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Esce il numero 6 di MonfalconeTerritorio
In tutte le edicole della sinistra Isonzo da giovedì 24 dicembre

Editoriale: Cara cugina ti scrivo…

Lo so, è tanto che non ci sentiamo. Mi chiedi come vanno le cose a Monfi, città della tua infanzia e adolescenza, città in cui abbiamo condiviso forse i migliori anni della nostra vita, inconsapevoli e felici.
E’ cambiata, si è riempita di strana gente, strane lingue e strani accenti. Per molta gente questo è un problema: “no se senti più parlar bisiaco, xe pien de botteghe bengalesi, i nostri fioi a scola no impara più niente perché toca insegnarghe italian a quei altri, no se pol più caminar per la strada…, par de esser a Dacca, sta gente ne ruba el lavor… Monfalcon no xe più quela…, mi no son razzista ma tutti sti cabibi…” (scusa il bisiaco imperfetto). Ma a tutto questo rimedieremo: abbiamo un sacco di telecamere per controllare, perché la sicurezza è una priorità e poi abbiamo pensato di monfalconesizzare tutti questi stranieri. Come? Beh, insegneremo loro l’italiano e naturalmente anche il bisiaco, faremo corsi rapidi di cucina locale così scompariranno gli sgradevoli odori speziati e nei nostri condomini assaporeremo soltanto effluvi di brovada e cotechini, sardele in savor, renga e jota…
Poi ci riapproprieremo della piazza e del centro. Eh, il centro, è triste il centro. Negozi chiusi, bar semivuoti, aria di crisi. Per fortuna i centri commerciali reggono, è un buon posto per socializzare, pensa che quando chiedo ai miei alunni che cosa conoscono meglio della loro città in tanti mi rispondono l’”Emisfero”. Sorprendente no?
(Continua su MT6)

Questo giornale nasce per parlare, discutere e far discutere sui problemi reali della nostra città e di tutto il suo territorio mandamentale verso il quale abbiamo grandi responsabilità.
Questo giornale nasce per parlare della nuova Monfalcone e anche dei suoi nuovi abitanti, di cosa sa esprimere questa città, anche delle cose belle che vi succedono.
Vogliamo essere un giornale aperto per una città aperta, rinnovata, ottimista nonostante tutto.

Il blog di MonfalconeTerritorio

MonfalconeTerritorio 06

SOMMARIO DEL NUMERO 6, DICEMBRE 2010

Pag.02 Editoriale: Cara cugina ti scrivo
Pag.03 Come monfalconezzisarsi in 10 mosse
Pag.04 Era l’estate 2008
Pag.05 Con il colore dell’amianto
Pag.06 Dolorosa fu la partenza…
Pag.08 Monfalcone sito nucleare
Pag.09 L’Italia progetta centrali nucleari vicino alla Carinzia
Pag.10 Bassa soglia
Ogni volta che ti sorride

Pag.12 Monfalcone noi e la Gabanelli
Pag.13 La monanarzia
Pag.14 Bisiachi rossi e bastardi
Pag.15 Monfalcone, corridoio 5
Ma cosa ne pensano i comuni?

Pag.16 La parola ai progettisti
Pag.17 Una storia disonesta
Pag.20 Lentamente e consapevolmente
Pag.22 Ricerca pittorica e impegno sociale
Pag.24 Il viaggio di MT nel mondo delle donazioni alla vita
Pag.25 Quando ad uccidere non sono i cattivi
Pag.26 Difesa della razza
Pag.28 Carlo Michelstaedter spiegato a mio figlio
Pag.29 Il prossimo sindaco di Monfalcone
Pag.30 Sulla relatività Einstein aveva ragione
Pag.31 Acqua azzurra acqua cara

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Il Piccolo, 12 ottobre 2010 
 
IMPEGNO MASSIMO DEL TRIBUNALE DI GORIZIA SUL FRONTE DELL’ESPOSIZIONE DEI LAVORATORI NEI CANTIERI NAVALI 
Amianto, scatta un nuovo maxi-processo 
Riguarderà altre 35 vittime della fibra-killer. Entro il 2011 completate altre due o tre inchieste

di FRANCO FEMIA

Il tribunale di Gorizia sarà duramente impegnato nei prossimi anni sul fronte dei processi legati all’esposizione all’amianto. Da sei mesi è stato avviato il mega-processo per 85 morti da amianto tra i lavoratori del cantiere di Panzano con 41 imputati, e si profila all’orizzonte un nuovo procedimento per altre 35 vittime sempre per l’assunzione del minerale killer. La Procura della Repubblica ha in questi giorni informato gli indagati – sono sempre i vertici dell’ex Italcantieri – della chiusura dell’indagine. Ora i difensori hanno tempo 40 giorni per presentare memorie, nuova documentazione o chiedere l’interrogatorio degli indagati. Successivamente i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio degli indagati per omicidio colposo. Spetterà poi al gup fissare l’udienza preliminare e fissare, nel caso di rinvio a giudizio, il processo che si celebrerà sempre dinanzi a un giudice monocratico.
Ma il lavoro della Procura della Repubblica – la vicenda amianto è seguita dai pubblici ministeri Luigi Leghissa e Valentina Bossi – non finisce qui. Ci sono altre due o tre inchieste che procedono e che saranno presumibilmente completate entro il 2011.
D’altra parte le denunce per presunta morte causata dall’asbestosi continuano a giungere sul tavolo della Procura goriziana e secondo alcune statistiche ogni anno muoiono nel Friuli Venezia Giulia 60 persone per mesetelioma della pleura legato all’assunzione di amianto. E si ritiene che tra gli ex lavoratori dei cantieri si avranno decessi fino al 2020 come scriviamo a parte.
Alla Procura, diretta dalla dottoressa Caterina Ajello, per sveltire le inchieste sull’amianto è stato creato un pool di dieci persone che è costituito dai sostituti procuratori Luigi Leghissa e Valentina Bossi, da sei appartenenti alla forze dell’ordine (in gran parte carabinieri), due dirigenti del servizio di prevenzione e sicurezza sull’ambiente del lavoro dell’Azienda sanitaria isontina. C’è poi a disposizione un consulente informatico e, grazie a un server fornito dalla Regione, la Procura sta informatizzando tutto quanto è necessario per snellire il lavoro legato all’esposizione all’amianto. Si tratta di ricostruire 40 anni di storia dei cantieri, dal tipo e dalle modalità di costruzione delle navi, dai vertici apicali che si si sono succeduti in questi anni nello stabilimento di Panzano. E si tratta poi di memorizzare e incrociare migliaia di dati riferiti ai lavoratori e allo loro mansioni, il materiale documentale in possesso dei magistrati.
Si stanno raccogliendo e informatizzando anche le testimonianze fornite dai familiari e dai colleghi degli dipendenti deceduti divise anche per periodi di lavoro. Una mole di lavoro notevole che si sta dimostrando utile nelle udienze del maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia e che oggi prevede una nuova udienza.
Dinanzi al giudice monocratico dottor Matteo Trotta sfileranno come testi ancora ex dipendenti dei cantieri che racconteranno la loro esperienza lavorativa sulle navi realizzate nel bacino di Panzano.
 
UNA STRAGE CHE NON ACCENNA A FERMARSI 
Picco di decessi tra il 2015 e il 2020

Di amianto si continua e si continuerà a morire. Una strage destinata a salire ancora, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui, ritengono gli studiosi, arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate.
I rapporti sanitari in materia parlano da soli sulla portata del fenomeno. Secondo i dati del Registro tumori del Friuli Venezia Giulia, infatti, l’incidenza del mesotelioma maligno, forma tumorale legata all’esposizione da amianto, non accenna a fermarsi. Nel biennio 2004-2005 sono stati registrati 30 casi nell’Isontino e 45 nel Triestino. Il tasso di incidenza grezza è di 16 casi ogni 100mila uomini e di 5,5 casi ogni 100mila donne nell’Isontino, mentre nella provincia di Trieste sono 18,8 casi ogni 100mila maschi e 1,2 casi ogni 100mila donne. Per quanto riguarda gli uomini, si tratta di un’incidenza, rispettivamente, di 8 e 9 volte superiore rispetto alla provincia di Pordenone. In assenza di esposizione all’amianto, il rapporto sarebbe di un caso per milione di abitanti.
Stando ai dati relativi al biennio 2006-2007, l’incidenza dei casi di mesotelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine e di Pordenone.
Il territorio continua dunque a pagare in modo drammatico la pesante esposizione da amianto vissuta non solo dai lavoratori di cantieristica e metalmeccanica, ma anche da mogli, madri o sorelle che ne lavavano le tute, come pure da lavoratrici dell’industria tessile.
E ancora, secondo gli epidemiologi, negli ultimi 30 anni sono circa 900 i decessi collegabili all’esposizione della ”fibra killer” a Monfalcone, e altri 900 casi a Trieste. Quindi 1800 persone decedute, 60 ogni dodici mesi per ognuno di questi trent’anni.
In regione, inoltre, sono 8.400 gli iscritti al Registro degli esposti amianto, di cui 5.032 per motivi professionali. Di questi, i cittadini della provincia di Trieste sono 2.877, mentre dell’Isontino sono 1321.

Il Piccolo, 13 ottobre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Ascoltati altri quattro testimoni
Stabilito il calendario delle udienze fino alla fine dell’anno

Sono stati ascoltati dalla 10 alle 17 senza sosta i quattro testimoni chiamati a deporre ieri al maxi-processo avviato dal Tribunale di Gorizia per stabilire la responsabilità di 85 morti per amianto. Sul banco degli imputati si trovano 41 persone che a vario titolo negli anni hanno lavorato per il cantiere di Panzano. L’udienza di ieri, e l’intero procedimento, rappresentano un vero e proprio tour de force per il giudice Matteo Trotta. E sarebbe stata ancora più lunga, se uno dei testimoni non fosse stato assente. Ciascuna con le sue peculiarità, le testimonianze sono tutte molto simili tra loro. Anche se le une somigliano alle altre, come ha fatto notare uno dei legali di parte civile, l’avvocato Francesco Donolato, «nel susseguirsi dei racconti, si aggiungono particolari sempre nuovi».
Il volume di informazioni da gestire è mostruoso. Per capire quanto lo sia, è sufficiente prendere in considerazione il numero di testimoni chiamati in aula dal pubblico ministero Luigi Leghissa: quasi 400.
Tra le altre cose, ieri le parti hanno stilato le date delle prossime udienze. La prima sarà quella del 26 alle 9.30. Da qui alla fine dell’anno se ne terranno quattro in novembre e altre quattro in dicembre. È plausibile che solo per ascoltare i testimoni ci vorrà un altro anno e mezzo. «È un processo faticosissimo – assicura l’avvocato Riccardo Cattarini, uno dei difensori -, forse è il più faticoso mai affrontato dal Tribunale di Gorizia e il giudice Trotta sta approfondendo moltissimo dedicando molte energie a questo procedimento. Siamo fiduciosi». (s.b.)

Il Piccolo, 27 ottobre 2010 
 
AL MAXI-PROCESSO DEPOSIZIONE DI UN SOTTUFFICIALE CHE HA OPERATO SULLA ”GARIBALDI” 
«Solamente nel 1992 siamo stati informati che l’esposizione al materiale era pericoloso per la nostra salute»
«La Marina ignorava la pericolosità dell’amianto»

di FRANCO FEMIA

Anche il personale della Marina militare che operava sulle navi in costruzione ai cantieri di Panzano non era stato informato della pericolosità che comportava l’esposizione all’amianto. Lo ha dichiarato Aimone Bariviera, capo di 3a classe della Marina, oggi in pensione, chiamato a deporre al maxi-processo per l’amianto. «Nessuno ci ha fornito notizie sull’amianto – ha detto – e lo abbiamo usato come qualsiasi altro materiale».
Bariviera era uno dei sottufficiali incaricati di controllare i lavori sulla portaelicotetri ”Garibaldi”, allora ammiraglia della flotta militare italiana, realizzata a Monfalcone dall’Italcantieri. «Ho saputo dei rischi per la salute che comportava l’esposizione all’amianto solamente nel 1992 quando è uscita la legge per il personale imbarcato che era stato a contatto con l’amianto», ha risposto Bariviera a una domanda che era stata rivolta dal pubblico ministero Luigi Leghissa.
Comunque anche sulla ”Garibaldi” è stato utilizzato l’amianto. Bariviera ha sottolineato che questo materiale veniva utilizzato nella guarnizioni dei tubi che conducevano acqua alta, negli scambiatori di calore e in un piccolo inceneritore di cui era fornita la nave. L’inceneritore, ha spiegato Bariviera, si trovava nell’area riservata della ”Garibaldi” e viene usato in caso di necessità di distruggere materiale riservato.
«Ho maneggiato l’amianto per lavori di manuntenzione – ha detto Bariviera – non solo sulla Garibaldi ma anche su altre navi su cui ho navigato».
Il sottufficiale della Marina è stato impiegato sulla ”Garibaldi” per oltre tre anni, fino al 1986 quando la portaelicotteri ha lasciato il cantiere di Panzano per raggiungere La Spezia ed entrare in piena attività. «Sulla nave lavorava una miriade di lavoratori – ha affermato Bariviera – con mansioni diverse, c’erano i coibentatori, gli elettricisti, i tubisti. Molti lavoravano nello stesso ambiente e le coibentazioni venivano fatte in contemporanea con altri lavori».
Bariviera, che non aveva alcun rapporto di dipendenza con l’Italcantieri, ha detto che quando si trovava sulla nave usava della mascherine, che gli venivano fornite dalla Marina militare e che anche gli operai portavano della mascherine mentre il personale adibito alla sicurezza usavano caschi gialli e i guardiafuochi uno rosso.
E domani si replica. Il giudice monocratico Matteo Trotta ha convocato tutti per le 9 nell’aula dell’ex Corte di assise, dove sfileranno ancora dei testi citati dal pubblico ministero. Si tratta ancora di ex dipendenti dei cantieri che hanno lavorato negli anni che vanno dal Sessanta al Novanta, chiamati a raccontare come era organizzato e in quali condizioni si svolgeva il lavoro sulle navi con particolare riferimento all’utilizzo dell’amianto.
Il processo, iniziato nel maggio scorso, vede imputati 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Tutti devono rispondere di omicidio colposo per la morte da asbestosi di 85 persone che hanno lavorato sulle navi.

Il Piccolo, 05 novembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO. NUOVE TESTIMONIANZE 
«Se avessi saputo che c’era l’amianto mi sarei licenziato»

di FRANCO FEMIA

«Se venivo a sapere che ai cantieri si usava l’amianto mi sarei licenziato perché ci tengo alla salute»: Sergio Veronesi, friulano di Bagnaria Arsa, per 30 anni dipendente dell’allora Italcantieri e sofferente di asbestosi, risponde così a un certo punto all’incalzare delle domande dell’avvocato Riccardo Cattarini, che nel maxiprocesso dell’amianto difende Bilucaglia e Visintin, due addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Tra il legale e il teste c’è stato anche un vivace battibecco proprio sulla conoscenza o meno della pericolosità dell’amianto e anche sui sistemi utilizzati per la prevenzione. «Nessuno mi obbligava a mettere l’elmetto o le mascherine – ha detto Veronesi -. Lo facevo di mia iniziativa per salvaguardare la mia salute».
Anche Giorgio Montini, di Sagrado, dipendente dell’Italcantieri dal 1974 al 2001, ha confermato al giudice di essere venuto a conoscenza della pericolosità dell’amianto solamente un paio di anni prima di andare in pensione. Montini, che svolgeva le mansioni di saldatore, ha illustrato l’ambiente in cui lavorava, la sala macchine, pieno di polvere e fumo provocati dal taglio e dalle saldature delle lamiere e che gli aspiratori non riuscivano a smaltire in modo sufficiente.
Sull’utilizzo delle mascherine, Montini ha confermato quanto hanno riferito nelle precedenti udienze da altri ex dipendenti dell’Italcantieri: erano in pochi a utilizzarle anche perché negli angusti spazi di lavoro era difficile tenerle per ore e spesso impedivano anche di usare l’elmetto. «Poi, spesso – ha detto il teste – il magazzino era sprovvisto. Quando c’era tanto fumo cercavo di coprirmi la bocca con degli stracci o dei fazzoletti».
Molte delle domande del pm Luigi Leghissa vertevano sulla coibentazioni che venivano fatte su alcune parti delle navi in costruzione. Ed è emerso che, almeno fino a metà degli anni Settanta come ha precisato Giuseppe Bertolissi, l’impasto di cemento e amianto veniva lavorato direttamente sul posto e usato per coibentare i tubi che portavano vapore o gli scarichi dei motori. Solamente negli anni successivi veniva usata lana di vetro e di roccia.
Il processo proseguirà martedì 9 novembre con una nuova udienza dedicata alla deposizione di testimoni.

