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Il Piccolo, 13 gennaio 2010
 
PENALIZZATI SOPRATTUTTO GLI ALBERGHI PIÙ ECONOMICI
La crisi svuota gli hotel: -20% sui bilanci 
Cala la clientela dei trasfertisti, stanno di meno e non sempre pagano

di TIZIANA CARPINELLI

La crisi soffia sugli alberghi di Monfalcone. Drastico calo nelle presenze, clienti insolventi e organici ridotti ai minimi termini sono gli effetti della buriana recessiva che ha travolto in prima battuta il comparto navalmeccanico cittadino e, a ruota, le strutture ricettive. La produzione industriale in arresto e le casse integrazioni a spot hanno determinato una contrazione sulle prenotazioni che ha toccato indistintamente tutti gli hotel, da 2 a 4 stelle. I titolari di attività lamentano infatti, per il 2009, fatturati inferiori dal 10 al 20% rispetto ai cosiddetti «anni d’oro delle passeggeri», quando le camere si riempivano di trasfertisti e dirigenti, assicurando alla categoria fiorenti ricavi. Oggi, invece, più di un gestore ammette di avere l’albergo vuoto a metà. Neppure la manovalanza straniera, sempre numericamente consistente, viene in soccorso al comparto, poiché si rivolge piuttosto alle agenzie immobiliari per la stipula di un contratto di locazione. Il turismo, poi, in una città a vocazione operaia è di fatto inesistente: difficile, dunque, che i visitatori da fuori sgomitino per pernottare proprio a Monfalcone. «La crisi si è fatta sentire, in particolar modo, all’inizio del 2009, quando si è registrato un calo del 20% rispetto all’anno precedente – esordisce Roberto Ostermann del Sam hotel –. Nei mesi successivi, invece, si è lavorato con una certa regolarità. Delle attuali 59 camere a disposizione, la metà risulta occupata: è chiaro che le difficoltà nel settore industriale si sono ripercosse sul settore alberghiero, in quanto lavoriamo soprattutto con Ansaldo, Fincantieri, porto, Cartiera Burgo e centrale A2A. Per carità, siamo riusciti a mantenere la clientela consolidata, ma i pernottamenti si sono ridotti: invece di stare 5 giorni, gli ospiti ripartono dopo tre». «Ci sono stati tempi migliori – ammette una dipendente dell’Excelsior -: su 65 camere, la metà risulta occupata. Si attende febbraio, quando verranno avviati gli allestimenti della nave e dunque arriveranno nuove prenotazioni». Tentare di abbassare al massimo le tariffe non serve.
«Entro i limiti abbiamo cercato di venire incontro ai clienti – spiega – ma non si possono fare miracoli: le spese vanno coperte». Riverberi della crisi si notano anche sul versante dell’occupazione: «Tre lavoratori – conclude la dipendente dell’Excelsior – sono part-time e operano a chiamata: quando c’è il carico di lavoro vengono assunti con contratto a tempo determinato, altrimenti restano a casa».
Per qualcuno, diversificare il portafoglio dei clienti è stata una salvezza: «Il 70% delle 30 stanze a disposizione è assegnato – dice Tullio Brugnolo, proprietario dell’albergo Italia -: la crisi c’è e si vede, ma noi non abbiamo mai legato più di tanto l’attività alle ditte della cantieristica e questo ci ha agevolato. I clienti, perlopiù di business class, arrivano al lunedì e se ne vanno al venerdì, quindi il lavoro c’è: il problema, semmai, è incassare». Cioè? «Un indizio della sofferenza accusata dalle aziende è la difficoltà a saldare i conti – replica – per esempio io sono in contenzioso con una ditta di Villesse che da giugno mi deve la somma di seimila euro».
Stesso scenario al Lussino (16 camere, 12 delle quali ancora libere): «Non ho visto il bilancio – afferma il proprietario Paolo Orlando – ma stimo una riduzione sugli incassi del 10-20%: fino a giugno non è andata benissimo, poi l’attività ha ripreso quota. Certo, qualche difficoltà a riscuotere l’ho avvertita: attendo ancora un incasso di fine anno». «Rispetto agli anni Duemila – sostiene Mauro Marchese, titolare della Sirenetta – il fatturato mensile si è assottigliato fino a un terzo. Abbiamo riaperto ieri (lunedì, ndr) e su 27 stanze 10 risultano occupate. D’inverno è sempre più dura, perchè le spese per il riscaldamento e la luce incidono sui bilanci. Ormai, con questi chiari di luna, non c’è più continuità nel lavoro, si va a periodi. Qui arrivano soprattutto operai, ma con l’ultima ondata d’immigrazione questo zoccolo duro è venuto meno, perché i bengalei di solito non prenotano una camera ma affittano un appartamento e poi vanno a viverci in dieci».
Battenti nuovamente schiusi anche alla Terrazza: «Teniamo duro, ma con grande fatica – afferma il gestore Adriano Martinis – perchè siamo a conduzione familiare: sicuramente nel 2009 abbiamo avuto il 10% di fatturato in meno». Decisamente meglio, invece, al Lombardia: «Diciotto stanze occupate su 21 – asserisce Luca Patrovicchio -: il mercato commerciale sta tenendo bene, ma solo perché abbiamo la consolidata clientela di P&O Cruises. Se un domani dovesse venire meno, ci sarebbe un grosso punto interogativo». «Francamente – conclude Massimiliano Bruno de ”Al Gelso”, che a maggio ha cambiato gestione – speravo in un risultato migliore, almeno per gli ultimi mesi dell’anno: ora le nostre 16 stanze sono quasi tutte occupate, ma solo grazie all’attività del teatro Comunale, perchè gli attori delle varie compagnie vengono qui a pernottare. Speriamo ora nell’arrivo degli equipaggi della nave».

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Il Piccolo, 06 dicembre 2009
 
LA CITTÀ VISTA DAI TRASFERTISTI 
«All’inizio è stato difficile, ma qui si sta bene»  
Le testimonianze di quanti hanno lasciato il Meridione. Oggi l’integrazione è una realtà
 

di ELISA COLONI

«Il 7 giugno 1996 il mio datore di lavoro mi dice: ”Se vuoi continuare a lavorare per me devi salire al Nord”. Non mi resta altra scelta! Così mi trasferisco, inizio a lavorare nel cantiere navale di Monfalcone, almeno 12 ore al giorno, per riuscire a tornare dalla mia famiglia a Palermo nei weekend. Fino alla decisione di restare: tra il ’96 e il ’97 vivo a Monfalcone senza mia moglie, poi porto tutta la famiglia su. Prendiamo una casa in affitto e, nel 2006, finalmente ci decidiamo e compriamo un appartamento qui. E adesso sono felice, felicissimo di aver preso quella scelta».
Parola di trasfertista. E a ritrovarsi in questa storia sono sicuramente in tanti. La trafila, per i trasfertisti, è infatti quasi sempre la stessa. Si fanno coraggio, mettono un po’ di roba in valigia e lasciano moglie e figli piccoli a casa, salutandoli con la speranza di tornare presto. Sbarcano a Monfalcone, entrano in cantiere, quasi sempre trainati da un parente o un amico, e poi, contrariamente alle aspettative, decidono di restarci in pianta stabile.
Allora ridiscendono a Napoli, Taranto, Palermo, prendono moglie e figli, e li portano ”su”. E in quella che ai loro occhi appare come una città cara, fredda e un po’ chiusa, ma allo stesso tempo tranquilla e dotata di ottimi servizi, iniziano una nuova vita. Mandano a scuola i figli, che si integrano quasi immediatamente con i bimbi monfalconesi e diventano mezzi – o tutti – bisiachi. Alcune prime impressioni nelle parole di un trasferista di Taranto, giunto nella Città dei cantieri nel ’97: «Arrivai qui perché sapevo che c’era lavoro. E lo trovai subito, in cantiere. Il primo impatto con la città? Non è stato proprio positivo… Faceva molto freddo. I negozi erano pochi e chiudevano troppo presto. Però avevo notato che c’erano tantissime banche, benzinai e bar. E che tutto era tranquillo, la gente educata: tutti facevano tranquillamente la fila negli uffici postali e nei negozi».
Com’è Monfalcone vista attraverso gli occhi dei lavoratori emigrati dal Sud? A raccontarlo sono gli stessi protagonisti, i trasfertisti napoletani, pugliesi e siciliani arrivati in questa città attratti dalle buone prospettive di lavoro offerte dal cantiere navale di Panzano. I nonni e i papà che hanno vissuto i piccoli e grandi drammi del distacco semi-forzato dalla propria terra si aprono a figli e nipoti, attraverso un libro. Un volume che contiene un sorta di maxi-intervista collettiva da cui emergono vizi e virtù di Monfalcone, vista, appunto, attraverso gli occhi dei trasfertisti. Il libro si intitola ”I mestieri e la formazione di una comunità” e raccoglie i frutti del progetto sul centenario del cantiere, che ha coinvolto oltre 1400 studenti delle scuole cittadine. Tra i tanti contributi c’è anche quello delle classi 3A e 3B della scuola elementare Battisti, del circolo didattico della Duca d’Aosta (anno scolastico 2007-2008) che si sono fatti raccontare da nonni e padri la loro esperienza.
E tra le pieghe di queste storie, impresse sulla carta con parole semplici, si incrociano le storie e le fatiche di tanti operai, alle prese con i frutti di una scelta di vita non facile, ma in fin dei conti giudicata positiva. Perché, come afferma secco uno dei narratori, «dove c’è il lavoro c’è tutto». Per capire quanto sia importante, dal punto di vista numerico, il fenomeno a Monfalcone, bastano alcuni numeri. Dei papà dei bimbi delle due classi della Battisti che hanno realizzato le ”interviste”, ben 16 su 36 lavorano nello stabilimento Fincantieri di Panzano, come dipendenti diretti o nelle aziende dell’indotto. Per capirci: il 45% dei padri dei bambini oggi si guadagna da vivere grazie alla costruzione della navi da crociera.
Di questi, molti sono, appunto, trasfertisti. Arrivati soprattutto nei primi anni Novanta, questi operai meridionali si sono dovuti adattare ali clima (inteso in tutti i sensi) della più fredda Bisiacaria. «Integrarsi, per i nostri bambini, è molto più semplice e veloce di quanto non sia stato per noi, arrivati qui da adulti – raccotano alcuni papà nel libro -. Nonostante i monfalconesi siano brave persone, tranquille e pazienti, c’è sempre qualcuno che è contro i meridionali, che non ci vede di buon occhio». Forse, raccontano i trasfertisti, oggi l’aria che tira è un po’ migliorata, ma negli anni Novanta, quando i lavoratori del Sud sono sbarcati a Monfalcone in maniera massiccia, erano in tanti – dicono – a storcere il naso. 
 
