poi una delle prime realtà metalmeccaniche del territorio a uscire dalle secche della crisi economica mondiale. A marzo Detroit ha chiesto di poter utilizzare di nuovo la Cigo, perché il numero di ordini da gennaio non è stato quello previsto. La situazione di Detroit non viene però ritenuta preoccupante, anche se la cassa integrazione è destinata appunto a prolungarsi. Si moltiplicano invece le imprese dell’indotto Fincantieri che stanno andando all’utilizzo della cassa integrazione ordinaria per tamponare il “buco produttivo” tra le commesse già  in lavorazione e quelle di recente acquisizione. «L’ultima in ordine di tempo per la quale siamo stati convocati – spiega Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – è un’impresa operante in tutti i cantieri del gruppo con un’attività di carpenteria e impianti elettrici e che a Monfalcone impiega una trentina di persone». Non sta invece più ricorrendo alla Cigo la Terex (ex Fantuzzi Reggiane), che dispone di un buon carico di lavoro, stando al sindacato. Il piano industriale della società statunitense prevede comunque per lo stabilimento del Lisert un organico di 70 addetti, sempre impegnati nella produzione di gru portuali. (la. bl.)

Il Piccolo, 14 luglio 2010
 
Terex, lavoro garantito fino a marzo del 2011 
Chiuso il periodo della ”cassa” legato alla crisi di Fantuzzi

Quasi un anno dopo l’acquisizione da parte di Terex, lo stabilimento monfalconese ex Fantuzzi Reggiane sembra aver trovato una certa stabilità e una prospettiva di crescita. La conferma è arrivata nell’incontro che i vertici della società hanno avuto con le segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm. Per ora non si parla ancora di un aumento dell’occupazione, scesa attorno alla settantina di unità negli ultimi due anni di difficoltà del gruppo Fantuzzi, ma il carico di lavoro è intanto garantito fino a marzo del 2011.
Dopo aver prodotto e consegnato nel corso della primavera due nuove gru postpanamax “Ship-to-Shore” ordinate dal Conateco (Consorzio Napoletano Terminal Containers), lo stabilimento sarà impegnato nei prossimi mesi nella costruzione di altre cinque gru portuali di grandi dimensioni, destinate a “fare magazzino”. «Non si tratta di un dato negativo, perché il mercato sta richiedendo ai produttori del settore di avere in casa delle gru disponibili per pronta consegna – spiega Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil -. Tutte le società del settore si stanno muovendo in questo senso». Terex sembra avere inoltre l’intenzione di realizzare e potenziare l’attività di service così da seguire le esigenze dei clienti anche ad avvenuta consegna. Di fatto a Monfalcone, su cui la società statunitense conferma di puntare molto, la cassa integrazione aperta per tamponare la contrazione del lavoro legata alle difficoltà finanziarie di Fantuzzi si è conclusa.
Diversa la situazione degli stabilimenti emiliani di Reggio Emilia e Lentigione, dove si stanno utilizzando la cassa integrazione straordinaria e gli esodi incentivati per realizzare la riorganizzazione proposta da Terex.
Anche per altre aziende del territorio la ripresa sembra essere arrivata. Alla Roen Est di Ronchi dei Legionari la cassa integrazione è decisamente alle spalle, si sta lavorando a pieno regime e l’azienda sta effettuando l’inserimento di qualche lavoratore interinale, mentre alla Omi di Fogliano l’azienda sta chiedendo il ricorso agli straordinari. Fanno eccezione in questo panorama la Detroit, dove la Cigo ha subito un ulteriore prolungamento di sei settimane e l’Eurogroup, dove la Cigs viene ormai utilizzata a zero ore. Azienda e sindacati si ritroveranno comunque oggi in Assindustria per fare il punto della situazione.

Il Piccolo, 10 luglio 2009 
 
Reggiane, orizzonte cupo Delegazione in Municipio  
Chiesto il sostegno delle istituzioni. Il sindaco: «Contatterò la Regione» 
 
Invece della schiarita attesa da mesi per i 70 lavoratori di Reggiane Cranes&Plants l’orizzonte è tornato a farsi cupo. Il Banco popolare di Verona, una dei 18 istituti italiani creditori della società emiliana, si è sfilato dall’operazione di acquisto di Fantuzzi Reggiane da parte della statunitense Terex. Banco popolare e multinazionale Usa hanno trovato un’intesa su importo pari al 40% circa del valore del rapporto economico tra i due soggetti. Le altre banche, per voce di Unicredit, capofila degli istituti italiani, hanno assicurato di non volersi sganciare dall’operazione, ma la prospettiva è quella che il closing dell’accordo tra Fantuzzi e Terex subisca un ulteriore ritardo, mentre i fornitori scalpitano e potrebbero farsi avanti per chiedere un’ingiunzione fallimentare. Ecco perché ieri, dopo una veloce assemblea in stabilimento, la maggioranza dei lavoratori di Reggiane sono arrivati sotto il municipio, dove sono stati poi ricevuti dal sindaco Gianfranco Pizzolitto. «Le commesse ci sono, soprattutto per Monfalcone, che produce grandi gru portuali – ha spiegato Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil, affiancato dal segretario provinciale della Uilm, Luca Furlan -, ma i fornitori potrebbero non avere più pazienza, facendo quindi saltare tutto e facendo finire la società in amministrazione controllata». Al sindaco i sindacalisti hanno chiesto di contattare la Regione, anche con l’obiettivo di preallertare il ministero dello Sviluppo economico sull’apertura di un nuovo fronte di crisi. Il sindaco parlerà della situazione di Reggiane al prefetto Maria Augusta Marrosu. «Nei confronti dell’area di Reggiane c’è molto interesse – ha affermato Pizzolitto nella sala del Consiglio gremita di lavoratori -, ma credo che in questo momento in cui diverse realtà industriali del territorio presentano prospettive incerte sia fondamentale salvaguardare quanto esiste in città sotto il profilo produttivo».

Messaggero Veneto, 10 luglio 2009 
 
I lavoratori Reggiane: «Vendete»  
Chiesto al sindaco di fare da tramite per l’acquisto da parte di Terex
La stipula definitiva del contratto con gli americani è ancora bloccata Cresce la preoccupazione tra i dipendenti e i rappresentanti sindacali
  
 
MONFALCONE. I lavoratori dello stabilimento Reggiane Cranes&Plants di Monfalcone hanno chiesto, ieri, al sindaco di Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto, di farsi tramite con la Regione e il prefetto perché venga sollecitata la chiusura dell’acquisto di Fantuzzi Reggiane da parte della statunitense Terex. Data per certa una decina di giorni fa dall’amministratore delegato e dal direttore di stabilimento di Monfalcone, la stipula definitiva del contratto in realtà non si è ancora chiusa, bloccata dal Banco Popolare che ha voluto uno stralcio dal pool di banche che dovrebbe procedere al “closing”. 
Fatto che ha aumentato la già profonda preoccupazione dei lavoratori, che a fronte di un buon carico di lavoro devono fare i conti, ormai dall’agosto 2008, con una crisi economica e di liquidità, che rischia di mettere in ginocchio l’azienda. «Finora i fornitori hanno avuto pazienza, ma se qualcuno la perdesse potrebbe chiedere l’ingiunzione fallimentare con avvio di un iter complesso e difficile», ha detto il rappresentante della segreteria provinciale Fiom Cgil, Fabio Baldassi, che, assieme al segretario provinciale della Uilm Uil, Luca Furlan, ieri mattina, ha prima tenuto un’assemblea nello stabilimento di via Timavo, decidendo poi con una cinquantina di lavoratori di raggiungere il palazzo municipale e parlare con il sindaco, che ha in effetti spiegato che appunto qualche giorno fa i vertici dell’azienda avevano dato rassicurazioni sia sui tempi della concretizzazione dell’acquisizione, sia della serietà di Terex. «Anche le fonti di Reggio Emilia (sindaco e assessore) che ho contattato mi hanno confermato le stesse cose, così come lo stesso Fantuzzi. Ora ci sarebbe questo nuovo inghippo con una delle banche, ma Fantuzzi che ho sentito stamattina (ieri per chi legge, ndr) – ha spiegato Pizzolitto, precisando che non intende supplire al ruolo del sindacato, ma fungere da sostegno – mi ha rassicurato che entro questa settimana tutto sarà risolto. Certo, l’abbiamo sentito tante volte, ma l’attenzione sull’area è forte. È prioritario difendere comunque il pregresso e quello che abbiamo, anche perché è di sicura prospettiva». È stato ancora Baldassi a confermare che sarebbe il Banco Popolare ad aver creato problemi e ad aver chiesto lo stralcio, mentre Unicredit avrebbe rassicurato sul fatto che il processo procede, «anche se ora ogni banca dovrà riunire di nuovo i propri Cda, situazione che potrà richiedere ore o giorni. Quindi va bene l’ottimismo di Fantuzzi, ma dobbiamo stare con i piedi per terra, anche perché dobbiamo pensare alle nostre famiglie e alle famiglie di tutti i 650 dipendenti del gruppo. Chiediamo quindi al sindaco di fare pressione con la Regione e di conseguenza con la segreteria del ministro Scajola».
Luca Furlan ha sostenuto il principio della difesa del pregresso, «perché è vero che possiamo riconvertire, ma occorre difendere ciò che già c’è. I lavoratori, le Rsu e i sindacati hanno dimostrato profondo senso di responsabilità, perché la vicenda era economica e non industriale, ma sarebbe un peccato buttare un patrimonio che è vanto non solo del territorio, ma anche dell’Italia. È quindi il caso di coinvolgere anche il prefetto». Proposte accolte dal sindaco, che già ieri mattina ha provato a prendere contatti con la Prefettura e la Regione. Intanto, per i 70 dipendenti dello stabilimento la cassa integrazione resterà aperta fino alla fine di luglio, per un massimo di tre giorni a settimana.