Il Piccolo, 10 novembre 2010 
 
«Ho saputo del pericolo solo leggendo i giornali» 
Maxi-processo amianto, continua in aula la sfilata degli ex operai del Cantiere

di FRANCO FEMIA

«Noi lavoratori dei cantieri sapevamo che nella realizzazione delle navi veniva usato amianto già negli anni Settanta anche se nessuno ci aveva infomato sulla natura di questo materiale». Lo ha detto ieri, dinanzi al maxi-processo che si celebra al tribunale di Gorizia, Luciano Querci Della Rovere, che per quasi trent’anni ha lavorato sulle navi in costruzione a Panzano prima nel reparto officina e poi in salderia. «Ho sempre saputo che ai cantieri si usava l’amianto – ha detto Della Rovere, che aveva iniziato a lavorare all’Italcantieri nel 1971 -, ma nessuno ci aveva detto che era pericoloso. L’ho saputo anni dopo dai giornali». Amianto che veniva usato anche sui sommergibili. Veniva applicato infatti attorno ai boiler. Il teste ha pure ricordato che materiale di amianto veniva utilizzato per saldare le lamiere delle fiancate delle navi e questo avveniva ancora nella seconda metà degli anni Ottanta.
Della Rovere ha confermato che sui posti di lavoro funzionavano degli impianti di aerazione, ma spesso erano gli stessi operai a chiedere la loro chiusura perché il loro rumore era assordante.
Al processo in precedenza aveva deposto anche Gianpaolo Visintin, che aveva lavorato alcuni anni all’Italcantieri per una ditta esterna. Aveva il compito di dipingere e pulire le navi e ha ricordato di aver visto operai spruzzare all’interno delle navi una sostanza che aveva poi scoperto fosse amianto.
La prossima udienza è fissata per lunedì 15 novembre sempre per sentire ancora ex dipendenti dell’allora Italcantieri. Fino ad ora il pubblico ministero non ha rinunciato ad alcun teste di 400 indicati nella lista presentata all’inizio del processo.

Il Piccolo, 16 novembre 2010

Maxi-processo amianto Gli operai: «Ecco come si lavorava in Cantiere»

Nuova udienza dedicata al maxi-processo legato all’esposizione all’amianto, al Tribunale di Gorizia. Anche ieri sono sfilati i testimoni, presentati dalla pubblica accusa, con il pm Luigi Leghissa, per raccontare come si lavorava in cantiere. Persone che, direttamente o indirettamente, hanno operato all’exItalcantieri, su navi, sommergibili, ma anche in terraferma. Lavoratori diretti e dipendenti delle ditte d’appalto. Sul tappeto resta la ricostruzione delle condizioni di lavoro, in relazione in particolare alla salubrità, alla sicurezza e all’adozione o meno di mezzi e attrezzature, come le mascherine, volte a prevenire situazioni di disagio e per la salvaguardia della salute.
Anche le testimonianze rese ieri davanti al giudice monocratico Matteo Trotta, hanno tratteggiato un quadro pressochè unitario: la scarsa conoscenza circa la pericolosità del minerale, per la quale ne conseguiva anche una poco accurata prevenzione, in fatto di misure di idonea protezione. Quasi tutti hanno osservato: «si respiravano polveri». Certo, spesso i ricordi riportati sono sfumati, trattandosi di circostanze lontane nel tempo, oppure riferite da testimoni poi deceduti.
Sono già fissate le udienze del 2, 9 e 14 dicembre, durante le quali saranno ascoltati circa 5-6 testi alla volta. Il 2 dicembre, inoltre, sarà reso noto il calendario per i mesi di gennaio e febbraio 2011. La volontà è quella di accelerare il procedimento, con due udienze alla settimana.

Il Piccolo, 07 dicembre 2010 
 
Amianto causa della morte, una certezza già 21 anni fa 
In una sentenza del pretore di Udine la relazione tra esposizione e il decesso di un cantierino
STRAGE CHE CONTINUA
IL DRAMMA 
Il caso riguardava un operaio di Fiumicello che aveva lavorato a Panzano. L’Inail venne condannata a risarcire la vedova

di FRANCO FEMIA

Una correlazione tra l’asbestosi, provocata da inalazione di polveri d’amianto, e il tumore alla pleura era stata accertata ancora 21 anni fa da un giudice che aveva condannato l’Inail a pagare le ”rendite superstiti” alla vedova di un operaio al cantiere navale di Panzano morto per mesetelioma. Era l’ottobre del 1989 quando il pretore di Udine, dottor Carchio, aveva dato ragione a Giuliana Zuppel, moglie di Lionello Bugni, di 56 anni, residente a Fiumicello, deceduto tre anni prima, condannando l’Inail, che aveva sempre disconosciuto il nesso di casualità tra l’asbestosi, quale malattia professionale, e il decesso del cantierino. Erano stati il primario di servizio di Fisiopatologia respiratoria e Pneumologia sociale dell’ospedale di Udine e l’anatomopatologo che aveva eseguito l’autopsia, a sostenere che l’asbesto svolge una diretta azione timore nei riguardi del carcinoma del polmone e soprattutto del mesetelioma della pleura.
Era stata stata quella del giudice Carchio la prima sentenza in regione in materia di amianto, che aveva allora suscitato scalpore. La Fim-Cisl, che aveva assistito la signora Zuppel nell’azione legale con l’avvocato Luigi Genovese, aveva diffuso un volantino per sostenere come le preoccupazioni del sindacato avanzate ancora a metà degli anni settanta erano giuste. «Ci avevano accusato di fare del terrorismo psicologico – si legge – ma alla fine si è dovuto riconoscere che le prove che portavamo a sostegno di questa tesi erano fondate».
Ma quella sentenza, ritenuta esplosiva, rimase per molti anni lettera morta. Ci volle la forte azione dell’Associazione esposti all’amianto non solo per tener vivo il problema, ma anche per sollecitare la magistratura a intervenire e a dar corso agli 800 e passa esposti presentati alla Procura. Si sono dovuti attendere quasi venti anni, e l’intervento del presidente della Repubblica, per veder partire il maxiprocesso dinanzi al tribunale di Gorizia con 41 imputati di omicidio colposo – i vertici dell’allora Italcantieri e i responsabili delle ditte subappaltanti – nei confronti di un’ottantina di lavoratori del cantiere ucciso dall’amianto.
Ma non pochi operai, come riportano alcune testimoni sentiti al processo, sono stati informati solamente negli anni Novanta del pericolo legato all’esposizione all’amianto.
 
IL DRAMMA. A GENNAIO LA RICHIESTA DI ALTRI RINVII A GIUDIZIO 
In arrivo un altro maxi-processo

Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il piccolo delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone. (fra. fem.)

Il Piccolo, 10 dicembre 2010 
 
«L’amianto non ci faceva paura» 
Nei primi anni ’70 non c’era una percezione del rischio in cantiere

di FRANCO FEMIA

«Si, agli inizi degli anni Settanta si parlava di amianto all’interno dei Cantieri, ma in forma leggera, non c’era ancora la percezione della sua pericolosità»: a dichiararlo ieri dinanzi al giudice monocratico, Lino Rossetti, che ha lavorato per 37 anni, dal 1952 al 1989, nello stabilimento di Panzano come saldatore elettrico, uno dei testi che ha deposti al maxiprocesso.
Rossetti era uno dei 140 delegati di fabbrica ma più volte, dinanzi alle richieste rivoltegli ieri in aula dal pm Valentina Bossi e dagli avvocati della difesa Borgna e Cattarini, ha sostenuto che nei primi anni ’70 anche il sindacato non aveva sollevato il problema della pericolosità dell’amianto. Era stata svolta in quegli anni una ricerca epidemiologica ma su vari gli aspetti legati alla tutela del mondo del lavoro. Era emersa una relazione di poche paginette in cui non compariva il problema amianto. In base a quella ricerca era intervenuta anche la medicina del lavoro, che aveva fatto eseguire delle visite mediche a campione ai lavoratori, che erano stati sottoposti a esami pneumologici e spirometrici e dell’udito per valutare l’esistenza di malattie professionali. Ma anche allora, secondo Rossetti, nessun allarme era stato lanciato sulla pericolosità all’esposizione all’amianto. E sul fatto che il sindacato non avesse approfondito il tema, il teste ha sostenuto che la sua funzione all’interno del cantiere era quella di far rispettare gli accordi aziendali.
Dalla testimonianza di Rossetti è emerso, comunque, che sebbene si fosse a conoscenza che gli operai erano in contatto con l’amianto, il suo pericolo era stato sottovalutato o considerato come uno dei tanti problemi legati alla tutela dell’ambiente e dei lavoratori come la polverosità creata dai fumi o la rumorosità. «Se qualcuno ci avesse informato della reale pericolosità dell’esposizione all’amianto – ha detto Rossetti – certamente avremmo chiesto la sua eliminazione».
La prima sentenza che riconosce l’esposizione all’amianto come malattia professionale porta la data dell’ottobre1989 e la firma di un giudice del lavoro di Udine, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, ma allora in un volantino della Fim-Cisl si leggeva che da 15 anni si parlava all’interno della fabbrica della pericolosità dell’amianto.

Il Piccolo, 15 dicembre 2010 
 
«Maschere protettive? Ce le compravamo noi» 
Altre testimonianze di ex dipendenti al maxiprocesso amianto

Continua la sfilata di operai ed ex lavoratori dell’Italcantieri dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta chiamati a testimoniare nel maxi-processo per l’amianto. Si ripercorre, anche con queste testimonianze, gli ambienti di lavoro al cantiere di Panzano, dove si utilizzava l’amianto nella costruzione delle navi. I testi citati ieri hanno confermato come fino a metà degli anni Settanta veniva usato l’amianto a protezione delle condutture, delle caldaie e di altre parti sensibili della nave per prevenire gli incendi. E a manipolare in misura maggiore l’amianto, o meglio il cemento-amianto, erano per la maggior parte dipendenti di ditte esterne. «Era noto agli operai – ha affermato un capo reparto, in servizio all’Italcantieri fino al 1985 – che veniva usato l’amianto e ho saputo che era pericoloso dopo gli anni Ottanta da ambienti sindacali».
Sulla prevenzione è stato ribadito che non tutti indossavano mascherine, ma c’erano del tipo speciali che venivano usate da chi lavorava in ambienti molto polverosi. Ma c’era chi le mascherine se le comperava a proprie spese, come ha riferito un addetto alle pulizie dipendente di una ditta esterna. Solo in secondo tempo le forniva l’Italcantieri, ma mai la ditta di cui era dipendente. Anche le tute di lavoro degli operai solo dagli anni Settanta venivano lavate a cura dell’Italcantieri.
Sulle visite mediche è stato confermato che venivano effettuate regolarmente e che erano più frequenti per quegli operai a rischio di malattie professionali. E quegli stessi operai percepivano un’indennità riconosciuta proprio per chi faceva lavori ritenuti più nocivi.
Il processo è stato aggiornato al prossimo anno. Il dottor Trotta ha fissato per i primi due mesi del 2011 sei udienze: si riprenderà il 18 gennaio per continuare il 24 e il 31 gennaio; tre udienze anche a febbraio: l’uno, il 22 e il 24. E protagonisti saranno ancora i lavoratori dei cantieri. (fra.fem.)

Il Piccolo, 22 dicembre 2010 
 
MAXI-PROCESSO AMIANTO 
Mancata sorveglianza in tre rinviati a giudizio 
Nuovo filone al Tribunale, sotto accusa i responsabili della sicurezza nel cantiere

Aperto ieri mattina al Tribunale di Gorizia un altro filone sulle morti per amianto del maxi-processo dai contorni ancora da definire e sul quale si sta occupando la magistratura goriziana. Il Gip Paola Santangelo ha infatti rinviato a giudizio Marino Visintin, Mario Bilucaglia e Mario Abbona, addetti alla sicurezza nel cantiere di Panzano. Il magistrato contesta ai tre la mancata sorveglianza sul luogo di lavoro, e cioè al cantiere navale di Panzano. Non si tratta di un nuovo reato, Visintin, Bilucaglia e Abbona sono già imputati nel maxi-processo. L’udienza si terrà il 22 febbraio, quando riprenderà il processo. La decisione del rinvio a giudizio dei tre da parte del giudice per le indagini preliminari è dovuta al fatto che al processo è stata ammessa anche la causa relaitva a un’altra vittima dell’amianto. Secondo il legale di Visintin e Bilucaglia, l’avvocato Riccardo Cattarini, il ruolo dei due funzionari non era direttamente finalizzato a un controllo diretto sull’effettiva applicazione delle norme di sicurezza e tutela della salute all’interno del cantiere. Svolgevano di fatto una sorta di consulenza. E quindi, secondo il legale, sono da ritenersi estranei alle accuse mosse a loro carico.
Il maxi-processo in corso al tribunale di Gorizia non sarà l’unico. È in dirittura di arrivo un altro procedimento: la Procura della Repubblica ha concluso l’indagini relative ad altri trenta decessi indagando 22 persone sempre tra i vertici dei cantieri monfalconesi. Nei primi giorni del 2011 la Procura formulerà la richiesta di rinvio a giudizio, sul quale poi deciderà il gup. Ma il pool costituito dal procuratore capo Caterina Ajello e formato dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che si avvalgono anche un gruppo di esperti informatici e consulenti tecnici, sta lavorando ad altri filoni giudiziari per cui nel 2011 si prevede, oltre alla conclusione del maxiprocesso, anche altre richieste di rinvio a giudizio.
D’altra parte, secondo i dati del registro tumori del Friuli Venezia Giulia, di amianto si continuerà a morire. Una strage destinata a salire, almeno fino al 2015-2020, periodo in cui secondo gli studiosi arriverà il picco delle malattie asbesto-correlate. Negli ultimi trent’anni sono morte 1800 persone, in media 60 all’anno. Nel registro degli esposti all’amianto sono iscritti quasi 10mila persone, di cui oltre la metà per motivi professionali. Stando poi agli ultimi dati, l’incidenza dei casi mesetelioma per gli uomini è stata stimata da 7 a 15 volte superiore nelle province di Gorizia e Trieste, rispetto a quelle di Udine di Pordenone.