LA STORIA DI ALDO BUCARELLA 
Un gallipolino maestro di ”bisiac”
 
«Mio padre? Era gallipolino, ma da quando sono nato l’ho sempre sentito parlare in bisiaco impeccabile. Lui è un perfetto esempio di trasfertista di immediata integrazione». A parlare è Aldo Bucarella, noto scrittore e culture del bisiac, figlio di un operaio pugliese arrivato a Monfalcone nel 1927 e che per quarant’anni ha fatto il saldatore in cantiere.
«Mio padre Giovanin è arrivato in Bisiacaria a 15 anni con l’aiuto di uno zio, che faceva il guardiano nello stabilimento di Panzano. Lui, a sua volta, era arrivato a Monfalcone perché aveva combattutto qui la Grande guerra. Mio padre era un uomo aperto, estroverso, sapeva adattarsi a ogni situazione e se la cavava benissimo con quattro strumenti musicali. È così che ha trovato lavoro nello stabilimento di Panzano: ha conosciuto l’allora maestro della banda del cantiere, che lo ha aiutato a entrare. A 18 anni è tornato a Gallipoli e ha chiesto la mano di mia madre, conosciuta qualche anno prima, ed è risalito con lei, portandosi dietro i suoi due fratelli e le due sorelle, e pure un fratello di mia madre. Tutti loro (gli uomini, ndr.) sono entrati in cantiere; di lavoro ce n’era, eccome, per tutti».
Pare strano pensare che uno dei più conosciuti cultori del dialetto bisiaco sia bisiaco di ”nuova generazione”, portandosi nel dna le proprie radici pugliesi. Eppure è così. La storia di Aldo Bucarella e della sua famiglia è, infatti, quella di tante altre persone a Monfalcone. Storie di integrazione più o meno facile, più o meno riuscita, che hanno contribuito a fare di questa città ciò che oggi è: un mix multiculturale e multilinguistico.
A commentare gli alti e bassi di un’integrazione necessaria e vitale per il bene stesso di Monfalcone è anche il sindaco Gianfranco Pizzolitto, che spiega: «I processi migratori vissuti dai nonni dei bimbi che oggi vanno a scuola e quelli odierni sono molto diversi. Quaranta o trent’anni fa gli arrivi sul nostro territorio erano più graduali, più controllati, più lenti. Mentre oggi, a causa delle dinamiche demografiche mondiali, l’impatto dell’immigrazione segue logiche diverse: è più forte, massiccio, complesso. E questo può generare, spesso, sentimenti striscianti di razzismo. Sentimenti che, purtroppo, esistono anche nella nostra città. Una volta erano diretti ai meridionali; oggi, invece, verso chi è esteriormente più diverso, come i bengalesi. E la cosa mi intristisce molto. Ricordiamoci infatti che l’integrazione, o meglio, l’inclusione, sono gli strumenti ineludibili per riuscire a gestire al meglio i cambiamenti demografici e sociali che, necessariamente, riguardano e riguarderanno sempre di più tutte le città del mondo». (el.col.)

Messaggero Veneto, 06 dicembre 2009 

Scuole, libro sulla storia di Monfalcone 
E’ il frutto del lavoro degli studenti per il centenario del cantiere navale

 
MONFALCONE. Monfalcone ha voglia di guardarsi dentro, di diventare protagonista della sua storia e di non subire il progresso, ma di vivere un avvenire più partecipato e un presente più intelligente. È questo il vero significato del libro “I mestieri e la formazione di una comunità. Monfalcone 1908-2008”, esito dei lavori realizzati con le scuole monfalconesi nel corso dell’anno dedicato al centenario del cantiere navale, curato dallo storico Giulio Mellinato, ma creato dai ragazzi, dalle famiglie e dagli insegnanti.
Il libro, che sarà presentato giovedì 17 dicembre, alle 18, nella sala conferenze della biblioteca, «lascia un’eredità che più della somma delle parti, superiore alle aspettative e importante per la cultura monfalconese», spiega Mellinato, ricordando che dalle iniziali 10 classi che si erano pensate di coinvolgere, al progetto hanno lavorato ben 70 classi e 1.400 ragazzi, coinvolgendo le famiglie, i padri, i nonni, chi ha vissuto la formazione di quella che è l’attuale città.
«Si è capito che la struttura del cantiere ha creato la struttura della città, che via via il sistema è cambiato cambiando anche la comunità: 100 anni di trasformazione della fabbrica, sono 100 anni di trasformazione della società. Non si è lavorato con uno schema prettamente scientifico, ma i ragazzi stessi sono divenuti attori e protagonisti e hanno creato la loro storia, lavorando con metodi diversi, ma mai banali», dice ancora Mellinato, soddisfatto per l’esito del progetto, che ha dato vita lo scorso anno ad una mostra bellissima allestita nel mercato coperto di via della Resistenza e che è stato seguito da tre assessori alla cultura diversi (Piredda, Trivigno, Benes), «fatto che altrove, avrebbe comportato dei cambiamenti di rotta, ma che invece a Monfalcone è proseguito secondo l’idea originale, dimostrando che era un’idea importante».
«Non vogliamo che questi risultati vadano persi e auspico – ha precisato l’assessore alla cultura Paola Benes – che si riesca a creare un gruppo di lavoro con gli insegnanti per approfondire gli aspetti della storia contemporanea di Monfalcone. Il senso è – conclude – che il Centenario non si esaurisca in una mera celebrazione, ma sia punto di partenza per un ragionamento sulla città».

Il Piccolo, 19 dicembre 2009
 
Nella classe più multietnica bisiachi e musulmani fanno assieme il presepe 
Scolari e insegnanti hanno voluto trascorrere una giornata con gli anziani della Casa di riposo
INTEGRAZIONE NELLA SCUOLA 
L’esempio della quinta A dell’elementare Duca d’Aosta: su 22 bambini solo due sono bisiachi, gli altri vengono dal Sud d’Italia e da 7 Paesi diversi

di ELISA COLONI

Scuola elementare Duca d’Aosta, quinta A: la classe più multietnica del più multietnico istituto monfalconese. Basta un dato: dei 22 bambini presenti, solo due sono bisiachi. Ben 11, cioè esattamente la metà, provengono da altri Paesi: Bangladesh, Serbia, Bosnia, Marocco, Macedonia, Croazia e Romania. Gli altri sono napoletani e siciliani. Scene che fino a dieci anni fa, a Monfalcone, non si vedevano, ma che oggi stanno diventando di routine.
Problemi di integrazione e rispetto reciproco, almeno all’apparenza, non ci sono. E osservare questi studenti in erba, cattolici, protestanti, musulmani e ortodossi, mentre maneggiano le statuine del presepe come se niente fosse, fa un certo effetto. «Per loro è normale – spiega l’insegnante, Annamaria Furfaro -. Dal primo giorno di scuola tentiamo di insegnare loro, oltre alla lingua e alla cultura italiana, il senso della tolleranza, della condivisione, del rispetto: è l’unico modo per riuscire a gestire un numero così alto di stranieri».
Ecco, dunque, un esempio di quell’integrazione di cui tanto si parla a suon di slogan, ma che alla fine rimane relegata in un angolo. Pensare alle grandi polemiche sul crocifisso in aula e al costante scontro politico sull’immigrazione, davanti a quest’aula zeppa dei bambini del domani, fa quasi sorridere. La quinta A della Duca d’Aosta (che complessivamente conta 150 studenti immigrati) è la dimostrazionne di come nella vita reale ci si trovi spesso davanti alla necessità di adeguarsi rapidamente alle difficoltà e ai cambiamenti, e di come la realtà cittadina vada molto, ma molto più veloce della politica.
Ieri mattina è stata la volta della festa di Natale per i bimbi della quinta A, solitamente organizzata dentro le mura scolastiche, ma quest’anno trasferita alla casa di riposo di via Crociera. Gli alunni hanno fatto compagnia a un gruppo di anziani, leggendo un racconto a questi nonni monfalconesi per un giorno, in mancanza dei loro nonni, quelli veri, rimasti nei Paesi d’origine. E vedere come i più piccoli riescono a parlarsi e comunicare senza bisogno di articolate mediazioni, a volte può spiazzare. «Tutti i bimbi della mia classe – spiega ancora Annamaria Furfaro – sono nati all’estero e arrivati qui senza sapere una singola parola di italiano. Ma sono come spugne: ci mettono al massimo un anno per imparare bene la lingua. E comunque, sin dal primo giorno, assimilano vocaboli e concetti a una velocità incredibile. Qui le identità e le religioni sono ben chiare: ognuno ha la propria e la condivide con gli altri. Ci si scambiano informazioni sulle feste reciproche, sulle tradizioni, si raccontano ricchezze e lati oscuri della propria terra». E di lati oscuri, purtroppo, nell’infanzia di questi bambini, ce ne sono stati tanti. «In Marocco – spiega uno degli alunni, Ayoub – se non si sa rispondere a una domanda in classe ti picchiano». «Anche in Bangladesh – aggiunge Niloy -. Ti colpiscono le mani con un bastone. Ma non solo. Io qui a Monfalcone posso andare in giro da solo, mentre in Bangladesh non potevo farlo mai. Lì può succedere che degli uomini ti fermino, ti carichino in macchina e ti prendano gli organi per venderli, strappandoti gli occhi, ad esempio».
La preside della Duca d’Aosta, Maria Raciti, spiega: «Quello che inizialmente sembrava un handicap per il nostro istituto oggi si è rivelato una ricchezza. La Duca d’Aosta è un esempio di scuola dell’inclusione. Quella dell’integrazione è una sfida sociale difficile, per cui noi siamo preparati, anche grazie al supporti di mediatori culturali e di progetti specifici. Da un po’ di tempo, tra l’altro, traduciamo alcune delle circolari per i genitori in varie lingue straniere». Uno dei progetti rivolti agli immigrati si chiama ”Glicine”, per anni gestito da Mara Grani. Si tratta di corsi personalizzati per i bambini che non parlano italiano. Corsi di lingua, mediazione e interculturalità.

Il Piccolo, 22 novembre 2009
 
Affitti in nero ai trasfertisti, 30 denunciati 
Scoperta nel Monfalconese un’evasione fiscale di 300mila euro da parte di proprietari di case

di DOMENICO DIACO

Non si ferma la lotta della Guardia di finanza contro gli affitti in nero a Monfalcone. La specifica attività svolta, finalizzata al contrasto dell’evasione fiscale nel campo degli immobili destinati ad abitazione ha consentito di scoprire una trentina di situazioni irregolari e di recuperare a tassazione una base imponibile evasa pari a 300 mila euro.
Si tratta di alloggi dati in affitto a trasfertisti, sia cittadini italiani, sia extracomunitari, per lo più bengalesi, occupati in imprese e ditte legate all’appalto della Fincantieri.
L’operazione della Fiamme gialle è stata agevolata dall’implementazione dei processi di analisi informatica e una più efficace utilizzazione delle banche dati a disposizione della Finanza e coniugate e con un esame incrociato delle segnalazioni periodiche che vengono inviate dai competenti uffici della questura di Gorizia, in relazione ai nuovi residenti della provincia con particolare attenzione a quei comuni dove si registra una più alta tensione abitativa, tra cui appunto Monfalcone.
Tale scambio di informazioni ha fornito quindi un base preliminare di informazioni molto utile alla Guardia di fianzna per attivare le successive fasi di investigazione.
Per ogni inquilino segnalato dalla questura del capoluogo isontino è stata verificata l’eventuale disponibilità di immobili di proprietà coincidenti con l’indirizzo di residenza segnalato e la titolarità dei contratti di locazione sottoscritti con i rispettivi proprietari e regolarmente registrati negli uffici giudiziari competenti.
In presenza di un esito negativo dei riscontri preliminari, ai proprietari sono stati inviati appositi questionari al fine di chiarire la natura del diritto legittimante l’effettivo possesso dell’immobile dichiarato quale residenza e verificarne, di conseguenza, il corretto inquadramento dal punto di vista fiscale. Una operazione, questa che viene effettuata dalla fiamme gialle sulla base dei poteri riconosciuti alla stessa Fiananza dall’attuale nornativa fiscale.
Il monitoraggio effettuato ha quindi consentito, quest’anno, di smascherare situazioni illegali portare in luce canoni di locazione percepiti in nero e quindi mai dichiarati ai competenti uffici finanziari in sede di dichiarazione fiscale.
Complessivamente sono state approfondite decine di posizioni riscontrando irregolarità nel 95 per cento dei casi presi in esame.
Prosegue intanto l’attivà della Guardia di finanza in questo campo al fine di recuperare quanto sottratto a tassazione, non soltanto ai fini delle imposte dirette, ma anche dell’Ici (non trattandosi di prima casa) e dell’imposta di registro.

