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Il Piccolo, 12 ottobre 2010 
 
IMPEGNO MASSIMO DEL TRIBUNALE DI GORIZIA SUL FRONTE DELL’ESPOSIZIONE DEI LAVORATORI NEI CANTIERI NAVALI 
Amianto, scatta un nuovo maxi-processo 
Riguarderà altre 35 vittime della fibra-killer. Entro il 2011 completate altre due o tre inchieste

di FRANCO FEMIA

Il tribunale di Gorizia sarà duramente impegnato nei prossimi anni sul fronte dei processi legati all’esposizione all’amianto. Da sei mesi è stato avviato il mega-processo per 85 morti da amianto tra i lavoratori del cantiere di Panzano con 41 imputati, e si profila all’orizzonte un nuovo procedimento per altre 35 vittime sempre per l’assunzione del minerale killer. La Procura della Repubblica ha in questi giorni informato gli indagati – sono sempre i vertici dell’ex Italcantieri – della chiusura dell’indagine. Ora i difensori hanno tempo 40 giorni per presentare memorie, nuova documentazione o chiedere l’interrogatorio degli indagati. Successivamente i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio degli indagati per omicidio colposo. Spetterà poi al gup fissare l’udienza preliminare e fissare, nel caso di rinvio a giudizio, il processo che si celebrerà sempre dinanzi a un giudice monocratico.
Ma il lavoro della Procura della Repubblica – la vicenda amianto è seguita dai pubblici ministeri Luigi Leghissa e Valentina Bossi – non finisce qui. Ci sono altre due o tre inchieste che procedono e che saranno presumibilmente completate entro il 2011.
D’altra parte le denunce per presunta morte causata dall’asbestosi continuano a giungere sul tavolo della Procura goriziana e secondo alcune statistiche ogni anno muoiono nel Friuli Venezia Giulia 60 persone per mesetelioma della pleura legato all’assunzione di amianto. E si ritiene che tra gli ex lavoratori dei cantieri si avranno decessi fino al 2020 come scriviamo a parte.
Alla Procura, diretta dalla dottoressa Caterina Ajello, per sveltire le inchieste sull’amianto è stato creato un pool di dieci persone che è costituito dai sostituti procuratori Luigi Leghissa e Valentina Bossi, da sei appartenenti alla forze dell’ordine (in gran parte carabinieri), due dirigenti del servizio di prevenzione e sicurezza sull’ambiente del lavoro dell’Azienda sanitaria isontina. C’è poi a disposizione un consulente informatico e, grazie a un server fornito dalla Regione, la Procura sta informatizzando tutto quanto è necessario per snellire il lavoro legato all’esposizione all’amianto. Si tratta di ricostruire 40 anni di storia dei cantieri, dal tipo e dalle modalità di costruzione delle navi, dai vertici apicali che si si sono succeduti in questi anni nello stabilimento di Panzano. E si tratta poi di memorizzare e incrociare migliaia di dati riferiti ai lavoratori e allo loro mansioni, il materiale documentale in possesso dei magistrati.
Si stanno raccogliendo e informatizzando anche le testimonianze fornite dai familiari e dai colleghi degli dipendenti deceduti divise anche per periodi di lavoro. Una mole di lavoro notevole che si sta dimostrando utile nelle udienze del maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia e che oggi prevede una nuova udienza.
Dinanzi al giudice monocratico dottor Matteo Trotta sfileranno come testi ancora ex dipendenti dei cantieri che racconteranno la loro esperienza lavorativa sulle navi realizzate nel bacino di Panzano.
 
UNA STRAGE CHE NON ACCENNA A FERMARSI 
Picco di decessi tra il 2015 e il 2020

Di amianto si continua e si continuerà a morire. Una strage destinata a salire ancora, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui, ritengono gli studiosi, arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate.
I rapporti sanitari in materia parlano da soli sulla portata del fenomeno. Secondo i dati del Registro tumori del Friuli Venezia Giulia, infatti, l’incidenza del mesotelioma maligno, forma tumorale legata all’esposizione da amianto, non accenna a fermarsi. Nel biennio 2004-2005 sono stati registrati 30 casi nell’Isontino e 45 nel Triestino. Il tasso di incidenza grezza è di 16 casi ogni 100mila uomini e di 5,5 casi ogni 100mila donne nell’Isontino, mentre nella provincia di Trieste sono 18,8 casi ogni 100mila maschi e 1,2 casi ogni 100mila donne. Per quanto riguarda gli uomini, si tratta di un’incidenza, rispettivamente, di 8 e 9 volte superiore rispetto alla provincia di Pordenone. In assenza di esposizione all’amianto, il rapporto sarebbe di un caso per milione di abitanti.
Stando ai dati relativi al biennio 2006-2007, l’incidenza dei casi di mesotelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine e di Pordenone.
Il territorio continua dunque a pagare in modo drammatico la pesante esposizione da amianto vissuta non solo dai lavoratori di cantieristica e metalmeccanica, ma anche da mogli, madri o sorelle che ne lavavano le tute, come pure da lavoratrici dell’industria tessile.
E ancora, secondo gli epidemiologi, negli ultimi 30 anni sono circa 900 i decessi collegabili all’esposizione della ”fibra killer” a Monfalcone, e altri 900 casi a Trieste. Quindi 1800 persone decedute, 60 ogni dodici mesi per ognuno di questi trent’anni.
In regione, inoltre, sono 8.400 gli iscritti al Registro degli esposti amianto, di cui 5.032 per motivi professionali. Di questi, i cittadini della provincia di Trieste sono 2.877, mentre dell’Isontino sono 1321.

Il Piccolo, 13 ottobre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Ascoltati altri quattro testimoni
Stabilito il calendario delle udienze fino alla fine dell’anno

Sono stati ascoltati dalla 10 alle 17 senza sosta i quattro testimoni chiamati a deporre ieri al maxi-processo avviato dal Tribunale di Gorizia per stabilire la responsabilità di 85 morti per amianto. Sul banco degli imputati si trovano 41 persone che a vario titolo negli anni hanno lavorato per il cantiere di Panzano. L’udienza di ieri, e l’intero procedimento, rappresentano un vero e proprio tour de force per il giudice Matteo Trotta. E sarebbe stata ancora più lunga, se uno dei testimoni non fosse stato assente. Ciascuna con le sue peculiarità, le testimonianze sono tutte molto simili tra loro. Anche se le une somigliano alle altre, come ha fatto notare uno dei legali di parte civile, l’avvocato Francesco Donolato, «nel susseguirsi dei racconti, si aggiungono particolari sempre nuovi».
Il volume di informazioni da gestire è mostruoso. Per capire quanto lo sia, è sufficiente prendere in considerazione il numero di testimoni chiamati in aula dal pubblico ministero Luigi Leghissa: quasi 400.
Tra le altre cose, ieri le parti hanno stilato le date delle prossime udienze. La prima sarà quella del 26 alle 9.30. Da qui alla fine dell’anno se ne terranno quattro in novembre e altre quattro in dicembre. È plausibile che solo per ascoltare i testimoni ci vorrà un altro anno e mezzo. «È un processo faticosissimo – assicura l’avvocato Riccardo Cattarini, uno dei difensori -, forse è il più faticoso mai affrontato dal Tribunale di Gorizia e il giudice Trotta sta approfondendo moltissimo dedicando molte energie a questo procedimento. Siamo fiduciosi». (s.b.)

Il Piccolo, 27 ottobre 2010 
 
AL MAXI-PROCESSO DEPOSIZIONE DI UN SOTTUFFICIALE CHE HA OPERATO SULLA ”GARIBALDI” 
«Solamente nel 1992 siamo stati informati che l’esposizione al materiale era pericoloso per la nostra salute»
«La Marina ignorava la pericolosità dell’amianto»

di FRANCO FEMIA

Anche il personale della Marina militare che operava sulle navi in costruzione ai cantieri di Panzano non era stato informato della pericolosità che comportava l’esposizione all’amianto. Lo ha dichiarato Aimone Bariviera, capo di 3a classe della Marina, oggi in pensione, chiamato a deporre al maxi-processo per l’amianto. «Nessuno ci ha fornito notizie sull’amianto – ha detto – e lo abbiamo usato come qualsiasi altro materiale».
Bariviera era uno dei sottufficiali incaricati di controllare i lavori sulla portaelicotetri ”Garibaldi”, allora ammiraglia della flotta militare italiana, realizzata a Monfalcone dall’Italcantieri. «Ho saputo dei rischi per la salute che comportava l’esposizione all’amianto solamente nel 1992 quando è uscita la legge per il personale imbarcato che era stato a contatto con l’amianto», ha risposto Bariviera a una domanda che era stata rivolta dal pubblico ministero Luigi Leghissa.
Comunque anche sulla ”Garibaldi” è stato utilizzato l’amianto. Bariviera ha sottolineato che questo materiale veniva utilizzato nella guarnizioni dei tubi che conducevano acqua alta, negli scambiatori di calore e in un piccolo inceneritore di cui era fornita la nave. L’inceneritore, ha spiegato Bariviera, si trovava nell’area riservata della ”Garibaldi” e viene usato in caso di necessità di distruggere materiale riservato.
«Ho maneggiato l’amianto per lavori di manuntenzione – ha detto Bariviera – non solo sulla Garibaldi ma anche su altre navi su cui ho navigato».
Il sottufficiale della Marina è stato impiegato sulla ”Garibaldi” per oltre tre anni, fino al 1986 quando la portaelicotteri ha lasciato il cantiere di Panzano per raggiungere La Spezia ed entrare in piena attività. «Sulla nave lavorava una miriade di lavoratori – ha affermato Bariviera – con mansioni diverse, c’erano i coibentatori, gli elettricisti, i tubisti. Molti lavoravano nello stesso ambiente e le coibentazioni venivano fatte in contemporanea con altri lavori».
Bariviera, che non aveva alcun rapporto di dipendenza con l’Italcantieri, ha detto che quando si trovava sulla nave usava della mascherine, che gli venivano fornite dalla Marina militare e che anche gli operai portavano della mascherine mentre il personale adibito alla sicurezza usavano caschi gialli e i guardiafuochi uno rosso.
E domani si replica. Il giudice monocratico Matteo Trotta ha convocato tutti per le 9 nell’aula dell’ex Corte di assise, dove sfileranno ancora dei testi citati dal pubblico ministero. Si tratta ancora di ex dipendenti dei cantieri che hanno lavorato negli anni che vanno dal Sessanta al Novanta, chiamati a raccontare come era organizzato e in quali condizioni si svolgeva il lavoro sulle navi con particolare riferimento all’utilizzo dell’amianto.
Il processo, iniziato nel maggio scorso, vede imputati 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Tutti devono rispondere di omicidio colposo per la morte da asbestosi di 85 persone che hanno lavorato sulle navi.