Il Piccolo, 27 aprile 2010
 
PRIMA UDIENZA AL TRIBUNALE DI GORIZIA: 85 I LAVORATORI DECEDUTI 
Amianto, partito il processo per 41 imputati 
Intanto a Palermo inflitti 16 anni di pena a tre ex amministratori Fincantieri

di FRANCO FEMIA

«Dopo anni di attesa, di fatica anche per far prendere coscienza del problema, s’inizia il processo. Mi pare che le prospettive siano buone e mi auguro che ora si proceda speditamente»: Rita Nadalino Nardi è la presidente dell’Associazione esposti amianto. È seduta in prima fila nello spazio riservato al pubblico per assistere all’avvio del maxiprocesso per 85 morti da amianto tra i lavoratori del cantiere di Monfalcone.
Una prima udienza caratterizzata da procedure preliminari, ma gestita con piglio dal giudice Matteo Trotta, che ha annunciato l’intenzione di procedere con speditezza con almeno 4 udienze al mese fino alla pausa feriale. La prossima udienza è fissata per il 10 maggio solo perché i difensori degli imputati, e anche di parti civili, hanno chiesto i termini per visionare i 12 faldoni di documenti che ieri il pm Luigi Leghissa ha fatto acquisire al già corposo fascicolo processuale. C’è la sensazione che il tribunale di Gorizia voglia procedere in fretta per recuperare il tempo perduto. Non sarà comunque un processo facile, richiederà i suoi tempi. Basta osservare gli oltre cento cartolari, che ieri occupavano una parte dell’aula, contenenti migliaia di atti che fanno parte dell’indagine della Procura.
Se a Gorizia si è all’inizio del maxi processo, il giudice monocratico di Palermo, Gianfranco Criscione, ha condannato ex amministratori di Fincantieri nel processo sulle morti bianche causate dall’amianto ai cantieri navali di Palermo. Sono state emesse sentenze pesanti, di 7 anni e mezzo, sei e tre anni nei confronti di tre imputati, che dovevano rispondere di omicidio colposo. Trentasette le vittime, colpite dall’asbestosi. Una sentenza che farà senza dubbio giurisdizione, come quella emessa un paio di anni fa dal tribunale di Venezia sempre per morte da amianto ai cantieri di Marghera.
Nel maxi-processo di Gorizia gli imputati sono 41: Giorgio Tupini e Vittorio Fanfani, ex presidenti di Italcantieri, Enrico Bocchini, ex presidente del cda, Corrado Antonini, ex direttore generale, Mario Panigliani, Manlio Lippi e Giancarlo Testa, ex direttori del cantiere, l’ex assessore provinciale al Lavoro Marino Visintin in qualità di ex responsabile del servizio di sicurezza, e poi Ervino Lenardon, Omero Blazei, Giampaolo Framarin e Livio Alfredo Minozzi (questi ultimi ex direttori del personale), Vittorio Bernardo Carratù e Roberto Schivi (ex direttori centrali del personale Italcantieri), Mario Bilucaglia e Mario Abbona (ex responsabili sicurezza). Gli altri imputati sono i presidenti o legali rappresentanti di ditte che operavano in subappalto al cantiere di Panzano: Roy Winston Rhode, Ronald Rhode, Liana Colamaria, Giovanni Giuricin, Oliviero Fragiacomo, Olinto Parma, Lino Crevatin, Renzo Meneghin, Gino Caron, Giuseppe Poggi, Giorgio Vanni, Antonio Datti, Saverio Dimacco, Cesare Casini, Italo Massenti, Aldo La Gioia, Glauco Noulian, Roberto Piccin, Peppino Massioli, Amedeo Lia, Curzio Tossut. Armando Brugnolo, Carlo Figanò, Attilio Dall’Osto, Ubaldo Conti.
Si sono costituti parti civili 55 gruppi familiari dei deceduti, il Comune di Monfalcone, la Provincia, la Regione, la Fiom Cgil, l’Inail, l’Associazione esposti amianto e il Codacons.

Il Piccolo, 28 aprile 2010
 
IL CASO. DOMANDE & RISPOSTE SUL MAXIPROCESSO 
Amianto, risarcimenti da oltre 100mila euro 
A favore dei congiunti dei cantierini deceduti a causa dell’asbestosi

di FRANCO FEMIA

Il maxi-processo per le morti da amianto ha preso avvio al tribunale di Gorizia con la prima udienza dedicata alle procedure preliminari. E ci vorranno ancora due udienze, la prima è fissata per il 10 maggio, per uscire dalla pastoie procedurali ed iniziare il dibattimento vero e proprio. Sono 41 gli imputati che devono rispondere di omicidio colposo per le morti di 85 lavoratori impiegati al cantiere navale di Panzano deceduti in questi ultimi anni per mesetelioma, il cancro alla pleura legato all’esposizione all’amianto sul posto di lavoro. Si tratta di tubisti, carpentieri meccanici, che lavoravano in ambienti che erano saturi di polvere di amianto senza le necessarie misure di sicurezza.
Ma qual è allo stato la situazione del procedimento? Vediamo di fare chiarezza.
1) Quanto durerà il processo?
Difficile fare delle previsioni. Le parti in causa sono molte ed anche i testi che saranno chiamati a deporre. Se il giudice, come ha anticipato, terrà mediamente un’udienza alla settimana, ragionevolmente si può pensare che il processo potrebbe durare un anno.
2) La recente sentenza del processo di Palermo potrebbe essere un precedente che può tornare utile al procedimento in corso a Gorizia?
In materia di amianto c’è ormai una consolidata giurisprudenza. La recente sentenza di Palermo è in linea con quelle emesse dai tribunali di Venezia e Torino che ormai attestano la rilevanza penale delle morti bianche dovute all’esposizione all’amianto sui posti di lavoro, in particolare nei cantieri dove si costruivano le navi.
3) Bisognerà attendere la fine del processo per il risarcimento alle parti civili?
Bisogna fare una distinzione. Chi ha scelto la via penale per ottenere giustizia dovrà attendere la sentenza e le decisioni del giudice che potrebbe assegnare una provvisionale immediatamente esecutiva e rinviare al giudice civile la definizione del contenzioso.
C’è però anche la via extragiudiziale di un accordo tra le parti, che alcuni familiari delle vittime hanno intrapreso con la Fincantieri. Una strada scelta da alcune parti civili, che hanno già ottenuto il risarcimento da parte di Fincantieri. Per altre parti sono attualmente in corso le trattative.
4) A quanto potrebbe ammontare il risarcimento?
Non c’è una cifra fissa. Ci sono molte variabili che vengono considerate. Dipende dall’età del lavoratore morto, ma soprattutto dalla durata della malattia, dal numero dei congiunti che si sono costituiti parte offesa. Si può comunque arrivare a 100-120mila euro per vittima.
5) Che interesse ha Fincantieri di trovare un accorto con le parti offese prima della conclusione del processo?
L’accordo comporta l’uscita dal processo delle parti offese e quindi un alleggerimento della posizione processuale da parte della Fincantieri sotto il profilo penale. È probabile quindi che durante il processo alcune delle 55 parti civili costituitesi si ritirino perché nel fratttempo hanno transato con l’azienda monfalconese.

Il Piccolo, 11 maggio 2010a
 
LA TRAGEDIA DELLE MORTI DI AMIANTO
Una vedova: non c’è perdono senza giustizia 
Nevia Buzzi: Lino se ne è andato a 58 anni, 4 giorni prima della pensione
Per 36 anni al lavoro nel cantiere, nel 2001 la scoperta della malattia e l’inizio di un calvario durato 8 mesi

di TIZIANA CARPINELLI

Lino è morto quattro giorni prima di andare in pensione. Lo aveva detto, l’aiuto primario di Venezia, alla moglie Nevia, vedova dell’amianto, che «entro Natale un angelo avrebbe vigilato su di lei e sui suoi tre figli». E così è stato. Lino Buzzi, sancanzianese, 36 anni indefessamente spesi entro le mura del cantiere navale di Panzano, è mancato il 26 novembre 2001, un lunedì, nel suo letto di casa, la famiglia stretta al capezzale. Aveva 58 anni. Lo ha ammazzato un tumore che non dà scampo: mesotelioma maligno alla pleura. Se lo piglia chi respira le fibre d’amianto. Gli esperti in camice bianco affermano che non si tratta di un cancro frequente, ma in zona già 2mila persone sono decedute per lo stesso male.
«Per sua fortuna e nostra grande disgrazia, mia e dei miei figli, se n’è andato in breve tempo – racconta la vedova Nevia Pacco, 62 anni, originaria di San Martino di Terzo d’Aquileia -: otto mesi di malattia e mio marito non c’era più. Non so quante volte, nelle preghiere, ho supplicato Dio che non soffrisse. Che non morisse soffocato, come muore chi è colpito da mesotelioma, e sono stata ascoltata: ha ceduto il cuore, Lino non ha patito, è spirato serenamente. L’unica mia consolazione». Nevia è una friulana. Di tempra forte. Una che non si perde d’animo, che si rimbocca le maniche e affronta le avversità a muso duro. Solo una volta ha pianto di fronte al marito e poi non l’ha fatto più per quattro anni. «Se n’è andato senza riscuotere neppure la liquidazione. Senza acquistare il camper con cui saremmo dovuti andare in gita a Firenze. Senza godersi quel po’ di vita che, dopo tante fatiche, gli spettava. È un’ingiustizia a cui non mi rassegnerò mai», aggiunge.
Lino Buzzi aveva iniziato nel 1965 a lavorare al cantiere come operaio tracciatore. Col gesso disegnava le sagome delle lamiere da tagliare per imbastire le grandi navi bianche. Un mestiere faticoso. D’estate gli s’incollavano le scarpe di gomma alla lastra di ferro, mentre d’inverno batteva i denti ai capricci della bora. Si era detto: «Devo migliorare la mia posizione». E così aveva riaperto i libri e si era messo a studiare. S’era iscritto ai corsi serali dell’istituto San Marco e aveva fatto tre anni in uno, diplomandosi al Nautico di Trieste. Grazie al titolo di studio era diventato capofficina e poi impiegato all’ufficio Cop (Controllo produzione). Si prodigava affinché i giganti del mare venissero su bene. Eseguiva anche i sopralluoghi a bordo dei sommergibili, fino all’ultimo varo del 1993. «Era appena rientrato da una trasferta ad Ancona – riferisce Nevia – e una notte mi svegliò all’improvviso, dicendomi che sentiva una fitta sotto la scapola destra. Lì per lì pensai a un malore passeggero, mai avrei sospettato una malattia di questo tipo. Fu straziante. Il 19 marzo la prima radiografia, che evidenziò un alone alla pleura. Poi il prelievo delle cellule, per vedere se fossero cancerogene». Esito positivo. Ricovero a Monfalcone per una videotoracoscopia. Ad aprile, la conferma che si trattava di mesotelioma pleurico. «Tornammo a casa, senza tuttavia rassegnarci – prosegue -. È una frase fatta, ma davvero la speranza è l’ultima a morire. Andammo a Milano, all’Istituto oncologico diretto da Veronesi. Il professor Pastorini, uno bravo, me lo disse chiaramente: ”Le prospettive sono due: il calvario ospedaliero oppure decidere di mollare tutto, andare alle Bahamas, e godere di quel po’ che resta”». Scelsero il calvario. Sapevano che non c’era speranza, ma optarono per le terapie. Seguì la tappa a Venezia. «Eravamo assistiti dal primario Vittorio Pagano – chiarisce – il reparto era ottimo. La ”sentenza” venne a giugno, il suo vice mi disse: ”A Natale avrete un angelo che veglierà su di voi”. Usò parole delicate, ma a me parve di sciogliermi sulla sedia. A lui non dissi nulla. E andammo avanti».
Lino iniziò la chemio al San Polo. Sei cicli, ma non andò oltre il quarto. «La terapia era un cocktail sperimentale di 7 farmaci diversi, provenienti dagli Usa – riferisce -. Inizialmente resistette, poi deperì sempre di più. Per l’organismo fu devastante. ”Se no xè per mi, almeno servirà a qualchidun altro”, diceva. È sempre stato un altruista. Ma i dolori si fecero più forti: andava avanti a bombole d’ossigeno e antidolorifici. Poi passò alla morfina. Gliela sminuzzavo, perchè non riusciva a deglutire». Morì a casa, per sua volontà. Era l’1 di notte, vicino aveva la moglie e i tre figli Andrea, Federica e Roberta. «Sarò sempre grata alla dottoressa Alessandra Cantarutti, che pur avendo un bimbo rimase con noi fino alla fine – aggiunge -. Lino è stato il primo e l’ultimo uomo che ho conosciuto: abbiamo trascorso 34 meravigliosi anni di matrimonio. Poi sono rimasta in apnea: per 4 anni non ho dormito, mi svegliavo a brevi intervalli e sentivo il suo respiro, mi voltavo a dargli un aiuto e lui non c’era. Avrei voluto stare male al posto suo, mai avrei pensato che se ne sarebbe andato prima di me. Non auguro a nessuno il mio calvario. Mi hanno salvato i nipotini». «Morire per colpa del lavoro è ingiusto – conclude la vedova, dal 2002 in prima linea con l’Associazione esposti amianto -. Lino non s’è mai scagliato contro l’azienda: era orgoglioso di lavorare al cantiere. Ma per me è insopportabile accettare d’aver perso un marito per questo. Sarò serena solo quando chi ha reso ciò possibile se ne assumerà le responsabilità. E non parlo solo di mio marito, ma di tutte le 2mila vittime dell’amianto. Perchè si sapeva ch’era nocivo. Il perdono è una grande cosa, ma non può esserci senza giustizia. Va resa dignità ai nostri morti che non pensavano di sacrificarsi al lavoro». Nevia è una donna di fede. Dopo aver pregato per una morte senza dolore, ora prega per i processi.
 
AMIANTO. CHIESTI DAL PUBBLICO MINISTERO 
Maxi-processo: 400 testi

Sono 400 i testimoni che sfileranno dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta. Tante sono le richieste di ammissione avanzate dal pubblico ministero al maxiprocesso per 85 morti dovute all’esposizione all’amianto, di cui ieri si è tenuta la seconda udienza tutta dedicata alle procedure preliminari. Pm, avvocati della parte civile e degli imputati hanno presentato nuova documentazione e l’ammissione dei testimoni. Anche la prossima udienza dell’8 giugno sarà dedicata alle repliche delle parti e alla richiesta di ammissione delle prove. L’avvio della fase dibattimentale è fissata per il 10 giugno: il pm Luigi Leghissa ha già anticipato che ascolterà due ufficiali di polizia giudiziaria che hanno condotto l’indagine e due consulenti chiamati a descrivere in generale l’organizzazione del lavoro all’interno del cantiere navale di Panzano e le figure professionali che vi operavano. Nelle successivi udienze – ne sono state fissate otto fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero interrogherà tra i 10-12 testi a seduta.
Al maxiprocesso per l’amianto gli imputati sono 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. (fra. fem.)

Il Piccolo, 12 maggio 2010
 
Amianto, primi indennizzi da parte di Fincantieri alle famiglie delle vittime 
Somme in alcuni casi superiori ai 100mila euro Perfezionati una dozzina di accordi, trattative in corso
L’intesa presuppone la rinuncia all’azione processuale

di TIZIANA CARPINELLI

Primi casi di accordo extragiudiziale tra Fincantieri e i familiari delle vittime dell’amianto. Una dozzina di situazioni, stando a quanto trapelato in questi giorni, ha già trovato soluzione transattiva tra le parti, determinando così il decadimento delle relative costituzioni di parte civile nei processi penali. Si è trattato, per ammissione stessa dei legali che hanno rappresentato le diverse posizioni, di trattative lunghe, complesse, delicate. Che hanno tenuto conto, nelle valutazioni economiche, di un’ampia serie di fattori e in primis la durata del decorso della malattia (dalla diagnosi al decesso) nonché il grado di relazione parentale con la vittima.
In ognuno dei casi il patto, controbilanciato dalla corresponsione di una somma di denaro che mediamente si è attestata sull’ordine delle decine di migliaia di euro (ma che in alcuni casi ha superato i 100mila), è servito a interrompere il procedimento in essere prima della decisione finale del giudice. L’accordo, che in senso tecnico si definisce ”stragiudiziale”, ha infatti forza di legge tra le parti, per cui, una volta raggiunta una determinata intesa, queste sono obbligate a rispettarlo. Tradotto in parole povere: si chiude il capitolo del processo penale e dunque di ogni ulteriore rivendicazione risarcitoria.
I casi concernono nuclei familiari composti per lo più da vedove e figli, ma anche solo da questi ultimi, residenti nel Monfalconese e, in percentuale minore, nella Bassa friulana. Alcune persone sono già state liquidate due mesi fa, altre hanno raggiunto l’accordo stragiudiziale negli ultimi giorni. Nella maggior parte delle situazioni si tratta di familiari il cui congiunto era deceduto a seguito di mesotelioma maligno alla pleura, ma figurano anche carcinomi al polmone.
A occuparsi della più parte di tali vertenze, dalle quali è scaturita (su proposta della Fincantieri) la formalizzazione di un vero e proprio ”protocollo” per la stima delle somme, sono stati tre avvocati che fin dall’inizio hanno assistito i parenti della vittime riunitisi nell’Associazione esposti amianto di Monfalcone: Ottavio Romano, Francesco Donolato e Amedeo Zamboni, i primi due con studio legale a Gorizia, il terzo del foro di Padova. Per almeno uno di loro, il raggiungimento della soluzione transattiva ha determinato di fatto la furioscita dal maxi-processo che si sta disputando al Tribunale di Gorizia.
Sotto il profilo degli accordi, in via generale, si sono aperti due fronti: uno davanti alla Direzione provinciale del Lavoro e l’altro in presenza appunto di giudizio civile. Per quest’ultima circostanza le conseguenze sono state due: il decadimento del giudizio civile e lo stralcio del giudizio penale, con la rinuncia alla costituzione di parte civile nel procedimento.
 