Messaggero Veneto, 26 novembre 2009
 
Alloggi Ater, Rc vuole vederci chiaro 
 
RONCHI. «Esiste una richiesta scritta formulata dall’amministrazione comunale all’Ater di Gorizia nei giorni immediatamente precedenti il 10 ottobre 2009 per conoscere la consistenza e lo stato degli alloggi di edilizia residenziale pubblica nel Comune di Ronchi dei Legionari? Quanti, quali e dove sono collocati gli alloggi di proprietà dell’Ater di Gorizia che risultano attualmente sfitti e inutilizzati nel territorio del Comune di Ronchi dei Legionari e quali sono le motivazioni per la loro mancata assegnazione alle famiglie bisognose?».
La richiesta è rivolta dal consigliere comunale di Rifondazione comunista, Luigi Bon, al sindaco di Ronchi tramite un’interrogazione che sarà presentata durante il consiglio di mercoledì. «Lo scopo dell’intervento – afferma Bon – è anche evidenziare come di fronte a problemi drammatici di vita delle persone si poteva evitare l’insensata e inutile campagna di muratura di un decina di case pubbliche nel rione delle casette Pater; tali abitazioni potevano tornare utili nell’ottica di dare delle risposte concrete e temporanee di alloggio per i senzatetto da parte dell’amministrazione comunale di Ronchi.
Il consigliere ricorda che, secondo una nota dell’Ater di Gorizia, risalente all’aprile 2007, risulterebbe che a Ronchi dei Legionari, su un totale di 302 alloggi di edilizia residenziale pubblica, 21 risultano sfitti: 13 collocati nel quartiere delle casette Pater, gli altri otto in altre vie. Ronchi, inoltre, nonostante il considerevole aumento di residenti (11.437 residenti nel 2003 – 11.519 residenti nel 2004 – 11.743 residenti nel 2005 – 11.813 residenti nel 2006 – 11.939 residenti nel 2007 – 12.043 residenti nel 2008) non è stato inserito nell’elenco dei comuni ad alta tensione abitativa.
Secondo quanto riportato da recenti articoli di cronaca, inoltre, l’assessore alle Politiche sociali, Enrico Masarà, pur avendo chiesto indicazioni all’Ater sul numero di alloggi sfitti, non avrebbe ricevuto risposta «le nostre richieste sono rimaste inevase – ha affermato Masarà –, ovvero l’Ater non ci ha mai messo nelle condizioni di conoscere quella che è la realtà attuale dell’edilizia popolare a Ronchi. Vogliamo avere una fotografia di ciò ci sta attorno per prendere provvedimenti adeguati e, ciò che più conta, per dare risposte alla gente».

Il Piccolo, 09 luglio 2009 
 
L’ASSESSORE MORSOLIN: SERVONO AIUTI REGIONALI E STATALI  
Fincantieri, trasfertisti i più esposti alla crisi  
Sindaco preoccupato per i risvolti sociali dello scarico del lavoro che investirà anche il subappalto
 
 
A far paura a Monfalcone non è tanto o solo la cassa integrazione che coinvolgerà, a meno dell’arrivo di nuovi ordini in tempi strettissimi, alcune centinaia di dipendenti di Fincantieri, quanto lo scarico di lavoro che a ruota interesserà le maestranze delle imprese dell’appalto e del subappalto. In molti casi, fra l’altro, microditte, con meno di 15 addetti, nelle quali non può essere aperta la Cassa integrazione. Sarà quindi la crisi dell’indotto a scaricarsi in modo più diretto e pesante su Monfalcone, dove vive del resto la maggior parte dei lavoratori dell’appalto ormai in buona parte affiancati dalle proprie famiglie. «Si tratta di persone, italiane e straniere, che vivono qui e in parte a Ronchi dei Legionari e Staranzano, ormai da 5-10 anni e non possiamo pensare decidano di trasferirsi dall’oggi al domani: come tutti aspetteranno la ripresa», sottolinea l’assessore comunale alle Politiche sociali, Cristiana Morsoln, secondo cui serviranno aiuti statali e non solo regionali per fare fronte a una situazione che si profila esplosiva. «Anche Fincantieri ha comunque le sue responsabilità – aggiunge l’assessore alle Politiche sociali – e non può affermare che gli impatti prodotti dal ricorso all’indotto non sono un problema suo, anche perché non è stato il Comune ad adottare la politica degli appalti». L’ente locale, intanto, si sta già dotando degli strumenti per poter aiutare quanti sono rimasti senza lavoro o sono entrati in cassa integrazione, straordinaria e ordinaria. «In commissione è già passato il regolamento per l’assegnazione dei contributi economici alle persone in difficoltà che introduce alcune novità – spiega l’assessore Morsolin -. Viene introdotto innanzitutto il criterio dell’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente finora utilizzato solo per l’accesso a nidi ed esenzioni e agevolazioni sul pagamento delle mense scolastiche, scuolabus e Tarsu per gli ultrasessantacinquenni». Priorità viene data inoltre non solo ai minori, ma anche a chi si trova in mobilità, in cassa integrazione o ha perso il lavoro. Farà fede quindi l’Isee calcolato alla fine del 2008, ma la situazione del lavoratore sarà valutata direttamente dagli uffici in tempo reale presentando la lettera di licenziamento o i documenti che attestino la Cig. Fatto il regolamento, che l’assessore spera di portare in aula prima della pausa estiva, rimane il problema grosso dei fondi che il Comune potrà erogare. «Con il reddito di cittadinanza abbiamo avuto a disposizione quasi 2 milioni di euro in un anno e mezzo, ora con il Fondo di povertà abbiano ricevuto dalla Regione 220mila euro per il 2008 e 350mila per quest’anno», sottolinea l’assessore. Il sindaco Gianfranco Pizzolitto rileva come siano in ogni caso stati avviati dei percorsi, a fronte delle crisi già esistenti (Eaton, Ineos, Reggiane, Sbe), per la formazione e la sospensione dei mutui per cassaintegrati e lavoratori in mobilità. Pizzolitto rileva come la Regione abbia stanziato 10 milioni di euro ai Comuni e 4 alle Province per le misure anticrisi, ma manchi ancora il regolamento che renda utilizzabili le risorse. «Il 2010 preoccupa perché diverse aziende non sono in grado di precisare il loro carico di lavoro – conclude il sindaco -, ma ci sono altri movimenti positivi, vedi Mangiarotti. In autunno conto di chiudere alcuni percorsi con Fincantieri e, se ciò avverrà, credo ci darà delle indicazioni sulle prospettive della società a Monfalcone».
Laura Blasich

Messaggero Veneto, 07 luglio 2009 
 
Monfalcone. Raggiunto l’accordo tra l’amministrazione comunale e le parti sociali e imprenditoriali  
Piano anticrisi per aiutare i lavoratori
 
 
MONFALCONE. Un importante piano locale di formazione permanente per i lavoratori interessati dalla situazione di crisi e in generale per la popolazione adulta del nostro territorio è stato sottoscritto fra le istituzioni e le parti sociali ed imprenditoriali.
Promotore dell’iniziativa l’amministrazione comunale di Monfalcone che intende in tal modo per fronteggiare le conseguenze della situazione economica, che sta provocando ripercussioni nel nostro territorio e ha fatto registrare, nelle maggiori realtà industriali del mandamento, diminuzioni di lavoro, comportando difficoltà al tessuto imprenditoriale, commerciale ed artigianale. La formazione consentirà ai lavoratori non solo di restare aggiornati in settori già conosciuti, ma pure di migliorare il grado di professionalità o anche di pensare a raggiungere un livello scolastico superiore a quello posseduto.
Annunciato già qualche settimana fa, il protocollo è stato sottoscritto dal Comune di Monfalcone, in qualità di ente promotore e da varie associazioni, enti e istituti del nostro territorio, e in particolare: l’amministrazione provinciale, i Comuni di San Canzian d’Isonzo, Staranzano, Ronchi dei Legionari, Fogliano, San Pier d’Isonzo, Turriaco, Doberdò, la Camera di commercio, il Consorzio per lo sviluppo industriale, l’Istituto tecnico Einaudi e l’annesso Centro territoriale per l’educazione degli adulti di Staranzano, il Polo professionale, il Liceo Buonarroti, gli enti di formazione Enfap, Enaip, Ial, Job & School, gli istituti comprensivi Giacich e Randaccio, le organizzazioni provinciali di Cgil, Cisl e Uil, le associazioni imprenditoriali – Confindustria, Piccole e Medie imprese, Confartigianato, Cna e l’Associazione commercianti. L’obiettivo del piano è quello di incidere sullo stato di crisi che sta interessando quasi tutti i settori produttivi della provincia di Gorizia, e del territorio monfalconese in particolare, e che ha causato la riduzione degli organici attraverso licenziamenti o la collocazione in cassa integrazione di molti lavoratori che negli anni avevano acquisito competenze professionali di alta specializzazione.
Di conseguenza si pone l’esigenza di offrire a queste maestranze percorsi formativi, articolati su più livelli, sia per tipologia formativa sia temporale, con lo scopo di coinvolgere e ottimizzare le risorse dei vari istituti, enti e associazioni presenti sul territorio. Nelle prossime settimane saranno predisposte iniziative per diffondere notizie e informazioni sulle opportunità che verranno offerte ai lavoratori per usufruire dell’offerta di corsi ed insegnamenti per gli adulti nelle scuole del mandamento. Il vice sindaco, Silvia Altran, ha espresso grande soddisfazione soprattutto per il consistente numero di soggetti che hanno aderito all’iniziativa. «Sono orgogliosa della risposta del nostro territorio – ha dichiarato –, abbiamo messo insieme tante scuole, comuni, enti e organizzazioni.
L’Italia è il paese con il più basso tasso di scolarità e il nostro obiettivo è quello di favorirne l’innalzamento soprattutto tra la popolazione adulta, al fine di agevolare il reinserimento nel mondo del lavoro, migliorare la preparazione professionale e la carriera dei lavoratori. Per questo bisogna collaborare assieme per promuovere una rete funzionale d’interazione e cooperazione attraverso percorsi formativi modulari che potranno essere articolati in base all’interesse dei lavoratori e alle loro disponibilità. A questo fine svilupperemo un’adeguata azione di sensibilizzazione attraverso azioni di comunicazione e di orientamento».

Il Piccolo, 08 luglio 2009 
 
Maternità, più assegni agli extracomunitari  
In tutti gli altri settori i maggiori aiuti vanno agli italiani
 
 
Gli stranieri sono quasi quattromila a Monfalcone, extracomunitari e comunitari, ma c’è solo un ambito in cui i primi chiedono e ottengono più dei secondi e degli italiani messi assieme ed è quello degli assegni di maternità, in base a quanto stabilito dalla legge 448 del 1998. Nel 2007, 47 domande contro le 45 presentate da cittadini dell’Ue, italiani e non, per importi rispettivamente di 67.739 e 66.267 euro, nel 2008, 68 richieste contro 36 pari rispettivamente a 101.840 e 52.417 euro. Nel 2009 siamo 17 a 11, pari a 26.274 euro contro 17mila euro. «In tutti gli altri settori la richiesta, che viene sempre vagliata a fronte dei criteri stabiliti dalla normativa nazionale o regionale o dai nostri regolamenti, è nettamente inferiore», spiega l’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, che ci tiene a «sfatare il mito che tutto va agli stranieri».
«Per quel che riguarda i contributi per l’abbattimento dei canoni di locazione nel 2008 siamo a 298 domande accolte di italiani e comunitari contro 195 di extracomunitari, pari a 545.316 euro di contributi contro 349.547 euro – aggiunge l’assessore -. Fondi che vengono erogati solo se i richiedenti, qualsiasi origine abbiano, sono in regola con il pagamento dell’affitto nell’anno precedente e sono in possesso di un contratto regolare. Il dato inoltre ci sta solo a dire che gli extracomunitari acquistano meno casa, perchè non si sentono ancora radicati, e nello stesso tempo che l’affitto pesa su redditi che evidentemente non sono molto alti». Al dato sugli assegni di maternità, indicatore del tasso di natalità di alcune comunità straniere in città, fa da contraltare quello sui contributi per l’abbattimento delle rette dei nidi: nel 2007 sono stati erogati 37.670 euro di cui 778,25 per extracomunitari, nel 2008 80.678 di cui 3.838 per extracomunitari.
«Le donne straniere, almeno quelle di alcune comunità, fanno figli, ma rimangono a casa – afferma l’assessore Morsolin -, adottando stili di vita che sono diversi dai nostri. Ci sarebbe da chiedersi quindi quali strumenti dovrebbero essere messi in campo per sostenere la ”nostra” maternitá, senza che le donne continuino a dover scegliere o a rischiare di perdere il lavoro». Sul fronte della povertà gli aiuti che il Comune ha dato agli extracomunitari finora hanno oscillato attorno al 15% del totale erogato: 27.663 euro per 31 beneficiari contro 156.987 euro e 143 beneficiari nel 2007, 23.451 euro e 40 beneficiari contro 167.609 euro e 236 beneficiari nel 2008, 8.018 euro e 17 beneficiari contro 41.937 euro e 43 beneficiari nel 2009. Del budget del reddito di cittadinanza, cancellato, nel 2008 gli extracomunitari hanno ottenuto circa un quarto dell’ammontare complessivo (236.073 euro su un totale di 842.915 euro) e nel 2009 55.939 euro su un totale di 274.613 euro. Gli extracomunitari non hanno percepito, perchè non si sono fatti avanti, nemmeno un euro di assegni di cura e assistenza, poi trasformati nel Fondo per l’autonomia possibile.
Laura Blasich 
 