Il Piccolo, 05 novembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO. NUOVE TESTIMONIANZE 
«Se avessi saputo che c’era l’amianto mi sarei licenziato»

di FRANCO FEMIA

«Se venivo a sapere che ai cantieri si usava l’amianto mi sarei licenziato perché ci tengo alla salute»: Sergio Veronesi, friulano di Bagnaria Arsa, per 30 anni dipendente dell’allora Italcantieri e sofferente di asbestosi, risponde così a un certo punto all’incalzare delle domande dell’avvocato Riccardo Cattarini, che nel maxiprocesso dell’amianto difende Bilucaglia e Visintin, due addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Tra il legale e il teste c’è stato anche un vivace battibecco proprio sulla conoscenza o meno della pericolosità dell’amianto e anche sui sistemi utilizzati per la prevenzione. «Nessuno mi obbligava a mettere l’elmetto o le mascherine – ha detto Veronesi -. Lo facevo di mia iniziativa per salvaguardare la mia salute».
Anche Giorgio Montini, di Sagrado, dipendente dell’Italcantieri dal 1974 al 2001, ha confermato al giudice di essere venuto a conoscenza della pericolosità dell’amianto solamente un paio di anni prima di andare in pensione. Montini, che svolgeva le mansioni di saldatore, ha illustrato l’ambiente in cui lavorava, la sala macchine, pieno di polvere e fumo provocati dal taglio e dalle saldature delle lamiere e che gli aspiratori non riuscivano a smaltire in modo sufficiente.
Sull’utilizzo delle mascherine, Montini ha confermato quanto hanno riferito nelle precedenti udienze da altri ex dipendenti dell’Italcantieri: erano in pochi a utilizzarle anche perché negli angusti spazi di lavoro era difficile tenerle per ore e spesso impedivano anche di usare l’elmetto. «Poi, spesso – ha detto il teste – il magazzino era sprovvisto. Quando c’era tanto fumo cercavo di coprirmi la bocca con degli stracci o dei fazzoletti».
Molte delle domande del pm Luigi Leghissa vertevano sulla coibentazioni che venivano fatte su alcune parti delle navi in costruzione. Ed è emerso che, almeno fino a metà degli anni Settanta come ha precisato Giuseppe Bertolissi, l’impasto di cemento e amianto veniva lavorato direttamente sul posto e usato per coibentare i tubi che portavano vapore o gli scarichi dei motori. Solamente negli anni successivi veniva usata lana di vetro e di roccia.
Il processo proseguirà martedì 9 novembre con una nuova udienza dedicata alla deposizione di testimoni.

Il Piccolo, 10 novembre 2010 
 
«Ho saputo del pericolo solo leggendo i giornali» 
Maxi-processo amianto, continua in aula la sfilata degli ex operai del Cantiere

di FRANCO FEMIA

«Noi lavoratori dei cantieri sapevamo che nella realizzazione delle navi veniva usato amianto già negli anni Settanta anche se nessuno ci aveva infomato sulla natura di questo materiale». Lo ha detto ieri, dinanzi al maxi-processo che si celebra al tribunale di Gorizia, Luciano Querci Della Rovere, che per quasi trent’anni ha lavorato sulle navi in costruzione a Panzano prima nel reparto officina e poi in salderia. «Ho sempre saputo che ai cantieri si usava l’amianto – ha detto Della Rovere, che aveva iniziato a lavorare all’Italcantieri nel 1971 -, ma nessuno ci aveva detto che era pericoloso. L’ho saputo anni dopo dai giornali». Amianto che veniva usato anche sui sommergibili. Veniva applicato infatti attorno ai boiler. Il teste ha pure ricordato che materiale di amianto veniva utilizzato per saldare le lamiere delle fiancate delle navi e questo avveniva ancora nella seconda metà degli anni Ottanta.
Della Rovere ha confermato che sui posti di lavoro funzionavano degli impianti di aerazione, ma spesso erano gli stessi operai a chiedere la loro chiusura perché il loro rumore era assordante.
Al processo in precedenza aveva deposto anche Gianpaolo Visintin, che aveva lavorato alcuni anni all’Italcantieri per una ditta esterna. Aveva il compito di dipingere e pulire le navi e ha ricordato di aver visto operai spruzzare all’interno delle navi una sostanza che aveva poi scoperto fosse amianto.
La prossima udienza è fissata per lunedì 15 novembre sempre per sentire ancora ex dipendenti dell’allora Italcantieri. Fino ad ora il pubblico ministero non ha rinunciato ad alcun teste di 400 indicati nella lista presentata all’inizio del processo.

Il Piccolo, 16 novembre 2010

Maxi-processo amianto Gli operai: «Ecco come si lavorava in Cantiere»

Nuova udienza dedicata al maxi-processo legato all’esposizione all’amianto, al Tribunale di Gorizia. Anche ieri sono sfilati i testimoni, presentati dalla pubblica accusa, con il pm Luigi Leghissa, per raccontare come si lavorava in cantiere. Persone che, direttamente o indirettamente, hanno operato all’exItalcantieri, su navi, sommergibili, ma anche in terraferma. Lavoratori diretti e dipendenti delle ditte d’appalto. Sul tappeto resta la ricostruzione delle condizioni di lavoro, in relazione in particolare alla salubrità, alla sicurezza e all’adozione o meno di mezzi e attrezzature, come le mascherine, volte a prevenire situazioni di disagio e per la salvaguardia della salute.
Anche le testimonianze rese ieri davanti al giudice monocratico Matteo Trotta, hanno tratteggiato un quadro pressochè unitario: la scarsa conoscenza circa la pericolosità del minerale, per la quale ne conseguiva anche una poco accurata prevenzione, in fatto di misure di idonea protezione. Quasi tutti hanno osservato: «si respiravano polveri». Certo, spesso i ricordi riportati sono sfumati, trattandosi di circostanze lontane nel tempo, oppure riferite da testimoni poi deceduti.
Sono già fissate le udienze del 2, 9 e 14 dicembre, durante le quali saranno ascoltati circa 5-6 testi alla volta. Il 2 dicembre, inoltre, sarà reso noto il calendario per i mesi di gennaio e febbraio 2011. La volontà è quella di accelerare il procedimento, con due udienze alla settimana.

Il Piccolo, 07 dicembre 2010 
 
Amianto causa della morte, una certezza già 21 anni fa 
In una sentenza del pretore di Udine la relazione tra esposizione e il decesso di un cantierino
STRAGE CHE CONTINUA
IL DRAMMA 
Il caso riguardava un operaio di Fiumicello che aveva lavorato a Panzano. L’Inail venne condannata a risarcire la vedova

di FRANCO FEMIA

Una correlazione tra l’asbestosi, provocata da inalazione di polveri d’amianto, e il tumore alla pleura era stata accertata ancora 21 anni fa da un giudice che aveva condannato l’Inail a pagare le ”rendite superstiti” alla vedova di un operaio al cantiere navale di Panzano morto per mesetelioma. Era l’ottobre del 1989 quando il pretore di Udine, dottor Carchio, aveva dato ragione a Giuliana Zuppel, moglie di Lionello Bugni, di 56 anni, residente a Fiumicello, deceduto tre anni prima, condannando l’Inail, che aveva sempre disconosciuto il nesso di casualità tra l’asbestosi, quale malattia professionale, e il decesso del cantierino. Erano stati il primario di servizio di Fisiopatologia respiratoria e Pneumologia sociale dell’ospedale di Udine e l’anatomopatologo che aveva eseguito l’autopsia, a sostenere che l’asbesto svolge una diretta azione timore nei riguardi del carcinoma del polmone e soprattutto del mesetelioma della pleura.
Era stata stata quella del giudice Carchio la prima sentenza in regione in materia di amianto, che aveva allora suscitato scalpore. La Fim-Cisl, che aveva assistito la signora Zuppel nell’azione legale con l’avvocato Luigi Genovese, aveva diffuso un volantino per sostenere come le preoccupazioni del sindacato avanzate ancora a metà degli anni settanta erano giuste. «Ci avevano accusato di fare del terrorismo psicologico – si legge – ma alla fine si è dovuto riconoscere che le prove che portavamo a sostegno di questa tesi erano fondate».
Ma quella sentenza, ritenuta esplosiva, rimase per molti anni lettera morta. Ci volle la forte azione dell’Associazione esposti all’amianto non solo per tener vivo il problema, ma anche per sollecitare la magistratura a intervenire e a dar corso agli 800 e passa esposti presentati alla Procura. Si sono dovuti attendere quasi venti anni, e l’intervento del presidente della Repubblica, per veder partire il maxiprocesso dinanzi al tribunale di Gorizia con 41 imputati di omicidio colposo – i vertici dell’allora Italcantieri e i responsabili delle ditte subappaltanti – nei confronti di un’ottantina di lavoratori del cantiere ucciso dall’amianto.
Ma non pochi operai, come riportano alcune testimoni sentiti al processo, sono stati informati solamente negli anni Novanta del pericolo legato all’esposizione all’amianto.
 