AMIANTO. VALUTAZIONI ECONOMICHE 
Un protocollo con le proposte

Trattative lunghe, avviate tempo addietro, per cercare di addivenire a un accordo. E poi la scelta finale, in capo esclusivamente alla famiglia, di uscire dal processo a fronte di una somma di denaro ritenuta accettabile. Può essere sinteticamente riassunto così il difficile percorso che ha portato una dozzina di persone, costituitesi parti civili, a fuoriuscire per sempre dai processi dell’amianto. «Gli accordi stragiudiziali – ha spiegato l’avvocato Ottavio Romano, che ha assistito sette di queste famiglie – si sono inseriti in controversie aperte in sede penale e civile. Non sono giunti in breve tempo, ma sono stati avviati mesi addietro, quando i legali della Fincantieri hanno dimostrato la disponibilità ad aprire questo tipo di dialogo. Il colloquio, avvenuto a più riprese, ha portato alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa che fissa dei parametri per le proposte inoltrate dall’azienda. Proposte che liberamente le persone offese hanno accettato o meno». Tali parametri potrebbero essere considerati anche per ulteriori accordi. «Mi preme sottolineare – ha concluso l’avvocato – che il lungo cammino intrapreso sul fronte giudiziale si deve all’Associazione esposti all’amianto, che dagli anni Novanta e fino a oggi si è battuta per queste persone».
«Per quanto mi riguarda – ha riferito a sua volta l’avvocato Francesco Donolato – ho assistito sette gruppi di persone, sei dei quali composti da familiari di vittime decedute in conseguenza di un mesotelioma maligno alla pleura, mentre il settimo concerneva un carcinoma. La scelta della soluzione transattiva è stata autonoma: mi sono astenuto dal dare suggerimenti, poichè mi è parso più corretto. Alla fine si sono trovati d’accordo nell’accettare la proposta, evidentemente perchè continuare in un’aula di tribunale procurava una sofferenza maggiore». Stando a Donolato, la corresponsione delle cifre ha tenuto conto di alcuni parametri come il decorso della malattia e il grado di parentela (una moglie percepisce una quota più alta rispetto a un figlio): «Non ci sono somme prefissate – ha concluso – ogni situazione va valutata singolarmente, alla luce della sua complessità. Posso dire, per esempio, che un decorso più lungo implica una quota maggiore». (ti.ca.)

Il Piccolo, 09 giugno 2010

Maxi-processo amianto la parola agli inquirenti
Domani saranno ascoltati anche due pubblici ufficiali che svolsero le indagini

Il maxi-processo per morti d’amianto, che si celebra al Tribunale di Gorizia, domani entrerà nel vivo con l’inizio del dibattimento. I primi ad essere ascoltati tra i 400 testi citati da pubblica accusa, difesa e parti civili saranno due ufficiali di polizia che hanno condotto le indagini e due consulenti che saranno chiamati a descrivere in generale l’organizzazione del lavoro all’interno del cantiere navale di Panzano e le figure professionali che vi operavano.
Con l’udienza di ieri si è conclusa infatti la parte preliminare dedicata ancora alla richiesta delle ammissioni di prove presentate dalle varie parti, che sono state sostanzialmente accolte dal giudice monocratico Matteo Trotta. In particolare la pubblica accusa aveva presentato cinque faldoni di documenti riguardanti gli 85 morti da amianto.
Non sono stati accettati solo alcuni documenti, ritenuti dal giudice di non primaria importanza per il processo. Nelle successivi udienze – ne sono state fissate otto fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero interrogherà tra i 10-12 testimoni a seduta.
Al maxi-processo per l’amianto gli imputati sono 41 tra i vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano gli 85 morti per l’esposizione all’amianto durante il loro lavoro ai cantieri navali di Monfalcone. Intanto sono in corso tra Fincantieri e familiari delle vittime d’amianto trattative per trovare un accordo extragiudiziale sugli indennizzi. (fra. fem.)

Il Piccolo, 11 giugno 2010
 
Bianchi: «Dramma amianto esploso negli anni ’70» 
L’ex primario anatomopatologo sentito come consulente del pubblico ministero

È entrato nel vivo con il dibattimento il maxi-processo per morti d’amianto al Tribunale di Gorizia. Gli imputati sono 41, tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano 85 vittime a causa dell’esposizione all’amianto nei cantieri navali di Monfalcone. Intanto sono in corso tra Fincantieri e familiari delle vittime d’amianto trattative per trovare un accordo extragiudiziale sugli indennizzi.
A essere ascoltato tra gli altri, ieri, come consulente del pubblico ministero Valentina Bossi, è stato il professor Claudio Bianchi, già anatomo patologo dell’ospedale di Monfalcone, il medico che ha portato alla luce, alla fine degli anni Settanta, quanto stava accadendo nel cantiere di Monfalcone. Uno dei massimi esperti quindi in materia. Bianchi si è soffermato sugli aspetti medico-legali della questione. Ha spiegato il processo del mesotelioma della pleura, le sue connessioni dirette con l’esposizione all’amianto. E ha ricordato come i primi studi, a Monfalcone, sul rischio amianto siano iniziati negli anni Settanta. Mentre negli Stati Uniti sull’impiego della fibra erano state già espresse forti perplessità, tanto da far partire degli studi fin dal 1947. Sentito anche un secondo consulente dell’accusa, l’ingegner Umberto Laureni, docente all’Università di Trieste, per ricostruire l’impatto dell’utilizzo della fibra.
I primi a essere ascoltati, tra i 430 testi citati dall’accusa, dalla difesa e dalle parti civili, sono stati due ufficiali di polizia che hanno condotto le indagini. L’udienza è stata rinviata a lunedì. In quella sede è previsto l’ascolto di altri 12 testi, presentati dalla pubblica accusa, tra cui ex colleghi e parenti delle vittime. Nella precedente udienza si era conclusa la parte preliminare dedicata alle ammissioni di prove presentate dalle varie parti, sostanzialmente accolte dal giudice monocratico Matteo Trotta.
Cinque i faldoni di documenti riguardanti gli 85 morti da amianto presentati dalla pubblica accusa, quasi tutti accolti dal giudice. Nelle successive udienze – ne sono state fissate sette fino alla pausa feriale di metà luglio – il pubblico ministero intende interrogare una decina di testimoni a seduta.

Il Piccolo, 12 giugno 2010
 
SCAMBIO DI NOMI 
Amianto, nel dibattimento assente il professor Bianchi

Per un deprecabile errore, il nome del professor Claudio Bianchi è apparso nell’articolo di ieri come consulente del pubblico ministero per delineare le tappe della vicenda amianto a Monfalcone in relazione al maxi-processo amianto che vede sul banco degli imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili della sicurezza e resaponsabili di ditte che lavoravano all’interno del cantiere, per la morte di 85 lavoratori esposti alla fibra durante la loro attività lavorativa nello stabilimento, L’intervento è stato in realtà svolto da un altro professionista, non dal professor Bianchi che peraltro rientra nel novero degli esperti che saranno ascoltati dai giudici sulla vicenda.

Il Piccolo, 15 giugno 2010
 
«Ecco come si respirava l’amianto sulle navi» 
Il drammatico racconto dei testimoni nel maxi-processo per la morte di 85 lavoratori del cantiere

C’è chi, tra la decina di testi chiamati ieri a deporre al maxi-processo ripreso ieri al Tribunale di Gorizia, ha raccontato che tagliava l’amianto ma ne aveva scoperto solo dopo la pericolosità. Chi, ancora, lavorando sulle navi in costruzione, dovendo intervenire sulle tubazioni, staccava i rivestimenti in eternit. Altri, ancora, hanno raccontato che, a fine turno, spazzolavano le tute, per poi portarle a casa a lavare. E respiravano la fibra a pieni polmoni. È stata una lunga giornata quella di ieri, all’udienza del processo che vede imputati 41 tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e rappresentanti delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Le parti offese rappresentano 85 vittime, a causa dell’esposizione all’amianto nello stabilimento di Monfalcone. L’udienza, alla fine, è stata riaggiornata al 29 giugno.
Ieri, dunque, la parola è passata agli ex lavoratori, anche ex colleghi a vario titolo delle vittime. Una decina, da tempo in pensione. Avevano iniziato per lo più a lavorare negli anni Sessanta, fino agli anni Ottanta, qualcuno anche fino agli anni Novanta. Un ex lavoratore si è presentato in aula con un respiratore, per le precarie condizioni di salute. I testi sono stati sottoposti ad una lunga trafila di domande, sia da parte della pubblica accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Valentina Bossi e Luigi Leghissa, sia dai legali delle parti civili. Quindi, è seguito il controinterrogatorio dei difensori degli imputati. Interrogativi, dunque, per scandagliare la realtà del cantiere dell’epoca. Non tutti i testimoni sono stati in grado di ricostruire con esattezza le circostanze, rispondendo con un «non ricordo».
Non sono mancate le obiezioni procedurali, avanzate dalle difese. Gli interrogativi erano sostanzialmente volti a comprendere le condizioni di lavoro nelle quali operavano le maestranze. È stato chiesto quali fossero le misure di sicurezza adottate in cantiere. S’è posta l’attenzione anche sull’aspetto legato alla prevenzione. E, ancora, è stato chiesto se c’erano impianti localizzati di aspirazione. Si è discusso altresì sui tempi di esposizione ai materiali, come pure sulla tempistica in ordine ai controlli sanitari. Le parti civili hanno insistito molto, tra l’altro, sull’aspetto informativo inerente le caratteristiche e la pericolosità dell’amianto. «Il quadro che si è tratteggiato – ha spiegato l’avvocato Paolo Bevilacqua, che rappresenta una delle parti civili – è che, in qualche modo, c’era consapevolezza di uno stato di disagio, di condizioni di lavoro per le quali non c’era però un’informazione specifica. Quindi, la pericolosità dell’amianto non era chiara. Ciò che è emerso è il fatto che le garanzie di sicurezza erano pochissime». Il controinterrogatorio delle difese ha spaziato dai controlli in azienda e sanitari, alla presenza in cantiere dei responsabili della sicurezza. (la.bo,)

Il Piccolo, 16 giugno 2010
 
IL RUOLO DI MARINO VISINTIN E MARIO BILUCAGLIA 
Processo amianto, il gup decide un supplemento d’indagine

Per comprendere come e quanto Marino Visintin e Mario Bilucaglia possano essere coinvolti, per le loro mansioni di responsabili del servizio di sicurezza all’interno del cantiere navale, nelle vicende legate all’impiego dell’amianto, dovrà essere avviata un’attività istruttoria che ricostruisca i complessi organigrammi esistenti nello stabilimento di Panzano, la ripartizione delle competenze e quindi i gradi di responsabilità nella presunta omissione dei controlli.
Lo ha deciso ieri il gup di Gorizia al termine dell’udienza preliminare resasi necessaria dopo che la Cassazione aveva annullato una precedente sentenza del gup di Gorizia, nel ”processo madre” celebrato lo scorso anno, che aveva mandato prosciolti i due funzionari.
La sentenza era stata impugnata davanti alla Suprema Corte dal pubblico ministero e la stessa Cassazione aveva quindi disposto che gli atti fossero rimessi a un nuovo giudizio.
La richiesta del pm di avviare un’attività istruttoria suppletiva, farà slittare il processo al prossimo 5 ottobre. Il giudice ha però anche deciso l’unificazione di tutti i procedimenti in cui erano stati coinvolti i due addetti alla sicurezza. Di fatto, secondo il legale di Visintin e Bilucaglia, l’avvocato Riccardo Cattarini, il ruolo dei due funzionari non era direttamente finalizzato a un controllo diretto sull’effettiva applicazione delle norme di sicurezza e tutela della salute all’interno del cantiere. Svolgevano di fatto una sorta di consulenza. E quindi, secondo il legale, erano da ritenersi estranei alle accuse a loro carico.

Il Piccolo, 29 giugno 2010
 
Malati di mesotelioma in costante aumento 
Dati preoccupanti E oggi riprende il processo amianto

Riprende oggi al Tribunale di Gorizia il maxi-processo sui decessi da amianto, che vede imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere navale. Le parti offese rappresentano 85 vittime, morte a causa dell’esposizione al minerale killer nello stabilimento di Monfalcone. La precedente udienza, che ha visto sfilare diversi test, è stata riaggiornata a oggi.
Intanto, dalla Notte bianca della Prevenzione, promossa all’ospedale San Polo dalla sezione isontina della Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt) sono emersi nuovi dati sull’epidemia di mesotelioma nelle Province di Gorizia e di Trieste, che si conferma mai sopita né pare mostrare segni di attenuazione. Ciò è emerso chiaramente dalla relazione di Diego Serraino, epidemiologo del Cro di Aviano. I dati raccolti dal Registro tumori regionale arrivano oggi fino al 2007 e sono proprio quelli più recenti, relativi al biennio 2006-2007, non ancora pubblicati, a destare il maggiore interesse perché forniscono informazioni del tutto nuove sul trend del tumore.
Si evidenzia infatti la diversità assai spiccata tra le province di Gorizia e Trieste da un lato e le province di Pordenone e Udine dall’altro. Nel Fvg l’epidemia di mesotelioma è infatti un fenomeno prettamente giuliano con incidenze che nei maschi sono da 7 a 15 volte superiori nelle Province giuliane rispetto a quelle di Udine e Pordenone. Quanto ai tumori polmonari, il dottor Serraino ha sottolineato che anche in Regione si nota come in altre parti d’Italia una tendenza alla diminuzione di incidenza nei maschi, diminuzione che è possibile mettere in relazione con le campagne antifumo partite negli anni ’80 del secolo scorso. Nel sesso femminile invece si rileva purtroppo una tendenza all’aumento.
Entrando nel dettaglio, dall’analisi dei dati precedenti si rileva come, nel 2004-2005, 9,9 uomini su 100mila risultassero affetti da mesotelioma. Nel 2006-2007 l’incidenza riscontrata è più elevata, pari a 15 su 100mila. Sempre nel 2006-2007, a Pordenone, il rapporto è stato invece di 1 su 100mila. A Udine 1 su 100mila. Nel 2004-2005 si sono avuti a Gorizia 30 casi di mesotelioma. Nel 2006-2007 38. (t.c.)