LA CRISI ECONOMICA COMINCIA A INCIDERE SULL’IMMIGRAZIONE  
Rallentano gli stranieri, solo 20 arrivi al mese  
Erano una cinquantina a fine 2008. La comunità asiatica sfiora ormai il 5% della popolazione
 
  
di ELENA ORSI

La crisi economica dimezza l’arrivo di cittadini stranieri a Monfalcone. E a ”frenare” sono soprattutto i cittadini del Bangladesh, che rappresentano l’etnia più numerosa in città con oltre 1300 persone. Se a fine 2008 in città arrivava in media una cinquantina di stranieri al mese – quasi tutti per lavorare nelle ditte operanti in Fincantieri – ora ne arriva una ventina. In questo contesto i bengalesi rappresentano il 5% della popolazione (circa 1300 presenze), a fronte di una percentuale di stranieri che a Monfalcone supera il 13%. Secondo i dati forniti dall’Anagrafe, gli stranieri presenti in città sono poco meno di quattromila (3953) e sono aumentati di 300 unità rispetto alla rilevazione di novembre, quando erano 3600. Un aumento, certo, ma più ”lento” rispetto al passato. Dei quasi quattromila stranieri presenti in città (ufficialmente), 1555 sono le donne, in continua crescita, e 2380 gli uomini. Ma, nel particolare, i cittadini del Bangladesh sono cresciuti ”solo” di 126 unità in oltre 6 mesi. Quindi una media di 21 arrivi al mese quando, nei quattro mesi precedenti la media era superiori ai trenta arrivi. Da sottolineare che le stime ufficiose parlano di una presenza di bengalesi ”non stabile” che si aggira sulle quattromila unità. E che la presenza femminile di questa nazionalità è in continuo aumento a causa dei ricongiungimenti familiari. tanto che ormai le donne bengalesi a Monfalcone sono quasi 500 (476) contro 886 uomini. La comunità straniera più numerosa dopo quella bengalese è la croata con 405 persone, seguita da quella macedone con 382, quella rumena con 342 e quella bosniaca con 311. Queste ultime tre nazionalità sono quelle più ”vivaci”: vedono infatti un aumento anche se non così determinante (si parla di una ventina di unità in media). Come sempre, nel panorama degli stranieri a Monfalcone si nota una maggior presenza di uomini rispetto alle donne, cosa che conferma come l’emigrazione avviene principalmente per motivi legati all’occupazione. gli stranieri a Monfalcone lavorano, oltre che nella navalmeccanica, anche nelle costruzioni e nel turismo. Per quanto riguarda le donne, invece gli arrivi confermano una crescente richiesta in città di badanti per gli anziani. 
 
GLI EXTRACOMUNITARI ASSUMONO COLLABORATRICI TRA LE CONNAZIONALI  
Anche i bengalesi alla ricerca della colf  
Aumento esponenziale della richiesta di badanti da parte dei monfalconesi
 
 
di ELISA COLONI

Mentre nei palazzi romani gli schieramenti si spaccano davanti alla possibilità di bypassare le norme previste dal pacchetto sicurezza attraverso una sanatoria delle badanti, nell’Isontino sempre più famiglie si destreggiano faticosamente tra mille peripezie burocratiche per assumere regolarmente colf e assistenti agli anziani. E in Bisiacaria spunta una novità, sintomo di una società multietnica che cambia. Ad andare alla ricerca di colf, infatti, oggi non sono più solamente gli ”autoctoni”, ma anche gli stranieri: bengalesi che assumono connazionali.
I numeri del fenomeno badanti emergono sia dall’attività dello Sportello delle badanti di Monfalcone (operativo nell’ambito del Centro provinciale per l’impiego) sia dall’andamento del Fondo per l’autonomia possibile Fap (contributi regionali che il Comune eroga a favore delle famiglie che necessitano di una badante).
PIÙ RICHIESTE Che a Monfalcone ci siano sempre più famiglie che richiedono contributi pubblici per poter usufruire di un’assistente domiciliare lo si osserva dai dati forniti dall’assessore comunale ai Servizi socio-sanitari Cristiana Morsolin: «Quando nel 2006 è stato istituito il Fap – spiega – i beneficiari in tutto il Basso Isontino erano solamente 13, mentre oggi il numero è salito a 105. Analizzando solo la situazione relativa a Monfalcone, emerge che nel 2007 il Comune aveva erogato 31mila euro a favore di 26 famiglie, che sono diventati 50mila nel 2008 per 50 beneficiari. A metà 2009 siamo arrivati a quota 47. Questa crescita esponenziale dimostra che sempre più famiglie vogliono assumere le badanti regolarmente, uscendo dall’ombra del lavoro nero».
LO SPORTELLO Andando poi a osservare da vicino ciò che accade allo Sportello delle badanti (riaperto in febbraio, dopo una sospensione di cinque mesi, dovuta a una riorganizzazione degli uffici di Monfalcone e Gorizia) si possono tratte ulteriori informazioni. Lo Sportello serve a far incontrare domanda e offerta, cioè le famiglie con le aspiranti badanti e colf, ma anche a fornire informazioni in materia di contratti di lavoro, retribuzioni, dichiarazioni Inps e Inail, agevolazioni fiscali. I dati forniti dallo Sportello indicano che nel solo mese di giugno i colloqui effettuati con le famiglie sono stati 63 e quelli con i lavoratori 28; alla fine i contratti firmati sono stati 13.
GLI STRANIERI Non sono sempre gli italiani ad arruolare stranieri. Di questi 13 contratti, infatti, 4 sono stati stipulati da famiglie bengalesi, che hanno richiesto l’assunzione di colf della stessa nazionalità. In questi casi i richiedenti non sono passati attraverso lo Sportello per individuare le persone adatte, ma solamente per ricevere aiuto nell’ademipimento di questioni burocratiche (da qui il sospetto di qualcuno che sotto questi contratti possano anche nascondersi tentativi di ricongiungimento familiare, visto che un posto di lavoro permette all’immigrato di rinnovare il permesso di soggiorno).
BADANTE-TIPO Nella maggior parte dei casi si tratta di donne delll’Est Europa, dai vent’anni in su. Per rumene e bulgare (comunitarie) la strada è più semplice. In qualche caso, seppure molto raro, le famiglie sono disponibili ad accogliere anche uomini. Non sono escluse le italiane, che cercano lavoro in quest’ambito soprattutto per l’assitenza notturna e a ore. Purtroppo la metà dei rapporti di lavoro, nel giro di qualche settimana, viene interrotto dalle famiglie, per mancanza di un’adeguata preparazione nel campo dell’assistenza all’anziano. E, per ovviare al problema, la responsabile dello Sportello Stefania Atti lancia l’idea di un corso di formazione.
«Una bella proposta – risponde l’assessore provinciale alle Politiche del lavoro Alfredo Pascolin -. Però in questo momento le risorse sono scarse. Si potrebbe pensare a corsi autofinanziati dalle famiglie interessate all’assunzione delle badanti. Lo Sportello – aggiunge – risulta ad oggi un servizio molto ben organizzato e utile per il territorio».

Il Piccolo, 09 luglio 2009 
 
Porto, alla Cunja mobilità per 8 autisti  
Con il calo dei traffici i 25 della MarTer a stipendio ridotto
 
 
La crisi dei traffici del porto e in generale del settore dei trasporti sta mettendo in difficoltà diverse realtà che gravitano su Portorosega. La Filt-Cgil ha chiuso proprio in questi giorni un accordo alla MarTer, casa di spedizioni e trasporti, che sta soffrendo il calo della movimentazione di cellullosa e caolino in cui è specializzata, per la riduzione di stipendio di tutti e i 25 dipendenti di cui 9 autisti e 8 carrellisti.
Il ricorso alla cassa integrazione ordinaria si è trasformato invece in apertura della procedura di mobilità per 8 dei 22 autisti della Cunja, mentre all’Eurocar Logistics si è trovato un’intesa per la riduzione d’orario degli impiegati. Misure che si sommano fra l’altro alla procedure di mobilità volontaria già aperta alla Compagnia portuale per un massimo di 23 lavoratori, quanti in sostanza nell’arco di circa due anni riuscirebbero in ogni caso ad arrivare alla quiescenza.
La Cetal del gruppo Grimaldi, a fronte di una riduzione del traffico di rotabili del 59% nei primi sei mesi dell’anno rispetto lo stesso periodo del 2008, sta da parte sua cercando di tamponare le difficoltà e il sostegno necessario a non ridurre l’occupazione, ora fatta di 30 addetti. Cetal e Grimaldi si stanno in ogni caso muovendo per cercare dei traffici alternativi alle automobili, ma non si tratterà di un obiettivo raggiungibile nell’immediato.
Com’era già nei programmi della società, l’attenzione si sta rivolgendo su traffici Ro-Ro, ma centrati sul trasporto di mezzi pesanti, e contenitori.
«Non sarà qualcosa che realizzeremo entro la fine dell’anno – sottolinea il responsabile della Cetal, Penso – perché al momento l’obiettivo è solo di chiudere il 2009 tamponando il calo dei traffici».
In ogni caso Cetal e Grimaldi, che controlla l’80% di Minoan, vista la disponibilità di navi con rampa laterale, potrebbero avviare la nuova attività a prescindere dal completamento del terminal traghetti, in fase di realizzazione da parte dell’Azienda speciale per il porto. Minoan quindi potrebbe sbarcare a Portorosega, ma in ogni caso non per trasportare passeggeri.

