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Il Piccolo, 28 ottobre 2010 
 
LA FEDERAZIONE RACCOGLIE L’APPELLO DEI BENGALESI 
«Siamo pronti ad aiutare la città a fondare una società di cricket»

La Federazione italiana cricket è pronta a sostenere in modo ufficiale la nascita di una squadra a Monfalcone. Questa estate i giocatori del Bangladesh avevano invitato gli italiani ad unirsi a loro e avevano chiesto all’amministrazione comunale di poter usufruire di uno spazio adeguato per praticare questa disciplina diffusa soprattutto nell’area del Commonwelth. Il presidente nazionale della Fcri, Simone Gambino, da un lato accoglie l’invito dei bengalesi, dall’altra ribalta la prospettiva. «Sono a disposizione di chiunque voglia affrontare il discorso in modo serio e senza demagogia. Sono prronto a venire a Monfalcone per parlare di quello che si può fare e come farlo. Situazioni come le vostre ce ne sono moltissime. Da quello che ho potuto leggere nella rassegna stampa che mi è arrivata il vicesindaco mi sembra attivo. La federazione è disponibile ad aiutarvi. Poche parole, ma tanta concretezza».
Il presidente Gambino premette alcuni passaggi necessari. «Per prima cosa andrebbe creata una società, poi andrebbe scelta la rosa. Si gioca in 11 e per giocare un campionato una squadra ha bisogno di 15 giocatori. Quindi andrebbe fatta una scrematura».
Affiliate alla Federcricket al momento in Friuli Venezia Giulia ci sono solo due società: il Pasian di Pordenone e il Pordenone. La prima gioca in serie C (la categoria più bassa), la seconda è iscritta, ma ancora non è attiva.
«La serie C si disputa in due fasi. A un girone interregionale a quattro squadre segue la final-four. L’impegno è di 3 o 5 partite e il campionato è quasi un torneo Uisp che si può giocare anche su un campo esterno. L’attività si svolge tra metà maggio e metà luglio a settimane alterne. Il tesseramento dei giocatori richiede solo un certificato medico e, per gli stranieri, il permesso di soggiorno valido».
Quanto ai 1000 euro dell’iscrizione della squadra, Gambino ricorda: «Per chi nelle trasferte è costretto a percorrere più chilometri della media ci sono i rimborsi chilometrci», Di fatto per alcune società, la partecipazione diventa gratuita.
Per informazioni si può consultare il sito internet www.crickitalia.org. (s.b.)

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Il Piccolo, 19 ottobre 2010 
 
L’ANNUNCIO NEL CORSO DEL VERTICE A VICENZA TRA SINDACATI E AZIENDA 
Cartiera Burgo, a dicembre chiude la linea 1 
A fine anno scade anche il contratto di solidarietà siglato per congelare i 50 esuberi

Dopo un’agonia durata due anni, chiude la linea 1 della Cartiera Burgo di San Giovanni di Duino. L’annuncio da parte della proprietà è scaturito nel corso del vertice convocato all’Assindustria di Vicenza, cui hanno preso parte anche alcuni delegati dello stabilimento locale. Dall’autunno 2008 la linea 1, l’impianto più datato della fabbrica, familiarmente chiamato “Anna” dagli operai, risultava in fermo produttivo. Mentre le altre linee, la 2 e la 3, pur colpite a singhiozzo da iniezioni di cassa integrazione hanno continuato a funzionare, per l’impianto in questione la ripresa della produzione, al di là degli interventi manutentivi, non è mai stata riavviata. Entro dicembre, dunque, “Anna” andrà in pensione.
D’altro canto, il perdurare della difficile congiuntura economica cui si imputa d’aver provocato a livello internazionale un crollo verticale della domanda di prodotto, aveva segnato un biennio da dimenticare, con ricadute pesanti sui fatturati. E appena adesso si inizia a intravedere un’inversione di tendenza. Per una cattiva notizia che allarma i rappresentanti dei lavoratori ve n’è, infatti, un’altra che spinge i sindacati a un cauto ottimismo: l’andamento positivo di Burgo group, illustrato dall’azienda nel corso dell’incontro vicentino. Merito della ristrutturazione che Burgo group, risultato della fusione tra il cartario torinese Burgo e la famiglia famiglia vicentina Marchi (43,3% del capitale), ha avviato a partire dal 2004, la prima metà dell’anno ha registrato un fatturato consolidato di 1,15 miliardi di euro (erano 1,02 miliardi nel primo semestre 2009) e un margine operativo lordo di circa 82 milioni di euro (erano 72 milioni nel 2009). L’indebitamento finanziario netto è sceso di 76 milioni. Stando alle previsioni riferite dal neoriconfermato delegato Rsu Adriano Valle (Ugl), nel 2011 “ci saranno investimenti per 30 milioni di euro, 12 dei quali verranno posti sulla manutenzione ordinaria nei diversi stabilimenti del gruppo”. La rimanente quota sarà distribuita invece negli impianti di Sora e Avezzano. “La proprietà – ha spiegato Valle – concentrerà gli investimenti sul funzionamento delle centrali turbogas delle fabbriche, strategicamente chiamate ad aumentare il margine dei profitti”. Segnali positivi anche sul fronte del ricorso agli ammortizzatori sociali, che nei primi nove mesi di quest’anno è diminuito dell’ 85% rispetto al 2009. Per assenza di ordinativi l’azienda si è invece vista costretta a confermare la terza settimana consecutiva di Cigo alla cartiera di Toscolano: “Se la tendenza non verrà invertita – ha commentato il sindacalista dell’Ugl – nei primi mesi del 2011 sarà purtroppo dichiarata la chiusura anche di questo stabilimento, dopo le fabbriche di Marzabotto e Chieti”. Per quanto riguarda invece le trattative in corso alla Cartiera Burgo di San Giovanni, a fine anno scadrà l’accordo sul premio produzione e dunque i sindacati saranno chiamati al rinnovo dell’intesa con la contrattazione di secondo livello. Altro importante scoglio da affrontare, per tamponare i circa 50 esuberi, la proroga per l’anno venturo del contratto di solidarietà, il cui termine è fissato il 31 dicembre 2010. Intanto è stata resa nota la nuova Rsu votata nei giorni scorsi dai 450 lavoratori: Uil e Cgil hanno perso un delegato rispetto all’ultima nomina. Questi i nominativi: per la Cisl Mauro Benvenuto, Roberto Pugliese e Alessandro Matteacci; per la Cgil Maurizio Goat, Simone Cumin e Francesco Vozza; mentre per l’Ugl Adriano Valle (il più votato in assoluto con 39 voti per Rsu e 79 per Rsl) e Andrea Capun; e per la Uil Luca Mian.
Tiziana Carpinelli