Il Piccolo, 15 luglio 2009 
 
ASSICURAZIONI DEL PREFETTO  
Entro dieci giorni la vendita di Reggiane
 
 
L’operazione di vendita di Fantuzzi Reggiane a Terex dovrebbe chiudersi entro dieci giorni. A dare la tempistica della definizione del passaggio alla società statunitense è stata ieri il prefetto di Gorizia, Maria Augusta Marrosu, nell’incontro con il sindaco di Monfalcone Gianfranco Pizzolitto, le segreterie provinciali di Fiom, Uilm e Failms-Cisal e la Rsu dello stabilimento Reggiane Cranes&Plants del Lisert, 70 dipendenti diretti e una produzione di grandi gru portuali. Dopo che il Banco popolare di Verona si è sfilato dall’accordo, la paura dei sindacati è quella di un ulteriore slittamento che, a quel punto, metterebbe a rischio non solo le forniture, ma anche il pagamento degli stipendi di luglio. Intanto fino alla fine del mese la cassa integrazione ordinaria continuerà a interessare tutte le maestranze per tre giorni alla settimana. E’ questo il quadro che i rappresentanti dei lavoratori, affiancati dal sindaco Pizzolitto, hanno tracciato ieri al prefetto alla quale hanno chiesto di seguire con attenzione la conclusione della vicenda in raccordo con le istituzioni di Reggio Emilia e nazionali. «E’ già stato interessato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola – riferisce Fabio Baldassi della segreteria provinciale della Fiom – e l’operazione di closing, stando appunto alle notizie di ieri, dovrebbe essere definita entro una decina di giorni. Chiediamo alle istituzioni di fare il possibile per accelerare questo percorso, perché altrimenti il gruppo Fantuzzi rischia di non avere più molte prospettive, così come i 70 lavoratori dello stabilimento di Monfalcone e le loro famiglie». La società soffre sotto il profilo della liquidità finanziaria e il timore, espresso dalle segreterie di Uilm e Fiom nell’incontro della scorsa settimana in municipio con il sindaco, è quello che uno dei fornitori più importanti presenti un’ingiunzione fallimentare e costringa il gruppo a entrare in amministrazione controllata. (la. bl.)

 

Messaggero Veneto, 15 luglio 2009 
 
Crisi Reggiane, schiarita in vista 
 
MONFALCONE. A distanza di pochi giorni dalla richiesta partita da lavoratori e sindaci della Fantuzzi Reggiane, ieri il prefetto Maria Augusta Marrosu ha incontrato la Rsu dello stabilimento, le segretarie provinciale Fiom, Uilm e Failms-Cisal e il sindaco di Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto che dopo l’incontro con i lavoratori nella sala del consiglio si è fatto tramite per arrivare all’appuntamento con il rappresentante del Governo sul territorio.
Che, con sollievo di tutti, ha rivelato che l’operazione di vendita di Fantuzzi Reggiane alla società statunitense Terex dovrebbe chiudersi entro dieci giorni al massimo. I 70 dipendenti dello stabilimento Reggiane Cranes&Plants del Lisert, che produce grandi gru portuali, hanno espresso infatti la loro preoccupazione rispetto all’ancora mancata chiusura della vendita. Dopo che il Banco popolare di Verona si è sfilato dall’accordo, la paura dei sindacati e dei lavoratori è quella di un ulteriore slittamento che, a quel punto, metterebbe davvero a rischio non solo le forniture, ma anche il pagamento degli stipendi di luglio. Intanto fino alla fine del mese la cassa integrazione ordinaria continuerà a interessare tutte le maestranze per tre giorni alla settimana. È questo quanto i rappresentanti dei lavoratori, affiancati dal sindaco Pizzolitto, hanno spiegato al prefetto alla quale hanno chiesto di seguire con attenzione la conclusione della vicenda in raccordo con le istituzioni di Reggio Emilia e nazionali. «È già stato interessato il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola – riferisce Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – e l’operazione di closing, stando appunto alle notizie date dal prefetto, dovrebbe essere definita entro una decina di giorni. Quanto chiediamo alle istituzioni è di fare il possibile per accelerare questo percorso, perché in caso contrario il gruppo Fantuzzi rischia di non avere più molte prospettive, così come i 70 lavoratori dello stabilimento di Monfalcone e le loro famiglie».
La società già soffre sotto il profilo della liquidità finanziaria e il timore, già espresso dalle segreterie di Uilm e Fiom nell’incontro della scorsa settimana in municipio con il sindaco, è quello che uno dei fornitori più importanti presenti un’ingiunzione fallimentare e costringa il gruppo a entrare in amministrazione controllata. A Monfalcone finora non sono mancate le commesse, ma nuovi ordini rischiano di sfumare a causa della situazione debitoria esistente con le banche.

Il Piccolo, 06 giugno 2009

L’INDUSTRIA E LA CRISI
SITUAZIONE
La Mw riparte, rientrano 50 operai
Acquisite nuove commesse. Chiamati in produzione i lavoratori interinali
Restano però in cassa integrazione 80 dipendenti della ex Finmek

La Mw di Ronchi, l’ex Finmek, che produce componenti elettronici per conto terzi, si conferma una delle poche aziende la cui attività in questo momento è in controtendenza rispetto la crisi che sta attanagliando molte realtà industriali del Monfalconese. Nell’incontro avuto con le Rsu e le segreterie provinciali dei sindacati dei metalmeccanici la proprietà ha delineato una situazione che vede un volume degli ordini per il mese di giugno superiore alle previsioni. L’incremento, legato alla maggiore domanda dei clienti, ha richiesto il rientro in azienda di una cinquantina di lavoratori interinali, mentre due contratti a tempo determinato in scadenza a maggio e sei a giugno sono stati riconfermati. In cassa integrazione straordinaria rimane un’ottantina di dipendenti Finmek, che quindi dipendono ancora dalla gestione commissariale della società creata dall’imprenditore friulano Carlo Fulchir. Quello che si concluderà il 31 agosto è il quinto anno di Cigs: resta da vedere se sarà concessa un’ulteriore proroga, dopo quella dello scorso anno.
La Mw, nel suo stabilimento di Ronchi, conta 289 dipendenti ai quali vanno ad aggiugersi gli interinali. Salvo una riduzione del carico di lavoro, la fabbrica chiuderà quindi per le ferie estive solo nelle due settimane centrali di agosto, mentre un incontro di verifica del percorso di riconversione e rilancio dello stabilimento, coinvolto nel fallimento del gruppo Finmek, dovrebbe avere luogo alla fine dell’estate nella sede dell’Assindustria. Finora gli impegni assunti sono stati mantenuti, anche per quel che riguarda gli investimenti. Oltre ad aver acquistato gli immobili in cui si sviluppa l’attività produttiva, la società ha rinnovato alcune linee e di recente ha ultimato la messa in posa di pannelli solari sui tetti degli edifici del complesso di Soleschiano con un investimento che, stando al sindacato, supera i 2 milioni di euro. La spesa consentirà però a Mw di abbattere i costi dell’energia. L’impianto fotovoltaico dovrebbe entrare in attività nell’arco di alcuni mesi. Si tratta di 2900 moduli per complessivi 4.500 metri quadrati che, con un investimento da 3 milioni, forniscono una potenza di 500 kw all’unità produttiva che è così autosufficiente per il 75%. Nel sito sta inoltre proseguendo la collaborazione con l’Area di ricerca proprio sui temi del risparmio e dell’efficienza energetici con un progetto che vede coinvolti dieci ingegneri elettronici delle Università di Udine e di Vienna.
Quanto emerso dall’incontro con i sindacati è in linea con le previsioni della società di un fatturato in crescita del 5% nel secondo trimestre del 2009, dopo il leggero calo della prima parte dell’anno. Se il mercato terrà, Mw, che ha investito molto in ricerca e sviluppo, conta di chiudere il 2009 con una crescita del 10%. Mw ritiene lo stabilimento di Ronchi uno dei poli di riferimento per l’intero gruppo. Il piano industriale avviato nel 2008 va completato nel 2010, ma la società ha già proceduto tra lo scorso anno e la prima metà del 2009 all’acquisto dello stabilimento e all’installazione dell’impianto fotovoltaico.
Laura Blasich