Messaggero Veneto, 09 luglio 2009 
 
È crisi per il porto di Monfalcone: traffici calati del 18,5 per cento  
 
MONFALCONE. Si fanno sentire sempre più gli effetti della crisi sul porto di Monfalcone, che nel mese di giugno ha visto un calo del 18,5% del traffico rispetto allo stesso mese dello scorso anno.
Stando ai dati forniti dall’Azienda speciale per il porto, giugno si è chiuso con 274 mila 864 tonnellate movimentate contro le 337 mila 442 tonnellate movimentate nel mese di giugno del 2008.
In totale, il primo semestre 2009 ha visto movimentare un milione 524 mila 267 tonnellate contro i 2 milioni 30 mila 145 tonnellate dello stesso periodo dello scorso anno, attestando il calo generale al 25 per cento, diminuzione che peraltro era stata registrata già durante i mesi scorsi.
La diminuzione ha interessato tutte le voci merceologiche, dai metallurgici (631 mila 823 tonnellate, meno 25 per cento) alla cellulosa (286 mila 685 tonnellate allo sbarco, meno 23 per cento), al carbone destinato alla centrale termoelettrica A2A (meno 34 per cento).
In totale, gli sbarchi hanno registrato un movimento di un milione 269 mila 720 tonnellate, pari a meno 29 per cento.
La crisi sta facendo slittare gli obiettivi di acquisizione di nuovi traffici e progetti di espansione e investimenti che, in caso contrario, sarebbero stati avviati a Portorosega nel corso di quest’anno.
È il caso pure di Grimaldi, il cui traffico di rotabili attestato a Portorosega sta vistosamente soffrendo, visto che è legato al mercato all’automobile e alla crisi di questo: 23 mila 624 sono stati i mezzi sbarcati e imbarcati nei sei mesi, contro i 58 mila 638 dello stesso periodo del 2008, pari a un calo del 59 per cento.
La Cetal, società del gruppo partenopeo che dal 2003 gestisce il traffico di rotabili a Monfalcone, spiega di lavorare per superare il momento e per non dover lasciare a casa nessuno dei 30 dipendenti.
Com’era già nei programmi della società, l’attenzione si sta rivolgendo su traffici Ro-Ro, centrati sul trasporto di mezzi pesanti e contenitori, ma per ora obiettivo immediato è chiudere l’anno tamponando le perdite.
Inoltre, la crisi tocca anche altre imprese collegate al porto.
La Filt-Cgil ha chiuso in questi giorni un accordo alla MarTer, casa di spedizioni e trasporti, che sta soffrendo il calo della movimentazione di cellulosa e caolino in cui è specializzata, per la riduzione di stipendio di tutti e i 25 dipendenti, di cui 9 autisti e 8 carrellisti.
Il ricorso alla cassa integrazione ordinaria si è trasformato invece in apertura della procedura di mobilità per 8 dei 22 autisti della Cunja, mentre all’Eurocar logistics si è trovata un’intesa per la riduzione d’orario degli impiegati. (cris.vis.) 
 
Più assegni maternità per extracomunitari  
 
MONFALCONE. Sono state 68 le domande per poter usufrire per l’anno 2008 dell’assegno di maternità da parte degli stranieri extracomunitari residenti a Monfalcone, assegno previsto dalla legge 448 del 1998. Trentadue domande in più rispetto alle 36 presentate da cittadini dell’Unione europea, italiani e non italiani, che hanno ottenuto un contributo totale di 101.840 euro, contro 52.417 euro. Nel 2007 le domande erano state 47 contro le 45 presentate da cittadini dell’Ue per importi rispettivamente di 67.739 e 66.267 euro. Nei primi mesi del 2009 le domande sono arrivate a quota 17 a 11, pari a 26.274 euro contro 17 mila. È solo questo il settore in cui gli extracomunitari ottengono “di più” rispetto agli altri residenti.
È l’assessore alle politiche sociali, Cristiana Morsolin, a snocciolare i dati per chiarire come non sia vero che «va sempre tutto agli stranieri. In tutti gli altri settori la richiesta, che viene sempre vagliata a fronte dei criteri stabiliti dalla normativa nazionale o regionale o dai nostri regolamenti, è nettamente inferiore – spiega –. Per quel che riguarda i contributi per l’abbattimento dei canoni di locazione nel 2008 siamo a 298 domande accolte di italiani e comunitari contro 195 di extracomunitari, pari a 545.316 euro di contributi contro 349.547 euro». I fondi d’altra parte vengono erogati solo se i richiedenti, qualsiasi origine abbiano, sono in regola con il pagamento dell’affitto nell’anno precedente e sono in possesso di un contratto regolare. Al dato sugli assegni di maternità, che indica anche il tasso di natalità di alcune comunità straniere, occorre paragonare quello sui contributi per l’abbattimento delle rette dei nidi: nel 2007 sono stati erogati 37.670 euro di cui 778,25 per extracomunitari, nel 2008, 80.678 di cui 3.838 per extracomunitari.
«Le donne straniere, almeno quelle di alcune comunità, fanno figli, ma rimangono a casa – afferma l’assessore –, adottando stili di vita diversi dai nostri. Ci sarebbe da chiedersi quali strumenti dovrebbero essere messi in campo per sostenere la “nostra” maternità, senza che le donne continuino a dovere scegliere o a rischiare di perdere il lavoro». Sul fronte della “povertà” gli aiuti che il Comune ha dato agli extracomunitari finora hanno oscillato attorno al 15% del totale erogato: nel 2007 su un totale di 156.987 euro e 143 beneficiari, sono andati a extracomunitari 27.663 euro per 31 beneficiari, dato che si attesta su 167.609 euro e 236 beneficiari, di cui 40 extracomunitari e 23.451 euro per il 2008 e per il 2009, 8.018 euro e 17 beneficiari extracomunitari a fronte di 41.937 e 43 beneficiari. Del budget del reddito di cittadinanza, cancellato, nel 2008 gli extracomunitari hanno ottenuto circa un quarto dell’ammontare complessivo (236.073 euro su un totale di 842.915 euro) e nel 2009, 55.939 euro su un totale di 274.613 euro. Gli extracomunitari non hanno percepito, perché non si sono fatti avanti, nemmeno un euro di assegni di cura e assistenza, poi trasformati nel Fondo per l’autonomia possibile. «Quelle extracomunitarie sono insomma famiglie giovani e con figli, che fanno difficoltà a sostenere l’affitto di abitazioni che non comprano – conclude l’assessore alle Politiche sociali –. Faccio quindi solo una domanda: nel momento in cui una persona risiede in questa città, lavora, paga le tasse, segue le regole, consuma e contribuisce allo sviluppo della nostra economia, dobbiamo negare quanto di cui ha diritto a causa della sua provenienza?».

Il Piccolo, 22 luglio 2009 
 
GLI EFFETTI DEL MANCATO ARRIVO DI NUOVI ORDINI DI NAVI DA CROCIERA  
Crisi Fincantieri, la prima a pagare è Eurogroup  
L’azienda ha un appalto nel settore della carpenteria: dal 29 agosto metterà in cassa 93 lavoratori per 13 settimane
  
 
di LAURA BLASICH

Il mancato arrivo di nuovi ordini per la costruzione di navi da crociera da parte di Fincantieri provocherà uno scarico di lavoro a breve non solo per i dipendenti diretti della società. La situazione di calma piatta ancora presente sul fronte delle commesse, nonostante il mercato turistico delle crociere mantenga un margine di crescita anche nel 2009, seppure più contenuto rispetto gli anni precedenti (2,3 contro l’8%), sta iniziando a mettere in seria difficoltà l’indotto. Com’è Eurogroup, nata nel 1998 al Lisert con l’obiettivo di conquistare una parte significativa del mercato delle travi saldate a “T”, pronte per il montaggio sugli scafi delle navi, che lavora soprattutto per i cantieri adriatici di Fincantieri e che dal 29 agosto e per il massimo concesso, cioè 13 settimane, aprirà la cassa integrazione ordinaria per tutti i suoi 93 dipendenti.
IL PROVVEDIMENTO. La contrazione del carico di lavoro si sta già  facendo sentire, ma nel corso del prossimo mese sarà fronteggiata ricorrendo ai permessi retribuiti e ferie in giacenza dal 2008 o eventualmente utilizzando quota parte delle ferie e dei Par disponibili nel 2009. Le modalità di utilizzo della Cigo, che sarà utilizzata se possibile a rotazione, saranno definite alla fine del prossimo mese, quando ci saranno gli elementi per decidere il ricorso alla “cassa” a zero ore o invece per sostenere una riduzione d’orario. L’accordo già siglato tra l’azienda e i sindacati dei metalmeccanici, che si sono mossi a fronte del mandato già ricevuto dai lavoratori riuniti in assemblea, prevede inoltre che ogni quindici giorni si proceda a una verifica dei principi di rotazione dei lavoratori e che sia garantita una maturazione della tredicesima e degli altri istituti accessori per ogni giorno di eventuale presenza in fabbrica.
LE REAZIONI. «Il ricorso alla Cigo è dovuto, come ha dichiarato l’azienda ed è stato inserito nel verbale di accordo, a una temporanea mancanza di commesse legata all’attuale contrazione del mercato della cantieristica – spiega Fabio Baldassi, della segreteria provinciale della Fiom-Cgil -. Il ricorso alla cassa integrazione consente di arrivare alla fine di novembre, quando l’azienda spera che qualcosa inizi a muoversi in quanto a ordini di nuove navi». Al momento non c’è comunque ancora nulla di certo, conferma Fincantieri, che da ottobre inizierà a ricorrere alla Cigo per i suoi dipendenti. L’azienda sta lavorando in modo costante con le società  armatrici per sbloccare il mercato, le trattative sono sempre in corso e non si sono mai interrotte, ma nessun ordine è stato ancora formalizzato.
LE CONSEGUENZE. La diminuzione della produzione all’Eurogroup coinvolgerà , anche se magari in tempi diversi, anche l’impresa esterna che opera all’interno dello stabilimento del Lisert e che impiega tra i 40 e i 45 lavoratori quasi tutti di origine bosniaca. Si tratta di stranieri che però ormai vivono da tempo nel territorio, come buona parte dei dipendenti diretti dell’Eurogroup, anche se originari da fuori regione. Una parte dei lavoratori arriva invece ogni giorno a Monfalcone dalla provincia di Trieste o dalla Bassa friulana. Le difficoltà dell’indotto Fincantieri rischiano quindi di amplificare e non poco l’impatto che la crisi economica sta già provocando nel Monfalconese, dove si sta ricorrendo alla Cigs per Eaton Automotive e ancora per i lavoratori Finmek e alla Cigo alla Sbe, Detroit, Roen Est, Reggiane Cranes&Plants, mentre a metà agosto scade la mobilità  per gli ex lavoratori Ineos e pure nel settore dei trasporti si sta ricorrendo agli ammortizzatori sociali. Per quel che riguarda gli appalti il caso di Eurogroup è il più evidente, al momento, considerate anche le dimensioni dell’impresa, che consentono comunque di gestire in modo corretto lo scarico di lavoro, ma in crisi, stando al sindacato, ci sarebbero anche diverse ditte di piccole dimensioni. Lo stabilimento dell’Eurogroup attualmente sviluppa una produzione di circa 1500-2000 tonnellate al mese di profili saldati navali e componentistica strutturale (sottoassiemi, pannelli, basamenti motori).
Eurogroup fa parte del gruppo Eurosteel di Genova che ha acquisito il controllo della società nell’aprile del 2005, nata invece nel 1998 per volontà di un gruppo imprenditoriale con decennale esperienza nel settore delle costruzioni metalliche e in accordo con la Itainvest, finanziaria del ministero del Tesoro. 
 