Il Piccolo, 10 dicembre 2010 
 
Cartiera Burgo, trattative a oltranza 
Sul tappeto il rinnovo del contratto di solidarietà ai lavoratori
A fine anno la linea 1 cesserà la produzione, settanta esuberi dichiarati

Sono proseguite fino a ieri in tarda serata le trattative alla Confindustria di Trieste per il rinnovo del contratto di solidarietà alla Cartiera Burgo di San Giovanni di Duino. Il tavolo, convocato per discutere punto per punto le condizioni avanzate nel precedente incontro dall’azienda, ha preso avvio alle 14. Ma le prime quattro ore sono servite solo per affrontare la materia del documento presentato la volta prima da Burgo group. I sindacati hanno proposto le proprie modifiche, concertate assieme agli operai, consultati nel corso dell’assemblea di fabbrica di martedì. Dopodiché i rappresentanti della proprietà si sono ritirati per altri sessanta minuti. Quindi il braccio di ferro serrato sul tema più delicato: la riorganizzazione del settore manutentivo. Come noto, i vertici aziendali hanno avanzato la richiesta di trasformare a giornata il turno diurno di un meccanico e un elettricista, chiamati a garantire anche la reperibilità sulle 24 ore nelle giornate infrasettimanali (durante i giorni festivi l’organico resta allo stato attuale), previa retribuzione ulteriore di 80 euro settimanali.
Fino a sera inoltrata le parti sindacali hanno strenuamente difeso le posizioni, avanzando la controproposta che ogni deroga al contratto nazionale di categoria – e sul riassetto della manutenzione e sulla riduzione dei turni di riposo, avvenga su base volontaria e non obbligatoria – come invece appunto vorrebbe Burgo group. In caso di mancata riconferma, da parte dell’azienda, della volontà di sottoscrivere il contratto di solidarietà, per i lavoratori dello stabilimento di San Giovanni di Duino, si prospetterebbe lo scenario della cassa integrazione straordinaria e dei licenziamenti, stante i 70 esuberi dichiarati dalla proprietà. A fine anno infatti, secondo quanto annunciato, la linea 1 cesserà definitivamente la produzione. A causa della difficile congiuntura economica e della crisi attraversata dal mercato cartaio negli ultimi anni, l’impianto risultava dal 2008 in fermo forzato. (ti.ca.)

Il Piccolo, 12 ottobre 2010 
 
IMPEGNO MASSIMO DEL TRIBUNALE DI GORIZIA SUL FRONTE DELL’ESPOSIZIONE DEI LAVORATORI NEI CANTIERI NAVALI 
Amianto, scatta un nuovo maxi-processo 
Riguarderà altre 35 vittime della fibra-killer. Entro il 2011 completate altre due o tre inchieste