Il Piccolo, 16 giugno 2009

L’INDUSTRIA ALLE PRESE CON LA CRISI
Reggiane e Frandoli allungano la Cassa

Alla Reggiane Cranes&Plants di Monfalcone si allunga ancora il ricorso alla cassa integrazione ordinaria, perché pure la prossima settimana saranno effettuate altre giornate di Cigo a zero ore e si lavorerà quindi solo lunedì e martedì. A differenza di altre situazioni presenti nel mandamento, lo stabilimento del Lisert, che conta un’ottantina di dipendenti e produce grandi gru portuali semoventi, non sta pagando una mancanza di commesse, ma la difficile situazione finanziaria della società che ormai da tempo si sta ripercuotendo sulle forniture di materiale. Il quadro dovrebbe comunque migliorare dopo il passaggio definitivo della società di Reggio Emilia alla statunitense Terex con cui alla fine è stata trovata un’intesa per la vendita e il rapporto con i creditori. La chiusura dell’operazione, data per fatta già nelle scorse settimane, è stata però rallentata dalla complessità, anche burocratica, del percorso, prolungando le difficoltà in cui si trova Reggiane.
«Abbiamo deciso di accettare la proroga della cassa integrazione ordinaria in attesa del closing con Terex – spiega Fabio Baldassi della segreteria provinciale della Fiom-Cgil -, con cui però a questo punto c’è l’esigenza di avere un confronto quanto prima per verificare quali siano le intenzioni rispetto la realtà italiana. A Monfalcone c’è lavoro, ma mancano le forniture». La Reggiane non è l’unica realtà del Monfalconese in cui comunque rimane aperta la Cigo a fronte di un allungarsi della crisi che ha investito il comparto industriale dopo quello finanziario. La cassa integrazione, come riferisce il rappresentante della Fiom rimane aperta alle Officine Frandoli, sempre insediate al Lisert, anche se per un numero limitato di lavoratori, e alla Roen Est di Ronchi, anche se con la modalità di un dimezzamento dell’orario normale di lavoro dei 180 dipendenti. La Cigo nella fabbrica di Ronchi, che produce scambiatori di calore, si prolungherà per una buona parte di luglio. «Nella Destra Isonzo abbiamo invece sottoscritto la cassa integrazione straordinaria per i 44 dipendenti della Spei Orion di San Lorenzo Isontino – aggiunge Baldassi -, anche se a rotazione per una trentina di lavoratori e con la possibilità di un’incidenza maggiore per un massimo di 15 lavoratori». In questa fotografia ancora negativa della produzione industriale del territorio si inserisce però la sospensione del ricorso alla Cigo a fronte di una ripresa delle commesse da parte della Omi di Fogliano Redipuglia, una settantina di dipendenti, che produce impianti refrigeranti.

AUMENTO DELLE INDENNITÀ DEL 9%
Schiarita, firmato alla Beraud l’integrativo per i 90 dipendenti

La novantina di dipendenti di Beraud, realtà ”storica” dell’appalto Fincantieri, ha un nuovo integrativo che prevede un aumento medio del 9% delle indennità erogate con il vecchio accordo, scaduto alla fine del 2008. L’intesa, siglata dall’azienda con Fiom e Uilm, organizzazioni presenti nella Rsu della ditta, prevede inoltre un aumento delle ferie aggiuntive riconosciute a quei dipendenti impegnati in lavorazioni particolarmente gravose, oltre che dell’indennità per la presenza al lavoro nei giorni di sabato e nei festivi. Il nuovo contratto integrativo, della durata di 4 anni, comprende anche un’indennità di trasporto per i lavoratori che effettuano il turno dalle 16 alle 24 e quindi non possono contare sui trasporti pubblici e devono impiegare i propri mezzi per raggiungere lo stabilimento. L’integrativo incentiva la presenza, prevedendo un premio di produzione di 423 euro annui in due tranche, come pure il premio di programma. L’una tantum per il periodo di vacanza contrattuale è stato fissato in 150 euro, mentre il tetto massimo di lavoratori a tempo determinato, fissato al 10% di quelli a tempo indeterminato, può essere superato solo nelle fasi di varo e consegna. «Siamo soddisfatti dall’accordo – afferma Fabio Baldassi, della Fiom -, è un segnale positivo». Soddisfazione anche da Luca Furlan, della Uilm provinciale. «L’integrativo porterà nuovo salario ai lavoratori – afferma Furlan -, e introduce un meccanismo per efficientare i risultati, necessario perché Fincantieri sta chiedendo sempre più sconti al suo indotto».

Messaggero Veneto, 19 giugno 2009 
 
La crisi attanaglia il porto crolla il traffico merci  
 
MONFALCONE. Dopo un lieve momento di sollievo che sembrava aver portato aprile, il porto di Monfalcone a maggio è stato nuovamente colpito in modo deciso dalla crisi. Lo rivelano i dati del movimento che sono ai minimi storici degli ultimi anni. Lo scorso mese dalle banchine di Portorosega sono transitate in tutto 174.423 tonnellate, il 59% in meno del risultato conseguito nello stesso periodo del 2008, calo determinato soprattutto dalla frenata degli sbarchi più che degli imbarchi, che movimentano comunque un volume inferiore di merci.
Il dato negativo di maggio ha influito sul dato totale dei cinque mesi dell’anno, che in totale vedono manipolate 1 milione 249.403 tonnellate di merci, con una diminuzione del 26% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Una situazione prevista però dagli operatori del porto, tant’è che Compagnia portuale e sindacato hanno raggiunto già a marzo un accordo sulla mobilità volontaria di un massimo di 23 dei 120 lavoratori dell’impresa, i più anziani. I dati di maggio, forniti dall’Azienda speciale per il porto non presentano alcuna voce positiva, tranne quella degli imbarchi, che hanno chiuso i cinque mesi a 208.465 tonnellate movimentate, pari a un più 13,6% sui primi cinque mesi del 2008.
Sugli sbarchi, che invece registrano un meno 31%, ha inciso il pesante rallentamento del traffico di prodotti metallurgici (519.912 tonnellate, meno 26,15%), che in questi ultimi anni avevano rappresentato un elemento di traino e di crescita costante per lo scalo monfalconese, che ha chiuso il 2007 con una movimentazione di 4,4 milioni di tonnellate e il 2008 con 4 milioni. Ma un traguardo simile sarà davvero difficile da raggiungere per l’anno in corso, che, se prosegue l’andamento registrato finora, potrà chiudere con una movimentazione di circa 3 milioni di tonnellate. Anche se, è giusto dirlo, sembra che a giugno ci siano dei segnali di ripresa.
La Cetal del gruppo partenopeo Grimaldi sta intanto tentando di fronteggiare le pesantissime ripercussioni del crollo del mercato dell’auto. Finora dal terminale monfalconese della società sono transitate 18.247 vetture con un calo del 63,14% rispetto ai primi cinque mesi del 2008. Cetal è andata così a ridurre le aree che utilizzava nel porto di Monfalcone per il traffico di rotabili. Il 2009 sarà un anno durissimo anche per il traffico vetture, perché miglioramenti della situazione per quel che riguarda il settore auto sono attesi solo per il prossimo anno. Tra le merci trattate storicamente da Portorosega quella che sta perdendo meno al momento è la cellulosa, di cui sono state manipolate finora 289.427 tonnellate, con un calo dell’11,43% rispetto al periodo gennaio-maggio del 2008.
Prosegue invece il trend negativo del rifornimento di carbone alla centrale termoelettrica E.On (ma ormai presto A2A), perché nei primi cinque mesi dell’anno alla banchina dell’impianto ne sono state sbarcate 227.362 tonnellate, pari a un meno 39,69% sullo stesso periodo del 2008.