IL DRAMMA. A GENNAIO LA RICHIESTA DI ALTRI RINVII A GIUDIZIO 
In arrivo un altro maxi-processo

Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il piccolo delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone. (fra. fem.)

Il Piccolo, 10 dicembre 2010 
 
«L’amianto non ci faceva paura» 
Nei primi anni ’70 non c’era una percezione del rischio in cantiere

di FRANCO FEMIA

«Si, agli inizi degli anni Settanta si parlava di amianto all’interno dei Cantieri, ma in forma leggera, non c’era ancora la percezione della sua pericolosità»: a dichiararlo ieri dinanzi al giudice monocratico, Lino Rossetti, che ha lavorato per 37 anni, dal 1952 al 1989, nello stabilimento di Panzano come saldatore elettrico, uno dei testi che ha deposti al maxiprocesso.
Rossetti era uno dei 140 delegati di fabbrica ma più volte, dinanzi alle richieste rivoltegli ieri in aula dal pm Valentina Bossi e dagli avvocati della difesa Borgna e Cattarini, ha sostenuto che nei primi anni ’70 anche il sindacato non aveva sollevato il problema della pericolosità dell’amianto. Era stata svolta in quegli anni una ricerca epidemiologica ma su vari gli aspetti legati alla tutela del mondo del lavoro. Era emersa una relazione di poche paginette in cui non compariva il problema amianto. In base a quella ricerca era intervenuta anche la medicina del lavoro, che aveva fatto eseguire delle visite mediche a campione ai lavoratori, che erano stati sottoposti a esami pneumologici e spirometrici e dell’udito per valutare l’esistenza di malattie professionali. Ma anche allora, secondo Rossetti, nessun allarme era stato lanciato sulla pericolosità all’esposizione all’amianto. E sul fatto che il sindacato non avesse approfondito il tema, il teste ha sostenuto che la sua funzione all’interno del cantiere era quella di far rispettare gli accordi aziendali.
Dalla testimonianza di Rossetti è emerso, comunque, che sebbene si fosse a conoscenza che gli operai erano in contatto con l’amianto, il suo pericolo era stato sottovalutato o considerato come uno dei tanti problemi legati alla tutela dell’ambiente e dei lavoratori come la polverosità creata dai fumi o la rumorosità. «Se qualcuno ci avesse informato della reale pericolosità dell’esposizione all’amianto – ha detto Rossetti – certamente avremmo chiesto la sua eliminazione».
La prima sentenza che riconosce l’esposizione all’amianto come malattia professionale porta la data dell’ottobre1989 e la firma di un giudice del lavoro di Udine, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, ma allora in un volantino della Fim-Cisl si leggeva che da 15 anni si parlava all’interno della fabbrica della pericolosità dell’amianto.

Il Piccolo, 15 dicembre 2010 
 
«Maschere protettive? Ce le compravamo noi» 
Altre testimonianze di ex dipendenti al maxiprocesso amianto

Continua la sfilata di operai ed ex lavoratori dell’Italcantieri dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta chiamati a testimoniare nel maxi-processo per l’amianto. Si ripercorre, anche con queste testimonianze, gli ambienti di lavoro al cantiere di Panzano, dove si utilizzava l’amianto nella costruzione delle navi. I testi citati ieri hanno confermato come fino a metà degli anni Settanta veniva usato l’amianto a protezione delle condutture, delle caldaie e di altre parti sensibili della nave per prevenire gli incendi. E a manipolare in misura maggiore l’amianto, o meglio il cemento-amianto, erano per la maggior parte dipendenti di ditte esterne. «Era noto agli operai – ha affermato un capo reparto, in servizio all’Italcantieri fino al 1985 – che veniva usato l’amianto e ho saputo che era pericoloso dopo gli anni Ottanta da ambienti sindacali».
Sulla prevenzione è stato ribadito che non tutti indossavano mascherine, ma c’erano del tipo speciali che venivano usate da chi lavorava in ambienti molto polverosi. Ma c’era chi le mascherine se le comperava a proprie spese, come ha riferito un addetto alle pulizie dipendente di una ditta esterna. Solo in secondo tempo le forniva l’Italcantieri, ma mai la ditta di cui era dipendente. Anche le tute di lavoro degli operai solo dagli anni Settanta venivano lavate a cura dell’Italcantieri.
Sulle visite mediche è stato confermato che venivano effettuate regolarmente e che erano più frequenti per quegli operai a rischio di malattie professionali. E quegli stessi operai percepivano un’indennità riconosciuta proprio per chi faceva lavori ritenuti più nocivi.
Il processo è stato aggiornato al prossimo anno. Il dottor Trotta ha fissato per i primi due mesi del 2011 sei udienze: si riprenderà il 18 gennaio per continuare il 24 e il 31 gennaio; tre udienze anche a febbraio: l’uno, il 22 e il 24. E protagonisti saranno ancora i lavoratori dei cantieri. (fra.fem.)

Il Piccolo, 22 dicembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Mancata sorveglianza in tre rinviati a giudizio 
Nuovo filone al Tribunale, sotto accusa i responsabili della sicurezza nel cantiere

Aperto ieri mattina al Tribunale di Gorizia un altro filone sulle morti per amianto del maxi-processo dai contorni ancora da definire e sul quale si sta occupando la magistratura goriziana. Il Gip Paola Santangelo ha infatti rinviato a giudizio Marino Visintin, Mario Bilucaglia e Mario Abbona, addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Il magistrato contesta ai tre la mancata sorveglianza sul luogo di lavoro, e cioè al cantiere navale di Panzano. Non si tratta di un nuovo reato, Visintin, Bilucaglia e Abbona sono già imputati nel maxi-processo. L’udienza si terrà il 22 febbraio, quando riprenderà il processo. La decisione del rinvio a giudizio dei tre da parte del giudice per le indagini preliminari è dovuta al fatto che al processo è stata ammessa anche la causa relaitva a un’altra vittima dell’amianto. Secondo il legale di Visintin e Bilucaglia, l’avvocato Riccardo Cattarini, il ruolo dei due funzionari non era direttamente finalizzato a un controllo diretto sull’effettiva applicazione delle norme di sicurezza e tutela della salute all’interno del cantiere. Svolgevano di fatto una sorta di consulenza. E quindi, secondo il legale, sono da ritenersi estranei alle accuse mosse a loro carico.
Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone.

BASTA CON LA RETORICA SU SICUREZZA E LAGALITA’
PRETENDIAMO GIUSTIZIA, LIBERTA’ E DIGNITA’
PRESIDIO AL TRIBUNALE DI GORIZIA
Martedì 16 MARZO ORE 12

Martedì 16 marzo andrà in scena l’udienza preliminare per la denominata “Operazione Blu”.
Sono 19 gli imputati coinvolti personalmente da un’operazione mediatico-inquisitoria che, in più di due anni di indagini, ha visto utilizzare strumentazioni tecniche di indagine ultratecnologiche e ultracostose in pieno stile americano da telefilm “CSI”. Un’operazione che ha indirettamente coinvolto altre decine e decine di giovani che
per parecchi mesi hanno dovuto subire convocazioni volanti da parte degli inquirenti, telefonate minatorie sui propri cellulari e tutta una serie di violazioni palesi e violente di qualsiasi codice di procedura, oltre che di qualsiasi regola etica e professionale.

Sarebbe semplice anche in questo caso usare l’arma dell’ironia per nascondere il consueto sdegno e la rabbia per il malfunzionamento (o il “funzionamento deviato”, come dice qualcuno) degli organi dello Stato. Ma in questo processo non si può scherzare.
In primo luogo perché, in ogni caso, le pene previste per il tipo di reato contestato vanno dai 6 ai 20 anni di reclusione. In secondo luogo perché quanto accaduto ai 19 imputati continua ad accadere ad altre decine e decine di normali cittadini, indagati sulla parola di confidenti palesemente non attendibili, minacciati, intercettati,
perquisiti e poi gettati in pasto alla gogna pubblica, come accaduto ai giovani fatti sfilare al pronto soccorso alcune settimane fa.
All’interno di questo quadro – indipendentemente dal ritenerla una vergogna o giustificarlo sulla base di convinzioni dogmatiche ed ideologiche – rimane una domanda che dovrebbero porsi tutti i cittadini di questa provincia. Una domanda pesante come un macigno: non è dato capire, infatti, come mai in un territorio, dove risiede il
potere giudiziario più disagiato e disastrato di tutto il Nord Italia, si trovino tempo, soldi e personale sempre a disposizione nel fare mega retate per le quali lo sforzo e la spesa sono rilevanti (così come le esposizioni mediatiche e retoriche), ma i cui risultati sono nulli, se non addirittura controproducenti, in termini della pretesa lotta al narcotraffico.