di FRANCO FEMIA

Il tribunale di Gorizia sarà duramente impegnato nei prossimi anni sul fronte dei processi legati all’esposizione all’amianto. Da sei mesi è stato avviato il mega-processo per 85 morti da amianto tra i lavoratori del cantiere di Panzano con 41 imputati, e si profila all’orizzonte un nuovo procedimento per altre 35 vittime sempre per l’assunzione del minerale killer. La Procura della Repubblica ha in questi giorni informato gli indagati – sono sempre i vertici dell’ex Italcantieri – della chiusura dell’indagine. Ora i difensori hanno tempo 40 giorni per presentare memorie, nuova documentazione o chiedere l’interrogatorio degli indagati. Successivamente i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio degli indagati per omicidio colposo. Spetterà poi al gup fissare l’udienza preliminare e fissare, nel caso di rinvio a giudizio, il processo che si celebrerà sempre dinanzi a un giudice monocratico.
Ma il lavoro della Procura della Repubblica – la vicenda amianto è seguita dai pubblici ministeri Luigi Leghissa e Valentina Bossi – non finisce qui. Ci sono altre due o tre inchieste che procedono e che saranno presumibilmente completate entro il 2011.
D’altra parte le denunce per presunta morte causata dall’asbestosi continuano a giungere sul tavolo della Procura goriziana e secondo alcune statistiche ogni anno muoiono nel Friuli Venezia Giulia 60 persone per mesetelioma della pleura legato all’assunzione di amianto. E si ritiene che tra gli ex lavoratori dei cantieri si avranno decessi fino al 2020 come scriviamo a parte.
Alla Procura, diretta dalla dottoressa Caterina Ajello, per sveltire le inchieste sull’amianto è stato creato un pool di dieci persone che è costituito dai sostituti procuratori Luigi Leghissa e Valentina Bossi, da sei appartenenti alla forze dell’ordine (in gran parte carabinieri), due dirigenti del servizio di prevenzione e sicurezza sull’ambiente del lavoro dell’Azienda sanitaria isontina. C’è poi a disposizione un consulente informatico e, grazie a un server fornito dalla Regione, la Procura sta informatizzando tutto quanto è necessario per snellire il lavoro legato all’esposizione all’amianto. Si tratta di ricostruire 40 anni di storia dei cantieri, dal tipo e dalle modalità di costruzione delle navi, dai vertici apicali che si si sono succeduti in questi anni nello stabilimento di Panzano. E si tratta poi di memorizzare e incrociare migliaia di dati riferiti ai lavoratori e allo loro mansioni, il materiale documentale in possesso dei magistrati.
Si stanno raccogliendo e informatizzando anche le testimonianze fornite dai familiari e dai colleghi degli dipendenti deceduti divise anche per periodi di lavoro. Una mole di lavoro notevole che si sta dimostrando utile nelle udienze del maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia e che oggi prevede una nuova udienza.
Dinanzi al giudice monocratico dottor Matteo Trotta sfileranno come testi ancora ex dipendenti dei cantieri che racconteranno la loro esperienza lavorativa sulle navi realizzate nel bacino di Panzano.
 
UNA STRAGE CHE NON ACCENNA A FERMARSI 
Picco di decessi tra il 2015 e il 2020

Di amianto si continua e si continuerà a morire. Una strage destinata a salire ancora, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui, ritengono gli studiosi, arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate.
I rapporti sanitari in materia parlano da soli sulla portata del fenomeno. Secondo i dati del Registro tumori del Friuli Venezia Giulia, infatti, l’incidenza del mesotelioma maligno, forma tumorale legata all’esposizione da amianto, non accenna a fermarsi. Nel biennio 2004-2005 sono stati registrati 30 casi nell’Isontino e 45 nel Triestino. Il tasso di incidenza grezza è di 16 casi ogni 100mila uomini e di 5,5 casi ogni 100mila donne nell’Isontino, mentre nella provincia di Trieste sono 18,8 casi ogni 100mila maschi e 1,2 casi ogni 100mila donne. Per quanto riguarda gli uomini, si tratta di un’incidenza, rispettivamente, di 8 e 9 volte superiore rispetto alla provincia di Pordenone. In assenza di esposizione all’amianto, il rapporto sarebbe di un caso per milione di abitanti.
Stando ai dati relativi al biennio 2006-2007, l’incidenza dei casi di mesotelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine e di Pordenone.
Il territorio continua dunque a pagare in modo drammatico la pesante esposizione da amianto vissuta non solo dai lavoratori di cantieristica e metalmeccanica, ma anche da mogli, madri o sorelle che ne lavavano le tute, come pure da lavoratrici dell’industria tessile.
E ancora, secondo gli epidemiologi, negli ultimi 30 anni sono circa 900 i decessi collegabili all’esposizione della ”fibra killer” a Monfalcone, e altri 900 casi a Trieste. Quindi 1800 persone decedute, 60 ogni dodici mesi per ognuno di questi trent’anni.
In regione, inoltre, sono 8.400 gli iscritti al Registro degli esposti amianto, di cui 5.032 per motivi professionali. Di questi, i cittadini della provincia di Trieste sono 2.877, mentre dell’Isontino sono 1321.

Il Piccolo, 13 ottobre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Ascoltati altri quattro testimoni
Stabilito il calendario delle udienze fino alla fine dell’anno

Sono stati ascoltati dalla 10 alle 17 senza sosta i quattro testimoni chiamati a deporre ieri al maxi-processo avviato dal Tribunale di Gorizia per stabilire la responsabilità di 85 morti per amianto. Sul banco degli imputati si trovano 41 persone che a vario titolo negli anni hanno lavorato per il cantiere di Panzano. L’udienza di ieri, e l’intero procedimento, rappresentano un vero e proprio tour de force per il giudice Matteo Trotta. E sarebbe stata ancora più lunga, se uno dei testimoni non fosse stato assente. Ciascuna con le sue peculiarità, le testimonianze sono tutte molto simili tra loro. Anche se le une somigliano alle altre, come ha fatto notare uno dei legali di parte civile, l’avvocato Francesco Donolato, «nel susseguirsi dei racconti, si aggiungono particolari sempre nuovi».
Il volume di informazioni da gestire è mostruoso. Per capire quanto lo sia, è sufficiente prendere in considerazione il numero di testimoni chiamati in aula dal pubblico ministero Luigi Leghissa: quasi 400.
Tra le altre cose, ieri le parti hanno stilato le date delle prossime udienze. La prima sarà quella del 26 alle 9.30. Da qui alla fine dell’anno se ne terranno quattro in novembre e altre quattro in dicembre. È plausibile che solo per ascoltare i testimoni ci vorrà un altro anno e mezzo. «È un processo faticosissimo – assicura l’avvocato Riccardo Cattarini, uno dei difensori -, forse è il più faticoso mai affrontato dal Tribunale di Gorizia e il giudice Trotta sta approfondendo moltissimo dedicando molte energie a questo procedimento. Siamo fiduciosi». (s.b.)