In due mesi persi mille posti di lavoro  
Segno meno anche nelle assunzioni: il 40% in meno
  
 
Mille posti di lavoro. A tanto ammonta il prezzo pagato alla crisi dall’Isontino tra gennaio e marzo e marzo 2009. Il dato è contenuto nel rapporto sull’andamento nel primo trimestre dell’anno del mercato dell’occupazione provinciale redatto dall’Agenzia regionale del lavoro presentato ieri in Provincia. Praticamente tutte le cifre riferite al 2009, comparate con l’anno precedente, vengono anticipate dal segno meno. Quelle che prima delle altre balzano agli occhi fanno riferimento agli avviamenti, ovvero ai nuovi rapporti di lavoro (a tempo determinato e a tempo indeterminato). Tra il gennaio e il marzo 2008 erano stati 7232; quest’anno, negli stessi 90 giorni, 4416. Quasi il 40% in meno. «Tutte le più fosche previsioni sono state confermate da questo dossier – ha fatto notare l’assessore provinciale al Lavoro, Alfredo Pascolin -. Ora attendiamo di sapere come è andata nel secondo trimestre: abbiamo delle anticipazioni confortanti. Il momento più difficile della crisi, almeno sotto il profilo occupazionale, dovremmo averlo superato». Percentuali così negative, tuttavia, difficilmente potranno essere ribaltate entro l’anno. Il trend più preoccupante è quello che riguarda i giovani (fino ai 30 anni di età). A fronte dei 2304 inserimenti lavorativi del primo trimestre 2008, quest’anno, ce ne sono stati 1282: il 44,4% in meno. Appena un po’ meglio è andata per gli adulti (tra i 30 e i 54 anni): in questa fascia d’età gli avviamenti – sempre tra i due trimestri – sono calati del 38,2%, pr una variazione assoluta di 1656 unità (4335 contro 2679). Mentre è curioso notare come tra chi perde il lavoro non ci siano differenze etniche. Gli avviamenti di italiani sono diminuiti del 39,1% (5778 contro 3520); quelli di stranieri, con un meno 38,4, sono calati praticamente nella stessa misura percentuale (1454 contro 896, se andiamo a indicare il valore assoluto). «Provvederemo fin dai prossimi mesi a potenziare i nostri centri per l’impiego, in modo da tamponare questa emoraggia di posti di lavoro – ha aggiunto Pascolin -. Cercheremo di fare tutto il possibile per ricollocare quanti hanno perso il posto».
Nicola Comelli

Morsolin preoccupata: «Siamo solo all’inizio»  
L’assessore comunale teme ripercussioni sulle aziende più piccole
 
 
di ELISA COLONI

«Spero di essere smentita dai fatti, ma purtroppo credo cha la crisi economica, anche a Monfalcone, sia appena agli inizi. E temo che le sue conseguenze, che colpiranno soprattutto le piccole realtà produttive, saranno molto pesanti. Per questo motivo la notizia dell’avvio della cassa integrazione per i dipendenti di Eurogroup non mi stupisce». Queste le parole di Cristiana Morsolin, assessore comunale ai Servizi socio-sanitari e assistenziali.
Dopo l’annuncio dell’apertura della Cigo per i 93 lavoratori dell’azienda fornitrice di Fincantieri con sede al Lisert, infatti, è arrivato il momento di fare i conti. Se nella città dei Cantieri, il cantiere numero uno comincia a mostrare qualche segno di debolezza, le conseguenze possono infatti espandersi a macchia d’olio, contaminando il denso indotto che vi ruota attorno. E gli effetti di questa potenziale crisi a catena saltano agli occhi: più lavoratori con stipendio ridotto e maggiori difficoltà ad arrivare a fine mese che bussano alla porta delle istituzioni per chiedere aiuto.
E se Eurogroup dovesse rivelarsi solo la punta dell’iceberg, come si potebbero parare i colpi? «Di certo il Comune non può accollarsi tutti gli oneri – spiega Cristiana Morsolin -. Quella attuale è una crisi di dimensioni eccezionali, che rischia di far patire solo adesso i suoi effetti alla gente comune, ai lavoratori delle fabbriche, alla faccia di chi dice che le turbolenze economiche stanno per trasformarsi solo in un brutto ricordo. I Comuni non possono essere lasciati soli. Sono in primis lo Stato e la Regione che devono farsi carico delle conseguenze della crisi, adottando misure importanti nel lungo periodo sul fronte occupazionale. Infatti il sostegno economico immediato – aggiunge l’assessore – è utilissimo, ma non basta. Penso a un territorio come il nostro: c’è bisgono di lavoro. C’è bisogno di incentivare in tutti i modi le aziende a non delocalizzare, a produrre mantenendo i posti di lavoro. Se le istituzioni non faranno quadrato intorno alla protezione delle dinamiche occupazionali in questo territorio – conclude – la situazione potrebbe veramente diventare ingestibile».

Messaggero Veneto, 22 luglio 2009 
 
Alla Eurogroup scatterà la cassa integrazione 
 
MONFALCONE. Saranno utilizzate le ferie par (permessi annui retribuiti) del 2008 per coprire lo scarico di lavoro, ma dal 29 agosto al 28 novembre sarà aperta la cassa integrazione ordinaria, con la speranza che qualcosa nel frattempo si muova e la crisi dia segni di regressione.
È questo ciò di cui si è discusso tra i rappresentanti della Eurogroup, azienda monfalconese che opera nel settore navale, con realizzazione di blocchi, travi, casse di compensazioni e bulbi e che nei giorni scorsi hanno incontrato i rappresentanti della Rsu aziendale.
I rappresentanti di Eurogroup hanno precisato che attualmente esiste un carico di lavoro per una nave in realizzazione a Marghera e qualcosa per altri cantieri, un carico di lavoro che però non copre la potenzialità lavoro dello stabilimenti, per i cui 93 dipendenti, a rotazione, si aprirà appunto a fine agosto la cassa integrazione, anche se deve ancora essere stabilito se con sospensione totale del lavoro o solo con riduzione d’orario.
Saranno, comunque, coinvolti tutti i reparti e tutti gli uffici, ogni 15 giorni si procederà a verifica e sarà l’azienda ad anticipare la Cigo.
È stato anche concordato che se alcuni lavoratori non avessero a disposizione ferie par del 2008, saranno utilizzate quelle del 2009.
Intanto lo stabilimento di via Timavo effettuerà le ferie collettive nelle due settimane centrali di agosto, che per i lavoratori resterà, economicamente, un mese pieno.
Da ricordare che in Eurogroup lavora in appalto una ditta bosniaca, con circa una quarantina di dipendenti che si occupano di tubisteria: l’azienda si è impegnata a rivedere i contratti d’appalto esterni per verificare se fosse possibile affidare le lavorazioni alla forza lavoro interna.

Il Piccolo, 24 luglio 2009 
 
Eurogroup, un terzo d’affari con Fincantieri  
La crisi della crocieristica ha costretto l’azienda a ricorrere alla cassa
 
 
di DOMENICO DIACO

Nonostante la situazione sia alquanto preoccupante a causa dello scarico di lavoro alla Fincantieri di Monfalcone dovuto alla mancanza di nuove commesse per la costruzione di navi da crociera e le negative conseguenze che investono l’indotto, all’Eurogroup, una delle aziende colpite da tale congiuntura, guarda al futuro con ragionato ottimismo. Intanto però l’azienda che ha sede al Lisert e che produce manufatti in acciaio e lega leggera per il mercato della cantieristica italiana si vede costretta a mettere in cassa integrazione a partire dal 29 agosto per il massimo consentito di 13 settimane tutti i suoi 93 dipendenti.
«Una situazione che l’azienda ritiene essere congiunturale e assolutamente temporanea», afferma l’amministratore delegato Gianfranco Imperato che assieme ad Andrea Cavallo è socio dell’Eurogroup spa. Imperato sottolinea infatti «che in uno scenario di mercato siderurgico che ha visto prezzi in calo della nostra materia prima del 50%, il nostro fatturato 2009 è previsto in calo soltanto del 25-30% (chiuderemo tra i 26 e i 29 milioni a seconda dell’andamento dell’ultimo trimestre».
Secondo Imperato quella che si sta vivendo «è la conseguenza di una difficile programmabilità del lavoro soprattutto con il cliente Fincantieri (con tutti gli altri cantieri con cui lavoriamo il volume 2009 sarà uguale o addirittura superiore al 2008)». Fincantieri rappresenta oggi circa il 35% del volume d’affari complessivo di Eurogroup 60% solo a Monfalcone). «E quindi evidente – afferma Imperato – come la discontinuità di ordinativi possa comunque avere ripercussioni sul nostro carico di lavoro». L’amministratore delegato aggiunge però che «negli ultimi mesi la società ha registrato da parte di Fincantieri una sensibilità nuova ai problemi dell’indotto anche a fronte di riorganizzazioni interne». «In seguito a tale nuovo atteggiamento – prosegue Imperato – stiamo già lavorando sui programmi delle costruzioni per il prossimo anno, consci, noi e Fincantieri, del fatto che la competitività del sistema della subfornitura è figlia non solo dello spremere i prezzi degli appalti, ma anche e soprattutto di poter ragionare su volumi regolari e investimenti innovativi».
L’Eurogroup non sottovaluta comunque il rischio che si riduca il mercato delle navi da crociera, ma non si nasconde neppure il fatto che la domanda mondiale di crociere ha subito meno di altri settori l’effetto della crisi e che, ad esempio le oltre 80 navi del gruppo Carnival necessitano di un continuo turnover, la qual cosa, sottolinea Imperato, da sola dovrebbe garantire al sistema Fincantieri un carico di lavoro importante per gli anni a venire».
D’altro canto, Eurogrop, in un momento di generale difficoltà dei mercati non sembra aver perso l’ottimismo di fare impresa decidendo di investire e puntare sulla crescita e sulla internalizzazione del proprio business. Lo scorso mese infatti è stato inaugurato in Vojvodina (Serbia) un nuovo stabilimento di Yogotub, azienda frutto di un progetto avviato con la partecipazione di Finest proprio da Eurogroup per un investimento di oltre 6 milioni di euro finalizzato alla produzione e alla commercializzazione di tubi d’acciaio.

Il Piccolo, 25 luglio 2009 
 
L’ALLARME DEI SINDACATI  
«A settembre 1000 posti di lavoro a rischio»  
Uil e Cisl chiedono alla Provincia di riunire il Patto per lo sviluppo al termine dell’estate
 
 
di NICOLA COMELLI

GORIZIA Un migliaio i potenziali posti di lavoro a rischio da settembre. I sindacati temono che, trascorsa l’estate, molte imprese, soprattutto quelle medio-piccole, dopo aver annaspato per mesi, barcamenandosi alle meno peggio tra i flutti della crisi, intraprendano una serie di incisive ridefinizioni interne degli organici. Per questa ragione chiedono che la Provincia convochi entro la prima metà di settembre il Patto per lo sviluppo, in modo da poter fare il punto della situazione studiando quali misure adottare per evitare ulteriori ripercussioni ai danni dell’occupazione.
«La sensazione che abbiamo è che il vento della crisi che fino a questo momento a spirato soprattutto contro l’industria, leggera e pesante, ora possa abbattersi di riflesso sul commercio – evidenzia Umberto Brusciano, segretario provinciale della Cisl -. Si tratta di un settore difficile da monitorare, perché frammentato in tantissime microimprese che silenziosamente potrebbero iniziare a tagliare il personale o addirittura chiudere». Se così avverrà le ricadute sociali sarebbero di gran lunga ridotte rispetto a quelle generate dalle crisi delle grandi aziende ma non per questo meno complesse. «Il Patto per lo sviluppo è la sede giusta per capire come si sta evolvendo la situazione sul territorio – osserva Giacinto Menis, responsabile provinciale della Uil -. E’ importante seguire passo passo quello che sta accadendo, seguendo da vicino i cambiamenti che stanno interessando le imprese e il mercato del lavoro». Un mercato del lavoro che – lo ricordiamo – nel solo primo trimestre di quest’anno ha già perso mille posti di lavoro. Ad aprile e maggio i dati, seppure non ancora elaborati, fanno propendere «per un cauto ottimismo», ha ricordato su questo punto l’assessore al Lavoro della Provincia, Alfredo Pascolin. «Tuttavia, la guardia va tenuta alta – sottolinea Brusciano –. La crisi è profonda ed è destinata a non andarsene troppo rapidamente». Ragione per cui nelle imprese potrebbe verficarsi la tornata di riorganizzazione temuta dai sindacati. A parlare di settembre come un mese particolarmente «caldo» era stato non a caso il presidente della Confindustria Gianni Di Bert, ancora un po’ di tempo fa per la verità. «Nella prima parte dell’anno le aziende, in un modo o nell’altro tireranno avanti – aveva sottolineato -. E’ con il secondo semestre, e in modo particolare con il terzo quadrimestre, che le cose cambieranno. Quegli imprenditori che non avranno scorto segnali di ripresa relativamente ai mercati sui queli operano potrebbero essere spinti definitivamente a ridimensionarsi per rimanere in piedi».
Il segnale dell’attendismo delle imprese tra gennaio e giugno scorsi di cui parlava Di Bert sta tutto nel milione di ore di cassa integrazione richieste e concesse. Una cifra tre volte superiore a quella del primo semestre 2008 e addirittura quattordici volte superiore a quella dell’analogo periodo del 2007. Meccanica ed edilizia i comparti per i quali è stata maggiore la necessità di attivare gli ammortizzatori sociali, con il legno, l’agroalimentare e i trasporti a seguire. «Al di là dell’apertura dell’Ikea, con i suoi più di 200 nuovi posti di lavoro – fa notare Menis – all’orizzonte non si vedono iniziative in grado di generare benefici occupazionali rilevanti, soprattutto per quanto concerne il commercio». Intanto l’Agenzia regionale per il lavoro ha già dato appuntamento a settembre con i dati occupazionali provinciali sul secondo trimestre. E la sensazione è che la diagnosi del Patto per lo sviluppo potrebbe partire proprio da qui.