Ed è questa la vera indignazione che ci porta a volere manifestare pubblicamente in concomitanza di questa udienza preliminare.
Infatti se è vero che da un lato si attacca in maniera deliberata, cosciente e smodata le vite private degli studenti, delle famiglie e di normali cittadini, dall’altro è anche pubblicamente sancita la non volontà del potere giudiziario di affrontare le vere e tragiche emergenze che questo territorio soffre.
Amianto e inquinamento, il sistema degli appalti del mondo del lavoro, la speculazione edilizia e gli affitti in nero, le emergenze ambientali, la corruzione e le truffe ai danni dei migranti. Cancri che esistono nel nostro territorio e che tutti conoscono, ma per i quali le indagini non arrivano mai – o non vengono mai portate – a conclusioni significative e risolutive.
Siamo stati sempre convinti, e dopo la “retata del nulla” di alcune settimane fa lo siamo ancora di più, che in realtà tali tendenze rientrino in una strategia complessiva di criminalizzazione di aree sempre maggiori di popolazione, basata sulla volontà di invadere le vite dei giovani e delle loro famiglie, con l´obiettivo dichiarato di tenere in stato di ansia perenne e paura un territorio intero: infatti alla retorica della legalità e sicurezza, oggi si aggiunge anche la prevenzione (?) del crimine e dell’educazione ai giovani fatta dai carabinieri.
Martedì 16 marzo manifesteremo non solo per continuare a resistere a questo delirio securitario, ma anche per lanciare un messaggio chiaro ad un territorio che ormai sembra arreso all’evidenza della deriva, sia della politica che del “corpo giudiziario”.
E’ giusto e sacrosanto pretendere giustizia come anche è giusto riprendersi libertà e dignità.

Esattamente come ci hanno insegnato le vedove dell’amianto, i cassaintegrati che salgono sui silos per non venir truffati dalle multinazionali, e i precari che continuano ad occupare le case sfitte dell’ Ater, non ci arrendiamo allo stato di cose e all’arroganza delle caste, ma rivendichiamo con forza quello che siamo, quello che pensiamo e quello che abbiamo fatto in anni di lotte sociali a fianco degli ultimi e dei dimenticati di questo territorio.
Non pretendiamo giustizia da un sistema di “mele marce”, come ciclicamente emerge, ma la vera giustizia la vogliamo costruire ancora assieme agli sfruttati e alle vere vittime della “legalità e della  sicurezza” che questi poteri deviati ci vorrebbero imporre.

Appuntamento martedì 16 marzo ore 12 -Tribunale “disagiato” di Gorizia.

OPERAZIONE BLU IN ACTION

 

Il Piccolo, 16 marzo 2010
 
Retata anti-droga, oggi prima udienza e presidio di protesta

A un anno di distanza, si terrà stamattina, al Tribunale di Gorizia, l’udienza preliminare legata all’«Operazione Blu», che nel febbraio 2009 portò all’arresto di sei giovani, in seguito a un blitz eseguito dalla Mobile di Gorizia e dal Commissariato di Monfalcone assieme ai carabinieri, in particolare al Centro a bassa soglia di via Natisone. Oltre alle 6 persone accusate di consumo e cessione di stupefacenti, hashish e marijuana, erano stati coinvolti altri giovani. Si parla di 19 indagati complessivi.
In occasione dell’udienza preliminare, oggi alle 12 è in programma un presidio davanti al Tribunale. Una ”testimonianza di protesta”, ha spiegato il presidente provinciale dei Verdi, Mauro Bussani, tra i promotori dell’inziativa: «Sono 19 le persone coinvolte da un’operazione che, in più di due anni di indagini, ha visto utilizzare ingenti risorse. L’operazione ha indirettamente coinvolto altre decine e decine di giovani attraverso procedure da ritenersi quantomeno dubbie. Ma in questo processo – continua – non si può scherzare: le pene previste per il tipo di reato contestato vanno dai 6 ai 20 anni di reclusione. In secondo luogo, quanto accaduto continua ad accadere ad altri normali cittadini. Un esempio recente, l’operazione nei confronti dei giovani fatti sfilare al Pronto soccorso».
La protesta si riassume in una domanda: «Come mai in un territorio dove risiede il potere giudiziario più disagiato del Nord Italia, si trovino tempo, soldi e personale nel fare maxi-retate, ma i cui risultati sono nulli, se non controproducenti, in termini della pretesa lotta al narcotraffico? Se da un lato si attaccano le vite private degli studenti, delle famiglie e dei cittadini, dall’altro è anche pubblicamente sancita la non volontà del potere giudiziario di affrontare le vere emergenze del territorio».

Il Piccolo, 17 marzo 2010
 
UDIENZA PRELIMINARE PER IL BLITZ DEL FEBBRAIO 2009 
Droga al Centro blu, 3 condannati e 13 a giudizio 
Tre prosciolti da tutte le accuse. Un patteggiamento e due riti abbreviati davanti al Gup

di FABIO MALACREA

Una pena patteggiata, due condanne con pena sospesa, cinque proscioglimenti e tredici rinvii a giudizio. È questo il responso dell’udienza preliminare, svoltasi ieri davanti al Gup Massimo Vicinanza (pm Luigi Leghissa), legata all’Operazione Blu, condotta nel febbraio dello scorso anno da agenti della Mobile, del Commissariato e dai carabinieri, che portò all’arresto di sei giovani e alla denuncia di altri tredici, tutti gravitanti attorno all’Officina sociale di via Natisone, per reati connessi con la cessione, la detenzione e lo spaccio di hashish e marijuana. Un’operazione giunta al termine di due anni di indagini, controlli e pedinamenti che ha suscitato clamore, molto discussa e contestata all’epoca dai Verdi e dalle varie frange dei no-global, coinvolgendo anche don Andrea Gallo, il prete della comunità di San Benedetto al Porto di Genova. Contestata anche ieri da una trentina di giovani, per gran parte dell’Officina sociale, che hanno manifestato davanti al Tribunale di Gorizia. L’udienza ha coinvolto uno stuolo di avvocati, non tutti presenti ieri: Ferrucci, Ginaldi, Iacono, Pacorig, Battello e Galletta.
A scegliere la strada del patteggiamento è stato Denis Nanut, 26 anni: per lui un anno di reclusione e 4000 euro di multa, con sospensione della pena. Condannati con rito abbreviato, invece, Andrea Raffo, 34 anni, e Enrico Iaiza, 26: il primo a 8 mesi e 4000 euro di multa, il secondo a 5 mesi e 20 giorni e 4000 euro di multa. Per entrambi la pena è stata sospesa. Cinque gli imputati prosciolti già in sede di udienza preliminare, tre da tutte le imputazioni: Luciano Capaldo per cessione di stupefacenti e per aver adibito il Centro sociale di via Natisone a luogo di convegno di persone che consumavano sostanze stupefacenti, Cristian Catalano, 24 anni, e il senegalese Adma Drame Diop, 27, per cessione di stupefacenti. Prosciolti anche Cristian Massimo, 33 anni, e Francesco Francioso, 32, dall’accusa di aver adibito le loro abitazioni a luogo di consumo di droga.
Questi ultimi, però, sono stati rinviati a giudizio per altre imputazioni legate alla cessione di stupefacenti. E tutti rinviati a giudizio anche gli altri coinvolti nell’Operazione Blu e a suo tempo arrestati o denunciati a piede libero con imputazioni legate alla cessione alla detenzione e allo spaccio di stupefacenti: gli arrestati all’epoca del blitz – i fratelli Mario e Claudio Puglisi, 36 e 41 anni, Juan Perani, 41 anni, Stefano Micheluz, 37, oltre a Francesco Francioso e Cristian Massimo -, il rumeno Baniamin Pavel Bandean, 25 anni, Paolo Mucelli, 45, Mauro Bussani, 41, Alessandro Giorgi, 34, Giulio Stabile, 23, Davide Rocco, 33, e Sarah Nanut, 25. L’udienza collegiale è stata fissata il 16 luglio prossimo, con inizio alle 9.