Il Piccolo, 27 ottobre 2010 
 
AL MAXI-PROCESSO DEPOSIZIONE DI UN SOTTUFFICIALE CHE HA OPERATO SULLA ”GARIBALDI” 
«Solamente nel 1992 siamo stati informati che l’esposizione al materiale era pericoloso per la nostra salute»
«La Marina ignorava la pericolosità dell’amianto»

di FRANCO FEMIA

Anche il personale della Marina militare che operava sulle navi in costruzione ai cantieri di Panzano non era stato informato della pericolosità che comportava l’esposizione all’amianto. Lo ha dichiarato Aimone Bariviera, capo di 3a classe della Marina, oggi in pensione, chiamato a deporre al maxi-processo per l’amianto. «Nessuno ci ha fornito notizie sull’amianto – ha detto – e lo abbiamo usato come qualsiasi altro materiale».
Bariviera era uno dei sottufficiali incaricati di controllare i lavori sulla portaelicotetri ”Garibaldi”, allora ammiraglia della flotta militare italiana, realizzata a Monfalcone dall’Italcantieri. «Ho saputo dei rischi per la salute che comportava l’esposizione all’amianto solamente nel 1992 quando è uscita la legge per il personale imbarcato che era stato a contatto con l’amianto», ha risposto Bariviera a una domanda che era stata rivolta dal pubblico ministero Luigi Leghissa.
Comunque anche sulla ”Garibaldi” è stato utilizzato l’amianto. Bariviera ha sottolineato che questo materiale veniva utilizzato nella guarnizioni dei tubi che conducevano acqua alta, negli scambiatori di calore e in un piccolo inceneritore di cui era fornita la nave. L’inceneritore, ha spiegato Bariviera, si trovava nell’area riservata della ”Garibaldi” e viene usato in caso di necessità di distruggere materiale riservato.
«Ho maneggiato l’amianto per lavori di manuntenzione – ha detto Bariviera – non solo sulla Garibaldi ma anche su altre navi su cui ho navigato».
Il sottufficiale della Marina è stato impiegato sulla ”Garibaldi” per oltre tre anni, fino al 1986 quando la portaelicotteri ha lasciato il cantiere di Panzano per raggiungere La Spezia ed entrare in piena attività. «Sulla nave lavorava una miriade di lavoratori – ha affermato Bariviera – con mansioni diverse, c’erano i coibentatori, gli elettricisti, i tubisti. Molti lavoravano nello stesso ambiente e le coibentazioni venivano fatte in contemporanea con altri lavori».
Bariviera, che non aveva alcun rapporto di dipendenza con l’Italcantieri, ha detto che quando si trovava sulla nave usava della mascherine, che gli venivano fornite dalla Marina militare e che anche gli operai portavano della mascherine mentre il personale adibito alla sicurezza usavano caschi gialli e i guardiafuochi uno rosso.
E domani si replica. Il giudice monocratico Matteo Trotta ha convocato tutti per le 9 nell’aula dell’ex Corte di assise, dove sfileranno ancora dei testi citati dal pubblico ministero. Si tratta ancora di ex dipendenti dei cantieri che hanno lavorato negli anni che vanno dal Sessanta al Novanta, chiamati a raccontare come era organizzato e in quali condizioni si svolgeva il lavoro sulle navi con particolare riferimento all’utilizzo dell’amianto.
Il processo, iniziato nel maggio scorso, vede imputati 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Tutti devono rispondere di omicidio colposo per la morte da asbestosi di 85 persone che hanno lavorato sulle navi.

Il Piccolo, 05 novembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO. NUOVE TESTIMONIANZE 
«Se avessi saputo che c’era l’amianto mi sarei licenziato»

di FRANCO FEMIA

«Se venivo a sapere che ai cantieri si usava l’amianto mi sarei licenziato perché ci tengo alla salute»: Sergio Veronesi, friulano di Bagnaria Arsa, per 30 anni dipendente dell’allora Italcantieri e sofferente di asbestosi, risponde così a un certo punto all’incalzare delle domande dell’avvocato Riccardo Cattarini, che nel maxiprocesso dell’amianto difende Bilucaglia e Visintin, due addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Tra il legale e il teste c’è stato anche un vivace battibecco proprio sulla conoscenza o meno della pericolosità dell’amianto e anche sui sistemi utilizzati per la prevenzione. «Nessuno mi obbligava a mettere l’elmetto o le mascherine – ha detto Veronesi -. Lo facevo di mia iniziativa per salvaguardare la mia salute».
Anche Giorgio Montini, di Sagrado, dipendente dell’Italcantieri dal 1974 al 2001, ha confermato al giudice di essere venuto a conoscenza della pericolosità dell’amianto solamente un paio di anni prima di andare in pensione. Montini, che svolgeva le mansioni di saldatore, ha illustrato l’ambiente in cui lavorava, la sala macchine, pieno di polvere e fumo provocati dal taglio e dalle saldature delle lamiere e che gli aspiratori non riuscivano a smaltire in modo sufficiente.
Sull’utilizzo delle mascherine, Montini ha confermato quanto hanno riferito nelle precedenti udienze da altri ex dipendenti dell’Italcantieri: erano in pochi a utilizzarle anche perché negli angusti spazi di lavoro era difficile tenerle per ore e spesso impedivano anche di usare l’elmetto. «Poi, spesso – ha detto il teste – il magazzino era sprovvisto. Quando c’era tanto fumo cercavo di coprirmi la bocca con degli stracci o dei fazzoletti».
Molte delle domande del pm Luigi Leghissa vertevano sulla coibentazioni che venivano fatte su alcune parti delle navi in costruzione. Ed è emerso che, almeno fino a metà degli anni Settanta come ha precisato Giuseppe Bertolissi, l’impasto di cemento e amianto veniva lavorato direttamente sul posto e usato per coibentare i tubi che portavano vapore o gli scarichi dei motori. Solamente negli anni successivi veniva usata lana di vetro e di roccia.
Il processo proseguirà martedì 9 novembre con una nuova udienza dedicata alla deposizione di testimoni.