Il Piccolo, 20 giugno 2009 
 
Soccorso-mutui ai cassintegrati  
Prende corpo l’idea nata dalle richieste dei lavoratori Eaton
 
 
L’Anci regionale assieme anche all’Unione delle Province sta cercando di costruire una cornice di riferimento per consentire ai cassintegrati di ricontrattare i mutui stipulati quando il salario mensile non era ridotto a 750 euro. L’idea nata dalle richieste dei lavoratori della Eaton, relative anche ai percorsi per la formazione, ha assunto quindi una dimensione regionale. «Stiamo cercando di arrivare a un rapporto con il sistema bancario regionale – ha spiegato il sindaco Gianfranco Pizzolitto, rispondendo al Pd Paolo Frisenna in Consiglio – per consentire ai cassintegrati di rivedere i mutui o i prestiti in corso per tararli alle loro disponibilità attuali». Di questo si è discusso anche nell’ultimo comitato esecutivo dell’Anci al quale hanno partecipato anche i rappresentanti delle segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil, Giuliana Pigozzo, Elvio Di Lucente e Ferdinando Della Ricca, e il segretario dell’Upi, Rodolfo Ziberna, che hanno condiviso lo spirito dell’azione, assicurando il massimo sostegno. All’incontro hanno preso parte anche Adele Pino, assessore della Provincia di Trieste, che ha rivendicato alle Province la competenza della formazione professionale, come accade nel resto d’Italia. Sta proseguendo comunque, come ha spiegato il sindaco, il lavoro degli assessori alle Finanze di Trieste Giovanni Battista Ravidà e di Gorizia Guido Bettarin per arrivare alla predisposizione di una bozza di documento da condividere con il sistema bancario del Friuli Venezia Giulia per sostenere il credito dei lavoratori in cassa integrazione, parte integrante del progetto dell’Anci. Si starebbe quindi profilando unìalleanza tra Comuni, Province, Regione, sindacati e istituti di credito, nell’ambito dell’Osservatorio regionale per le crisi industriali, per sostenere i lavoratori in Cig. «Stiamo lavorando – spiega Pizzolitto – per costruire un modello che sia applicabile alle crisi aziendali di tutta la regione, che non disperda le energie in tanti rivoli e recuperi tutte le competenze e le risorse. Non si tratterà di una risposta esaustiva, ma si tratta di un elemento per resistere alla crisi». Rimane inoltre ferma l’intenzione di andare a organizzare una Conferenza economica di portata provinciale, all’interno del Patto territoriale, in grado «di far emergere anche elementi di cura dell’economia isontina. Non ci si può limitare a scattare una fotografia della situazione attuale», sottolinea il sindaco, secondo cui non sarebbe inutile andare a un ulteriore convegno che si limiti a individuare le cause della crisi senza indicare gli strumenti per rafforzare il sistema economico provinciale. (la.bl.) 
 
CARICHI DI LAVORO GARANTITI FINO A FINE ANNO  
Ansaldo, martedì il punto sulle commesse  
Vesnaver: «L’azienda si sta riproponendo sul mercato che risponde però in modo tiepido»
 
 
Il carico di lavoro per lo stabilimento Ansaldo di Monfalcone rimane buono fino alla fine dell’anno, anche se la produzione dei motori a corrente continua, legata al settore della siderurgia, resta in sofferenza. Una piccola ripresa c’è stata, anche su questo fronte, ma la situazione delle commesse per lo stabilimento, il più grande della società, sarà approfondita in un incontro tra azienda e sindacati a Monfalcone martedì, dopo quello di gruppo che ha avuto luogo a Milano. Al tavolo l’amministratore delegato della società Claudio Andrea Gemme ha ribadito le azioni intraprese dalla società per saturare la produzione in tutti i suoi stabilimenti, anche se in quello di Vicenza si è dovuta aprire la cassa integrazione ordinaria per 8 settimane, anche se per soli dieci addetti e nei soli giorni del lunedì e del venerdì. «L’azienda si sta muovendo bene e si sta proponendo sul mercato – ha riferito dopo l’incontro il coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu, Maurizio Vesnaver – che è in leggera ripresa, ma risponde ancora in modo tiepido. Per quel che riguarda Monfalcone se non andranno in porto alcuni ordini importanti ai quali la società sta lavorando, potrebbe porsi qualche problema. La situazione rimane quindi tale da dover essere monitorata in modo attento e costante». Il punto sui carichi di lavoro del sito produttivo di Panzano sarà quindi già effettuato martedì in stabilimento, presenti anche le segreterie provinciali dei sindacati dei metalmeccanici, mentre una verifica a livello di gruppo è stata già programmata per la fine di settembre.
Intanto stanno procedendo i lavori per la realizzazione del nuovo capannone, necessario per espandere e sostenere la capacità produttiva dello stabilimento e per la cui costruzione e allestimento la società sta investendo 14,7 milioni di euro. 
 
SINDACATI IN MUNICIPIO  
Reggiane non scioperano per consegnare la maxi-gru
 
 
Il passaggio di consegne da Fantuzzi a Terex va effettuato il più presto possibile per dare prospettive certe anche allo stabilimento Reggiane Cranes&Plants di Monfalcone dove un’ottantina di dipendenti diretti sono ancora coinvolti dalla cassa integrazione ordinaria. I segretari provinciali di Fiom Thomas Casotto e Uilm Luca Furlan assieme alle Rsu ieri hanno incontrato il sindaco Pizzolitto, chiedendogli di farsi tramite per un contatto con Terex per chiarire le intenzioni della società Usa. Il sindacato ha trovato la disponibilità del primo cittadino e ha pure spiegato i motivi per cui a Monfalcone si è deciso di non effettuare 8 ore di sciopero come a Reggio Emilia. «C’è una gru in consegna e, dopo un ritardo di alcuni mesi – ha affermato Casotto -, il termine ultimo per effettuare la consegna scade domenica. In caso contrario l’Aspm, cui è destinato il mezzo, non ritirerà più la gru. Non ci pareva opportuno effettuare uno sciopero in queste condizioni». Lo stabilimento di Monfalcone ha un buon carico di lavoro ma ha pure risentito dei problemi finanziari di Fantuzzi, perché qualche commessa è andata perduta. Le prospettive inoltre dipendono sempre dai termini dell’operazione di acquisto e dalle intenzioni per il futuro di Terex. I sindacati incontreranno martedì a Reggio Emilia i rappresentanti di Fantuzzi e due consulenti di Terex.

Messaggero Veneto, 20 giugno 2009 
 
Reggiane, sospeso lo sciopero ma il futuro è in mano a Terex 
 
MONFALCONE. Si deve puntare ad effettuare il passaggio di consegne da Fantuzzi a Terex nel tempo più breve possibile, ciò per dare prospettive certe anche allo stabilimento Reggiane Cranes&Plants di Monfalcone. È questo quanto hanno evidenziato i segretari provinciali di Fiom, Thomas Casotto e Uilm, Luca Furlan assieme alle Rsu della fabbrica al sindaco Gianfranco Pizzolitto, con cui ieri hanno avuto un incontro e a cui hanno chiesto di farsi tramite per un contatto con Terex in grado di chiarire le intenzioni della società statunitense che da poco ha acquisito Reggiane.
Il sindacato, che aveva sollecitato l’incontro, ha trovato la piena disponibilità del primo cittadino e ha colto l’occasione per spiegare i motivi per i quali a Monfalcone si è deciso di non effettuare 8 ore di sciopero come a Reggio Emilia. «C’è una gru in consegna e, dopo un ritardo che è già di alcuni mesi – ha affermato il segretario provinciale della Fiom Thomas Casotto –, il termine ultimo per effettuare appunto la consegna scade domenica. In caso contrario l’Azienda speciale per il porto, cui è destinato il mezzo, non ritirerà più la gru. Non ci pareva quindi opportuno effettuare uno sciopero in queste condizioni».
Lo stabilimento di Monfalcone, come ha confermato ieri la Rsu, ha un buon carico di lavoro, che però comunque ha risentito dei problemi finanziari di Fantuzzi, perché qualche commessa è andata perduta. Le prospettive inoltre dipendono sempre dai termini dell’operazione di acquisto e dalle intenzioni per il futuro di Terex.
I sindacati incontreranno nuovamente martedì a Reggio Emilia i rappresentanti di Fantuzzi e due consulenti di Terex, senza attendersi però grandi novità. In merito alla situazione delle industrie del territorio è intervenuto anche il consigliere comunale e segretario cittadino del Pd, Paolo Frisenna che in consiglio comunale ha chiesto al sindaco Gianfranco Pizzolitto di poter avere una panoramica completa della realtà industriale ed economica. Richieste, che secondo quanto ha riferito il primo cittadino troverà risposta nella conferenza economica territoriale che si terrà nell’ambito del patto di sviluppo.