Messaggero Veneto, 19 agosto 2009 
 
Monfalcone. La crisi sèguita a creare ripercussioni sullo scalo marittimo eppure in luglio il calo dei traffici è stato inferiore a quello registrato in giugno  
Portorosega, la sofferenza continua ma ci sono segnali di ripresa
  
 
MONFALCONE. Il porto di Monfalcone sembra riprendere lentamente vita dopo il forte rallentamento dei traffici, osservato nei mesi scorsi e determinato dagli effetti della crisi economica. In questi giorni le banchine di Portorosega sono state animate dagli attracchi di numerose navi, concreto segnale di ripresa, anche se i dati di luglio risentono ancora della recessione, registrando numeri ancora negativi e i primi dati positivi si potranno avere probabilmente a settembre.
Lo scorso mese a Portorosega sono state sbarcate e imbarcate in tutto 286.298 tonnellate, appena 10 mila in più rispetto a giugno, ma ben oltre 100 mila in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con una perdita quindi del 27%. Perdita che si riduce, ma resta alta nel bilancio dei primi sette mesi dell’anno: la contrazione dei traffici da gennaio a luglio si assesta sulla perdita del 25,31 per cento. Secondo i dati forniti dall’Azienda speciale per il porto, tra gennaio e la fine dello scorso mese dalle banchine di Portorosega sono transitate in totale, un milione 810.565 tonnellate di merci contro i 2,4 milioni di tonnellate dei primi sette mesi del 2008. La sofferenza viene registrata in tutti i settori merceologici che fanno riferimento al porto monfalconese, compreso quello di carbone diretto alla banchina della centrale termoelettrica, che all’inizio dello scorso mese è passata dalla proprietà E.On ad “a2a”. Fino alla fine di luglio a Portorosega sono state sbarcate 361.942 tonnellate di carbone, che alimenta due delle quattro sezioni dell’impianto energetico, con un calo del 29% rispetto ai primi sette mesi del 2008.
Il calo di movimentazione è molto più accentuato nel settore dei prodotti metallurgici, che negli ultimi anni hanno rappresentato la voce principale per Portorosega: a Monfalcone sono state sbarcate e imbarcate 740.385 tonnellate di metallurgici con un decremento del 31,34% rispetto lo stesso periodo dello scorso anno. Resta comunque abbastanza saldo il movimento di cellulosa, altro settore forte di Portorosega, di cui sono state manipolate 434.150 tonnellate pari a un meno 11% sui primi sette mesi del 2008. La perdita più consistente rimane comunque quella segnata dal traffico di rotabili, gestito dalla Cetal del gruppo Grimaldi, anche se il gap rispetto allo scorso anno si è leggermente ridotto: nei primi sette mesi sono stati movimentati 31.169 mezzi contro i 67.272 del 2008 con un calo del 53,67%. Da evidenziare però che a giugno il calo era stato del 59% e che quindi, pur lentamente, qualcosa di positivo sta succedendo. È ancora presto per dire quanto si possa essere ottimisti e sperare in un vero superamento della crisi, cautela che viene espressa anche dall’Aspm, che però conferma come appunto in banchina ci sia “il tutto esaurito”.
Se il trend fosse quello della prima metà dell’anno, Portorosega chiuderà l’anno con traffici attorno ai 3 milioni di tonnellate, il 25% in meno appunto rispetto al 2008. L’Azienda speciale sta intanto cominciando a lavorare al terminal traghetti per cui si spera però di trovare dei soggetti interessati. Il piazzale da 40 mila metri quadrati è in fase di collaudo, mentre entro la fine dell’anno potrebbero iniziare i lavori, da 8 milioni di euro e in fase di appalto, dell’adeguamento del tratto di banchina riservato al cabotaggio. L’Aspm sta attendendo invece il completamento dell’iter autorizzativo del progetto per la realizzazione della stazione marittima, che richiederà un investimento di altri 2,5 milioni di euro. (c.v.)

Il Piccolo, 01 settembre 2009 
 
RICADUTE SUL PORTO DELLA CRISI IN CARTIERA  
Compagnia, accelera il ricorso alla mobilità
 
 
In porto qualche segnale di ripresa c’è, ma senza al momento avere ricadute sull’occupazione, che invece continua a risentire del rallentamento dei traffici causato dalla crisi. Tant’è che il ricorso alla mobilità concordato a marzo dalla Compagnia portuale con i sindacati e i lavoratori ha subito un’accelerazione. L’accordo siglato a primavera prevedeva che la procedura interessasse gradualmente un massimo di 23 dei 120 addetti dell’impresa portuale nell’arco di 20 mesi, ma in soli cinque mesi in mobilità, finalizzata al raggiungimento comunque della pensione, è già entrata una ventina di lavoratori. «Per chiudere il ricorso alla mobilità mancano quindi davvero poche unità», conferma Elio Gurtner, segretario provinciale della Filt-Cgil. L’accordo includeva anche il distacco di lavoratori (in tutto al momento 12) della Compagnia alla Fratelli Midolini, impresa autorizzata a operare nel porto di Monfalcone da poco meno di un anno, come ulteriore misura per fronteggiare la diminuzione delle operazioni in banchina. Il sindacato rimane anche in attesa di capire in questo momento soprattutto cosa accadrà alla cartiera di San Giovanni di Duino, la cui attività, come ricorda Gurtner, «ha forti incidenze sul porto di Monfalcone». Le ripercussioni negative del calo della produzione della cartiera si sono già fatte sentire quet’estate a Portorosega. A luglio proprio la Filt-Cgil ha chiuso un accordo alla MarTer, che sta soffrendo il calo della movimentazione di cellullosa e caolino, per la riduzione di stipendio di tutti i 25 dipendenti di cui nove autisti e otto carrellisti. «Qualcosa si sta comunque muovendo – afferma Gurtner -. Penso al traffico di legno per Fantoni, ma anche alla ripresa della movimentazione di materiali metallurgici». (la.bl.)

Il Piccolo, 16 febbraio 2010
 
PER FAR FRONTE AL CALO DI LAVORO IN BANCHINA 
In Cassa integrazione gli 86 dipendenti della Compagnia portuale 
Il vicepresidente Scaramelli: la Cigs non è premessa alla mobilità, vogliamo tutelare tutti i lavoratori
Ricorso agli ammortizzatori sociali anche alla Alto Adriatico: finora sono stati coinvolti 24 lavoratori, impiegati 16 giornate al mese

di LAURA BLASICH

Al centro, assieme a Trieste, dell’ambizioso progetto di sviluppo di Unicredit, il porto di Monfalcone continua intanto a fare i conti, molto concreti anche sotto il profilo occupazionale, con le ripercussioni della crisi sui trasporti via mare. La Compagnia portuale, entrata nell’orbita del gruppo Maneschi a luglio del 2008, non è riuscita finora ad agganciare nuovi traffici a causa della condizione dei mercati. Dopo il ricorso alla mobilità per 23 dipendenti ”anziani” attuato nel 2009, l’impresa ha deciso, d’intesa con le organizzazioni sindacali di categoria, di utilizzare la cassa integrazione speciale per tutti gli 86 dipendenti per fare fronte alla contrazione del lavoro in banchina e alla chiusura del contratto con la Cartiera Burgo di San Giovanni di Duino. La lavorazione dei tronchetti effettuata dalla Compagnia nell’area dello stabilimento vedeva impiegati 16 addetti che ora saranno nuovamente impiegati nelle operazioni di carico e scarico delle navi attraccate a Portorosega.
La cassa integrazione straordinaria, che ha preso il via ieri, non è però l’anticamera alla mobilità e quindi ai licenziamenti, come sottolineano sia il vicepresidente dell’impresa Riccardo Scaramelli, sia il segretario provinciale della Filt-Cgil, Elio Gurtner. «La Cigs è stata scelta per tutelare tutti i lavoratori e salvaguardare l’occupazione esistente – afferma Scaramelli – in attesa di nuovi traffici. Stiamo lavorando in questo senso. Finora i traffici non sono arrivati perché, di fatto, non ce n’erano. Rispetto agli ultimi 18 mesi in cui non c’era alcun interesse vero, qualche segnale diverso c’è». La Cigs rappresenta inoltre una scelta funzionale, come spiega Gurtner, a evitare di andare al rinnovo della cassa integrazione ordinaria ogni 13 settimane. La Cigs garantisce, invece, una copertura per un anno per tutti gli 86 dipendenti. In concreto impiegati e addetti alla manutenzione dei mezzi della Compagnia rimarranno a casa un giorno alla settimana, mentre per chi opera in banchina la Compagnia ha fatto una proiezione di 6 giornate di ”cassa” al mese.
Sta ricorrendo, invece, alla Cigo la Alto Adriatico, impresa autorizzata con articolo 17 e quindi operante per intervenire nel caso di picchi di lavoro nel porto di Monfalcone. Finora, comunque, i 24 dipendenti della Alto Adriatico, affiancati da 11 interinali, hanno lavorato attorno alle 16 giornate al mese. L’impresa opera anche per conto della Cetal del gruppo partenopeo Grimaldi, effettuando quindi la movimentazione delle autovetture dai traghetti al terminale esistente a Portorosega. Cioé dell’unico traffico che sembra in netta ripresa, a vedere i dati di gennaio dell’attività dello scalo forniti dall’Azienda speciale porto. Nel primo mese del 2010 sono state sbarcate e imbarcate in totale a Monfalcone 5.902 autovetture, con un aumento del 145% rispetto a gennaio del 2009, quando la crisi dell’auto era ormai esplosa. In totale a gennaio a Portorosega, che ha chiuso il 2009 con i traffici in calo del 20% rispetto il 2008, sono state movimentate 218.054 tonnellate di merci, pari a una contrazione del 3,57% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A mancare sono stati di fatto gli imbarchi, quasi del tutto inesistenti, mentre gli sbarchi hanno registrato un più 3,51%, nonostante il traffico di metallurgici (meno 16%) e quello di cellullosa (meno 12%) siano ancora in difficoltà.
A incidere è stata la ripresa degli sbarchi di carbone per la centrale termoelettrica di A2a e l’arrivo di carichi di sale dal bacino del Mediterraneo diretti verso il Nord Europa. A gestire il traffico in banchina è l’altra impresa autorizzata a Monfalcone con articolo 16, la Fratelli Midolini, che a Portorosega impiega 8 dipedenti e finora non ha dovuto ricorrere agli ammortizzatori sociali. «Come rappresentanti dei lavoratori non possiamo che essere d’accordo con i progetti di sviluppo del porto di Monfalcone – sottolinea il segretario provinciale della Filt-Cgil -, che però al momento paga l’assenza di nuovi traffici e lo spostamento di alcuni traffici “storici” su Trieste a causa, di fatto, degli incentivi all’intermodalità erogati dalla Regione».