Il Piccolo, 10 novembre 2010 
 
«Ho saputo del pericolo solo leggendo i giornali» 
Maxi-processo amianto, continua in aula la sfilata degli ex operai del Cantiere

di FRANCO FEMIA

«Noi lavoratori dei cantieri sapevamo che nella realizzazione delle navi veniva usato amianto già negli anni Settanta anche se nessuno ci aveva infomato sulla natura di questo materiale». Lo ha detto ieri, dinanzi al maxi-processo che si celebra al tribunale di Gorizia, Luciano Querci Della Rovere, che per quasi trent’anni ha lavorato sulle navi in costruzione a Panzano prima nel reparto officina e poi in salderia. «Ho sempre saputo che ai cantieri si usava l’amianto – ha detto Della Rovere, che aveva iniziato a lavorare all’Italcantieri nel 1971 -, ma nessuno ci aveva detto che era pericoloso. L’ho saputo anni dopo dai giornali». Amianto che veniva usato anche sui sommergibili. Veniva applicato infatti attorno ai boiler. Il teste ha pure ricordato che materiale di amianto veniva utilizzato per saldare le lamiere delle fiancate delle navi e questo avveniva ancora nella seconda metà degli anni Ottanta.
Della Rovere ha confermato che sui posti di lavoro funzionavano degli impianti di aerazione, ma spesso erano gli stessi operai a chiedere la loro chiusura perché il loro rumore era assordante.
Al processo in precedenza aveva deposto anche Gianpaolo Visintin, che aveva lavorato alcuni anni all’Italcantieri per una ditta esterna. Aveva il compito di dipingere e pulire le navi e ha ricordato di aver visto operai spruzzare all’interno delle navi una sostanza che aveva poi scoperto fosse amianto.
La prossima udienza è fissata per lunedì 15 novembre sempre per sentire ancora ex dipendenti dell’allora Italcantieri. Fino ad ora il pubblico ministero non ha rinunciato ad alcun teste di 400 indicati nella lista presentata all’inizio del processo.

Il Piccolo, 16 novembre 2010

Maxi-processo amianto Gli operai: «Ecco come si lavorava in Cantiere»

Nuova udienza dedicata al maxi-processo legato all’esposizione all’amianto, al Tribunale di Gorizia. Anche ieri sono sfilati i testimoni, presentati dalla pubblica accusa, con il pm Luigi Leghissa, per raccontare come si lavorava in cantiere. Persone che, direttamente o indirettamente, hanno operato all’exItalcantieri, su navi, sommergibili, ma anche in terraferma. Lavoratori diretti e dipendenti delle ditte d’appalto. Sul tappeto resta la ricostruzione delle condizioni di lavoro, in relazione in particolare alla salubrità, alla sicurezza e all’adozione o meno di mezzi e attrezzature, come le mascherine, volte a prevenire situazioni di disagio e per la salvaguardia della salute.
Anche le testimonianze rese ieri davanti al giudice monocratico Matteo Trotta, hanno tratteggiato un quadro pressochè unitario: la scarsa conoscenza circa la pericolosità del minerale, per la quale ne conseguiva anche una poco accurata prevenzione, in fatto di misure di idonea protezione. Quasi tutti hanno osservato: «si respiravano polveri». Certo, spesso i ricordi riportati sono sfumati, trattandosi di circostanze lontane nel tempo, oppure riferite da testimoni poi deceduti.
Sono già fissate le udienze del 2, 9 e 14 dicembre, durante le quali saranno ascoltati circa 5-6 testi alla volta. Il 2 dicembre, inoltre, sarà reso noto il calendario per i mesi di gennaio e febbraio 2011. La volontà è quella di accelerare il procedimento, con due udienze alla settimana.

Il Piccolo, 07 dicembre 2010 
 
Amianto causa della morte, una certezza già 21 anni fa 
In una sentenza del pretore di Udine la relazione tra esposizione e il decesso di un cantierino
STRAGE CHE CONTINUA
IL DRAMMA 
Il caso riguardava un operaio di Fiumicello che aveva lavorato a Panzano. L’Inail venne condannata a risarcire la vedova