Messaggero Veneto, 24 giugno 2009 
 
Avvisaglie di crisi all’Ansaldo 
 
MONFALCONE. Non dovrebbero esserci ripercussioni già sulla produzione 2009, ma la crisi e il forte rallentamento dei mercati potrebbero creare delle preoccupazioni anche per lo stabilimento Ansaldo sistemi industriali di Monfalcone, che non ha prospettive certe per il 2010 in quanto a carico di lavoro. Se il prossimo anno ci fosse un pieno livello di produzione, l’azienda potrebbe dover ricorrere a strumenti che vadano oltre l’utilizzo delle ferie e dei permessi a disposizione.
Una prospettiva che potrebbe diventare realtà, però, già dopo le ferie di agosto per i lavoratori della linea a corrente continua, che sta pagando le pesanti difficoltà del mercato siderurgico. La non rosea prospettiva è emersa ieri nell’incontro che la direzione dello stabilimento ha avuto con le segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm e la Rsu sui carichi di lavoro per il sito di Monfalcone, il più grande della società in Italia con circa 450 dipendenti. Almeno fino a fine anno non ci dovrebbero essere problemi per la produzione di motori a corrente alternata, se non degli scarichi di lavoro minimi in alcuni reparti, ma gestibili senza dover ricorrere alla cassa integrazione ordinaria. L’azienda stima che i volumi di produzione a budget siano simili a quelli del 2008, anche se i margini di profitto saranno più bassi, anche perché il costo delle materie prime è ripreso a salire. Come riferisce il coordinatore Fiom nella Rsu, Maurizio Vesnaver, la crisi del mercato siderurgico pesa però già ora sulla linea dei motori a corrente continua, che conseguirà risultati decisamente inferiori rispetto a quelli del 2008. La società, fin dall’inizio dell’anno, ha utilizzato la mobilità interna del personale per evitare ripercussioni all’occupazione. Tant’è che gli addetti alla corrente continua si sono ridotti a 21, per i quali, però, dopo le ferie potrebbe presentarsi una situazione di criticità e quindi la necessità di ricorrere alla Cigo.

Il Piccolo, 24 giugno 2009 
 
INCONTRO TRA SINDACATI E VERTICI AZIENDALI SUI CARICHI DI LAVORO  
Ansaldo, rischio di Cassa già a fine agosto  
Gli ordini coprono tutto il 2009 ma l’anno prossimo potrebbe esserci una contrazione
 
 
Il fortissimo rallentamento dei mercati inizia a creare preoccupazione anche nello stabilimento di Ansaldo, che pure dovrebbe superare pressoché indenne il 2009. Le prospettive per il 2010 in quanto a carico di lavoro sono tutt’altro che certe, a meno che la crisi non allenti la morsa, e in caso di mancata saturazione della produzione l’azienda potrebbe dover ricorrere il prossimo anno a strumenti che vadano oltre l’utilizzo delle ferie e dei permessi a disposizione. Ed è quanto potrebbe già avvenire dopo le ferie di agosto per i lavoratori della linea a corrente continua, che sta pagando le pesanti difficoltà del mercato siderurgico, come è emerso ieri nell’incontro che la direzione dello stabilimento ha avuto con le segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm e la Rsu sui carichi di lavoro per il sito di Monfalcone, il più grande della società in Italia con i suoi 450 dipendenti. Per la produzione di motori a corrente alternata la società non prevede grossi problemi fino alla fine dell’anno, se non scarichi di lavoro minimi in alcuni reparti, ma gestibili senza dover ricorrere alla Cigo. L’azienda stima che i volumi di produzione a budget siano simili a quelli del 2008, anche se i margini di profitto saranno più bassi, anche perché il costo delle materie prime è ripreso a salire. Asi sconta invece già ora, come riferisce il coordinatore Fiom nella Rsu, Maurizio Vesnaver, una crisi notevole nella linea dei motori a corrente continua che conseguirà risultati inferiori rispetto a quelli del 2008 a causa della crisi del mercato siderurgico. La società, fin dall’inizio dell’anno, ha utilizzato la mobilità interna del personale per evitare ripercussioni sull’occupazione. Tant’è che gli addetti alla corrente continua si sono ridotti a 21, per i quali dopo le ferie potrebbe presentarsi la necessità di ricorrere alla Cigo. «Prima di utilizzare degli strumenti nuovi – afferma Vesnaver – saranno però valutate tutte le possibilità di spostamenti e affiancamenti in altri reparti». Problemi maggiori sui carichi di lavoro sono attesi comunque, anche per la corrente alternata, dall’inizio del 2010. «I carichi sono un po’ scarsi rispetto ai due anni precedenti – spiega Vesnaver -, anche se ci sono molte offerte in giro. Da parte della Rsu c’è preoccupazione, perché oggi nessuno è in grado di dire quale sarà l’evoluzione dei prossimi mesi. Rimane fermo l’obiettivo di superare la crisi. E l’avvio dei lavori del nuovo capannone rappresenta un buon segnale». (la.bl.)
 

Messaggero Veneto, 25 giugno 2009 
 
Monfalcone. La prossima settimana potrebbe essere ufficializzato il passaggio dell’azienza al gruppo Terex  
Ex Reggiane, è pronto il piano di rilancio  
Corti: completate le delibere per l’acquisizione. Inaugurata la gru
  
 
MONFALCONE. Potrebbe essere ufficializzato la prossima settimana il passaggio di Reggiane Cranes&Plantes del gruppo Fantuzzi al gruppo statunitense Terex, che consentirà finalmente allo stabilimento monfalconese di via Timavo di cominciare a guardare al futuro con maggiore ottimismo.
Anche perché, secondo quanto ha spiegato ieri il direttore commerciale di Reggiane, Gino Corti, «il futuro per Monfalcone potrebbe essere davvero positivo, visto che lo stabilimento diventerà autonomo a tutti gli effetti. Non più solo sito produttivo, ma azienda vera e propria con un proprio assetto direzionale. Monfalcone dovrebbe prendere il volo, mentre il sito produttivo di Reggio dovrebbe essere chiuso. Notizie ufficiose dicono infatti che Terex è molto interessata a Monfalcone, considerato sito strategico per lo sbocco a mare e per la possibilità di aumento della cubatura coperta della stabilimento, cosa che consentirebbe di trasportare proprio qui la produzione di macchinari oggi realizzati in Germania».
La buona notizia riguardante una delle maggiori industrie cittadine è stata data nel corso dell’incontro con il presidente della Provincia, Enrico Gherghetta, del sindaco Gianfranco Pizzolitto e dei rappresentanti del Consorzio industriale, il presidente Renzo Redivo e il direttore, Gianpaolo Fontana, incontro voluto per inaugurare la nuova grande gru Mhc 4000, realizzata per l’Azienda speciale per il porto, rappresentata ieri mattina dal direttore Sergio Signore, che ha sottolineato l’importante ruolo della Camera di commercio e del fondo Gorizia che ha finanziato l’operazione.
La gru, capace di sollevare fino a 110 tonnellate di peso, è costata circa 2,5 milioni di euro e sarà operativa al porto di Monfalcone. Corti ha ricordato brevemente le vicende dell’acquisizione del gruppo, le difficoltà create dalla crisi finanziaria e soprattutto gli ostacoli rappresentati dagli istituti bancari, «che però – ha detto – ho saputo stamattina hanno fatto tutte le procure e le delibere necessarie all’ acquisizione. Ora si tratta di mantenere la produzione sulle 30/35 gru l’anno, produzione che consente di avere degli utili. Confido comunque in un ottimo futuro per Monfalcone e ringrazio l’Aspm che ci ha commissionato la gru, dandoci l’opportunità di lavorare e che ha sopportato anche i ritardi».
Il direttore di stabilimento, Vittorio Ottolina, ha ricordato che lo stabilimento copre un’area di 300 mila metri quadrati, di cui 31 mila coperti, che è servito da un accesso diretto al porto che consente la spedizione delle gru già montate, «mentre finché la produzione era a Reggio Emilia le gru dovevano essere consegnate utilizzando cinque autotreni». Lo stabilimento ha un’area carpenteria e montaggio, il taglio lamiere avviene con dipendenti diretti, mentre la verniciatura è affidata a ditta esterna in appalto. «Nel 2008 abbiamo perso del personale e adesso ci sono 70 dipendenti di cui 50 operai e 20 impiegati. Oggi si porta avanti una produzione che non ha certo un volume ottimale, ma per il futuro il piano di produzione prevede ordini importanti. Nel corso di questo mese – ha annunciato Ottolina – abbiamo acquisito un ordine di cinque macchine per il Marocco e per il 2010 ci saranno altre forniture per lo Sri Lanka. Ciò dimostra che l’azienda non è rimasta ferma e che è dinamica, cercando di cogliere obiettivi pur nelle difficoltà».