Il Piccolo, 30 giugno 2010
 
SFILANO I TESTIMONI AL MAXI-PROCESSO CHE SI CELEBRA A GORIZIA 
«Amianto? I sindacati sapevano» 
Parlano i cantierini: nessuno ci ha mai detto della pericolosità. Solo pochi usavano le mascherine

di FRANCO FEMIA

«Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione all’amianto»: Guido Clemente, fino al 1997 dipendente della Fincantieri e tra i tanti che sono andati in pensione anticipatamente con la legge sull’amianto, ha spiegato ieri al maxi-processo in corso di svolgimento al Tri bunale di Gorizia ome gli operai lavoravano alla costruzione delle navi nel cantiere di Panzano, gli accorgimenti di sicurezza che venivano adottati e al fatto che nessuno li aveva informati sui pericolo che correvano venendo a contatto con l’amianto.
«Tra noi operai si era cominciato a parlare della presenza dell’amianto a metà degli anni Settanta – ha detto Clemente, originario di San Pier d’Isonzo, ma residente a Villesse -, ma nessuno ci aveva informato sui rischi che correvamo. L’ho saputo solo al momento che mi è stato chiesto di andare in pensione, nel 1997. Se lo avessi saputo prima avrei senza dubbio cambiato lavoro. Ho visto diversi miei colleghi ed amici morire per colpa dell’amianto».
Clemente ha lavorato sulle navi come carpentiere anche se durante la trentennale presenza nei cantieri ha svolto anche altre mansioni ed ha lavorato pure, per un breve periodo, ai cantieri di Palermo. Ha spiegato che fino a metà degli anni Sessanta erano in pochi a usare mascherine e altri oggetti anti-infortuni, introdotti in modo massiccio negli anni successivi, anche se spesso gli operai, in particolare quelli che lavoravano in spazi angusti, spesso se li toglievano. In quegli anni vennero anche sostituiti i vecchi aspiratori con dei nuovi più grandi e più capaci.
C’era un servizio di sicurezza: tre persone giravano nel cantiere per effettuare dei controlli, ma è emerso che al di là di qualche rimbrotto non veniva elevata alcuna sanzione nei confronti di coloro che non utilizzavano le mascherine, i caschi o gli occhiali appositi per evitare di venir colpiti dalle schegge e altri oggetti.
Il maxi-processo all’amianto, presieduto dal giudice monocratico Matteo Trotta, riprenderà domani con un’altra udienza in cui saranno sentiti altri ex dipendenti della Fincantieri.

Il Piccolo, 01 luglio 2010 
 
AUTODIFESA DI EX SINDACALISTI E DELEGATI
«Non siamo complici del dramma-amianto» 
Francovig (ex Fiom): «Non è vero che sapevamo tutto, abbiamo pagato come gli altri»

di TIZIANA CARPINELLI

«Tutti, sapevano tutti». La frase riecheggia ancora nei corridoi del tribunale, tra i parenti delle vittime decedute e i cantierini superstiti alla silenziosa strage dell’amianto. Rimbalza nelle officine delle fabbriche, entro le mura di casa, dividendo le coscienze. Martedì, all’ultima udienza del maxi-processo che sui celebra a Gorizia, l’ex operaio Guido Clemente ha dichiarato: «Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione dell’amianto». Ma la risposta di chi rappresenta o ha rappresentato i lavoratori del cantiere è l’autodifesa: «Siamo stati testimoni ignoranti».
Perché a essersi ammalati e, in molti casi, a esser stati ghermiti dal mesotelioma, il tumore che non dà scampo a chi ha respirato per anni le fibre del minerale killer, sono stati anche loro, i sindacalisti. Lo afferma l’ex meccanico di bordo ed ex delegato Fiom-Cgil Luigino Francovig: «Dire che siamo stati responsabili pure noi è fin troppo facile, oggi: sono un esposto all’amianto e se avessi saputo del pericolo certo non sarei rimasto lì, non sono mica scemo! Il punto è un altro: siamo stati tutti testimoni ignoranti dell’amianto». Concorde Franco Buttignon, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu del cantiere di Panzano fino al 2005: «Tra trent’anni ci sarà chi dirà la stessa cosa per la lana di roccia, pur se in passato si è svolto un monitoraggio dell’ambiente e si è stretto un accordo con l’azienda, putroppo oggi disatteso».
Ma Duilio Castelli, il fondatore e presidente onorario dell’Associazione esposti amianto (Aea), colui che ha dato vita al movimento di tutela delle vittime e dei loro familiari, smentisce la tesi: «Io posso dire, perché l’ho vissuto sulla mia pelle, che i sindacati sapevano: quando nel 1971 mi ammalai di asbestosi e andai con il certificato, redatto dal medico, da uno dei rappresentanti dei lavoratori dell’epoca, Sergio Parenzan, per me uno dei migliori, lui, una volta viste le carte, si volse verso un suo collega e disse: ”Un altro”. Un altro cosa? Vuol dire che prima di me già altri operai erano andati da loro con lo stesso certificato, dunque perché non vennero presi dei provvedimenti fino al 1976?».
Francovig, ex sindacalista, la vede però diversamente: «Fa effetto, oggi, dire che il sindacato è responsabile dei decessi, ma ci si dimentica del fatto che, in quegli anni, il 95% degli operai risultava iscritto ai sindacati e che tra i delegati all’ambiente di allora c’erano persone che lavoravano a bordo e in mezzo all’amianto: se avessero saputo della nocività delle mansioni quotidianamente svolte sarebbero forse rimasti lì? Non credo. Ho sentito dire che passava la commissione deputata ai controlli e nessuno diceva niente per l’assenza di una mascherina. Se così è stato, non bisogna dimenticare che ogni persona deve essere responsabile della propria salute. Non si può decidere di osservare le regole solo se alle spalle si ha un controllore che vigila». «Né vanno scordate – conclude – le grandi lotte in cui i sindacati risultavano all’epoca impegnati: innanzitutto quella per la sicurezza sul posto di lavoro, visti i tassi elevati di mortalità, o per la necessità di disporre degli aspiratori di fumo per la salubrità degli ambienti. Nessuno, ripeto, nessuno era a conoscenza della pericolosità dell’amianto e dei suoi effetti a lungo termine».
Il fondatore dell’Aea, invece, ribadisce: «Il primo provvedimento venne preso appena nel 1976, nella salderia A, dove venivano saldati i pezzi dei sommergibili, che dovevano essere assemblati a una temperatura di 250 gradi. Risultava così pesante che gli operai lavoravano a turni di un’ora, alternando all’attività il riposo in una casupola lì vicino. Per evitare malori e ustioni veniva usata una tela d’amianto. Nel ’76 arrivò il dottor Gobbato della Medicina del lavoro di Trieste: vide l’ambiente e disse che c’era troppa polvere e che bisognava smettere di usare quella tela. Gli operai andarono a protestare dai sindacati e questi si rivolsero all’azienda, la quale replicò ch’erano appena stati presi altri appalti, sia per sommergibili che per navi, dunque si doveva continuare, modificando gradualmente nel tempo le modalità del lavoro. In seguito la tela venne sostituita con un’altra, di vetro-alluminio, che costava molto, 20mila lire a metro quadrato: a mio avviso non valeva niente e non aiutò più di tanto, nelle loro mansioni, i poveri saldatori. Sindacati e azienda si misero comunque d’accordo: dicono che la situazione andò avanti fino all’85, ma per me proseguì fino al ’90».

LA VECCHIA RSU PREFIGURA SCENARI ANALOGHI CON LA LANA DI ROCCIA 
Buttignon: le affermazioni vanno provate

«Qualsiasi lavoro in fabbrica solleva problemi di nocività: se sei in salderia e non usi mascherine o pettorine di pelle puoi avere delle conseguenze. Ciò che oggi sento dire sui sindacati a proposito dell’amianto, forse tra trent’anni verrà detto della lana di roccia e ciò nonostante sia stato promosso un monitoraggio e sottoscritto un accordo con l’azienda, pur se oggi disatteso perché mancano controlli». A parlare è Franco Buttignon, fino al 2005 coordinatore Rsu Fiom-Cgil: «Oggi tutti navigano su internet e si fanno un’idea, sulla base di ciò che leggono, della ”questione lana di roccia”. Ma noi, come delegati di fabbrica, a suo tempo fummo investiti del problema e facemmo spendere milioni all’azienda per compiere degli studi specifici, attraverso l’istituto Maugeri di Pavia e il dottor Zanin. Vennero analizzate le diverse fibre impiegate nelle lavorazioni e svolti i monitoraggi su ambienti e operai. Emerse che lavorare con la lana di roccia non equivaleva certo a mangiare un panino con la mortadella, tuttavia in presenza di accorgimenti e norme di sicurezza non provocava danni. Così il sindacato stipulò un accordo con l’azienda, per il rispetto delle regole, che oggi mi risulta non essere sempre osservate proprio a causa dell’assenza di controlli». «Un domani – conclude – potrà esserci un altro dottor Bianchi che apre un cadavere e trova delle fibre di lana di roccia e magari qualcuno proverà a dire che è colpa dei sindacati. Io sono entrato in fabbrica nell’81, dunque non ignoro dell’amianto. Tuttavia penso che le affermazioni devono essere innanzitutto comprovate, in sede processuale». (ti.ca.)

Il Piccolo, 02 luglio 2010
 
NUOVI TESTI AL MAXI-PROCESSO 
Amianto, gli ex cantierini: si lavorava nella polvere

Le condizioni di lavoro in cantiere. «In mezzo alla polvere». E le protezioni o gli accorgimenti presenti in fabbrica. Sono sfilati altri 4 testi ieri, al Tribunale di Gorizia, nell’ambito del maxi-processo dedicato alle morti da amianto. Altri ex operai che hanno raccontato come operavano nel cantiere navale. È stata, insomma, ripercorsa ancora una volta la giornata-tipo nello stabilimento. L’udienza iniziata alle 9, si è chiusa verso le 17. Con l’avvocato Riccardo Cattarini a insistere per accelerare i tempi, di fronte alla presenza di oltre 350 testimoni. Alla fine, l’udienza, presieduta dal giudice monocratico Matteo Trotta, è stata riaggiornata a lunedì. In quella sede saranno ”calendarizzate” le udienze a partire da metà settembre fino a fine anno. Per questo mese di luglio sono previste una decina di udienze. Si parla in media di due udienze settimanali fino alla pausa delle ferie. Il maxi-processo vede imputati 41 persone tra vertici dell’ex Italcantieri, responsabili dei servizi di sicurezza e delle ditte che operavano in subappalto all’interno del cantiere. Le parti offese rappresentano 85 vittime, morte a causa dell’esposizione al minerale-killer.
Nella precedente udienza aveva deposto anche Guido Clemente, fino al ’97 dipendente della Fincantieri e tra i tanti che sono andati in pensione anticipatamente con la legge sull’amianto. Aveva spiegato che «neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione all’amianto». Aveva anche spiegato che fino a metà degli anni Sessanta erano in pochi a usare mascherine e altri oggetti anti-infortuni, introdotti in modo massiccio negli anni successivi. In quegli anni vennero sostituiti i vecchi aspiratori con dei nuovi più grandi e più capaci.

Il Piccolo, 07 luglio 2010
 
Un teste: per i meccanici mascherina non obbligatoria 
Prosegue il maxi-processo per le morti da amianto che si celebra a Gorizia

Al maxi-processo per l’amianto, che si celebra al tribunale di Gorizia, continuano a sfilare dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta gli ex dipendenti dei cantieri di Monfalcone. Sono chiamati a testimoniare sulle condizioni di lavoro all’ex Italcantieri negli anni che vanno dal 1960 al 1990. Ieri in agenda c’erano sette testi, ma uno di questi, Lucio Deotto, nel frattempo è morto per una malattia professionale anche se non direttamente collegata all’esposizione all’amianto.
Una delle deposizioni più lunghe è stata quella di Renzo Tripodi, meccanico, dipendente dell’Italcantieri fino al 1980. Il teste, rispondendo a una lunga serie di domande fatta dal pubblico ministero Luigi Leghissa, parti civili e difesa, ha ricostruito le varie mansioni svolte dagli operai a bordo nave. In particolare il testimone ha descritto lo stato ambientale in cui operavano le maestranze sotto il profilo della salubrità. È emerso quanto dichiarato anche da altri testimoni nelle precedenti udienze e cioè che nel cantiere c’era carenza nelle misure di sicurezza in particolare negli anni Sessanta. Tripodi ha ricordato come ai meccanici l’azienda non imponeva l’uso della mascherina.
Non sono mancati vivace battibecchi tra difensori degli imputati e parti civili sulle varie domande che venivano poste. Come è noto 41 sono gli imputati tra ex dirigenti dell’Italcantieri, responsabili di ditte subappaltanti e responsabili della sicurezza, che devono rispondere di omicidio colposo per la morte di 85 dipendenti dei cantieri dovuta ad asbestosi, la malattia legata all’esposizione all’amianto.
Prima della pausa feriale sono in agenda ancora due udienze, il 12 e il 20 luglio nelle quali saranno sentiti altri dipendenti dei cantieri di Panzano. In tutto sono stati citati tra pm e difesa 400 testimoni. (fra. fem.)

Il Piccolo, 13 luglio 2010
 
INTERROGATORI AL MAXI-PROCESSO 
Un teste: «Già negli anni ’70 sapevamo del rischio-amianto»

Continua dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta, al tribunale di Gorizia, la sfilata dei testi al maxiprocesso per l’amianto. Sono ancora gli ex dipendenti del cantiere di Panzano protagonisti di questa fase del processo: lunghe deposizioni per spiegare, su richiesta del pm Luigi Leghissa, come si svolgeva il lavoro all’interno dello stabilimento navale negli anni in cui, secondo l’accusa, veniva usato l’amianto per coibentare parti delle navi. Ieri è toccato a Lucio Vittor, originario di San Canzian d’Isonzo ma residente a Duino, a sostenere un lungo interrogatorio. L’uomo, che ha operato nei cantieri nel settore sicurezza come vigile del fuoco, ha spiegato, anche su sollecitazione dei legali di parte civile e della difesa, come si svolgevano le varie fasi di lavorazione nella costruzione prima dei sommergibili e poi nelle navi commerciali. Ha confermato quanto riportato da altri testi nelle precedenti udienze, come già a metà degli anni Settanta si sapeva all’interno dei cantieri della pericolosità dell’amianto. La prossima udienza è in calendario martedì 20 luglio, poi ci sarà una lunga pausa feriale. Il processo riprenderà a settembre sempre con la deposizione dei testimoni. (fra. fem.)

Il Piccolo, 14 luglio 2010
 
Non provata la colpa dell’amianto, assolti i vertici del cantiere

Non è stata accertata con chiarezza se la malattia contratta da un ex dipendente dell’Italacantieri fosse causata principalmente dall’esposizione all’amianto oppure da altre patologie.
Così Giorgio Tupini, Vittorio Fanfani e Manlio Lippi, ex dirigenti dell’Italcantieri, sono stati assolti dall’accusa di lesioni seppure con la formula dubitativa dal giudice monocratico Emanuela Bigattin. È stato lo stesso pubblico ministero Luigi Leghissa a chiedere l’assoluzione, pur invocando il secondo comma dell’artico 350 del codice di procedura penale, alla luce della deposizione del consulente. Il perito aveva sostenuto che la parte lesa registrava un’alterazione della funzionalità respiratoria che poteva derivare da cause diverse da quella dell’asbestosi. L’uomo infatti, oltre ad essere un fumatore, soffriva pure di tubercolosi. Nel frattempo è deceduto e non è escluso che la sua vicenda, dal punto di vista giudiziario, si possa riaprire come ha anticipato il pm Leghissa e in qual caso anche la sua vicenda potrebbe rientrare in quei casi che vengono discussi al maxiprocesso all’amianto che si celebra dinanzi al giudice monocratico di Gorizia.
Non è la prima sentenza assolutoria che viene emessa dal tribunale di Gorizia in processo per lesioni correlate all’esposizione all’amianto. Si è tratto spesso di operai che soffrivano di placche pleuriche che allo stato attuale non è stato provato clinicamente siano provocate solamente dall’esposizione all’amianto, ma possono essere causate anche da altre patologie. (fra. fem.)