La protesta dei giovani dell’Officina sociale davanti agli agenti in tenuta anti-sommossa

Ad attendere i partecipanti alla ”testimonianza di protesta” davanti al Tribunale di Gorizia c’erano una decina di agenti e carabinieri in tenuta anti-sommossa. La ”testimonianza” però c’è stata ugualmente, sul marciapiede opposto. I giovani, una trentina, si sono schierati dietro uno striscione di protesta, indossando magliette azzurre sulle quali era riportato il titolo del ”Piccolo” sull’operazione che, mesi fa, ha coinvolto l’Arma dei carabinieri. È stato Cristian Massimo, uno dei sei giovani tratti in arresto, a impugnare un megafono e a annunciare le ragioni della protesta. Un’operazione tanto clamorosa quanto inutile, ha detto, visto il ”parto” finale. Tra i partecipanti anche il reponsabile dei Verdi Mauro Bussani, tra gli indagati, che ha rilevato come l’operazione («un’inutile forzatura») abbia fatto emergere «il nulla a fronte di un territorio in cui i problemi da affrontare con il massimo impegno in sede giudiziaria e inquirente sono ben altri, come le stragi di amianto, le infiltrazioni della malavita e il vilipendio ambientale del territorio. L’ex consigliere regionale dei Verdi Alessandro Metz, pure presente alla manifestazione, ha espresso preoccupazione per il ripetersi di inchieste giudiziarie e di operazioni «volte a criminalizzare persone coinvolte in eventi marginali, come dimostrato dalla recente retata anti-droga che ha portati 27 ragazzi a sottoporsi a test all’ospedale», ma anche come «i metodi usati nella circostanza dalle forze dell’ordine e l’inutile spiegamento di uomini e mezzi siano stati a loro volta al centro di un’inchiesta che ha coinvolto l’Arma dei carabinieri».
«Si impegnano risorse e personale quando poi – ha aggiunto Metz – il risultato sul piano pratico è praticamente uguale a zero, viste le quantità irrisorie di sostanze stupefacenti sequestrate. Si privilegiano le inchieste-spettacolo – ha concluso Metz – invece di andare a toccare altri aspetti contraddittori e ben più gravi del nostro territorio». (f.m.)

Il Piccolo, 17 luglio 2010
 
A CAUSA DELL’IMPEDIMENTO DI UN LEGALE 
Droga al Centro Blu, il processo non riparte 
Subito un rinvio alla prossima settimana: a giudizio 13 imputati dopo le tre condanne

È stata rinviata alla prossima settimana, a causa dell’impedimento di un avvocato della difesa, l’udienza collegiale in relazione al processo legato all’«Operazione Blu» condotta nel febbraio dello scorso anno dagli agenti della Mobile, del Commissariato e dei Carabinieri, che portò all’arresto di 6 giovani e alla denuncia di altri 13, gravitanti attorno all’Officina sociale di via Natisone. I reati contestati sono connessi alla cessione, detenzione e spaccio di hashish e marijuana. L’operazione, al termine di 2 anni di indagini, aveva suscitato clamore, discussa e contestata all’epoca dai Verdi e dai rappresentanti e sostenitori dell’Officina sociale, coinvolgendo anche don Andrea Gallo, prete della comunità di San Benedetto al Porto di Genova.
A giudizio dunque ci sono 13 imputati, a vario titolo: i fratelli Mario e Claudio Puglisi, Juan Perani, Stefano Micheluz, il rumeno Beniamin Pavel Bandean, Paolo Mucelli, Mauro Bussani, Alessandro Giorgi, Giulio Stabile, Davide Rocco e Sarah Nanut. Cristian Massimo e Francesco Francioso dovranno rispondere solo delle imputazioni legate alla cessione di stupefacenti. Durante l’udienza preliminare, nel marzo scorso erano scaturite tre condanne. Aveva patteggiato Dennis Nanut, a fronte di 1 anno di reclusione e 4mila euro di multa, pena sospesa. Condannati con rito abbreviato Andrea Raffo (8 mesi e 4mila euro di multa) ed Enrico Iaiza (5 mesi e 20 giorni e 4mila euro di multa), per entrambi pena sospesa. Prosciolti invece Luciano Capaldo, Cristian Catalano e il senegalese Adma Drame Diop, nonchè Cristian Massimo e Francioso dall’accusa di aver adibito le loro abitazioni a luogo di consumo di droga. (la.bo.)

Il Piccolo, 02 dicembre 2009
 
Verso il maxi-processo per le morti d’amianto  
La Procura di Gorizia punta all’unificazione dei procedimenti
 
 
di FRANCO FEMIA

La Procura della Repubblica di Gorizia intende arrivare a un maxi-processo per le morti da amianto. Infatti, alcuni procedimenti a ruolo ieri in Tribunale sono stati rinviati al prossimo 11 gennaio quando il giudice deciderà sull’unificazione di una serie di procedimenti in corso per dar vita a un unico processo.
La parte più corposa riguarda l’inchiesta condotta dalla Procura generale di Trieste, che nel giugno dello scorso anno aveva avocato a sè 42 fascicoli della procura goriziana per dare un’accelerazione alle decine e decine di procedimenti giacenti. Imputati di omicidio colposo sono in totale 21 tra ex dirigenti e ex amministratori dell’Italcantieri e di alcune ditte che avevano in subappalto lavori all’interno del cantiere di Panzano. Devono rispondere della morte di una trentina di operai per malattie riconducibili all’esposizione all’amianto contratte tra il 1965 e il 1985.
A giudizio si sono costituite una quarantina di parti civili tra familiari dei lavoratori deceduti, da enti quali la Regione, il Comune di Monfalcone, la Provincia, il Codacons, l’Associazione esposti da amianto (Aea), la Fiom e l’Inail. Il giudice nell’udienza preliminare aveva accolto la richiesta di citazione a giudizio di Fincantieri avanzata da alcuni legali di parte civile.
Fino a ora in primo grado si sono conclusi quattro processi legati all’esposizione all’amianto: due hanno visto la condanna degli ex dirigenti dell’Italcantieri a un anno di reclusione (in un caso in appello è intervenuta la prescrizione). In altri due processi c’è stata un’assoluzione perché non è stato provato che le malattie professionali contratte erano riconducibili direttamente all’esposizione all’amianto.

Messaggero Veneto, 02 dicembre 2009
 
Amianto, via al processo per omicidio a carico di 21 ex dirigenti dei cantieri 
 
MONFALCONE. Si è aperto ieri mattina dinanzi al Tribunale monocratico di Gorizia, con l’avvio della fase di verifica della costituzione delle parti e le ulteriori costituzioni di parte civile, il processo per omicidio colposo che vede imputati 21 ex dirigenti dei cantieri navalmeccanici di Monfalcone in relazione al decesso per malattie riconducibili all’esposizione all’amianto di 18 operai dello stabilimento.
Come parti civili figurano già l’Associazione esposti all’amianto di Monfalcone, la Regione, la Provincia di Gorizia, Inail e Fiom oltre a una quindicina di familiari degli operai scomparsi. Il giudice monocratico Emanuela Bigattin ha fissato la prossima udienza all’11 gennaio disponendo l’unificazione del procedimento con un altro analogo processo legato sempre al decesso di ex operai dei cantieri.
Tornando al processo apertosi ieri c’è da ricordare che rinviati a giudizio sono ex dirigenti ed ex amministratori dell’Italcantieri e responsabili di alcune ditte che avevano in subappalto lavori all’interno dello stabilimento. Devono rispondere tutti di omicidio colposo in relazione alla morte di 18 dipendenti, decessi che secondo l’accusa sono legati all’esposizione all’amianto avvenuta nel periodo di tempo compreso tra il 1965 e il 1985. Il processo scaturisce da due tronconi di inchiesta che erano stati a suo tempo avocati dalla Procura generale di Trieste.

Il Piccolo, 13 dicembre 2009
 
Strage da amianto, ancora troppi ostacoli 
Denuncia di Cattarini alla convention del Pd con la Serracchiani

Mentre a Torino i vertici di Eternit sono alla sbarra per le migliaia di morti da amianto nell’area di Casale Monferrato, a Monfalcone, Trieste e nella Bassa dove la strage non è di molto inferiore la strada per ottenere giustizia sarà ancora lunga. «E comunque non sarà risolutiva del problema», ha sottolineato l’avvocato Riccardo Cattarini, intervenuto ieri all’iniziativa dedicata al tema-amianto dal Pd nell’ambito della due-giorni ”Mille piazze per l’alternativa”. Delle azioni concrete, al di là di quelle legali, in campo penale e civile, secondo Cattarini si possono però mettere in campo con la prospettiva di ottenere dei risultati concreti. «Bisogna stanare le aziende – ha detto il legale -, perchè va bene che l’ex direttore dello stabilimento sia condannato per omicidio colposo, ma serve che Fincantieri partecipi finanziariamente alla cura degli ex lavoratori malati e alla bonifica dell’amianto ancora presente». Ieri al Kinemax non è stata comunque questa l’unica proposta avanzata per aggredire il dramma che l’esposizione all’amianto provoca e provocherà ancora a lungo.
Nel trarre le conclusioni, il segretario del Pd regionale ed europarlamentare Deborah Serracchiani ha indicato come obiettivo che il Friuli Venezia Giulia dovrebbe darsi quello di accogliere un centro per la ricerca delle metodologie per una rimozione sicura dell’amianto che sia un punto di riferimento a livello europeo. La richiesta di insediare invece a Monfalcone un centro per la cura delle malattie asbestocorrelate è stato rilanciato invece da Cgil, Cisl e Uil, per le quali ha parlato il segretario provinciale Uil Giacinto Menis. L’Aea ha presentato da parte una piattaforma rivendicativa più ampia. «Bisogna estendere la sorveglianza sanitaria – ha detto Enrico Bullian – anche a chi ha subito un esposizione non professionale, ma familiare, come le mogli, sorelle o figlie, o ambientale». Secondo l’Aea va posta sul tavolo anche la revisione del protocollo di sorveglianza sanitaria in modo da allargarlo all’individuazione di più patologie legate all’amianto. Il registro dei mesoteliomi dovrebbe invece comprendere anche i tumori al polmone, pure connessi all’esposizione all’amianto, mentre gli incentivi della Provincia per rimuovere le coperture in eternit andrebbe esteso a tutta la regione. Intanto a livello nazionale, ha ricordato Bullian, il Fondo nazionale per le vittime dell’amianto c’è, ma solo sulla carta, perchè i regolamenti attuativi ancora non ci sono.
Il consigliere regionale Franco Brussa ha indicato invece la necessità da parte della Regione di trovare dei percorsi sanitari privilegiati per quanti sono stati colpiti dalla malattia da completare inoltre con un’assistenza psicologica ai malati.
Laura Blasich