Il Piccolo, 03 luglio 2009 
 
Sbe, ”cassa” prorogata di altre 13 settimane per i 340 lavoratori  
 
di ELISA COLONI

La crisi economica continua a mordere il tessuto produttivo isontino e a far tremare le aziende del nostro territorio. Una di queste è la Sbe, dove persistono le difficoltà e non si chiude il capitolo della cassa integrazione per i 340 dipendenti. Il trattamento di Cigo, utilizzato dall’azienda manifatturiera monfalconese già negli ultimi sei mesi, e che avrebbe dovuto scadere la prossima settimana, è stato infatti prorogato per altre trecidi settimane. Risultato: una ventina di dipendenti a ore zero e orario ridotto del 40% per tutti gli altri.
La conferma arriva dallo stesso presidente della Società bulloniera europea, Alessandro Vescovini: «Ripeteremo lo stesso percorso seguito negli ultimi sei mesi – spiega Vescovini -. Ciò equivale a una riduzione del 40% dell’orario lavorativo per gli addetti dello stabilimento. Solo un piccolo nucleo di dipendenti, che svolge mansioni oggi obsolete – aggiunge il presidente della Sbe – rimarrà invece a ore zero. Abbiamo chiesto di accedere al trattamento di cassa integrazione ordinaria per le prossime tredici settimane a causa della crisi economica – puntualizza ancora il presidente – che tra il 2008 e il 2009 ha frenato la produzione e ha fatto perdere alla nostra azienda circa il 40% del fatturato».
Le realtà più indebolite dalle scosse del terremoto finanziario globale, infatti, restano le imprese manifatturiere. Il ricorso alla cassa integrazione ha interessato negli ultimi mesi numerose aziende nel monfalconese (la Eaton Automotive, la Roen Est e la Cartiera Burgo di San Giovanni di Duino, solo per citarne alcune), e non sembra destinato a essere messo in cassetto.
Qualche barlume di speranza, però, c’è. Almeno stando alle previsioni dello stesso Vescovini, che per il 2010 prospetta un andamento meno nero rispetto a quello dell’anno in corso, con una lieve risalita della produzione e, di conseguenza, dei volumi di vendita. «Non è semplice esprimere previsioni sull’andamento futuro dell’economia – sottolinea il numero uno della Società bulloniera europea (facente parte del gruppo Vescovini, che al suo interno annovera anche la Osd di Pioltello e la Varvit di Reggio Emilia) – ma si possono comunque trarre alcune indicazioni osservando ciò che è accaduto negli ultimi due mesi. In questo periodo, infatti, non si è verificato quello che alcuni prospettavano: l’ulteriore aggravarsi della crisi, con una conseguente acutizzazione delle sofferenza di imprese e famiglie. La situazione, invece di peggiorare, è rimasta stabile. E questo – conclude l’imprenditore – rappresenta già di per sé una buona notizia, un elemento che fa ben sperare per il prossimo anno».
Nel 2010, dunque, la cassa integrazione potrà essere solo un brutto ricordo? «Non so se l’economia tornerà a crescere – si limita ad affermare Vescovini – ma certo è che negli ultimi due mesi abbiamo vissuto uno scenario meno buio del previsto».

PROTESTANO A REGGIO EMILIA I LAVORATORI MONFALCONESI  
Reggiane, slitta il passaggio a Terex
 
 
Anche lavoratori delle Reggiane Cranes&Plants di Monfalcone saranno oggi a Reggio Emilia a manifestare sotto il palazzo della prefettura di quella città per esprimere tutta la propria preoccupazione per l’ulteriore rinvio della chiusura dell’acquisto di Fantuzzi Reggiane da parte della statunitense Terex.
Data per certa la scorsa settimana dalla società  emiliaria, la stipula definitiva del contratto è stata messa nuovamente in forse dall’amministratore delegato del Banco Popolare, Francesco Saviotti. L’amministratore delegato di Banco Popolare ha fatto sapere di volere comprendere fino in fondo i termini del contenzioso e dell’intesa trovata con Terex, che dopo aver chiuso un preliminare d’acquisto nell’agosto dello scorso anno ha poi tentato di fare marcia indietro, confermano alla fine a primavera la volontà iniziale, a fronte comunque di uno “sconto” di 40 milioni di euro sul prezzo iniziale di 215 milioni. Per Reggiane rimane indispensabile definire quanto prima la partita per ottenere la liquidità  finanziaria sufficiente a riprendere la piena operatività.
Anche per i settannta dipendenti dello stabilimento di Monfalcone non a caso la cassa integrazione ordinaria rimarrà aperta fino alla fine di luglio per un massimo di tre giorni alla settimana. «Abbiamo quindi contattato immediatamente il sindaco Gianfranco Pizzolitto – afferma Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil -, perché si mettesse in contatto con l’amministrazione locale di Reggio Emilia. Siamo così venuti a sapere che un nuovo incontro tra Reggiane, Terex e le banche creditrici è fissato appena per mercoledì prossimo». I sindacati dei metalmeccanici hanno quindi organizzato per oggi un corteo che dai cancelli dello stabilimento storico di Reggio raggiungerà poi la prefettura per sottolineare al rappresentante del Governo sul territorio l’estremo disagio dei lavoratori di Fantuzzi. i sindacati dei metalmeccanci della Cgil e della Uil dell’Isontino terranno comunque delle assemblee nello stabilimento del Lisert già lunedì.

Il Piccolo, 04 luglio 2009 
 
MULTISERVIZI  
I vertici di Iris rassicurano: «Nessun taglio all’orizzonte» 
LA VENDITA DEL RAMO ENERGIA
 
 
La prossima settimana o, comunque, entro metà mese. Questi i tempi per l’incontro tra i vertici di Iris, le sigle sindacali e l’advisor che si sta occupando di redigere il bando attraverso il quale verrà messo sul mercato il ramo energia della multiservizi isontina per discutere delle garanzie occupazionali da fornire ai dipendenti in prospettiva della cessione. «Metteremo nero su bianco una serie di paletti a tutela dei lavoratori – anticipa il presidente della multiutility, Armando Querin – e lo faremo confrontandoci apertamente con il sindacato, senza preclusioni, portando avanti quel dialogo che finora non è mai venuto meno. Possono già dire che non ci saranno problemi a recepire buona parte delle istanze avanzate in questi ultimi mesi».
Al 31 dicembre scorso Iris contava 189 dipendenti. Nel 2007 erano 197 e nel 2006 molti di più: 232. Sfogliando il bilancio, si scopre che dei 189 attualmente in servizio 3 sono dirigenti, 5 rientrano nel novero dei quadri, 102 risultano operai e 79 vengono inquadrati come impiegati. Dalla direzione di via IX Agosto non lo dicono apertamente ma questi ultimi sono troppi. Non è un caso se sotto la presidenza Querin, le sfoltite più incisive hanno interessato proprio questa categoria. A fine 2006 gli impiegati erano 108, a fronte di 116 operai. In due anni ne sono stati «tagliati» 29. Sempre con riferimento al 2008, il costo globale del personale è stato pari a 9,40 milioni di euro. Di questi, 6,48 milioni sono stati rappresentati dalle retribuzioni. Nel 2007, queste due cifre risultavano leggermente più alte: rispettivamente, 9,57 e 6,53 milioni.
Quale sarà il futuro del personale dal prossimo gennaio, quando verosimilmente sarà ormai andata in porto la cessione del ramo energia? Querin si dice tranquillo. «Credo che i dipendenti non dovranno preoccuparsi perché confluiranno in un’altra società di dimensioni più grandi e quindi più solida, da tutti i punti di vista. E poi – fa notare – non dimentichiamoci che ci sono dei contratti nazionali a loro tutela, dove vengono indicate con precisione garanzie sia di carattere economico sia di carattere lavorativo».
Paradossalmente, secondo il presidente della multiservizi, potrebbero esserci «rischi» maggiori per quei lavoratori che rimarranno in carico a Iris. «Se nel futuro, quando tutti i servizi erogati alla comunità verranno forniti attraverso una gara (a cominciare dalla raccolta e dallo smaltimento dei rifiuti, ndr), questa società non dovesse riuscire ad aggiudicarseli – evidenzia – allora le ripercussioni per il personale potrebbero potenzialmente essere particolarmente dure».
Nicola Comelli