Il Piccolo, 22 settembre 2010

MAXI-PROCESSO. L’ACCUSA DI UN TESTE: «NESSUNO CI HA MAI DETTO CHE CORREVAMO RISCHI» 
Morti da amianto, si apre un nuovo filone 
Riguarda trenta decessi di ex cantierini. Il lavoro dei pm è ormai quasi completato

di FRANCO FEMIA

Conclusa la pausa feriale è ripreso al tribunale di Gorizia il maxi-processo per la morte di 86 lavoratori esposti all’amianto. L’udienza di ieri ha visto ancora protagonisti, come testimoni, ex dipendenti dei cantieri che hanno raccontato come fino agli anni Ottanta si svolgeva il lavoro nello stabilimento navale di Panzano tra fumi e polvere d’amianto con sistemi di protezione di fatto inesistenti.
Le testimonianze occuperanno ancora molte udienze di un processo che, se tutto procederà senza intoppi, durerà almeno un anno ancora.
Ma al secondo piano del Palazzo di giustizia la Procura continua il suo lavoro di indagine su molti altri casi di decessi causati dall’esposizione d’amianto e denunciato dai familiari delle vittime. Un nuovo filone di inchiesta sta per essere portato a termine e riguarda altri trenta decessi di ex cantierini tutti causati, secondo quanto accertato, dall’asbestosi.
Se il maxi-processo durerà per tutto il 2011 prima di arrivare a un sentenza, di amianto le aule di giustizia goriziane di amianto dovranno occuparsene per molti anni a venire. Le statistiche indicano che i decessi continueranno almeno fino al 2020.
Tornando all’attualità ieri. tra le testimonianze, c’è stata quella di Carmelo Cuscurrà, che ha lavorato come dipendente dei cantieri dal 1955 al 1983.
«Non ho mai sentito – ha detto interrogato dal pubblico ministero Valentina Bossi – della pericolosità dell’amianto anche se sapevamo bene di lavorare con questo materiale» «Ci hanno abbandonato – è stata a un certo punto la sua accusa – e nessuno si è preoccupato di noi. Non avevamo nè mascherine nè altri mezzi di protezione».
«Si lavorava anche di notte per far rispettare le scadenze degli appalti – ha detto Cuscurrà – perché eravamo orgogliosi del cantiere, che era la nostra prima casa»,
Il processo continuerà martedì prossimo e il giudice monocratico Matteo Trotta ha fissato altre tre udienze a ottobre, il 4, il 26 e il 28.
 
«Mio padre, vittima della fibra killer» 
La figlia di Antonio Deroia: «Si chiedeva quanto avrebbe dovuto soffrire»

Negli anni le vittime dell’amianto sono state talmente tante che ricordarle tutte, singolarmente, caso per caso, è impossibile. Sono poche le famiglie di Monfalcone e del mandamento che non hanno pianto per la scomparsa di uno o più cari. Tra i molti, oggi ricorre il primo anniversario dalla morte di Antonio Deroia. Aveva compiuto 77 anni da meno di un mese. Era nato a Lussinpiccolo il primo settembre del 1932 e per 40 anni aveva lavorato esclusivamente nel cantiere di Panzano. Sulla sua scheda personale, alla voce causa del decesso compare implacabile la dicitura mesotelioma pleurico. In altri termini: è una delle vittime dell’amianto.
La sua è una storia come tante altre e come tante altre è allo stesso modo tragica. A ricordarla a dodici mesi esatti dal giorno del lutto è la figlia Gabriella che vuole in questo modo tenere alta l’attenzione sul fenomeno. «A differenza di quanto capitato ad altre persone, morte senza sapere d’essere malate, lui era a conoscenza della malattia – dice la donna -. Gliel’avevano diagnosticata a febbraio e continuava a chiedere a me, a mia sorella Sabrina e a nostra madre Mirella, quanto ancora avrebbe dovuto soffrire prima di morire. È stata per tutti molto dura. È rimasto lucido fino all’ultimo. Il medico gli praticava la terapia del dolore a casa».
Dopo aver conseguito il diploma di perito navale all’Istituto Alessandro Volta di Trieste, Antonio Deroia era stato assunto in cantiere dove aveva lavorato come impiegato tecnico, capozona della Saldo carpenteria e per anni aveva inoltre fatto parte del colleggio direttivo dell’Anla, l’Associazione dei lavoratori anziani d’azienda. All’Anla aveva trovato innumerevoli amici e collaboratori, molti dei quali sono deceduti prematuramente a causa dell’amianto proprio come è successo a lui. (s.b.)

Il Piccolo, 29 settembre 2010
 
NUOVA UDIENZA A GORIZIA PER LA MORTE DI 85 CANTIERINI 
Amianto, al processo sfilano gli operai: «In mezzo alla polvere senza mascherina»

Prosegue al tribunale di Gorizia la deposizione dei testi nel maxi-processo all’amianto, che vede imputati 41 persone tra dirigenti dell’ex Italcantieri e responsabili delle ditte che avevano in subappalto lavori all’interno del cantiere navale. L’accusa è di omicidio colposo nei confronti di 85 operai deceduti a causa dell’esposizione all’amianto.
Sfilano dinanzi al giudice monocratico Matteo Trotta gli operai che hanno lavorato all’interno dello stabilimento di Panzano. Sono testimonianze che raccontano come si lavorava sulle navi negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, quando lavorare con l’amianto era prassi quotidiana senza le più elementari misure di sicurezza. Il leit-motiv è sempre lo stesso, uguale a quanto hanno raccontato i testi delle precedenti udienze: nessuno era a conoscenza delle pericolosità dell’amianto.
«Si lavorava in mezzo alla polvere, non si vedeva quasi niente e non si usava la mascherina – ha raccontato ieri un operaio andato in pensione nel 1988 dopo essere stato coibentatore, fabbro-nave e guardiafuochi – Gli aspiratori erano piccoli e insufficienti e quando, negli anni Settanta, furono installati altri più grandi, erano sprovvisti di filtri e facevano più male che bene».
Anche le ditte appaltanti non sapevano i danni causati dall’asbestosi. Lo ha confermato ieri il titolare di una ditta appaltante. Ha detto che gli operai venivano sottoposti una volta all’anno a una visita specialistica e solo dopo il 1992, grazie a una nuova normativa, venivano effettuati maggiori controlli e venivano usati mascherine, guanti e occhiali a protezione di chi lavorava sulle navi.
Il giudice ha fissato altre udienze il 4, 26 e 28 ottobre. Si procederà ancora all’assunzione di testi presi dall’elenco di 400 citati da parte del pubblico ministero e dagli avvocati difensori e di parte civile. (fra. fem.)

Il Piccolo, 11 febbraio 2010
 
CONFERENZA REGIONALE A TRIESTE 
L’amianto uccide ogni anno sessanta persone in regione

«Ogni anno in Friuli Venezia Giulia muoiono 60 persone per mesotelioma della pleura. Considerando che nel 2008 i morti di infortunio sul lavoro sono stati 30, ci si rende conto della strage che ci troviamo ad affrontare». Con queste parole il presidente della Commissione amianto Mauro Melato ha dato il via alla quarta Conferenza regionale sull’amianto in Friuli Venezia Giulia. La giornata dei lavori ha visto alternarsi numerosi relatori che hanno affrontato il problema amianto nelle sue articolazioni sanitarie, ambientali, giuridiche. «In regione sono ancora presenti infinite quantità di questo materiale – ha detto Melato – perlopiù disperse in piccoli depositi». L’intervento di Enrico Bullian, componente della Commissione amianto, si è concentrato proprio sulla bonifica dei siti contaminati: «Tra 2001 e 2008 i piani di lavoro regionali hanno registrato un aumento continuo degli interventi – ha detto -, passando dalle poche centinaia degli anni ’90 ai 2631 di due anni fa». Bullian ha indicato l’esempio da seguire nel progetto di microraccolta per privati portato avanti dalla provincia di Gorizia: «Gorizia è all’avanguardia in questo settore – ha spiegato Bullian – mentre Trieste il progetto è agli inizi: la provincia registra un basso numero di domande d’intervento da parte dei privati». Bullian ha poi sottolineato l’esistenza in regione di diversi casi di grave inquinamento: in provincia di Trieste sono si segnalano l’ex raffineria Aquila e lo Scalo legnami di Servola.
Giorgio Matassi, di Arpa Fvg, ha delineato le proporzioni del problema: «Abbiamo censito oltre un milione di metri quadri sul territorio regionale, e si segnalano 752 strutture associate a 335 soggetti dichiaranti». Anche le conseguenze sanitarie sono in continua crescita, e secondo gli studiosi picco delle malattie correlate arriverà soltanto nel 2015-2020: «Nel frattempo Trieste e Gorizia sono le province con la maglia nera in Italia – ha commentato Melato – assieme a Genova e La Spezia». Maria Giovanna Munafò, membro della commissione e tra gli organizzatori della sorveglianza sanitaria regionale, ha riportato i dati sugli esposti: «In regione abbiamo 8400 iscritti al registro degli esposti amianto, di cui 5032 per motivi professionali». Di questi i cittadini della provincia di Trieste sono 2877, mentre i monfalconesi e isontini sono 1321. Per rapporto esposti-abitanti, Gorizia detiene il triste primato della provincia “più esposta”. All’alto numero degli esposti consegue la diffusione delle malattie asbesto-correlate: «Il problema dei mesoteliomi è importantissimo nella zona costiera – ha affermato la responsabile del registro mesoteliomi Renata De Zotti – e l’andamento dei dati non accenna a una riduzione dei casi con il passare degli anni». I procuratori capo dei tribunali di Gorizia e Trieste, Caterina Ajello e Michele Della Costa, hanno esposto il versante giuridico del “dramma amianto”: «Lancio un grido di dolore – ha detto Ajello – perché per fare il nostro lavoro abbiamo bisogno di più aiuto da parte dell’Ass: queste indagini non possono essere condotte solo dalle forze dell’ordine, serve personale specializzato che solo l’azienda ci può fornire».

Giovanni Tomasin

Il Piccolo, 19 febbraio 2010
 
LA DENUNCIA DELL’EX SINDACALISTA ED ESPOSTO LUIGINO FRANCOVIG 
Processi amianto, la carenza di magistrati allunga i tempi 
Esigue anche le risorse economiche per tradurre gli studi scientifici in concrete risposte terapeutiche

Il procuratore capo della Repubblica di Gorizia, Caterina Ajello lo ha dichiarato in occasione della quarta Conferenza regionale dedicata all’amianto, tenutasi a Trieste il 10 febbraio scorso: la magistratura non è sufficiente per fronteggiare i processi in ordine ai decessi dei lavoratori esposti al minerale. Con ciò ponendo il problema in relazione ai tempi dei procedimenti. È stata presa in considerazione anche la questione legata alla necessità di avvalersi di tecnici specializzati ai fini della ricostruzione inquirente nell’ambito delle indagini. A rilanciare il problema è l’ex sindacalista ed esposto all’amianto, Luigino Francovig. «Ho assistito alla Conferenza regionale – spiega – e sono emerse importanti questioni. In primis, la carenza di magistrati assegnati ai processi per l’amianto, come ha sostenuto il procuratore capo di Gorizia. È un problema reale: quale garanzia c’è affinchè vengano espletati i processi in tempi congrui? Sono aspetti, è stato spiegato alla Conferenza, già esposti al Consiglio superiore della magistratura, ma intanto la realtà resta quella dell’evidente divario tra i procedimenti che faticano a giungere a sentenza, mentre dall’altro si continua a morire di amianto. Si è parlato di 60 decessi all’anno».
Francovig si sofferma sull’aspetto sanitario: «Durante la Conferenza una ricercatrice di Trieste ha messo in evidenza l’esistenza di studi importanti sulle malattie legate all’esposizione all’amianto, ma non ci sono risorse economiche per tradurre questi percorsi scientifici in percorsi terapeutici. Con ciò senza considerare i potenziali rischi provocati anche dall’utilizzo nelle fabbriche degli attuali materiali. E ancora: che indicazioni ci sono a proposito del Centro specialistico ipotizzato a Monfalcone, come pure dell’assistenza specialistica decentrata? Il piano socio-sanitario regionale prevede evidenti riorganizzazioni per l’ospedale di San Polo e per quello di Gorizia. Ci si chiede pertanto quale prospettiva di cura può avere un ammalato esposto all’amianto?». Francovig conclude: «La Conferenza regionale ha messo in luce aspetti sui quali è necessario riflettere. Sarebbe auspicabile un piano complessivo, che possa coordinare gli interventi oggi prodotti dalle singole e rispettive istituzioni, per affrontare questa complessa e drammatica problematica in modo più incisivo». (la. bo.)

Il Piccolo, 10 marzo 2010
 
ACCORPATI DAL TRIBUNALE DI GORIZIA SU RICHIESTA DEL PM DUE PROCEDIMENTI 
Morti d’amianto, tre rinvii a giudizio 
Indagini sul ruolo ricoperto da Marino Visintin nell’ambito di Fincantieri

Due nuovi procedimenti per omicidio colposo legati a due decessi per esposizioni all’amianto sono approdati ieri dinanzi al giudice dell’udienze preliminari Paola Santangelo. I due fascicoli sono stati riuniti e il giudice, accogliendo la richiesta avanzata dal pubblico ministero Luigi Leghissa, ha rinviato a giudizio Manlio Lippi, Enrico Bocchini e Vittorio Fanfani, che all’epoca dei fatti erano ai vertici dell’Italcantieri. Sono state ammesse anche le parti civili rappresentante dai familiari dei due operai i cui decessi sarebbero legati all’amianto.
L’accusa agli imputati è di aver omesso le misure di sicurezza necessarie per contenere l’esposizione all’amianto, di fornire ai dipendenti mezzi personali di protezione (mascherine e guanti) e si sottoporli a un adeguato controllo sanitario. Il processo è stato fissato per il 13 aprile dinanzi al giudice monocratico del tribunale di Gorizia.
È stata invece stralciata la posizione di Mario Abbona e Marino Visintin per ulteriori accertamenti sulle funzioni ricoperte all’interno del cantiere di Monfalcone. Abbona era addetto al servizio centrale di sicurezza del gruppo, mentre Visintin era responsabile della sicurezza all’interno dello stabilimento di Monfalcone nel periodo tra il 1972 e il 1992.
Visintin non è la prima volta che viene chiamato in causa in questi procedimenti legati all’amianto. Nell’inchiesta della Procura della Repubblica di Trieste Visintin non era stato indagato, ma sentito come teste. In un altro caso, quello avviato dalla Procura della Repubblica di Gorizia invece il pm aveva chiesto per Visintin il rinvio a giudizio. Ma il Gup, sposando la linea della procura triestina, richiesta non accolta dal gup che aveva prosciolto Visintin. Ma la vicenda giudiziaria non si è conclusa: il pubblico ministero ha impugnato la decisione di proscioglimento ricorrendo alla Corte di Cassazione, che ha disposto una parziale riapertura delle indagini nei confronti di Visintin per accertare se i dipendenti colpiti dalla malattia fossero gerarchicamente sottoposti a Visintin oppure se i loro capi fossero altri.
Marino Visintin per questo suo coinvolgimento nell’inchiesta ha già pagato sul piano politico con le dimissioni da assessore al Lavoro. Nell’ambito del centrosinistra, che governa la Provincia, si era aperto un anno fa un vivace dibattito con Rifondazione comunista che aveva chiesto con forza le sue dimissioni. Sulla stessa posizione anche il centrodestra che aveva rimarcato come più volte il presidente Gherghetta avesse espresso la volontà che la Provincia si costituisse parte civile nei processi per le morti da amianto. (fra. fem.)