di FRANCO FEMIA

Una correlazione tra l’asbestosi, provocata da inalazione di polveri d’amianto, e il tumore alla pleura era stata accertata ancora 21 anni fa da un giudice che aveva condannato l’Inail a pagare le ”rendite superstiti” alla vedova di un operaio al cantiere navale di Panzano morto per mesetelioma. Era l’ottobre del 1989 quando il pretore di Udine, dottor Carchio, aveva dato ragione a Giuliana Zuppel, moglie di Lionello Bugni, di 56 anni, residente a Fiumicello, deceduto tre anni prima, condannando l’Inail, che aveva sempre disconosciuto il nesso di casualità tra l’asbestosi, quale malattia professionale, e il decesso del cantierino. Erano stati il primario di servizio di Fisiopatologia respiratoria e Pneumologia sociale dell’ospedale di Udine e l’anatomopatologo che aveva eseguito l’autopsia, a sostenere che l’asbesto svolge una diretta azione timore nei riguardi del carcinoma del polmone e soprattutto del mesetelioma della pleura.
Era stata stata quella del giudice Carchio la prima sentenza in regione in materia di amianto, che aveva allora suscitato scalpore. La Fim-Cisl, che aveva assistito la signora Zuppel nell’azione legale con l’avvocato Luigi Genovese, aveva diffuso un volantino per sostenere come le preoccupazioni del sindacato avanzate ancora a metà degli anni settanta erano giuste. «Ci avevano accusato di fare del terrorismo psicologico – si legge – ma alla fine si è dovuto riconoscere che le prove che portavamo a sostegno di questa tesi erano fondate».
Ma quella sentenza, ritenuta esplosiva, rimase per molti anni lettera morta. Ci volle la forte azione dell’Associazione esposti all’amianto non solo per tener vivo il problema, ma anche per sollecitare la magistratura a intervenire e a dar corso agli 800 e passa esposti presentati alla Procura. Si sono dovuti attendere quasi venti anni, e l’intervento del presidente della Repubblica, per veder partire il maxiprocesso dinanzi al tribunale di Gorizia con 41 imputati di omicidio colposo – i vertici dell’allora Italcantieri e i responsabili delle ditte subappaltanti – nei confronti di un’ottantina di lavoratori del cantiere ucciso dall’amianto.
Ma non pochi operai, come riportano alcune testimoni sentiti al processo, sono stati informati solamente negli anni Novanta del pericolo legato all’esposizione all’amianto.
 
IL DRAMMA. A GENNAIO LA RICHIESTA DI ALTRI RINVII A GIUDIZIO 
In arrivo un altro maxi-processo

Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il piccolo delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone. (fra. fem.)

Il Piccolo, 10 dicembre 2010 
 
«L’amianto non ci faceva paura» 
Nei primi anni ’70 non c’era una percezione del rischio in cantiere

di FRANCO FEMIA

«Si, agli inizi degli anni Settanta si parlava di amianto all’interno dei Cantieri, ma in forma leggera, non c’era ancora la percezione della sua pericolosità»: a dichiararlo ieri dinanzi al giudice monocratico, Lino Rossetti, che ha lavorato per 37 anni, dal 1952 al 1989, nello stabilimento di Panzano come saldatore elettrico, uno dei testi che ha deposti al maxiprocesso.
Rossetti era uno dei 140 delegati di fabbrica ma più volte, dinanzi alle richieste rivoltegli ieri in aula dal pm Valentina Bossi e dagli avvocati della difesa Borgna e Cattarini, ha sostenuto che nei primi anni ’70 anche il sindacato non aveva sollevato il problema della pericolosità dell’amianto. Era stata svolta in quegli anni una ricerca epidemiologica ma su vari gli aspetti legati alla tutela del mondo del lavoro. Era emersa una relazione di poche paginette in cui non compariva il problema amianto. In base a quella ricerca era intervenuta anche la medicina del lavoro, che aveva fatto eseguire delle visite mediche a campione ai lavoratori, che erano stati sottoposti a esami pneumologici e spirometrici e dell’udito per valutare l’esistenza di malattie professionali. Ma anche allora, secondo Rossetti, nessun allarme era stato lanciato sulla pericolosità all’esposizione all’amianto. E sul fatto che il sindacato non avesse approfondito il tema, il teste ha sostenuto che la sua funzione all’interno del cantiere era quella di far rispettare gli accordi aziendali.
Dalla testimonianza di Rossetti è emerso, comunque, che sebbene si fosse a conoscenza che gli operai erano in contatto con l’amianto, il suo pericolo era stato sottovalutato o considerato come uno dei tanti problemi legati alla tutela dell’ambiente e dei lavoratori come la polverosità creata dai fumi o la rumorosità. «Se qualcuno ci avesse informato della reale pericolosità dell’esposizione all’amianto – ha detto Rossetti – certamente avremmo chiesto la sua eliminazione».
La prima sentenza che riconosce l’esposizione all’amianto come malattia professionale porta la data dell’ottobre1989 e la firma di un giudice del lavoro di Udine, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, ma allora in un volantino della Fim-Cisl si leggeva che da 15 anni si parlava all’interno della fabbrica della pericolosità dell’amianto.

Il Piccolo, 15 dicembre 2010 
 
«Maschere protettive? Ce le compravamo noi» 
Altre testimonianze di ex dipendenti al maxiprocesso amianto