Il Piccolo, 13 settembre 2009 
 
PROROGA IN ATTESA SOLO DI UNA CONFERMA UFFICIALE  
Per 80 dell’ex Finmek altri 10 mesi di ”cassa”  
Ne beneficeranno soprattutto le dipendenti che non sono state riassorbite dalla Mw
 
 
L’ottantina di dipendenti del gruppo Finmek che non sono stati riassorbiti dalla nuova gestione dello stabilimento di Ronchi dei Legionari e non hanno ancora trovato un impiego potranno contare su altri dieci mesi di cassa integrazione straordinaria. La Cigs, aperta ormai dall’estate del 2005 per i lavoratori coinvolti dal crollo dell’impero dell’elettronica creato dall’imprenditore friulano Carlo Fulchir, è stata rinnovata nell’ambito dei provvedimenti varati dal Governo a sostegno delle popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto, visto che proprio in Abruzzo si trovava il nucleo più consistente della società.
«Non abbiamo ancora la comunicazione ufficiale – afferma il segretario provinciale della Fiom-Cgil, Thomas Casotto -, ma il provvedimento è certo, anche se ne attendiamo la formalizzazione». Non sono invece ancora definiti i percorsi formativi utili a fornire una possibilità di nuova occupazione alle maestranze della ex Finmek, composte in gran parte da donne. «Abbiamo interessato la Provincia di Gorizia – dice Casotto -. Si tratta di organizzare e costruire dei corsi che possano offrire dei reali sbocchi lavorativi, anche se ci rendiamo conto che il momento non è dei più propizi. I percorsi formativi potrebbero però fornire un aiuto anche sul fronte dell’integrazione al reddito».
L’assenza di certezze finora sul rinnovo della cassa integrazione straordinaria stava impensierendo non poco i lavoratori e le lavoratrici coinvolte nella chiusura dello stabilimento di Ronchi, stando a quanto riferisce la Rsu di Mw, cioé dello stabilimento ex Finmek, che ancora rappresenta un punto di riferimento per gli ex colleghi.
Nonostante la situazione di Mw sia abbastanza soddisfacente, stando ai rappresentanti sindacali, non si parla di un ulteriore possibile riassorbimento di lavoratori cassintegrati. La Mw, nel suo stabilimento di Ronchi, conta 289 dipendenti ai quali vanno ad aggiugersi gli interinali. I contratti in scadenza tra ottobre e la fine di quest’anno sono una ventina e la rappresentanza sindacale interna spera che si possa procedere a una loro riconferma. Mw, oltre ad aver acquistato gli immobili in cui si sviluppa l’attività produttiva, ha rinnovato alcune linee e di recente ha ultimato la messa in posa di pannelli solari sui tetti degli edifici del complesso di Soleschiano con un investimento che, stando al sindacato, supera i 2 milioni di euro. (la.bl.)

Messaggero Veneto, 16 settembre 2009 
 
Finmek: cassa integrazione prolungata di dieci mesi per ottanta dipendenti 
 
Ronchi
Altri dieci mesi di cassa integrazione straordinaria per circa un’ottantina di dipendenti del gruppo Finmek che non sono stati riassorbiti dalla nuova gestione dello stabilimento di Ronchi dei Legionari e non hanno ancora trovato un impiego. La Cigs, aperta per i lavoratori Finmek nell’estate del 2005 dopo il crollo dell’impero dell’elettronica creato dall’imprenditore friulano Carlo Fulchir, è stata rinnovata nell’ambito dei provvedimenti varati dal Governo a sostegno delle popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto, visto che proprio in Abruzzo si trovava il nucleo più consistente della società.
«Non abbiamo ancora la comunicazione ufficiale – afferma il segretario provinciale della Fiom-Cgil, Thomas Casotto –, ma il provvedimento è certo, anche se ne attendiamo la formalizzazione». Una buona notizia a cui si accompagna però la conferma che non sono stati ancora definiti i percorsi formativi utili a fornire una possibilità di nuova occupazione alle maestranze della ex Finmek, composte in gran parte da donne.
«Abbiamo interessato la Provincia di Gorizia – dice Casotto –. Si tratta di organizzare e costruire dei corsi che possano offrire dei reali sbocchi lavorativi, anche se ci rendiamo conto che il momento non è dei più propizi. I percorsi formativi potrebbero però fornire un aiuto anche sul fronte dell’integrazione al reddito». L’assenza di certezze finora sul rinnovo della cassa integrazione straordinaria stava impensierendo non poco i lavoratori e le lavoratrici coinvolte nella chiusura dello stabilimento di Ronchi, stando a quanto riferisce la Rsu di Mw, cioè dello stabilimento ex Finmek, che ancora rappresenta un punto di riferimento per gli ex colleghi. Nonostante la situazione di Mw sia abbastanza soddisfacente, stando ai rappresentanti sindacali, non si parla di un ulteriore possibile riassorbimento di lavoratori cassintegrati. La Mw, nel suo stabilimento di Ronchi, conta 289 dipendenti ai quali vanno ad aggiungersi gli interinali. I contratti in scadenza tra ottobre e la fine di quest’anno sono una ventina e la rappresentanza sindacale interna spera che si possa procedere a una loro riconferma. Mw, oltre ad aver acquistato gli immobili in cui si sviluppa l’attività produttiva, ha rinnovato alcune linee e di recente ha ultimato la messa in posa di pannelli solari sui tetti degli edifici del complesso di Soleschiano.

Il Piccolo, 14 ottobre 2009 
 
Ansaldo, lavoro sicuro fino a dicembre  
Trattative in corso da parte dell’azienda per acquisire nuove commesse
 
 
I primi sei mesi del 2010 al momento rappresentano un incognita per lo stabilimento monfalconese di Ansaldo, il più grande della società in Italia, 450 dipendenti e un valore della produzione che nel 2008 ha raggiunto i 100 milioni di euro. Il carico di lavoro è assicurato fino a dicembre 2009 e solo la positiva chiusura delle trattative in corso per nuove commesse nel settore oil&gas e navale consentirebbe di guardare al 2010 senza ansie. Società e sindacati, che si sono incontrati lunedì a Vicenza, hanno deciso di rivedersi a fine novembre, quando Asi dovrebbe essere in grado di fornire un quadro più preciso delle prospettive future. L’azienda, che ha risentito in modo ritardato della crisi in considerazione del suo ciclo produttivo, da parte sua sottolinea come ci sia molta attenzione nei confronti dei primi semestre 2010. A Monfalcone intanto si fa sempre i conti con le difficoltà della produzione di motori a corrente continua, legata al settore della siderurgia, tra quelli che più hanno risentito della recessione mondiale. La siderurgia sta dando qualche timido segnale di ripresa, come spiega la società, ma non ancora tale da tradursi in ordini. Ansaldo sta quindi continuando a riconvertire i lavoratori impiegati nel settore dei motori a corrente continua per impegnarli nella produzione delle grandi macchine a corrente alternata. Visto il carico di lavoro esistente in questo settore, l’azienda conta di non dover ricorrere a strumenti diversi rispetto la mobilità interna e le ferie. In nessun stabilimento italiano si sta ricorrendo in questo momento alla cassa integrazione. «L’incontro di lunedì è stato del tutto interlocutorio – afferma il segretario provinciale della Fiom-Cgil Thomas Casotto -, perché al momento la società mantiene aperta qualsiasi possibilità per il primo semestre del 2010». A Monfalcone sta in ogni caso procedendo secondo la tempistica programmata la realizzazione del nuovo capannone, che consentirà ad Asi di costruire e testare motori di dimensioni ancora superiori a quelle attuali. Per la società si tratta di un investimento di 14 milioni di euro. (la. bl.)
 