Il Piccolo, 12 marzo 2010

CONVENZIONE CON LA PROVINCIA 
Parte alla Svoc la bonifica dell’amianto

Parte la bonifica dell’eternit alla Società velica Oscar Cosulich. Riguarda un deposito di imbarcazioni adibite alla scuola di vela, per il quale è stata sottoscritta una convenzione tra la Provincia di Gorizia e la società di Panzano. L’importo stabilito è di 31,7 mila euro, di cui 20mila garantiti dall’ente provinciale e i restanti in compartecipazione dalla stessa Svoc. L’intervento, ha spiegato il presidente della società velica, ingegner Sergio Lapo, vuole essere un primo, importante passo lungo il percorso di risanamento e sistemazione delle strutture. La bonifica del deposito rappresentava una «spina nel fianco», da tempo ritenuta urgenza prioritaria, che ha trovato la solerte e piena disponibilità della Provincia. I lavori partiranno lunedì e dureranno un mese. Lavori, peraltro, ”inaugurati” dal maltempo dell’altro giorno, quando la bora ha scoperchiato parte del tetto in eternit, mentre era in preparazione il cantiere. «Ci auguriamo – ha aggiunto Lapo – che questa bonifica possa rappresentare l’inizio di una serie di interventi di risanamento e di restauro di tutta la sede. Per questo, avvalendoci delle leggi in vigore, intendiamo insistere con la Regione per il reperimento delle risorse».
Nel giro di un anno, da quando la società ha posto il problema della bonifica all’avvio dei lavori, espletati tutti i necessari passaggi burocratici, si va dunque verso la risoluzione di un annoso problema. La convenzione stipulata costituisce un ”modello funzionale” di compartecipazione tra pubblico e privato, ha evidenziato l’assessore provinciale dallo Sport, Sara Vito. La Provincia ha garantito 20mila euro, mentre i restanti 11mila saranno a carico della Svoc. Un impegno finanziario non indifferente, per la società velica. La formalizzazione della convenzione è avvenuta nell’autunno 2009. «Abbiamo accolto l’istanza della Svoc per due ordini di motivi – ha continuato l’assessore Vito -, per l’urgenza dell’intervento di bonifica in sè, che rientra nell’ambito della politica della Provincia volta alla lotta contro il problema-amianto, e per l’importanza della società sportiva, fucina di atleti di grande livello. Il segnale è che, lavorando insieme, si riescono a ottenere risultati di qualità.». L’assessore ha spiegato che la Provincia ha investito molto sull’impiantistica sportiva, un milione di euro, che sarà liquidato a breve per realizzare interventi in tutti i Comuni dell’Isontino. «L’intenzione è quella di garantire almeno un intervento per ogni Comune, in una logica di pianificazione mirata. I finanziamenti relativi alla bonifica per la Svoc, invece, sono risorse suppletive, legate a fondi residui erogati attraverso la convenzione». (la.bo.)

Il Piccolo, 19 marzo 2010
 
LA GRAVE SITUAZIONE DEL TRIBUNALE ESAMINATA DAL CONSIGLIO GIUDIZIARIO 
Mancano giudici, processi per l’amianto a rischio 
È emersa la necessità di chiedere al ministero e al Csm di dichiarare Gorizia sede disagiata

di FRANCO FEMIA

I processi per i casi d’amianto sono a rischio per la carenza di giudici. Lo ha accertato il Consiglio giudiziario del distretto, presieduto dal presidente della Corte d’appello Mario Trampus, riunitosi in via straordinaria a Gorizia proprio per focalizzare la grave situazione in cui versa il tribunale, struttura ritenuta insufficiente per far fronte alla domanda di giustizia che emerge nel circondario.
Il prossimo trasferimento di tre magistrati giudicanti (Vicinanza, Bigattin e Masiello) di fatto impedirà lo svolgimento dei processi per l’amianto – tra gli altri a ruolo ce ne sono due con un centinaio di parti civili – se non attraverso l’applicazione di giudici dei tribunali di Udine e Pordenone. Ma anche la parte ordinaria rischia di collassare perché opererebbero al tribunale di Gorizia solo un gip e un giudice monocratico. Per questo motivo concorde è stata la richiesta al ministero della Giustizia e al Csm di dichiarare il tribunale di Gorizia sede disagiata in modo da incentivare l’arrivo di nuovi giudici. Il sindaco Ettore Romoli, presente all’incontro assieme al presidente della Provincia Enrico Gherghetta, ha assicurato il suo interessamento con il ministro Alfano perché la richiesta venga esaudita. «È importante che il Consiglio giudiziario si sia riunito a Gorizia – ha detto Romoli – perché ha acceso i riflettori sulla gravissima situazione in cui versa il tribunale, la cui amministrazione della giustizia rischia di diventare ingestibile».
È emersa anche la necessità che venga aumentata la pianta organica del tribunale passando dagli attuali 11 a 18 giudici. «Ma noi ci accontenteremo anche di 15», ha detto il presidente dell’Ordine degli avvocati Silvano Gaggioli.

Il Piccolo, 20 marzo 2010
 
DIPENDENTI DI DIVERSE AZIENDE DEL MONFALCONESE CHIEDONO UN RISARCIMENTO ECONOMICO PER IL DANNO SUBITO 
Amianto, già 400 esposti si appellano al giudice del lavoro 
Le prime udienze previste a inizio di giugno. Le pratiche raccolte in sei mesi dallo sportello Inca della Cgil

Sono oltre 400 i lavoratori di fabbriche del Monfalconese esposti all’amianto che hanno deciso di rivolgersi al giudice del Lavoro per tentare di ottenere il riconoscimento economico del ”danno differenziale”, cioè il risarcimento del danno subito a livello globale dalla persona a causa della malattia professionale, tolto in sostanza quanto eventualmente erogato dall’Inail.
Tante sono le pratiche che nell’arco di poco più di sei mesi ha raccolto l’apposito sportello creato dall’Inca della Cgil, nella sede situazione nel complesso Paciana, tra via Bixio e via 9 Giugno.
Le prime udienze davanti al giudice del Lavoro di Gorizia sono attese per l’inizio di giugno, come spiega l’avvocato Giancarlo Moro, esperto in diritto del lavoro, il cui studio di Padova collabora con la Cgil da tempo.
La maggior parte dei casi riguarda lavoratori del cantiere navale, diretti e indiretti, affiancati però da persone impiegate all’Ansaldo, in porto, alla centrale elettrica, allora Enel, Cartiera Burgo e Ferrovie dello Stato, tutti residenti nel Monfalconese e nella Bassa friulana.
Allo sportello della Cgil si sono rivolti però anche cittadini che hanno contratto patologie asbestocorrelate nella propria abitazione, vicina ai posti di lavoro dove l’amianto si è usato in modo massiccio in alcuni periodi. L’obiettivo della Cgil rimane del resto quello di “dare tutela a tutti”. «La malattia più diffusa sono le placche pleuriche – spiega l’avvocato Moro -, che però ottengono tra 1 e 5 punti dall’Inal. Peccato che i risarcimenti scattino dal sesto punto in poi». Per questi lavoratori, secondo il legale, la tutela risarcitatoria è l’unica opzione quindi a fronte dei danni alla salute subiti. La strada dei procedimenti penali va perseguita e la Cgil si costituisce parte civile ogni volta che si va a processo. «La Procura, la cui attività vediamo con favore, in primis si occupa però dei reati più gravi, cioè l’omicidio colposo – afferma Moro -, e non potrà, con le forze a disposizione, perseguire tutti i reati per le patologie medie o minori». Che, però, possono trovare una risposta attraverso il ricorso al giudice del Lavoro, secondo il legale, per il riconoscimento del “danno differenziale”. Quella del riconoscimento del danno differenziale è inoltre un’esperienza ormai consolidata, come dimostrano le 13 cause vinte a Venezia da parte di lavoratori del cantiere di Marghera.
I casi saranno valutati singolarmente dal giudice, ma il legale della Cgil auspica che possa essere utilizzato il notevole materiale probatorio già  accumulato per supportare i procedimenti penali e civili.
Laura Blasich

Il Piccolo, 31 marzo 2010
 
AL COMPUTER 
Si raccolgono e incrociano dati e documenti sulla vita del cantiere dal 1970 a oggi 
Amianto, al lavoro pool di 10 persone per rendere più celeri i processi

C’è un pool che lavora sui procedimenti per l’amianto. Un pool di 10 persone creato dalla Procura della repubblica e formato dai sostituti procuratori Luigi Leghissa e Valentina Bossi, da sei appartenenti alla forze dell’ordine (in gran parte carabinieri), due dirigenti del servizio di prevenzione e sicurezza sull’ambiente del lavoro dell’Azienda sanitaria isontina.
C’è poi a disposizione un consulente informatico e, grazie a un server fornito dalla Regione, la Procura sta informatizzando tutto quanto è necessario per snellire il lavoro legato all’esposizione all’amianto. «Si tratta di riscrivere la storia dei cantieri di questi ultimi anni», dice il procuratore Caterina Ajello. C’è da ricostruire 40 anni di storia dei cantieri, dal tipo e dalle modalità di costruzione delle navi, dai vertici apicali che si si sono succeduti in questi anni nello stabilimento di Panzano. Si tratta poi di memorizzare e incrociare migliaia di dati riferiti ai lavoratori e allo loro mansioni, il materiale documentale in possesso dei magistrati. Si stanno raccogliendo e informatizzando anche le testimonianze fornite dai familiari e dai colleghi degli dipendenti deceduti divise anche per periodi di lavoro.
Una mole di lavoro notevole ma che tornerà utile nell’economia processuale. Le informazioni raccolte e catalogate renderanno più spediti i procedimenti che per la materia trattata e per le numerose parti coinvolte – imputati, parti civili, periti e testimoni – si presentano assai complessi.
L’udienza del maxiprocesso, che vede sul banco degli imputati 26 tra dirigenti dell’ex Italcantieri e ditte che operavano nello stabilimento di Panzano, è fissata per il 13 aprile. Ma sarà ancora un’udienza interlocutoria dove il giudice monocratico sarà alle prese con le procedure preliminari legate ancora alla riunificazione dei numerosi fascicoli procedurali. Ma si tratta di una tappa importante di un processo atteso da anni dai familiari delle centinaia di vittime dell’amianto e che vedrà presenti come parti civili alcuni enti come il Comune di Monfalcone, la Provincia, l’Inail, l’Associazione esposti amianto e la Fiom-Cgil (fra. fem.)
 
APPELLO AL PRESIDENTE NAPOLITANO E AL MINISTRO ALFANO
«La Procura di Gorizia è in ginocchio» 
Ajello: «Ci restano solo tre magistrati». Cinque trasferimenti in pochi mesi

di FRANCO FEMIA

«Siamo in ginocchio. Da cinque sostituti procuratori a disposizione mi ritroverò presto solo con tre e con la gestione dell’inchiesta giudiziaria sull’amianto e anche con l’ordinaria amministrazione»: alla vigilia del maxiprocesso sull’amianto, il Procuratore della Repubblica Caterina Ajello lancia l’allarme. Ha già scritto al ministro della Giustizia Angelo Alfano per renderlo a conoscenza della situazione in cui versa il Palazzo di giustizia a Gorizia e ora la dottoressa Ajello è decisa a informare anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Non c’è pace dunque per la giustizia isontina alle prese da anni con un organico ristretto e con un valzer continuo di magistrati sia inquirenti che giudicanti. In un anno sono stati trasferiti, su loro richiesta, quattro sostituti procuratori ed ora un quinto, il dottor Fabrizio Suriano, è sul piede di partenza. Ne sono arrivati tre grazie al fatto che Gorizia è stata dichiarata sede disagiata, ma ora questa corsia preferenziale non esiste più.
Non si ride neppure al primo piano del palazzo di via Sauro. Il Tribunale entro l’estate perderà quattro magistrati giudicanti tanto che il maxi processo per l’amianto sarà presieduto direttamente dal presidente Matteo Trotta, non essendo altri giudici disponibili a seguire un procedimento che rischia di durare parecchi mesi se non qualche anno.
C’è, dunque, il rischio di prescrizione sui processi per l’amianto come sostiene l’Associazione esposti amianto? La dottoressa Ajello è fiduciosa, ritiene che per alcuni processi si possa arrivare al pronunciamento di 1° grado, che sarebbe un traguardo importante anche ai fini di una causa civile.
Oltre al maxiprocesso che vede riunite in un unico procedimento 102 parti lese, operai dei cantieri morti per asbestosi, sono pendenti in Procura procedimenti per altri 230 morti sempre per esposizione all’amianto. E altri fascicoli potrebbero arrivare negli uffici dei pm perché si ritiene che i decessi legati all’amianto proseguiranno ancora per molti anni.
«Noi stiamo lavorando a tamburo battente – dichiara l’Ajello -, è stato formato un pool coordinato da due sostituti procuratori impegnato a definire i fascicoli legati all’amianto».

Il Piccolo, 14 aprile 2010
 
UDIENZA LUNEDÌ 26 APRILE
Si gonfia il maxi-processo sull’amianto 
Aggiunti altri procedimenti. Un centinaio i cantierini deceduti

di FRANCO FEMIA

Si irrobustisce il già corposo fascicolo processuale che riguarda i morti da amianto. Due nuovi procedimenti, riferiti ad altrettanti presunti decessi per asbestosi, sono approdati ieri sul tavolo del giudice monocratico Emanuela Bigattin. E, come è accaduto per gli ultimi casi, anche questi su richiesta del pm Luigi Leghissa, vanno a confluire in quel mega-processo che è stato avviato dal tribunale di Gorizia e che prenderà il via lunedì 26 aprile.
Con i procedimenti di ieri si chiude questa fase procedurale dell’inchiesta sulle morti da amianto avviata dalla Procura della Repubblica e che riguarda esclusivamente decessi di quanti hanno lavorato all’interno del cantiere di Panzano. Altre decine di denunce sono ancora al vaglio del pool di magistrati, forze dell’ordine e tecnici che è stato creato appositamente dalla Procura goriziana. Ma saranno tutti casi che formeranno un successivo processo dal momento che non si è neppure arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio e quindi all’udienza preliminare. Inoltre,continuano i decessi legati all’esposizione all’amianto e, secondo le previsioni, continueranno fino al 2020.
Sarà lo stesso presidente del tribunale Matteo Trotta in qualità di giudice monocratico chiamato a condurre il processo che vede imputati gli ex amministratori e dirigenti dell’ex Italcantieri e i responsabili delle ditte d’appalto. Devono rispondere di omicidio colposo per la morte di un centinaio di dipendenti dell’ex Italcantieri, oggi Fincantieri, per aver omesso negli anni che vanno dal Sessanta all’Ottanta le misure di sicurezza necessarie per contenere l’esposizione all’amianto, di fornire ai dipendenti mezzi personali di protezione (mascherine e guanti) e di sottoporli a un adeguato controllo sanitario. Sono usciti dall’inchiesta e quindi dal processo perché nel frattempo deceduti Dario Alessandrini, ex direttore dell’Italcantieri, e Filippo Pianini, legale rappresentante di una ditta che lavorava all’interno del cantiere.
Per questo processo si sono costituiti parte civile oltre ai familiari della maggior parte delle vittime, l’Associazione esposti d’amianto di Monfalcone, il Comune di Monfalcone, la Provincia, la Regione, l’Inail e la Fiom-Cgil.
Ci vorranno comunque un paio di udienze, dedicate alle eccezioni preliminari e alle ammissioni delle prove che verranno richieste da difesa e accusa, perché il processo possa iniziare con la deposizione dei primi testi. Si preannuncia, comunque, un processo complesso che richiederà numerose udienze per ascoltare testimoni e nel quale ci sarà anche il confronto tra le perizie dell’accusa e della difesa. Ma il dottor Trotta è intenzionato ad accelerare i tempi proponendo udienze molto ravvicinate in modo da poter arrivare in tempi ragionevole alla sentenza.
Il tribunale di Gorizia ha già emesso una sentenza di condanna per il decesso di un dipendente dell’Italcantieri nei confronti di Manlio Lippi, dirigente dell’ex Italcantieri. La pena a un anno di reclusione è stata poi annullata in appello, perché l’imputato ha potuto godere della prescrizione del reato.