Il Piccolo, 14 dicembre 2009
 
Paternoster (Aea): «Processo Eternit passo importante» 
 
«Il maxi-processo contro l’Eternit rappresenta un importante passo in avanti e darà di certo impluso ai procedimenti per amianto in corso, anche nella nostra provincia. A Torino si sta segnando una traccia importante». Così Chiara Paternoster, componente del direttivo dell’Associazione esposti amianto.
Alcuni giorni fa il Palazzo di Giustizia di Torino ha ospitato la prima udienza del processo Eternit. Due gli imputati: il miliardario svizzero Stephan Schmidaeiny e il barone belga Louis De Cartier, che devono rispondere di reati gravissimi, come disastro doloso e omissione volontaria di cautele contro le patologie professionali. I due sono accusati di essere responsabili della morte di migliaia di persone che hanno a vario titolo lavorato l’amianto nelle quattro sedi italiane della multinazionale svizzera. Considerati i numeri – 2889 persone offese elencate nel capo d’accusa e 2100 richieste di parte civile – si tratta della più grande causa mai celebrata in Europa su un argomento del genere.
Un argomento che, seppure con le debite differenze, Monfalcone conosce bene. Lo spiega Chiara Paternoster: «Il caso Eternit e quello che riguarda il nostro cantiere sono diversi, nel senso che sono le modalità di produzione a essere differenti. Questo non toglie che ciò che sta succedendo a Torino è un buon segno. L’approccio dei pm è quello giusto, a partire dai capi di accusa: disastro doloso. Anche da noi le cose sono migliorate negli ultimi anni; il procuratore Deidda ha lasciato un’eredità importante. Oggi finalmente i processi si stanno aprendo per molti casi. Rimangono, ovviamente, delle incognite, come la prescrizione. E rimane il rammarico per i dieci anni di immobilismo giudiziario e di sottovalutazione del problema». (el.col.)

Il Piccolo, 11 gennaio 2010
 
DIBATTIMENTO QUESTA MATTINA A GORIZIA 
Amianto, entra nel vivo il maxi-processo: 26 imputati per 39 morti

Entra nel vivo questa mattina, al Tribunale di Gorizia, il maxi-processo per omicidio colposo in relazione ai decessi riconducibili all’esposizione all’amianto. In particolare si tratta di 39 dipendenti dell’ex Italcantieri, oggi Fincantieri, e di altre ditte d’appalto.
Per questo processo si sono costituite parti civili il Comune di Monfalcone, la Fiom Cgil e i familiari di alcune vittime, rappresentate, tra gli altri, dai legali Pierluigi Fabbro, Paolo Bevilacqua, Francesco Donolato, Roberto Maniacco, Luigi Genovese. Nella precedente udienza, in ottobre, davanti al giudice monocratico Paola Santangelo (la pubblica accusa era rappresentata dal pm Valentina Bossi), le parti civili avevano depositato l’ordinanza con la quale era stata notificata la citazione in giudizio di Fincantieri Spa, quale responsabile civile nel procedimento. Il giudice, verificata la regolarità della notifica e preso atto dalla mancata costituzione in giudizio del responsabile civile, aveva rinviato l’udienza, fissata per la giornata odierna. Il giudice Santangelo aveva altresì autorizzato la citazione in giudizio di alcuni testi, per lo più presentati dalla pubblica accusa. L’ammissione dei testi e delle prove era stata rinviata poichè il giudice monocratico, trasferito ad altro ufficio, sarà sostituito dal presidente Giovanni Matteo Trotta.
Oggi, dunque, è previsto l’avvio dell’istruttoria dibattimentale. Il processo è nato dall’unificazione di due procedimenti penali, uno istruito a carico di undici imputati, a fronte di undici decessi, l’altro riguardante 26 imputati che dovranno rispondere per la stessa ipotesi di accusa nei confronti dei familiari di 28 lavoratori deceduti.
Tra gli imputati per questo procedimento figurano anche l’attuale presidente di Fincantieri ed ex direttore generale di Italcantieri, Corrado Antonini, gli ex presidenti del Consiglio di amministrazione Vittorio Fanfani e Giorgio Tupini, l’ex presidente Enrico Bocchini e gli ex direttori del cantiere di Panzano, Giancarlo Testa e Manlio Lippi.
Pare, intanto, che siano state avviate trattative tra Fincantieri e le parti private per il risarcimento del danno.

Il Piccolo, 12 gennaio 2010
 
VENTISEI IMPUTATI PER 39 DECESSI 
Scioperano gli avvocati processo-amianto rinviato al 25 marzo

Scioperano gli avvocati e viene rinviato, ieri al Tribunale di Gorizia, al 25 marzo prossimo il processo per omicidio colposo in relazione ai decessi riconducibili all’esposizione all’amianto di 39 dipendenti dell’ex Italcantieri, oggi Fincantieri, e di altre ditte d’appalto. È bastata circa un’ora, in aula, davanti al presidente del Tribunale Giovanni Matteo Trotta, subentrato al giudice monocratico Paola Santangelo, trasferita ad altro ufficio, per prendere atto dell’astensione dall’attività giudiziaria penale da parte di tutti i legali, con una sola eccezione, e procedere al rinvio per ”chiamata singola” fissando la data della nuova udienza.
L’astensione è stata voluta dall’Unione delle Camere penali italiane per contestare le «scorciatoie del ”processo breve” e per l’avvio delle riforme». Ieri mattina sono approdati in aula tre procedimenti ancora distinti, uno dei quali già frutto dell’unificazione di due ”filoni”, per i quali, il 25 marzo prossimo, si procederà alla riunificazione complessiva. Sempre in quella sede sono previste le eccezioni preliminari e l’ammissione delle prove, oltre alla definizione del calendario relativo alle fasi successive.
Si va, dunque, tecnicamente verso il maxi-processo ora affidato al presidente Trotta, con il pubblico ministero Luigi Leghissa, per anni in servizio al Tribunale di Udine.
Non solo. A fine anno sono stati comunicati alla Procura della Repubblica di Gorizia, altri 14 decessi per mesotelioma alla pleura. La questione-amianto, dunque, esprime tutto il suo drammatico peso nel mandamento monfalconese. Una materia complessa e massiccia, per la quale la Procura ha destinato uno specifico ”staff” di 7-8 persone, tra cui anche un nuovo consulente informatico.
Per il processo si sono costituite parti civili il Comune di Monfalcone, la Provincia di Gorizia, la Fiom Cgil e i familiari di alcune vittime, rappresentate, tra gli altri, dai legali Pierluigi Fabbro, Paolo Bevilacqua, Francesco Donolato, Roberto Maniacco, Luigi Genovese.
Il maxi-processo che si prospetta riguarda dunque 39 decessi per 26 imputati. Tra questi, nel procedimento figurano anche l’attuale presidente di Fincantieri ed ex direttore generale di Italcantieri, Corrado Antonini, gli ex presidenti del Consiglio di amministrazione Vittorio Fanfani e Giorgio Tupini, l’ex presidente Enrico Bocchini e gli ex direttori del cantiere di Panzano, Giancarlo Testa e Manlio Lippi.

Il Piccolo, 15 novembre 2009 
 
Processo breve, allarme per i casi-amianto  
Il presidente degli avvocati Cattarini: «I procedimenti in corso non entrerebbero nel disegno di legge»
  