Messaggero Veneto, 14 ottobre 2009
 
Ansaldo a caccia di certezze per il 2010 
 
MONFALCONE. Il carico di lavoro per Ansaldo sistemi industriali è assicurato fino alla fine dell’anno, poi sul futuro dello stabilimento monfalconese, il più grande della società in Italia, 450 dipendenti e un valore della produzione che nel 2008 ha raggiunto i 100 milioni di euro, grava un grosso punto di domanda e solo la positiva chiusura delle trattative in corso per nuove commesse nel settore oil&gas e navale consentirebbe di guardare al 2010 con fiducia e positività.
Società e sindacati, incontratisi a Vicenza, hanno deciso di rivedersi a fine novembre, quando Asi dovrebbe essere in grado di fornire un quadro più preciso delle prospettive per l’anno prossimo. L’azienda, che ha risentito in modo ritardato della crisi in considerazione del suo ciclo produttivo, sottolinea come ci sia molta attenzione nei confronti del prossimo anno, soprattutto per i primi sei mesi.
A Monfalcone, intanto, si fa sempre i conti con le difficoltà della produzione di motori a corrente continua, legata al settore della siderurgia, tra quelli che più hanno risentito della recessione mondiale dell’economia, settore che sta mostrando qualche lieve segnale di ripresa, ma non ancora tale da tradursi in ordini immediati. Ansaldo sta quindi continuando a riconvertire i lavoratori impiegati nel settore dei motori a corrente continua per impegnarli nella produzione delle grandi macchine a corrente alternata. Visto il carico di lavoro esistente per il settore, l’azienda conta di non dover ricorrere a strumenti diversi rispetto la mobilità interna e le ferie e comunque in nessun stabilimento italiano si sta ricorrendo in questo momento alla cassa integrazione ordinaria.
«L’incontro di lunedì è stato del tutto interlocutorio – afferma il segretario provinciale della Fiom-Cgil, Thomas Casotto –, perché al momento la società mantiene aperta qualsiasi possibilità per il primo semestre del 2010. Contiamo che nel prossimo incontro, a fine novembre, Asi sia in grado di fornire indicazioni più chiare».
A Monfalcone, intanto, sta procedendo la realizzazione del nuovo capannone (nell’area che confina con via dell’Agraria) che, con un investimento di 14 milioni, consentirà ad Asi di costruire e testare motori a corrente alternata di dimensioni ancora superiori a quelle attuali.

Il Piccolo, 03 aprile 2009 
 
INDUSTRIA  
Reggiane, definita la vendita alla Terex  
L’azienda è presente in città con una fabbrica che occupa un’ottantina di persone
 
 
La statunitense Terex acquisterà Fantuzzi Reggiane, di cui fa parte anche lo stabilimento Reggiane Cranes&Plants di Monfalcone, un’ottantina di dipendenti diretti e una produzione di grandi gru portuali. Le due società hanno raggiunto un pre-accordo che pare vincolante e che, stando a entrambe le parti, sarà definito nell’arco di poche settimane, dopo una “vertenza” durata mesi e innescata in sostanza dalla crisi che ha investito anche Terex. La retromarcia del gruppo è stata però duramente contestata da Fantuzzi, avviando un contenzioso arbitrale contro la risoluzione unilaterale di Terex. La società americana ha in ogni caso raggiunto la nuova intesa, che consentirà a Fantuzzi di chiudere le sue pendenze con le banche e gli altri creditori, a fronte di un sostanzioso sconto. Le due società hanno siglato un accordo preliminare per un prezzo netto di cessione di 175 milioni di euro, a fronte dei 215 pattuiti lo scorso agosto. Terex ha inoltre firmato un ulteriore “term sheet” con le banche creditrici del gruppo, finalizzato a ottenere un finanziamento a lungo termine a condizioni favorevoli e poter così disporre delle risorse per concludere l’operazione. Nella definizione dell’intesa è stato fondamentale proprio il ruolo delle banche creditrici, perchè Terex si farà carico dell’indebitamento verso gli istituti di credito e verso gli obbligazionisti. Con le banche è stata raggiunta un’intesa per garantire finanziamenti a lungo termine a condizioni favorevoli. Gli obbligazionisti, invece, saranno convocati lunedì per dare il via libera a una nuova dilazione nei termini di pagamento dell’ultima rata del bond, scaduta nel luglio 2004. Dopo di allora, i possessori delle obbligazioni, che aspettano il versamento di 55 milioni di euro, hanno dovuto accettare altri due rinvii: nel luglio 2008 e nel gennaio 2009. La conclusione dell’operazione, commenta il presidente del gruppo, Luciano Fantuzzi, «permetterà di completare con successo la prevista ristrutturazione». «Dopo la chiusura dell’accordo inizieremo a lavorare con il team Fantuzzi, fornitori, distributori, clienti e altri portatori d’interesse – afferma Rick Nichols, presidente di Terex Cranes – per ristrutturare in modo aggressivo e posizionare le attività per un loro definitivo recupero nei loro mercati». Il sindacato da parte sua intende andare a un nuovo incontro con Fantuzzi per avere un quadro esatto dei contenuti dell’accordo e a un confronto con la nuova proprietà. «Vogliamo vedere il piano industriale», afferma Fabio Baldassi della segreteria provinciale della Fiom-Cgil, che sottolinea come il sindacato continuerà a vigilare sulla situazione della società.

Messaggero Veneto, 03 aprile 2009 
 
Reggiane, ufficiale l’acquisizione da parte dell’americana Terex 
MONFALCONE 
Cassa integrazione “a singhiozzo” fino al 30 aprile
 
 
MONFALCONE. Poteva sembrare un pesce d’aprile, dato che la notizia ha cominciato a circolare nella tarda serata del 1º aprile e che solo martedì sembrava di essere lontani da un’intesa. Ma ieri si è avuta la certezza: il gruppo Usa Terex ha raggiunto un accordo per acquisire le attività di Fantuzzi e Noell Crane, società di Reggio Emilia attive nella produzione di macchinari per la movimentazione portuale, per un prezzo di circa 175 milioni.
La cifra è inferiore rispetto a 215 milioni concordati. L’acquisizione riguarderà anche lo stabilimento Reggiane di Monfalcone, con 80 lavoratori per cui di recente era stata confermata la cassa integrazione per alcuni giorni. Lo stabilimento di via Terme romane risulta avere un buon carico di lavoro per produrre grandi gru portuali, ma sente il peso della scarsa liquidità, che arriva con il contagocce dalle banche. Oggi lo stabilimento sarà aperto per consentire la visita di alcuni clienti, mentre secondo gli accordi la prossima settimana la cassa tornerà giovedì e venerdì e poi ancora per tutti i venerdì fino al 30 aprile.
L’intesa Terex-Fantuzzi chiude una vicenda che si trascinava da mesi e prevede la rinegoziazione del debito con i creditori del gruppo Fantuzzi al fine di assicurare un finanziamento a lungo termine.
Terex aveva annunciato l’acquisizione di Fantuzzi in agosto, ma in novembre aveva fatto un passo indietro, parlando di «cambiamento sostanziale sfavorevole» del business della società italiana. Ne era nata una disputa legale, che s’era intrecciata con gli sviluppi di un bond che in origine ammontava a 125 milioni. Il 31 gennaio è scaduta l’ultima rata da 55 milioni dell’emissione, scadenza che gli obbligazionisti avevano già accettato di prorogarare in luglio. Per lunedì sarebbe stata fissata una nuova assemblea dei bondholder: in agenda, un altro allungamento della scadenza dell’ultima rata.
«Subito dopo la chiusura si comincerà a lavorare con i soggetti interessati a ristrutturare la posizione dell’impresa per l’eventuale recupero dei rispettivi mercati», ha detto Rick Nichols, presidente Terex Cranes; Phil Widman, senior vice-presidente, ha aggiunto che al termine di tale operazione «i nostri livelli di debito aumenteranno a causa del finanziamento previsto dai creditori. Ma con scadenze a lungo termine e il livello aziendale del flusso di cassa la liquidità dovrebbe bastare».

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