Continua la sfilata di operai ed ex lavoratori dell’Italcantieri dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta chiamati a testimoniare nel maxi-processo per l’amianto. Si ripercorre, anche con queste testimonianze, gli ambienti di lavoro al cantiere di Panzano, dove si utilizzava l’amianto nella costruzione delle navi. I testi citati ieri hanno confermato come fino a metà degli anni Settanta veniva usato l’amianto a protezione delle condutture, delle caldaie e di altre parti sensibili della nave per prevenire gli incendi. E a manipolare in misura maggiore l’amianto, o meglio il cemento-amianto, erano per la maggior parte dipendenti di ditte esterne. «Era noto agli operai – ha affermato un capo reparto, in servizio all’Italcantieri fino al 1985 – che veniva usato l’amianto e ho saputo che era pericoloso dopo gli anni Ottanta da ambienti sindacali».
Sulla prevenzione è stato ribadito che non tutti indossavano mascherine, ma c’erano del tipo speciali che venivano usate da chi lavorava in ambienti molto polverosi. Ma c’era chi le mascherine se le comperava a proprie spese, come ha riferito un addetto alle pulizie dipendente di una ditta esterna. Solo in secondo tempo le forniva l’Italcantieri, ma mai la ditta di cui era dipendente. Anche le tute di lavoro degli operai solo dagli anni Settanta venivano lavate a cura dell’Italcantieri.
Sulle visite mediche è stato confermato che venivano effettuate regolarmente e che erano più frequenti per quegli operai a rischio di malattie professionali. E quegli stessi operai percepivano un’indennità riconosciuta proprio per chi faceva lavori ritenuti più nocivi.
Il processo è stato aggiornato al prossimo anno. Il dottor Trotta ha fissato per i primi due mesi del 2011 sei udienze: si riprenderà il 18 gennaio per continuare il 24 e il 31 gennaio; tre udienze anche a febbraio: l’uno, il 22 e il 24. E protagonisti saranno ancora i lavoratori dei cantieri. (fra.fem.)

Il Piccolo, 22 dicembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Mancata sorveglianza in tre rinviati a giudizio 
Nuovo filone al Tribunale, sotto accusa i responsabili della sicurezza nel cantiere

Aperto ieri mattina al Tribunale di Gorizia un altro filone sulle morti per amianto del maxi-processo dai contorni ancora da definire e sul quale si sta occupando la magistratura goriziana. Il Gip Paola Santangelo ha infatti rinviato a giudizio Marino Visintin, Mario Bilucaglia e Mario Abbona, addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Il magistrato contesta ai tre la mancata sorveglianza sul luogo di lavoro, e cioè al cantiere navale di Panzano. Non si tratta di un nuovo reato, Visintin, Bilucaglia e Abbona sono già imputati nel maxi-processo. L’udienza si terrà il 22 febbraio, quando riprenderà il processo. La decisione del rinvio a giudizio dei tre da parte del giudice per le indagini preliminari è dovuta al fatto che al processo è stata ammessa anche la causa relaitva a un’altra vittima dell’amianto. Secondo il legale di Visintin e Bilucaglia, l’avvocato Riccardo Cattarini, il ruolo dei due funzionari non era direttamente finalizzato a un controllo diretto sull’effettiva applicazione delle norme di sicurezza e tutela della salute all’interno del cantiere. Svolgevano di fatto una sorta di consulenza. E quindi, secondo il legale, sono da ritenersi estranei alle accuse mosse a loro carico.
Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone.

Il Piccolo, 12 ottobre 2010 
 
Il Comune vende 28 suoi alloggi 
A Panzano e ad Aris Si punta a incassare 1,6 milioni di euro

Il Comune di Monfalcone vende una trentina di alloggi popolari di proprietà per incassare risorse economiche da reimpiegare nella manutenzione del proprio patrimonio immobiliare. Giovedì, infatti, approderà in Consiglio comunale il piano di vendita relativo al 2010, oggetto di confronto oggi nella commissione competente.
Si tratta di 28 alloggi popolari che l’ente locale ha affidato in gestione all’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater), per i quali l’amministrazione comunale ha deciso l’alienazione in virtù del carente stato di manutenzione, ma anche delle manifestazioni di interesse da parte degli affittuari all’acquisto.
Sono 16 immobili situati a Panzano e 12 distribuiti in altre zone cittadine, in particolare in via Aris, nel rione Aris-San Polo. Per questo ”contingente” residenziale il Comune ha ipotizzato un incasso complessivo pari a 1 milione e 620mila euro, di cui 791mila euro per gli alloggi di Panzano e circa 829mila euro per gli altri immobili. Nell’ambito della messa in vendita degli alloggi, come ha spiegato l’assessore Massimo Schiavo, sarà tenuto conto del diritto di acquisto prioritario che potrà venire espresso dagli attuali inquilini interessati. Alienazioni a fronte di un’offerta vantaggiosa rispetto ai prezzi di mercato.
Non è il primo piano di vendita elaborato dall’ente locale che, attualmente, mantiene un consistente patrimonio immobiliare in città, stimato in circa 300 alloggi complessivi, di cui circa 200 concentrati a Panzano. Nello stesso rione sono stati alienati altri dieci appartamenti.
Si tratta di alloggi comunque ”datati”, soprattutto quelli di Panzano, dove le realizzazioni risalgono al periodo tra il 1908 e il 1927. È pertanto necessaria un’opera di costante manutenzione.
«La filosofia di fondo – ha osservato l’assessore Massimo Schiavo – è quella di mettere in vendita una quota del patrimonio comunale che risulta non essere più in condizioni di venire riaffittato. Le risorse economiche così recuperate, vengono riutilizzate per l’opera di manutenzione, valorizzando pertanto i nostri immobili».
Da qui, dunque, l’elaborazione di specifici piani, analizzando le condizioni degli alloggi e l’opportunità di procedere con la relativa alienazione.