Il Piccolo, 01 giugno 2009 
 
RINVIO AL 3 LUGLIO  
Raid punitivo, trasfertisti a processo In udienza sfilano gli ultimi testimoni
 
 
Rinviato al 3 luglio prossimo il processo a carico di due trasfertisti siciliani di 27 e 28 anni, accusati di estorsione e lesioni nei confronti di due colleghi albanesi, di 29 e 28 anni. La vicenda risale al marzo del 2005. I due siciliani, secondo l’accusa, avrebbero fatto irruzione, armati con una mazza da baseball, in un appartamento di via Invalidi del Lavoro, a Monfalcone, con l’obiettivo di infierire nei confronti dei colleghi albanesi volendo convincerli a lasciare l’alloggio utilizzato da un’impresa edile operante, all’epoca dei fatti, nella zona di Trieste, che metteva a disposizione dei propri dipendenti ai quali garantiva anche il vitto. Nell’alloggio, quella sera, sarebbero stati presenti anche altri compagni di lavoro dei due albanesi. A processo, assieme ai siciliani, ritenuti autori dell’aggressione, è finito anche lo stesso datore di lavoro dei trasfertisti.
Nell’udienza tenutasi venerdì al Tribunale di Gorizia, davanti al Collegio giudicante presieduto da Matteo Trotta, sono stati ascoltati due dei tre testimoni presentati sia dalla pubblica accusa che dalla difesa. Nell’udienza fissata a luglio, si attende pertanto il terzo testimone mancante, prima di poter giungere alla discussione e alla relativa sentenza. I legali che sostengono la difesa sono gli avvocati Sabrina Panagin, del Foro di Torino, e Massimo Bruno, del Foro di Gorizia. A rappresentare la parte civile è l’avvocato Mariarosa Platania, sempre del Foro goriziano.
Venerdì, dunque, sono sfilati due testi, tra cui un parente di uno dei due imputati, presentato dalla difesa. Il testimone dell’accusa avrebbe riferito di aver visto ben poco dell’accaduto, sostenendo peraltro di non conoscere i motivi che avrebbero scatenato l’incursione nell’appartamento di via Invalidi del Lavoro.
Il teste della difesa, da parte sua, avrebbe anche ricordato un infortunio, pur di lievi conseguenze, avvenuto sul lavoro, nel quale sarebbero stati coinvolti i due albanesi e durante il quale uno dei due siciliani avrebbe riportato una ferita al capo. Un episodio, tuttavia, è stato spiegato, di non chiara collocazione temporale, pur rispetto a quanto dichiarato dal teste per il quale l’evento sarebbe avvenuto il giorno prima dell’incursione nell’alloggio monfalconese.
L’aggressione in via Invalidi del Lavoro, secondo l’accusa, sarebbe stata organizzata a scopo intimidatorio, per evitare che i due albanesi potessero richiedere al loro datore di lavoro il pagamento di arretrati per alcuni lavori svolti alle dipendenze dell’azienda edile. Per questo, sempre l’accusa avrebbe ravvisato responsabilità anche da parte del titolare dell’impresa.

Il Piccolo, 04 luglio 2009
 
DUE SICILIANI ACCUSATI DI ESTORSIONE E LESIONI NEI CONFRONTI DI DUE ALBANESI  
Trasfertisti alla sbarra, parla l’ultimo teste
 
 
È sfilato ieri mattina dinanzi ai giudici del tribunale di Gorizia l’ultimo teste del processo a carico di due trasfertisti siciliani di 27 e 28 anni, accusati di estorsione e lesioni nei confronti di due colleghi albanesi, di 29 e 28 anni.
Una deposizione che non ha aggiunto alcunchè a quanto già emerso nelle precedenti udienze. Il processo è quindi stato aggiornato al 17 luglio per la requisitoria del pm Annunziata Puglia e le arringhe dei difensori Massimo Bruno e Sabrina Panagin. A rappresentare la parte civile è l’avvocato Mariarosa Platania, sempre del Foro goriziano. Nella stessa giornata si dovrebbe giungere alla sentenza.
La vicenda risale al marzo di quattro anni fa. I due siciliani, secondo l’accusa, avrebbero fatto irruzione, armati con una mazza da baseball, in un appartamento di via Invalidi del Lavoro, a Monfalcone, con l’obiettivo di infierire nei confronti dei colleghi albanesi volendo convincerli a lasciare l’alloggio utilizzato da un’impresa edile operante, all’epoca dei fatti, nella zona di Trieste, che metteva a disposizione dei propri dipendenti ai quali garantiva anche il vitto.
Nell’alloggio, quella sera, sarebbero stati presenti anche altri compagni di lavoro dei due albanesi. A processo, assieme ai siciliani, ritenuti autori dell’aggressione, è finito anche lo stesso datore di lavoro dei trasfertisti.
Nelle deposizioni rese dai testimoni nelle precedenti udienze sono stati rievocati vari episodi di cui si incentra il capo di accusa come l’incursione nell’appartamento di via Invalidi del Lavoro. È stato ricordato anche un infortunio, pur di lievi conseguenze, avvenuto sul lavoro, nel quale sarebbero stati coinvolti i due albanesi e durante il quale uno dei due siciliani avrebbe riportato una ferita al capo. Un episodio, tuttavia, è stato spiegato, di non chiara collocazione temporale, pur rispetto a quanto dichiarato dal teste per il quale l’evento sarebbe avvenuto il giorno prima dell’incursione nell’alloggio monfalconese. L’aggressione in via Invalidi del Lavoro, secondo l’accusa, sarebbe stata organizzata a scopo intimidatorio, per evitare che i due albanesi potessero richiedere al loro datore di lavoro il pagamento di arretrati per alcuni lavori svolti alle dipendenze dell’azienda edile. Per questo, sempre l’accusa avrebbe ravvisato responsabilità anche da parte del titolare dell’impresa.

Messaggero Veneto, 04 luglio 2009 
 
Estorsione, a giudizio due trasfertisti siciliani 
 
MONFALCONE. Esame e controesame di un teste e il processo a carico di due trasfertisti siciliani e del loro datore di lavoro, accusati di estorsione e lesioni nei confronti di due albanesi dipendenti anch’essi della medesima impresa edile, sono stati rinviati al 17 luglio per la discussione e la sentenza.
La vicenda risale al marzo 2005. Secondo l’accusa i due siciliani avrebbero fatto irruzione, armati di una mazza da baseball, in un appartamento di via Invalidi del lavoro a Monfalcone, con l’obiettivo di convincere, evidentemente con le brutte, i due colleghi a lasciare l’alloggio che l’impresa metteva a disposizione dei propri dipendenti.
I tre imputati sono difesi dagli avvocati Sabrina Panagin e Massimo Bruno del Foro goriziano, mentre la parte civile è rappresentata dall’avvocato Maria Rosa Platania sempre del Foro di Gorizia. L’aggressione, secondo la tesi accusatoria, sarebbe stata organizzata a scopo intimidatorio per far desistere i due albanesi dal richiedere al titolare dell’impresa edile il pagamento di arretrati per alcuni lavori svolti alle dipendenze della ditta. Da qui il coinvolgimento dell’imprenditore edile.

Il Piccolo, 18 luglio 2009 
 
Estorsione e lesioni, in tre condannati a 14 anni  
Imputati un impresario edile e due operai. Vittima una coppia di muratori albanesi. I fatti 4 anni fa 
 
Condanna a 6 anni e 2 mesi, oltre a 1200 euro di multa, per l’imprenditore edile Nicola Russello, 49 anni. Stessa pena per il dipendente Roberto Mezzasalma, 28 anni, di Gela, al quale sono stati comminati anche 1250 euro di multa. All’altro dipendente siciliano, Giovanni Arena, 27 anni, sono stati invece comminati 5 anni, 2 mesi e 15 giorni e 700 euro di multa. Per quest’ultimo è intervenuto l’indulto per la parziale condanna, stabilita in 3 anni, e per l’intera pena pecuniaria. È questo l’esito del processo per estorsione e lesioni ai danni degli albanesi Artur Macaj, 29 anni, e Agron Kurti, 28 anni, costituitisi parte civile. La sentenza è stata pronunciata ieri al Tribunale di Gorizia, dal Collegio giudicante composto da Matteo Trotta, Caterina Brindisi ed Emanuela Bigattin. Il Tribunale ha erogato pene più alte rispetto alle stesse richieste del Pm, Massimo De Bortoli. Gli imputati sono stati condannati, oltre al pagamento delle spese processuali, anche al pagamento di una provvisionale di 5mila euro per ciascuna delle vittime.
La vicenda risale al marzo di 4 anni fa. I due siciliani avevano fatto irruzione, armati con una mazza da baseball, in un appartamento di via Invalidi del Lavoro, a Monfalcone, con l’obiettivo di infierire nei confronti dei colleghi albanesi volendo convincerli a lasciare l’alloggio utilizzato dall’impresa edile, operante all’epoca dei fatti nella zona di Trieste, che metteva a disposizione dei propri dipendenti ai quali garantiva il vitto. Nell’alloggio, quella sera, erano presenti altri compagni di lavoro. L’aggressione, come ha sostenuto l’accusa, era stata organizzata a scopo intimidatorio, per evitare che i due albanesi potessero richiedere al datore di lavoro il pagamento di arretrati per alcuni lavori svolti alle dipendenze dell’azienda. Per questo era stata chiamata in causa la responsabilità del titolare dell’impresa. A rappresentare la parte civile è stato l’avvocato Mariarosa Platania, Russello e Mezzasalma sono stati difesi dal legale d’ufficio Renzo Pecorella, mentre a difendere gli interessi di Arena è stato l’avvocato Massimo Bruno. Ieri in udienza il legale Elena De Luca ha rappresentato tutti gli imputati.
Soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Platania: «È stato un processo molto difficile – ha dichiarato -. Il silenzio spesso dimostrato dai testi deve aver pesato nel giudizio della Corte inducendola a credere nella fondatezza dei fatti. Il pestaggio, pur inconfutabile, poteva essere ridimensionato. È stata fatta giustizia per un fatto pesante, a cui non siamo abituati, e che i miei assistiti hanno avuto il coraggio di denunciare».

Messaggero Veneto, 18 luglio 2009 
 
Estorsione e lesioni a due albanesi: pene pesanti per tre imputati 

MONFALCONE. Con tre pesanti condanne si è concluso ieri in Tribunale a Gorizia il processo a carico di un imprenditore edile e di due trasfertisti, tutti di origine siciliana, accusati di estorsione e lesioni nei confronti di due operai albanesi. Il collegio giudicante presieduto da Matteo Trotta (a latere Emanuela Bigattin e Caterina Brindisi), dopo oltre un’ora di camera di consiglio, ha inflitto a Nicola Russello e Roberto Mezzasalma sei anni e due mesi di reclusione ciascuno oltre a una pena pecuniaria di 1.250 euro, mentre all’altro trasfertista, Giovanni Arena, ha comminato cinque anni, di cui tre condonati, due mesi e quindici giorni di carcere e 700 euro di multa. I tre imputati, difesi dagli avvocati Massimo Bruno ed Elena De Luca, sono stati altresì condannati al risarcimento danni, da liquidarsi in separata sede, alle due parti offese, costituitesi in giudizio con l’avvocato Maria Rosa Blatatania, riconoscendo loro una provvisionale di 5 mila euro ciascuna.
La vicenda risale al marzo di 4 anni fa. Secondo l’accusa i due trasfertisti avrebbero fatto irruzione, armati di una mazza da baseball, in un appartamento di via Invalidi del lavoro a Monfalcone, con l’obiettivo di convincere, evidentemente con le brutte, due loro colleghi albanesi a lasciare l’alloggio che l’impresa metteva a disposizione dei propri dipendenti. L’aggressione, secondo la tesi accusatoria, sarebbe stata organizzata a scopo intimidatorio per far desistere i due albanesi dal richiedere al titolare dell’impresa edile, Nicola Russello, il pagamento di arretrati per alcuni lavori svolti alle dipendenze della ditta. (n.v)

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Il caso Fincantieri:
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La peste di Monfalcone.
Di Angelo Ferracuti

Monfalcone:
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Di Giulio Tarlao


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