 
La riduzione a 6 anni per la durata massima di un processo, scandita in due anni per ciascun grado di giudizio a decorrere dalla richiesta di rinvio da parte del Pubblico ministero al Gip, in sede di primo grado, prospettata dal disegno di legge del Governo depositato al Senato, in ordine al cosiddetto ”Processo breve”, incombe anche sull’attività del Tribunale di Gorizia con tutto il suo bagaglio di incognite e preoccupazioni.
La proposta, qualora venisse approvata e applicata in termini retroattivi anche ai processi in corso, potrebbe ”azzerare” di fatto innumerevoli procedimenti per intervento dell’estinzione. Un problema che si pone in particolare in sede di primo grado, oltre al rischio di improcedibilità per ulteriori, futuri processi di ampia portata sotto il profilo della gravità dei reati contestati. Si affaccia anche l’interrogativo attorno al destino dei processi per amianto. Per il quale le prime interpretazioni sembrano divergere: se c’è chi sostiene che, teoricamente, questi procedimenti dovrebbero venir esclusi dal processo breve, trattandosi di materia legata al lavoro, altri legali, invece, mantengono i dubbi riservandosi approfondimenti. Una situazione, insomma, ancora aperta. Il presidente della Camera penale di Gorizia, l’avvocato Riccardo Cattarini, osserva: «Il termine dei 6 anni per la durata massima dei processi nei tre gradi di giudizio è ragionevole, non a caso è quello indicato dall’Unione europea. Tutto bene? Per nulla. Non si accelerano i processi solo mettendo dei limiti massimi alla loro durata. È come voler far andare più veloci i treni solo cambiando l’orario. È un problema, innanzitutto, di strutture: il nostro sistema giudiziario, soprattutto penale, è fatiscente e sconta difetti storici che nessuno ha mai pensato di eliminare». Cattarini passa in rassegna i punti principali, citando la questione legata alla mancata depenalizzazione, alla mancata revisione delle norme su contumacia e irreperibilità, alla mancata revisione dell’organizzazione degli Uffici giudiziari. «Il Governo – aggiunge – ha scelto la strada, dirompente, di un intervento ”secco” sulla durata del processo, senza intervenire su tutto il resto. Lo fa affrettatamente, minando, forse definitivamente, la credibilità della Giustizia nei cittadini».
Il legale ritiene altresì che i procedimenti in ordine all’amianto sarebbero da escludere nell’ambito del processo breve, trattandosi di materia legata al tema del lavoro. Quindi mette in evidenza un’ulteriore incongruenza: «Le nuove norme escludono dalla durata massima alcuni reati e non c’è un minimo di ragionevolezza: un processo contro un accusato di violenza sessuale, di una grossa truffa, di fatti di bancarotta, di corruzione di un pubblico funzionario (di un testimone?) dovrà necessariamente concludersi entro sei anni. Potranno invece durare all’infinito quelli per un piccolissimo incidente stradale, per un furto di qualcosa da mangiare in un supermercato, o quello contro quel cittadino che, magari 20 anni prima, ha avuto anche una lievissima condanna». Il presidente della Camera penale di Gorizia considera un altro aspetto: «Le nuove norme si applicheranno anche ai processi in corso: cosa racconteremo alla vittima di un delitto che per anni ha cercato di far condannare, anche con spese talvolta ingenti, e non solo per la difesa, chi ha commesso il reato? Cosa penseranno i cittadini quando il processo contro chi li ha truffati, contro il medico accusato di aver cagionato la morte di un persona cara, o contro un violentatore, finiranno con un provvedimento che dirà solo: ”processo estinto ai sensi si legge?”. Speriamo che il Parlamento ci pensi, una legge così non è un passo nella direzione della civiltà giuridica».

Il Piccolo, 16 novembre 2009 
 
RASSICURAZIONI DEGLI AVVOCATI SUL NUOVO DISEGNO DI LEGGE  
Il processo breve non bloccherà le cause-amianto  
Donolato: «Sarà comunque più difficile punire la condotta che ha causato il disastro»
 
 
di LAURA BORSANI

Dai legali arrivano le conferme: i processi per amianto in carico al Tribunale di Gorizia verrebbero esclusi dal disegno di legge sul ”Processo breve” in fieri al Parlamento. Fatte salve ulteriori modifiche, i procedimenti legati all’amianto, dunque, come già osservato dal presidente della Camera penale di Gorizia, l’avvocato Riccardo Cattarini, non rientrerebbero nel dispositivo che prevede la riduzione a 6 anni per la durata massima di un processo, stabiliti in due anni per ogni grado di giudizio, a decorrere dalla richiesta di rinvio da parte del Pubblico ministero al Gip. Una proposta, tuttavia, che fa discutere e mantiene alto il dibattito critico tra i legali per l’intero disegno di legge.
Così commenta l’avvocato Francesco Donolato: «I processi relativi all’esposizione amianto sono esclusi dal campo di applicazione del disegno di legge. Ma ciò che viene in discussione è l’intero sistema sanzionatorio del decreto legislativo 81 in materia di sicurezza dell’ambiente di lavoro. In sostanza, la prescrizione viene ridotta per tutti i reati ivi previsti a due anni dal momento dell’esercizio dell’azione penale, per il primo grado di giudizio – con ovvie ripercussioni in tutte le situazioni in cui gli uffici operano con difficoltà. Il decorso del termine inizia con la richiesta di rinvio a giudizio e rende estremamente difficile definire processi di rilevante importanza per i cittadini singolarmente (i fatti connessi a responsabilità medica, intercettazioni illecite o violenza privata) o come collettività (falso in bilancio, reati contro la pubblica amministrazione, reati ambientali, omessa bonifica, realizzazione di discariche abusive). Peculato, malversazione in danno di privati, corruzione compresa quella in atti giudiziari semplice, sono solo un esempio dei comportamenti che rischiano di beneficiare della ”grazia” governativa, tenuto conto che le norme di applicano anche ai processi in corso tranne quelli già avanti alle Corti d’Appello e di Cassazione». Donolato quindi sottolinea: «Se vogliamo parlare di amianto, oggi i processi si faranno, ma sempre da oggi, se passa la legge nel testo noto, sarà più difficile reprimere le condotte che hanno causato il disastro che è sotto i nostri occhi».
Anche l’avvocato Luigi Genovese è molto critico: «È una bozza, bisognerà attendere gli sviluppi e le eventuali modifiche – premette -. Per quanto è dato sapere al momento, sembrano esclusi i procedimenti per l’amianto, trattandosi di reati commessi in violazione delle norme sul lavoro. I processi in corso a Gorizia, pertanto, dovrebbero proseguire».
Ma è il giudizio generale che il legale evidenzia: «A mio avviso è un giudizio estremamente negativo: questo disegno di legge non va a favore della giustizia, determinerà notevoli complicazioni, anche sotto il profilo procedurale. Ci troveremo di fronte alla paralisi di molti processi, ma anche delle stesse prassi giudiziarie. Il sistema – conclude – va riformato, ma non in questo modo. Non c’è nulla da salvare in questo provvedimento legislativo».

Messaggero Veneto, 16 novembre 2009 
 
DUBBI E SCETTICISMO  
Bevilacqua: «Paradossi e tante incongruenze»
  
 
Ad associarsi alle preoccupazioni attorno al ”Processo breve” è anche l’avvocato Paolo Bevilacqua, del Foro di Gorizia: «La prescrizione calendata a due anni per ogni grado di giudizio – osserva il legale – è già di per sè una incongruenza. Semmai sarebbe opportuno allungare i termini in sede di primo grado, il livello più complesso e corposo deputato alla raccolta delle prove e alla fase dibattimentale, fissandoli a tre anni, riducendo invece a un anno e mezzo ciascuno gli altri due gradi di giudizio successivi, dove intervengono i giudici della legittimità. Sarebbero altresì necessarie regole più rigorose per le impugnazioni».
C’è quindi la questione legata ai procedimenti in corso: «Un’inclusione nel disegno di legge, nell’ambito del processo breve – sostiene ancora l’avvocato Bevilacqua -, rappresenterebbe un paradosso, determinando la sparizione di molti procedimenti per estinzione. Non posso che essere molto scettico e dubbioso su questo disegno di legge per quanto almeno si può conoscere allo stato attuale».

Messaggero Veneto, 02 luglio 2009
 
Monfalcone. Si tratta di dirigenti che hanno retto il cantiere di Panzano nel periodo compreso fra gli anni Sessanta e Ottanta: a chiamarli in causa undici lavoratori  
Lesioni per amianto, assolti 13 amministratori 
 
MONFALCONE. Tutti assolti i 13 imputati di lesioni colpose provocate, secondo l’accusa, dall’amianto ad altrettanti ex dipendenti della Italcantieri e della Centrale elettrica. La sentenza di proscioglimento con la formula perché il fatto non sussiste è stata pronunciata, ieri, dal giudice monocratico del Tribunale di Gorizia, Paola Santangelo, che ha, in sostanza, accolto le richieste formulate in tal senso dallo stesso pubblico ministero e dai difensori.
Sul banco degli imputati ex dirigenti e amministratori che hanno retto il cantiere di Panzano nel periodo che va da metà degli anni Sessanta a tutto l’Ottanta, quelli della Centrale Enel e uno della Beraud, una delle più grandi imprese dell’appalto presenti tutt’ora nel cantiere navale monfalconese.
E precisamente: l’attuale presidente di Fincantieri, Corrado Antonini, in qualità di amministratore delegato e direttore generale della società, tra il luglio ’91 e il maggio ’97, Giorgio Tupini e Vittorio Fanfani, presidenti del consiglio di amministrazione dell’Italcantieri rispettivamente nella seconda metà degli anni Sessanta e dal ’74 all’84, Enrico Bocchini, presidente del Cda dall’85 al ’91, Mario Lippi, direttore dello stabilimento dal ’66 al ’72, Dario Alessandrini e Giancarlo Testa, direttori del cantiere dall’85 all’87 e dall’inizio dell’88 all’ottobre ’96. A costoro vanno aggiunti Barbotto Beraud dell’omonima impresa nonché Francesco Corbellini e Franco Viezzoli, presidenti dell’Enel tra il ’79 e il ’96, Sergio Feudale, Guido Benettello e Maurizio Voltan, direttori della Centrale termoelettrica.
A chiamarli in causa 11 dipendenti della Fincantieri, uno della Beraud e uno dell’allora Centrale Enel i quali, essendo stati esposti all’amianto, avevano lamentato neoplasie plastiche, placche pleuriche e lesioni pleuro-polmonari da asbestosi.
In questo caso, però, dalle perizie è emerso come le placche pleuriche non fossero da considerarsi lesioni penalmente rilevanti. Da qui, la richiesta di assoluzione, avanzata sia dal pm che dai difensori, avvocati Pagano, Cassiani, Borgna, Bruno, Obizzi e Panagia. La condanna degli imputati e il risarcimento danni era stato, invece, sollecitato dai rappresentanti di parte civile, avvocati Ferrara, Cavallo, Donolato e Benzoni.
Quello conclusosi, ieri, a tre anni di distanza dal suo avvio, è uno dei tanti processi legati ai danni derivanti dall’esposizione all’amianto. Nell’aprile dello scorso anno, come si ricorderà, era stata pronunciata, sempre in tema di amianto, la prima sentenza di condanna non per lesioni ma per omicidio colposo. All’ex direttore dell’Italcantieri Manlio Lippi era stato inflitto un anno di reclusione con la condizionale, oltre al risarcimento alla parte civile, i familiari di Annamaria Greco, dipendente di una ditta che si occupava delle pulizie nel cantiere, deceduta nel ’98, a soli 52 anni, per mesetelioma alla pleura. (n.v.)