Il Piccolo, 11 ottobre 2010

FENOMENO IN CONTROTENDENZA DOPO ANNI DI MASSICCIA IMMIGRAZIONE
Stranieri, primi segnali di fuga dalla città
Colpita dalla crisi soprattutto la numerosa comunità bengalese. Bambini ritirati da scuola

di LAURA BORSANI

Stranieri? Per la prima volta si inverte la tendenza in città. Perchè non solo rallentano gli arrivi, ma è iniziato anche un fenomeno migratorio. Numeri piccoli in termini assoluti, comunque significativi: poco meno di un centinaio, da gennaio a settembre, si sono trasferiti. Metà sono bengalesi. E in buona parte, a rientrare nel Paese d’origine, sono donne e bambini. Le famiglie così si dividono, poichè a lasciare la città sono per prime proprio le donne, che non lavorano, e la prole. Ciò sta portando anche a ritiri di bambini dalle scuole, in primis la Duca d’Aosta e la media Giacich, da tempo caratterizzate da alti tassi di presenza di alunni stranieri (uno su quattro), avendo impostato una specifica attività di integrazione.
È un fenomeno inedito per Monfalcone, legato alla crisi. Uomini che si spostano in un altro Paese in cerca di occupazione. E i nuclei familiari si assottigliano di fronte alla difficoltà economica. L’inversione di tendenza non è passata inosservata. Negli ultimi mesi gli stranieri già iscritti all’anagrafe ed emigrati all’estero sono stati 63, di cui 32 donne e 31 uomini. La metà è bengalese, 34 in tutto, di cui 23 donne e 11 uomini. Seguono i croati (7 uomini e una donna), i macedoni (5) e i kosovari (4, di cui 3 donne).
Cifre ancora insignificanti sotto il profilo statistico, ma tali da far riflettere una città abituata a costanti flussi migratori con una presenza straniera che resta importante. A Monfalcone il rapporto è di un cittadino straniero su sette. Dal 2008 al 2009 i non italiani sono passati dal 13,2% al 14,6% della popolazione residente totale. E dopo il picco del 2007, c’è stata una flessione in termini assoluti del volume complessivo dei nuovi arrivati. Dei 28.043 abitanti di Monfalcone registrati al 31 dicembre scorso, 4.096 sono stranieri. Nel 2008 erano 3.713. La comunità più numerosa resta quella bengalese, che, a livello mandamentale è a quota 1529, seguita dai bosniaci (480), romeni (672) e croati (595). Il fenomeno in controtendenza può essere legato alla perdita del lavoro.
«I motivi per cui questi stranieri risultano emigrati all’estero – osserva l’assessore alle Politiche sociali Cristiana Morsolin – possono essere riconducibili a diversi fattori, tra i quali anche il disagio economico. Incrociando altri dati, inoltre, notiamo un comportamento specifico espresso dalla comunità più numerosa, quella bengalese. In alcuni casi i bambini non frequentano più le nostre scuole. In momenti difficili come quello attuale, prima se ne vanno le donne e i loro figli, poi, gli uomini. Per le altre etnie, specie quella croata e macedone, gli spostamenti riguardano soprattutto gli uomini in cerca di occupazione».
Ma ad affrontare la crisi sono anche numerosi stranieri stanziali, ormai radicati in città. Per loro, in particolare i bengalesi, che spesso lavorano alle dipendenze di ditte in appalto a Fincantieri, i problemi si moltiplicano. Non c’è solo la questione legata alla garanzia degli ammortizzatori sociali. L’aggravante è costituita dal fatto che gli stranieri non possono accedere ad interventi di sostegno.
«La legge regionale sul Fondo di solidarietà esclude gli stranieri – spiega la Morsolin -. Si evidenziano pertanto situazioni in cui lavoratori dipendenti di una stessa azienda in crisi hanno possibilità diverse, creando di fatto un’evidente disparità di trattamento».

LO SOSTIENE IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA IMMIGRATI
«I dati ufficiali sottostimano l’esodo»

«Gli stranieri che sono tornati a casa, sono molti di più rispetto a quelli indicati nei dati ufficiali del Comune». Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark, ne è certo. Il presidente della Consulta stranieri spiega però che nessuno parte con l’idea di non tornare. «Al momento la situazione economica è difficile per tutti – dice -. La mancanza del lavoro non permette al capofamiglia di mantenere la moglie e i figli. In Bangladesh un po’ per tradizione, un po’ per orgoglio, si pensa che il maschio debba mantenere tutti, così per evitare situazioni imbarazzanti chi perde il lavoro fa rientrare i propri cari perché a casa la vita costa di meno».
«Chi è in possasso di un permesso di soggiorno a tempo indeterminato o a lungo periodo – prosegue il presidente della Consulta – è obbligato a tornare in Italia entro un anno per non perderlo».
Mukter ricorda in ogni caso che c’è anche il fenomeno opposto. Che cioé normalmente gli immigrati emigrano non con il proposito di fermarsi all’estero per tutta la vita, piuttosto si spostano con l’idea di rientrare appena possibile. «Tutti vengono con un programma di una decina d’anni. L’idea è di mettere da parte un po’ di denaro per poi aprire un’attività o comperare una casa nel Paese d’origine. Se poi uno si trova bene, magari si ferma anche in Italia, ma è l’eccezione, non la regola».
Tra le criticità individuate da Mark, c’è quella dall’abitazione. Da quando sono stati fissati dei limiti sul numero di persone che possono occupare un dato appartemento, le comunità straniere sono andate in crisi. Di questo se n’è parlato anche nel corso della prima riunione della Consulta stranieri convocata ieri mattina nell’ex Libreria Mondadori di via Sant’Ambrogio. «Prima due fratelli potevano dividere l’affitto di un appartamento vivendo con le rispettive famiglie, oggi non possono più farlo. Devono prendere una casa loro. Ma l’affitto non si dimezza e non riescono a sostenere le spese. Ecco allora che mogli e figli devono rimpatriare». (s.b.)

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