Il Piccolo, 26 aprile 2010
 
PARTI CIVILI I FAMILIARI, L’AEA, IL COMUNE, LA PROVINCIA, LA REGIONE, L’INAIL E LA FIOM-CGIL 
Si apre il maxi-processo per i morti di amianto 
Il procedimento riguarda il decesso di un centinaio di dipendenti dell’ex Italcantieri

Si apre oggi, al Tribunale di Gorizia, il maxi-processo per amianto. Sarà lo stesso presidente del Tribunale, Matteo Trotta, in qualità di giudice monocratico chiamato a condurre il processo, che vede imputati gli ex amministratori e dirigenti dell’ex Italcantieri e i responsabili delle ditte d’appalto. L’ipotesi di accusa è quella di omicidio colposo per la morte di un centinaio di dipendenti dell’ex Italcantieri, oggi Fincantieri, per aver omesso negli anni che vanno dal Sessanta all’Ottanta le misure di sicurezza necessarie per contenere l’esposizione all’amianto, di fornire ai dipendenti mezzi personali di protezione (mascherine e guanti) e di sottoporli a un adeguato controllo sanitario.
Sono usciti dall’inchiesta e quindi dal processo, perchè nel frattempo deceduti, Dario Alessandrini, ex direttore dell’Italcantieri, e Filippo Pianini, legale rappresentante di una ditta che lavorava all’interno del cantiere. Per questo processo si sono costituiti parte civile oltre ai familiari della maggior parte delle vittime, l’Associazione esposti amianto di Monfalcone, il Comune di Monfalcone, la Provincia di Gorizia, la Regione, l’Inail e la Fiom-Cgil. Ci vorranno comunque un paio di udienze, dedicate alle eccezioni preliminari e alle ammissioni delle prove che verranno richieste da difesa e accusa, perchè il processo possa iniziare con la deposizione dei primi testimoni.

Il Piccolo, 02 dicembre 2009
 
Verso il maxi-processo per le morti d’amianto  
La Procura di Gorizia punta all’unificazione dei procedimenti
 
 
di FRANCO FEMIA

La Procura della Repubblica di Gorizia intende arrivare a un maxi-processo per le morti da amianto. Infatti, alcuni procedimenti a ruolo ieri in Tribunale sono stati rinviati al prossimo 11 gennaio quando il giudice deciderà sull’unificazione di una serie di procedimenti in corso per dar vita a un unico processo.
La parte più corposa riguarda l’inchiesta condotta dalla Procura generale di Trieste, che nel giugno dello scorso anno aveva avocato a sè 42 fascicoli della procura goriziana per dare un’accelerazione alle decine e decine di procedimenti giacenti. Imputati di omicidio colposo sono in totale 21 tra ex dirigenti e ex amministratori dell’Italcantieri e di alcune ditte che avevano in subappalto lavori all’interno del cantiere di Panzano. Devono rispondere della morte di una trentina di operai per malattie riconducibili all’esposizione all’amianto contratte tra il 1965 e il 1985.
A giudizio si sono costituite una quarantina di parti civili tra familiari dei lavoratori deceduti, da enti quali la Regione, il Comune di Monfalcone, la Provincia, il Codacons, l’Associazione esposti da amianto (Aea), la Fiom e l’Inail. Il giudice nell’udienza preliminare aveva accolto la richiesta di citazione a giudizio di Fincantieri avanzata da alcuni legali di parte civile.
Fino a ora in primo grado si sono conclusi quattro processi legati all’esposizione all’amianto: due hanno visto la condanna degli ex dirigenti dell’Italcantieri a un anno di reclusione (in un caso in appello è intervenuta la prescrizione). In altri due processi c’è stata un’assoluzione perché non è stato provato che le malattie professionali contratte erano riconducibili direttamente all’esposizione all’amianto.

Messaggero Veneto, 02 dicembre 2009
 
Amianto, via al processo per omicidio a carico di 21 ex dirigenti dei cantieri 
 
MONFALCONE. Si è aperto ieri mattina dinanzi al Tribunale monocratico di Gorizia, con l’avvio della fase di verifica della costituzione delle parti e le ulteriori costituzioni di parte civile, il processo per omicidio colposo che vede imputati 21 ex dirigenti dei cantieri navalmeccanici di Monfalcone in relazione al decesso per malattie riconducibili all’esposizione all’amianto di 18 operai dello stabilimento.
Come parti civili figurano già l’Associazione esposti all’amianto di Monfalcone, la Regione, la Provincia di Gorizia, Inail e Fiom oltre a una quindicina di familiari degli operai scomparsi. Il giudice monocratico Emanuela Bigattin ha fissato la prossima udienza all’11 gennaio disponendo l’unificazione del procedimento con un altro analogo processo legato sempre al decesso di ex operai dei cantieri.
Tornando al processo apertosi ieri c’è da ricordare che rinviati a giudizio sono ex dirigenti ed ex amministratori dell’Italcantieri e responsabili di alcune ditte che avevano in subappalto lavori all’interno dello stabilimento. Devono rispondere tutti di omicidio colposo in relazione alla morte di 18 dipendenti, decessi che secondo l’accusa sono legati all’esposizione all’amianto avvenuta nel periodo di tempo compreso tra il 1965 e il 1985. Il processo scaturisce da due tronconi di inchiesta che erano stati a suo tempo avocati dalla Procura generale di Trieste.

Il Piccolo, 13 dicembre 2009
 
Strage da amianto, ancora troppi ostacoli 
Denuncia di Cattarini alla convention del Pd con la Serracchiani

Mentre a Torino i vertici di Eternit sono alla sbarra per le migliaia di morti da amianto nell’area di Casale Monferrato, a Monfalcone, Trieste e nella Bassa dove la strage non è di molto inferiore la strada per ottenere giustizia sarà ancora lunga. «E comunque non sarà risolutiva del problema», ha sottolineato l’avvocato Riccardo Cattarini, intervenuto ieri all’iniziativa dedicata al tema-amianto dal Pd nell’ambito della due-giorni ”Mille piazze per l’alternativa”. Delle azioni concrete, al di là di quelle legali, in campo penale e civile, secondo Cattarini si possono però mettere in campo con la prospettiva di ottenere dei risultati concreti. «Bisogna stanare le aziende – ha detto il legale -, perchè va bene che l’ex direttore dello stabilimento sia condannato per omicidio colposo, ma serve che Fincantieri partecipi finanziariamente alla cura degli ex lavoratori malati e alla bonifica dell’amianto ancora presente». Ieri al Kinemax non è stata comunque questa l’unica proposta avanzata per aggredire il dramma che l’esposizione all’amianto provoca e provocherà ancora a lungo.
Nel trarre le conclusioni, il segretario del Pd regionale ed europarlamentare Deborah Serracchiani ha indicato come obiettivo che il Friuli Venezia Giulia dovrebbe darsi quello di accogliere un centro per la ricerca delle metodologie per una rimozione sicura dell’amianto che sia un punto di riferimento a livello europeo. La richiesta di insediare invece a Monfalcone un centro per la cura delle malattie asbestocorrelate è stato rilanciato invece da Cgil, Cisl e Uil, per le quali ha parlato il segretario provinciale Uil Giacinto Menis. L’Aea ha presentato da parte una piattaforma rivendicativa più ampia. «Bisogna estendere la sorveglianza sanitaria – ha detto Enrico Bullian – anche a chi ha subito un esposizione non professionale, ma familiare, come le mogli, sorelle o figlie, o ambientale». Secondo l’Aea va posta sul tavolo anche la revisione del protocollo di sorveglianza sanitaria in modo da allargarlo all’individuazione di più patologie legate all’amianto. Il registro dei mesoteliomi dovrebbe invece comprendere anche i tumori al polmone, pure connessi all’esposizione all’amianto, mentre gli incentivi della Provincia per rimuovere le coperture in eternit andrebbe esteso a tutta la regione. Intanto a livello nazionale, ha ricordato Bullian, il Fondo nazionale per le vittime dell’amianto c’è, ma solo sulla carta, perchè i regolamenti attuativi ancora non ci sono.
Il consigliere regionale Franco Brussa ha indicato invece la necessità da parte della Regione di trovare dei percorsi sanitari privilegiati per quanti sono stati colpiti dalla malattia da completare inoltre con un’assistenza psicologica ai malati.
Laura Blasich

Il Piccolo, 14 dicembre 2009
 
Paternoster (Aea): «Processo Eternit passo importante» 
 
«Il maxi-processo contro l’Eternit rappresenta un importante passo in avanti e darà di certo impluso ai procedimenti per amianto in corso, anche nella nostra provincia. A Torino si sta segnando una traccia importante». Così Chiara Paternoster, componente del direttivo dell’Associazione esposti amianto.
Alcuni giorni fa il Palazzo di Giustizia di Torino ha ospitato la prima udienza del processo Eternit. Due gli imputati: il miliardario svizzero Stephan Schmidaeiny e il barone belga Louis De Cartier, che devono rispondere di reati gravissimi, come disastro doloso e omissione volontaria di cautele contro le patologie professionali. I due sono accusati di essere responsabili della morte di migliaia di persone che hanno a vario titolo lavorato l’amianto nelle quattro sedi italiane della multinazionale svizzera. Considerati i numeri – 2889 persone offese elencate nel capo d’accusa e 2100 richieste di parte civile – si tratta della più grande causa mai celebrata in Europa su un argomento del genere.
Un argomento che, seppure con le debite differenze, Monfalcone conosce bene. Lo spiega Chiara Paternoster: «Il caso Eternit e quello che riguarda il nostro cantiere sono diversi, nel senso che sono le modalità di produzione a essere differenti. Questo non toglie che ciò che sta succedendo a Torino è un buon segno. L’approccio dei pm è quello giusto, a partire dai capi di accusa: disastro doloso. Anche da noi le cose sono migliorate negli ultimi anni; il procuratore Deidda ha lasciato un’eredità importante. Oggi finalmente i processi si stanno aprendo per molti casi. Rimangono, ovviamente, delle incognite, come la prescrizione. E rimane il rammarico per i dieci anni di immobilismo giudiziario e di sottovalutazione del problema». (el.col.)

Il Piccolo, 11 gennaio 2010
 
DIBATTIMENTO QUESTA MATTINA A GORIZIA 
Amianto, entra nel vivo il maxi-processo: 26 imputati per 39 morti

Entra nel vivo questa mattina, al Tribunale di Gorizia, il maxi-processo per omicidio colposo in relazione ai decessi riconducibili all’esposizione all’amianto. In particolare si tratta di 39 dipendenti dell’ex Italcantieri, oggi Fincantieri, e di altre ditte d’appalto.
Per questo processo si sono costituite parti civili il Comune di Monfalcone, la Fiom Cgil e i familiari di alcune vittime, rappresentate, tra gli altri, dai legali Pierluigi Fabbro, Paolo Bevilacqua, Francesco Donolato, Roberto Maniacco, Luigi Genovese. Nella precedente udienza, in ottobre, davanti al giudice monocratico Paola Santangelo (la pubblica accusa era rappresentata dal pm Valentina Bossi), le parti civili avevano depositato l’ordinanza con la quale era stata notificata la citazione in giudizio di Fincantieri Spa, quale responsabile civile nel procedimento. Il giudice, verificata la regolarità della notifica e preso atto dalla mancata costituzione in giudizio del responsabile civile, aveva rinviato l’udienza, fissata per la giornata odierna. Il giudice Santangelo aveva altresì autorizzato la citazione in giudizio di alcuni testi, per lo più presentati dalla pubblica accusa. L’ammissione dei testi e delle prove era stata rinviata poichè il giudice monocratico, trasferito ad altro ufficio, sarà sostituito dal presidente Giovanni Matteo Trotta.
Oggi, dunque, è previsto l’avvio dell’istruttoria dibattimentale. Il processo è nato dall’unificazione di due procedimenti penali, uno istruito a carico di undici imputati, a fronte di undici decessi, l’altro riguardante 26 imputati che dovranno rispondere per la stessa ipotesi di accusa nei confronti dei familiari di 28 lavoratori deceduti.
Tra gli imputati per questo procedimento figurano anche l’attuale presidente di Fincantieri ed ex direttore generale di Italcantieri, Corrado Antonini, gli ex presidenti del Consiglio di amministrazione Vittorio Fanfani e Giorgio Tupini, l’ex presidente Enrico Bocchini e gli ex direttori del cantiere di Panzano, Giancarlo Testa e Manlio Lippi.
Pare, intanto, che siano state avviate trattative tra Fincantieri e le parti private per il risarcimento del danno.

Il Piccolo, 12 gennaio 2010
 
VENTISEI IMPUTATI PER 39 DECESSI 
Scioperano gli avvocati processo-amianto rinviato al 25 marzo

Scioperano gli avvocati e viene rinviato, ieri al Tribunale di Gorizia, al 25 marzo prossimo il processo per omicidio colposo in relazione ai decessi riconducibili all’esposizione all’amianto di 39 dipendenti dell’ex Italcantieri, oggi Fincantieri, e di altre ditte d’appalto. È bastata circa un’ora, in aula, davanti al presidente del Tribunale Giovanni Matteo Trotta, subentrato al giudice monocratico Paola Santangelo, trasferita ad altro ufficio, per prendere atto dell’astensione dall’attività giudiziaria penale da parte di tutti i legali, con una sola eccezione, e procedere al rinvio per ”chiamata singola” fissando la data della nuova udienza.
L’astensione è stata voluta dall’Unione delle Camere penali italiane per contestare le «scorciatoie del ”processo breve” e per l’avvio delle riforme». Ieri mattina sono approdati in aula tre procedimenti ancora distinti, uno dei quali già frutto dell’unificazione di due ”filoni”, per i quali, il 25 marzo prossimo, si procederà alla riunificazione complessiva. Sempre in quella sede sono previste le eccezioni preliminari e l’ammissione delle prove, oltre alla definizione del calendario relativo alle fasi successive.
Si va, dunque, tecnicamente verso il maxi-processo ora affidato al presidente Trotta, con il pubblico ministero Luigi Leghissa, per anni in servizio al Tribunale di Udine.
Non solo. A fine anno sono stati comunicati alla Procura della Repubblica di Gorizia, altri 14 decessi per mesotelioma alla pleura. La questione-amianto, dunque, esprime tutto il suo drammatico peso nel mandamento monfalconese. Una materia complessa e massiccia, per la quale la Procura ha destinato uno specifico ”staff” di 7-8 persone, tra cui anche un nuovo consulente informatico.
Per il processo si sono costituite parti civili il Comune di Monfalcone, la Provincia di Gorizia, la Fiom Cgil e i familiari di alcune vittime, rappresentate, tra gli altri, dai legali Pierluigi Fabbro, Paolo Bevilacqua, Francesco Donolato, Roberto Maniacco, Luigi Genovese.
Il maxi-processo che si prospetta riguarda dunque 39 decessi per 26 imputati. Tra questi, nel procedimento figurano anche l’attuale presidente di Fincantieri ed ex direttore generale di Italcantieri, Corrado Antonini, gli ex presidenti del Consiglio di amministrazione Vittorio Fanfani e Giorgio Tupini, l’ex presidente Enrico Bocchini e gli ex direttori del cantiere di Panzano, Giancarlo Testa e Manlio Lippi.

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Inchieste

La costruzione
della grande nave.

Di Maurizio Pagliassotti

Lavoro Killer.
Di Fabrizio Gatti

Il caso Fincantieri:
giungla d'appalto.

Di Roberto Greco

La peste di Monfalcone.
Di Angelo Ferracuti

Monfalcone:
l'emergenza casa.

Di Giulio Tarlao


Morire di cantiere

Morire di cantiere

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