Il Piccolo, 02 luglio 2009 
 
LA CAUSA PENALE PROMOSSA DA 13 LAVORATORI  
Lesioni da amianto non rilevanti, assolti  
Imputati di lesioni colpose i vertici di Italcantieri, Enel e Beraud
 
 
di FRANCO FEMIA

Sono stati assolti perché il fatto non sussiste i vertici dell’ex Italcantieri, della centrale elettrica e della Beraud accusati di lesioni colpose nei confronti di 13 ex dipendenti colpiti da lesioni dovute, secondo quanto recitava il capo di imputazione, all’esposizione all’amianto.
Il giudice Paola Santangelo, accogliendo anche la richiesta del pubblico ministero, ha ritenuto che non ci fossero le prove di colpevolezza. A favore degli imputati gli esiti delle perizie medico-legali che avevano sostenuto come le placche pleuriche riscontrate negli ex dipendenti dello stabilimento di Panzano e dell’Enel non erano tali da essere penalmente rilevanti.
Era questa anche la richiesta avanzata dal collegio di difesa (avvocati Pagano, Cassiani, Borgna, Bruno, Obizzi e Parragia), mentre le parti civili (avvocati Donolato, Ferrara, Cavallo e Benzoni) avevano chiesto un risarcimento danni da quantificarsi in sede civile.
I fatti di cui si è dibattuto durante il processo, caratterizzato da diverse udienze, occupano uno spazio temporale che va dagli anni Sessanta agli Ottanta durante i quali ai vertici dell’allora Italcantieri si erano avvicendati Giorgio Tupini, Vittorio Fanfani, Enrico Bocchini, Manlio Lippi, Corrado Antonini, Dario Alessandrini e Giancarlo Testa. Citati a giudizio anche Francesco Corbellini e Franco Viezzoli già presidente dell’Enel tra il 1980 e il 1996, l’ingegnere monfalconese Maurizio Voltan, direttore della centrale elettrica di Monfalcone. Imputato anche Ognissanti Barbotto Beraud, amministratore delegato della Santino e Mario Beraud, ditta che aveva operato all’interno dello stabilimento di Panzano.
I 13 ex dipendenti aveva presentato una denuncia alla Procura della Repubblica lamentando che avevano riportate le lesioni polmonari durante quella che loro avevano ritenuto esposizioni all’amianto. Ma le perizie mediche hanno rilevato che placche pleuriche e lesioni pleuro-polmonari non potevano essere correlate all’asbestosi.
Al tribunale di Gorizia sono in svolgimento altri processi per omicidio colposo derivanti dall’esposizione all’amianto che vedono sempre imputati i vertici dell’ex Italcantieri. Il tribunale goriziano ha già emesso due sentenze per il caso amianto, una di condanna e l’altra di assoluzione.

Il Piccolo, 03 luglio 2009
 
Anche Fiom e Cgil parte civile nei processi sui decessi per amianto 
 
Anche Cgil e Fiom provinciale si costituiranno, a partire dall’udienza di lunedì prossimo relativa a 15 decessi da amianto, parte civile nei processi a carico di dirigenti ed ex dirigenti del cantiere navale di Monfalcone per le morti di lavoratori e lavoratrici dello stabilimento esposti al minerale killer. L’organizzazione sindacale, però, ha intenzione anche di rivolgersi al giudice del Lavoro, sulla scia dell’esperienza già effettuata a Venezia, per ottenere il riconoscimento economico del danno differenziale, cioè del risarcimento del danno subito a livello globale dalla persona, tolto in sostanza quanto erogato dall’Inail.
«Si potrà dire che Cgil e Fiom arrivano per buone ultime alla costituzione di parte civile – ha spiegato ieri, illustrando l’azione intrapresa, il segretario provinciale della Cgil, Paolo Liva -. Siamo arrivati a questa decisione ora, perché riteniamo in qualche modo conclusa la fase della contrattazione e ora riteniamo di dover pensare in modo diverso ai danni subiti dai nostri iscritti». Senza interrompere comunque l’impegno per fare in modo che altri cento lavoratori di Fincantieri si arrivi al riconoscimento del minimo di dieci anni di esposizione all’amianto necessari per ottenere i benefici pensionistici previsti per legge.
Cgil e Fiom continueranno inoltre a sostenere con forza la richiesta di costituire nell’ospedale di Monfalcone di un centro di riferimento regionale e per tutta l’area Adriatica per le malattie asbestocorrelate.
«Abbiamo saputo dell’amianto in cantiere alla metà  degli anni ’70 e da allora tutto il sindacato, non solo la Cgil e la Fiom – ha aggiunto Liva – ha chiesto, quindi ben prima della normativa del 1992, la rimozione dell’amianto dallo stabilimento». Dopo il varo della legge, dal 1993 al 1997, è iniziatva la fase della contrattazione, con il ministero del Lavoro e l’Inail, per arrivare al riconoscimento dell’esposizione, ottenuto grazie alla presentazione di una documentazione che include le bolle d’ingresso del materiale in cantiere. Come primo risultato è arrivato il riconoscimento dell’uso dell’amianto fino all’ottobre del 1985, termine poi prolungato fino alla fine del 1988.
«Così dal 2000 al 2003 i lavoratori usciti dal cantiere grazie al riconoscimento dell’esposizione sono stati 1300 cui se ne sono aggiunti altri 600 negli ultimi anni – ha ricordato Liva -, mentre gli ex lavoratori la cui pensione è stata integrata grazie al riconoscimento sono 1000. Dal 1975 a oggi la scelta è¨ quindi stata quella di fare il nostro mestiere, cioè cercare di portare a casa più risultati possibile per i lavoratori. Adesso pensiamo di poter imboccare una strada diversa».
Stando al legale della Cgil, avvocato Luigi Genovese, ci sono tutte le ragioni giuridiche che legittimano un intervento del sindacato nei processi, mentre l’avvocato Giancarlo Moro del Foro di Padova, che collabora con la Cgil nazionale, ha preannunciato la volontà  del sindacato di aiutare i lavoratori a ottenere il risarcimento del danno differenziale, «la cui entità economica in alcuni casi è stata doppia rispetto l’indennizzo ricevuto dall’Inail». (la. bl.)

Messaggero Veneto, 03 luglio 2009 
 
Processi per amianto: Fiom e Cgil parte civile 
 
MONFALCONE. Fiom e Cgil si costituiranno parte civile nei processi per le morti di amianto. Lo hanno comunicato ieri i segretari provinciali di Cgil, Paolo Liva, e di Fiom, Thomas Casotto, informando che la costituzione di parte civile avverrà sia per i processi in corso, sia per quelli a venire, seguiti dagli avvocati Luigi Genovese (dell’ufficio legale vertenze del sindacato) e Giancarlo Moro (che più volte ha collaborato con Cgil nazionale).
«Vogliamo innanzi tutto sgomberare il campo dall’idea che il sindacato sapesse e non abbia parlato per salvaguardare i livelli occupazionali. Non è vero. Il sindacato ha saputo dell’amianto negli anni 80 e da allora – spiega Liva – ha combattuto». Prima per avere una legge che dichiarasse fuori legge l’amianto e poi dal 1993 al 1997 nella contrattazione con Inail per il riconoscimento all’esposizione, che è stato ottenuto fino al 1985. Dal 2000 al 2003 sono stati 1.300 i lavoratori che hanno avuto il riconoscimento e altri 600 negli anni successivi. Riconoscimento che è stato ottenuto anche per altri 1.000 dipendenti del cantiere già in pensione.
«In Fincantieri ci sono ancora 100 casi sospesi di persone riconosciute come esposte, ma non per i dieci anni necessari ad avere un beneficio. Per questi continueremo a operare. Quindi la nostra scelta dal 1975 a oggi è stata quella di fare il nostro mestiere: ossia contrattare. Oggi – ha detto ancora Liva – è giunto il tempo di pensare a noi, che siamo stati pure danneggiati, visto che gli effetti dell’esposizione ricadono su tutta la società e quindi ci costituiamo parte civile».
Ha annunciato anche che assieme ai legali sarà avviato anche un progetto di tutela per ottenere un risarcimento economico differenziale per chi ha subito i danni dell’amianto. Sono stati gli avvocati Genovese e Moro a spiegare che la prima costituzione di parte civile avverrà nel corso dell’udienza del 6 luglio, udienza di un processo per più casi di morti provocate dall’amianto. «Credo che Fincantieri debba essere chiamata a una responsabilità civile anche nei confronti dei lavoratori delle ditte in appalto», ha detto Genovese, mentre Moro ha spiegato che si lavorerà anche per ottenere un risarcimento differenziale, «ossia un risarcimento che valuti il danno subito, non solo fisico, ma anche psicologico o esistenziale».

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